LA DOPPIETTA 2000 E 2002 DI IAN POULTER ALL’OPEN D’ITALIA

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Ian Poulter con il trofeo del vincitore nel 2002 – da houseofgolf.it

articolo di Nicola Pucci

La bellissima storia dell’Open d’Italia nasce nel lontano settembre 1925, quando al Golf Club Alpino di Stresa, sul Lago Maggiore, Francesco Pasquali è il primo vincitore della rassegna golfistica nazionale più importante. Non era, ad onor del vero, quella prima memorabile edizione aperta proprio a tutti, tant’è che solo tre concorrenti si presentarono sul tee di partenza, Pasquali stesso e i due britannici William H. Jolly e Luigi Prette, che in quel lontano giorno di settembre, contravvenendo l’etichetta che imponeva di vestire giacca e cravatta, si tolsero l’abito e colpirono la prima, storica pallina “tricolore“.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da quel dì, e se nel frattempo l’Open d’Italia ha acquisito importanza non da poco, tanto da esser uno dei pochi tornei dell’European Tour ad essersi sempre disputato da quando, nel 1972, è nato il principale circuito continentale, nondimeno ha celebrato giocatori capaci di far poker, quali il giovane francese Auguste Boyer e il belga Flory Van Donck, italiani che hanno aperto la strada, leggi Ugo Grappasonni e Baldovino Dassù, e campioni dall’invidiabile palmares, per citarne alcuni Peter Thomson, Tony Jacklin, Bernhard Langer, Sandy Lyle, Sam Torrance e Greg Norman, diventando, pure, trampolino di lancio per promettenti golfisti che dall’Italia hanno spiccato il volo per una brillante carriera.

Ian Poulter, ad esempio, inglese di Hitchin classe 1976, che ha iniziato a giocare a quattro anni, avviato al golf da papà Terry e dal fratello maggiore Danny, praticando al Chesfield Downs Golf Club, e che all’alba del nuovo Millennio, anno 2000, è per la prima volta nell’entry-list dell’Open d’Italia in qualità di giocatore poco noto al grande pubblico ed ancora a secco di successi, se si esclude la vittoria all’Open della Costa d’Avorio, valido per il Challenge Tour. Poulter ha talento, questo è indubbio, e quel che sarà poi la sua carriera lo dimostrerà al punto da diventare una sorta di eroe della Ryder Cup,  vincendola quattro volte e risultando decisivo nella memorabile edizione di Medinah del 2012, ma è pure giocatore che ama farsi notare per comportamenti poco conformi all’etichetta e l’abbigliamento stravagante.

Nel 2000, dunque, l’Open d’Italia trova accoglienza dal 26 al 29 ottobre al Circolo Golf Is Molas, nei pressi di Pula, in Sardegna, e se lo scozzese Dean Robertson difende il titolo vinto l’anno precedente al Circolo Golf Torino La Mandria battendo di un colpo un certo Padraig Harrington, lo stesso Sam Torrance, vincitore nel 1987 e nel 1995, Costantino Rocca, che è il numero d’Italia, il gallese Ian Woosnam, che vinse il Masters nel 1991, e il danese Thomas Bjorn, fresco di secondo posto all’Open Championship alle spalle di Tiger Woods, sono i campioni più attesi alla recita. Recita alla quale prendono parte anche Francesco Molinari, che di lì a poco, 8 novembre, sarà maggiorenne, il fratello Edoardo, di un anno più anziano, un altrettanto promettente Justin Rose, che di anni ne ha 20, e Lee Westwood, già affermato sul Tour tanto che a fine anno, con cinque successi in stagione, vincerà proprio il premio di Europen Tour Golfer of  The Year, come già era stato capace di fare nel 1998.

E poi c’è proprio Poulter, al primo anno sul circuito, che già al primo giro, chiuso con uno score di 66 colpi, sei sotto il par, si piazza in seconda posizione, appaiato, tra gli altri, ad Emanuele Canonica e allo svedese Pierre Fulke, e ad un colpo dal quartetto al comando composto da Sam Torrence, Van Phillips, Eamonn Darcy e dal francese Benoit Teilleria. Decisamente costante nel rendimento, l’inglese piazza un secondo giro in 67 colpi, cinque sotto il par, appaiando lo spagnolo Francisco Cea che fa segnare il miglior score di giornata, 63 colpi, ed ancora rimanendo ad un colpo dalla testa della classifica, che a metà torneo è occupata dalla coppia oceanica formata dall’australiano Richard Green e dal neozelandese Elliot Boult. E nel mentre Francesco Molinari, Bjorn e Dassù non passano il taglio, ecco che Poulter, sicuro dal tee ed abilissimo sui green, segnando uno score al terzo giro di 65 colpi, ben sette sotto il par, balza prepotentemente al comando con tre colpi di vantaggio sulla concorrenza, che prima delle ultime, decisive 18 buche, risponde al nome dello stesso Cea, dell’argentino Ricardo Gonzalez, del sudafricano Roger Wessels e di Van Phillips, curiosamente tutti artefici di uno score di 68 colpi. Per la prima volta in testa ad un evento dell’European Tour all’apertura dell’ultima giornata, Poulter dimostra di saper gestire la pressione, facendo è vero segnare il peggior score personale del torneo, comunque 69 colpi, tre sotto il par, ma contenendo il tentativo di rimonta di Gordon Brand jr., veterano di lungo corso con otto vittorie sull’European Tour, che rinviene ad un colpo di distanza, infine arrendendosi, 268 colpi totali contro i 267 di Poulter, che trionfa e mette in bacheca il primo titolo pesante della carriera. Non sarà davvero l’ultimo.

Meritatosi l’ambito premio di Sir Henry Cotton Rookie of the Year, e dopo aver vinto nel 2001 l’Open del Marocco, battendo David Lynn, nonché collezionando i primi due piazzamenti all’Open Championship, 64esimo nel 2000 e 50esimo nel 2002, proprio nel 2002 Poulter, che l’anno prima ha difeso il titolo ad Is Molas con un onorevolissimo terzo posto a tre colpi dal francese Gregory Havret, è nuovamente pronto ad inseguire il bis italiano, stavolta sui campi del Golf Club dell’Olgiata, alle porte di Roma, dove il torneo aveva già trovato ospitalità nel 1973, quando a vincere fu Tony Jacklin. Stavolta Poulter deve fronteggiare un campo di partecipanti che chiama alla battaglia, oltre ad Havret stesso che sarà però costretto al ritiro nel corso del secondo giro, ancora Rocca, Edoardo e Francesco Molinari, Rose, un certo Anders Forsbrand, campioni dal futuro assicurato come Padraig Harringotn, Henrik Stenson, Graham McDowell, nonché l’argentino Angel Cabrera e quel Paul Lawrie che altri non è che il vincitore dell’Open Championship del 1999. E migliore entrata in gara Poulter non poteva proprio immaginare, segnando uno score al primo giro di soli 61 colpi, dieci sotto il par, che ad oggi è il record ancora imbattuto del campo, già distanziando il danese Anders Hansen e l’altro inglese Miles Tunnicliff di tre colpi. Il secondo giro consente proprio a Lawrie di recuperare quattro dei cinque colpi di svantaggio, posizionandosi in seconda posizione alle spalle di Poulter, che gira in 67 colpi e prende nota che a metà gara, quale terzo incomodo, dovrà fare i conti con Emanuele Canonica, bravo a tenersi a tre colpi dalla testa della classifica. E se Stenson, Rocca, Edoardo Molinari e Rose sono già fuori dai giochi, Brand jr. naviga lontano e Francesco Molinari attende di piazzare la zampata che lo riporti nelle zone alte della classifica, Canonica al terzo giro conferma la terza posizione, seppur in coabitazione con Hansen ed Anthony Wall, segnando lo stesso score di Lawrie, 70 colpi con un doppio bogey alla buca 18, che a sua volta, dopo esser balzato al comando, si vede scavalcare a fine giornata da Poulter che con un birdie all’ultima buca e lo score di 69 colpi si impone infine con due colpi di vantaggio. Già, perché la tenzone finisce qui… e il quarto giro vi starete chiedendo? Niente da fare, perché la pioggia persistente del venerdì impone che si possa giocare solo tre dei quattro giorni previsti, dal 31 ottobre al 3 novembre 2002, ed allora per Ian Poulter è tempo di festeggiare una seconda vittoria all’Open d’Italia.

E se oggi, 13 ottobre 2019, che di anni ne son passati ormai tanti, Poulter, all’Open d’Italia, non ha passato il taglio, chi può escludere che non possa un domani fare tris… perché, ad onor del vero, a vincere non ci si abitua proprio mai. Vero Ian?

