GENE SARAZEN E L’ALBATROSS VINCENTE DA 225 METRI AL MASTERS 1935

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Gene sarazen – da dailymail.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Ci sono colpi che solo pensarli sembra un azzardo. Se poi, con la benevolenza della dea bendata, non solo riescono, ma valgono pure la vittoria nel torneo più prestigioso del mondo, ecco che inevitabilmente chi ne è stato l’autore è destinato ad entrare, per sempre, nell’album dei record.

Gene Sarazen appartiene alla leggenda del golf, se è vero che assieme a Ben Hogan, Jack Nicklaus, Gary Player e Tiger Woods fa parte della riservatissima cerchia dei fuoriclasse capaci di imporsi in tutti e quattro i Major. Nato ad Harrison, nello Stato di New York, il 27 febbraio 1902, Sarazen è figlio di immigrati siciliani e comincia la sua carriera all’età di dieci anni, caddy al club del golf della sua città. Nel frattempo guarda, impara e colpisce a sua volta, denunciando un talento fuori dal comune tanto da diventare un giocatore professionista appena 19enne.

Neppure il tempo di debuttare tra i grandi che nel 1922, dopo esser stato 30esimo nel 1920 e 17esimo nel 1921, trionfa all’US Open prendendosi il lusso di rimontare e battere all’ultimo giro nientepopodimeno che Bobby Jones, come lui classe 1902 ma ancora amatore, e John Black.

Il dado è tratto e la carriera di Sarazen, appena iniziata, vale già un posto tra gli immortali, tanto più che di lì a qualche settimana l’americano vince anche il PGA Championship, disputato con la formula del match play, superando in finale Emmet French 4&3.

Autoproclamatosi inventore del sand wedge, usato per la prima volta al vittorioso Open Championship del 1932 disputato al Prince’s Golf Club che lo onora, da quel giorno, esponendo l’attrezzo, Sarazen bissa nel 1923 il successo al PGA Championship, ma, curiosamente, se per almeno i dodici anni successivi è tra i golfisti più forti e vincenti al mondo, mettendo in bacheca anche ben 39 titoli del PGA Tour, solo nel 1932, ancora all’US Open, torna ad essere il migliore in un torneo dello Slam, avendo nel frattempo collezionato ben sei piazzamenti sul podio ma nessun’altro successo di prestigio.

La vittoria nel Major britannico ed un terzo trionfo al PGA Championship nel 1933 certificano, caso mai ce ne fosse bisogno, lo status di fuoriclasse di Sarazin, che se nel 1934 non prende parte alla prima edizione del neo-nato Masters di Augusta, l’anno dopo si presenta ai nastri di partenza ben deciso a completare il quattro su quattro negli Slam.

Horton Smith, che ha preceduto di un colpo Craig Wood, è il detentore del titolo, e dal 4 al 7 aprile, all’Augusta National Golf Club, ha tutte le carte in regola per realizzare la doppietta. Ma se stavolta il campione di Springfield è meno performante del previsto (chiuderà in 19esima posizione), Wood si conferma contendente pericoloso, quinto in 69 colpi in un primo giro che vede Henry Picard al comando in 67 colpi. Sarazen è ampiamente in partita, girando in 68 colpi, e se al secondo giro Picard, che fa segnare 68 colpi, porta il suo vantaggio su Sarazen, che chiude in 71 colpi, a quattro colpi, appaiato a Ray Mangrum, la sfida si accende ancor più nel week-end risolutivo.

Al terzo giorno, infatti, Wood è il migliore in 68 colpi, scavalcando Picard che retrocede addirittura in terza posizione segnando uno score di 76 colpi, seguito dallo stesso Sarazen che in 73 colpi rimane in corsa a tre colpi dal leader di giornata.

Il torneo parrebbe decidersi all’ultimo dei quattro giri previsti, con Wood che tiene il comando in solitario fino alla buca 6 quando, complici due bogey, si vede raggiungere da Sarazen. Alle spalle dei due campioni Olin Dutra ed Henry Picard si giocano il terzo posto, che infine premierà il vincitore dell’ultimo US Open, e se due bogey consecutivi di Sarazen alle buche 9 e 10 consentono il nuovo allungo di Wood, provvisoriamente eguagliato da Picard, ecco che i due sfidanti regalano un finale a sensazione.

In testa per un colpo, Wood infila tre birdie consecutivi alle buche 13, 14 e 15 portandosi a -6 e scatenando la reazione di Sarazen. Alla buca 15, un par 5 di 485 yards, Gene colpisce il secondo colpo con un legno 4 dal fairway ed infila direttamente in buca da 225 metri realizzando un clamoroso albatross, che vale l’aggancio in prima posizione. Il “shot heard ‘round the world” (“il colpo che si è sentito in tutto il mondo“) entra di diritto nell’enciclopedia del golf e Sarazen, chiuse le 72 buche previste in 282 colpi, esattamente come Wood, avrà l’opportunità, 24 ore dopo, di completare l’impresa battendo il rivale di ben 5 colpi nelle 36 buche previste di play-off.

Gene Sarazen vince il Masters, suo settimo ed ultimo Major in carriera, ma chi, quel 7 aprile 1935, ebbe la fortuna di esser presenta all’Augusta National Golf Club, vide un colpo che ancor oggi, che di anni ne sono passati tanti, suscita stupore.

