TIGER WOODS E L’EPICO US OPEN 2008 RISOLTO ALLA BUCA DELLA MORTE IMPROVVISA

tiger-woods-2008-us-open-18th-hole-cheer.jpg
Tiger Woods in trionfo agli US Open 2008 – da golfdigest.com

articolo di Nicola Pucci

Dovessimo raccontare delle gesta di Tiger Woods, che molti annoverano quale golfista più forte di tutti i tempi, probabilmente faremmo Natale, perché le vittorie sono tante e la carriera ha percorso infinito. Ed allora mi tocca scegliere, e non è proprio un gioco da ragazzi. Sfoglio l’album dei ricordi e torno indietro di non molto, 2008, esattamente dieci anni fa, quando il fenomenale ragazzo californiano regalò l’ennesima impresa di una carriera inimitabile, o quasi, trionfando agli US Open per la terza volta, conquistando altresì il 14esimo e per ora ultimo Major della sua collezione.

Ad onor del vero, quel successo ha i parametri dell’impresa leggendaria. Perché se non è fuori dal comune il fatto che Woods domini la scena in un grande evento, lo è per come la vittoria di Tiger giunge al termine di una sfida al cardiopalma con l’avversario di quei giorni, Rocco Mediate. Che non è un fenomeno, solo sesto in precedenza al PGA Championship del 2002, e neppure tanto giovane, dall’alto dei suoi 46 anni certificati dalla data di nascita, 1962, che lo vedono ben tredici anni più anziano dell’immenso Woods, ma che sta per recitare da protagonista come mai gli era capitato nel corso di una carriera da comprimario.

L’edizione numero 108 dell’US Open va in scena dal 12 al 15 giugno (con coda al 16 giugno, vedremo poi perchè) al Torrey Pines Golf Course di La Jolla, proprio in California, a casa di Woods. Che è l’indiscusso numero 1 del mondo dal 12 giugno 2005 ma fallisce l’assalto all’US Open da quando, nel 2002, battè uno dei suoi rivali più agguerriti, Phil Mickelson, ed è al rientro nel circuito dopo un intervento in artroscopia al ginocchio sinistro che lo ha tenuto fuori dopo il Master di aprile chiuso alle spalle di Trevor Immelman. L’argentino Angel Cabrera è il detentore del titolo, conquistato dodici mesi prima a Oakmont, e capeggia un campo di partecipanti che, oltre al sudamericano e a Woods, allinea al via Lee Janzen, i due sudafricani Ernie Els e Retief Goosen, Jim Furyk, il neozelandese Michael Campbell e l’australiano Geoff Ogilvy, tutti loro già vincitori in passato. Insomma, si attende spettacolo… ma quel che sta per accadere andrà ben oltre le più rosee aspettative degli appassionanti accorsi lungo il green.

Il primo giro, giovedì 12 giugno, come spesso accade per gli US Open, mette in mostra la buona attitudine alla battaglia di due outsiders che rispondono al nome di Justin Hicks e Kevin Streelman, che chiudono appaiati in testa con 68 colpi, tre sotto il par, precedendo un quartetto a quota 69 colpi, tra i quali Rocco Mediate, competitivo fin dal giorno di apertura del Major, e lo stesso Ogilviy, campione nel 2006. Woods, Mickelson e Adam Scott, ovvero i primi tre golfisti del ranking mondiale, partono in sordina, rispettivamente a 72, 71 e 73 colpi, comunque in corsa, mentre negativa è la prova di Cabrera, assolutamente fuori condizione, lontano parente del fuoriclasse che l’anno prima fu in grado di sbaragliare il campo, che chiude a 79 colpi, ben otto sopra il par.

