1923, LA PRIMA FINALE DI FA CUP NEL TEMPIO DI WEMBLEY

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Una fase della finale di FA Cup del 1923 – da gettyimages.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Corre l’anno 1923, ed un tempio del calcio, lo stadio di Wembley che all’epoca si chiama Empire Stadium, costruito in poco meno di 300 giorni, apre i battenti per ospitare la prima finale di FA Cup della storia. Ed è una meravigliosa storia che sta per cominciare.

In previsione dell’Esposizione dell’Impero Britannico, programmata per il 1924, l’impianto vede la luce nella zona del Wembley Park Golf Club e per l’inaugurazione, il 28 aprile 1923 alla presenza del re Giorgio V, accoglie l’evento calcistico più prestigioso, l’atto decisivo della Coppa d’Inghilterra. Il trofeo è la competizione più antica del mondo, disputata la prima volta in un ormai remoto 1872 e nel corso degli anni si è trasferita dal Kennington Oval al Crystal Palace per poi trovare la sua sede, dopo la ripresa alla fine della Prima Guerra Mondiale, a Stamford Bridge, la casa del Chelsea. Ma Wembley è pronto e sarà qui che la finale verrà giocata per i successivi 77 anni, ovvero fino all’alba del nuovo millennio.

All’atto decisivo giungono il Bolton e il West Ham, a chiusura di un percorso che ha visto le due formazioni superare cinque turni di qualificazione. Ma non erano certo loro le favorite del torneo, se è vero che questa veste spettava al Liverpool campione d’Inghilterra, eliminato agli ottavi dallo Sheffield United 2-1, al Sunderland che sta contendendo ai “Reds” il titolo nella stagione in corso, battuto a sua volta dal West Bromwich 2-1, e all’Huddersfield Town, detentore del trofeo, che incappa proprio nel Bolton agli ottavi di finale.

Il Bolton, già finalista a due riprese in FA Cup, nel 1894 quando perse 4-1 con il Notts County, e nel 1904 sconfitto di misura dal Manchester City, 1-0 con rete risolutiva di William “Billy” Meredith, milita nella prima divisione inglese, stazionando a metà classifica, ed ha i favori del pronostico dalla sua parte per il semplice fatto che il West Ham è neofita a questi livelli, prima finale di FA Cup dopo che solo quattro anni prima, nel 1919, ha guadagnato l’accesso alla seconda divisione dove sta viaggiando a gonfie vele e che a fine anno lo vedrà promosso per la prima volta della sua storia alla First Division. Charles Foweraker, allenatore del Bolton, ha impostato un gioco difensivista che ha dato buoni frutti, garantendo una facile vittoria al debutto con il Norwich, squadra militante in terza serie, 2-0, per poi imporsi 3-1 al Leeds al secondo turno. Agli ottavi i “Wanderars” (“vagabondi“) incrociano appunto i campioni in carica dell’Huddersfield Town, e dopo il pareggio 1-1 al Leeds Road, una rete di David Jack risolve la sfida di replay al Burnden Park. Proprio Jack, bomber di acclamata fama, è il protagonista anche dei due successi ai quarti di finale ed in semifinale con Charlton e Sheffield United, match quest’ultimo che va in scena all’Old Trafford di Manchester e che con 72.000 spettatori fa registrare il record d’affluenza per una semifinale, segnando in entrambi i casi la rete del vantaggio poi strenuamente protetta dal reparto difensivo, punto di forza della squadra.

Il West Ham, da parte sua, opera un calcio offensivo, brillante, che suscita ammirazione, e grazie ad un tabellone che lo vede fronteggiare compagini di seconda divisione, come l’Hull City all’esordio, battuto 3-2, o di serie inferiori, come il Brighton eliminato nella sfida di ripetizione 1-0 dopo l’1-1 del primo match, e il Plymouth, a sua volta superato per 2-0, avanza spedito. Le cose si complicano ai quarti di finale con il Southampton, quando è necessario ricorrere addirittura ad una terza sfida che gli “Hammers” (“martelli“), dopo l’1-1 al Boleyn Ground e al The Dell, risolvono al Villa Park di Birmingham grazie alla rete risolutiva di Billy Brown che al 70′ infila un calcio di punizione alle spalle di Herbert Lock, portiere dei “Saints“. Ben più agevole, invece, la semifinale con il Derby County, giocata a Stamford Bridge, un 5-2 con doppiette dello stesso Brown e di Billy Moore che assicurano al West Ham un posto in finale.

Il caos, che non ti attendi, si scatena prima dell’incontro. Il nuovo stadio può ospitare 125.000 spettatori, di cui almeno 45.000 troveranno posto a sedere, ma si calcola che all’apertura dei cancelli oltre 200.000 appassionati si riversino all’interno dell’impianto, occupando le tribune e gli spazi attorno al campo di gioco. A fatica gli uomini della sicurezza a cavallo, di cui è famosa la foto di un gigantesco destriero bianco (grigio per la verità, ma che con i fotogrammi dell’epoca appare bianco), Billy, cavalcato dal poliziotto George Scorey diventato suo malgrado famoso, riescono a liberare il campo e con 45 minuti di ritardo sull’orario di inizio la gara, che per questo episodio verrà ricordata come “the white horse final“, può andare in scena.

Le due squadre si schierano con il 2-3-5, in voga all’epoca, e dopo soli 2′ di gioco, mentre Jack Tresadern è impossibilitato a tornare in campo dopo una rimessa laterale perchè rimasto intruppato nella folla a bordocampo, proprio David Jack sblocca il risultato battendo Ted Hufton e confermandosi implacabile uomo-gol, con il pallone che colpisce uno spettatore asserragliato proprio a ridosso della porta! Qualche minuto dopo Vic Watson ha l’occasione del pareggio ma la sua conclusione termina alta, poi una nuova invasione di campo obbliga ad una nuova interruzione del gioco. Alla ripresa una prodezza di Dick Pym nega il gol dell’1-1 a Dick Richards ma il Bolton, ad eccezione di queste due pericolose incursioni, è padrone della situazione, serrando le fila in difesa e producendosi in buone manovre offensive, vanificate da Billy Henderson, efficace difensore del West Ham.

La calca è tale che di intervallo negli spogliatoi neanche a parlarne, cinque minuti di sosta in campo e si gioca di nuovo. Nel secondo tempo gli “Hammers” provano a farsi vedere in avanti ma Watson  fallisce subito una buona opportunità e al 53′, puntuale, giunge il raddoppio di Jack Smith. La rete è dubbia, perchè il pallone non parrebbe aver oltrepassato la linea bianca bensì esser stata respinta dal palo, almeno seconda la versione dei giocatori del West Ham, ma il direttore di gara, il signor David Asson, convalida la segnatura ritenendo che il cuoio sia stato ricacciato in gioco dal calcio del solito spettatore assiepato dietro la porta. 2-0 Bolton e per i “Wanderers la strada verso la prima vittoria in FA Cup è in discesa. Nel finale il capitano del West Ham, George Kay, cerca di convincere Asson ad interrompere la gara ma Joe Smith, capitano a sua volta del Bolton, replica ad entrambi di portare a termine la partita. E così sia, il Bolton fa sua la FA Cup e mentre il pubblico sciama fuori dall’impianto è proprio re Giorgio V a consegnare la coppa allo stesso Joe Smith.