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COSTANTINO ROCCA E IL BIRDIE DA 17 METRI CHE VALSE IL PLAY-OFF ALL’OPEN CHAMPIONSHIP 1995

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La goia di Rocca – da gettyimages.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Ci sono due momenti, nella storia del  golf italiano, destinati ad albergare per sempre nella memoria degli appassionati. Uno è il putt per il birdie all’ultima buca, la 18, di Francesco Molinari, e questa è storia recentissima, perché trattasi dell’Open Championship andato in scena a Carnoustie qualche mese fa e che ha eletto il  piemontese primo tricolore capace di vincere un torneo Major. L’altro data 1995, ha come teatro sempre l’Open Britannico, ed ha sede all’Old Course di St.Andrews, il tempio per antonomasia del golf. Eroe di quel giorno, Costantino Rocca.

Prima di dettagliare quel momento storico, tocca partir da lontano, per raccontare di Costantino. Che nasce il 4 dicembre 1956 a Bergamo, e proprio al circolo della città, il Golf Club L’Albenza, muove i primi passi, come caddie prima  e come caddie master poi, vincendo nel 1978, appunto, l’Open d’Italia per caddie. Le doti ci sono, ma il percorso per diventare un campione è lento e Rocca, che cresce nel mito di Tom Watson e nel frattempo per guadagnarsi da vivere fa l’operaio in una fabbrica di Almenno che produce polistirolo, deve attendere i 24 anni per infine guadagnarsi la palma di professionista. Il dado, ora sì, è tratto, e per Rocca può cominciare la caccia a quei successi che ne faranno non solo l’icona del golf italiano, ma anche, come vedremo, un giocatore stimato ben oltre i patrii confini.

All’inizio degli anni Novanta Costantino, dopo aver peregrinato in lungo e in largo in cerca dell’affermazione, si guadagna la carta per l’European Tour e nel 1993, ad aprile, incamera il primo successo all’Open di Lyon, chiudendo in 267 colpi, ben 21 sotto il par, e lasciando i due svedesi Haeggman e Hjertstedt, l’inglese Barry Lane e l’irlandese McGinley a 6 colpi di distanza. Quando poi, qualche settimana dopo, Rocca rinnova l’appuntamento con la vittoria battendo lo stesso McGinley al play-off dell’Open di Francia disputato al Golf National di Parigi, è la certificazione che la scelta di intraprendere la carriera di golfista professionista si è rivelata azzeccata.

Arriveranno in seguito, infatti, altri due successi nell’European Tour, nel 1997 a Crans Montana e nel 1999 al West of Ireland Golf Classic, con la ciliegina sulla torta del trionfale Volvo PGA Championship del 1996 dove Rocca si toglierà il lusso di superare nientepopodimeno che Nick Faldo e Paul Lawrie, due che l’Open Championship l’anno vinto (Faldo nel 1987, 1990 e 1992) o lo vinceranno (Lawrie 1999).

Già, proprio l’Open Championship. E qui viene il bello. Giova, in preludio, ricordare che vi sono ben poche tracce di italiani da quelle parti. L’unico Major che si disputa in Europa ha ovviamente storia secolare, se è vero che la prima edizione fu giocata nel 1860, e se nel 1951 Alfonso Angelini e Ugo Grappasonni si affacciarono nella top-ten al primo giro per poi scivolare in classifica, come poi il romano fece anche nel 1954, nei decenni successivi l’Italia, che ovviamente non ha grande tradizione quando si tratta di usare bastoni e palline, manca di comparire tra i paesi più forti. Fin quando un ragazzone bergamasco, tenace e votato al sacrificio, carismatico ed affatto preoccupato di dover rimboccarsi le maniche, esordisce nel 1991 al Royal Birkdale Golf Club, a Southport, girando subito in 68 colpi, 2 sotto il par, a 2 colpi da un mito come Severiano Ballesteros ed in quinta posizione provvisoria, per poi chiudere al 44esimo posto alla prima esperienza assoluta in un torneo Major.

Passano dodici mesi e nel 1992 Rocca conferma di aver buona confidenza con l’Open Championship, stavolta chiudendo il primo giro a Muirfield in nona posizione con 67 colpi, 4 sotto il par e a 3 colpi dai leader di giornata, i due americani Raymond Floyd e Steve Pate, per infine comparire in 55esima posizione. Costantino fallisce il taglio nelle due partecipazioni successive… e poi venne il 1995.

Stavolta si gareggia sul campo più famoso al mondo, l’Old Course di St.Andrews, proprio lì dove il golf ha la sua culla materna e dove a metà Ottocento ne vennero dettate le prime regole. Ed il confronto, almeno all’apparenza, sembra impari. Un parterre de roi, ovviamente, è allineato al via, tra vecchi campioni ancora desiderosi di dar battaglia come Arnold Palmer, Bob Charles, Gary Player, Lee Trevino, Jack Nicklaus e Tom Weiskopf che più volte trionfarono negli anni Sessanta e Settanta, ai più recenti Greg Norman, Severiano Ballesteros, Mark Calcavecchia, Sandy Lyle e Nike Faldo che scrissero la storia del torneo negli anni Ottanta, fin’anche a quel Nick Price che è detentore in carica della Claret Jug. Oltre a loro, ed accanto ad una schiera di contendenti da leccarsi i baffi (tra questi un ragazzino non ancora 20enne, che gareggia come amatore, tale Tiger Woods), c’è anche quel Tom Watson che non solo ispirò Costantino, ma ha pure vinto ben cinque volte tra il 1975 e il 1983, e sembra lì apposta per celebrare l’impresa del bergamasco.