Venerdì 13 giugno segna la fine dell’illusione, effimera, dei due provvisori capoclassifica, che rientrano nei ranghi più consoni alle loro doti, ed è l’australiano Stuart Appleby a rilevarne la prima posizione, 139 colpi complessivi, uno in meno dello svedese Robert Karlsson (70+70), di Mediate che si conferma e di un Woods in rimonta, 68 colpi, che copre le prime nove buche in soli 30 colpi, uno in più del record per gli US Open realizzato da Vijay Singh nel 2003. Il taglio, fissato a 149 colpi, costa l’eliminazione non solo a Cabrera, che impiega 76 colpi per chiudere a 155, ma anche a Janzen, 153 colpi, e Campbell, addirittura 161 colpi, mentre la miglior performance del giorno, 66 colpi, consente allo spagnolo Miguel Angel Jimenez di assestarsi in quinta posizione.

Sabato 14 giugno costa caro ad Appleby, che retrocede in classifica come già successo il giorno prima a Hicks e Streelman, ma sono in tanti a pagare dazio alle difficoltà proposte dal green. Solo 11 degli 80 golfisti rimasti in gara chiudono sotto il par, tra questi proprio Woods, che a dispetto del ginocchio infortunato, piazza due eagles ed un birdie alla buca 17 per chiudere con 70 colpi e balzare al comando con 210 colpi, uno in meno dell’inglese Lee Westwood, unico a non aver mai girato sopra il par, con Mediate, Ogilvy e D.J.Trahan che inseguono a due colpi da Tiger.

Con Woods in testa al mattino del 15 giugno, per l’ultimo giro, sembrano non esserci troppe speranze per gli avversari di ribaltare a loro favore la situazione, vista l’abilità di Tiger nel far gara di testa. Ed invece succede quel che non ti aspetti, con un doppio-bogey alla buca 1 ed un altro alla buca 2, che costano a Woods il comando, per poi rimettersi in carreggiata con due birdies alla buca 9 e 11. Nel frattempo il rivale che nessuno, ma proprio nessuno, aveva pronosticato a questo stadio della competizione, Rocco Mediate, colpisce con inusuale costanza con tre par alle tre ultime buche, segnando 71 colpi nel giro e 283 totali, illudendosi per qualche minuto di far sua la coppa, seguendo dalla “clubhousel’ultimo colpo di Woods e di Westwood, pure lui in corsa per la vittoria. Tiger completa a sua volta il giro con un birdie, uscendo bene dal bunker, e si garantisce, a quota 283 colpi, primo posto in coabitazione con Mediate e l’accesso alle 18 buche supplementari di play-off, dal quale è invece escluso per un solo colpo proprio Westwood, infine terzo a 284 colpi, che termina la sua fatica con un par 5 all’ultima buca, vedendo così svanire i suoi sogni di gloria.

E così, lunedì 16 agosto, il Torrey Pines Golf Course di La Jolla invece di chiudere i battenti, apre le porte per un altro giorno ancora ai due contendenti rimasti a darsi battaglia, Woods e Mediate, che stanno per librare una memorabile sessione di colpi apparentemente senza fine. E’ dal 2001, quando Goosen battè di due colpi Mark Brooks, che l’US Open non si decide con un giro supplementare, ma qui si va pure oltre, perché se Woods allunga grazie a due birdies alla buca 6 e 7, Mediate si trova a dover recuperare tre colpi dopo dieci buche, complici ben quattro bogeis. Ancora una volta, ahilui, Woods trema quando si trova a dover proteggere un vantaggio cospicuo, e se a sua volta infila due bogeis alla buca 11 e 12, Mediate piazza tre birdies consecutivi che gli valgono recupero, aggancio alla buca 14 e sorpasso alla buca 15. La pressione su Woods è altissima, ma il campione è tale e dopo due buche par 3 e par 4, all’ultimo tentativo infila un birdie prodigioso che, come già al quarto giro, vale l’aggancio a Mediate a quota 71 colpi, che ancora una volta si vede scivolare il trofeo di mano quando pareva averlo afferrato.