C’è solo il tempo ancora per gli applausi al sovrano e le dichiarazioni di Charlie Paynter, allenatore in seconda degli sconfitti, secondo il quale “quel cavallo bianco, con i suoi zoccoli, ha riempito il campo di buche e le nostre ali, incapaci di rimanere in piedi, non sono state in grado di rendere al meglio“. Beh, come inizio, caro, vecchio Wembley, non si poteva pretendere certo di meglio!

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STANLEY KETCHEL, L'”ASSASSINO DEL MICHIGAN” CHE MORI’ UCCISO

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Stanley Ketchel mette a terra Billy Papke nel loro terzo match – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Fu soprannominato “the Michigan assassin“, ed in buona parte l’etichetta corrispondeva al vero. Perchè Stanley Ketchel, quando saliva sul ring, non aveva altro obiettivo che mettere a terra l’avversario con cui faceva a pugni, e se ciò equivaleva a far male, molto male, meglio ancora. Anche combattendo, lui peso medio tra i più grandi di sempre ed incurante della differenza di peso, contro i massimi.

Figlio di due immigrati polacchi, Thomas e Julia, Stanley, che all’anagrafe compare come Stanislaw Kiecal, nasce a Grand Rapids, appunto nel Michigan, il 14 settembre 1886 per poi spostarsi a Butte, nel Montana. E dopo aver saltato a piè pari la scuola, ed aver lavorato come fattorino d’albergo e buttafuori facendosi al tempo stesso una discreta nomea con i guantoni, esordisce nel 1903 battendo Kid Tracy per k.o. alla prima ripresa. Si dice che sia legatissimo alla madre e leggenda, neppure troppo leggenda ad onor del vero, racconta che prima di ogni incontro immagini che l’avversario la insulti scatenando così in lui la ferocia sul ring. Perchè poi, in effetti, quando combatte Ketchel non scherza proprio, avventandosi come una furia su chiunque gli capiti di affrontare.

Perde il secondo match con Maurice Thompson, ai punti, che lo costringe alla resa anche nella sfida di rivincita, sempre ai punti, per poi pareggiare il terzo incontro, nondimeno Ketchel assomma 39 incontri tutti disputati in Montana, con 34 vittorie, 3 pareggi e appunto le due sconfitte con Thompson. La sua boxe è di una violenza senza pari, seppur non supportata da un fisico eccelso, 70 chili di peso distribuiti su 175 centimetri di altezza. Il suo spirito inquieto, forgiato dalla strada e dai combattimenti nei retrobottega da adolescente, si esprime come meglio non potrebbe tra le corde e chi di boxe ne capisce vede in lui i tratti del campione. Ahimè, la poca voglia di allenarsi, l’ancor meno attitudine ad una vita morigerata, lui che spesso eccede con qualche bicchiere di troppo e si appassiona alle avventure col gentil sesso, ne limitano il potenziale, che dal 1907 esce comunque dai confini del Montana per trasferirsi in California dove ad attenderlo c’è la gloria pugilistica.

Tocca a Joe Thomas, universalmente riconosciuto come il miglior peso medio dell’epoca, battezzare il talento grezzo ma efficace di Ketchel, che lo batte a tre riprese, due volte ai punti ed una mettendolo al tappeto al 32 round (!!!) in una disfida andata in scena alla Mission Street Arena di Colma. A fine anno 1907 Stan si merita il titolo di campione del mondo della categoria, e dopo aver battuto i “gemelli” Sullivan, Mike buttato giù al primo round e Jack atterrato alla ventesima ripresa, difende ancora il titolo di campione del mondo dei medi in tre sfide leggendarie contro il “tedesco” Billy Papke. Se nel primo match Ketchel si impone ai punti, la seconda puntata, il 7 settembre 1908, è segnata dalla scorrettezza di Papke che colpisce Stan alla gola al momento in cui i due rivali si erano avvicinati per il consueto tocco dei guantoni che precede l’inizio di ogni combattimento. Papke gioca d’esperienza e al suono del gong si sposta lateralmente per sferrare un destro che manda al tappeto Ketchel. “L’assassino del Michigan” vede le streghe, in quella prima, infernale ripresa, andando per le terre altre due volte e dall’angolo il suo manager, Pete Stone, ha sentore che andrà a finir male. In effetti l’impari lotta viene interrotta al dodicesimo round quando l’imbattuto ex campione dei pesi massimi James J.Jeffrey, ottimo arbitro nel frattempo, assegna vittoria e titolo a Papke.

Ferito nello smisurato orgoglio, Ketchel assorbe la sconfitta non avendo altro pensiero che prendersi la rivincita. Cosa che puntualmente avviene il 26 novembre dello stesso anno, quando Papke paga con gli interessi il reato commesso nella sfida precedente. Stan lo assale come un selvaggio, lo sottopone ad una sequenza impressionante di colpi e alla dodicesima ripresa, esattamente come era capitato a lui, aggredisce il rivale subito al gong mandandolo al tappetto. Leggenda per leggenda… sarà talmente malconcio, il “tedesco“, che la moglie farà fatica a riconoscerlo.

Dopo due sifde con “Filadelfia” Jack O’Brien, campione dei mediomassimi che pur sovrastandolo in altezza e peso paga dazio all’ardore agonistico di Ketchel che lo atterra quattro volte per un responso di “no decision” al primo combattimento e una vittoria per k.o.t. al terzo round nel secondo, ed aver ancora avuto la meglio di Papke chiudendo così sul 3-1 gli scontri diretti, Stan addiviene alla sfida con il leggendario peso massimo Jack Johnson, che proprio con Jeffries avrebbe dato vita l’anno dopo al match del secolo. L’incontro è programmato il 16 ottobre 1909 a Colma, solito palcoscenico della Mission Street Arena, ed è di una violenza inaudita. I due pugili, buoni amici e frequentatori, si dice, di bordelli e sale d’azzardo, se le danno di santa ragione e al dodicesimo round, dopo che Ketchel ha mandato giù Johnson, il peso massimo a sua volta di nuovo in piedi sferra un micidiale uppercut che costringe Stan alla resa per k.o. Con l’aggravio della perdita dei sensi e di alcuni denti rimasti nel guanto di Johnson!