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1927, LA NASCITA DELLA RYDER CUP

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Walter Hagen con la Ryder Cup 1927 – da alposters.com

articolo di Nicola Pucci

Non tragga in inganno il nome con la quale è universalmente conosciuta: la Ryder Cup ha embrione già nel 1921, quando un primo incontro non ufficiale a squadre si chiude con la vittoria della Gran Bretagna, 9-3 sugli Stati Uniti a Gleneagles, seguita nel 1926 da un secondo successo, sempre non ufficiale, ancor più netto della formazione europea, 13½-1½ al Wentworth Club. Gli americani, nella persona di Walter Hagen, fondatore delll’American PGA e stella di prima grandezza con già ben otto vittorie in tornei Major, non digeriscono lo smacco, ed è grazie al contributo fondamentale di Abe Mitchell, professionista del Verulam Golf Club di Saint Albans alle porte di Londra, che l’idea di una competizione ufficiale che metta l’uno di fronte all’altro i migliori giocatori del Vecchio Continente contro quelli del Nuovo Mondo prende forma. Già, perché tra gli allievi di Mitchell c’è proprio un certo Samuel Ryder, ricco mercante di spezie, che si toglie il lusso di sponsorizzare qualche torneo a squadre e nello stesso anno 1926 fa forgiare da Mappy & Webb di Londra un trofeo di 14 carati. E’ la Ryder Cup, e con la prima edizione dell’anno dopo inizia una meravigliosa storia golfistica che oggi appassiona il mondo intero.

Il 3 e 4 giugno 1927, dunque, i migliori professionisti americani e britannici si danno appuntamento al Worcester Country Club, nel Massachusetts. Walter Hagen stesso e Ted Ray, che in carriera vanta successi all’Open Championship nel 1912 e all’Us Open nel 1920, sono i capitani di due squadre che si compongono di otto giocatori l’una. E se Mitchell, inizialmente precettato come giocatore per poi venir insignato del ruolo di capitano, è costretto a dare forfait per un attacco di appendicite, George Duncan e Arthur Havers portano comunque in dote un successo a testa all’Open, il primo addirittura rimontando 13 colpi di svantaggio nel 1920, mentre la formazione di casa schiera quel Gene Sarazen che, seppur ancora giovanissimo, è già una stella acclamata del golf mondiale in virtù delle vittorie al Pga Championship nel 1922 e nel 1923 e quella all’Us Open sempre nel 1922.

Ad onor del vero non è impresa facile riuscire ad organizzare la trasferta oltreoceano della squadra britannica. George Philipot, direttore della rivista Golf Weekly, ha lanciato un appello per assommare i 15.000 dollari necessari, ma la sua richiesta di sovvenzione è caduta nel vuoto e solo 216 dei 1750 club inglesi hanno generosamente aderito alla donazione economica. Ryder e Philipot devono pertanto frugarsi nelle tasche, e se infine il viaggio può aver luogo, anche a bordo dell’Aquitania non son tutte rose e fiori, con sei giorni di traversata tormentati dal mare in agitazione. All’arrivo a New York l’equipe britannica è sfiancata, i giocatori sono al limite delle loro forze ed alcuni di loro addirittura malati, ma l’attesa è tale e l’accoglienza tanto pomposa, che non possono sottrarsi all’inevitabile serata di gala ed anche ad una sessione di baseball dei New York Yankees.

Gli americani opterebbero per una prima giornata di sfide con la formula del “fourballs”, ma la proposta è respinta dai britannici ed allora, venerdì 3 giugno, per la prima, storica giornata ufficiale della Ryder Cup, i campioni si affrontano in un “foursomes“, formula poco praticata negli Stati Uniti. Walter Hagen e Johnny Golden hanno l’onore di essere i primi americani a portare in dote un punto alla loro squadra, avendo la meglio di Ted Ray e Fred Robson, 2&1. E se Johnny Farrell e Joe Turnesa fanno altrettanto opposti a George Duncan e Archie Compston, 8&6, tocca a Gene Sarazen e Al Watrous, 3&2 contro Arthur Havers ed Herbert Jolly, ripescato al posto di Mitchell, incamerare il terzo punto, con Aubrey Boomer e Charles Whitecombe a ridurre lo svantaggio con il successo su Leo Diegel e Bill “Wild” Mehlhorn, così chiamato per l’inseparabile cappello da cowboy, 7&5, per sigillare il 3-1 a favore dei padroni di casa a chiusura di giornata.

Al sabato si disputano otto incontri con la formula del “match play“, e sebbene ci siano tutte le possibilità per ribaltare il punteggio che li vede soccombere, è altresì chiaro a tutti che i britannici si trovano a mal partito al cospetto di una squadra americana nel pieno delle sue forze e perfettamente a suo agio sui prati verdi del Worchester Country Club. Il pubblico, accorso numerosissimo ad un evento che già l’anno prima, a Wentworth, aveva riscosso gran successo, ha modo di parteggiare appassionato, sostenendo Walter Hagen e gli altri golfisti stelle-e-strisce che assommano una vittoria dopo l’altra.

Tocca a Mehlhorn aprire le otto sfide individuali avendo la meglio di Compston, 1 up, al termine di un confronto serrato, con Farrell e Golden che battono Boomer e Jolly, e Diegel che dispone facilmente, 7&5, dello stesso Ted Ray, campione dall’illustre passato ma ormai tecnicamente appesantito dalle 50 primavere, come certificato all’anagrafe.

Il successo di Diegel, di fatto, mette al sicuro la vittoria finale degli Stati Uniti nella prima edizione della Ryder Cup, perché il 7-1 provvisorio, con sole altre quattro sfide da giocarsi, non può più, matematicamente, venir ribaltato dai britannici. Che ormai privi di motivazioni accusano le sconfitte anche di Havers e Robson con Hagen e Watrous, salvando l’onore con Whitecombe, che impone il pari a Sarazen, e proprio con Duncan, indubbiamente il giocatore di maggior caratura tra gli europei, che nell’ultimo match batte Turnesa all’ultima buca, 1 up, mettendo a referto il definitivo 9½-2½ per gli Stati Uniti.

E nel mentre Ted Ray identifica nelle deficienze sul green il motivo della pesante sconfitta, nondimeno accertando che l’esperienza acquisita tornerà utile per il futuro, come in effetti sarà due anni dopo a Leeds, Walter Hagen, all’atto di sollevare il trofeo placcato d’oro, elegante e sorridente come suo solito guarda lontano: la Ryder Cup ha emesso il primo vagito, ed è sibilo destinato a segnare un’era.

OPEN E PGA CHAMPIONSHIP, LA STAGIONE D’ORO 1994 DI NICK PRICE

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Nick Price all’Open Championship 1994 – da nbcsports.com

articolo di Nicola Pucci

Andando ad analizzare i risultati in carriera di Nick Price, salta subito all’occhio che stiamo pur sempre citando un golfista tra i più blasonati di sempre, se è vero che ai 3 titoli nei Major può aggiungere anche 15 vittorie nel Pga Tour ed altri 5 successi nell’European Tour.

In effetti stiamo parlando di un ragazzo, nato a Durban, in Sudafrica, il 28 gennaio 1957, ma in possesso della nazionalità dello Zimbabwe (ex-Rhodesia), che viene avviato alla pratica golfista all’età di otto anni dal fratello maggiore Timothy a cui fa da caddy e che fin da adolescente si illustra per le doti nel giocare con i bastoni e mettere palline in buca, capitanando la squadra della Prince Edward School di Harare, dove si è trasferito con i genitori, entrambi di origini britanniche, e debuttando nel Southern Africa Tour nel 1977. E se nel 1981 coglie in Italia, a Sanremo, una delle prime vittorie in carriera, dando seguito al trionfale Swiss Open che l’anno prima ha sancito il suo primo successo proprio nel circuito europeo, ecco che nel 1983 si toglie il lusso di sconfiggere un certo Jack Nicklaus alle World Series of Golf in Ohio, iscrivendo il suo nome tra i vincitori di una prova del Pga Tour.

E se curiosamente Price dovrà attendere addirittura altri otto anni prima di rinnovare l’appuntamento con la vittoria nel principale circuito golfistico, nondimeno il campione rhodesiano, che nel frattempo prenderà pure il passaporto britannico, si mette in luce nei tornei Major, giungendo secondo all’Open Championship del 1982, risultato che lo rivela agli occhi del mondo, chiudendo a pari merito con l’inglese Peter Oosterhuis e ad un solo colpo da quel Tom Watson che si impone per la quarta volta in carriera, non prima aver comandato la gara con tre colpi di vantaggio a sole sei buche dalla fine, realizzando un sensazionale terzo giro in 63 colpi all’Augusta Masters del 1986 chiuso poi in quinta posizione e nuovamente terminando secondo all’Open Championship, nel 1988, stavolta battuto da Severiano Ballesteros che fa meglio di lui di due colpi rimontando all’ultimo giro i due colpi che aveva di ritardo a chiusura del terzo giro.