Eccoci dunque all’epilogo, previsto con “the sudden-death“, la morte improvvisa, una sorta di golden-gol calcistico: si parte dalla buca 7 e chi per primo ne completa una con un colpo in meno, viene proclamato vincitore. E Woods, campionissimo qual’è, a dispetto del ginocchio a pezzi e della fatica accumulata, piazza un par 4 che costringe Mediate all’errore quando, nell’estremo tentativo di uscire dal bunker, fallisce a sua volta il colpo risolutivo, un pelo troppo a destra della buca, chiudendo con un bogey che lo condanna alla sconfitta.

Woods, in coda a cinque giorni di grande golf e di un percorso globale infine di 91 buche, vince il suo Major numero 14 e lo fa nelle condizioni più estreme: due giorni dopo la fine del torneo, annuncia di aver gareggiato con una frattura da stress alla gamba sinistra che lo obbligherà ad una nuova operazione e a saltare il resto della stagione. Capito perché questo ragazzo che gioca a golf è un fenomeno?

scopri Golf+

 

Annunci

FLORY VAN DONCK E IL POKER DI SUCCESSI ALL’OPEN D’ITALIA

flory-van-donck-swing_1
Flory Van Donck – da golf.be

articolo di Nicola Pucci

Il nome potrà dirvi poco o niente, a meno che non siate un bel pezzo avanti con gli anni  e magari degl’inguaribili e pure aggiornatissimi appassionati di golf. Ma Flory Van Donck è pur sempre detentore di un primato che ad oggi pare difficile da eguagliare, ovvero vincitore di quattro edizioni dell’Open d’Italia, anche se, ad onor del vero, è questo un vanto che condivide con il francese Auguste Boyer… ma qui si parla già degli albori del torneo, a cavallo tra anni Venti e Trenta.

Belga di Tervuren classe 1912, Van Donck passa professionista all’eta di 19 anni, nel 1931, diventando di fatto uno dei giocatori dell’Europa continentale di maggior fama, in grado di competere con i golfisti britannici. Ha uno stile poco ortodosso, forse, ma efficace, e per due anni successivi, 1936 e 1937, vince il Dutch Open, battendo prima l’inglese Francis Francis ad Hilversum e poi proprio Boyer a Kennemer. Ma è in Italia, soprattutto, che il campione belga dà sfoggio della sua classe e nel 1938, al Circolo del Golf di Villa d’Este a Como, nell’ultima edizione prima dell’interruzione provocata dalla Seconda Guerra Mondiale, trionfa in 276 colpi davanti a Pulvio Travaini.

Van Donck fa in tempo a vincere per la prima volta il torneo di casa al Royal Golf Club of Belgium a Ravenstein battendo Max Faulkner, riscattando l’amaro secondo posto del 1935 quando fu Bill Branch a precederlo ai playoff nonostante un giro in 65 colpi (-8 sotto il PAR) che è un altro record che tuttora resiste, avviando una serie di cinque successi davanti al pubblico amico, per vedersi poi stoppare dall’orrore del conflitto bellico che lo tiene lontano dall’attività negli anni di massimo splendore. Nondimeno, alla ripresa, è pronto a riprendersi il posto tra i migliori e se vince ancora in Olanda e in Belgio, nel 1947 si presenta da detentore del titolo all’Open d’Italia, stavolta nel magnifico scenario del Circolo del Golf di Sanremo, confermandosi campione davanti a quell’Aldo Casera che l’anno dopo gli succede nell’albo d’oro. A Manchester conquista il primo successo nel Regno Unito, battendo l’americano Johnny Bulla, ed è l’antipasto di quelle che saranno le sue prestazioni al British Open.

Già, perchè se Van Donck rinnova il successo in Italia nel 1953 a Villa d’Este e nel 1955 a Venezia completando il poker “tricolore“, nello Slam più prestigioso è protagonista di due edizioni che lo vedono chiudere nella scomoda veste di runner-up, ovvero in seconda posizione, nel 1956 quando a batterlo è il leggendario Peter Thomson, 286 colpi a 289, al terzo successo consecutivo dei suoi cinque complessivi, e nel 1959 sul green di Muirfield quando a infrangere i suoi sogni di gloria è il sudafricano Gary Player, riducendo il margine a due soli colpi, 284 a 286.

