STEFFI GRAF E IL GRANDE SLAM DEL 1988

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Steffi Graf a Wimbledon – da pinterest.com

Di Steffi Graf potremmo star qui a parlare per ore intere, verseremmo fiumi di inchiostro e probabilmente lasceremmo per strada qualcosa. Non mi dilungherò troppo, per non annoiarvi oltre il consentito, ricordando altresì che la teutonica ha segnato un’epoca con un atletismo fuori dal comune – sostenuto da un paio di gambe tra le più belle del tennis -, un dritto devastante e un talento tale che le hanno consentito di mettere in bacheca ben ventidue titoli del Grande Slam. Fu bimba-prodigio tanto da infiltrare il professionismo poco più che tredicenne, il padre Peter fu punto di riferimento lungo tutto l’arco della carriera, lo svizzero Gunthardt l’allenò a lungo e dopo aver chiuso l’era di Evert e Navratilova aprì quella di Seles, che il folle Gunther Parche pugnalò un drammatico 30 aprile del 1993, per eclissarsi infine da vincente quando sul circuito iniziavano ad affacciarsi le sorelle Williams. Ergo, un fenomeno, di cui riviviamo l’anno d’oro, il 1988 del Grande Slam, con ciliegina sulla torta del titolo olimpico a Seul.

Open d’Australia. La stagione debutta a Melbourne, nel nuovissimo impianto di Flinders Park che ha adottato la superficie in cemento, archiviando l’erba di Kooyong. Graf è da qualche mese numero 1 del mondo, ha vinto a Parigi nel 1987 il primo Major della carriera e i pronostici la danno favorita. Sorvola i primi turni contro illustri sconosciute, concedendo quattro giochi alla norvegese Jonsson, uno all’australiana Tremelling, tre all’americana MacGregor. Agli ottavi affronta la svedese Lindqvist, testa di serie numero 13, che entra in partita solo nel secondo set, 6-0 7-5, per poi liquidare il bel gioco d’attacco di Mandlikova 6-2 6-2, e della connazionale Khode-Kilsch 6-2 6-3. Evert e Navratilova, irriducibili avversarie nonché rivali più accreditate, si sbranano nell’ennesimo duello in semifinale, vince la bionda americana che va a giocarsi l’ultima finale Slam della carriera. Graf non ha problemi nel primo set, 6-1, nel secondo parziale c’è equilibrio e la decisione è rimandata al tie-break che la tedesca fa suo 7-3. Primo titolo australiano, secondo torneo del Grande Slam, nessun set concesso e soli 29 giochi ceduti alle avversarie. E’ l’antipasto di una dittatura che durerà un anno intero.

Roland-Garros. A giugno la terra rossa parigina accoglie Graf come campionessa in carica, ed è la prova che più di ogni altra l’aspetta dominatrice. E così sia. Stavolta Evert e Navratilova non incidono, perdendo l’americana al terzo turno con la giovanissima spagnola Arantxa Sanchez, la cecoslovacca lasciando strada ai quarti alla varietà del tennis della russa Natasha Zvereva. Steffi dal canto suo sbriciola la concorrenza, 6-0 6-4 con la francese Guerree, 6-1 6-0 con l’americana Reis, 6-0 6-1 con l’altra statunitense Sloane, 6-1 6-3 con la francese Tauziat, 6-0 6-1 con l’argentina Fulco. In semifinale Gabriela Sabatini oppone valida resistenza, 6-3 7-6, annunciando una rivalità che segnerà gli anni a seguire, e poi in finale è record, con il duplice 6-0 ad una smarrita Zvereva, nella finale di Grande Slam più corta della storia, 32 minuti di esecuzione. Secondo trionfo in terra di Francia, secondo Major in stagione e stavolta le avversarie si accontentano di assommare 20 giochi.

Wimbledon. La prova erbivora è la più temuta da Graf, che l’anno prima ha ceduto in finale a Navratilova che sui prati londinesi è padrona di casa incontrastata da almeno un decennio. La cinese Hu Na, 6-0 6-0, la francese Quentrec, 6-2 6-0, l’americana Phelps, 6-3 6-1, sono spazzate via, così come agli ottavi di finale Mary-Joe Fernandez, 6-2 6-2. Ai quarti di finale Graf trova la sorprendente Pascale Paradis, che si è infilata nella fetta di tabellone lasciata sguarnita da Mandlikova, ma la francesina non va oltre una difesa onorevole, 6-3 6-1. In semifinale la testa di serie numero 4, l’americana Pam Shriver, si fa da parte con un netto 6-1 6-2 e così è l’ora della finale più attesa, la rivincita con Navratilova che ha eliminato tanto per cambiare Evert. Stavolta il gioco di Graf è idoneo al tappeto verde, il dritto al solito è incisivo e si accoppia al rovescio in slice che frena la propensione offensiva della cecoslovacca. Martina vince il primo set 7-5, ed è il primo parziale lasciato da Graf nel corso dei primi tre Grande Slam, dopodiché non c’è più partita e Steffi in rimonta, 6-2 6-1, si iscrive all’albo d’oro più prestigioso del tennis. Con l’aggiunta del titolo in doppio, l’unico in carriera, in coppia con Sabatini e contro le russe Zvereva/Savchenko. E sono tre.

US Open. L’ultimo ostacolo sulla strada del Grande Slam è l’impegno tra gli odori nauseabondi e i rumori assordanti di Flushing Meadows e il percorso di Graf è in discesa. Minter, Bollegraf e Herreman assommano quattro giochi nelle prime tre sfide, 6-4 6-2 all’americana Fendick agli ottavi. Navratilova come sempre sarebbe la rivale più autorevole ma inciampa in Zina Garrison ai quarti di finale, Steffi demolisce la bulgara Katerina Maleeva in due rapidi set, 6-3 6-0, per poi approfittare del forfait di Evert in semifinale. E così in finale trova Gabriela Sabatini, per il primo confronto che vale un Major, ed è partita vera. Graf vince il primo set 6-3, Sabatini varia il gioco e frequenta la rete per far suo il secondo parziale, 6-3, infine l’esplosività atletica della tedesca si impone alla distanza con un netto 6-1.

