IL BIENNIO 1955/1956 VINCENTE DEL “TERRIBILE BILL” LOMAS

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Bill Lomas in sella alla Moto Guzzi – da mucchioselvaggio.it

articolo di Nicola Pucci

Figlio di un meccanico della Rolls Royce e di una commessa, William Bill Lomas coltivò fin da adolescente la sua passione per il mondo delle corse motociclistiche, debuttando, lui che era nato a Milford l’8 marzo 1928, nel 1949 con una Royal Enfield e mettendosi subito in luce con una guida coraggiosa e con una metodica particolare per la messa a punto del mezzo.

Lomas si fece ben presto conoscere con l’appellativo di “terribile Bill“. Era questo, infatti, il suo nome di battaglia, ed oggi che di anni ne sono passati ormai tanti, viene ancora ricordato come un ragazzo dal volto sveglio ed intelligente, dal ciuffo impertinente ed un temperamento ribelle che rendono piena giustizia al suo soprannome.

In verità Lomas fatica qualche anno di troppo prima di arrivare alla consacrazione iridata. Dopo aver debuttato nel motomondiale nel 1950 quando, alla terza gara in carriera ed in sella ad una Velocette, sale sul terzo gradino del podio ad Assen in classe 350, battuto solo da Bob Foster e Geoff Duke, per concludere poi la stagione con un dignitoso settimo posto in classifica con 9 punti all’attivo, ecco che nel 1951 il centauro inglese doppia l’impegno anche in classe 250 ottenendo un quinto posto in Francia per poi, nuovamente, figurare al terzo posto nella cilindrata superiore in Belgio, arrendendosi al solito Duke e a Johnny Lockett, entrambi su Norton. Per il 1952 Lomas si guadagna l’apprezzamento di case importanti, tra queste l’MV Augusta, con la quale gareggia in classe 125 e in classe 500 al Gran Premio dell’Ulster chiudendo secondo e terzo, e l’AJS, che porta sul podio in classe 350, in Germania, e parrebbe il trampolino di lancio per le stagioni a venire.

Terribile Bill” è pilota tanto audace ed irruente in pista quanto metodico ed attento nel collaudare il mezzo meccanico, ma le due annate che seguono, 1953 e 1954, sono invece avare di soddisfazioni, anche perché il sodalizio con la NSU non è fortunato, privilegiando la casa germanica i piloti tedeschi, e quello con l’MV Augusta è segnato da scelte tecniche non sempre azzeccate.

Ma nel 1955, in seguito ad un incidente in cui è incorso Dickie Dale prima del Tourist Trophy, Lomas viene scelto dalla Moto Guzzi per sostituire l’infortunato pilota ufficiale, ed è la chiave di volta della carriera di Bill. La Casa di Mandello ha trovato l’uomo giusto al momento giusto, e Lomas ripaga la fiducia trionfando subito all’Isola di Mann, in un fine settimana senza un attimo di respiro se è vero che, oltre al successo in classe 350, l’inglese vince anche in classe 250 con l’MV Augusta, è quarto in classe 125 e completa le sue fatiche con un settimo posto in classe 500.

Rotto il ghiaccio, Lomas non si ferma davvero più, dominando il lotto della concorrenza vincendo anche in Germania, in Belgio e al Gran Premio dell’Ulster, a cui aggiungere due piazze d’onore ad Assen e a Monza che gli regalano il titolo mondiale, 32 punti contro i 18 punti dello stesso Dale e i 17 punti di August Hobl. E se in classe 250 Bill termina la stagione con il terzo posto in classifica finale, alle spalle di Hermann Paul Muller e di Cecil Sandford, il risultato è solo il frutto di quel che accade ad Assen quando Lomas, che aveva tagliato per primo il traguardo, viene squalificato per aver effettuato il rifornimento con il motore acceso anziché spento, come prescrive il regolamento, vedendosi privare di una vittoria che poteva valergli un secondo titolo mondiale.

Ormai lanciatissimo, Lomas si vede offrire, per il 1956, un contratto in esclusiva dalla Moto Guzzi, e “terribile Bill“, che ha uno spiccatissimo senso di superiorità al punto da affermare che non esiste pilota che, a parità di motocicletta, possa precederlo, ed addirittura si fa forte della convinzione che, anche disponendo di un mezzo leggermente meno veloce degli avversari, sarebbe comunque in grado di spuntarla, conforta con i risultati la scelta della Casa di Mandello iscrivendola all’albo d’oro con un secondo titolo mondiale in classe 350. Lomas, dopo il ritiro al debutto al Tourist Trophy, vince le tre gare che porta a termine, ad Assen davanti all’MV Augusta di John Surtees, in Germania battendo Hobl, e al Gran Premio dell’Ulster ancora risultando più veloce di Dale, chiudendo infine con 24 punti contro i 17 punti degli stessi Hobl e Dale.

Lomas è ormai una stella di prima grandezza, irresistibile e troppo più forte quando riesce a rimanere in sella a dispetto degli azzardi che talvolta lo rendono anche protagonista di spettacolari voli di cui porta segni evidenti. Ma proprio questo suo desiderio di voler stravincere lo induce a tentare l’impossibile. Ed in quella stessa Assen dove ha vinto una delle gare più straordinarie della storia del motomondiale partendo dell’ultima fila e rimontando tutti, ma dove è stato anche privato di un titolo iridato che ormai sentiva suo, nel 1957 va incontro al suo destino. Che fortunatamente non è fatale, come troppe volte in quegli anni di leggendarie sfide tra i cordoli, ma che complice una terribile caduta in cui rimane gravemente ferito, lo costringe, quando aveva spiccato il volo verso la gloria, a chiudere le ali e, con il ritiro della Moto Guzzi di cui aveva avuto l’onore di collaudare e portare a battesimo la più incredibile moto da corsa mai costruita, la 8 cilindri 500 progettata dall’ingegnere Giulio Cesare Carcano, a sua volta ad appendere il casco al chiodo.

Fu un volo di breve durata, quello del “terribile Bill” Lomas, ma se è salito tanto in alto, raggiungendo la vetta del mondo, ne è valsa veramente la pena.

 

JACKIE ROBINSON ED IL CROLLO DELLA BARRIERA RAZZIALE NEL BASEBALL

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Jackie Robinson – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Nello sport si può essere ricordati per mille motivi, i più abituali dei quali sono legati agli eventi agonistici, vale a dire la conquista di trofei, medaglie e campionati, nonché stabilire dei record, ma ve ne possono essere di più nobili, specie quando legati all’abbattimento di ignobili discriminazioni, tra cui quella della razza è una delle più odiose.

Se è toccato, poco più di 50 anni fa, al pastore Martin Luther King pagare con la vita la propria battaglia contro la segregazione razziale nei “democratici” Stati Uniti d’America, la stessa è regnata per molto tempo anche nell’ambito degli sport professionistici Usa, con gli afroamericani a potersi esibire ai massimi livelli solo all’interno delle corde di un quadrato, dove peraltro hanno quasi sempre avuto la meglio, oppure in occasione delle Olimpiadi quali rappresentanti della selezione di atletica leggera, perché vi era da contribuire alla vittoria nel medagliere per nazioni.

Ma i padroni del vapore, ovvero i ricchi proprietari delle franchigie di baseball, basket e football, fanno muro nel non permettere che le loro squadre abbiano nel loro organico giocatori di colore, così che sino alla fine del secondo conflitto mondiale ai relativi campionati possono accedere solo atleti di razza bianca, anche per non urtare la sensibilità degli spettatori, quasi si trattasse di mostri.

E se il primo a cedere è il football, con Kenneth Washington a sottoscrivere un contratto da professionista con i Los Angeles Rams il 21 marzo 1946, e per vedere esordire un giocatore di colore nella NBA occorre addirittura attendere l’1 novembre 1950 allorché l’allora 24enne Chuck Cooper scende in campo con i Boston Celtics nella sconfitta esterna per 84-107 contro i Fort Wayne Pistons, la situazione nel baseball è, se vogliamo, ancora più deprimente.

Di gran lunga il più antico degli sport di squadra americani, ed indubbiamente quello che più appassiona i tifosi, il baseball aveva visto alcuni giocatori di colore partecipare all’era pionieristica di fine XIX secolo, per poi vedersi costituire tra i presidenti delle varie società una sorta di accordo non scritto – la cosiddetta baseball color line, traducibile in “barriera razziale” – per impedire il tesseramento di giocatori afroamericani, per i quali era riservata una discriminante, nonché umiliante “Negro League“, come dire che esistessero uomini di Serie A e di Serie B.

A rompere questa infame barriera è il protagonista della nostra storia odierna, ovvero Jackie Robinson, nato il 31 gennaio 1919 a Cairo, in Georgia, uno degli stati più segregazionisti dell’unione, ultimo di cinque fratelli e figlio di mezzadri che, per sua fortuna, si trasferiscono a Pasadena, in California, appena un anno dopo.

I Robinson forniscono già un primo contributo alle sorti Usa con il fratello Matthew, il quale gareggia alle Olimpiadi di Berlino 1936, assicurandosi la medaglia d’argento sui 200 metri piani in 21”1, degno scudiero dell’invincibile Jesse Owens dalle quattro medaglie d’oro.

Ed è proprio Matthew a spingere il fratello minore alla pratica sportiva, senza peraltro indirizzarsi verso una specifica disciplina, visto che Jackie si dimostra abile sia nel giocare a baseball così come a basket e a football, cavandosela discretamente anche nel tennis ed in atletica leggera, dove si cimenta nel salto in lungo.

E’ anzi proprio quest’ultima specialità che lo vede conquistare i primi successi, tanto che ai Campionati NCAA del 1940 Jackie si aggiudica il titolo con la misura di m.7,58 allorché gareggia per l’Università di UCLA, mentre al contrario è il baseball la disciplina nella quale fa registrare i risultati più scarsi, prima di abbandonare anzitempo l’università per dedicarsi inizialmente ad un ruolo di istruttore di atletica leggera e quindi dirottarsi al football.

I progetti di Robinson si scontrano con l’entrata in guerra degli Stati Uniti dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor del dicembre 1941, venendo richiamato sotto le armi, dove ha l’opportunità di conoscere e fare amicizia con il celebre pugile Joe Louis, “The Brown Bomber” (“Il Bombardiere Nero“) per poi riuscire a farsi ammettere alla scuola per ufficiali, dove ottiene il grado di luogotenente.

Pure da militare Robinson deve fare i conti con il colore della sua pelle, visto che nel 1944 si rifiuta di sedersi in fondo ad un autobus dell’esercito come gli imponeva l’autista, anche se in definitiva stavolta questa circostanza potrebbe avergli salvato la vita, dato che, pur assolto dalla corte marziale per insubordinazione, gli viene impedito di partecipare ad operazioni militari oltreoceano, con trasferimento nel Kentucky a svolgere ben più tranquille mansioni di coach di atletica, prima di essere congedato con onore nel novembre 1944.

Oramai 25enne, Jackie deve stabilire cosa fare da grande, ed il primo incarico è quello di responsabile delle attività sportive al “Samuel Huston College“, che comprende anche la carica di allenatore della squadra di basket, insomma tutto sinora tranne che praticare il baseball, attività pressoché dimenticata.

Ma la vita di ognuno di noi ha spesso dei punti di svolta, e nel caso di Robinson questo si materializza attraverso un’offerta scritta pervenutagli dai Kansas City Monarchs per divenire un giocatore professionista, ancorché, appunto, nella “Negro League“, per uno stipendio di 400 dollari al mese, sempre più di quanto percepiva al momento, e che logicamente accetta.

L’esperienza nella famigerata lega – poi definitivamente abbandonata nel 1958 con l’integrazione dei giocatori di colore – serve a Robinson per ritrovare confidenza con la disciplina, nonostante resti fortemente deluso dalla disorganizzazione latente e dal coinvolgimento con il mondo delle scommesse, ma è soprattutto utile per mettersi in mostra agli occhi di un dirigente illuminato come Branch Rickey, presidente e general manager dei Brooklyn Dodgers, il quale stava già da tempo pensando all’inserimento di giocatori di colore nella propria squadra.

Avute confortanti referenze dai suoi osservatori, Rickey sottopone a Robinson un contratto da 600 dollari al mese, con una prima stagione da disputare con i Montreal Royals, formazione satellite militante nella “International League“, mettendo peraltro in chiaro al giocatore che con ogni probabilità si sarebbe trovato a subire insulti di ogni genere, ragion per cui avrebbe dovuto non solo sopportare gli stessi, ma anche impegnarsi a non reagire per non compromettere le sue prestazioni.

Robinson garantisce circa il suo comportamento ed ecco che il fatidico giorno nella storia della “Major League” di baseball Usa giunge il 15 aprile 1947 all'”Ebbets Field” di Brooklyn di fronte ad oltre 26mila spettatori, oltre la metà dei quali di colore, gara che i Dodgers si aggiudicano 5-3, prima di 151 gare stagionali disputate dall’oramai 28enne Jackie.

Aver abbattuto una barriera razziale che durava oramai da oltre 60 anni espone Robinson a violenze di ogni tipo, sia fisiche sul diamante che verbali sulle tribune, per non parlare delle lettere anonime indirizzategli contenenti minacce di morte, ma grazie alle sue qualità ed alla sua tenacia riesce ben presto a farsi accettare, anche se i primi a dover convincere sono proprio i suoi compagni di squadra.

Incredibile a dirsi, ma alcuni di loro giungono a firmare una petizione per chiedere il suo allontanamento, rifiutandosi di giocare al suo fianco, ma in difesa di Robinson giunge la dura presa di posizione della società, con un celebre discorso tenuto negli spogliatoi dal manager Leo Durocher: “Non mi importa se il ragazzo è giallo o nero, oppure se ha le strisce come una fottuta zebra, perché io sono il manager di questa squadra e vi dico che lui gioca. E c’è dell’altro, poiché io vi dico che grazie a lui potremo diventare tutti ricchi e se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, ve ne potete pure andare!“.