Ma in Europa la classe golfistica di Van Donck, così come i suoi modi eleganti da vero gentiluomo, continuano a dispensare prodezze e il 1953 è per lui l’anno della consacrazione definitiva, imponendosi in sette tornei europei – altro record in curriculum, da condividere con l’australiano Norman Von Nida che vi riuscì nel 1947 -, il che gli vale l’assegnazione dell’Harry Vardon Trophy destinato al miglior giocatore del continente. Tra quelle perle, oltre a Belgio, Olanda, Italia, Germania e Svizzera, meritano di esser soprattutto ricordate le vittorie al Silver King Tournament di Rickmansworth e al Yorkshire Evening News Tournament, due successi di prestigio in quella terra d’Inghilterra che adotta definitivamente il belga tra i giocatori più stimati dall’esigente pubblico d’Oltremanica. Il che equivale ad una sorta di laurea del golf.

E se l’Italia lo elegge campione ad hoc del suo torneo di maggior caratura internazionale, altresì a casa nostra Van Donck ottiene l’ultima delle sue numerose vittorie, quando nel 1962, ormai 50enne, trionfa nella prima edizione della Lancia d’Oro al Golf Club di Biella. In effetti la carriera del belga è tra le più longeve, se è vero che nel 1979 partecipa per la diciottesima ed ultima volta alla World Cup, manifestazione a squadre che lo vede individualmente trionfatore nel 1960 a Portmarnock, nei sobborghi di Dublino, prendendosi il lusso in quell’occasione di battere un mito del golf come Arnold Palmer.

E se per quell’impresa Van Donck si guadagnò la palma di sportivo belga dell’anno, se universalmente viene riconosciuto come il golfista più forte d’ogni epoca del suo paese (forse assieme a Donald Swaelens), nondimeno Flory sarà sempre, per noi italiani, l’uomo la cui mazza seppe calare un poker d’oro. Ed un record è pur sempre un record.

 

JACK NICKLAUS, L’ORSO D’ORO CHE HA CAMBIATO IL GOLF

nicklaus1986masters-davidcannon.jpg
Nicklaus al Masters del 1986 – da pgatour.com

articolo di Nicola Pucci

Ci sarà un motivo se lo chiamano “Orso d’oro“; se viene universalmente considerato tra i più grandi golfisti di tutti i tempi, secondo forse solo a Bobby Jones; se è tuttora detentore del maggior numero di vittorie nei tornei dello Slam, ben 18. Certo che c’è, si chiama Jack Nicklaus. Ed è l’eccellente motivo per cui oggi, il golf, ha guadagnato in popolarità, abbattendo le barriere del dilettantismo per assurgere al rango di sport professionistico tra i più seguiti e praticati al mondo.

Nicklaus nasce il 21 gennaio 1940 a Columbus, capitale dello Stato dell’Ohio, e fin dalla tenera età denuncia talento fuori dal comune nello smazzare palline sui green americani. Avviato all’esercizio golfistico dal padre, che di lui sarà poi il caddy, a 10 anni è già capace di completare le prime 9 buche in 51 colpi, vincendo poi due volte l’US Amateur da dilettante, per affacciarsi alla ribalta nel 1960 quando tra i grandi, e proprio all’US Open, stupisce il mondo piazzandosi secondo, battuto solo da “The king“, Arnold Palmer, 280 colpi contro i 282 del giovane bellinbusto, record per un amatore al torneo che quell’anno si disputa al Cherry Hills Country Club in Colorado.