E’ Grande Slam, come solo l’australiana Margaret Court era riuscita a fare nell’era Open del tennis, 1970, e prima di lei Maureen Connolly nel 1953… aggiungete a cotanta grazia il titolo olimpico di Seul conquistato battendo ancora Sabatini, 6-3 6-3, in finale.

Steffi Graf dominò l’anno 1988, avete qualcosa da obiettare?

MIRUTS YIFTER, L’ETIOPE D’ORO A MOSCA 1980

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Yifter nella gara dei 10.000 metri alle Olimpiadi di Mosca 1980 – da wemezekir.blogspot.de

Prima, durante, dopo. Con qualche interrogativo di troppo, gloria olimpica accertata e l’appartenenza al ristretto novero dei campionissimi. Miruts Yifter, signori, e se avrete la pazienza di continuare la lettura scoprirete il vertice della sua carriera, ovvero Mosca 1980.

Prima. Di Yifter si sa che è nato in Etiopia, e questo è già un bel punto di partenza. Sì, perché poi il resto è avvolto in un manto di mistero. Dice di aver visto i natali nel distretto di Adigrat, ma non localizza esattamente dove; afferma che fu il 15 maggio 1944, ma credo proprio che nessuno sarebbe pronto a giurarci; potrebbe chiamarsi Muruse, anche se poi sarà conosciuto come Miruts. Perché così vanno, o meglio andavano, le cose da quelle parti e a quei tempi, e dati anagrafici attendibili proprio non ve ne sono.

Durante. Fatto è che Yifter, aviatore con talento innato per la corsa, quando si presenta sul palcoscenico internazionale ha le sembianze di un ometto di mezza età, già stempiato e piccolo di statura. Ma fenomenale nel coprire le distanze del mezzofondo. Eccolo dunque battere Mamo Wolde, che è la star dell’epoca; cogliere il bronzo nei 10.000 metri alle Olimpiadi di Monaco 1972 alle spalle del finnico Lasse Viren e del belga Puttemans per poi misteriosamente non presentarsi al via dei 5.000 metri; passare qualche mese in carcere al rientro in patria perché tacciato di “tradimento“; rinunciare gioco forza all’appuntamento a cinque cerchi di Montreal per via del boicottaggio; bissare le vittorie su 5.000 e 10.000 metri in Coppa del Mondo nel 1977 e nel 1979; presentarsi da favorito alla kermesse olimpica del 1980 in terra sovietica. Si comincia con la distanza doppia, senza il keniano Henry Rono, che nel 1978 ha realizzato un poker clamoroso di record del mondo su 3.000, 3.000 siepi, 5.000 e 10.000 metri, complice stavolta il boicottaggio del suo paese. Il 24 luglio Yifter passeggia nella seconda batteria precedendo il tedesco Peter, in finale tre giorni dopo fa gioco di squadra con i connazionali Kedir e Kotu per piazzare all’ultimo giro – corso in 54″4 – la sensazionale accelerazione che taglia le gambe ai finlandesi Viren, bicampione in carica e solo quinto, e Maaninka, che chiude secondo e qualche anno dopo dichiarerà di essersi autoemotrasfuso. Ventiquattro ore dopo l’etiope è di nuovo in pista per la prima batteria dei 5.000 metri dove precede il tedesco Kunze col tempo di 13minuti 44secondi 4decimi; il 30 luglio si fa precedere nella prima semifinale dal connazionale Mohamed ma il 1 agosto è pronto per l’atto decisivo. La gara è tattica, i migliori si controllano ed allora Yifter attende gli ultimi 250 metri per incenerire gli avversari col marchio di fabbrica che lo rende irresistibile, l’allungo in accelerazione: secondo è il tanzaniano Nyambui ed ancora Maaninka trova posto sul podio, terzo. Yifter è di nuovo oro, col tempo di 13minuti 21secondi, ed è il quarto atleta della storia a far doppietta olimpica dopo Kolehmainen nel 1912, Zatopek nel 1952 e proprio Viren nel 1972 e nel 1976.

Dopo. L’enciclopedia dello sport lo accoglie tra le sue leggende più autentiche ma anche più controverse: “potete contare i miei polli e le mie pecore, non i miei anni” era solito dire… resta il sospetto che quando fece doppietta a Mosca fosse ben oltre gli anta. Signori, questo fu Miruts Yifter.

ARPAD WEISZ: DAL RETTANGOLO VERDE AL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

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Arpad Weisz – da transferuri365.ro

articolo di Andrea Giotta

Dallo scudetto con l’Ambrosiana Inter alla prima apparizione in A con il Bari, per poi riconquistare il tricolore con il Bologna per ben due volte, per finire nel genocidio più grande che il genere umano abbia mai conosciuto. È questa la storia di Arpad Weisz, tecnico ungherese, strappato dal rettangolo verde a causa di una persecuzione senza precedenti.

Un calciatore molto tattico e preciso, Weisz, ma la sua fortuna la farà non tanto tra gli undici in campo quanto in panchina, dove esordisce nella stagione 1929-1930 vincendo lo scudetto con l’Ambrosiana lanciando un giovanissimo Meazza. L’allenatore ungherese detiene un record tutt’ora imbattuto: a soli trentaquattro anni è il più giovane tecnico a laurearsi campione d’Italia. Dal freddo di Milano al caldo di Bari, città in cui nel 1931-1932 Weisz guida la compagine biancorossa, alla sua prima apparizione nel massimo campionato. Con i galletti il magiaro raggiunge la salvezza, arrivata battendo il Brescia in uno spareggio giocatosi a Bologna. Vittoria ripagata dal presidente barese Liborio Mincuzzi con 1000 lire, elargite ad allenatore e calciatori.