C’è ancora tempo per una sfida pareggiata con Frank Klaus e una sconfitta ai punti con il canadese Sam Langford, altro peso massimo di acclamata fama, ed è già tempo del commiato. Non solo dai ring degli Stati Uniti, ma anche dalla vita. Il 15 ottobre 1910, in una torbida faccenda mai veramente chiarita, Stanley Ketchel si trova coinvolto, presumibilmente non suo malgrado, in una vicenda a tre in un ranch di un amico, R.P.Dickerson, a Conway, nel Missouri. Una cuoca, Goldie Smith, e il presunto di lei marito, tale Walter Dipley, sono gli oscuri protagonisti di un tentativo di rapina, o regolamento di conti, fatto è che Dipley spara un colpo di arma da fuoco a Ketchel ferendolo alla spalla ed al polmone. Nel disperato tentativo di salvare la vita all’amico agonizzante, Dickerson trasporta in treno Stan al vicino ospedale di Springfield. Ma ogni sforzo è vano.

Stanley Ketchel, noto come “l’assassino del Michigan“, muore a sua volta assassinato. Ma non è un gioco di pugili, questa è tragedia vera. Aveva solo 24 anni e fu uno dei pesi medi più grandi.

TEOFILO CUBILLAS, IL PELE’ PERUVIANO

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Cubillas ai Mondiali del 1978 – da paragonauctionsite.com

articolo di Giovanni Manenti

Ci sono fior di campioni nel mondo del calcio che, per un verso o per l’altro, non hanno avuto l’occasione di emergere nelle grandi manifestazioni per squadre nazionali, un nome per tutti quello di Alfredo Di Stefano, la “Saeta Rubia“, il quale non ha addirittura mai partecipato ad un campionato del mondo, mentre altri, proprio in detta competizione, hanno messo il sigillo ad una grandiosa carriera, basti pensare ad un Pelé o ad un Beckenbauer per finire a Maradona e Ronaldo (il brasiliano).

Vi è, infine, una terza categoria che, al contrario, proprio grazie alla ribalta mondiale ha potuto farsi conoscere ed apprezzare, ricevendo i dovuti e meritati riconoscimenti per le proprie qualità ed abilità pedatorie, specie se fai parte di una nazionale non di prima fascia, come al giorno d’oggi si è solito dire, e ciò avviene in un periodo in cui la maggiore rassegna mondiale era limitata a sole 16 e poi 24 squadre.

Ed uno, se non forse il più rappresentativo di detta schiera, è il peruviano Teofilo Cubillas, il quale, a dispetto di una buona carriera a livello di club dove, peraltro, i titoli sono stati alquanto limitati, ha brillato di luce splendente sin dalla sua prima apparizione sul palcoscenico internazionale, e cioè ai Mondiali di Messico 1970, dove la Coppa Rimet venne definitivamente assegnata al Brasile.

Nato a marzo 1949 nella capitale Lima, Cubillas, mezz’alta offensiva di eccellenti qualità tecniche, operante sia come rifinitore che come seconda punta, dal piede sopraffino e micidiale soprattutto nei calci da fermo – siano essi punizioni o rigori – esordisce giovanissimo, appena 17enne, nella Allianza di Lima, uno dei club più titolati del paese, potendo ad oggi contare ben 22 titoli nazionali, incappando però, nei suoi sette anni di permanenza in prima squadra (dal 1966 al 1972), nel periodo in cui ad affermarsi nel “Campeonato Descentralizado” (come viene chiamata la prima divisione peruviana) ad affermarsi sono le rivali storiche dell’Universitario (1966, 1967, 1969 e 1971) e dello Sporting Cristal (1968, 1970 e 1972).

E ciò nonostante che Cubillas fornisca un elevato apporto al club, sotto forma di 110 reti realizzate in 193 gare disputate, circostanza che gli vale per due volte il titolo di capocannoniere – nel 1966, all’esordio, con 19 reti e nel 1970 con 22 centri – nonché il riconoscimento di “miglior giocatore peruviano dell’anno” nel 1970, 1971 e 1972, e miglior fortuna non ha nell’unica partecipazione alla Copa Libertadores del 1972, in cui, pur mettendo a segno 6 reti in altrettanti incontri, la sua Allianza viene eliminata in un girone che, per ironia della sorte, viene vinto proprio dai rivali dell’Universitario.

Già affermatosi sul palcoscenico internazionale, Cubillas tenta la carta europea, accettando nel 1973 le offerte del Basilea, ma il clima troppo rigido e le difficoltà di lingua lo consigliano a trasferirsi dopo pochi mesi in Portogallo nelle fila del Porto, ma, anche stavolta, nel periodo sbagliato, in quanto sono gli anni in cui vige l’egemonia del Benfica e l’asso peruviano non ha neanche la soddisfazione di fregiarsi del titolo di capocannoniere, dato che nella sua miglior stagione ai “Dragoes“, il 1976, conclusa con ben 28 reti all’attivo, viene superato da Jordao del Benfica, il quale raggiunge quota 30.

Deluso dall’esperienza europea, ad inizio 1977 Cubillas torna all’antico amore degli “Aliancistas“, avendo stavolta miglior fortuna, in quanto i “Bianquiazulesconquistano due titoli consecutivi, nel 1977 e 1978, ai quali il campione contribuisce con 23 e 12 reti, ed ottenendo altri due riconoscimenti quale “miglior giocatore della stagione“, mentre l’Allianza compie un miglior cammino nella Copa Libertadores 1978 giungendo sino alle semifinali, con Cubillas che mette a segno 7 reti in 9 incontri.

Resteranno questi gli unici allori a livello di club conquistati in carriera da Cubillas, il quale, alla soglia dei trent’anni, si fa anch’esso attrarre dalle sirene dei dollari americani della NASL, accasandosi ai Fort Lauderdale Strikers dove, per le prime tre stagioni mantiene intatte le sue medie realizzative, andando a segno per 16, 14 e 17 volte e raggiungendo nel 1980 la finale – il “Soccer Bowl” come viene definito negli Usa – dopo aver vinto la “American Conference“, solo per venire pesantemente sconfitto per 3-0 dai New York Cosmos di Beckenbauer e Chinaglia, con quest’ultimo autore di due reti.

Dopo aver raggiunto la semifinale anche l’anno successivo – nuovamente sconfitti dai New York Cosmos, che poi perdono la finale contro i Chicago Stings – la carriera di Cubillas volge lentamente al declino, non prima però di aver disputato il suo terzo ed ultimo Mondiale con la nazionale peruviana nel 1982 n Spagna.

Quella nazionale in cui – riavvolgendo il nastro dei ricordi – aveva esordito non ancora ventenne il 17 luglio 1968, nella sconfitta in amichevole per 0-4 a Lima contro il Brasile che si sta riorganizzando dopo la cocente delusione dei Mondiali 1966 in Inghilterra ed in cui vanno a segno Rivelino, Gerson, Tostao e Jairzinho, tanto per capirsi.

Ma il primo grande scoglio per Cubillas e la sua nazionale – che mai, eccezion fatta per l’edizione inaugurale del 1930, ha raggiunto le fasi finali di un Mondiale – è costituito dal girone di qualificazione per Messico 1970, a cui partecipa assieme ad Argentina e Bolivia, con i relativi incontri che hanno luogo nell’arco di un mese, ad agosto 1969 e che, per i peruviani, si mette subito bene con la vittoria interna del 3 agosto per 1-0 sull’Argentina, con rete decisiva di Pedro Pablo Leon al 52′.