Al golf tutto stile e compostezza dei suoi illustri predecessori Jack associa quel che sarà sempre il suo marchio di fabbrica, una potenza assolutamente fuori dalle norme se è vero che lo stesso Palmer, di 11 anni più anziano ma con il quale Nicklaus è ancora in tempo a dar vita a memorabili sfide, afferma che “ora che quel grande ragazzo è fuori dalla gabbia, per noi sarà il caso di correre ai ripari“. E’ solo l’abbrivio di una carriera favolosa, non solo confortata da un congruo bottino di successi che tra qualche riga vi riassumeremo, bensì pure incredibilmente lunga se è vero che Nicklaus, ancora nel 1998, è sesto al Masters di Augusta.

In questo lasso di tempo Nicklaus, appunto, mette in saccoccia 18 Major, distribuiti tra 6 Masters, 4 Us Open, 3 Open Championships e 5 PGA Championships, a cui si aggiugono ben 19 piazze d’onore ed altri 9 terzi posti. Fate il conto… Nicklaus termina 46 volte tra i primi tre di un torneo dello Slam, e questo è solo uno dei tanti primati che gli appartengono e consolidano la sua leggenda.

Che non è solo la classe sul green, che è sotto gli occhi di tutti, ma pure un comportamento mai fuori dalle righe, sia che si tratti di alzare la coppa riservata al vincitore, sia che si tratti di stringere la mano all’avversario che è stato bravo, ma proprio tanto bravo, nel batterlo. Come quando vince il suo primo Us Open nel 1962, prendendosi la rivincita su Palmer in un’epica sfida di play-off risolta 71 colpi a 74, diventando il più giovane a trionfare da quando ci riuscì proprio Bobby Jones nel 1923; oppure quando nel 1965 conquista il Masters chiudendo con un clamoroso score di 271 colpi, ben 9 in meno dell’immancabile Palmer e del sudafricano Gary Player, frutto di un altrettanto straordinario terzo giro da 64 colpi; o quando ancora, ormai affermatissimo e dominatore del circuito, nel 1975 dà vita ad una memorabile lotta a tre con Johnny Miller e Tom Weiskopf, realizzando alla sedicesima buca dell’ultimo giro un birdie con un colpo impossibile da 13 metri che gli regala la quinta Giacca Verde; infine quando nel 1986, ormai 46enne, vince un’ultima volta ad Augusta rimontando all’ultimo giro Tom Kite, Greg Norman e Severiano Ballesteros “piazzando” un ultimo giro da 65 colpi, con le nove buche finali completate in 30 colpi!

Certo, Nicklaus di bocconi amari ne ha dovuti mandar giù, talvolta. Come dimenticare l’exlpoit di Lee Trevino, uno pur sempre capace di vincere ben sei tornei dello Slam, all’Us Open del 1971, quando si presentò al play-off decisivo con un serpente di gomma per infine avere la meglio dell’Orso? Oppure l’anno dopo, quando Trevino, recidivo, vinse l’Open Championships al Muirfield Golf Links di Gullane, in Scozia, negando a Jack, già trionfatore al Master e all’Us Open, la possibilità di completare il Grande Slam? Così come la ferita è ancora aperta per il reato di lesa maestà perpetrato da un altro tenore di quegli anni, Tom Watson, pure lui con la ragguardevole collezione di otto tornei dello Slam, che bruciò sul filo di lana Nicklaus all’Open Championships del 1977, per batterlo ancora alla penultima buca di un’altrettanto memorabile edizione degli Us Open del 1982. In quest’occasione, una volta tanto, l'”Orso d’oro“, che svettava non solo per classe, temperamento e freddezza ma finanche per stazza e l’affascinante ciuffo biondo, derogò dall’…inderogabile aplomb che lo contraddistingueva lasciandosi andare ad un “quel figlio di buona donna (non disse proprio così, ma ci siamo capiti) me l’ha fatta ancora una volta!“.

Proprio vero, Jack Nicklaus se non è il più grande di sempre, ci va vicino, ma proprio tanto vicino. In tutti i sensi.