Dopo una parentesi a Novara, Weisz approda a Bologna, dove con il suo Bari vinse lo spareggio per la permanenza in A. Con i rossoblù conquista due tricolori, imponendo un bel gioco improntato sull’aggressività. Il Bologna verrà definito in questi anni “la squadra che tremare il mondo fa“. Un secco 4 a 1 agli inglesi del Chelsea permette a Weisz e al Bologna di conquistare a Parigi il trofeo dell’Esposizione nel 1937.

Ma in Italia oltre al calcio acquisiscono sempre più popolarità le leggi razziali che costringono Weisz, di fede ebraica, a lasciare la penisola per raggiungere l’Olanda, passando per una breve permanenza a Parigi. Qui allena il Dordrecht, con eccellenti risultati, ma è proprio in Olanda che viene imprigionato dalle truppe naziste insieme alla famiglia e condotto nei campi di sterminio dai quali non uscirà. Muore ad Auschwitz nel gennaio del 1944.

Weisz oltre a vantare alcune presenze nella nazionale magiara, non è mai stato dimenticato da calciatori e collaboratori ma soprattutto dai tifosi. Nella città di Bari è stata intestata una strada a suo nome, nel ricordo del primo Bari presente in serie A.

LA TRAGEDIA DI PASOLINI E SAARINEN

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Un momento dell’incidente – da dbrtforum.it

E’ una storia tragica, quella che sto per raccontarvi. Perché se è vero che Renzo Pasolini e Jarno Saarinen evocano l’era epica del motociclismo, ahimé con la loro morte maledetta ne hanno involontariamente scritta anche la pagina più nera.

Pasolini, riminese, ha da compiere trentacinque anni e dal 1966 è protagonista in sella ad Aermacchi e Benelli in classe 350, salendo ben diciannove volte sul podio e chiudendo il campionato del mondo in seconda posizione nel 1968 e in terza posizione nel 1966, 1970 e 1972, e in classe 250, dove ha collezionato ben sei vittorie, altri nove piazzamenti sul podio e il secondo posto generale nel 1972 dietro proprio a Saarinen. Vanta pure il secondo posto a Monza nel 1968 in classe 500, dove si cimenta raramente ma che ambisce ad infiltrare, prima di chiudere la carriera.

Saarinen, finlandese di Turku, è ben più giovane, va per i ventotto anni, e ha palmares ben più altisonante. Pilota Yamaha, e’ appunto campione del mondo in carica della classe 250, è stato secondo in classe 350 ed ha già vinto ad inizio 1973 in classe 500 in Francia e Austria, per un totale di quindici vittorie e trentadue podi iridati.

Insomma, stiamo parlando di due campioni che appartengono al gotha delle due ruote e che alle 15.15 del 20 maggio 1973 stanno per cimentarsi nell’ennesimo duello in classe 250 sul circuito di Monza, Gran Premio delle Nazioni valido come quarta prova del campionato del mondo. Pasolini ha cambiato scuderia divorziando dalla Benelli, corre con la Harley Davidson che si è unita all’Aermacchi e pochi minuti prima ha battagliato con Agostini, rimontando da dietro, andando al comando e ritirandosi per un guasto meccanico in classe 350; Saarinen è al solito in sella alla sua Yamaha e si presenta da imbattuto capoclassifica all’appuntamento brianzolo con tre vittorie nelle tre gare precedenti. L’uno, prototipo del pilota tutto casa e officina, è idolo delle folle per il suo stile istintivo e battagliero, l’altro, gentile ed educato, sempre accompagnato dall’inseparabile moglie Soili, ha rispetto massimo della moto e l’addomestica con fare sicuro seppur spettacolare. La sfida si annuncia avvincente come sempre e l’attesa degli appassionati è grande.

Ma il destino, crudele, è in agguato e la tragedia si consuma in pochi secondi. Al via le motociclette affrontano dopo qualche centinaio di metri il “curvone” a destra e qui, lontano da occhi che possono testimoniare della dinamica dell’incidente, succede il finimondo. Si sa per certo che i piloti approcciano la svolta a oltre 200 chilometri orari, che mancano le vie di fuga e che a bordo pista c’è il guard-rail protetto da balle di paglia. Pasolini cade, forse scivolando sull’olio lasciato sull’asfalto dalla 350 di Walter Villa nella gara precedente, forse proprio per la stanchezza dello sforzo prodotto nel duello con Agostini, forse per un grippaggio del motore che è quel che rivelò la perizia effettuata dopo il disastro, forse per il leggero avvallamento di una pista assolutamente non in sicurezza… fatto è che Pasolini si schianta contro la recinzione metallica. La sua moto rimbalza sui concorrenti che seguono falciando di colpo Saarinen e atterrando un nutrito numero di centauri, tra cui lo stesso Villa e il giapponese Hideo Kanaya sono i più malridotti – Walter addirittura perde conoscenza entrando per qualche ora in coma – mentre Roberto Gallina e Mario Lega riescono ad evitare miracolosamente la carambola impazzita. La paglia prende fuoco sprigionando una nuvola densa di fumo nero, segnale che avverte i box che qualcosa di terribile è accaduto. Lo scenario che si profila a chi sopraggiunge sul luogo dell’incidente è agghiacciante: i corpi inermi di Pasolini e Saarinen, che trovano la morte, ed un senso di distruzione che non è possibile dimenticare.

Qui finisce la parabola di campioni di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen e comincia la loro leggenda. Maledetto 20 maggio 1973.