E, a dispetto dell’età non più giovanissima, quasi 46enne, è proprio Watson a comandare la classifica dopo il primo giro, chiuso in 67 colpi, ovvero 5 sotto il par, così come altri tre golfisti, Ben Crenshaw, Mark McNulty e John Daly, già vincitore del PGA Championship nel 1991. Rocca è perfettamente in corsa con un giro in 69 colpi, riducendo poi ulteriormente il suo margine dalla testa del concorso ad 1 solo colpo con un secondo giro in 70 colpi, meglio dello stesso Daly che gira in 71 colpi e si vede raggiungere al comando da Brad Faxon e da Katsuyoshi Tomori. Al terzo giro esplode il talento del neozelandese Michael Campbell, che con 65 colpi rileva Daly al comando, con l’americano che scende in quarta posizione ed accusa non solo 4 colpi di ritardo dal nuovo laeder, ma pure 2 colpi di svantaggio da Rocca che si conferma estremamente regolare girando ancora in 70 colpi e posizionandosi al secondo posto, 2 colpi dietro Campbell.

Quel che accade all’ultimo giro, però, è destinato a rimanere nell’enciclopedia del golf. Campbell e Rocca si avviano per ultimi, concedendo così a Daly l’opportunità di sedersi in Club House provvisoriamente al comando con 282 colpi, 6 sotto il par. All’ultima buca, un par 4 di 354 yards, Campbell avrebbe bisogno di segnare un eagle per forzare il torneo al play-off ma non va oltre un birdie che lo relega in terza posizione, ad 1 colpo da Daly. Rocca colpisce dal t ma rimane distante dal green, avrebbe a sua volta bisogno di un birdie per pareggiare con l’americano ma il secondo colpo, un chip a seguire, gli rimane sul bastone, con la bandiera ormai a quasi 17 metri di distanza. Ma quando ormai le chances di vittoria sembrano svanite irrimediabilmente, il campione italiano cava dal cilindro il colpo del secolo, o quasi, un putt quasi impossibile da imbucare ma che scavalca la pendenza e prende dritta la traiettoria della buca, strozzando in gola a Daly l’urlo liberatorio della vittoria e scatenando la sua gioia incontenibile. Rocca si sdraia a terra battendo i pugni sul tappeto verde dell‘Old Course e scoppiando in un pianto strozzato, ebbro di felicità, incredulo per il colpo eseguito che gli vale il primo posto a pari merito con Daly e la possibilità di giocarsi la Claret Jug alle quattro buche di play-off.

E’ vero, non andrà a finir bene la favola dell’italiano che tentò la scalata all’Open Championship. Daly chiuderà le quattro buche in 15 colpi, ben 4 meno del rivale, negando a Rocca l’ulteriore gioia di un trionfo inatteso. Ma quel putt da lontanissimo e quell’esplosione di felicità ancor oggi alberga non solo nei ricordi di noi che battiamo bandiera bianco-rosso-verde, ma di tutti gli appassionati di golf. Fu una prodezza rara… poi è venuto Molinari e il birdie risolutivo alla 18, ma questa è storia di oggi.

IL BRITISH OPEN 1979 CHE CONSACRO’ SEVERIANO BALLESTEROS

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Ballesteros al British Open 1979 – da cdn-s3.si.com

articolo di Nicola Pucci

Che Severiano Ballesteros avesse un feeling del tutto particolare con il British Open era evidente da quel leggendario 1976 quando il ragazzo di Pedrena, appena 19enne, aveva colto un clamoroso secondo posto, domando il lotto dei concorrenti per i primi tre giri, infine arrendendosi all’ultimo giorno alla rimonta di Johnny Miller che lo aveva sopravanzato di 5 colpi. E quella piazza d’onore accanto ad un totem del golf come Jack Nicklaus lasciavano intendere che, prima o poi, il cantabrico avrebbe fatta sua la prestigiosa ed ambitissima Claret Jug, la coppa d’argento che dall’ormai lontanissimo 1872 premia il vincitore.

Eccoci dunque all’edizione del 1979, numero 108 di una meravigliosa storia di ferri e buche nata nel 1860, e Ballesteros, che nei due anni precedenti è andato a sprazzi, ancora una volta vanificando nella seconda parte quanto di buono costruito ai primi due giri, è tuttavia annoverabile tra gli outsiders di lusso del torneo. Seppur sia ancora all’asciutto di vittorie in uno dei tornei Major, vantando altresì nove successi in tornei dell’European Tour ed uno nel PGA Tour, il Greater Greensboro Open che nel 1978 l’ha visto prevalere su Jack Renner e Fuzzy Zoeller.

Al Royal Lytham & St Annes Golf Club, nel Lancashire, sono presenti dieci precedenti vincitori, per un totale di ben 20 titoli. Tra questi c’è il “vecchio” australiano Peter Thomson, ormai 50enne, che ha trionfato a cinque riprese tra il 1954 e il 1965, ci sono il sudafricano Gary Player e lo stesso Nicklaus, campione in carica, che vantano tre vittorie, e poi Tom Watson e Lee Trevino, Bob Charles e l’argentino Robert De Vicenzo, Tony Jacklin e Tom Weiskopf, per concludere con Johnny Miller. Insomma, un parterre de roi per un evento che da mercoledì 18 a sabato 21 luglio (dal 1980 il torneo si concluderà di domenica) sta per appassionare il pubblico, al solito accorso numerosissimo lungo il percorso.