E, dopo aver ribaltato con un 3-0 a domicilio la sconfitta per 1-2 subita a La Paz contro la Bolivia, il Perù si reca il 31 agosto a Buenos Ayres per affrontare a “La Bombonera” l’Albiceleste, a cui servirebbe una vittoria addirittura per 3-0 per staccare il biglietto per il Messico, incontro che, viceversa, si conclude sul 2-2 e Cubillas può, a soli 21 anni, prendere parte al suo primo Mondiale.

E’ una selezione autarchica quella che si presenta in Messico, con ben 19 dei 22 della rosa provenienti dalle tre squadre (Allianza, Universitario e Sporting Cristal) che dettano legge in patria e le stelle sono costituite dall’esperto capitano e difensore centrale Hector Chumpitaz, dal centrocampista Roberto Challe e dall’attaccante con trascorsi italiani (ex Milan e Cagliari) Alberto Gallardo, oltre ovviamente alla grande curiosità che vige intorno ai giovani talenti Cubillas ed Hugo Sotil.

Il Perù è inserito nel gruppo D, unitamente a Germania Ovest, Bulgaria e Marocco e, dando per scontata la superiorità dei tedeschi vice campioni del mondo ed il ruolo di cenerentola dell’esordiente Marocco, appare evidente come l’incontro chiave per il passaggio del turno – si qualificano ai quarti le prime due di ogni girone – sia quello con la Bulgaria che i sudamericani devono affrontare nel match di apertura, il 2 giugno a Leon.

E le cose non si mettono affatto bene per i peruviani, sotto di una rete all’intervallo realizzata da Demendjiev prima del quarto d’ora di gioco e raddoppiata ad inizio ripresa da Bonev che sfrutta su calcio di punizione una imperdonabile incertezza del portiere Rubinos per il punto del 2-0 che sembra chiudere i giochi, se non fosse che appena un minuto dopo Gallardo accorcia le distanze con una gran conclusione sotto la traversa, replicata da Chumpitaz che, trasformando una punizione dal limite, fissa il punteggio sul 2-2 prima ancora dello scoccare dell’ora di gioco.

Con i bulgari colpiti dall’uno-due sudamericano, manca solo il colpo del ko e ad assestarlo ci pensa proprio il giovane talento – cui è stata consegnata la pesante maglia numero 10 – il quale, ricevuta la palla poco oltre la linea che delimita l’area di rigore, si libera con una finta di due avversari per poi scaraventare un tiro potente e preciso che si insacca rasoterra alla sinistra dell’incolpevole Simeonov per il punto del definitivo 3-2 e la gioia irrefrenabile di Cubillas, sommerso dagli abbracci dei compagni.

Con questo biglietto da visita, Cubillas è atteso alla riprova quattro giorni dopo nella gara contro il Marocco, andando a sbattere sino al 20′ della ripresa sul portiere africano Kassou, che poi capitola su conclusione di Sotil respinta e ribattuta in rete da Cubillas, il quale, tre minuti dopo, serve di tacco a Challe la palla per il 2-0 ed infine pone il sigillo all’incontro ed alla sua personale prestazione con un rasoterra dal limite per il 3-0 finale.

Ed anche se, null’ultima partita del girone, i peruviani devono subire la dura legge di Gerd Mueller, autore di una tripletta, con Cubillas che mette a segno il goal della consolazione con una punizione deviata dalla barriera, l’attesa è tutta rivolta al quarto di finale che vede la giovane stella al cospetto del Brasile di “Sua Maestà O’Rey” Pelè.

Contro forse la più forte formazione “verdeoro” di ogni epoca, il Perù nulla può, venendo sconfitto per 4-2 ma restando comunque in partita sino ad un quarto d’ora dal termine, grazie alle reti di Gallardo ed ancora di Cubillas che, al 69′, scaglia alle spalle di Felix un potente rasoterra dal limite, prima che Jairzinho metta termine alla contesa con il goal del definitivo 4-2.

Il Perù conclude pertanto più che onorevolmente la sua prima esperienza ad un Mondiale e Cubillas inizia ad essere etichettato come il “Pelé peruviano“, accostamento indubbiamente irriverente, ma che può rendere l’idea rispetto alla qualità media dei calciatori di detto paese, ed anche se fallisce la successiva qualificazione ai Mondiali di Germania 1974, un’altra ghiotta vetrina viene concessa dalla 30.ma edizione della Copa America del 1975.

Con una formula del tutto particolare, nove delle dieci squadre sudamericane vengono suddivise in tre gironi da tre, con le prime a qualificarsi per le semifinali unitamente all’Uruguay, campione in carica, ed il Perù, inserito nel gruppo B insieme a Cile e Bolivia, ha l’occasione di riscattare l’eliminazione delle qualificazioni mondiali ad opera proprio dei cileni, conquistando l’accesso alla fase successiva grazie al pari per 1-1 a Santiago ed al 3-1 al ritorno a Lima, con la rete del provvisorio 3-0 messa a segno proprio da Cubillas.

E, visto che siamo in tema di rivincite, cosa c’è di meglio per Cubillas che vendicare il pesante 0-4 subito all’esordio in nazionale contro il Brasile, andando a vincere per 3-1 allo Stadio Minerao di Belo Horizonte con proprio “El dies” peruviano a sbloccare la parità ad 8′ dal termine prima del definitivo sigillo di Cassaretto all’89’ per la sua personale doppietta?

Rete, quest’ultima, che si rivela decisiva, poiché al ritorno a Lima i brasiliani si impongono per 2-0 ed il Perù si qualifica solo per il maggior numero di goal realizzati in trasferta, potendo così affrontare e sconfiggere in finale la Colombia, superata 2-0 al ritorno dopo lo 0-1 patito all’andata ed ancora per 1-0 nello spareggio in campo neutro disputato allo Stadio Olimpico di Caracas, in Venezuela, per quello che è, a tutt’oggi, l’unico successo peruviano nella manifestazione, mentre, manco a dirlo, Cubillas viene premiato come “miglior giocatore del torneo“.

Oramai, la sua popolarità, non solo in patria, dove è praticamente un eroe, ma anche nel resto del Sudamerica, tocca vertici inimmaginabili, che trovano ulteriore conferma con la qualificazione ai Mondiali di Argentina 1978 dopo aver eliminato Cile, Ecuador e Bolivia e dove Cubillas è atteso come una delle stelle della manifestazione, pur non rivestendo la fascia di capitano, ancora ben salda al braccio del “vecchio” Hector Chumpitaz.

Ancora una volta, il Perù è inserito nel gruppo D, come a Messico 1970, e nuovamente deve affrontare i vice campioni del mondo, stavolta l’Olanda, unitamente a Scozia ed Iran, e, analogamente a quanto successo in terra messicana, è il match d’apertura contro gli scozzesi quello che presumibilmente deciderà l’eventuale qualificazione alla fase successiva.