LA TRACER MILANO E IL TRIONFO EUROPEO DI GAND

Tracer Gand
Tracer Milano in trionfo – da museodelbasket-milano.it

Gand è una piacevole cittadina fiamminga, e passeggiare tra le sue vie equivale ad un salto nel medioevo, ma il 7 aprile 1988 per una sera diventò il centro dell’Europa del basket. Soprattutto, rimanda a dolcissimi ricordi gli appassionati il cui cuore all’epoca pulsava per le “scarpette rosse” dell’Olimpia.

Il Flanders Expo Pavillon ospita la prima final-four della Coppa dei Campioni di pallacanestro ed assieme al Maccabi Tel Aviv di Doron Jamchy e Ken Barlow, all’Aris Salonicco di Nikos Galis e Panagiotis Yannakis e il Partizan Belgrado di Sasha Djordjevic e Vlade Divac ci sono i campioni d’Italia della Tracer Milano. Li guida un neofita della panchina, Franco Casalini, che dopo anni di apprendistato come secondo di Dan Peterson ha la possibilità di lavorare in proprio. Ed azzecca subito il colpaccio.

Milano a settembre ha colto il successo di prestigio nella Coppa Intercontinentale contro il Barcellona e ha cominciato la rincorsa al secondo titolo consecutivo di campione d’Europa, il terzo della sua storia, con il doppio successo agli ottavi di finale contro i bulgari del Balkan Botevgrad, per poi chiudere al terzo posto il girone ad otto squadre che designa le quattro pretendenti alla vittoria finale. Mike D’Antoni è il playmaker che associa fosforo in regia all’eccellente percentuale nel tiro dalla distanza; Dino Meneghin è il pivot che coniuga esperienza a blasone internazionale; Roberto Premier è carica agonistica in dosi massicce e capacità realizzative; Rickey Brown apporta un valido contributo in quanto a concretezza sotto i tabelloni e poi… e poi c’è il fuoriclasse assoluto, Bob McAdoo, che già in Nba era una stella, figurarsi in Italia e in Europa dove sposta gli equilibri come nessun altro. Leader nato, marcatore eccelso, rimbalzista provetto, passatore raffinato: insomma, tutto ma proprio tutto nel suo smisurato bagaglio tecnico di campionissimo. Pronti ad entrare a gara in corso la fisicità di Massimiliano Aldi, l’eclettismo di Piero Montecchi e Fabrizio Ambrassa, la verve giovanile di Riccardo Pittis, la sostanza di Fausto Bargna e Mario Governa.

Curiosamente le due semifinali hanno esito in fotocopia, 87-82 con sfide combattute all’ultimo pallone: il Maccabi fa fuori il Partizan grazie ai 34 punti di Magee e la Tracer si impone all’Aris con un McAdoo mostruoso, 39 punti, ben spalleggiato da Brown, 28 punti, e vanno ad affrontarsi nella gara che vale il titolo, rivincita della finale dell’anno prima chiusa sul 71-69 per la Tracer allora guidata da Peterson. Le due avversarie si conoscono perfettamente e Milano può mettere sul piatto della bilancia anche le due vittorie nel girone eliminatorio, frutto di due eccellenti prestazioni.

Milano ha un quintetto alto, il Maccabi impostato da coach Ralph Klein si affida ai piccoli Sims, Jamchy e Aroesti, con Magee e l’ex di turno, Ken Barlow, a completare lo schieramento di partenza. Proprio le conclusioni da tre punti di Jamchy avviano il primo tentativo di allungo degli israeliani che si portano sull’8-2, che poi diventa massimo vantaggio sul 13-6, 15-11 con dieci punti di Jamchy. Casalini passa alla zona 2-3, Aldi entra sul parquet per occuparsi del bomber avversario e la difesa milanese comincia a dare i suoi frutti. Il riaggancio è cosa fatta sul 17-17, così come il primo vantaggio Tracer sul 21-20, D’Antoni segna dall’arco dei 6metri 25centimetri e la differenza è netta già all’intervallo, 52-41, anche perché Meneghin annulla Magee gravato già di quattro falli.

Nel secondo tempo Milano arriva a +14 sul 55-41, Magee esce per raggiunto limite di falli al minuto ventisette e la Tracer sembra padrona della partita. Il Maccabi ha però sette vite, si affida a un buon Barlow che mette a referto 21 punti e 14 rimbalzi, a Sims che chiuderà a 15 punti e ai panchinari Cohen e Berkowitz, e torna in corsa. La zona 1-2-2 di Klein partorisce il 69-67, D’Antoni forza qualche conclusione di troppo da lontano e Meneghin a sua volta è costretto a lasciare il campo per il quinto fallo al minuto trentaquattro, quando il veterano Berkovitz firma la parità sul 78-78 con canestro più tiro libero aggiuntivo. La sfida diventa una battaglia punto a punto, Pittis si ritaglia momenti di gloria con 8 punti decisivi, Montecchi dà un contributo fondamentale e dopo un nuovo allungo sull’84-80 ecco la giocata risolutiva nell’ultimo minuto con la stoppata di Brown su Jamchy e la successiva schiacciata di McAdoo, miglior marcatore della serata con 25 punti – a cui aggiunge 12 rimbalzi – insieme ai 24 punti di Jamchy. Gioco, partita, incontro, la Tracer Milano trionfa 90-84 e conserva il titolo di campione d’Europa.

Sono venuto da voi in Italia che ero totalmente americano. Lo sono ancora oggi, ma un po’ d’Italia adesso mi appartiene… aggiungo che sta diventando casa mia“. Così il grande Bob McAdoo parlò sulle pagine della Gazzetta dello Sport subito dopo la vittoria…

Sì, è meravigliosamente dolce la sera del 7 aprile 1988 nella cittadina fiamminga di Gand.