Già, il percorso. Che misura 6.822 yards, par 71 con tre par 5 alle buche 6, 7 (la più lunga, 551 yards) e 11, ed impegna 152 golfisti, che poi rimarranno in 61 dopo il taglio al secondo giro. E Severiano, grazie al suo magnifico gioco corto destinato a cambiare, per sempre, la tradizione che nel golf nega ad un europeo occidentale il trionfo al British Open da quando ci riuscì il francese Arnaud Massy addirittura nel 1907, è pronto a dar battaglia, seppur al primo giro rimanga 2 sopra il par girando in 73 colpi, in sedicesima posizione, così come Greg Norman, ben distante dallo scozzese Bill Longmuir che chiude la prima giornata in testa con 65 colpi, tre meglio dell’amercino Hale Irwin, che un mese prima si è imposto all’US Open bissando il titolo del 1974, suoi unici nei tornei Major, e quattro meglio dell’altro statunitense Jerry Pate, secondo proprio all’US Open vinto a sua volta nel 1976.

Al secondo giro Ballesteros sale decisamente in cattedra, piazzando un giro da 65 colpi con quattro birdie nelle ultime cinque buche che lo proiettano in seconda posizione, alle spalle di Irwin che lo sopravanza di due colpi e pare ben deciso a concedere il bis dell’exploit realizzato all’US Open. E se Longmuir, che non ha gran palmares nei tornei Major, scivola in terza posizione riuscendo comunque a reggere il peso dell’inattesa notorietà che gli piomba addosso, Tom Watson e Jack Nicklaus non sono lontani, pronti a piazzare la zampata vincente quando la situazione andrà facendosi incandescente. Al taglio, escono di scena Weiskopf e De Vicenzo, così come Battista Maestroni, unico italiano in gara.

Al terzo giro il migliore è il giapponese  Tsuneyuki Nakamura, che chiude in 67 colpi ma è lontano in classifica, contro i 69 di Mark James, che risale in terza posizione agganciando Nicklaus. Ma la battaglia per il primo posto, provvisorio, riguarda Irwin e Ballesteros, che pur non andando entrambi oltre i 75 colpi, ovvero 4 sopra il par, conservano le prime due posizioni della classifica.

Decisivo, come è logico che sia quando a confrontarsi sono i migliori golfisti al mondo e la posta in palio è tremendamente alta, è l’ultimo giro. Ed è qui che Ballesteros, memore di quel che gli è successo nei tre anni precedenti quando è sempre andato in calando dopo un inizio promettente e nonostante il forte vento disturbi il gioco, regala il meglio del suo repertorio. Se Irwin paga dazio ad una giornata-no chiudendo con 78 colpi che lo fanno retrocedere in sesta posizione, se Nicklaus e Ben Crenshaw, a dispetto di un doppio bogey penalizzante alla buca 17, hanno la meglio della concorrenza realizzando uno score finale di 286 colpi che valgono loro lo status di runners-up, ovvero di secondi classificati, se un giovane Nick Faldo illustra al mondo tutto il suo talento girando con 69 colpi, secondo miglior score di giornata dietro ai 68 colpi del neozelandese Simon Owen, Ballesteros stavolta tiene i nervi saldi a dispetto dell’ancor giovane età e dopo aver collezionato uno strepitoso birdie alla buca 16 infilando un putt da 20 piedi, chiude in 70 colpi globalizzando 283 colpi, ovvero 1 sotto il par, per tenere a distanza gli avversari ed andare a cogliere il primo successo in un torneo Major.

E’ solo l’alba di una meravigliosa carriera che vedrà Severiano Ballesteros trionfare ancora al British Open nel 1984 e nel 1988, a cui aggiungere due Masters nel 1980 e nel 1983, ma se è vero che la prima volta non si scorda mai, quella Claret Jug conquistata nel Lancashire il grande spagnolo se la tiene proprio stretta. Peccato che debba farlo lassù, dove riposano gli eroi dello sport…

 

TIGER WOODS E L’EPICO US OPEN 2008 RISOLTO ALLA BUCA DELLA MORTE IMPROVVISA

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Tiger Woods in trionfo agli US Open 2008 – da golfdigest.com

articolo di Nicola Pucci

Dovessimo raccontare delle gesta di Tiger Woods, che molti annoverano quale golfista più forte di tutti i tempi, probabilmente faremmo Natale, perché le vittorie sono tante e la carriera ha percorso infinito. Ed allora mi tocca scegliere, e non è proprio un gioco da ragazzi. Sfoglio l’album dei ricordi e torno indietro di non molto, 2008, esattamente dieci anni fa, quando il fenomenale ragazzo californiano regalò l’ennesima impresa di una carriera inimitabile, o quasi, trionfando agli US Open per la terza volta, conquistando altresì il 14esimo e per ora ultimo Major della sua collezione.

Ad onor del vero, quel successo ha i parametri dell’impresa leggendaria. Perché se non è fuori dal comune il fatto che Woods domini la scena in un grande evento, lo è per come la vittoria di Tiger giunge al termine di una sfida al cardiopalma con l’avversario di quei giorni, Rocco Mediate. Che non è un fenomeno, solo sesto in precedenza al PGA Championship del 2002, e neppure tanto giovane, dall’alto dei suoi 46 anni certificati dalla data di nascita, 1962, che lo vedono ben tredici anni più anziano dell’immenso Woods, ma che sta per recitare da protagonista come mai gli era capitato nel corso di una carriera da comprimario.