Se la situazione in casa può ritenersi risolta, altrettanto non può dirsi per quel che riguarda le squadre avversarie, con addirittura i St. Louis Cardinals a minacciare uno sciopero qualora Robinson avesse giocato contro di loro, nonché di farsi promotori per un analogo atteggiamento da parte di tutte le altre formazioni della National League. Insomma, stava montando un clamoroso caso Robinson, anche superiore a quanto Branch Rickey aveva temuto.

Per sua fortuna Robert Hyland, il medico dei Cardinals, svela la trama ad un suo amico giornalista dell’Herald Tribune, il quale a propria volta ne informa il suo editore Stanley Woodward, il quale indaga sulla questione e sbandiera il complotto con un articolo che ha una risonanza in tutto il paese, coinvolgendo anche il presidente della National League Ford Frick ed il commissario Happy Chandler, costretti a prendere una pubblica posizione.

Ed è proprio Frick a dare il colpo di spugna, allorché minaccia i giocatori, dapprima ricordando loro che “gli amici che credete di avere tra i giornalisti non vi supporteranno nella vostra sciocca iniziativa, resterete emarginati“, per poi rincarare la dose “non mi interessa se metà della lega sciopera, chi lo farà subirà un’immediata sospensione, così come non mi interessa se sarò costretto ad annullare i campionati, fosse anche per cinque anni, perché deve essere ben chiaro che un cittadino degli Stati Uniti deve avere lo stesso diritto di giocare di qualsiasi altro!.

Ovviamente, ci sono anche giocatori che esprimono a Robinson tutta la loro solidarietà, come il compagno di squadra Pee Wee Reese che pronuncia a suo favore la frasepuoi odiare un uomo per molte ragioni, ma il colore non può essere una di queste“, destinata a divenire famosa, per poi, in una gara a Cincinnati, allorché il pubblico non smette di insultarlo, mettere il proprio braccio sulla spalla di Robinson, per un’immagine in futuro addirittura immortalata in una statua esposta nel 2005 al KeySpan Park di Coney Island.

Man mano che la situazione si va, ancorché lentamente, normalizzando, Robinson fornisce dimostrazione sul campo delle proprie qualità, componente non trascurabile per essere progressivamente accettato, specie dai propri compagni di squadra, ed il primo schiaffo al resto dei giocatori di razza bianca lo assesta allorché gli viene assegnato il titolo di “Rookie of the Year” (“Matricola dell’Anno”), con i Dodgers a qualificarsi per le “World Series – ovvero la finale tra le vincenti della National League e l’American League – per affrontare gli invincibili New York Yankees del fuoriclasse Joe Di Maggio, che si impongono dovendo peraltro ricorrere alla decisiva gara-7, vinta per 5-2.

Dopo aver concluso la prima stagione con un record di 175 battute valide, 12 fuoricampo, 125 punti realizzati e 29 basi rubate (primato della National League), Robinson si prende una ghiotta rivincita a fine agosto 1948, allorché proprio contro i Cardinals che avevano architettato lo sciopero contro di lui, completa un “ciclo“, che nel gergo del baseball significa ottenere un singolo, un doppio, un triplo ed un fuoricampo nella stessa partita, che i Dodgers si aggiudicano per 12-7.

Penalizzato dall’essere giunto a debuttare tra i professionisti a 28 anni compiuti, Robinson disputa la sua miglior stagione nel 1949, allorché anche la pressione nei suoi confronti si è alquanto alleggerita non essendo più bersaglio unico, dato che già dall’anno precedente altri giocatori afroamericani sono entrati a far parte della “Major League“, di cui tre divenuti suoi compagni di squadra.

In tale anno, difatti, Robinson ottiene una percentuale di battute valide di 0,342 (la migliore della lega e suo “Personal Best” in carriera), realizza 122 punti e capeggia la National League per numero di basi rubate pari a 37 (anch’esso suo massimo in carriera), così da essere eletto MVP della “regular season ed essere selezionato per il primo dei suoi sei All Star Game consecutivi, anche se le World Series vedono nuovamente primeggiare gli Yankees, stavolta con un ancor più netto 4-1.

Votato ancora come sesto miglior giocatore dell’anno nel 1951 – caratterizzato da 106 punti, 25 basi rubate ed una percentuale di battute valide pari a 0.338 – e settimo nel 1952, stagione che lo vede ancora su eccellenti livelli, con 104 punti, 24 basi rubate ed una percentuale di battute valide di 0.308, Robinson inizia la fase calante della sua attività agonistica, pur se il 1953 è il suo ultimo anno con prestazioni invidiabili per molti giovani, a dispetto dei suoi 34 anni, come testimoniano i 109 punti realizzati, le 17 basi rubate e la percentuale di 0.329 quanto a battute valide, il che gli consente di aggiudicarsi il suo quarto titolo della National League, anche se poi le World Series vedono ancora prevalere, come l’anno precedente, i New York Yankees.

Non aveva torto, Leo Durocher, a sostenere che Robinson avrebbe aiutato la squadra ad arricchirsi, anche se l’unico titolo delle World Series giunge nel 1955, allorché i Dodgers compiono l’impresa di imporsi in gara-7 per 2-0 allo “Yankee Stadium” di fronte ad oltre 62mila spettatori, ovvero nella sua peggior stagione, iniziando ad avvertire i sintomi del diabete che lo costringono al ritiro a fine 1956 dopo aver contribuito alla conquista del sesto titolo della sua squadra nella National League, pur dovendo soccombere al desiderio di rivincita degli Yankees.

Cala così il sipario sulla carriera di uno dei giocatori che maggiormente hanno fatto la storia del baseball Usa, la cui figura viene omaggiata con il ritiro della sua maglia numero 42 non solo dai Brooklyn Dodgers, ma facendone divieto a tutte le altre società della “Major League, per poi essere introdotto già nel 1962 nella Baseball Hall of Fame, ricevendo il 77,5% dei consensi, ed infine venir votato quale componente della squadra del XX secolo della “Major League“.

Un Robinson che sfrutta la notorietà anche a mazza e guantoni abbandonati, operando in favore dei diritti degli afroamericani ed ottenendo importanti incarichi e riconoscimenti, tra cui la curiosità di interpretare se stesso nel film The Jackie Robinson Story, uscito nelle sale nel 1950 per la regia di Alfred Green, in cui descrive la sua vicenda nel mentre è ancora in attività, cui seguono “The Court Martial of Jackie Robinson” (1990) e “Soul of the Game” (1996), entrambi film per la tv, sino al più recente 42 (2013), con riferimento al suo numero di maglia, con Chadwick Boseman ad interpretarne il suo ruolo.

Tutte pellicole a cui Robinson non può comunque assistere, visto che si spegne all’età di soli 53 anni il 24 ottobre 1972 a Stamford, nel Connecticut, a causa di un attacco cardiaco, ma con il fisico già profondamente minato a causa dell’aggravarsi del diabete che lo aveva reso quasi cieco.

Spesso si sostiene come non sia importante quanto, bensì come si vive, e su questo punto crediamo che l’esistenza terrena di Jackie sia stata densa di soddisfazioni come forse non avrebbe mai sperato.

Soddisfazioni per lui, ed anche speranza per i suoi simili.

 

ALBERTSON VAN ZO POST, L’UFFICIALE DI CAVALLERIA CHE VINSE L’UNICO ORO OLIMPICO DI SCHERMA COL BASTONE

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Van Zo Post seduto – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Nessuno fin qui lo ha eguagliato, né altri potrà farlo in futuro. Per un semplice motivo: quella medaglia d’oro olimpica ha solo il suo nome nell’albo d’oro. Olimpiadi di Saint Louis, Missouri, estate 1904. Come si sa, ci furono tante novità (anche troppe, molte di queste bislacche) in quell’edizione dei Giochi. E nella scherma si gareggiò, per la prima e ultima volta, anche per il titolo della scherma col bastone. A vincere fu un ufficiale di cavalleria statunitense. Statunitense almeno a guardare la carta d’identità. Ma la storia non è così semplice. Ma andiamo con ordine.

Albertson Van Zo Post ha 38 anni. Le foto del tempo lo mostrano con delle lunghe basette e un’aria spavalda alla generale Custer. Nato a Cincinnati nel 1866, ma originario di New York (e con chiare ascendenze europee): il padre è Henry V. Post, che aveva combattuto per l’esercito dell’Unione durante la guerra civile ed era stato ferito gravemente nella fondamentale battaglia di Antietam. In realtà Albertson vive però a L’Avana, che in quegli anni è in pratica un protettorato degli Stati Uniti, dopo la recente indipendenza dalla Spagna. E questo porterà a una grande confusione. Perché anche oggi, sul sito del Comitato olimpico, le sue medaglie sono abbinate a Cuba, anche perché le gare a squadre permisero in quel caso abbinamenti misti tra il paese caraibico e gli Stati Uniti. Tra l’altro gli Stati Uniti vinceranno il primo oro olimpico nella scherma solo nel 2004, nella sciabola femminile con Mariel Zagunis.

In quelle Olimpiadi del 1904 Albertson partecipa a tutte quante le prove di scherma in programma, che comunque nel complesso registrano pochissimi partecipanti, quasi sempre inferiori alle dieci unità. Nella spada individuale, per lui è terzo posto e quindi bronzo dietro il mitico cubano Ramon Fonst e dietro l’anziano connazionale Charles Tatham, cinquantenne newyorkese. Nel fioretto individuale, il trittico del podio è lo stesso: ma Albertson occupa il secondo posto. Nel fioretto a squadre è invece oro, ma appunto nella formazione con i cubani Fonst e Diaz e davanti ai connazionali statunitensi. Nella sciabola individuale è bronzo, dietro il cubano Diaz e lo statunitense William Grebe. Ma la novità eccezionale è la prova di scherma col bastone, una disciplina che tra fine Ottocento e inizio Novecento grande successo sta riscuotendo soprattutto tra Italia, Francia e Inghilterra (nella versione “baritsu”, con l’aggiunta dell’uso di mani e piedi, lo aveva reso celebre Conan Doyle facendolo praticare a Sherlock Holmes). Sviluppata in ambito militare, la scherma col bastone nasceva come preparazione alla sciabola ma in realtà presto ebbe dignità propria e conobbe anche un fiorire di trattati teorici. In quella specialità Van Zo Post precede a Saint Louis due altri atleti a stelle e strisce: William O’Connor e William Grebe.

È il suo secondo oro, l’unico individuale. Con ben cinque medaglie complessive in quei Giochi, in quattro armi diverse, Albertson raggiunge così l’apice della sua carriera. Si riaffaccia in pedana a Stoccolma nel 1912, in tutte le armi (e nella spada a squadra stavolta è pienamente riconosciuto nella nazionale statunitense). Ma non va mai oltre il secondo turno. Nella sciabola viene battuto nel girone di qualificazione anche dal giovanissimo livornese Nedo Nadi, alla sua prima apparizione ai Giochi. Si rifà comunque abbondantemente nel panorama americano, dove è campione nazionale in tutte le discipline tra il 1895 e il 1912. Di professione ingegnere civile, in realtà poi si dedicherà alla letteratura, scrivendo due romanzi: “Retz” e “Diana Ardway”.

LEE CALHOUN E JACK DAVIS, QUANDO L’ORO CORRE SUL FILO DEI CENTESIMI

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L’arrivo di Davis e Calhoun a Melbourne ’56 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Nello Sport, come nella vita del resto, molto spesso la differenza tra vittoria e sconfitta dipende dai dettagli, siano essi il caso, la fortuna, la decisione di un arbitro od una giuria, ed ecco che ti puoi ritrovare annoverato nel “Gotha” di una specialità come pure, al contrario, quasi dimenticato nonostante ne sia stato uno dei più valenti interpreti …

Una sottile differenza che ben conoscono i due protagonisti della nostra Storia odierna, ovvero gli ostacolisti americani Jack Davis e Lee Calhoun, con il primo ad arrivare ad un passo dalla Gloria Olimpica ed il secondo a conquistarla per ben due volte grazie a vantaggi infinitesimali …

Oramai da anni padroni del settore degli Ostacoli – basti pensare che il Record sui m.100hs non esce dai confini degli Usa per ben 27 anni, dal 23 giugno 1932 al 7 luglio 1959 – gli atleti americani confermano la loro leadership anche nel corso degli anni ’50, grazie soprattutto a tre indiscussi dominatori delle barriere alte, vale a dire Harrison Dillard ed i citati Davis e Calhoun.

Del primo abbiamo già ampiamente trattato, passato alla Storia per aver clamorosamente mancato la qualificazione ai famigerati Trials in vista dei Giochi di Londra 1948, ma con la fortuna di essersi concesso una “seconda chance” sui m.100 piani, così da centrare sia il pass olimpico che la non meno clamorosa affermazione sulla pista dello “Empire Stadium” di Wembley.

Un Dillard che, ad ogni buon conto, non si lascia sfuggire l’occasione del riscatto sulla sua gara preferita quattro anni dopo alle Olimpiadi di Helsinki 1952, così da completare, ancorché in due edizioni due Giochi, un “Poker di Medaglie d’Oro” (comprese le due con la staffetta 4×100) pari a quello del suo idolo di gioventù Jesse Owens …

Ed è qui, sulla pista dello “Olympic Stadium” della Capitale finlandese, che entra in scena il primo dei due protagonisti odierni, vale a dire Jack Davis, 22enne texano essendo nato l’11 settembre 1930 ad Amarillo, città di poco meno di 200mila abitanti e che si era messo in luce l’anno precedente, concludendo al secondo posto in 14”1 la Finale dei Campionati AAU alle spalle di Dick Attlesey, nettamente primo con 13”8.