LA PRIMA MAGLIA GIALLA DI BARTALI AL TOUR DE FRANCE DEL 1938

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Bartali al Tour de France 1938 – da blogdebicicleta.blogspot.it

L’epitaffio “è tutto sbagliato, è tutto da rifare” può sintetizzare perfettamente quel che successe a Gino Bartali nell’edizione del Tour de France del 1937, il primo a cui prese parte il fiorentino di Ponte a Ema. In maglia gialla, cadde rovinosamente nella tappa Grenoble-Briançon, volando oltre un parapetto nel torrente Colau da dove lo estrasse a fatica il compagno Camusso, conservò le insegne del primato ma ferito nel fisico si ritirò a Montpellier, retrocesso ormai in graduatoria lontano dai primi. Ma l’anno dopo, 1938, è tempo di rivincita e di iscrivere il proprio nome al prestigiosissimo albo d’oro della Grande Boucle.

Il regime tiene Bartali fuori dal Giro d’Italia, che lo ha visto primeggiare negli ultimi due anni, per imporgli la partecipazione sulle strade di Francia. Il Belgio ha i favori del pronostico, contando su due stelle di valore come Felicien Vervaecke già due volte sul podio e Sylvère Maes vincitore del 1936 e defraudato nel 1937 di una probabile vittoria da Roger Lapébie che non è della partita, escluso proprio dall’organizzatore del Tour, Henri Desgrange. Antonin Magne e André Leducq sono all’ultima recita di una carriera che li ha visti trionfare due volte, Vietto e Cosson sono i più accreditati tra i francesi e Bartali può avvalersi di una squadra che il c.t. Girardengo ha selezionato proprio in appoggio al toscano, compreso Mario Vicini che ha chiuso l’edizione del 1937 in seconda posizione.

Si parte da Parigi, il 5 luglio, e sono da percorrere 4.694 chilometri fino alla conclusione sempre a Parigi, il 31 luglio, suddivisi in ben ventinove frazioni e sei giorni di riposo. Il tedesco Willi Oberbeck è la prima maglia gialla, in virtù della vittoria nella tappa d’apertura tra Parigi e Caen. Il lussemburghese Jean Majerus vince il giorno dopo a Saint Brieuc e lo detronizza, per poi lasciare la maglia a Leducq al termine della tappa tra Archacon e Bayonne, dove taglia per primo il traguardo il forlivese Glauco Servadei. Bartali è distante in classifica, oltre sette minuti di ritardo, ma attende le montagne per tornare in gioco.

Il 14 luglio è il primo appuntamento che può decidere le sorti della corsa. Tra Pau e Luchon si scalano colli pirenaici leggendari come Aubisque, Tourmalet e Aspin e per Bartali il terreno è quello prediletto. Prende il largo già sull’Aubisque in compagnia del belga Vissers ma paga in discesa dall’Aspin il rientro proprio di Vissers e Vervaecke che lo anticipano al traguardo. Vervaecke si impossessa della testa della classifica e Bartali si ritrova con un distacco di poco superiore ai due minuti. La sfida è lanciata, Vervaecke è il belga di punta viste le difficoltà di Maes – sarà solo quattordicesimo alla fine – ed è il rivale che Bartali ha nel mirino quando si affronteranno le Alpi.

Nel frattempo la cronometro tra Narbonne e Beziers è favorevole al belga che distanzia l’italiano di altri quattro minuti, Bartali si riscatta vincendo a Marsiglia ed eccoci già alla resa dei conti. Il 22 luglio la tappa tra Digne-les-Bains e Briançon segna il momento in cui Bartali entra a far parte della leggenda del Tour de France. Dopo un primo tentativo sul Col d’Allos, Gino attacca ancora sul Col de Vars con a ruota i soli Vicini e Clemens. Una foratora in discesa non lo ferma e sulle rampe carogne del Col d’Izoard vola via in solitudine demolendo la concorrenza. Vince con ampio margine a Briançon e la sera è saldamente al comando della classifica generale con 18minuti di vantaggio su Clemens e 21minuti su Vervaecke.

Il Tour de France è nelle mani… anzi, nella gambe di Bartali, dominatore assoluto in montagna. La squadra belga prova ad attaccarlo nelle ultime due tappe alpine con arrivo a Aix-les-Bains e Besançon, vinte entrambe da Marcel Kint, ma Bartali fa buona guardia e conserva senza problemi la maglia gialla. Kint vince ancora a Metz, Servadei fa il bis a Laon, Vervaecke è imbattibile nella cronometro di Saint-Quentin recuperando qualcosa in classifica ma il 31 luglio, nell’ultima tappa che si conclude al Parco dei Principi e che saluta la vittoria ex-equo di Leducq e Magne che danno l’addio al Tour de France, Gino entra da trionfatore a Parigi. Vervaecke chiude secondo con un distacco di 18minuti 27secondi, il francese Cosson sale sul terzo gradino del podio a 29minuti 26secondi, precedendo Vissers e Clemens. Vicini è sesto e Magne ottavo.

Bartali porta in Italia la sua prima maglia gialla, così come sarà capace di fare esattamente dieci anni dopo: questa è la storia del Tour de France 1938. Se poi è anche leggenda…

JIMMY CONNORS, IL GUERRIERO CON LA RACCHETTA

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Jimmy Connors in azione – da wsj.com

Jimmy Connors – James Scott Connors all’anagrafe di East St.Louis dove è nato il 2 settembre 1952 – appartiene a quella ristretta cerchia degli esemplari estinti. Perché oggi, di guerrieri di tale sorta, in giro non ne troviamo di certo.

Azzannava gli avversari, “Jimbo”, travolgendoli con la sua indomabile carica agonistica. E di vittorie, in una carriera protrattasi fin oltre i quaranta anni, Connors ne ha ottenute più di chiunque altro. La bacheca dell’americano conta ben 109 tornei, dal primo trionfo a Jacksonville nel gennaio 1972 all’ultimo titolo a Tel Aviv nell’ottobre 1989, con otto tornei del Grande Slam distribuiti tra US Open (5 vittorie), Wimbledon (2 vittorie) e Australian Open (1 vittoria). Divenne numero 1 del mondo il 29 luglio 1974 e lo sarà, a più riprese, per 268 settimane chiudendo per cinque anni consecutivi, dal 1974 al 1978, in testa al ranking.