Insomma, Price è indubbiamente un golfista di prima fascia, con quel suo gioco sempre all’attacco e mai conservativo, ma ha bisogno che il suo talento venga confortato da successi di pregio, ed è quel che infine accade negli anni Novanta quando il rhodesiano, raggiunta la maturità, si guadagna un posto al sole nel panorama del golf mondiale. Intanto, aggiungendo una bella serie di vittorie nel Pga Tour, poi salendo sul gradino più alto del podio al Pga Championship nel 1992 quando mette in bacheca il primo Major in carriera, segnando uno score conclusivo di 6 colpi sotto il par, 3 meglio del quartetto composto da John Cook, Nick Faldo, Gene Sauers e Jim Gallagher jr., proseguendo con la prima posizione del ranking mondiale raggiunta l’anno dopo e conservata per un totale di 43 settimane in carriera, a cui aggiungere l’onore di guidare per due anni consecutivi la speciale graduatoria del Pga Tour money. Ovvero, il giocatore che guadagna più spiccioli di chiunque altro.

Ma c’è una stagione, nell’avventura agonistica di Nick Price, che merita di venir ricordata per quel che il fuoriclasse di Durban riesce a fare su un campo da golf, ed è quella del 1994. Che se è annunciata dallo status di giocatore numero uno del mondo, altresì lo vede vincere in rapida successione tre tornei del Pga Tour, l’Honda Classic davanti a Craig Parry, il Southwestern Bell Colonial battendo al play-off Scott Simpson e il Motorola Western Open quando anticipa di 1 colpo Greg Kraft, per poi piazzare una doppietta da antologia nei tornei Major nel giro di un mese che non dimenticherà mai, dal 17 luglio al 14 agosto, quando il calendario programma Open Championship e Pga Championship.

Si comincia con il torneo britannico, che per il 1994 sceglie l’Ailsa Course del Turnberry Golf Resort, in Scozia. Price, lo abbiamo detto, porta in dote due secondi posti, non proprio recentissimi, e se l’anno precedente ha chiuso al sesto posto distanziato di 7 colpi da un Greg Norman infine liberato dall’ansia da prestazione, ecco che stavolta è ben deciso a prendersi quella benedetta Claret Jug che insegue da sempre. E che possa essere la volta buona se ne ha sentore dopo un secondo giro che in 65 colpi lo porta a ridosso dei primi, tra cui lo stesso Tom Watson che lo precede di 2 colpi, per poi, con un terzo giro in 67 colpi, farsi ancor più sotto dai due leaders che rispondono ai nomi di Brad Faxon, non un habituè a questi livelli nei Major, e Fuzzy Zoeller, 43enne che molti anni prima vinse il Masters, 1979, e l’US Open, 1984. Ma è nelle ultime 18 buche che Price piazza la zampata vincente, inseguendo gli avversari di turno, tra cui emerge lo svedese Jesper Parnevik che con tre birdie consecutivi dalla 11 alla 13 ed altri due alla 16 e alla 17 si porta in testa con 12 colpi sotto il par, venendo poi scavalcato da Price che mette a segno un eagle con un putt chilometrico alla buca 17, proprio mentre un bogey dello scandinavo alla 18, che sbaglia invece un putt da meno di due metri, di fatto gli consegna la vittoria su un piatto d’argento. Lo score finale di Nick, 268 colpi con giri sempre sotto i 70 colpi (69+66+67+66) la dice lunga sulla regolarità ad altissimi livelli del rhodesiano che infine si prende quel trofeo sognato da sempre.

Un mese dopo la sfida tra i migliori si rinnova al Pga Championship, torneo che Price indubbiamente ama per averlo vinto due anni prima, e che stavolta sceglie quale teatro il Southern Hills Country Club di Tulsa, in Oklahoma. Il rhodesiano, in effetti, sbaraglia il campo fin dal primo giro, chiuso in testa in 67 colpi al pari di Colin Montgomerie, l’eterno piazzato del golf, per poi firmare un secondo giro in 65 colpi che gli permette di rimanere solo al comando con ben 5 colpi di vantaggio su un terzetto composto da Ben Crenshaw, Jay Haas e Corey Pavin. Haas riduce lo svantaggio a 3 colpi con un terzo giro in 68 colpi contro i 70 colpi di Price, che alle ultime 18 buche non trema davvero, anzi, segna un altro score in 67 colpi ed infine con 11 colpi sotto il par bissa il successo del 1992 lasciando Pavin a 6 colpi, con un certo Phil Mickelson, mancino 24enne di enorme talento, che chiude in terza posizione cogliendo così il primo podio di una carriera che sarà monumentale.

Nick Price, 37enne, è all’apice della sua, di carriera, e se per il 1994, ancora, sarà numero 1 del mondo ed anche il più pagato di tutti, c’è davvero un perché: è o non è quella la sua stagione d’oro?

ARNAUD MASSY E LA PRIMA VITTORIA NON DI LINGUA INGLESE ALL’OPEN CHAMPIONSHIP 1907

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Arnaud Massy – da ulyces.co

articolo di Nicola Pucci

Quando il golf emette il primo vagito con la disputa nel 1860 dell’edizione inaugurale dell’Open Championship al Prestwick Golf Club che celebra la vittoria di Willie Park sr., – scozzese come scozzesi saranno tutti i vincitori fino alla trionfale escursione dell’amateur inglese John Ball esattamente trent’anni dopo, 1890 -, bastoni e sacche sembrano dover essere di appartenenza esclusiva di giocatori di lingua inglese, se è vero che rare sono le intromissioni di golfisti di altra provenienza. Lo Slam britannico, in effetti, accoglie solo nel 1902 il francese Arnaud Massy nella top-ten finale, ed è proprio il transalpino non solo il protagonista della nostra storia di oggi, ma pure il primo vincitore dell’Open Championship a non parlare inglese. Ma andiamo per gradi.

Massy, in effetti, vedi i natali a Biarritz, il 6 luglio 1877, ed è casualmente da quelle parti, sulle coste atlantiche che volgono lo sguardo verso la frontiera spagnola con i Paesi Baschi, che gli aristocratici scozzesi ed inglesi importano i disegni del primo campo da golf in Francia, a Pau, a far data 1856, seguito a ruota nel 1888 da un secondo percorso tracciato proprio a Biarritz, il Golf du Phare. Il giovane Arnaud, che di aristocratico, ahimé per lui, ha ben poco, e che fin da ragazzino è costretto ad esercitare il mestiere di mozzo su un battello che pesca sardine, ha nondimeno l’occhio vigile, e se pratica con buona destrezza la pelota basca che dalle sue parti è una sorta di sport nazionale, altresì scopre il green vicino casa e si appassiona al golf, ammirando con gli amici le prodezze dei nobili inglesi che vi giocano. Il dado è tratto.

Nato mancino, Massy impara a giocare anche con la mano destra, e se ai primordi improvvisa qualche buca utilizzando attrezzi di fortuna, con il passare del tempo, osservando e provando a ripetere i colpi eseguiti dai giocatori del club, viene notato dai soci del circolo, attratti dal talento di questo ragazzo determinato e corpulento. Ed una volta che viene impiegato come caddie nelle gare che si disputano quasi ogni giorno, ecco che nel 1896 dall’incontro con un banchiere inglese che se la cava egregiamente con il bastone, Everard Hambro, scaturisce l’opportunità di potersi recare al North Berwick New Club, nei pressi di Muirfield, dove Arnaud può migliorare il suo gioco ed affinare la tecnica. Qui conosce Ben Sayers, che fu secondo all’Open Championship nel 1888, e si allena con Davie Grant, che di classe ne ha da vendere ed in quella stessa edizione del Major britannico fu tra i migliori, ma soprattutto incrocia il leggendario Harry Vardon, che l’Open lo ha già vinto tre volte, e se da quel momento il campionissimo inglese diventa il suo naturale punto di riferimento, nel Massy 1899 è pronto a diventar professionista.

L’Open Championship è ovviamente l’appuntamento più atteso, e Massy vi esordisce nel 1902, suscitando la curiosità del pubblico del Royal Liverpool Golf Club che non ha mai visto un giocatore non britannico provare a competere con i campioni di lingua inglese. Ed in effetti quella prima esperienza di Massy è positiva, terminata appunto con una onorevolissima decima posizione a 13 colpi dal vincitore Sandy Herd, per poi piazzarsi quinto nel 1905 e sesto l’anno dopo, 1906, quando conquista la prima edizione dell’Open di Francia, che si disputa a Paris-La Boulie, battendo di 11 colpi nientepopodimeno che Tom Vardon, fratello minore di Harry, aprendo una serie di quattro successi, l’ultimo nel 1925 quando Arnaud avrà 48 anni.