L’edizione numero 108 dell’US Open va in scena dal 12 al 15 giugno (con coda al 16 giugno, vedremo poi perchè) al Torrey Pines Golf Course di La Jolla, proprio in California, a casa di Woods. Che è l’indiscusso numero 1 del mondo dal 12 giugno 2005 ma fallisce l’assalto all’US Open da quando, nel 2002, battè uno dei suoi rivali più agguerriti, Phil Mickelson, ed è al rientro nel circuito dopo un intervento in artroscopia al ginocchio sinistro che lo ha tenuto fuori dopo il Master di aprile chiuso alle spalle di Trevor Immelman. L’argentino Angel Cabrera è il detentore del titolo, conquistato dodici mesi prima a Oakmont, e capeggia un campo di partecipanti che, oltre al sudamericano e a Woods, allinea al via Lee Janzen, i due sudafricani Ernie Els e Retief Goosen, Jim Furyk, il neozelandese Michael Campbell e l’australiano Geoff Ogilvy, tutti loro già vincitori in passato. Insomma, si attende spettacolo… ma quel che sta per accadere andrà ben oltre le più rosee aspettative degli appassionanti accorsi lungo il green.

Il primo giro, giovedì 12 giugno, come spesso accade per gli US Open, mette in mostra la buona attitudine alla battaglia di due outsiders che rispondono al nome di Justin Hicks e Kevin Streelman, che chiudono appaiati in testa con 68 colpi, tre sotto il par, precedendo un quartetto a quota 69 colpi, tra i quali Rocco Mediate, competitivo fin dal giorno di apertura del Major, e lo stesso Ogilviy, campione nel 2006. Woods, Mickelson e Adam Scott, ovvero i primi tre golfisti del ranking mondiale, partono in sordina, rispettivamente a 72, 71 e 73 colpi, comunque in corsa, mentre negativa è la prova di Cabrera, assolutamente fuori condizione, lontano parente del fuoriclasse che l’anno prima fu in grado di sbaragliare il campo, che chiude a 79 colpi, ben otto sopra il par.

Venerdì 13 giugno segna la fine dell’illusione, effimera, dei due provvisori capoclassifica, che rientrano nei ranghi più consoni alle loro doti, ed è l’australiano Stuart Appleby a rilevarne la prima posizione, 139 colpi complessivi, uno in meno dello svedese Robert Karlsson (70+70), di Mediate che si conferma e di un Woods in rimonta, 68 colpi, che copre le prime nove buche in soli 30 colpi, uno in più del record per gli US Open realizzato da Vijay Singh nel 2003. Il taglio, fissato a 149 colpi, costa l’eliminazione non solo a Cabrera, che impiega 76 colpi per chiudere a 155, ma anche a Janzen, 153 colpi, e Campbell, addirittura 161 colpi, mentre la miglior performance del giorno, 66 colpi, consente allo spagnolo Miguel Angel Jimenez di assestarsi in quinta posizione.

Sabato 14 giugno costa caro ad Appleby, che retrocede in classifica come già successo il giorno prima a Hicks e Streelman, ma sono in tanti a pagare dazio alle difficoltà proposte dal green. Solo 11 degli 80 golfisti rimasti in gara chiudono sotto il par, tra questi proprio Woods, che a dispetto del ginocchio infortunato, piazza due eagles ed un birdie alla buca 17 per chiudere con 70 colpi e balzare al comando con 210 colpi, uno in meno dell’inglese Lee Westwood, unico a non aver mai girato sopra il par, con Mediate, Ogilvy e D.J.Trahan che inseguono a due colpi da Tiger.

Con Woods in testa al mattino del 15 giugno, per l’ultimo giro, sembrano non esserci troppe speranze per gli avversari di ribaltare a loro favore la situazione, vista l’abilità di Tiger nel far gara di testa. Ed invece succede quel che non ti aspetti, con un doppio-bogey alla buca 1 ed un altro alla buca 2, che costano a Woods il comando, per poi rimettersi in carreggiata con due birdies alla buca 9 e 11. Nel frattempo il rivale che nessuno, ma proprio nessuno, aveva pronosticato a questo stadio della competizione, Rocco Mediate, colpisce con inusuale costanza con tre par alle tre ultime buche, segnando 71 colpi nel giro e 283 totali, illudendosi per qualche minuto di far sua la coppa, seguendo dalla “clubhousel’ultimo colpo di Woods e di Westwood, pure lui in corsa per la vittoria. Tiger completa a sua volta il giro con un birdie, uscendo bene dal bunker, e si garantisce, a quota 283 colpi, primo posto in coabitazione con Mediate e l’accesso alle 18 buche supplementari di play-off, dal quale è invece escluso per un solo colpo proprio Westwood, infine terzo a 284 colpi, che termina la sua fatica con un par 5 all’ultima buca, vedendo così svanire i suoi sogni di gloria.