Scesi in campo il 3 giugno a Cordoba, la gara sembra ricalcare l’andamento del match d’esordio di otto anni prima, con gli scozzesi che si portano in vantaggio prima del quarto d’ora di gioco grazie ad un “tap-in” vincente di Jordan su corta respinta di Quiroga, ma stavolta i sudamericani riequilibrano le sorti dell’incontro prima dell’intervallo in virtù di uno spunto vincente di Cueto che non lascia scampo a Rough, per poi far loro l’incontro – dopo che al 64′ Quiroga respinge un penalty calciato da Masson – per una doppia prodezza del loro fenomeno che dapprima fulmina Rough al 72′ con una conclusione da fuori area tanto potente quanto precisa e poi, appena 5′ dopo, concede il bis trasformando da par suo un calcio di punizione dal limite con un tiro ad effetto di esterno destro di rara maestria.

Superato indolore con un pari a reti bianche l’ostacolo Olanda, il Perù sommerge di reti il malcapitato Iran, con Cubillas che trasforma due calci di rigore nello spazio di 3′ (36′ e 39′), per poi porre il sigillo al successo con il punto del 4-1 a 12′ dal termine per la sua personale tripletta.

Nel secondo girone di semifinale, sappiamo tutti come il Perù non contribuisca a scrivere una pagina di piena onestà sportiva, finendo a zero punti dopo aver perso 1-3 contro il Brasile e 0-1 contro la Polonia, ma, soprattutto, con l’arrendevolezza dimostrata nell’ultima gara contro l’Argentina, uscendo sconfitto dal campo con uno 0-6 sulle spalle, decisivo per la qualificazione della Albiceleste alla finale mondiale.

Per Cubillas si tratta dell’ultima grande recita sul più importante palcoscenico del calcio internazionale, anche se sarà ancora presente quattro anni più tardi all’edizione del Mondiale di Spagna 1982, dove il Perù esce al primo turno, sconfitto per 1-5 dalla Polonia dopo aver pareggiato per 0-0 contro il Camerun e per 1-1 contro l’Italia, in un incontro dove il “Pelé peruviano” esce comunque dal campo al 50′ ancora sullo 0-0 prima che Boniek & Co. dilagassero.

Con quest’ultimo match cala il sipario sull’esperienza in nazionale di Cubillas, il quale può vantare, oltre al record (26) di reti complessivamente realizzate con la squadra del suo paese, anche quelli relativi al maggior numero di presenze (13) e reti (10) nelle fasi finali di un campionato mondiale, oltre ad essere l’unico, assieme ai tedeschi Miroslav Klose (2002-2006) e Thomas Mueller (2010-2014), ad aver segnato 5 reti in due edizioni consecutive dei Mondiali.

E, se siete stati attenti, un’ultima curiosità ve la dico io: in tutti e tre i Mondiali disputati da Cubillas con il suo Perù, i sudamericani sono sempre stati eliminati (Brasile 1970, Argentina 1978 ed Italia 1982) dalla squadra che poi ha vinto il titolo!

Quantomeno, sono stati un “portafortuna“!

I “RECORD DEL MONDO IN 80 GIORNI” DI HENRY RONO

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Henry Rono – da kgmi.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel 1873, lo scrittore francese Jules Verne pubblica uno dei suoi romanzi più celebri, “Il giro del mondo in 80 giorni“, non può ovviamente sapere che, a poco piò di un secolo di distanza, sarà proprio quello il lasso di tempo impiegato da un 26enne atleta africano non già per effettuare il giro del mondo, bensì per stabilire un primato che con il mondo ha comunque qualcosa a che fare, vale a dire realizzare quattro record mondiali su quattro differenti distanze del mezzofondo prolungato in atletica leggera.

Quel giovane africano altri non è che Henry Rono, nato a Nandy Hills nel febbraio 1952, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1976 per seguire gli studi alla Washington State University, unitamente al connazionale Samson Kimobwa, con cui si allena e che lo precede nella conquista di un primato mondiale, migliorando il 30 giugno 1977, in 27’30″47, il limite sui 10.000 metri stabilito dal britannico David Bedford con 27’30″80 cinque anni prima.

Sotto la sapiente guida del coach John Chaplin – che in seguito avrà cura anche di altri campioni degli altipiani quali Mike Kosgei e, soprattutto, Bernard Lagat – Rono si mette in luce vincendo per tre volte – nel 1976, 1977 e 1979 – una delle gare clou della stagione universitaria Usa, e cioè il “NCAA Cross Country Championship“, un’impresa in precedenza riuscita solo a Gerry Lindgren esattamente dieci anni prima (nel 1966, 1967 e 1969) ed allo sfortunato Steve Prefontaine nel 1970, 1971 e 1973.

Galvanizzato da queste incoraggianti prestazioni – tra l’altro il suo 28’06″6 con cui si aggiudica l’edizione 1976 è a tutt’oggi il miglior riscontro cronometrico della competizione – Rono, in grado di cimentarsi con profitto sia sul piano che sulle siepi come d’altronde la maggior parte degli atleti del suo paese, si ritiene pronto per misurarsi contro i migliori specialisti delle varie prove, iniziando il suo tour de force nella sua patria d’adozione, l’8 aprile 1978 a Berkely, in California, dove corre i 5.000 metri nel tempo di 13’08″4 che migliora di 4″50 esatti il limite stabilito dal neozelandese Dick Quax un anno prima, al meeting di Stoccolma.

Passa poco più di un mese ed il 13 maggio, ancora negli States, ma stavolta a Seattle, Rono riporta in patria il primato dei 3.000 siepi, appartenente allo svedese Garderud con 8’08″00 stabilito nella finale delle Olimpiadi di Montreal 1976, correndo la distanza in 8’05″4 ed iniziando a farsi un nome ben al di fuori dei confini americani, circostanza che lo pone a sbarcare in Europa per confrontarsi anche con i migliori mezzofondisti del Vecchio Continente.

Giunto in Europa, giusto il tempo per acclimatarsi e fare un paio di allenamenti ed ecco che Rono si presenta il 10 giugno sulla pista del celebre Prater di Vienna per togliere all’amico Kimobwa il record mondiale dallo stesso stabilito poco meno di un anno prima sui 10.000 metri, coprendo i 25 giri di pista in 27’22″47, addirittura 8″ in meno del limite del connazionale.

Oramai, le imprese del keniano hanno un risalto sulla stampa specializzata a livello universale e, per completare il suo exploit ed in preparazione delle manifestazioni che lo attendono nel corso dell’estate, si concede una digressione sulla più breve distanza dei 3.000 metri piani ai celebri Bislett Games di Oslo, dove il 27 giugno abbassa di oltre 3″ il primato del britannico Brendan Foster che resisteva dall’agosto 1974, coprendo la distanza in 7’32″1.

Non so quanto siate bravi nei calcoli, ma se contate i giorni che distano dal primo record sui 5.000 (8 aprile) all’ultimo sui 3.000 (27 giugno), vi accorgerete che sono trascorsi esattamente 80 giorni, proprio come nel libro del celebre romanziere francese.