Studente alla “University of South California”, Davis succede ad Attlesey nell’aggiudicarsi il titolo NCAA, che fa suo per un triennio consecutivo dal 1951 al ’53, nel mentre tocca a quest’ultimo – capace di migliorare nell’arco di tre settimane il Record mondiale, coprendo la distanza in 13”6 il 24 giugno 1950 a College Park ed in 13”5 il successivo 10 luglio ad Helsinki – essere a propria volta vittima della “dura legge dei Trials”, infortunandosi durante la prima batteria delle selezioni svoltesi a fine luglio 1952 a Los Angeles …

Con il primatista assoluto fuori dai giochi (in tutti i sensi …), l’unica a non essere particolarmente preoccupata è la Federazione Usa, dato che a fine stagione il Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” presenta altrettanti ostacolisti americani ai primi cinque posti della relativa graduatoria, circostanza confermata dall’esito della Finale di Helsinki, dopo che dai Trials era uscito un terzetto costituito da Dillard (14”0), Davis (14”1) ed Arthur Barnard, terzo in 14”2 …

Chiamato all’ultimo acuto della sua straordinaria carriera – tenterà, con scarsi risultati, di qualificarsi anche per i Giochi di Melbourne 1956 – Dillard trova nel connazionale Davis un avversario degno di tal nome che lo impegna correndogli a fianco sino alla penultima barriera che lo vede commettere una leggera indecisione che risulta fatale, pur se all’arrivo viene loro assegnato il medesimo tempo manuale di 13”7 che rappresenta il nuovo Record olimpico, nonostante il rilevamento elettronico (ancorché non ufficiale …) evidenzi un bel più netto (13”91 a 14”00) distacco di 0”09 centesimi, con Barnard a completare il “podio a stelle e strisce”, sia pur a debita distanza (14”1).

Un incoraggiamento a Davis giunge dalle parole di un insolitamente festoso Dillard dopo l’arrivo, ovvero che: “i risultati arrivano per chi è capace di aspettare …”, un chiaro riferimento all’inconveniente patito quattro anni prima nelle qualificazioni per i Giochi di Londra, ma che sicuramente induce Davis a non abbattersi in vista dell’appuntamento di Melbourne 1956, al quale peraltro giungerà appena 26enne rispetto alle 29 primavere di Dillard ad Helsinki …

Ed, indubbiamente, Davis sfrutta al meglio il quadriennio di preparazione poiché, oltre ai riferiti successi ai Campionati NCAA, fa suoi i titoli AAU sulle 120yd nel 1953 e ’54 con 14”0 e 13”9 rispettivamente, oltre ad aggiudicarsi la Medaglia d’Oro ai “Giochi Panamericani” che si svolgono nel 1955 a Città del Messico, ancorché con un modesto 14”44, guadagnando il vertice del Ranking mondiale, dopo la seconda posizione del 1952 alle spalle di Dillard, nelle due successive stagioni, prima di essere scavalcato dal connazionale Milt Campbell a fine 1955, in virtù del suo successo in 13”9 sulle 120yd ai Campionati AAU, Finale in cui Davis viene squalificato.

Nel frattempo, però, sta iniziando a farsi strada nelle gerarchie degli ostacoli Usa un 22enne del Mississippi, vale a dire Lee Calhoun, nato a Laurel il 23 febbraio 1933, il quale gareggia per la “North Carolina Central University e si qualifica per la Finale ai citati Campionati AAU 1955, che conclude al quarto posto in 14”5 …

Calhoun rappresenta uno dei più stupefacenti casi di miglioramento per un singolo atleta nel corso di una sola stagione, come certifica il suo straordinario mese di giugno 1956 allorché, dapprima si impone il 16 a Berkeley ai Campionati NCAA precedendo (13”7 a 13”8) la futura stella del Decathlon Rafer Johnson, per poi far suo anche il titolo AAU una settimana dopo a Bakersfield migliorandosi ancora sino a 13”6, in una Finale che vede Davis giungere terzo in 13”8 nonostante che in batteria fosse stato cronometrato in 13”4, un 0”1 decimo in meno del limite mondiale di Attlesey …

L’occasione per una prima rivincita è fissata a fine mese a Los Angeles in occasione degli “Olympic Trials”, dove stavolta è il fresco primatista mondiale ad avere la meglio (13”8 a 13”9), ma quella che conta è la terza piazza utile per i Giochi, ed ad aggiudicarsela sul filo dei centesimi è Joel Shankle, che precede il ricordato Campbell (14”1 per entrambi …), il quale deve così dare l’addio al sogno olimpico.

Con l’appuntamento clou della stagione slittato sino a fine novembre, stante la posizione di Melbourne nell’emisfero australe, Davis rafforza la propria candidatura alla Medaglia d’Oro nel corso di una preolimpica sulle 120yd in cui copre la distanza in 13”3, tempo peraltro non ratificato dalla IAAF quale record, prima di scendere per la prima volta in pista il 27 novembre 1956 sulla pista del “Melbourne Cricket Ground” per la disputa delle batterie, le cui quattro serie sono rispettivamente appannaggio dei tre ostacolisti Usa e del miglior esponente del Vecchio Continente, vale a dire il tedesco Martin Lauer, primatista europeo con 13”9 …

All’indomani si svolge la resa dei conti, con le due semifinali in programma alle 14:30 ore locali e la Finale alle 16:00 e la composizione delle due serie fa sì che i due grandi favoriti non si incontrino, vincendo entrambi le rispettive prove con anche il medesimo tempo di 14”0, con Calhoun a precedere Shankle e Davis ad avere la meglio su Lauer …

Chissà se nel posizionarsi sui blocchi di partenza della Finale a Davis siano tornate alla mente le parole di Dillard dopo la vittoria di Helsinki, ma forse è troppo impegnato a cercare la giusta concentrazione per affrontare il suo più giovane connazionale, ed in ogni caso intende senza alcun dubbio giocarsi sino in fondo le proprie chances, consapevole che ha di fronte l’ultima opportunità per raggiungere la “Gloria Olimpica” …

Ancorché ostacolati da un vento contrario di -1,9m/s, sin dalla partenza Davis e Calhoun volano via come razzi rispetto al resto del lotto, lottando spalla a spalla sino all’ottavo ostacolo per poi toccare al 23enne del Mississippi prendere un leggerissimo margine che difende sul filo di lana dove si catapulta sfruttando la medesima tecnica di Davis per un riscontro cronometrico che, manualmente, assegna 13”5 ad entrambi, ma con Calhoun a meritare l’Oro per una differenza calcolata elettronicamente in 0”03 centesimi (13”70 a 13”73), mentre il bronzo viene conquistato, ancorché a debita distanza, da Shankle in 14”1 per comporre così il terzo podio a stelle strisce consecutivo dopo Londra 1948 ed Helsinki 1952.

Per Davis – che al danno vede aggiungersi anche la beffa derivante dal venirgli riconosciuto per la seconda edizione consecutiva il Record olimpico senza aver vinto la Finale – è davvero troppo e, pur avendo corso la sua gara più veloce di sempre (senza il vento contrario il primato mondiale sarebbe stato polverizzato …), decide di abbandonare l’attività a dispetto dei suoi soli 26 anni, anche se al termine della stagione riguadagna il vertice del Ranking in forza del record assoluto stabilito a giugno.

Per Calhoun, oramai consacrato nuova stella della specialità, un avversario in meno con cui fare i conti, anche se, dopo aver confermato sia il titolo NCAA in 13”7 che quello AAU in 14”2 nel 1957, pur non riuscendo ancora a guadagnare la vetta del Ranking di fine anno, stavolta preceduto da Campbell (che evidentemente ha una predilezione per gli anni dispari, con la sfortuna che non sono olimpici …), si trova a dover fronteggiare un “nemico insolito”, ovvero la propria Federazione che lo sospende per un anno per aver, udite, udite …!!, ricevuto dei doni durante il gioco televisivo “Bride and Groom” …

Roba da non credere, in ogni caso la “leggerezza” non è certo tale da poterlo tacciare di professionismo e così, facendo buon viso a cattivo gioco, Calhoun si presenta nuovamente in pista la stagione successiva non avendo potuto contrastare in pista l’ascesa del nome nuovo degli ostacoli alti Usa, ovvero il 20enne Hayes Jones, che nel 1958 si aggiudica il titolo AAU sulle 120yd in 13”8 ma, soprattutto, fa registrare un 13”6 il 6 agosto a Budapest, così da posizionarsi in vetta al Ranking di fine stagione.

Un Jones che, l’anno seguente, si aggiudica il titolo NCAA in 13”7 con netto margine, per poi ingaggiare due sfide emozionanti con il rientrante Calhoun che vedono il Campione olimpico imporsi ai Campionati AAU ancorché accreditati del medesimo tempo di 14”0 ed, al contrario, toccare al più giovane Jones prendersi la rivincita ai “Giochi Panamericani” che si svolgono a Chicago dove si impone (13”6 a 13”7) in una Finale caratterizzata da un vento a favore oltre la media.

Ma mentre “i due litiganti” duellano, dall’altra parte dell’Atlantico un terzo gode, nella persona del già citato Lauer che, dopo essersi laureato Campione d’Europa nell’edizione di Stoccolma ’58 con 13”7, vive il proprio “Giorno dei Giorni” il 7 luglio 1959 sulla magica pista del “Letzigrund” di Zurigo dove ferma i cronometri sullo straordinario tempo di 13”2, candidandosi a tutti gli effetti per l’Oro ai Giochi di Roma 1960, vista anche la sua posizione di leader del Ranking a fine stagione.

Un’impresa, quella del tedesco, che non scompone più di da tanto la coppia americana, in tutt’altre faccende affaccendata, a cominciare dai Campionati AAU 1960 in cui torna ad affermarsi (13”6 per entrambi …) Jones su Calhoun, con quest’ultimo però a prendersi una degna rivincita in occasione dei Trials di Stanford, dove il 2 luglio, oltre ad imporsi, eguaglia con 13”4 il primato Usa nonché ex Record mondiale di Davis, mentre Jones conclude terzo in 13”5 (preceduto anche da Willie May …), ma senza alcun pericolo di mancata qualificazione visto che tutti gli altri portano a termine la gara visibilmente staccati.

Ancora un trio dunque potenzialmente in grado di monopolizzare per la quarta edizione consecutiva il podio, quello che gli Stati Uniti presentano sulla pista dello “Stadio Olimpico” di Roma, tanto più che il 21 agosto a Berna, a quattro giorni dall’inaugurazione dei Giochi, Calhoun aveva replicato il 13”2 di Lauer eguagliandone il relativo primato, lasciando alquanto distante (13”7) il 22enne Jones …

Ma i Meeting sono una cosa e le Olimpiadi un’altra ed ecco che già nelle batterie al mattino del 3 settembre 1960 a farsi preferire è il terzo americano May con 14”16, mentre nei Quarti disputati al pomeriggio si verifica l’identica situazione di quattro anni prima a Melbourne, ovvero con le quattro serie appannaggio degli rappresentanti dello Zio Sam oltre al co-primatista mondiale Martin Lauer, peraltro con ancora May a registrare la miglior prestazione in 13”92 …

L’appuntamento per le medaglie è fissato stavolta a due giorni di distanza, così che sono le 15:15 allorché gli atleti si posizionano sui blocchi di partenza della prima semifinale che conferma, una volta di più, lo stato di grazia di May che precede nettamente (13”87 a 14”22) Jones, tempo pressoché pareggiato dal 13”88 con cui il Campione olimpico in carica regola Lauer nella seconda serie …

L’impressione è che difficilmente il tedesco possa impedire un’ennesima “Tripletta made in Usa” e le maggiori curiosità, all’atto della partenza della Finale fissata per le 16:45, stanno nel verificare se sinora Jones abbia “giocato a nascondersi” o seppure sia in non smaglianti condizioni di forma …

Un dubbio che trova conferma nell’esito della stessa, con May e Calhoun – oltretutto sorteggiati in prima e seconda corsia rispettivamente – a darsi battaglia su ogni centimetro della distanza e con il campione di Melbourne a confermarsi solo in virtù della maggiore esperienza che gli consente di tuffarsi meglio sul filo di lana ed, anche se il tempo manuale (ancora l’unico ufficiale all’epoca …) risulta di 13”8 per entrambi, la rilevazione elettronica certifica in un solo 0”01 centesimo (13”98 a 13”99) il distacco tra i due, con Jones a negare a Lauer (14”17 a 14”20) la gioia del bronzo.

Il conto è presto fatto, con soli 0”04 centesimi di vantaggio – 0”03 su Davis a Melbourne ’56 e 0”01 su May a Roma ’60 – Calhoun si porta a casa due Ori olimpici, con la curiosità di un’ideale sorta di passaggio del testimone, poiché quattro anni dopo a Tokyo, toccherà a Jones salire sul gradino più alto del podio a dispetto di Davenport, primo ai Trials, con quest’ultimo a fare altrettanto imponendosi nella successiva edizione di Città del Messico ’68 …

Insomma, non aveva proprio tutti i torti Dillard nell’affermare che “i risultati arrivano per chi è capace di aspettare …”, solo che la regola si infranta solo per Jack Davis, il cui turno (Melbourne ’56 …) è stato preso da Calhoun …

Ovvero colui che, per soli 0”04 centesimi, è stato il primo a bissare l’Oro olimpico, impresa successivamente eguagliata solo da Roger Kingdom ai Giochi di Los Angeles ’84 e di Seul ’88 …

E’ proprio vero, a chi troppo ed a chi niente …

 

WILLI E PAUL FROMMELT, DUE FRATELLI SUL PODIO AI MONDIALI DI GARMISCH 1978

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Willi Frommelt in azione nel gigante – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Se i fratelli Andreas ed Hanni Wenzel hanno regalato soddisfazioni non da poco al Liechtenstein quando si tratta di parlar di sci, un’altra famiglia che abitava quel minuscolo Principato compresso tra Svizzera ed Austria, nei medesimi anni Settanta, ha conosciuto gloria sulle nevi. Casa Frommelt, più precisamente due maschietti, Willi e Paul, che ai Mondiali di Garmisch del 1978 salirono in coppia sul podio, l’uno in gigante, l’altro in slalom.