Non aveva l’inventiva del suo primo grande avversario, Ilie Nastase; non era impenetrabile e freddo come Bjorn Borg; non colpiva la pallina con la genialità di John McEnroe; non picchiava e sbuffava come Ivan Lendl. Ma tutti loro, indiscussi campioni, hanno pagato dazio alla feroce volontà di vincere di Connors che aveve un servizietto mancino che non incideva, un dritto che spesso lo tradiva, un gioco di volo che usava solo per definire punti già conquistati con un rovescio bimane meraviglioso, una risposta al servizio senza eguali ed un gioco di gambe invidiabile. E in quanto a personalità… beh, ne aveva da vendere, e gli incroci sul campo con l’altro grande americano, McEnroe, suo nemico giurato con cui rischiò di venire alle mani in una sfida al Queen’s, appartengono all’epica del tennis per contrasto di stili di gioco e temperamento.

Antipatico e arrogante, senza dubbio, ma ha scritto pagine di tennis indimenticabile e sono molte le partite che vale la pena ricordare. Nel 1974 Connors vinse Wimbledon per la prima volta negando al “vecchio” Ken Rosewall un titolo inseguito per tutta una carriera; sempre sui prati verdi inglesi tornò a primeggiare nel 1982 al termine di cinque, memorabili set di finale con McEnroe; nel 1989 fermò la corsa del giovane Agassi, suo erede designato come attaccante da fondocampo, ai quarti di finale degli US Open; nel 1991, sempre a Flushing Meadows, alla veneranda età di 39 anni, raggiunse le semifinali infiammando il pubblico con le clamorose rimonte con Patrick McEnroe, fratellino di John, Krickstein e Haarhuis prima di arrendersi a Courier. E al grandissimo tennis appartiene anche una sfida con Panatta, sul centrale del Roland-Garros, al primo turno degli Internazionali di Francia del 1980.

Come è logico che sia Connors ha fatto la fortuna non solo degli appassionati di tennis ma anche dei tabloid, concedendosi una love-story da copertina con Chris Evert, quando entrambi erano all’apice della carriera e dominavano le classifiche. Così come il matrimonio con la modella di Playboy Patti McGuire, che Connors abbracciò appassionatamente in mondovisione dopo l’ultimo punto vincente della finale di Wimbledon 1982, fu merce preziosa per le riviste patinate dell’epoca.

Terminata l’avventura agonistica Connors si ritirò con moglie e figli a Santa Barbara, in California, prima di tentare una breve carriera da allenatore a fianco di Andy Roddick prima, di Maria Sharapova poi. Da commentatore televisivo ha lavorato per NBC-TV, BBC e Tennis Channel ma il Connors che appartiene alla leggenda era il guerriero con la racchetta, ed al tennis di oggi un giocatore così manca tanto, ma proprio tanto.

LA DOPPIETTA DI MARIA WALLISER AI MONDIALI DI CRANS MONTANA

Maria Walliser
Maria Walliser in azione – da rsi.ch

Mi assale un certo senso di romantica nostalgia tricolore nel ricordare i mondiali di Crans Montana del 1987. Nacque infatti in quell’edizione, numero XXIX, la parabola di un giovane Alberto Tomba che si mise al collo la medaglia di bronzo nello slalom gigante. Ma una bella ragazza elvetica, Maria Walliser, fu la regina incontrastata dell’evento mondiale, con la doppietta d’oro in discesa libera e supergigante.

Classe 1963, originaria di Mosnang nel Canton San Gallo, Walliser sta dominando il Circo Bianco al femminile da un paio di stagioni, esponente di punta dello squadrone rossocrociato che ha infinite frecce al suo arco, Vreni Schneider, Michela Figini e Erika Hess su tutte. Maria ha vinto la sfera di cristallo l’anno precedente, stagione 1985/1986, ed è ben avviata a concedere il bis in quello in corso. Si presente all’appuntamento iridato sulle nevi di casa forte già di quattro successi in Coppa del Mondo, due in supergigante a Val d’Isere e Saalbach, altrettanti in gigante, in Val di Zoldo e Bischofswiesen, mentre in discesa se non ha ancora vinto è tuttavia salita quattro volte sul podio in quattro gare, spesso battuta dalla nemica-rivale nelle discipline veloci, la ticinese Michela Figini. Insomma, ha il mirino calibrato su tre possibili medaglie.

Ma se in slalom gigante, il 5 febbraio, è solo terza alle spalle di Schneider e Svet, giovane jugoslava di immenso talento, è bene rivivere le due memorabili imprese nelle prove di velocità che hanno aperto la manifestazione. Il 1 febbraio è in programma la discesa libera ed è proprio Figini l’indubbia favorita, che in Coppa del Mondo la fa da padrona ed è campionesse dal mondo in carica – titolo conquistato due anni prima sulle nevi valtellinesi di Bormio – nonché vincitrice dell’oro olimpico di Sarajevo nel 1984 proprio davanti a Walliser. La pista Mont Lachaux è tecnica e le due svizzere possono dar sfoggio di tutta la loro classe. Figini scende a valle con sicurezza e il cronometro la premia con il miglior tempo parziale, 1minuto 44secondi 11centesimi, e sembra ben avviata verso la tripletta di vittorie che fanno bacheca. Ma Walliser, nel giorno più importante dell’anno, pennella la discesa della vita, perfetta di ogni settore, ed abbatte il limite di 31centesimi. Le due tedesche Mosenlechner e Kiehl sono distanti pur chiudendo in terza e quarta posizione, e così Maria strappa a Michela la medaglia d’oro.