E’ giunta l’ora, però, di far saltare il banco all’Open Championship, e sarebbe il primo europeo continentale a farlo, e per il 1907 Massy ha in serbo l’exploit proprio al Royal Liverpool Golf Club, a Hoylake, il 20 e 21 giugno, edizione numero 46 del torneo più prestigioso del mondo. Per la prima volta vengono disputati due giri di qualificazione, e già Massy e J.H.Taylor, vincitore nel 1894, nel 1895 e nel 1900, pur in condizioni difficili per il forte vento, denunciano una forma confortante. E così sia, la mattina del giovedì Massy, potente e preciso, segna il miglior score del primo giro, 76 colpi, appaiato in testa a Walter Toogood, con tre colpi di vantaggio su Willie McEwan e sullo stesso Taylor. Al pomeriggio il francese rimane solo in testa, girando in 81 colpi e precedendo di un colpo Taylor e Tom Ball, ma il bello deve ancora venire, e l’ultimo giorno, con due giri da disputarsi al mattino e al pomeriggio, sarà palpitante.

Affatto preoccupato di chi lo insegue, che altri non sono che i migliori golfisti in circolazione, Massy, che nel 1903 ha sposato Janet Punton Henderson, operatrice telefonica, che sta per renderlo padre, deve accusare il sorpasso di Taylor che con uno score di 76 colpi lo sopravanza di un colpo, con Harry Vardon che è il migliore in 74 colpi e si piazza in terza posizione provvisoria, seppur con 5 colpi di ritardo. Ma alle ultime 18 buche, sotto una pioggia battente, Taylor sbaglia qualche colpo di troppo, come quando alla buca tre fa doppio bogey, Massy non palesa incertezze ed infine, con un giro finale in 77 colpi ed uno score globale di 312 colpi, due meglio di Taylor che è secondo per la quarta volta consecutiva, vince l’Open Championship e diventa non solo il primo ed unico francese a farlo, ma anche il primo golfista che non parla inglese a diventare re d’Inghilterra.

Volete sapere come va a finire? All’atto di sollevare l’ambita Claret Jug Massy apprende la notizia di esser diventato padre di una bambina, che chiamerà Hoylake. Già, proprio il luogo ammantato di magia che lo ha consegnato alla storia del golf.

IL BACK-TO-BACK DI CURTIS STRANGE ALL’US OPEN 1988/1989

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Curtis Strange con il trofeo dell’US Open – da golfweek.com

articolo di Nicola Pucci

Che Curtis Strange abbia un feeling del tutto particolare con gli Us Open è chiaro a tutti fin da quando questo ragazzo nato a Norfolk, in Virginia, il 30 gennaio 1955, e che in carriera può vantare un record destinato a non venir più battuto, cioè quello di esser diventato il primo golfista a mettersi in tasca almeno un milione di dollari in premi in una sola stagione del Pga Tour, a far data 1988, giunge terzo nel 1984, battuto solo da Fuzzy Zoeller e Greg Norman che spareggiano tra loro per la vittoria finale.

Il 1988, appunto, è l’anno che segna l’intromissione di Strange tra gli immortali dello sport. In effetti l’americano, che assieme al fratello gemello Allan inizia a giocare all’età di 7 anni, avviato alla pratica del golf dal padre che gestisce il country club locale, è ormai da quasi un decennio uno dei giocatori più costanti sul Pga Tour, se è vero che il 21 ottobre 1979, al Pensacola Open, battendo di un colpo Billy Kratzert, conquista la prima di una serie di 17 vittorie. Che, come vedremo poi, nel suo caso non è davvero un numero fortunato. O forse anche sì.

E se la distribuzione dei successi porta in dote a Strange due vittorie nel 1980, una nel 1983 ed un’altra ancora nel 1984, ecco che le tre perle del 1985 (Honda Classic, Las Vegas Invitational e Canadian Open dove si toglie il lusso di battere di due colpi Jack Nicklaus e Greg Norman) gli valgono il primo posto nella “money list“, exploit ripetuto due anni dopo, 1987, quando, dopo aver bissato nel 1986 all’Houston Open la vittoria del 1980, si impone in altri tre tornei.

Insomma, Curtis Strange è stabilmente tra i migliori, ma manca della ciliegina sulla torta, ovvero la conquista di un torneo Major. A cui Strange si è affacciato addirittura 20enne, quando nel 1975 mancò il taglio al Masters, per poi, appunto, cominciare ad infilare risultati di un certo pregio proprio all’Us Open, quarto anche nel 1987 dopo il terzo gradino del podio del 1984, meritarsi lo status di runner-up al Masters del 1985 quando si arrende solo a Bernhard Langer dopo aver condotto a lungo all’ultimo giro, addirittura di 4 colpi dopo 8 buche, non prima aver colto un promettente quinto posto al Pga Championship del 1980. Solo l’Open Championship sembra non essere gradito a Strange, che lassù in Gran Bretagna non avrà mai l’onore di figurare tra i migliori 10, ma poco importa, dal 16 al 20 giugno 1988 al Country Club di Brookline, in Massachusetts, si disputa l’edizione numero 88 dell’US Open e Curtis sta per piazzare il colpo della vita.

Scott Simpson è il campione in carica per la vittoria ottenuta dodici mesi prima battendo Tom Watson e Severiano Ballesteros, ed è ben deciso a realizzare quel back-to-back riuscito, nel secondo dopoguerra, solo a Ben Hogan nel 1951. In effetti il detentore del titolo, dopo che il primo giro ha illuso Bob Gilder, Sandy Lyle e Mike Nicolette di poter dire la loro in ottica successo finale, lancia il suo attacco al primato nelle seconde 18 buche del “Composite Course“, un par 71, segnando uno score di 66 colpi e balzando al comando con 1 colpo di vantaggio su Larry Mize e 2 colpi sullo stesso Gilder e Strange che attende di piazzare l’allungo vincente. Come puntualmente avviene con un terzo giro in 69 colpi che gli consente di rilevare il testimone da Simpson, che scivola in seconda posizione appaiato a Nik Faldo e ad uno stoico Gilder, attardati di 1 solo colpo.

Il bello, ovviamente deve ancora venire, ed è un testa a testa entusiasmante tra il golf redditizio e senza sbalzi d’umore di Strange e la classe di Faldo, con i due campioni che fanno gara pressochè parallela ricacciando indietro Simpson e D.A.Weibring che provano ad intromettersi nella sfida a due. Un birdie alla buca 10 vale il primato in solitudine a Strange fino al riaggancio alla buca 15, ma nelle due buche successive prima Faldo segna un bogey al par 3 della 16, poi Strange fa altrettanto al par 4 della 17 infilando solo il terzo putt, salvando poi il par alla 18 con una fantastica uscita dal bunker che rimanda la sfida al play-off risolutivo del lunedì. Dove Curtis fa gara di testa fin dall’inizio, tenendo Faldo ad un colpo di distanza dalla buca 5 alla buca 10 prima che Nick ceda definitivamente il passo con 5 bogey nelle ultime 8 buche che gli valgono uno score di 75 colpi. Strange marca 71 colpi ed infine la prima vittoria in un Major rende giustizia al suo talento di golfista costantemente tra i migliori.

Dodici mesi dopo, all’Oak Hill Country Club di Rochester, alle porte di New York, Curtis Strange mette in palio il titolo, consapevole che realizzare quel back-to-back che riuscì, appunto, ad Hogan nel 1951 è difficile a farsi ma non proprio impossibile. Detto, fatto. La pioggia che cade copiosa poco prima dell’inizio del torneo favorisce score bassi, almeno per i primi due giri sull'”East Course“, come certificato anche dalle quattro holes-in-one alla buca 6 messe a segno da Jerry Pate, Nick Price, Doug Weaver e Mark Wiebe. Strange parte in sordina, 71 colpi al primo giro, ma uno score record di 64 colpi nelle seconde 18 buche già consentono a Curtis di balzare al comando, 1 colpo meglio di Tom Kite e 2 colpi di vantaggio su Scott Simpson, sempre pericoloso, e Jay Don Blake.