In questi casi, si è soliti dire che atleti come Henry Rono sono più propensi a stabilire record che non a vincere medaglie, ma ciò non corrisponde a verità, in quanto, concluso il suo personale “excursus” sulle varie distanze, egli si presenta ad Algeri per la 3.a edizione degli “All African Games che, per le sue specialità, hanno valenza simile se non superiore ad Olimpiadi e/o Mondiali, affermandosi sia sui 10.000 metri in 27’58″90 davanti al connazionale Mike Musyoki (28’05″20) ed all’etiope Mohammed Kedir, bronzo con 28’42″00, che sui 3.000 siepi, dove conquista l’oro disponendo facilmente della concorrenza, concludendo la prova in 8’15″82, con quasi 10″ di vantaggio sui connazionali James Munyala e Kip Rono.

Trascorrono quindici giorni ed eccolo atterrare ad Edmonton, in Canada, per partecipare all’11.ma edizione dei “Commonwealth Games, dove si iscrive ai 5.000 metri, oltre che alle siepi, confermando su queste ultime l’identico ordine d’arrivo degli “All African Games“, cogliendo l’oro in un per lui tranquillo 8’26″54, davanti a Munyala e Kip Rono, che chiudono in 8’32″21 e 8’34″07 rispettivamente.

Più impegnativa è la prova sui 5.000 metri, dove lo attende anche il britannico Brendan Foster, cui Rono ha tolto poco più di un mese prima il primato mondiale sui 3.000 metri piani, ma anche in questa circostanza i suoi rivali devono arrendersi, con il keniano che va a trionfare in 13’23″04 staccando nettamente nel finale ancora Musyoki (argento anche sui 10.000 vinti da Brendan Foster), il quale ha la meglio in volata sullo stesso Foster (13’29″92 a 13’31″35).

Insomma, quattro record mondiali e quattro medaglie d’oro vinte nell’arco di quattro mesi non sono certo un bottino da disprezzare per un 1978 da incorniciare, cui l’atleta keniano avrebbe voluto dare un seguito sul grande palcoscenico olimpico se non fosse che il proprio paese, alleato degli Stati Uniti, aderisce al boicottaggio ideato dal Presidente Usa Jimmy Carter avverso la partecipazione ai Giochi di Mosca 1980, con Rono che è costretto a vedere in Tv l’etiope Miruts Yifter fare doppietta sui 5.000 e 10.000 metri con tempi (13’21″00 e 27’42″69 rispettivamente) largamente superiori ai suoi primati …

E non si creda che, comunque, Rono non fosse più in condizione di correre su certi livelli all’epoca dei Giochi, poiché l’anno seguente, il 13 settembre 1981 a Knarvik in Norvegia, è ancora in grado di ritoccare il proprio limite sui 5.000 metri, portandolo a 13’06″20, ragion per cui l’assurdo ed odioso boicottaggio altro non ha fatto che compiere il “crimine di lesa maestà” di privare tutti gli appassionati di una sfida etiope/keniana che, di sicuro, avrebbe fatto scintille!

Ma tanto, purtroppo, non lo sapremo mai.

INGHILTERRA-ITALIA 1973, QUANDO CAPELLO BATTE’ I MAESTRI A CASA LORO

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Il gol vincente di Capello – da dailymail.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Vincere a Wembley, quello sì che rappresenta un sogno per la nazionale italiana di football che solo qualche mese prima, esattamente il 14 giugno allo Stadio Comunale di Torino, ha battuto per la prima volta nella sua storia i “maesti” inglesi, 2-0 firmato da Anastasi e Capello.

E l’Italia di Ferruccio Valcareggi riesce nella clamorosa impresa, seppur l’Inghilterra sia in fase di transizione dopo la vittoria ai Mondiali del 1966 e i quarti di finale a Messico 1970, ufficialmente già eliminata dai miracoli di Tomaszewski, leggendario portiere della Polonia che proprio a Wembley scippa ai britannici il biglietto per il volo aereo direzione Germania 1974.

L’Italia, forte del successo di Torino, il 14 (giorno che porta fortuna, a quanto pare) novembre 1973 si presenta a Londra per la rivincita attesa dagli inglesi che non ci stanno certo a perdere nel “loro” stadio. Ma quella sera il “loro” stadio è popolato da ben 30.000 italiani, emigrati in Inghilterra in cerca di un’opportunità di lavoro che da quelle parti non manca mai, che si fanno sentire seppur 100.000 presenze assistano dalle tribune al match. Quei tricolori che sventolano tra le migliaia di bandierine dell’Union Jack vogliono la grande impresa, vogliono che la nazionale di “Zio Uccio” entri nella storia del calcio, anche se poi si tratta solo di un’amichevole.

Fa freddo, come è logico che sia nell’autunno londinese, ma la pioggerellina sottile che forma una specie di nebbia e una squadra avversaria che fa della forza fisica il suo cavallo di battaglia sono le componenti essenziali perchè l’impresa, appunto, si compia. L’Inghilterra corre più degli azzurri, sembra non stancarsi mai, i suoi giocatori sembrano grandi il doppio dei nostri, ma Valcareggi invita i suoi pupilli a mantenere la calma, ad abbassare il ritmo, a non metterla sullo stesso piano fisico della squadra che il “santone” Alf Ramsey guida dalla panchina. Gli inglesi attaccano, gli italiani si difendono, in attesa di provare a colpire con veloci azioni di contropiede.

Dino Zoff, nella sua meravigliosa maglia grigia, difende da par suo i pali parando tutto quel che c’è da parare, a dar sicurezza ad una retroguardia che ha in Bellugi stopper il giusto rimpiazzo di Morini, Spinosi il solito baluardo sulla destra, capitan Facchetti e Burgnich le pedine insostituibili del reparto arretrato. Romeo Benetti agisce proprio davanti alla difesa e lo fa, lui che per grinta e caratteristiche fisiche si adatterebbe benissimo al calcio inglese, con tale efficacia che per gli attaccanti inglesi è dura aggirare l’ostacolo, mentre Rivera opera perfettamente in mediana, capace di coprire e rilanciare l’azione, ben supportato da Causio che ritrova il suo posto sulla fascia destra e da Capello, infallibile geometra del centrocampo. In attacco, poi, Riva ha al suo fianco Chinaglia, bomber della Lazio che da lì a qualche mese sarà campione d’Italia, che dopo esser stato messo in disparte per far spazio ad Anastasi, stavolta è la scelta di Valcareggi per contrapporre la sua stazza alla fisicità dei difensori anglosassoni. E la mossa si rivelerà azzeccata.

L’Inghilterra spinge come un’ossessa, con la classe di capitan Bobby Moore e l’ardire dell’inesauribile Bell, di Currie, Channon e Peters e la pericolosità sotto porta di Osgood e Clarke, peraltro ben contenuti da Spinosi e Bellugi. L’Italia soffre ma tiene botta, pronta alle scorribande di Chinaglia che ha l’occasione buona ma spara addosso a Shilton in uscita. E’ poi la volta di Zoff opporsi con una gran parata in tuffo su conclusione di Currie al 16′, così come il rasoterra di  Bell poco dopo passa tra le gambe di Burgnich e termina la sua corsa a sfiorare il palo.