Non c’è bisogno di attendere molto per la rivincita. Due giorni dopo, il 3 febbraio, si replica nel primo supergigante della storia della kermesse iridata e le due acerrime rivali sono ancora le candidate più autorevoli alla vittoria. Si scende stavolta sulla pista Chetzeron, 1.435 metri e 39 porte di serpentina veloce che sembrano disegnate apposta per la sciata raffinata di Walliser. Maria trova visibilità non perfetta nella parte alta del tracciato, ma niente e nessuno la possono fermare, non ha esitazione alcuna anche perché “ha ancora nel cuore la gioia per la vittoria in discesa” e il tempo, 1minuto 19secondi 17centesimi, è inavvicinabile per le avversarie. Kiehl, che ha vinto la coppa di specialità nel 1986, non arriva al traguardo, Figini è seconda così come in discesa ma stavolta accusa un distacco abissale, 1secondo 1centesimo più lenta di Walliser. Certo, le basta per anticipare di 5centesimi Svet che sale sul terzo gradino del podio, a sua volta più veloce di Schneider dell’inezia di 2centesimi, ma la delusione è stampata sul suo volto.

Maria Walliser, che è pure belloccia e ciò non guasta proprio, si regala la doppietta d’oro e illumina la giornata con un sorriso radioso. Come darle torto?

 

EDWIN MOSES, A MONTREAL NASCE L’UOMO CHE VOLA OLTRE LE BARRIERE

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Edwin Moses all’arrivo – da arhenetwork.com

Il nome è di quelli destinati all’immortalità sportiva. E non solo. Perchè l’atleta è stato immenso ed ha vinto tutto quel che si poteva vincere, l’uomo allo stesso modo è di levatura e si è distinto ben al di là della pista di atletica leggera. Ma oggi, tra queste pagine che rimandano a momenti di gloria, non voglio dilungarmi nell’elenco interminabile dei successi del campione, bensì tornare al giorno in cui Edwin Moses entrò in scena. Quindi parliamo di Olimpiadi, Montreal 1976.

Studente in ingegneria al Morehouse College nonché allievo del reverendo Lloyd Jackson che ne dirotta l’enorme potenziale atletico sulla distanza dei 400 metri ostacoli, Moses progredisce rapidamente tra la fine del 1975 e i primi mesi dell’anno successivo. Lima secondo su secondo al proprio personale per completare la rincorsa col successo a giugno nelle selezioni olimpiche di Eugene a tempo di record americano, 48secondi 30centesimi, precedendo Quentin Wheeler e Mike Shine che lo accompagneranno nella spedizione canadese. Curiosità: Moses, che ha da compiere 21 anni, si presenta all’appuntamento a cinque cerchi senza aver mai vinto un meeting. E’ quindi un illustre sconosciuto a livello internazionale.

A Montreal Moses non trova il detentore del titolo, l’ugandese Akii-Bua, tenuto fuori dal boicottaggio dei paesi africani, che a Monaco conquistò l’oro con l’aggiunta del record del mondo, 47secondi 82centesimi, ancora ineguagliato. Il sovietico Gavrilenko e il greco Tziortzis c’erano allora e sono anche stavolta della partita, così come il britannico Pascoe, campione europeo, il francese Nallet, argento continentale, ed un giovanissimo tedesco dell’Ovest che negli anni a seguire sarà il rivale più ostinato di Moses, ovvero Harald Schmid. Ovviamente gli altri due statunitensi in lizza, Wheeler e Shine, sono pretendenti autorevoli ad una medaglia.

Si comincia con le quattro batterie, il 23 luglio, Moses è nell’ultima a fianco di Pascoe e il mondo, per la prima volta, può ammirarne la straordinaria andatura ritmata, capace come nessun altro ostacolista sul giro di pista di coprire lo spazio tra una barriera e l’altra in soli 13 passi. E’ un’impresa che rivoluziona la specialità, Edwin chiude la prima prova in 49secondi 95centesimi, unico sotto i 50secondi, e pone la sua candidatura alla medaglia d’oro. Il giorno dopo la seconda semifinale mette Moses a confronto ancora con Pascoe e Gavrilenko, l’esibizione lascia a bocca aperta e il risultato cronometrico, 48secondi 29centesimi, è inavvicinabile agli altri nonché nuovo record americano. Gavrilenko è distanziato nettamente, così come Pascoe mentre Nallet e Tziortzis naufragano rimanendo esclusi dalla finale alla quale si qualificano, nella prima semifinale, i connazionali Shine e Wheeler. Ma il bello deve ancora venire.

Il 25 luglio 1976 è il giorno della finale, Moses è in quarta corsia e trova valida resistenza in Pascoe che gli tiene testa fino al quinto ostacolo. Ma se da qui il tedesco perde lucidità, i muscoli si fanno duri e “si entra nelle zona del crespuscolo” – parole proprio di Moses -, l’americano innesta la marcia superiore e all’ultima curva semina gli avversari. Vince con un tempo mostruoso, 47secondi 63centesimi, infrangendo il precedente limite mondiale di Akii-Bua e lasciando Shine a Gavrilenko a sei metri di distanza.

L’oro è suo e l’atletica scopre un fenomeno, l’uomo che vola oltre le barriere. Destinato a segnare un’epoca.

GERMANIA-FRANCIA, LA GRANDE SEMIFINALE DI SPAGNA 1982

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Il gol di Fischer in rovesciata – da ultimouomo.com

La Germania ha tracciato con segno indelebile la storia dei Mondiali di calcio con alcune sfide che sono gelosamente conservate nella teca delle partite più avvincenti. Senza bisogno di scomodare Italia-Germania 4-3, mi vien da pensare al match con l’Ungheria a Berna nel 1954, la finale del 1966 e la rivincita quattro anni dopo in Messico con l’Inghilterra, il confronto epocale con l’Olanda a Monaco nel 1974. In Spagna, nell’anno del trionfo azzurro, nondimeno i teutonici consegnarono all’albo d’oro la partita più ricca di sussulti di quell’edizione, la semifinale con la Francia risolta ai calci di rigore.