Kite e Strange si scambiano di posizione, con il campione in carica che scivola al terzo posto dopo un terzo giro, ritardato dalla pioggia, in 73 colpi, a 3 colpi dal nuovo leader, con Simpson provvisoriamente secondo ad 1 colpo dalla vetta della classifica. Ma, al solito, l’ultimo giro rimescola le carte in gioco, e se Kite sembra ben avviato potendo contare di un vantaggio di 4 colpi alla buca 4, subito dopo incappa in un triplo bogey che ricompatta il gruppo dei pretendenti alla vittoria. Del quale non fa più parte Simpson, messo fuori gioco da uno score di 75 colpi, ma in cui entrano di forza Chip Beck, Ian Woosnam e Mark McCumber. E mentre Kite retrocede infine in nona posizione, segnando altri due bogey e due doppi bogey chiudendo addirittura in 78 colpi, Strange, che è tanto costante da segnare ben 15 par consecutivi, balza al comando alla buca 8, porta il suo vantaggio sui più immediati inseguitori a 2 colpi con un birdie alla buca 16, chiude infine con un bogey indolore all’ultima buca, infilando al terzo putt ma quanto basta per tenere a distanza di 1 colpo la triade di rivali e mettere in cassaforte il secondo successo consecutivo all’US Open, ironia della sorte vittoria numero 17, ed ultima, in carriera sul Pga Tour.

Porterà pure sventura, il 17, ma se quel numero si associa ad un torneo Major, ha ben altro sapore. Tanto più che da quel giorno Curtis Strange affianca il leggendario Ben Hogan quale secondo golfista capace di realizzare il back-to-back. Ce ne sarebbe un terzo, si chiama Brooks Koepka e magari tra qualche giorno farà addirittura tris. To be continued…

AL PGA CHAMPIONSHIP 1998 VIJAY SINGH FIRMA LA PRIMA VOLTA DELLE FIGI IN UN MAJOR

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Vijay Singh con la coppa destinata al vincitore – da golf.com

articolo di Nicola Pucci

Quel piccolo arcipelago che sono le Isole Figi, piazzate nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, tra i suoi poco meno di un milione di abitanti vanta, tra gli altri, un numero congruo di praticanti il rugby, che fanno dello sport con la palla ovale l’esercizio da sempre più in voga da quelle parti. Ma c’è anche, per chi se lo è potuto permettere considerata la sua intromissione tra i cosiddetti sport di elite, anche un ragazzone di quasi un metro e novanta e più di novanta chili di peso, per l’appunto etichettato come “il grande figiano“, che ha avuto modo di illustrarsi agli occhi del pianeta per la sua particolare abilità nella pratica del golf.

Quel ragazzone con fattezze quasi ciclopiche risponde al nome di Vijay Singh, che proprio in un’isola dell’arcipelago, Viti Levu, vede la luce il 22 febbraio 1963. In verità il giovane Vijay, come avrà modo di raccontare ai giornalisti affermando che “quando eravamo bambini non potevamo permetterci le palline da golf, quindi abbiamo dovuto accontentarci delle noci di cocco“,  regalando loro aneddoti buoni per costruirci sopra una bella storia di sport, non cresce certo nella bambagia, e se da adolescente si avvicina al golf lo deve al padre Mohan Singh, un tecnico aereo che può comunque concedersi il lusso di giocare trasmettendo la passione al figlio.

Singh junior ha classe da vendere, costruendosi uno swing di tutto rispetto ed un gioco senza apparenti punti deboli, ed è un cultore ossessivo del campo pratica, e se l’abbrivio della carriera da professionista, nel 1985, è segnato da una squalifica comminatagli per aver volutamente segnato uno score “spurgato” di qualche colpo per passare il taglio in un torneo valido per l’Asian Tour, ecco che dal 1989, anno del primo di una serie di tredici successi sull’European Tour al Volvo Open al Golf Club Ugolino di Firenze, Vijay entra a pieno titolo tra i migliori golfisti al mondo, assommando infine un bottino di ben 34 titoli sul PGA Tour, a cui aggiungere 32 settimane da numero 1 del mondo tra il 2004 e il 2005.

La gloria perpetua, si sa, viene però garantita dalle vittorie nei tornei Major, e Singh, che già nel 1993 è stato quarto al PGA Championship terminando a due colpi dalla coppia composta da Paul Azinger, poi vincitore al play-off, e Greg Norman, girando in testa dopo 36 buche, per poi, dopo due tagli mancati, classificarsi quinto nel 1996, nel 1998 è finalmente pronto al salto di qualità, necessario a consolidare quella fama di ottimo giocatore ormai acquisita con le prime cinque vittorie ottenute sul PGA Tour, ultima in ordine di tempo quella al Buick Open disputato sul Warwick Hills Golf and Country Club di Grand Blanc, nel Michigan.

Il PGA Championship del 1998, edizione numero 80 di un torneo che fu disputato per la prima volta nel 1916, trova ospitalità presso il Sahalee Country Club di Redmond, nello Stato di Washington, alle porte di Seattle. Dal 10 al 13 agosto i campioni si sfidano lungo un percorso par 70 che misura 6.906 yards, e se Davis Love III è il detentore del titolo, sono altresì della partita altri undici campioni del passato, tra cui John Daly, che trionfò nel 1991, Nick Price, che batte bandiera dello Zimbabwe e fece doppietta nel 1992 e nel 1994, lo stesso Paul Azinger e Hal Sutton, che con la vittoria nel 1983 battendo il grande Jack Nicklaus, è il campione più “datato” in competizione.

Mark O’Meara, che al Masters di aprile e all’Open Championship di luglio ha colto i primi, ed anche unici, tornei Major della sua carriera, è dato in gran forma, al pari di Lee Janzen, trionfatore in giugno all’Open Usa, ma su tutto e tutti aleggia lo spettro di un giovane californiano poco più che 22enne, nato a Cypress, che ha incantato il mondo l’anno prima al Masters lasciando il secondo classificato, Tom Kite, addirittura a 12 colpi di distanza.

Tiger Woods, perché è lui il giovane californiano di cui stiamo parlando, in effetti parte col pedale dell’acceleratore a tutta chiudendo il primo giro in testa, segnando uno score di 66 colpi, 4 sotto il par, e lasciando a 2 colpi di distanza un plotone di otto avversari. Singh, da parte sua, dopo aver fallito il taglio al Masters ed aver concluso non meglio che 25esimo all’Open Usa e 19esimo all’Open Championship, entra in gara invece con il freno a mano tirato, pari al par in 70 colpi, per poi a sua volta decollare con un secondo giro in 66 colpi che gli consentono di balzare al comando, in concomitanza con la retrocessione di Woods che segna uno score di 72 colpi e scivola in quinta posizione, a 2 colpi dal figiano, incalzato ad 1 colpo da Scott Gump, non certo atteso a questi livelli, Colin Montgomerie, che insegue la chimera di un primo successo in un torneo Major, e Steve Stricker.

Proprio Stricker diventa l’avversario più temibile per Singh, che se chiude ancora in testa un terzo giro da 67 colpi, altresì si vede appaiare dall’americano, autore di uno score di 66 colpi, per il -7 complessivo che rigetta gli immediati inseguitori, che rispondono al nome di Davis Love III, in cerca della doppietta consecutiva, Steve Elkington e Billy Mayfair, a 4 colpi di distanza, lasciando intendere che la vittoria finale sarà una questione a due.

In effetti è Singh contro Stricker, una sorta di match-play su 18 buche risolutive, con i due contendenti, è proprio il caso di dirlo vista l’ora del tee-time di partenza, che danno vita alla riedizione golfistica di “mezzogiorno di fuoco“, seppur al posto del sole ci sia un cielo plumbeo che non promette niente di buono. Stricker mette la testa avanti grazie a due birdie consecutivi alle buche 3 e 4, Singh aggancia alla buca 5 con il primo birdie di giornata, per poi allungare grazie agli errori del rivale che con due bogey alle buche 6 e 9 si trova ad approcciare le ultime nove con un ritardo di 2 colpi. Alla buca 12 Singh segna l’unico suo bogey dell’ultimo giro, Stricker torna sotto ad 1 colpo di distanza ma alla buca 17, un par 3 apparentemente non troppo comlicato, vola in bunker dal tee, esattamente come Singh. Ma se il figiano riesce comunque a salvare il par, l’americano segna un altro bogey che lo condanna al secondo posto, 7 colpi sotto il par contro il -9 di Vijay che con calma olimpica, al par 4 dell’ultima buca, mette in bandiera gli ultimi quattro colpi che gli valgono il primo trionfo in un torneo Major. Non sarà neanche l’ultimo.

E nel mentre alle Isole Figi il rugby, sport nazionale, affila le armi per l’edizione 1999 del rugby che vedrà gli oceanici sfiorare i quarti di finale dando filo da torcere alla Francia poi finalista battuta dall’Australia, ecco che un gigante che gioca, bene, a golf, Vijay Singh, diventa un eroe. Perché vincere un torneo Major mica è impresa che riesce a tanti… da quelle parti poi.