In effetti, se i due Wenzel, come valore assoluto, si lasciano indubbiamente preferire per una polivalenza che ha assicurato loro non solo un numero congruo di successi in Coppa del Mondo (addirittura 33 Hanni e 14 Andreas), ma anche la possibilità di iscrivere il loro nome all’albo d’oro della classifica generale (Hanni due due volte, nel 1978 e nel 1980, ed Andreas pure lui nell’anno di grazie 1980), i fratelli Frommelt hanno palesato doti non comuni a tutti tra i pali, gigante o slalom che fosse, conquistando nelle due discipline tecniche i loro risultati migliori.

Willi è il più anziano dei due, classe 1952, ed ha il talento per disimpegnarsi egregiamente in tutte le specialità. E se alle Olimpiadi di Sapporo del 1972 esordisce in una grande rassegna internazionale ottenendo un 30esimo posto in discesa libera ed un 22esimo in gigante, ecco che già due anni dopo, ai Mondiali di St.Moritz del 1974, sale sul terzo gradino del podio, proprio in discesa e a dispetto del pettorale numero 17, alle spalle dei due austriaci David Zwilling, che domina la gara, e Franz Klammer, che lo brucia per l’inezia di 0″15 centesimi.

Willi è il classico esempio di atleta in grado di dare il meglio di sè nei momenti che contano, se è vero che a fronte di un unico podio in carriera in Coppa del Mondo, in gigante a Garmisch nel gennaio 1977, è ancora tanto abile da mettersi al collo la medaglia di bronzo, stavolta in slalom, anche alle Olimpiadi di Innsbruck del 1976, battuto da Piero Gros e Gustavo Thoeni dopo aver chiuso al comando la prima manche, aggiungendo il secondo posto nella combinata valida solo come prova iridata, a certificare la sua capacità di sapersi ben comportare ad alti livelli, appunto, in ogni specialità.

Paul, il più giovane dei due, nasce a sua volta a Schaan, il 9 agosto 1957, e se è presente senza fortuna ai Giochi di Innsbruck del 1976 uscendo in gigante, l’anno dopo sale sul podio per la prima volta in carriera, secondo in slalom a Laax alle spalle, ovviamente, dell’imbattibile Ingemar Stenmark. A differenza di Willi, Paul è decisamente più costante, ed avrà un percorso agonistico lungo e ricco di soddisfazioni, vincendo quattro gare, tutte inderogabilmente tra i pali stretti dello slalom, disciplina preferita che lo vedrà tra gli interpreti più efficaci per almeno un decenni, ed ottenendo un totale di 25 piazzamenti a podio, non ultimo il terzo posto alle Olimpiadi di Calgary del 1988.

Insomma, i due ragazzi di casa Frommelt hanno buon curriculum quando si presentano alla rassegna mondiale di Garmisch nel febbraio del 1978. Stenmark, non ancora 22enne, è da un triennio ormai l’incontrastato dominatore del circuito di Coppa del Mondo, tanto più forte della concorrenza da vincere con ampio margine la sfera di cristallo sia nel 1976 che nel 1977 (farà tris nel 1978 prima di vedersi “stoppare” da un regolamento studiato ad arte per penalizzarlo e rendere la kermesse a tappe più avvincente). Lo svedese di ghiaccio gareggia solo nelle discipline tecniche, slalom e gigante, proprio le specialità congeniali a Willi e Paul, e se ha vinto le ultime quattro gare della stagione precedente (l’ultimo a batterlo fu Klaus Heidegger in gigante a Voss) e le prime sei di quella in corso (il primo ad interromperne la serie è stato, ancora, Heidegger nello slalom di Wengen), la sconfitta proprio in Svizzera così come quelle nel gigante di Adelboden, dove a trionfare è Andreas Wenzel, e nello slalom di Kitzbuhel, che sorride ancora ad Heidegger, se ne hanno in minima parte incrinata la sicurezza granitica di essere il più forte di tutti, nondimeno non svestono “Ingo” dei panni del grande favorito dei Mondiali in Baviera.

A Garmisch, dopo che Josef Walcher ha sconfitto tutti nella discesa libera inaugurale del 29 gennaio, i gigantisti entrano in lizza il 2 febbraio e, francamente, non pare poterci essere veramente storia. Stenmark, infatti, sotto una fitta nevicata infligge pesanti distacchi già nella prima manche, e se fa sua la medaglia d’oro con oltre due secondi di vantaggio sui rivali, ecco che infiamma la battaglia per le altre due piazze sul podio. Phil Mahre è secondo a metà gara ma qualche sbavatura di troppo lo fanno scivolare in quinta posizione, alle spalle di quel Heini Hemmi che altri non è che il campione olimpico in carica. Tocca allora proprio ai due rappresentati del Liechtenstein sfidarsi sul pendio non troppo impegnativo della “Horn“, con infine lo stesso Wenzel che anticipa Willi, regolare nelle sue due esibizioni, segnando il tempo globale di 3’04″56, ovvero 0″19 centesimi meglio del più vecchio della famiglia Frommelt che mettendosi al collo la medaglia di bronzo conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, che i grandi appuntamenti dello sci alpino sono proprio il suo pane.

Il 5 febbraio, giorno di chiusura dei Mondiali, la “Gudibergchiama alla riscossa gli slalomisti, e tra questi vi è Paul Frommelt, che ha deragliato in gigante ma che tra i pali stretti ha ovviamente molte carte in più da giocarsi al tavolo delle medaglie. In verità la stagione, per Paul, è stata avara di grandi piazzamenti, non meglio che sesto a Wengen ed ottavo a Kitzbuhel, ma a Garmisch è proprio tutta un’altra storia, e il più piccolo dei Frommelt è ben deciso a dimostrare di essere all’altezza del fratello maggiore. Piero Gros, detentore dell’alloro olimpico, è il migliore nella prima manche, 51″29, con Stenmark stavolta ad inseguire, 51″56, e Heidegger terzo in 51″73. Paul è subito dietro, quarto in 52″24, e se verosimilmente sembra fuori dai giochi per la vittoria, è invece perfettamente in corsa per una medaglia. E quando, nella seconda manche, Heidegger paga dazio alla tensione inforcando e Stenmark, con una serpentina all’altezza delle sua fama, scavalca Gros, 1’39″54 finale contro 1’40″20, ecco che il giovane Frommelt tiene a bada il tentativo di rimonta dell’asburgico Anton Steiner, lo anticipa di 0″27 centesimi e pure lui va a prendersi una meritata medaglia di bronzo

Hai capito il Liechtenstein? Sarà pure minuscolo, sarà pure compresso tra due colossi dello sci alpino, ma ha ragazzi veloci che quando c’è da scivolare a valle sanno farsi davvero rispettare.

ANDREW TONEY, IL CECCHINO A COMPLETARE I 76ERS CAMPIONI 1983

Philadelphia 76ers vs. Boston Celtics
Andrew Toney (n.22) coi 76ers – da:thesixersense.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il periodo di massimo splendore dei Philadelphia 76ers ad inizio anni ’80, durato un quadriennio e concluso con la conquista dell’agognato anello, ha avuto la sfortuna di combaciare con l’entrata nel Panorama del Basket Professionistico Usa della “fantastica coppia” destinata a monopolizzare l’attenzione per un decennio, nonché a risollevare le sorti della Lega, vale a dire quella formata da Larry Bird ed Earvin “Magic” Johnson che, accasandosi ai Boston Celtics ed ai Los Angeles Lakers rispettivamente, si aggiudicano 8 dei 9 titoli dal 1980 al 1988, eccezion fatta proprio per la citata impresa dei Sixers …

E sì che, quella del 1980, che viene sconfitta 2-4 in Finale dai Lakers del “Rookie” Johnson, è pur sempre una franchigia che può contare nelle sue file sulla presenza di assi quali il playmaker Maurice Cheeks, la guardia Doug Collins, l’ala grande Bobby Jones ed il centro Darryl Dawkins, oltre al genio incomparabile di “Dr. J”, al secolo Julius Erving …

Una formazione guidata in panchina dall’ex Sixer Billy Cunningham, capace di concludere la “regular season” con un record di 59-23 inferiore solo agli odiati Celtics nella “Eastern Conference”, poi spazzati via per 4-1 (96-93, 90-96, 99-97, 102-90 e 105-94) nella Finale di Conference, solo per cedere nella decisiva sfida, in 6 partite, di fronte all’inarrestabile impatto sulla NBA di “Magic” – 21,5 punti, 11.2 rimbalzi ed 8,7 assist di media nella serie – a supportare un ancor devastante (a dispetto dei suoi 33 anni …) Kareem Abdul-Jabbar che mette a referto 33,4 e 13,6 rimbalzi di media, con un apice di 40 punti e 15 rimbalzi in gara-5, vinta 108-103.

Ed ecco che, visto il non eccessivo apporto avuto dalle guardie in stagione regolare – 13,8 punti di media per Collns ed appena 9,0 da parte di Henry Bibby – al Draft che si svolge il 10 giugno 1980, i Philadelphia 76ers puntano le loro fiches sul non ancora 23enne Andrew Toney, proveniente da Louisiana …

Nato difatti il 23 novembre 1957 a Birmingham, in Alabama – non certo il miglior luogo al Mondo per vedere la luce, in un’epoca in cui ancora nel profondo Sud vigeva la segregazione razziale – il giovane Andrew si mette in luce allorché frequenta la “Charles B. Glenn High School”, per poi farsi apprezzare nel quadriennio alla “Southwestern Louisiana University” – l’attuale “University of Lousiana at Lafayette” – ancorché disputi una serie minore e poco reclamizzata quale la “Sun Belt Conference”.

A dare una mano ai Sixers in quel 10 giugno ’80 sono altresì alcune scellerate decisioni da parte di Club che avevano un diritto di scelta precedente al loro, in particolare iDenver Nuggets che si indirizzano sull’ala forte James Ray, successivamente passato alla Storia come “The Big Mistake” (“Il grande errore” …) per il suo scarso rendimento, così che, toccando di scegliere per ottavi, i Dirigenti di Philadelphia non si lasciano sfuggire la promettente guardia …

Ben piazzato fisicamente (191cm. per 81kg.), Toney non impiega molto a convincere Cunningham delle proprie possibilità ed, ancorché mai inserito, per dovere di anzianità rispetto agli altri compagni, nel quintetto iniziale, riesce comunque a ritagliarsi 23,6 minuti a partita, fornendo un contributo di 12,9 punti, 3,6 assist ed 1,9 rimbalzi di media ad una “regular season” che vede i 76ers concludere la stessa con un record di 62-20 pari a quello di Boston, ma con i Celtics ad avere comunque il vantaggio del fattore campo in un eventuale abbinamento nei Playoff.

Circostanza che puntualmente si verifica, data la chiara superiorità delle due franchigie rispetto al resto della “Eastern Conference”, con Boston ad avere ragione dei Chicago Bulls (4-0), mentre Philadelphia, dopo aver superato 2-0 Indiana, deve sudare le classiche “sette camicie” per eliminare (4-3, 99-98 in gara-7 …) i Milwaukee Bucks …

Una serie opaca, quella contro Milwaukee, per la matricola Toney, che però ha modo di riscattarsi nella Finale di Conference contro i Celtics, evidenziando quella che è destinata ad essere una delle sue caratteristiche peculiari, ovvero la freddezza al tiro nei momenti cruciali, tanto da riscuotere la fiducia dei suoi più affermati compagni, i quali gli affidano spesso l’ultima conclusione, pervenendogli la palla da un assist di Cheeks al pari di uno scarico di Erving …

Queste qualità si manifestano in tutta la loro interezza nei primi quattro incontri della serie, con Philadelphia a portarsi sul 3-1 dopo aver espugnato in gara-1 (105-104) il “Boston Garden” e Toney regolarmente in “doppia cifra” con, rispettivamente, 26, 35, 19 e 17 punti a referto …

Ma l’esito della serie fa presto a trasformarsi nel peggior incubo per o Sixers, i quali perdono le successive tre sfide sempre con il minimo scarto – 109-111 gara-5 dopo aver condotto 59-49 all’intervallo lungo, 98-100 gara-6 sprecando un vantaggio di 51-42 al riposo e 90-91 nella decisiva gara-7 dopo aver iniziato l’ultimo quarto in vantaggio 75-71 – anche per il ridotto contributo del 23enne dell’Alabama.

Ed anche se il titolo di “Rookie of the Year” va al pari ruolo Darrell Griffith, seconda scelta al Draft da parte degli Utah Jazz, Toney ha pur sempre dato conferma di poter dire la sua nella compagine di Philadelphia, che già dalla successiva stagione lo vede incrementare le proprie medie, sia in “regular che in post season”, portandole a 16,5 punti, 3,7 assist ed 1,7 rimbalzi in una stagione conclusa con un record di 58-24, nuovamente conclusa alle spalle (63-19) dei soli Celtics …

Celtics contro i quali Toney sembra esaltarsi elevando al massimo la rivalità tra le due franchigie, prova ne sia che su quattro incontri della stagione regolare mette a referto uno “score” superiore alle medie annuali, con il top di 30 punti nel successo per 123-115 allo “Spectrum” e di addirittura 38 nella sia pur sconfitta casalinga per 111-123.

Una caratteristica che Toney evidenzia ancor più allorché torna a ripetersi, a maggio 1982, la sfida per il titolo della “Eastern Conference”, con ancora Boston a godere del vantaggio del fattore campo ed illusosi di aver dato un duro colpo alle ambizioni dei Sixers con l’umiliante scarto di 40 (!!) punti (121-81) loro inflitto in gara-1 al Garden.