E così, lunedì 16 agosto, il Torrey Pines Golf Course di La Jolla invece di chiudere i battenti, apre le porte per un altro giorno ancora ai due contendenti rimasti a darsi battaglia, Woods e Mediate, che stanno per librare una memorabile sessione di colpi apparentemente senza fine. E’ dal 2001, quando Goosen battè di due colpi Mark Brooks, che l’US Open non si decide con un giro supplementare, ma qui si va pure oltre, perché se Woods allunga grazie a due birdies alla buca 6 e 7, Mediate si trova a dover recuperare tre colpi dopo dieci buche, complici ben quattro bogeis. Ancora una volta, ahilui, Woods trema quando si trova a dover proteggere un vantaggio cospicuo, e se a sua volta infila due bogeis alla buca 11 e 12, Mediate piazza tre birdies consecutivi che gli valgono recupero, aggancio alla buca 14 e sorpasso alla buca 15. La pressione su Woods è altissima, ma il campione è tale e dopo due buche par 3 e par 4, all’ultimo tentativo infila un birdie prodigioso che, come già al quarto giro, vale l’aggancio a Mediate a quota 71 colpi, che ancora una volta si vede scivolare il trofeo di mano quando pareva averlo afferrato.

Eccoci dunque all’epilogo, previsto con “the sudden-death“, la morte improvvisa, una sorta di golden-gol calcistico: si parte dalla buca 7 e chi per primo ne completa una con un colpo in meno, viene proclamato vincitore. E Woods, campionissimo qual’è, a dispetto del ginocchio a pezzi e della fatica accumulata, piazza un par 4 che costringe Mediate all’errore quando, nell’estremo tentativo di uscire dal bunker, fallisce a sua volta il colpo risolutivo, un pelo troppo a destra della buca, chiudendo con un bogey che lo condanna alla sconfitta.

Woods, in coda a cinque giorni di grande golf e di un percorso globale infine di 91 buche, vince il suo Major numero 14 e lo fa nelle condizioni più estreme: due giorni dopo la fine del torneo, annuncia di aver gareggiato con una frattura da stress alla gamba sinistra che lo obbligherà ad una nuova operazione e a saltare il resto della stagione. Capito perché questo ragazzo che gioca a golf è un fenomeno?

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FLORY VAN DONCK E IL POKER DI SUCCESSI ALL’OPEN D’ITALIA

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Flory Van Donck – da golf.be

articolo di Nicola Pucci

Il nome potrà dirvi poco o niente, a meno che non siate un bel pezzo avanti con gli anni  e magari degl’inguaribili e pure aggiornatissimi appassionati di golf. Ma Flory Van Donck è pur sempre detentore di un primato che ad oggi pare difficile da eguagliare, ovvero vincitore di quattro edizioni dell’Open d’Italia, anche se, ad onor del vero, è questo un vanto che condivide con il francese Auguste Boyer… ma qui si parla già degli albori del torneo, a cavallo tra anni Venti e Trenta.

Belga di Tervuren classe 1912, Van Donck passa professionista all’eta di 19 anni, nel 1931, diventando di fatto uno dei giocatori dell’Europa continentale di maggior fama, in grado di competere con i golfisti britannici. Ha uno stile poco ortodosso, forse, ma efficace, e per due anni successivi, 1936 e 1937, vince il Dutch Open, battendo prima l’inglese Francis Francis ad Hilversum e poi proprio Boyer a Kennemer. Ma è in Italia, soprattutto, che il campione belga dà sfoggio della sua classe e nel 1938, al Circolo del Golf di Villa d’Este a Como, nell’ultima edizione prima dell’interruzione provocata dalla Seconda Guerra Mondiale, trionfa in 276 colpi davanti a Pulvio Travaini.

Van Donck fa in tempo a vincere per la prima volta il torneo di casa al Royal Golf Club of Belgium a Ravenstein battendo Max Faulkner, riscattando l’amaro secondo posto del 1935 quando fu Bill Branch a precederlo ai playoff nonostante un giro in 65 colpi (-8 sotto il PAR) che è un altro record che tuttora resiste, avviando una serie di cinque successi davanti al pubblico amico, per vedersi poi stoppare dall’orrore del conflitto bellico che lo tiene lontano dall’attività negli anni di massimo splendore. Nondimeno, alla ripresa, è pronto a riprendersi il posto tra i migliori e se vince ancora in Olanda e in Belgio, nel 1947 si presenta da detentore del titolo all’Open d’Italia, stavolta nel magnifico scenario del Circolo del Golf di Sanremo, confermandosi campione davanti a quell’Aldo Casera che l’anno dopo gli succede nell’albo d’oro. A Manchester conquista il primo successo nel Regno Unito, battendo l’americano Johnny Bulla, ed è l’antipasto di quelle che saranno le sue prestazioni al British Open.

Già, perchè se Van Donck rinnova il successo in Italia nel 1953 a Villa d’Este e nel 1955 a Venezia completando il poker “tricolore“, nello Slam più prestigioso è protagonista di due edizioni che lo vedono chiudere nella scomoda veste di runner-up, ovvero in seconda posizione, nel 1956 quando a batterlo è il leggendario Peter Thomson, 286 colpi a 289, al terzo successo consecutivo dei suoi cinque complessivi, e nel 1959 sul green di Muirfield quando a infrangere i suoi sogni di gloria è il sudafricano Gary Player, riducendo il margine a due soli colpi, 284 a 286.

Ma in Europa la classe golfistica di Van Donck, così come i suoi modi eleganti da vero gentiluomo, continuano a dispensare prodezze e il 1953 è per lui l’anno della consacrazione definitiva, imponendosi in sette tornei europei – altro record in curriculum, da condividere con l’australiano Norman Von Nida che vi riuscì nel 1947 -, il che gli vale l’assegnazione dell’Harry Vardon Trophy destinato al miglior giocatore del continente. Tra quelle perle, oltre a Belgio, Olanda, Italia, Germania e Svizzera, meritano di esser soprattutto ricordate le vittorie al Silver King Tournament di Rickmansworth e al Yorkshire Evening News Tournament, due successi di prestigio in quella terra d’Inghilterra che adotta definitivamente il belga tra i giocatori più stimati dall’esigente pubblico d’Oltremanica. Il che equivale ad una sorta di laurea del golf.