LA TRIPLETTA DI NICK FALDO NEL GIORNO DEL CROLLO DI GREG NORMAN AL MASTERS 1996

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Nick Faldo e Greg Norman al Masters 1996 – da news.bbcco.uk

articolo di Luca Prezioso

Greg Norman rappresenta forse un caso unico nella storia del golf per quanto riguarda le vittorie sfumate all’ultimo giro. Nel 1986 si è trovato in testa alla partenza dell’ultimo giro in tutti e quattro i Major stagionali, realizzando il cosiddetto Grande Slam del sabato. Ha vinto solo l’Open Championship a Turnberry. Per la grandezza del giocatore, universalmente riconosciuto come “The Great White Shark“, i due Major conquistati, appunto l’Open nel 1986 e nel 1993, sono un’inezia se si tiene conto che è arrivato secondo o terzo altre dodici volte, e non rendono appieno giustizia alla sua indiscutibile classe.

Stiamo comunque, parlando di un campione capace di conquistare 89 vittorie (di cui 20 sul Pga Tour) e numero uno al mondo per 331 settimane a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Dotato di grande carisma e tecnica sopraffina, lo Squalo nei tornei Major ha raccolto molto meno di quello che era lecito aspettarsi. In certi casi per una straordinaria dose di sfortuna (basti pensare il Masters perso nel 1987 con Larry Mize che imbucò da fuori green un miracoloso approccio) ma più spesso a causa di una fragilità nervosa e di una scarsa tenuta emotiva difficile da immaginare in un campione del suo calibro.

Quello che avviene nell’edizione dell’Augusta Masters 1996 è il suo crollo più clamoroso. In quel torneo l’australiano di Mount Isa si divora un vantaggio abissale di ben 6 colpi su Nick Faldo suo diretto inseguitore. Nei primi tre giri (63-69-71) un Norman in stato di grazia prende la leadership già dal primo giorno, dominando il percorso con grande maestria anche nei due giorni successivi. All’ultimo giro di gara, però, quella che doveva essere una sfilata verso il trionfo, in poche buche si trasforma in una straziante marcia funebre. Preoccupato da uno swing non fluido e poco preciso, che non vuol proprio saperne di funzionare, Greg Norman comincia a collezionare tiri sbilenchi ed errori grossolani. I bogey alle buche 1, 4 e 9 sono le prime avvisaglie di una giornata totalmente negativa. Alla 10 Faldo ha già recuperato lo svantaggio ed è con il morale alle stelle. Norman si accorge che la vittoria gli sta sfuggendo di mano, come troppe volte in passato, e si innervosisce perdendo la necessaria lucidità. Seguono nuovi bogey alla 10 e alla 11 (dove manca il par da meno di un metro).

Il dramma si compie alla 12 dove il tee-shot finisce nel Rae Creek e costa all’australiano il doppio bogey. Con Faldo avanti di due colpi, Norman cerca di tornare in gioco ma la palla del possibile eagle alla 15 si ferma a pochi centimetri dalla buca. La parola fine si scrive alla 16 dove insieme alla pallina, in acqua affondano i sogni di gloria dello Squalo Bianco. Nelle ultime 3 buche, con un Nick Faldo ormai proiettato verso la conquista della terza Giacca Verde, Greg Norman percorre i fairways a occhi bassi come un “dead man walking” aspettando solo la fine dell’incubo in cui è incappato. Gli spettatori fanno lo stesso, quasi timorosi ma soprattutto rispettosi dello stato d’animo del campione australiano che ancora una volta non porterà a casa un Major tanto atteso quanto meritato.

Questa disfatta ha ispirato molti psicologi sportivi (l’analisi delle possibili cause di quel tracollo sono dibattute in un saggio dal titolo “Victims & Competitors at Augusta – 1996“) e ha segnato l’inizio del declino di Greg Norman che da quel momento (a parte il clamoroso terzo posto all’Open del 2008) non è mai più stato competitivo in un Major. La risposta più bella a tutte le chiacchiere e alle analisi sull’episodio viene dallo stesso Norman: “Ho combinato un casino. Tutto qua. Ma perdere questo Masters non è la fine del mondo: anche se me lo sono lasciato scappare ho ancora una bella vita“.

GARY PLAYER E QUELLA SFIDA CON ARNOLD PALMER AL MASTERS 1961 PER LA PRIMA VITTORIA ESTERA

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Gary Player al Masters 1961 – da augusta.com

articolo di Nicola Pucci

L’Augusta Masters è il più giovane dei quattro tornei Major del golf, datando la prima edizione solo nel 1934, ben più tardi di Open Champioship, dove bastoni e palline emisero il primo vagito addirittura nel 1860, US Open, che vide la luce quando ormai il XIX secolo volgeva al termine, 1895, e PGA Championship, che dei quattro è il meno blasonato a dispetto dell’anno di nascita, 1916. Nondimeno, se a qualsiasi golfista, professionista o dilettante che sia, chiedete quale trofeo od onore vorrebbe vantare, beh, state certi che in percentuale la gran parte di loro vi direbbe che sognerebbe di vestirsi della “green jacket“, ambitissimo premio concesso a chi conquista il Masters.

Già, perchè su quei meravigliosi prati georgiani si sono scritte pagine epiche di golf, ed una tra le tante di queste rimanda all’anno 1961, che segnò il primo trionfo di un giocatore che non fosse americano. Perché è bene sapere che al Masters, dal giorno in cui Horton Smith vinse la prima edizione, si sono succeduti 24 campioni, e ciascuno di loro batteva bandiera stelle-e-strisce. Si chiamassero Gene Sarazen, Byron Nelson, Craig Wood, Jimmy Demaret, Sam Snead, Ben Hogan o Arnold Palmer, solo per citare i più noti.

E proprio Arnold Palmer, che nel 1960 per la seconda volta si è vestito della giacca verde rimontando 3 colpi a Ken Venturi grazie a tre birdie risolutivi nelle ultime 10 buche per infine avere la meglio di 1 solo colpo, è il grande favorito di un torneo che ha negli stessi Snead, Hogan, Nelson, Jack Burke jr. e Doug Ford, che passeranno il taglio del secondo giro, gli altri campioni già capaci in passato di imporsi all’Augusta National Golf Club, in gara dunque con legittime ambizioni di tornare a mettere in fila gli avversari.

E così, nel mentre sono fuori dai giochi dopo 36 buche vecchie volpi quali Smith, Sarazen, Wood, Demaret, Herman Keiser, Claude Harmon e Cary Middlecoff che pagano dazio all’incedere, implacabile, del tempo che scorre, ecco che avanza la sua candidatura alla vittoria finale, oltre ad un ragazzone di poco più di 20 anni, ancora amator, che in futuro farà parlare di sè, tale Jack Nicklaus, un sudafricano che proprio uno sconosciuto non è. Ed è una candidatura autorevole, quella di Gary Player, se è vero che due anni prima, 1959, si è tolto il lusso di far sua l’ambitisima “Claret Jug” che premia il vincitore dell’Open Championship, battendo al Muirfield Golf Links di Gullane, in Scozia, Fred Bullock e Flory Van Donck.

Nato a Johannesburg il 1 novembre 1935, Player, che ha perso la madre in tenera età, sconfitta dal cancro, ed è stato avviato al golf dal padre, minatore in una cava d’oro, ha talento ed arroganza da vendere, tanto da dichiarare, a 16 anni ed un anno prima di passare professionista, che sarebbe diventato il numero 1 del mondo. In effetti la scalata ai vertici è prepotente, tanto da collezionare ben 165 titoli da professionista, terzo nella speciale classifica alle spalle di Sam Snead e dell’argentino Robert De Vicenzo, e se proprio all’Open britannico debutta con un fantastico quarto posto nel 1956, poco più che 20enne, ecco che l’affermazione di tre anni dopo lo elegge tra i grandi del golf.

E che un grande Gary Player lo sia davvero è certificato non solo da una carriera memorabile che gli regalerà, infine, ben 9 titoli Major, ma per quel che il sudafricano ha significato per l’affermazione prima, lo sviluppo poi del gioco del golf. Al pari di Jack Nicklaus ed Arnold Palmer stessi, che all’edizione del 1961 del Masters sono entrambi presenti, seppur con diverse ambizioni.

Ad Augusta, almeno fino ad ora, Player, che giovanissimo ha sposato la sua Vivienne che gli darà sei figli e sarà nonno di ben 22 nipoti, ha digerito più bocconi amari che soddisfazioni, solo 24esimo nel 1957, ottavo nel 1959 e sesto nel 1960, a cui aggiungere il taglio mancato del 1958, unico fino a quel momento nei tornei Major. Ma il 1961 è l’anno della svolta, annunciato è vero da una stagione precedente senza acuti, a cui il sudafricano mette una pezza con le vittorie al Lucky International Open di San Francisco, battendo George Bayer e Don Whitt, e al Sunshine Open Invitational, dove costringe alla resa lo stesso Palmer.