Niente di più sbagliato, poiché i 30 punti di Toney (13 su 22 dal campo e 4 su 6 dalla lunetta) in gara-2 consentono a Philadelphia di espugnare il parquet avversario, per poi portarsi nuovamente sul 3-1 dopo i due successi allo “Spectrum” per 99-97 e 119-94, gara in cui il 24enne dell’Alabama fornisce una prestazione superlativa, con un 14 su 21 dal campo ed 11 su 12 ai liberi per un totale di 39 punti …

Mai dare comunque per morti i Celtics – che mentre Philadelphia si aggiudicava le prestazioni di Toney al Draft ’80, prendeva la strada per Boston (terza scelta assoluta …) un “certo” Kevin McHale – i quali si riscattano in gara-5 con un netto 114-85 e, soprattutto, allungano la serie a gara-7 imponendosi allo “Spectrum” per 88-75 in una partita in cui la guardia è l’ombra di sé stesso, con un inguardabile 1 su 11 (!!) al tiro …

L’esito di gara-6 sta a testimoniare come oramai i Sixers non possano prescindere dalle qualità realizzative del loro esterno, e la riprova la si ha due giorni dopo, il 23 maggio 1982, allorché sulle tribune del Garden sfilano diversi tifosi vestiti da fantasmi per ricordare l’esito della precedente stagione …

Incubo che, in una sfida che vede Robert Parish mettere a segno 23 punti, mentre Bird e McHale vanno a referto con 20 a testa, viene scacciato dalla “serata di grazia” di Toney che piazza un 14 su 23 dal campo che, unito al 6 su 8 dalla lunetta, confeziona 34 punti per il 120-106 conclusivo, altresì impreziosito da 6 assist e 3 rimbalzi.

Successo che però – nonostante l’invito dei fans di Boston: “Beat L.A., beat L.A.” allorché si rendono conto dell’eliminazione dei propri beniamini – non è ancora sufficiente per poter avere la meglio su di un’orchestra che suona uno spartito a memoria come i Lakers, che replicano il 4-2 del 1980, nonostante che Toney si dimostri il “Best Scorer” della serie con 26 punti all’attivo, così da concludere le 21 gare dei Playoff con medie di 21,8 punti, 4,9 assist e 2,4 rimbalzi di media a partita, un miglioramento sensazionale.

Le performance contro i Celtics valgono altresì a Toney un “nickname” certamente di pessimo gusto, ovvero “The Boston Strangler” (“Lo strangolatore di Boston”) in quanto evoca l’uccisione di ben 13 donne avvenuta nella Capitale del Massachusetts tra il 1962 ed il ’64 ad opera di un serial killer, ma indubbiamente rende l’idea di cosa abbia rappresentato la guardia dell’Alabama agli occhi degli spettatori del “Boston Garden” …

Ma se la presenza di Toney può essere sufficiente per prevalere su Boston, non altrettanto si può dire nei confronti di Los Angeles, ed ecco allora che, nel successivo mercato estivo, il mosaico è completato da Philadelphia con l’unico tassello mancante, vale a dire l’ingaggio del centro Moses Malone, proveniente dagli Houston Rockets.

E con Toney, al suo terzo anno da Professionista, ad essere oramai inserito in pianta stabile in un quintetto base assieme a Cheeks, Mark Iavaroni, Erving e Malone, con validi rincalzi quali Clint Richardson e Bobby Jones, i Sixers portano a termine una fantastica “regular season” con un record di 65-17 inferiore solo al 68-13 dell’Era Chamberlain, nella quale il contributo della 25enne guardia si assesta su medie di 19,7 punti, 4,5 assist e 2,8 rimbalzi a partita, anche se stavolta non ha bisogno di incrementare le stesse nella “post season” data la devastante presenza di Malone sotto i tabelloni …

Per giungere alla Finale valida per l’assegnazione del titolo non è neanche necessario vedersela con i Celtics, clamorosamente spazzati via (0-4) da Milwaukee al secondo turno, mentre la ottimistica previsione di Malone – il celebre “Four, Four, Four”, ad intendere tre serie da completare in quattro sole partite – per poco non si avvera, concedendo l’onore delle armi solo a Milwaukee, che fa sua gara-4 (100-94) nella Finale di Conference …

La serie finale è logicamente contro i Lakers, dominatori assoluti ad Ovest, ma stavolta Jabbar e “Magic” devono abbassare la cresta di fronte al devastante duo costituito da Moses Malone (25,8 punti e 18,0 rimbalzi di media …) e da un Andrew Toney che, come d’abitudine, dà il meglio di sé stesso sotto pressione, con 25, 19, 21 e 23 punti nell’umiliante 4-0 ai danni di Los Angeles, per una media di 22,0 a partita, impreziosita da ben 5,8 assist (secondo solo a Cheeks con 6,0) e 2,3 rimbalzi, così da consegnare all’oramai 32enne “Doctor J” l’unico titolo della sua carriera.

Titolo che resta il solo anche per Malone e Cheeks, al pari di Toney, il cui determinante contributo alla conquista dell’anello viene in parte “oscurato” dalla popolarità presso i media di Erving e Malone, pur avendo il privilegio di essere per due “All Star Game” consecutivi, nel 1983 ed ’84 …

La “Squadra dei Sogni” non riesce a confermarsi nelle tre successive stagioni, mentre Toney, dopo altri due Tornei all’altezza della sua fama – 20,4 punti (suo “Personal Best” in carriera), 4,8 assist e 2,5 rimbalzi di media nel 1984 e 17,8 punti, 5t,2 assist (altrettanto “Personal Best” in carriera) e 2,5 rimbalzi nel 1985 – e che vedono i Sixers uscire sconfitti (1-4) nella Finale di Conference contro Boston, inizia a soffrire di una serie indefinita di infortuni che gli fanno saltare pressoché interamente la stagione 1986.

A peggiorare le cose, ci si mettono i media che non credono alla gravità dei suoi infortuni, onda cavalcata anche dal Proprietario dei Sixers dell’epoca, Harold Katz, che giunge addirittura ad accusare pubblicamente il suo giocatore di fare uso di droghe, infamia che ferisce profondamente l’oramai 30enne Toney tanto da indurlo, nonostante i test avessero dato esito negativo, ad abbandonare l’attività nel 1988, dopo sole 8 stagioni nell’Olimpo della NBA …

Ma se il trattamento riservato a Toney non è stato certo consono né ai suoi indubbi meriti che alla sua professionalità, a fare ammenda vi hanno pensato i suoi avversari, a cominciare da Charles Barkley, uno mai molto tenero nei giudizi, allorché dichiara come: “In quella squadra (i Sixers 1984-’85 …) erano in grado di fermarmi solo Moses ed Andrew, quest’ultimo grazie ad una potenza fisica fuori dal comune …”, un parere cui fa eco quello di chi se lo è trovato più spesso davanti, ovvero l’ex Celtic Danny Ainge, il quale ricorda che: “Appena arrivato a Boston, tutti mi misero in guardia nei confronti di Toney, un avvertimento di cui presi coscienza una volta venuto a contatto diretto con lui, assolutamente impossibile da marcare, in virtù di una prestanza fisica e competitività che ti incutevano un legittimo timore reverenziale …”.

L’ultima parola la lasciamo ad un coach, e non ad uno qualunque, bensì a Pat Riley, l’uomo dei 4 titoli NBA di Los Angeles negli anni ’80, il quale descrive Andrew Toney con poche, ma significative parole, vale a dire: “il miglior giocatore sotto pressione, assieme a Jerry West, nella Storia della NBA …!!

Ed allora, quando si rievoca la “Grande Stagione” 1983 dei Philadelphia 76ers, assieme ai vari Jervin, Cheeks e Malone, ricordatevi sempre di non dimenticare Andrew Toney, da Birmingham, Alabama …

 

PERIKLES KAKOUSIS, IL SOLLEVATORE GRECO CHE A ST.LOUIS 1904 VINSE L’ORO E TROVO’ UNA PATRIA

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Perikles Kakousis in azione – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Quel che c’è di curioso, per lo sport greco, è che se è vero che agli ellenici si deve non solo aver perpetrato nel corso dei millenni il culto delle Olimpiadi riadattando nella prima edizione moderna di Atene 1896 quelli che erano i giochi atletici disputati in era antica, altresì, dopo aver collezionato, come era logico attendersi, una dose massiccia di allori proprio nella rassegna inaugurale, dovettero fare i bagagli e sobbarcarsi un bel viaggio transoeceanico per poter conquistare altrove quella vittoria che non beneficiasse del supporto del pubblico amico. Che poi quella prima vittoria non autarchica abbia avuto come protagonista un campione di nome Perikles e sia stata colta in una disciplina come il sollevamento pesi, beh… non è proprio tutto frutto del caso, ma probabilmente qualche Dio di Olimpia ci ha messo lo zampino.

Perikles Kakousis, perché è di lui che stiamo parlando, è un giovanotto forzuto che vede i natali il 30 novembre 1878 ad Egina, isola del Golfo Saronico non troppo distante da Atene. E se da quelle parti la vita non è davvero facile, ecco che il giovane Perikles, costretto dalle circostanze, ovvero una povertà brutale, a lavorare pesante fin dall’età dell’adolescenza, rivela una forza non comune che lo spinge, ben presto, ad impegnarsi con il bilanciere.

Siamo agli albori del nuovo secolo, e se Kakousis non mostra davvero una tecnica raffinata in una disciplina che già ai Giochi di Atene del 1896 programma due competizioni, quella del sollevamento ad una mano e quella del sollevamento a due mani, premiando nell’un caso il britannico Launceston Elliot e nell’altro il danese Viggo Jensen, che si scambiarono di posizione nelle due prove relegando Alexandros Nikolopoulos e Sotirios Versis sul terzo gradino del podio, per poi non aver seguito quattro anni dopo a Parigi e tornare a disputarsi nell’edizione americana di St.Louis del 1904, solo per la gara di sollevamento a due mani, ha tuttavia una forza spaventosa che gli permette di eccellere all’atto di alzare pesi. E con la società alla quale è affiliato, e lo sarà sempre, anche quando si stabilirà definitivamente negli Stati Uniti, il Pan-Hellenic Athletic Club, ha modo di mostrare tutto il suo valore.

Già, gli Stati Uniti, che per Kakousis sono una chimera, l’eden sognato per potersi garantire un futuro migliore, e quando per la terza edizione delle Olimpiadi moderne, a far data 1904, viene scelta la città americana di St.Louis, ecco che per Perikles quel sogno sembra poter diventare realtà. Visto che quell’appuntamento a cinque cerchi di là dall’Atlantico diventa l’occasione per poter prendere cappello dalla Grecia e disegnarsi una nuova esistenza.

In effetti Kakousis a St.Louis non solo ci va, a gareggiare nel sollevamento pesi a due mani, ma pure, lui che, grazie ad una sovvenzione della Federazione Ellenica che ha grande interesse per la rassegna americana in previsione dei Giochi Intermedi del 1906 da disputarsi nuovamente ad Atene, fa parte di una comitiva che conta solo qualche maratoneta, tra cui Dimitrios Velouilis che termina quinto, e il lanciatore del disco Nikolaos Georgantas che si toglie la soddisfazione di salire sul gradino più basso del podio, a meritarsi gloria imperitura. Perché la gara che lo vede in lizza assieme agli americani Oscar Osthoff ed Oscar Olson a al tedesco Frank Kugler, Perikles la vince, è proprio il caso di dirlo, a mani basse.

I quattro forzuti del bilanciere si danno appuntamento il 3 settembre al Francis Field di St.Louis, e a differenza di quel che avverrà poi in seguito, i concorrenti non sono certo suddivisi in categorie, perché altrimenti dovrebbero gareggiare l’uno per conto proprio, ma sollevano insieme. E la stazza di Kakousis, che è 30 chili più pesante di Osthoff, fa tutta la differenza di questo mondo, con il greco che solleva 111,70 chilogrammi contro gli 84,37 chilogrammi dell’americano, con Kugler infine terzo con 79,61 chilogrammi sollevati. Perikles, che migliora il record del mondo e che qualche giorno prima con il Panellinios Gymnastikos Syllogos ha partecipato alla gara di tiro alla fune venendo eliminato al primo turno dal St. Louis Southwest Turnverein No. 1, diventa così il primo campione olimpico greco della storia dei Giochi capace di vincere lontano ad Atene, e questo exploit, nei decenni che verranno, gli sarà riconosciuto con l’istituzione del prestigioso torneo internazionale “Tofalos-Kakousis“, dedicato a lui e a quel Dimitrios Tofalos che vincerà a sua volta ai Giochi Intermedi del 1906.

Nel frattempo Kakousis, conquistata notorietà sportiva, si stabilisce definitivamente negli Stati Uniti, diventando, lui che sollevava come nessun’altro, anche lottatore professionista e, all’occorrenza, pugile. Ma sempre battendo bandiera greca, perché se è vero che gli Stati Uniti valgono una patria, è altrettanto vero che le origini, quelle, non si dimenticano mai.

FLAMENGO, IL CLUB PIU’ AMATO DEL BRASILE CHE VUOLE TORNARE A GIOIRE

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I giocatori festeggiano la Libertadores ’81 – da:copalibertadores.com  

Articolo di Giovanni Manenti

Rio de Janeiro, l’affascinante Metropoli che si estende per oltre un milione di chilometri quadrati ai piedi del Monte Corcovado sulla cui cima campeggia la statua del Cristo Redentore, riporta alla mente l’immagine delle sue sconfinate spiagge di Copacabana ed Ipanema, nonché del celeberrimo “Carnevale di Rio”, una kermesse della durata di quattro giorni che si snoda all’interno del Sambodromo, dove sfilano le migliori scuole di Samba della città …

Musica e danza, dunque, ma per gli appassionati di Calcio Rio è anche sinonimo di Maracanà, lo Stadio inaugurato nel 1950 in occasione della disputa dei Campionati del Mondo, pur se al suo interno si celebrò una della giornate più tragiche (sportivamente parlando …) della Storia della Nazionale brasiliana, ovvero la sconfitta per 1-2 contro l’Uruguay che costò alla Seleçao la conquista del titolo iridato, tanto da passare alla Storia con l’appellativo di “Maracanazo” …

Ma, se si parla di Maracanà, per associazione di idee non si può tacere del Club che più di ogni altro ne ha fatto uso nella Metropoli carioca, ovvero il Flamengo, la Società in assoluto più amata nel Paese con una stima di circa 35milioni di tifosi, parte dei quali compongono l’altrettanto celebre “Torcida rubro-negra” che non manca di far sentire il caloroso incitamento ai propri beniamini.