E se l’Italia lo elegge campione ad hoc del suo torneo di maggior caratura internazionale, altresì a casa nostra Van Donck ottiene l’ultima delle sue numerose vittorie, quando nel 1962, ormai 50enne, trionfa nella prima edizione della Lancia d’Oro al Golf Club di Biella. In effetti la carriera del belga è tra le più longeve, se è vero che nel 1979 partecipa per la diciottesima ed ultima volta alla World Cup, manifestazione a squadre che lo vede individualmente trionfatore nel 1960 a Portmarnock, nei sobborghi di Dublino, prendendosi il lusso in quell’occasione di battere un mito del golf come Arnold Palmer.

E se per quell’impresa Van Donck si guadagnò la palma di sportivo belga dell’anno, se universalmente viene riconosciuto come il golfista più forte d’ogni epoca del suo paese (forse assieme a Donald Swaelens), nondimeno Flory sarà sempre, per noi italiani, l’uomo la cui mazza seppe calare un poker d’oro. Ed un record è pur sempre un record.

 

JACK NICKLAUS, L’ORSO D’ORO CHE HA CAMBIATO IL GOLF

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Nicklaus al Masters del 1986 – da pgatour.com

articolo di Nicola Pucci

Ci sarà un motivo se lo chiamano “Orso d’oro“; se viene universalmente considerato tra i più grandi golfisti di tutti i tempi, secondo forse solo a Bobby Jones; se è tuttora detentore del maggior numero di vittorie nei tornei dello Slam, ben 18. Certo che c’è, si chiama Jack Nicklaus. Ed è l’eccellente motivo per cui oggi, il golf, ha guadagnato in popolarità, abbattendo le barriere del dilettantismo per assurgere al rango di sport professionistico tra i più seguiti e praticati al mondo.

Nicklaus nasce il 21 gennaio 1940 a Columbus, capitale dello Stato dell’Ohio, e fin dalla tenera età denuncia talento fuori dal comune nello smazzare palline sui green americani. Avviato all’esercizio golfistico dal padre, che di lui sarà poi il caddy, a 10 anni è già capace di completare le prime 9 buche in 51 colpi, vincendo poi due volte l’US Amateur da dilettante, per affacciarsi alla ribalta nel 1960 quando tra i grandi, e proprio all’US Open, stupisce il mondo piazzandosi secondo, battuto solo da “The king“, Arnold Palmer, 280 colpi contro i 282 del giovane bellinbusto, record per un amatore al torneo che quell’anno si disputa al Cherry Hills Country Club in Colorado.

Al golf tutto stile e compostezza dei suoi illustri predecessori Jack associa quel che sarà sempre il suo marchio di fabbrica, una potenza assolutamente fuori dalle norme se è vero che lo stesso Palmer, di 11 anni più anziano ma con il quale Nicklaus è ancora in tempo a dar vita a memorabili sfide, afferma che “ora che quel grande ragazzo è fuori dalla gabbia, per noi sarà il caso di correre ai ripari“. E’ solo l’abbrivio di una carriera favolosa, non solo confortata da un congruo bottino di successi che tra qualche riga vi riassumeremo, bensì pure incredibilmente lunga se è vero che Nicklaus, ancora nel 1998, è sesto al Masters di Augusta.

In questo lasso di tempo Nicklaus, appunto, mette in saccoccia 18 Major, distribuiti tra 6 Masters, 4 Us Open, 3 Open Championships e 5 PGA Championships, a cui si aggiugono ben 19 piazze d’onore ed altri 9 terzi posti. Fate il conto… Nicklaus termina 46 volte tra i primi tre di un torneo dello Slam, e questo è solo uno dei tanti primati che gli appartengono e consolidano la sua leggenda.

Che non è solo la classe sul green, che è sotto gli occhi di tutti, ma pure un comportamento mai fuori dalle righe, sia che si tratti di alzare la coppa riservata al vincitore, sia che si tratti di stringere la mano all’avversario che è stato bravo, ma proprio tanto bravo, nel batterlo. Come quando vince il suo primo Us Open nel 1962, prendendosi la rivincita su Palmer in un’epica sfida di play-off risolta 71 colpi a 74, diventando il più giovane a trionfare da quando ci riuscì proprio Bobby Jones nel 1923; oppure quando nel 1965 conquista il Masters chiudendo con un clamoroso score di 271 colpi, ben 9 in meno dell’immancabile Palmer e del sudafricano Gary Player, frutto di un altrettanto straordinario terzo giro da 64 colpi; o quando ancora, ormai affermatissimo e dominatore del circuito, nel 1975 dà vita ad una memorabile lotta a tre con Johnny Miller e Tom Weiskopf, realizzando alla sedicesima buca dell’ultimo giro un birdie con un colpo impossibile da 13 metri che gli regala la quinta Giacca Verde; infine quando nel 1986, ormai 46enne, vince un’ultima volta ad Augusta rimontando all’ultimo giro Tom Kite, Greg Norman e Severiano Ballesteros “piazzando” un ultimo giro da 65 colpi, con le nove buche finali completate in 30 colpi!