La sfida, ovviamente, è palpitante, seppur non impeccabile da un punto di vista squisitamente tecnico, anche per le difficili condizioni climatiche. Nel secondo tempo il copione non cambia di certo, inglesi che spingono e azzurri che si difendono pur non rinunciando ad agire di rimessa. Ed è proprio Riva ad avere l’occasione propizia, ma la sua conclusione di sinistro quasi a colpo sicuro obbliga Shilton alla difficile deviazione in angolo, dal quale tiro dalla bandierina svetta la testa di Chinaglia che colpisce la parte superiore della traversa. Al 69′ tocca ancora a Zoff salire alla ribalta, con la prodezza che nega il gol alla fucilata dalla distanza di Hughes. Al 75′ è nuovamente Chinaglia ad impegnare Shilton di testa, ma l’ultima parte di gara è un serrate furibondo dei bianchi di Albione che accelerano ancora e prendono d’assalto il fortino.

Finchè, al minuto 86′, un alleggerimento della difesa trova Capello che a sua volta appoggia a Chinaglia defilato sulla destra. “Long John“, come viene simpaticamente chiamato, salta McFarland e centra rasoterra dal fondo. Shilton può solo ribattere la stangata a mani aperte sui piedi dell’accorente Capello, che con la sua consueta intelligenza tattica ha seguito l’azione e si fa trovare al posto giusto al momento giusto per ribadire in rete e depositare la palla in fondo al sacco con un semplice tocco da pochi passi.

1-0 Italia, ed il tempio di Wembley infine, per la prima volta, si piega al coraggio degli azzurri. L’impresa, ora, è completata e i “maestri” del calcio, davvero, non fanno più paura.

Il tabellino della partita:

Inghilterra: Shilton, Medeley, Hughes, Bell, McFarland, Moore (cap.), Currie, Channon, Osgood, Clarke (74′ Hector), Peters. Commissario tecnico: A. Ramsey.

Italia : Zoff, Spinosi, Facchetti (cap.), Benetti, Bellugi, Burgnich, Causio, Capello, Chinaglia, Rivera, Riva. In panchina: Castellini, Sabadini, Zecchini, Furino, Re Cecconi, Bigon, Boninsegna, Pulici P. C.T. Valcareggi.

Arbitro: Marques Lobo (Portogallo).

Marcatore: 86′ Capello.

Note: Serata fredda con pioggia battente. Terreno in discrete condizioni. Angoli 19-2 per l’Inghilterra.

Spettatori: 100.000 circa.

PAT O’CALLAGHAN, IL MARTELLO CHE FECE SUONARE L’INNO D’IRLANDA ALLE OLIMPIADI

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Pat O’Callaghan – da si.com

articolo di Nicola Pucci

Quando Patrick O’Callaghan si presenta da carneade alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, in compagnia del fratello decatleta Con, per gareggiare nel lancio del martello, è ben lungi dal pensare che sta per passare alla storia.

L’Irlanda, diventato stato libero nel 1922 alienandosi dal governo britannico di Londra al termine della guerra di indipendenza, ha infine partecipato per conto proprio ai suoi primi Giochi quattro anni prima, a Parigi, cogliendo il quarto posto con Patrick Dwyer nei pesi welter del pugilato ed una quinta piazza nel torneo di calcio. Ma la medaglia, ancora, manca al Paese del trifoglio.

Chiusa la necessaria parentesi storica, torniamo a Pat O’Callaghan, secondo figlio di Paddy O’Callaghan e Jane Healy, classe 1905, che nasce e cresce a Castemagner nella Contea di Cork. Buon sangue non mente, se è vero che il giovane Patrick, oltre a studiare con buon profitto, pratica sport seguendo le orme dello zio Tim, velocista di buon livello e giocatore di football gaelico, così come del fratello maggiore Sean, abile ostacolista tanto da vincere un titolo nazionale sulle 440 yards. Di pari passo con gli impegni scolastici che lo vedono prima alla Patrician Academy di Mallow, poi al Royal College of Surgeons di Dublino dove studia medicina, per infine impiegarsi nel 1926 presso la Royal Air Force Medical Service, Pat pratica rugby e scopre, del tutto casualmente, il lancio del martello.

Il dado è tratto. Pat sviluppa passione senza freni per l’attrezzo e tornando a Duhallow, lì dove ha radici, inizia una quotidiana sessione di allenamenti personalizzati al punto da adottare una tecnica particolarissima che lo renderà inimitabile. Neanche il tempo di far suoi due titoli nazionali della disciplina, nel 1927 lanciando a 43m37 e nel 1928 bissando a 49m56, che viene selezionato per difendere i colori dell’Irlanda, appunto, alle Olimpiadi imminenti di Amsterdam.

Con e Pat racimolano quanto basta per completare il viaggio, ma il maggiore degli O’Callaghan, novizio a questi livelli, non viene certo accreditato dei favori del pronostico. Quelli spettano allo svedese Ossian Skiold, già quinto a Parigi nel 1924 e detentore del limite europeo con 53m85, al britannico Malcolm Nokes, bronzo a quella rassegna a cinque cerchi, agli americani Edmund Black, vincitore ai Trials di selezione, Don Gwinn e Frank Connor, primatista stagionale con 52m39, e in seconda battuta all’azzurro di Modena, Armando Poggioli, campione italiano dopo aver partecipato alla gara di lancio del disco ai Giochi parigini, chiusi in 25esima posizione.

In qualificazione Skiold è nettamente il migliore, scagliando il martello a 51m29, misura che parrebbe metterlo al sicuro da clamorosi ed inattesi sorpassi. Tanto più che gli americani deludono, non  meglio del 49m03 di Black proprio davanti a O’Callaghan che lascia atterrare l’attrezzo a 47m49. Ma ai lanci di finale, a cui accedono i primi sei classificati del turno preliminare, l’irlandese estrae dal cilindro la prodezza che non ti aspetti, 51m39 a scavalcare Skiold, che gli ha prestato il martello, quanto basta per garantirsi la medaglia d’oro. La gioia così come la sorpresa è tale che Pat sul podio, quando per la prima volta nella storia di Olimpia sventola il tricolore irlandese e nell’aria risuonano le note del Amhrán na bhFiann, non può proprio mascherare l’emozione. Se in precedenza cinque americani nati in terra gaelica avevano colto il successo olimpico nel lancio del martello, stavolta il titolo è interamente da ascrivere all’Irlanda. E la storia è cosa fatta.

Ma la vicenda agonistica di Pat non si ferma qui. Anzi. Colleziona una serie di ben 22 titoli nazionali tra lancio del martello, peso, disco e anche salto in alto, per poi presentarsi alla rivincita con Skiold, ormai 41enne, in un meeting ad inviti di due giorni a Stoccolma nell’estate del 1930. I due campioni si danno battaglia a suon di record europei infranti, infine l’esperto padrone di casa lancia a 54m40 e il primato, nuovamente, gli appartiene. Ma O’Callaghan, caso mai ce ne fosse bisogno, conferma che la vittoria olimpica non è certo frutto del caso.