Flamengo che è altresì una delle “Big Four” del Calcio carioca – le altre sono Botafogo, Fluminense e Vasco da Gama – potendo oltretutto vantare il privilegio di essere stata fondata per prima, ovvero nel 1895, mentre di tre anni più tardi è la costituzione del Vasco, per poi completare il quartetto entro il 1904 con la nascita anche di Fluminense e Botafogo …

L’enorme superfice del Paese (oltre 8,5 milioni di metri quadrati …) e le oggettive difficoltà di comunicazione fanno sì che sino a fine anni ’50 si disputimo solo “Tornei Statali”, i cui più famosi, data l’importanza delle partecipanti, sono ovviamente il “Campionato Carioca”, riservato alle formazioni di Rio, e quello “Paulista”, al quale partecipano le squadre dello Stato di San Paolo, mentre basti pensare che un formato della Serie A brasiliana come si intende in Europa – ovvero con un Girone all’italiana con gare di andata e ritorno – ha luogo solo dal 2003, inizialmente con 24 Società iscritte, poi ridotte alle attuali 20.

In questo intreccio di formati, modifiche e regolamenti in cui il Calcio brasiliano ha vissuto per decenni – una delle cause degli scarsi successi a livello nazionale sino a fine anni ’50 – il Flamengo ha avuto modo di eccellere solo a far tempo dal 1911, allorché anche il Calcio entra a far parte del Club …

Già, perché se è vero che si tratta della Società più antica di Rio, non va dimenticato che la stessa venne fondata non per il “Futebol”, bensì per praticare il Canottaggio, da cui la denominazione tuttora mantenuta di “Clube de Regatas do Flamengo”, divenuta oggi una polisportiva, la cui sezione Calcio venne inserita la vigilia di Natale del 1911 grazie a dei calciatori del Fluminense in disaccordo con la propria Dirigenza, una delle ataviche ragioni per la successiva rivalità tra i due Club, peraltro principalmente limitata ai confronti diretti, con il Derby ad essere universalmente riconosciuto come il “Fla-Flu”, giocando sull’abbreviazione dei rispettivi nomi.

Non ci mette peraltro molto la formazione rossonera a convincere anche quei Soci che erano riluttanti alla creazione di una sezione dedicata al Calcio, sin dalla prima uscita che coincide – pur con tutte le riserve del caso – con la vittoria con il massimo scarto (un 16-2 ai malcapitati avversari dello Sport Club Mangueira, disputatasi il 3 maggio 1912 …), mentre risale al 7 luglio 1912 la prima sfida con la Fluminense, con quest’ultima ad affermarsi per 3-2 …

Difatti, servono solo un paio d’anni di ambientamento per iniziare a riempire la bacheca di Trofei, visto che dopo i secondi posti nel 1912 e nel ’13, il Flamengo fa suo il Campionato carioca nel 1914, per poi concedere il bis l’anno seguente addirittura senza subire sconfitte e, sino a fine del successivo decennio, sono altre quattro – 1920 (concluso anch’esso imbattuto), ’21, ’25 e ’27) – le occasioni in cui si aggiudica il titolo, oltre ad altrettante piazze d’onore.

E, dato che le ere pionieristiche servono soprattutto per vedersi “appiccicare” degli appellativi poi destinati, salvo rare eccezioni, a durare in eterno, ecco che i successi ottenuti dal Flamengo nel 1925 (stagione in cui si aggiudica anche cinque Tornei minori …) e 1927 inducono il popolare “Jornal do Brasil” ad indurre un referendum fra i propri lettori per sapere quale fosse la formazione più apprezzata, ed il prevalere sul Vasco da Gama fa sì che , da allora, il Club rossonero sia conosciuto in patria come “O mas querido do Brasil” (“Il più amato del Brasile”), un’etichetta anche scomoda, ma alla quale ha comunque cercato di fare onore negli anni …

Stagioni successive che vedono il passaggio al Professionismo già nel 1933 ed un secondo “Periodo di Gloria” coincidente con le tragiche vicende del Secondo Conflitto Mondiale, allorché il Flamengo mette in mostra due dei più grandi giocatori brasiliani di ogni epoca, ovvero il difensore Domingos da Guia – prelevato dal Boca Juniors dopo aver indossato la maglia del Vasco – il quale veste i colori rossoneri per 7 stagioni, dal 1937 al 1943, ed il fenomenale attaccante Leonidas da Silva, il “Diamante Nero”, proveniente dal Botafogo e celebre per le sue acrobazie, tra cui la rovesciata.

Vi è da dire che, se a livello di Club detti innesti portano i frutti sperati – con la conquista di quattro Campionati Carioca (1939 e dal 1942 al ’44) oltre ai secondi posti nel 1936-’38 e 1940-’41 – per quel che concerne la Nazionale esiste una sorta di “maledizione” per i giocatori del Flamengo allorché vengono selezionati in veste di punti di forza per i Campionati Mondiali, come testimonia la Rassegna Iridata di Francia 1938 in cui, nonostante Leonidas si laurei Capocannoniere con 7 reti nelle 4 gare disputate, il Brasile deve accontentarsi del terzo posto, sconfitto 1-2 dall’Italia in semifinale.

Un sortilegio a cui non sfugge neppure una delle stelle della Seleçao al ricordato Mondiale ’50, vale a dire il centrocampista offensivo Zizinho (al Flamengo dal 1939 al 1950 con 172 presenze ed 88 reti …), nonché il terzino Juvenal ed il difensore centrale Bigode, i quali hanno la sfortuna di indossare la divisa rossonera (dal 1949 al ’51 il primo, dal 1950 al ’52 il secondo …) proprio nel periodo della Rassegna Iridata …

Scaramanzie a parte – e, del resto, le cose non vanno meglio quattro anni dopo in Svizzera allorché i tre giocatori del Flamengo disputano tra tutti un solo incontro – gli anni ’50 si aprono positivamente con tre affermazioni consecutive (dal 1953 al ’55) nel Campionato Carioca, periodo in cui si mettono in luce giocatori del calibro di Dida (93 reti in 147 presenze tra il 1954 ed il ’63), Evaristo (futura stella del Barcellona, in rossonero dal 1953 al ’57) e Gerson, per un quadriennio, dal 1959 al ’63, idolo della Torcida per poi confermarsi con Botafogo e San Paolo, prima di vivere un periodo di appannamento allorché l’ago della bilancia in Brasile si sposta decisamente verso il Campionato Paulista, grazie all’emergere dell’infinito talento della “perla nera” Pelè che con il suo Santos domina i primi anni ’60, conquistando cinque titoli consecutivi della “Taça Brasil”, che dal 1959 assume la veste semi ufficiale di Campionato brasiliano.

Con l’introduzione del nuovo Torneo, i Campionati Statali perdono logicamente gran parte del loro interesse, considerata altresì la nascita, a far tempo dal 1960, della “Copa Libertadores” – l’equivalente della Coppa dei Campioni europea – che consegna anche ai Club sudamericani una dimensione internazionale, ed al Flamengo negli anni ’60 non restano che le briciole di altri due titoli carioca nel 1963 e ’65, mentre nel 1964 giunge in Finale nella “Taça Brasil” solo per essere nettamente sconfitto (1-4 e 0-0) nella doppia Finale da parte dell’invincibile Santos di quegli anni …

Nel frattempo si era, per una volta, sconfitta la “maledizione mondiale”, visto che tra i titolari della formazione che vede per la prima volta conquistare l’ambita Coppa Rimet in Svezia nel 1958 vi è l’ala sinistra Mario Zagallo, in forza al Club dal 1951 al ’58 (99 presenze ed 11 reti), mentre gli attaccanti Joel e Dida devono fare i conti con gli emergenti Garrincha e Vavà che li scalzano dai rispettivi ruoli di ala destra e centravanti.

Con il massimo Torneo Nazionale ad aver assunto dal 1971 l’attuale denominazione di “Campeonato Brasileiro Serie A” (comunemente altresì conosciuto come “Brasileirao” …), per le formazioni di Rio prosegue il periodo di “vacche magre”, laddove si consideri che, dal citato 1959 al 1979, in sole tre occasioni il titolo se lo aggiudica un Club carioca, equamente ripartito tra Botafogo (1968), Fluminense (1970) e Vasco da Gama che si impone nel 1974, a fronte di ben 14 successi delle squadre pauliste, oltre a tre vittorie (nel 1975, ’76 e ’79) dell’Internacional di Porto Alegre, grazie al fondamentale contributo di stelle quali il fortissimo difensore cileno Elias Figueroa (eletto “Miglior Calciatore sudamericano” per tre stagioni consecutive dal 1974-’76), nonché di una futura conoscenza del Calcio italiano quale Paulo Roberto Falcao e di Paulo Cesar Carpegiani, con quest’ultimo ad approdare al Flamengo nel 1977 …

Ma se gli anni ’70 sono stati avari di soddisfazioni ai massimi livelli nazionali – nonché come partecipazioni ai Mondiali, con nessun titolare nelle edizioni di Cile ’62 ed Inghilterra ’66 ed il solo Brito a far parte del Brasile vincitore a Messico ’70, ancorché abbia giocato in rossonero solo in quell’anno, per poi avere il solo Paulo Cezar convocato a Germania ‘74 – e mentre a livello statale si contano quattro successi (1972, ’74, ’78 e ’79), qualcosa di importante sta nascendo a livello di settore giovanile, prendendo forma quella che viene definita come la “Geraçao de Ouro” (“Generazione d’Oro”) destinata a condurre il Flamengo sul tetto del Mondo.

Un serbatoio da cui escono, in rapida successione, Campioni e futuri nazionali che rispondono al nome di Leo Junior (al Flamengo dal 1974 al 1984 e dal 1989 al ’93 dopo la parentesi italiana), Adilio (dal 1976 al 1987), Tita (dal 1977 al 1985, per poi vivere anche lui una stagione nella nostra Serie A), Leandro (dal 1978 al 90), Andrade (dal 1979 al 1987 prima di vivere una fugace e deludente apparizione alla Roma) e Mozer, che ne indossa la maglia dal 1980 al 1987, oltre ovviamente a lui …

Quel “lui” che non può essere altri che Artur Antunes Coimbra, universalmente conosciuto come Zico oltre che con l’appellativo di “Galinho” (“galletto”), il quale, con buona pace di Domingos e Leonidas, è a giusta ragione l’indiscusso simbolo del Club rubro-negro in forza non solo delle 370 reti messe a segno nelle 534 gare disputate, ma anche per l’immagine positiva che ha trasmesso del Flamengo in tutto il pianeta.

Peraltro l’unico giocatore della Società rossonera ad essere tra i ventidue selezionati per i Mondiali di Argentina ’78, Zico ed il Flamengo si impongono all’attenzione generale nel “quadriennio d’oro” che va dal 1980 al 1983, durante il quale, a livello statale, portano a casa solo il titolo nel 1981, avendo ben altri e più importanti obiettivi da centrare …

Rimasto, difatti, come il solo (tra le quattro grandi di Rio de Janeiro…) a non aver ancora vinto il Campionato brasiliano, il Flamengo colma detta lacuna affermandosi nel 1980, ’82 ed ’83, stagioni che vedono altresì Zico laurearsi Capocannoniere nel 1980 e nel 1982 in entrambi i casi con 21 reti, mentre nel 1983 ne mette a segno 17, per poi vivere il proprio “Anno di Gloria” nel 1981 …

Poiché, come riferito, dall’introduzione della “Copa Libertadores” il Flamengo non aveva mai avuto occasione di prendervi parte per gli scarsi risultati nel principale Torneo nazionale, ecco che, dopo l’affermazione nel “Brasileirao” ’80, ha finalmente l’opportunità di esordirvi, e lo fa nel modo migliore possibile …

Con una formazione che, oltre ai giocatori citati in precedenza, può altresì contare sull’estremo difensore Raul (acquistato nel 1978 dal Cruzeiro) e sull’attaccante Nunes, prelevato nel 1980 dal messicani del Monterrey dopo aver militato nella Fluminense, il Flamengo – la cui guida è stata affidata a Paulo Cesar Carpegiani ad attività agonistica appena conclusa – giunge imbattuto alla Finale contro gli altrettanto esordienti cileni del Cobreloa, ed ad ergersi quale indiscusso protagonista non può che essere il “Galinho” …

Dapprima Zico realizza nello spazio di mezzora le reti che consentono di superare 2-1 i cileni in un Maracanà riempito da quasi 94mila spettatori, per poi cedere solo nel Finale per 0-1 nel ritorno a Santiago, così da rendersi necessaria la disputa di uno spareggio che ha luogo in campo neutro il 23 novembre 1981 allo “Estadio Centenario” di Montevideo …

Ed è ancora Zico con una doppietta al 18’ ed a 11’dal termine a chiudere i conti per il 2-0 che laurea il Flamengo Campione sudamericano ed il fuoriclasse carioca Capocannoniere del Torneo con 11 reti in 13 incontri disputati, per poi fornire un altro spaccato della propria classe sopraffina venti giorno dopo, allorché i rossoneri sono chiamati ad affrontare i Campioni d’Europa del Liverpool nella sfida che ha luogo a Tokyo con in palio la Coppa Intercontinentale …

Trasformatosi stavolta nelle vesti di suggeritore, Zico sforma assist per i propri compagni, mandando per due volte in goal Nunes al 14’ ed al 41’, reti intervallate dall’acuto di Adilio poco dopo la mezzora a ribattere in rete una corta respinta di Grobbelaar su punizione calciata dallo stesso “Galinho, per un 3-0 interamente maturato nella prima frazione di gioco, nel mentre le giocate del fuoriclasse carioca fanno sì che venga premiato a fine partita come “Man of the Match”.