Certo, Nicklaus di bocconi amari ne ha dovuti mandar giù, talvolta. Come dimenticare l’exlpoit di Lee Trevino, uno pur sempre capace di vincere ben sei tornei dello Slam, all’Us Open del 1971, quando si presentò al play-off decisivo con un serpente di gomma per infine avere la meglio dell’Orso? Oppure l’anno dopo, quando Trevino, recidivo, vinse l’Open Championships al Muirfield Golf Links di Gullane, in Scozia, negando a Jack, già trionfatore al Master e all’Us Open, la possibilità di completare il Grande Slam? Così come la ferita è ancora aperta per il reato di lesa maestà perpetrato da un altro tenore di quegli anni, Tom Watson, pure lui con la ragguardevole collezione di otto tornei dello Slam, che bruciò sul filo di lana Nicklaus all’Open Championships del 1977, per batterlo ancora alla penultima buca di un’altrettanto memorabile edizione degli Us Open del 1982. In quest’occasione, una volta tanto, l'”Orso d’oro“, che svettava non solo per classe, temperamento e freddezza ma finanche per stazza e l’affascinante ciuffo biondo, derogò dall’…inderogabile aplomb che lo contraddistingueva lasciandosi andare ad un “quel figlio di buona donna (non disse proprio così, ma ci siamo capiti) me l’ha fatta ancora una volta!“.

Proprio vero, Jack Nicklaus se non è il più grande di sempre, ci va vicino, ma proprio tanto vicino. In tutti i sensi.

BEN HOGAN, LEGGENDA DEL GOLF TRA SWING E SIGARETTE

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Ben Hogan – da complex.com

articolo a cura di Francesco Gori tratto da Golfpiù 

Quando si parla di Ben Hogan siamo di fronte ad una leggenda del golf. Uno swing che ha indubbiamente influenzato la storia di questo sport, uno dei più grandi campioni di tutti i tempi (9 Major e 64 tornei del PGA nel palmares).

Non è il senso di questo post snocciolare i numeri di un fenomeno, ma raccontarne la vita incredibile, e i segreti dell’eccezionale golfista americano.

Uomo introverso Ben, del resto la sua infanzia è segnata dal suicidio del padre. Costretto a lavorare per aiutare la famiglia fin da piccolo, comincia a fare il caddie e scopre il suo talento. Nato per giocare a golf, Hogan diventa professionista ben prima dei 18 anni e tra il 1938 e il 1959 conquista le sue infinite vittorie (ma anche cocenti sconfitte come allo Us Open 1955, perso al playoff per mano di Jack Fleck), nonostante due avvenimenti che ne scandiscono la biografia, come spesso capita alle grandi star: la Seconda Guerra Mondiale ne sospende l’attività agonostica e lo costringe ad arruolarsi, un incidente d’auto rischia di mandarlo anzitempo sui green stellati. Sorte vuole che Ben nell’impatto con un bus in una mattina di nebbia, si getti sulla moglie Valerie per salvarla, salvando anche se stesso dal piantone dello sterzo che sfonda il suo sedile. Sembra destinato a non camminare più Ben, e invece torna anche a giocare. E a vincere.

Praticante instancabile, senza i guanti ma con la sigaretta. Sì, avete capito bene. Ben era un fumatore e spesso è stato visto praticare con la pagliuzza tra le labbra, chi dice Chesterfield, chi Camel (per la quale si prestò a fare la pubblicità) non importa: mentre colpiva la stringeva in bocca usandola come oggetto utile alla sua pratica, puntando in basso dall’inizio del backswing fino all’impatto e svolgendo il ruolo di punto fermo (verso la palla) per i suoi occhi, funzionale per mantenere la testa ferma durante lo swing.

Tra i segreti di Ben Hogan c’è il movimento del polso speciale denominato “cupping under“, ed il modo in cui usava il ginocchio destro per avviare lo swing, fondamentale per il polso stesso. Il grip della mano sinistra era volutamente debole.

Leggenda narra che Ben Hogan fosse mancino, ma in realtà era destro, aveva semplicemente cominciato a giocare con la sinistra nel suo primo club dopo essere venuto in possesso del suo primo ferro 5, che aveva queste caratteristiche

Determinato e con una volontà di ferro: queste le qualità dell’uomo, unite al genio golfistico per natura. Freddo e taciturno, ha scaldato i cuori dei suoi sostenitori dopo l’incidente tornando alle gare dopo soli 11 mesi, nonostante le fratture, i problemi di circolazione e agli occhi. Vincendo anche visibilmente zoppo, come allo Us Open del 1950. Un golf d’altri tempi, un golf leggendario.

Ha scritto Ben Hogan’s Five Lessons: The Modern Fundamentals of Golf, il libro più venduto della storia del golf, dove spiega i fondamenti, il grip, lo stance e la postura, e lo swing nei suoi due movimenti (backswing e downswing).

Nella lunga biografia di Ben Hogan giungono inevitabilmente anche la vecchiaia e gli anni amari: la salute precaria e una moglie che gli toglie prima il permesso di guidare, poi la possibilità di trascorrere qualche ora al suo circolo e infine di ricevere visite e telefonate dagli amici.

Inserito nella World Golf Hall of Fame nel 1974, e costantemente in lotta per il titolo di più grande golfista della storia insieme a Tiger Woods, Jack Nicklaus e Bobby Jones, The Wee Ice Mon (o Man) – questo il suo soprannome – rimarrà un’icona indelebile per gli appassionati di golf, di sport e di grandi storie.

Una vita straordinaria, quella di Ben Hogan.