E con Palmer la sfida si rinnova al Masters del 1961, dal 6 al 10 aprile, con Player che si presenta all’appuntamento georgiano in grande spolvero. Come dimostra fin dal primo giro, chiuso in seconda posizione con 69 colpi, davanti al giovanissimo e promettentissimo Nicklaus, ancora amator, e staccato di 1 colpo dalla coppia di testa formata, manco a dirlo, da Palmer e Bob Rosburg.

Curiosamente Palmer e Player invertono il loro score al secondo giro, 68 e 69, trovandosi così a loro volta appaiati al comando, nel mentre la concorrenza, che risponde al nome di Rosburg e Don January, perde… colpi, e si allontana.

In una classifica che parla esclusivamente americano, va profilandosi una possibile, prima storica vittoria di un giocatore straniero, e con un terzo giro in 69 colpi Player prende decisamente la testa del torneo, in concomitanza con la giornata negativa di Palmer che segna uno score di 73 colpi e si presenta all’ultimo giro con 4 colpi da recuperare.

In effetti quel lunedì 10 aprile 1961, causa la pioggia che impone lo stop nel pomeriggio della domenica e l’annullamento del giro rimandando l’epilogo al giorno dopo, è fotogramma tra i più appassionanti dell’intera storia del Masters. Si sfidano due campioni destinati all’immortalità, e quel che ne viene fuori è una sfida eccitante, giocata all’ultimo colpo, con Player che si porta a 5 colpi di vantaggio grazie a due birdie alle prime due buche e Palmer che ricuce lo strappo fino ad impattare alla buca 13 quando il sudafricano segna un doppio bogey. Un altro bogey alla buca 15 costa il primato a Player, che nelle seconde nove buche del percorso segnerà infine uno score di 40 colpi, ma quando ormai per il sudafricano sembra che la vittoria sia sfumata, ecco che all’ultima buca succede quel che non ti aspetti.

Palmer, in vantaggio di un colpo ed apparentemente avviato a confermarsi campione, col secondo colpo dal fairway finisce nel bunker subito dietro al green, così come lo stesso Player, ma mentre il sudafricano, che ha finito il suo giro da circa un’ora e siede in Club House in trepida attesa, riesce poi a chiudere il par 4, l’americano va lungo nel tentativo di uscire dalla sabbia col terzo colpo. Con il putter tenta a questo punto di imbucare da lontano ma la traiettoria è nuovamente lunga, così come quella successiva da 4 metri si ferma a pochi centimetri dalla buca, il che avrebbe forzato la sfida al play-off. Infine Palmer segna un doppio bogey e con i 2 colpi persi si vede non solo scavalcare da Player, ma pure agganciare da Charles Coe, un amator, che lo affianca in seconda posizione, 7 colpi sotto il par.

Con uno score finale di 280 colpi, 8 sotto il par ed 1 meglio dei due rivali che si piazzano alle sue spalle, Gary Player, che qui vincerà ancora molti anni dopo, nel 1974 e nel 1978. spezza il sortilegio che mai voleva un golfista straniero capace di trionfare all’Augusta Masters ed entra di diritto nella storia del golf. Vestito con una giacchetta verde.

LA SFIDA AI GRANDI DEL PASSATO VINTA DA ERNIE ELS ALL’US OPEN 1994

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Ernie Els all’US Open 1994 – da usga.org

articolo di Nicola Pucci

C’è tanto passato ma anche molto presente, nell’edizione 1994 dell’US Open. Già, perchè se sono in gara campionissimi che hanno fatto la storia del torneo a far data anni Sessanta (Jack Nicklaus), Settanta (Hale Irwin) e Ottanta (Tom Watson), non solo limitandosi a fare atto di presenza, ma pure competendo con credenziali eccellenti, se è vero che al primo giro sono tutti e tre in corsa stazionando nelle posizioni di testa, è altrettanto certo che l’uomo da battere è un fuoriclasse poco più che 24enne, che guarda al presente con legittime ambizioni e sembra destinato a caratterizzare il futuro con il suo indubbio talento.

Il presente risponde al nome di Ernie Els, sudafricano grande e grosso tanto da meritarsi l’appellativo di “The big easy“, che esprime una naturalezza ed una fluidità del gesto tale che nessuno, ma proprio nessuno, può dubitare sul fatto che sta per segnare un’epoca golfistica con la sua impronta di campione. In effetti il ragazzone di Johannesburg, che da adolescente ha praticato rugby, cricket e tennis con buoni risultati tanto da vincere all’età di 13 anni l’Eastern Transvaal Junior Championships, e che ha scoperto mazze e bastoni ad 8 anni grazie al padre Neels, è un predestinato se è vero che, una volta scelta la via definitiva del golf, già si impone nel 1984 al Junior World Golf Championship nella categoria riservata ai ragazzi di 13/14 anni battendo un altro giovanotto che farà parlare di sè, un certo Phil Mickelson, per poi vincere, 17enne, il campionato nazionale sudafricano, superando in questo il record di precocità detenuto da Gary Player.

La strada maestra è tracciata, e per Els si aprono velocemente le porte della notorietà, passando professionista nel 1991 ed illustrandosi sul Sunshine Tour, vinto da dominatore nel 1992, per poi conqusitare la Dunlop Phoenix del 1993, giocata a Miyazaki in Giappone e prima vittoria fuori dai confini sudafricani, battendo quel Fred Couples che è pur sempre il vincitore del Masters di Augusta dell’anno prima. Quando poi, la stagione successiva, 1994, si apre per Els con la prima di una serie di 28 vittorie sull’European Tour, trionfando al Dubai Desert Classic con 6 colpi di vantaggio su Greg Norman, campione in carica dell’Open Championship, si ha la sensazione che i tempi siano già maturi per primeggiare anche nelle competizioni che regalano l’immortalità sportiva.

Nel frattempo il sudafricano ha infatti debuttato nei tornei Major, evidenziando, caso mai ce ne fosse bisogno, tutto quello che è il suo talento nelle pratica golfistica, mancando il taglio in due edizioni consecutive del PGA Championship ma figurando infine tra i top-10 nelle altre quattro gare disputate, quinto e sesto all’Open Championship, settimo all’US Open del 1993 con due ultimi fantastici giri in 68 e 67 colpi, ed ottavo al Masters disputato in aprile.

Il rendez-vous con la gloria è per il mese di giugno 1994, dal 16 al 20, all’Oakmont Country Club, dove è calendarizzata l’edizione numero 94 dell’US Open. Appunto Nicklaus, Irwin e Watson sono i campioni affermati attesi alla recita, a dispetto dell’età che avanza, ma sono della partita anche chi vinse in un passato più recente come Fuzzy Zoeller, 1984, Scott Simpson, 1987, Tom Kite, 1992, e Curtis Strange, che fece doppietta consecutiva nel 1988 e nel 1989 come seppero fare, prima di lui, solo Willie Anderson, tris addirittura tra il 1903 e il 1905, Bobby Jones, Ralph Guldahl e Ben Hogan. Ambizioni legittime, se non di prevalere almeno di mettersi in evidenza, avrebbero altri “vecchi” vincitori del torneo, come l’immenso Arnold Palmer, ormai 65enne, Johnny Miller, Andy North, Larry Nelson, Payne Stewart e Lee Jenzen, che è il campione in carica, ma nessuno di loro passa il taglio del secondo giro, ed allora la disfida si risolve nel confronto tra i grandi rimasti in corsa.

Tra i quali, dopo un primo giro che vede, dunque, Watson chiudere al comando in 68 colpi, 3 sotto il par, precedendo di 1 colpo Els, Nicklaus e Irwin, a cui si aggiunge il neozelandese di origini italiane Frank Nobilo, merita un posto speciale lo scozzese Colin Montgomerie, che al secondo giro è il migliore di tutti in 65 colpi, prendendo il comando della gara con due colpi di vantaggio su John Cook e David Edwards, che lo eguagliano nello score di giornata, e l’immancabile Irwin, in cerca del quarto successo all’US Open. Nicklaus, Els e Nobilio non sono distanti, mentre un giro in 73 colpi rigetta Watson nelle retrovie.

Quel che accade, però, alla buca 4 del terzo giro, un par 5 da 560 yards, segna la svolta del torneo. Els col secondo colpo, giocato con un ferro-2, raggiunge il green per imbucare poi un fantastico putt che vale l’eagle e l’allungo in classifica, chiudendo in 66 colpi, 5 sotto il par, e distanziando lo stesso Nobilo, a sua volta autore di uno score di 68 colpi che gli consente di portarsi in seconda posizione a 2 colpi dal leader. Irwin che si conferma il più continuo, Montgomerie che sente fin troppo la pressione, Watson che risale, e Loren Roberts che firma un giro da 64 colpi, sono ancora in corsa per la vittoria finale, che stavolta avrà un’appendice.