Questa volta è impossibile per il Commissario Tecnico Telé Santana non fare affidamento sui giocatori del Flamengo in vista dei Mondali di Spagna ’82, e difatti Leandro, Junior e Zico sono colonne portanti di una delle migliori formazioni nella Storia della Seleçao, ma come 44 anni prima in Francia nel 1938, è ancora l’Italia a spengerne i sogni di gloria con il famoso 3-2 allo “Estadio Sarrià” di Barcellona.

La “Squadra dei Sogni” è destinata a sfaldarsi a seguito del richiamo delle sirene (e dei ricchi contratti …) proveniente dal Vecchio Continente ed al quale neppure Zico è insensibile, sbarcando per un biennio in Italia acquistato dall’Udinese per poi far ritorno al vecchio amore giusto in tempo per vincere il suo ultimo Torneo Statale nel 1986, stagione in cui fa parte della rosa del Flamengo anche il “Dottore” Socrates, anch’egli reduce dall’esperienza nel Bel Paese nelle file della Fiorentina …

Purtroppo, un brutto infortunio ad un ginocchio causato da un duro contrasto con il difensore del Bangu Marcio Nunes, limita Zico al Mondiale di Argentina ’86, così da non poter coronare il sogno di conquistare il titolo iridato, per poi trasferirsi in Giappone per l’ultimo scampolo di carriera nel 1989 …

Non prima, però, di aver fatto da “chioccia” ad una nuova nidiata di talenti quali Jorginho, Edinho, Leonardo, Renato Gaucho, Bebeto e Zinho, con cui il Flamengo si aggiudica la “Copa Uniao” 1987 superando nella doppia Finale (1-1 ed 1-0, con Bebeto a segno in entrambi i casi …) l’Internacional, Torneo che avrebbe dovuto sostituire il Brasileirao per una temporanea scissione – ed al quale partecipano le migliori formazioni brasiliane – mentre lo Sport Recife si impone nel Campionato organizzato dalla CBF (Confederaçao Brasileira de Futebol), che inizialmente assegna il titolo ad entrambi i Club, ordinanza successivamente annullata dalla sentenza di una Corte Federale.

La diaspora dei riferiti campioni ad inizio anni ’90 è in parte compensata dal ritorno dall’Italia di Junior, che a 35 anni è ancora in grado di fornire un valido contributo alla conquista della “Copa do Brasil” 1990 (1-0 e 0-0 in Finale al Goias), Torneo che il Flamengo si aggiudica in seguito anche in tempi più recenti nel 2006 (2-0 ed 1-0 al Vasco da Gama) e nel 2013 (1-1 e 2-0 all’Atletico Paranaense), e, soprattutto, al Brasileirao 1992, dove i rossoneri sconfiggono in Finale i rivali del Botafogo, con il 38enne Junior ad incaricarsi di aprire le marcature sia nel 3-0 della gara di andata che nel 2-2 del ritorno – gare peraltro entrambe disputate in un Maracanà riempito da oltre 100mila spettatori – con i “Fogao” a salvare l’onore nei minuti finali allorché il punteggio complessivo era oramai sul 5-0 per i Rubro-negro …

Il successivo decennio vede il Flamengo – al pari di molte altre Società del Paese – alle prese con la crisi economica e costretto ad allestire rose composte da giovani promesse o da calciatori affermati che fanno la spola tra l’Europa ed il Sudamerica, tra cui resta famoso il trio di attacco del biennio 1995-’96 costituito dal giovane Savio (prodotto del vivaio e destinato ad affermarsi nel Real Madrid) e dai veterani Edmundo e Romario, con quest’ultimo reduce dall’esperienza con PSV Eindhoven e Barcellona, grazie al quale si afferma nel campionato Carioca 1996.

Oramai non vi è più la possibilità di formare una squadra che possa durare nel tempo – prova ne sia che nella Seleçao Campione del Mondo ad Usa ’94 quasi tutti gli undici titolari giocano all’estero – e le difficoltà finanziarie portano anche a rimpasti societari, con il Presidente Kléber Leite, in carica dal 1995, avvicendato nel 1999 da Edmundo dos Santos Silva, il cui inizio alla guida del Club consente di mettere in fila un tris di Campionati Statali (1999-’01), ma soprattutto di vedere il Flamengo tornare a trionfare a livello internazionale …

A 18 anni di distanza dal trionfo in Copa Libertadores nel 1981, i rossoneri si aggiudicano la “Copa Mercosur – così chiamata per distinguerla dalla “Copa Merconorte” in quanto quest’ultima destinata alle squadre rappresentanti delle Nazioni della parte Nord del Sudamerica (Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia e Venezuela) rispetto ad Argentina, Brasile, Cile, Paraguay ed Uruguay dell’altra, ancorché poi confluite nel 2002 in un’unica “Copa Sudamericana – una sorta di “Europa League” d’oltreoceano, superando in due emozionanti Finali il Palmeiras, grazie al 4-3 (doppietta di Caio, l’oggetto misterioso di Inter e Napoli ..) dell’andata a Rio ed al 3-3 al ritorno al San Paolo, dopo che a 20’ dal termine i “Verdao” conducevano per 3-1.

Ma quello che poteva sembrare un vento di riscossa, si trasforma viceversa in una tempesta per il tracollo finanziario della Società ISL, che aveva sottoscritto un importante accordo di Sponsor con la Società, determinando la decadenza di Edmundo dos Santos Silva dalla guida del Club e, per i tifosi, un quinquennio di sofferenze, con il Flamengo a rischiare la retrocessione in Serie B nel 2001, ’02, ’04 e soprattutto nel 2005, una delle peggiori stagioni nella Storia della gloriosa Società rossonera, a lungo in zona retrocessione e salvata solo dall’arrivo in panchina del tecnico Joel Santana, che inanella una serie di 9 risultati utili consecutivi, così da salvare una tale umiliazione …

Pur in tale precarietà, il Flamengo era comunque riuscito a giungere in Finale della “Copa do Brasil” nel 2003 e ’04, rispettivamente sconfitto da Cruzeiro (1-1 ed 1-3) e dal Santo André (2-2 e 0-2) – stagioni in cui brillano il portiere Julio Cesar (futura stella in Italia dell’Inter) ed il difensore Athirson – Torneo che, come già anticipato, fa suo nel 2006, prima di completare, per la quinta volta nella Storia, un tris di successi consecutivi (2007-’09) nel Campionato carioca, circostanza che lo porta a superare la Fluminense (31 a 30 all’epoca …) come numero di titoli vinti, un divario ad oggi incrementato con 35 a 31.

In questo “Up and Down” di prestazioni, il Flamengo si risolleva dal ricordato “quadriennio buio” e conclude i successivi quattro Tornei di Serie A undicesimo nel 2006 (ma qualificato per la Copa Libertadores in forza della citata vittoria nella Copa do Brasil), terzo nel 2007 e quinto nel 2008, prima di compiere l’impresa di tornare a vincere il titolo nazionale nel 2009, a 17 anni di distanza dall’ultimo trionfo, grazie ad un incredibile Girone di Ritorno dopo aver chiuso l’andata in decima posizione, potendo festeggiare all’ultima giornata con il 2-1 in rimonta sul Gremio in un Maracanà gremito da quasi 85mila spettatori, e con il determinante contributo di un Adriano che, sia pur appena 27enne, disputa la sua ultima stagione ad alto livello con 19 centri nelle 30 occasioni in cui scende in campo, tanto da laurearsi Capocannoniere a pari merito con Diego Tardelli dell’Atletico Mineiro …

Quello del 2009 si rivela però un illusorio “fuoco di paglia”, con il Flamengo incapace di confermarsi negli anni a seguire – fatto salvo un quarto posto nel 2011 – e rischiando un’altra retrocessione del 2013, sia pur nella stagione che lo vede conquistare la sua terza “Copa do Brasil”, così come in campo internazionale, dopo essere stato sconfitto ai rigori dal San Lorenzo nella Finale della “Copa Mercosur” 2001, solo nel 2010 raggiunge i Quarti della Copa Libertadores, sconfitto (2-3 e 2-1) dall’Universidad de Chile per la norma del valore doppio delle reti segnate in trasferta.

Un torpore dal quale il Flamengo si risveglia nell’ultimo quadriennio, che lo vede terzo nel Brasileirao 2016, sesto l’anno seguente e secondo la scorsa stagione, sia ad 8 punti (80 a 72) di distacco dai Campioni del Palmeiras, mentre fuori dai confini nazionali raggiunge la Finale della “Copa Sudamericana” 2017, sconfitto (1-2 ad Avellaneda, 1-1 al Maracanà) dagli argentini dell’Independiente, per poi essere eliminato dai connazionali del Cruzeiro agli Ottavi nell’edizione 2018 della Libertadores …

Ma per la “Charanga Rubro-Negra” (la celebre torcida rossonera) i tempi grami sembra stiano per finire, visto che mentre scriviamo il Flamengo si sta preparando a scendere in campo – per la prima nella storia della Manifestazione in gara unica in campo neutro, dopo gli scontri tra le opposte tifoserie nella sfida tra River Plate e Boca Juniors della scorsa stagione – allo “Estadio Monumental” di Lima per affrontare i detentori del Trofeo del River Plate (già con quattro Trofei in bacheca …) nella Finale della “Copa Libertadores” 2019 dopo aver già praticamente messo al sicuro il ritorno al successo nel Brasileirao, con 13 punti di vantaggio sul Palmeiras a sole 5 giornate dal termine.

E’, quella di quest’anno, una formazione affidata al tecnico portoghese Jorge Jesus – vincitore di tre titoli e di una Coppa nazionale con il Benfica Lisbona – e che ha nell’attacco il suo punto di forza, già 73 volte a segno in Campionato e con i suoi due cannonieri principe (Gabriel Barbosa e Bruno Henrique) in vetta alla graduatoria dei Marcatori, con 22 e 18 centri rispettivamente, avendo altresì messo a segno 7 e 5 reti nella competizione continentale …

Mai, nella Storia del Club, si è verificata l’accoppiata Brasileirao/Copa Libertadores, circostanza che renderebbe a Jorge Jesus una “Gloria Immortale”, ed oramai manca solo l’ultimo scalino, anche se il più difficile …

E, diciamolo sottovoce, ma la gara di spareggio contro i cileni del Cobreloa che vide, per la prima (e sinora unica …) volta, trionfare il Flamengo nel 1981, si era disputata proprio il 23 novembre …

Ogni tipo di scongiuro è accettato …

 

ALLE OLIMPIADI DI PECHINO DEL 2008 ELENA DEMENTIEVA SI SCROLLA DI DOSSO LA FAMA DI ETERNA SECONDA

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La felicità di Elena Dementieva – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Elena Dementieva si è costruita la fama, non proprio appetibile per chi pratica sport ad altissimi livelli, di eterna seconda del tennis femminile. In effetti questa ragazza russa, nata a Mosca il 15 ottobre 1981, quando si presenta alle Olimpiadi di Pechino del 2008 per difendere le chances del suo paese nella gara di singolare, vanta sì già nove vittorie sul circuito maggiore, che poi all’atto di appendere la racchetta al chiodo, a far data fine 2010, diventeranno sedici, ma quando si è trattato di provare a vincere uno dei tornei che regalano l’immortalità tennistica, ovvero una delle quattro prove dello Slam, ha sempre sbattuto il bel musetto contro giocatrici più forti di lei.

Professionista dal 1999, quando è già protagonista con la sua nazionale della finale di Federation Cup contro gli Stati Uniti, la Dementieva, che ha due buonissimi colpi da fondocampo, corre veloce ed è tatticamente astuta, nel 2000 inizia il suo lungo corteggiamento ad uno dei tornei Major, guadagnando la semifinale agli Us Open dove, dopo aver battuto Conchita Martinez ed Anke Huber che, a differenza di lei, sono accreditate dello status di testa di serie, si arrende a Lindsay Davenport, 6-2 7-6.

E’ solo il primo di una lunga serie di piazzamenti negli Slam che nobilitano la carriera della tennista russa, che dopo quel primo risultato di prestigio, scala rapidamente le classifiche, tanto che raggiungerà il suo best ranking con il numero 3 nell’aprile del 2009, salendo sul podio alle Olimpiadi di Sydney del 2000 quando è medaglia d’argento, battuta in finale da Venus Williams che fa valere i diritti di una classe superiore, 6-2 6-4. Come vedremo tra poco, l’arengo a cinque cerchi risulterà diventare il teatro preferito da Elena per le sue esibizioni tennistiche.

Ma torniamo agli Slam, con la Dementieva che nel 2004, dopo un triennio in cui ha palesato costanza di rendimento ma a livelli meno probanti di quelli sperati fermandosi per ben sei volte agli  ottavi di finale, opera il salto di qualità, volando in finale sia al Roland-Garros, dove paga dazio all’emozione e viene demolita dalla connazionale Anastasia Myskina che la supera con un inequivocabile 6-1 6-2, sia agli Us Open, dove registra il suo gioco ed approccia il match col giusto piglio, andando nondimeno ad infrangersi contro la solidità di un’altra russa di prima fascia, Svetlana Kuznetsova, che la batte con il punteggio di 6-3 7-5.

E se negli anni successivi la Dementieva sarà ancora semifinalista in Australia, a Parigi e nuovamente a Flushing Meadows, fermandosi al penultimo atto anche a Wimbledon nel biennio 2008/2009 quando saranno le due sorelle Williams, prima Venus e poi Serena, con cui Elena darà vita ad un match memorabile risolto 6-7 7-5 8-6 a favore dell’americana, costretta ad annullare un match-point sul 4-5 del set decisivo, a spengere il suo sogno di imporsi in un grande torneo, ecco che proprio nel 2008 si rinnova l’appuntamento olimpico, che già ha regalato soddisfazioni non da poco alla ragazza moscovita, appunto con l’argento del 2000. E se ad Atene, nel 2004, la Dementieva fu costretta ad ingoiare il boccone amaro dell’eliminazione all’esordio contro Alicia Molik, stavolta, al Nacional Tennis Center di Pechino, sta per andare incontro al suo momento di gloria.