Siviglia, stadio Sanchez Pizjuan, 8 luglio 1982. Da qualche ora l’Italia di Bearzot ha esaurito la questione Polonia col classico 2-0 firmato da una doppietta di Paolo Rossi, tocca in serata alle altre due contendenti che si giocano l’accesso alla finalissima del Santiago Bernabeu. Il calcio-champagne della Francia di Platini contro la forza fisica della Germania di Breitner, contrapposizione tecnico-tattica che annuncia e promette spettacolo. E così sia.

Nella prima fase Francia e Germania hanno percorso strade parallele. Entrambe hanno perso al debutto, i transalpini 3-1 con l’Inghilterra – e ci poteva stare -, i lanzichenecchi 2-1 con l’Algeria – e qui già si grida al clamoroso -. Dopodichè la pratica qualificazione è sistemata col pareggio 1-1 con la Cecoslovacchia e con la vittoria “aggiustata” 1-0 con i cugini austriaci. Nel secondo turno la Francia elimina la stessa Austria e l’Irlanda del Nord, la Germania prevale sui padroni di casa della Spagna per poi deludere le aspettative inglesi di andare avanti nel torneo.

Rummenigge siede in panchina, con la coscia dolorante che ne impedisce l’utilizzo a tempo pieno; la Francia si affida al quadrilatero di centrocampo composto da Tigana-Giresse-Platini-Genghini che tanto bene ha impressionato negli impegni precedenti e schiera Rocheteau, nonostante il dolore al ginocchio destro, a fianco di Six, preferito a Soler. I tedeschi partono lancia in resta, trascinati dal Littbarski che fa il bello e il cattivo tempo colpendo prima la traversa su punizione, sbloccando poi il punteggio al 17′ riprendendo una respinta del portiere Ettori per infilarlo tra le gambe con un rasoterra violento. Affatto frustrata dallo svantaggio la Francia reagisce impadronendosi delle redini del centrocampo con Platini che giostra da par suo, “la miglior partita della mia vita” dirà poi il neo-juventino. Il fuoriclasse in maglia numero dieci al 27′ smarca Rocheteau che è messo giù da uno dei due fratelli Forster, Bernhardt: il signor Corver decreta il penalty che lo stesso Platini trasforma con maestria per l’1-1, punteggio con cui si va al riposo.

La ripresa è intensa e ricca di episodi, la Francia gioca meravigliosamente bene palla a terra, la Germania ribatte con la poderosa atleticità dei suoi giocatori. Genghini, toccato alla caviglia da Kaltz, rimane negli spogliatoi sostituito da Battiston ed è proprio il difensore, per l’occasione spostato in avanti, dopo un gol dubbio annullato a Rocheteau, a presentarsi solo al cospetto di Schumacher. Il lob del francese non trova la porta, altresì la gamba delinquenziale del portiere tedesco abbatte l’avversario che rimane privo di conoscenza a terra. Nell’indignazione di un Sanchez Pizjuan apertamente schierato a favore della squadra di Michel Hidalgo, il signor Corver si macchia di un reato ancor più grave di quello di Schumacher, che rimane impunito al suo posto. La Francia è scossa dall’accaduto, moltiplica le energie e diventa padrona del match. Sfiora più volte il vantaggio, colpisce la traversa con Amoros da lontano ma i tempi supplementari sono ormai alle porte.

E qui, nei trenta minuti aggiuntivi, si scrive un altro pezzo di storia del calcio mondiale. La Francia è scatenata e prima una voleé del magnifico Marius Tresor al 93′, poi una conclusione dal limite di Giresse che carambola sul palo al 99′ siglano il 3-1 transalpino che pare definitivo. Ma se c’è una cosa che difetta all’una, ovvero un pizzico di malizia tattica, c’è n’è davvero una che non manca di certo all’altra, ossia il non darsi mai per vinti, e la partita si riapre. Jupp Derwall, che aveva già sostituito Magath con Hrubesch, getta nella mischia l’acciaccato Rummenigge e proprio il fuoriclasse del Bayern Monaco accorcia le distanze al 102′ con la zampata da vero rapace dell’area di rigore. La Francia trema e al 108′ una sponda di testa del gigantesco Hrubesch chiama alla rovesciata vincente Fischer che firma l’insperato 3-3 che rimanda la vicenda alla lotteria dei calci di rigore, prima volta nella storia dei campionati del mondo.

Chi ha intravisto il paradiso a questo punto ha tutto da perdere, la Francia; chi si è trovato ad un passo dal baratro ha ora l’occasione di procurarsi un biglietto d’accesso per la gloria, la Germania. Segna Giresse, risponde Kaltz, Amoros non sbaglia, così come Breitner. Rocheteau fa tris, ma il tiro di Stielike trova pronto Ettori alla ribattuta. La Francia è di nuovo avanti, ma manca del colpo del k.o.: prima Six si fa ipnotizzare da Schumacher, che è pure un eccellente portiere, poi, dopo le trasformazioni di Littbarski, Platini e Rummenigge, Bossis, autore di una prova maiuscola, non ha la freddezza giusta. Hrubesch infila Ettori e la Germania vola in finale, 8-7 dopo la sessione dal dischetto degli undici metri.

La Francia e il suo capitano sono in ginocchio, ci penseranno gli azzurri a vendicare i cugini. Ma la Germania aggiunge un altro capitolo alla sua fantastica serie di match da collezione: la chiamarono “la notte di Siviglia“.