BEN HOGAN, LEGGENDA DEL GOLF TRA SWING E SIGARETTE

ben-hogan-sigaretta2.jpg
Ben Hogan – da complex.com

articolo a cura di Francesco Gori tratto da Golfpiù 

Quando si parla di Ben Hogan siamo di fronte ad una leggenda del golf. Uno swing che ha indubbiamente influenzato la storia di questo sport, uno dei più grandi campioni di tutti i tempi (9 Major e 64 tornei del PGA nel palmares).

Non è il senso di questo post snocciolare i numeri di un fenomeno, ma raccontarne la vita incredibile, e i segreti dell’eccezionale golfista americano.

Uomo introverso Ben, del resto la sua infanzia è segnata dal suicidio del padre. Costretto a lavorare per aiutare la famiglia fin da piccolo, comincia a fare il caddie e scopre il suo talento. Nato per giocare a golf, Hogan diventa professionista ben prima dei 18 anni e tra il 1938 e il 1959 conquista le sue infinite vittorie (ma anche cocenti sconfitte come allo Us Open 1955, perso al playoff per mano di Jack Fleck), nonostante due avvenimenti che ne scandiscono la biografia, come spesso capita alle grandi star: la Seconda Guerra Mondiale ne sospende l’attività agonostica e lo costringe ad arruolarsi, un incidente d’auto rischia di mandarlo anzitempo sui green stellati. Sorte vuole che Ben nell’impatto con un bus in una mattina di nebbia, si getti sulla moglie Valerie per salvarla, salvando anche se stesso dal piantone dello sterzo che sfonda il suo sedile. Sembra destinato a non camminare più Ben, e invece torna anche a giocare. E a vincere.

Praticante instancabile, senza i guanti ma con la sigaretta. Sì, avete capito bene. Ben era un fumatore e spesso è stato visto praticare con la pagliuzza tra le labbra, chi dice Chesterfield, chi Camel (per la quale si prestò a fare la pubblicità) non importa: mentre colpiva la stringeva in bocca usandola come oggetto utile alla sua pratica, puntando in basso dall’inizio del backswing fino all’impatto e svolgendo il ruolo di punto fermo (verso la palla) per i suoi occhi, funzionale per mantenere la testa ferma durante lo swing.

Tra i segreti di Ben Hogan c’è il movimento del polso speciale denominato “cupping under“, ed il modo in cui usava il ginocchio destro per avviare lo swing, fondamentale per il polso stesso. Il grip della mano sinistra era volutamente debole.

Leggenda narra che Ben Hogan fosse mancino, ma in realtà era destro, aveva semplicemente cominciato a giocare con la sinistra nel suo primo club dopo essere venuto in possesso del suo primo ferro 5, che aveva queste caratteristiche

Determinato e con una volontà di ferro: queste le qualità dell’uomo, unite al genio golfistico per natura. Freddo e taciturno, ha scaldato i cuori dei suoi sostenitori dopo l’incidente tornando alle gare dopo soli 11 mesi, nonostante le fratture, i problemi di circolazione e agli occhi. Vincendo anche visibilmente zoppo, come allo Us Open del 1950. Un golf d’altri tempi, un golf leggendario.

Ha scritto Ben Hogan’s Five Lessons: The Modern Fundamentals of Golf, il libro più venduto della storia del golf, dove spiega i fondamenti, il grip, lo stance e la postura, e lo swing nei suoi due movimenti (backswing e downswing).

Nella lunga biografia di Ben Hogan giungono inevitabilmente anche la vecchiaia e gli anni amari: la salute precaria e una moglie che gli toglie prima il permesso di guidare, poi la possibilità di trascorrere qualche ora al suo circolo e infine di ricevere visite e telefonate dagli amici.

Inserito nella World Golf Hall of Fame nel 1974, e costantemente in lotta per il titolo di più grande golfista della storia insieme a Tiger Woods, Jack Nicklaus e Bobby Jones, The Wee Ice Mon (o Man) – questo il suo soprannome – rimarrà un’icona indelebile per gli appassionati di golf, di sport e di grandi storie.

Una vita straordinaria, quella di Ben Hogan.