Al quarto giro, infatti, dopo che Els ha beneficiato al tee della buca 1 di una decisione controversa in quanto, a seconda di un ufficiale di gara, una telecamera aerea era sulla sua linea di gioco, potendo così rigiocare il primo colpo, Roberts e Montgomerie, in 70 colpi, ricuciono il disavanzo di 3 colpi dal sudafricano, che fallisce il putt della vittoria all’ultima buca, vedendosi così costretto ad uno spareggio a tre come, un’ultima volta, era successo nel 1963 quando poi Julius Boros sconfisse Jacky Cupit e Gary Player, l’unico altro sudafricano a vincere l’US Open, e che prima del giro finale lascia nell’armadietto di Els un biglietto d’auguri. Sarà di buon auspicio.

E qui le cose sembrano volgere decisamente al peggio per Els, che dopo un bogey alla prima delle 18 buche supplementari previste, chiude la seconda, un par 4, addirittura in 7 colpi, trovandosi così a dover rincorrere Roberts che, a differenza di Montgomerie che proprio non riesce ad azzeccarne una, tiene la testa del giro di play-off con apparente sicurezza. Ma Els non si arrende di certo, all’inizio tremebondo fa seguire tre birdie alle buche 3, 7 e 9, riagganciando Robert che incappa in un doppio bogey alla buca 5. L’americano ha ancora un colpo di vantaggio alla buca 16, ma vola in bunker e la nuova parità, stavolta, è definitiva, con i due contenders che chiudono in 74 colpi, contro i 78 di Montgomerie, costringendosi all’ulteriore sfida a due, quella della “morte improvvisa“. E se alla buca 10, da dove ha inizio la singolar e risolutiva tenzone, Els e Roberts segnano un par, alla buca 11 la palla dell’americano, ancora una volta, si arena nel bunker con il secondo colpo, compromettendo approccio e putt. Els non esita, trova il green e con una buca in 4 colpi, contro i 5 di Roberts, può infine esultare tra le braccia del caddie, che, curiosamente, risponde al nome di Ricky Roberts e che dopo il putt fallito alla buca 18 lo aveva incitato a “tener duro“.

Lunga e faticosa la strada verso la vittoria, ma quell’US Open del 1994  apre la scrigno dei tesori d’oro di Ernie Els. Succederà ancora, statene certi.

IL TRIS DA VETERANO DI HALE IRWIN ALL’US OPEN 1990

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La gioia di Hale Irwin – da golf.com

articolo di Nicola Pucci

Se scandagliamo la storia ultracentenaria degli albi d’oro del golf, ci sarebbe materiale più che sufficiente per scrivere un’enciclopedia di aneddoti, tra momenti d’oro e colpi a sensazione. Quella che raccontiamo oggi ha una sede di pregio, l’US Open del 1990, ed un protagonista d’eccezione, Hale Irwin.

Che è golfista di cui spesso ci dimentichiamo, ma che in una carriera che ha abbracciato tutti gli anni Settanta ed Ottanta per affacciarsi all’ultima decade del Millennio, ha colto successi a ripetizione e si è garantito una bella fetta di immortalità sportiva.

In effetti Irwin, che nasce a Joplin nel Missouri il 3 giugno 1945 e viene avviato alla pratica golfistica dal padre all’ancor tenera età di 4 anni, disimpegnandosi con eccellenti risultati anche nel football e nel baseball alla Boulder High School, conquista la prima di una serie di 20 vittorie nel PGA Tour nel 1971 al Sea Pines Heritage Classic, cominciando da quel momento un percorso agonistico da vincente che infine lo vedrà incasellare trionfi in tutti e sei i continenti, uno dei soli cinque golfisti a realizzare l’impresa, al pari di Gary Player, David Graham, Bernhard Langer e Justin Rose.

E se al Masters vanta due quarti posti consecutivi nel 1974 e nel 1975, anno in cui chiude al quinto posto anche il PGA Championship a sette colpi da Jack Nicklaus, terminando altresì in qualità di runner-up all’Open Championship del 1983 quando a batterlo, di un colpo, è solo Tom Watson al quinto successo nel Major britannico, ecco che Irwin elegge l’US Open come suo territorio di caccia preferito. E lì, su quei prati verdi, scrive una fetta di storia golfistica con la “S” maiuscola.

Proprio all’US Open del 1967 Irwin ha debuttato in un torneo Major, chiudendo 61esimo, per poi ripresentarsi nel 1971, quando è 19esimo, nel 1972, solo 36esimo, e nel 1973, altrettanto anonimamente 20esimo. Insomma, sì, il ragazzo gioca un buon golf, ha vinto già due edizioni consecutive del Sea Pines Heritage Classic, ma ancora ha da mostrare in pieno quelle che sono le sue indubbie qualità. E per l’anno 1974, annunciata dal quarto posto al Masters, ecco che giunge, seppur inattesa, la prima vittoria proprio all’US Open, in quello che viene ricordato come “il massacro di Winged Foot” perché proprio lì, a Mamaroneck, alle porte di New York, Irwin riesce ad imporsi con uno score finale di 287 colpi, ben 7 sopra il par, peggior punteggio del Secondo Dopoguerra dopo il +9 di Julius Boros nel 1963, complici le brutali condizioni del campo di gioco, così rese dagli organizzatori in risposta al giro-record in 63 colpi di Johnny Miller l’anno precedente a Oakmont.

Se un unico successo in un Major può talvolta essere frutto di circostanze fortunate e di un fine-settimana da sogno, una seconda vittoria, come quella ottenuta da Irwin nel 1979 a dispetto di un ultimo giro in ben 75 colpi che è record, in negativo, del torneo, certifica che il campione del Missouri, che nel frattempo è andato in doppia cifra nel conteggio delle vittorie nel PGA Tour, non è un carneade ma merita un posto tra i grandi del golf. Ad arrendersi, stavolta, sono Gary Player, non certo un golfista qualunque, e Jerry Pate, trionfatore nel 1976, che chiudono a 2 colpi di distanza da Irwin che registra uno score finale pari al par.

Potrebbe essere il canto del cigno, almeno per i tornei Major, di Hale, che nel corso degli anni Ottanta staziona stabilmente tra i migliori ma non riesce più a mettersi in saccoccia uno dei quattro grandi eventi. Fin quando, nel 1990, ormai 45enne, torna prepotentemente alla ribalta con un’impresa storica destinata a riscrivere l’albo dei record dell’US Open.

Irwin è in lizza per la ventunesima volta, e non sarà neppure l’ultima visto che continuerà a presentarsi al tee di partenza fino al 2003!, ma non ha certo i favori del pronostico dalla sua parte. Il sesto posto, sempre all’US Open, del 1984 è l’ultimo suo risultato in ordine di tempo in top-10 in un Major, e visto che dal 1985, con la vittoria al Memorial Tournament, non riesce più ad imporsi nel PGA Tour, c’è qualcuno pronto a scommettere un dollaro su di un suo terzo trionfo all’US Open? Perché chi lo fa, sta per incassare un assegno milionario…

Già, perché Irwin è maledettamente in forma, e pure inaspettatamente competitivo, un po’ come ai vecchi tempi, ed un primo giro in 69 colpi, a 3 di distanza da Scott Simpson, Tim Simpson (nessun legame di parentela tra i due) e Jeff Sluman, sono lì a dimostrare che Hale ha ritrovato come d’incanto l’ispirazione che ormai pareva perduta per sempre. I 70 colpi del secondo giro consentono al due volte vincitore del torneo di rimanere in corsa, a 4 colpi da Tim Simpson, anche se poi i 74 colpi di un terzo giro non proprio brillantissimo lo relegano provvisoriamente fuori dai migliori dieci della classifica. Ma chi battaglia per la vittoria finale non è lontano, nessuno dei contenders riesce a staccarsi dal gruppo ed infine, registrando uno score di 67 colpi nelle ultime 18 buche, Irwin, che proprio alla 18 infila un putt meraviglioso da 45 piedi, sorpassa chi gli sta davanti, balzando al comando prima di vedersi riagganciare da Mike Donald a quota 209 colpi, garantendosi così il play-off.

Già il risultato ottenuto è sensazionale, ma Irwin è pronto a mettere la ciliegina sulla torta e dopo che ulteriori 18 buche, il lunedì, hanno visto i due campioni fare match pari seppur Donald avesse acquisito un vantaggio di 2 colpi fallendo un putt non impossibile proprio all’ultima buca che gli avrebbe garantito il successo, ecco che alla buca della “morte improvvisaHale piazza il birdie decisivo che, a 45 anni e 15 giorni, gli vale il tris e lo status di più vecchio vincitore della storia dell’US Open.

Che Dio lo benedica, avrei quasi voluto che fosse lui a vincere!“… così disse a caldo Hale Irwin dopo la vittoria. Belle le storia di golf, vero?