Il torneo, in effetti, non è certo avaro di sorprese, fin da subito. Si comincia con il forfait della prima giocatrice del seeding, la serba Ana Ivanovic, vincitrice al Roland-Garros, costretta a ritirarsi ancor prima di scendere in campo al primo turno per un infortunio al pollice; si prosegue poi con la precoce eliminazione al debutto di Svetlana Kuznetsova, numero tre del tabellone, che esce per mano della cinese Li Na, 7-6 6-4, trascinata al successo dal sostegno del pubblico amico. Le favorite al titolo sono le due sorelle Williams, Serena numero quattro e Venus numero sette, mentre velleità di medaglia le coltivano Jelena Jankovic, numero due, e Dinara Safina, numero sei, così come non si escludono le chances della stessa Dementieva, apparentemente per occupare uno dei due gradini più bassi del podio.

Dopo l’inizio con il botto, il secondo turno non riserva sorprese clamorose, ad eccezione della sconfitta della polacca Radwanska, numero otto, con Francesca Schiavone, che si impone con il punteggio di 6-3 7-6. Ma l’azzurra esce poi agli ottavi con Vera Zvonareva, 7-6 6-4, e l’armata russa comincia a far paura, portando ben tre atlete nei quarti di finale, con la Dementieva che fa fuori la danese Wozniacki e la Safina che in due set batte la cinese Zheng.

I quarti di finale segnano la clamorosa uscita di scena delle sorelle Williams, con Serena che si fa rimontare un set dalla Dementieva e Venus che soccombe alla potenza nei colpi di rimbalzo di Li Na, beniamina del pubblico di casa, mentre la Zvonareva avanza ancora in tre sofferti set con l’austriaca Bammer e la Safina a sua volta infrange i sogni della Jankovic, seconda favorita del torneo eliminata in tre set.

In semifinale, dunque, solo la cinese Li Na può sperare di negare alla Russia una clamorosa tripletta, ma l’orientale esce sconfitta da due set tiratissimi con la Safina, 7-6 7-5, che vola in finale ad affrontare la connazionale Dementieva, a sua volta vincitrice 6-3 7-6 nel derby con la Zvonareva, vittima dell’emozione.

La finale rappresenta per le due avversarie, Dementieva e Safina, l’occasione per conquistare il successo di maggior prestigio della carriera, ma se Dinara dopo aver vinto il primo set denuncia carenze emotive che anche in seguito le impediranno di ottenere un grande trionfo in un torneo del Grande Slam pur raggiungendo la prima posizione della classifica mondiale, Elena, che ha più o meno gli stessi problemi della sua avversariae, invece ha grinta e carattere che a dispetto di un gioco non scintillante le consentono di rimontare e vincere infine con il punteggio di 3-6 7-5 6-3, mettendosi così al collo la medaglia d’oro. La Russia completa poi un fantastico tris sul podio con la Zvonareva che nella finale per il bronzo batte la Li Na 6-0 7-5.

E così Elena Dementieva, sempre respinta dai tornei dello Slam, si consola con l’oro di Olimpia. Che regala un posto tra gli immortali dello sport, e non è davvero un semplice premio di consolazione per chi si è fatta la fama di eterna seconda.

HELENE MADISON, LA REGINA DELLO STILE LIBERO CHE NON CONOSCEVA SCONFITTA

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Lenore Kight ed Helene Madison ai Giochi di Los Angeles ’32 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Sino a che, a partire dagli anni ’90, anche il Nuoto non ha visto i propri Campioni poter beneficiare del supporto di Sponsor così da aver modo di prolungare le rispettive carriere, era alquanto difficile vedere dei nuotatori prolungare la loro attività – specie negli Stati Uniti – oltre il periodo universitario, dato che solo all’interno dei College vi erano sia le strutture che i tecnici a cui poter fare riferimento …

Tutto ciò accadeva in entrambi i settori, sia maschile che femminile, con quest’ultimo forse maggiormente penalizzato in quanto molte fuoriclasse emergevano anche in più giovane età – nel periodo pre-universitario, per intendersi – così che la loro attività ai massimi livelli spesso si riduceva al massimo a due/tre stagioni, con uno degli esempi più eclatanti costituito dall’australiana Shane Gould, vincitrice di ben 5 medaglie (3 Ori, un argento ed un bronzo) non ancora 16enne alle Olimpiadi di Monaco 1972, nonché detentrice, a fine anno 1971 di tutti i record mondiali a stile libero, dai 100 ai 1500 metri, e ritiratasi dalle scene a soli 17 anni.

Una situazione a cui non sfugge neppure la protagonista della nostra Storia odierna, pur se ben più remota nel tempo, risalendo la sua carriera agli inizi degli anni ’30, ma molto simile a quella della citata australiana per quanto attiene ai primati assoluti stabiliti, ancorché, al contrario, penalizzata da un programma natatorio al tempo alquanto ridotto in sede olimpica …

Il riferimento va all’americana Helene Emma Madison, nata il 19 giugno 1913 curiosamente proprio a Madison, Capitale dello Stato del Wisconsin, anche se poi si trasferisce con la propria famiglia sulla costa occidentale del Paese, ovvero a Seattle, dove ha l’opportunità di iniziare a praticare il Nuoto, dimostrando sin da subito le proprie innate qualità affermandosi, appena 15enne, ai “Northwest High School Championships” nel 1928.

Gli anni a seguire vedono la giovane Helene scalare in fretta i vertici del Nuoto Mondiale, potendo contare sulla guida del celebre coach Ray Daughters – introdotto nel 1971 nella “International Swimming Hall of Fame” – che proprio grazie alla Madison ed all’altro stileliberista Jack Medica, entrambi appartenenti al “Washington Athletic Club”, deve la sua fama, consolidata in seguito con il ruolo di Capo Delegazione degli Usa in varie edizioni dei Giochi Olimpici …

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La Madison con il coach Ray Daughters – da:sportspressnw.com

Trovatasi ad inaugurare gli anni ’30 dopo un precedente decennio in cui i primati mondiali a stile libero sono stabiliti esclusivamente dalle proprie connazionali, la 17enne Madison non si perde certo d’animo, imprimendo ad ogni distanza il proprio marchio di fabbrica, con il primo acuto a giungere ad inizio marzo 1930, allorché, nello spazio di una settimana, prima migliora il 6 marzo con il tempo di 2’34”6 il record sui m.200sl detenuto dalla Martha Norelius (di cui abbiamo recentemente trattato …) che resisteva da quattro anni, e quindi, ad otto giorni di distanza, fa suo anche il limite sui m.100sl, nuotando la distanza in 1’08”0, inferiore di 1”4 a quello di Albina Osipowich, stabilito sette mesi prima.

Un primato, quest’ultimo, che la Madison migliora l’anno seguente, il 20 aprile 1931, con 1’06”6, stagione che la vede togliere alla Norelius anche i record sui m.400sl – abbassato di oltre 8” (!!), da 5’39”2 a 5’31”0 il 3 febbraio ’31 – ed i m.1500sl, nuotati in 23’17”2 il 15 luglio con uno straordinario miglioramento di 27”4 (!!) rispetto al precedente limite, mentre ad inizio luglio 1930 aveva fatto suo anche il primato sui m.800sl, ma calcolato sulla distanza delle 880yd, coperta in 11’41”2 …

Potrete pertanto comprendere quale incetta di medaglie avrebbe potuto mietere la Madison ai Giochi di Los Angeles 1932 qualora nel programma olimpico fossero state comprese, come ai nostri giorni, le prove sui m.100, 200, 400 ed 800sl, oltre alle due staffette 4×100 e 4x200sl, mentre all’epoca le nuotatrici potevano gareggiare solo sui m.100 e 400sl, oltre alla staffetta 4x100sl.

Un’ipotesi, quest’ultima, suffragata da un dato a dir poco spaventoso, e cioè che nei suoi tre anni di attività, la Madison si è aggiudicata tutti i titoli a stile libero ai Campionati Nazionali a cui ha preso parte, un evento che, unito ai trionfi olimpici, le consegna quell’aureola di imbattibilità che non ha eguali nel panorama natatorio di ogni epoca, pur con la riserva del ridotto arco temporale.

Non possono, pertanto, esservi dubbi sul ruolo di favorita della Madison allorché si presenta ad inizio agosto 1932 allo “Swimming Stadium” di Los Angeles, costretta altresì a risollevare le sorti del Nuoto Usa che, in campo maschile, subisce una autentica disfatta da parte dei nuotatori giapponesi, i quali si aggiudicano 5 delle 6 gare in programma, conquistando altresì 11 delle 16 medaglie in palio, con l’onore a stelle e strisce salvato dal solo Buster Crabbe, che si impone sui m.400sl …

La prima gara che vede la Madison scendere in acqua sono i m.100sl, con batterie previste al 6 agosto, semifinali all’indomani e Finale l’8 agosto 1932, con il precedente Record olimpico di 1’11”0 stabilito dalla ricordata Osipowich quattro anni prima ad Amsterdam a cadere pressoché ogni volta che le ragazze escono dai blocchi di partenza …

Ma l’esito delle qualificazioni, con l’americana ad imporsi sia in batteria che nella seconda delle due semifinali, mette qualche dubbio sulla sua prevista vittoria, dato che nella prima serie l’olandese Willy den Ouden – che poi toglierà alla Madison i primati mondiali dai m.100 ai 400sl – scende sino ad 1’07”6, ad un solo 1” secondo dal limite assoluto, trascinandosi dietro le altre due americane Eleanor Saville e Josephine McKim, accreditate del medesimo tempo di 1’08”8 …

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La den Ouden e la Madison dopo la Finale dei m.100sl – da:gettyimages.it

Ecco quindi che, alle ore 15:00 dell’8 agosto 1932, quella che sembrava una vittoria scontata per la primatista mondiale appare ora più incerta, come devono pensare i 10mila spettatori presenti in tribuna, ma non si è la migliore del pianeta per caso, ed ecco che in Finale la Madison esprime al meglio tutto il proprio potenziale, andando a prevalere con il tempo di 1’06”08 che la porta a sfiorare il proprio record, viceversa inavvicinabile per le altre, con l’olandese a doversi consolare con l’argento in 1’07”8 mentre tocca alla Saville completare il podio migliorandosi anch’essa sino ad 1’08”2.

Due giorni di riposo per poi tornare in acqua per le batterie dei m.400sl, dove la Madison scopre un’altra temibile avversaria nella connazionale Lenore Kight, che fa registrare il miglior tempo di 5’40”9 nonché Record olimpico, mentre le semifinali all’indomani sono nuotate di conserva da parte delle favorite, ivi compresa la Madison, impegnata quale ultima frazionista della staffetta 4x100sl, che si aggiudica la Medaglia d’Oro con il primato mondiale di 4’38”0, precedendo i quartetti olandese e britannico.

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La partenza della Madison quale quarta frazionista delle 4x100sl – da:gettyimages.it 

Con già due Ori al collo, la Madison ha pertanto la possibilità di eguagliare l’impresa compiuta dalla connazionale Ethelda Bleibtrey ai Giochi di Anversa 1920, dove si era affermata, oltre che sui m.100sl e con la staffetta 4x100sl, in un’anomala e mai più nuotata distanza dei m.300sl, ma la concorrenza della Kight si dimostra tutt’altro che semplice da superare …

Le due americane, difatti, prendono immediatamente il largo rispetto al resto delle finaliste, con la primatista mondiale a fare l’andatura e la connazionale a non mollare di un centimetro, tanto da sopravanzare la Madison a metà della penultima vasca solo per scatenare la reazione di quest’ultima che si riprende la testa alla virata dei 350 metri per poi dar vita ad un appassionante “testa a testa” che infiamma il pubblico, dato che entrambe frantumano il Record mondiale, con la primatista ad avere alfine la meglio (5’28”5 a 5’28”6) per appena un 0”1 decimo di secondo (!!), mentre la sudafricana Jenny Maakal, che completa il podio, giunge a quasi 20″ di ritardo.

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Madison, Kight e Maakal, il podio dei m.400sl – da:gettyimages.it

Da Los Angeles ad Hollywood il passo è breve, e la 19enne Helene – che la sera della sua terza Medaglia d’Oro festeggia ballando al “Coconut Grove” con Clark Gable – ne resta affascinata, sperando in una carriera cinematografica in un’epoca in cui le nuotatrici sono richieste dall’industria della celluloide sulla scorta del successo avuto da Johnny Weissmuller nel ruolo di Tarzan …

Purtroppo per lei, l’esperienza si limita a due apparizioni nei film “The Human Fish” (1932), in cui interpreta se stessa, ed in un ruolo quanto mai marginale in “The Warrior’s Husband” (“La Disfatta delle Amazzoni” in Italia, 1933), per poi tentare senza grossa fortuna ulteriori esperienze quali animatrice in un Night Club, istruttrice di Nuoto ed impiegata nei Grandi Magazzini, salvo quindi ritrovarsi, nel 1935, a svolgere il compito di infermiera in un Ospedale a Seattle …

Analogamente poche soddisfazioni riserva alla Madison la vita sentimentale, costellata da tre matrimoni naufragati in altrettanti divorzi e neppure la nascita di una figlia le consente di godere di una auspicata serenità, ritrovandosi a morire da sola il 28 novembre 1970, ad appena 57 anni, con l’unica compagnia derivante dal proprio gatto siamese, vittima di un tumore alla gola …

Di lei resta pertanto solo il ricordo di una “Nuotatrice che non ha conosciuto sconfitta ed alla quale, quantomeno, è stata riservata un’ultima gioia della sua esistenza allorché, nel 1966, le viene concesso l’onore di essere introdotta nella “International Swimming Hall of Fame” …