Già, perchè altri due anni ancora e l’appuntamento a cinque cerchi chiama di nuovo i due protagonisti a Los Angeles, sede nel 1932 della X edizione delle Olimpiadi moderne. C’è un imprevisto, il terreno del meraviglioso Memorial Coliseum dove gli atleti sono chiamati a gareggiare non è in erba o in argilla come di consuetudine in Europa ma in cenere e Pat, con scarpe chiodate, ha difficoltà negli appoggi. Poco importa, dopo una modesta quinta piazza al primo tentativo, 47m76 ben distante dal 51m27 del finlandese Ville Porhola ed alle spalle anche dei due americani Pete Zaremba e Grant McDougall e dell’immarcescibile Skiold, anziano e sovrappeso ma sempre competitivo, Pat trova l’ispirazione con un lancio a 52m21 che gli garantisce l’accesso ai tre tentativi di finale e il provvisorio primo posto in graduatoria. Porhola lo scavalca ancora, di un’inezia, 51m27, ma O’Callaghan, tagliata la punta delle scarpe con una seghetta di fortuna, dopo aver infilato due buoni lanci a 51m81 e 51m85 che non smuovono la classifica, e quando si pensa che le posizioni si siano ormai cristallizzate, all’ultimo turno piazza la botta vincente a sfiorare i 54 metri. E’ la seconda medaglia d’oro olimpica consecutiva per Pat, proprio mentre il connazionale Bob Tisdall a sua volta fa sua la gara dei 400 metri ostacoli.

L’Irlanda che vinceva ma batteva bandiera britannica è solo un lontano ricordo. Nel 1928 il martello di Patrick, detto Pat, O’Callaghan segnò la strada e da quel giorno le note del suo inno non sono ignote dalle parti di Olimpia.

JEANNIE LONGO E QUELL’ORO MANCANTE A COMPLETARE LA CARRIERA

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Jeannie Longo ad Atlanta 1996 – da francesoir.fr

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di ciclismo al femminile, poche campionesse ne hanno scritto la storia come la francese Jeannie Longo, capace di spaziare con estrema naturalezza dalla pista alla strada, dalle corse in linea e a tappe a quelle a cronometro.

Prova ne siano le tre affermazioni consecutive al Tour de France dal 1987 al 1989, con seconda l’azzurra Maria Canins che, viceversa, si era aggiudicata le due edizioni precedenti 1985 e 1986 con la Longo alla piazza d’onore, per non parlare dei cinque titoli di campionessa del mondo su strada nel 1985 (Canins seconda), 1986, 1987, 1989 (Canins terza) e 1995, giungendo seconda dietro all’olandese Leontien Van Moorsel nel 1993, ciclista olandese capace di aggiudicarsi anche i Tour de France 1992 e 1993.

Ma c’è una gara che sembra pesare come una maledizione sulla testa della Longo ed è la prova su strada ai Giochi olimpici che, in tali anni, sostituisce la gara iridata, dato che dalla sua istituzione – a partire da Los Angeles 1984 – si è fatta sorprendere alle Olimpidi californiane, giungendo sesta ad 1’21” dal quintetto che si gioca le medaglie, con vittoria in volata dell’americana Connie Carpenter davanti alla connazionale Rebecca Twigg, mentre a Seul, in un arrivo in gruppo che non la favorisce, si perde nell’anonimato.

Ma è a Barcellona 1992 che si registra uno dei casi più curiosi della storia olimpica, quando la Longo si stacca dal gruppo a tre chilometri dall’arrivo prendendo un vantaggio di un centinaio di metri che, esperta di prove a cronometro qual è, mantiene sin fino al traguardo, conservando 1″ di vantaggio sull’olandese Monique Knol, oro quattro anni prima a Seul, solo per realizzare che 20″ prima era giunta l’australiana Kathryn Watt che aveva sorpreso tutte attaccando in un momento di disattenzione in mezzo al gruppo.Diciamo che la comunicazione di “radio corsa” non è stata ottimale.

Con sulle spalle uno smacco del genere ed oramai non più giovanissima avendo 38 anni, la Longo è consapevole che quella di Atlanta 1996 è verosimilmente l’ultima occasione per aggiungere l’0ro olimpico alla sua straordinaria collezione di allori, favorita anche dalla momentanea assenza dalle corse della citata olandese Van Moorsel (campionessa mondiale nel 1991 e 1993), e stavolta non se la lascia sfuggire.

Il 21 luglio, lungo i 104 chilometri del tracciato disegnato tra le strade di Atlanta, la gara è movimentata dalle azzurre Alessandra Cappellotto ed Imelda Chiappa, con la prima che tenta una fuga velleitaria al terzo degli otto giri in programma, e la seconda che attacca con maggiore convinzione durante il quinto passaggio, cui rispondono la Longo, l’australiana Wilson e la canadese Clara Hughes.

Come il ritmo aumenta, la Wilson cede e viene riassorbita dal gruppo, mentre le altre si avviano al traguardo per giocarsi le medaglie, ma la francese non rischia la volata, dove probabilmente verrebbe battuta dall’italiana, attaccando ad undici chilometri dall’arrivo nel corso dell’ultimo giro e potendo così trionfare a braccia alzate in 2.36’13”, con 25″ di vantaggio sulla Chiappa che, a propria volta, precede di 6″ la Hughes.

Sull’onda emotiva di detto sospirato successo, la Longo si presenta anche alla partenza della prova a cronometro di 26 chilometri, facendo suo l’argento in 37′ netti, a 20″ di distacco dalla vincitrice, la russa Zulfiya Zabirova e precedendo ancora la Hughes, che così aggiunge un secondo bronzo alla sua partecipazione olimpica.

Dopo essersi, negli anni a seguire, dedicata più che altro alla gara a cronometro, la Longo riesce comunque a conquistare a Sydney 2000, a 42 anni, il bronzo in detta specialità, a 52″ dalla “resuscitata” Van Moorsel che in Australia riesce nell’impresa di vincere entrambe le prove su strada, sia in linea che contro il tempo.

ALEX OLMEDO, IL PERUVIANO “MADE IN USA”

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Alex Olmedo in doppio con Ham Richardson in Coppa Davis nel 1958 – da couriermail.com.au

articolo di Nicola Pucci

Nel dicembre 1958 la squadra americana di Coppa Davis si appresta a trasferirsi in Australia per la finale interzona con l’Italia di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola e, nel caso di successo, per il Challange Round con i “canguri” Fraser, Anderson e Cooper.

I successori di Vic Seixas e Tony Trabert, che portarono l’insalatiera d’argento in America per l’ultima volta quattro anni prima, non hanno ad onor del vero brillato nell’arco della stagione. Il numero 1, Barry MacKay, gran battitore in possesso probabilmente del miglior servizio in circolazione, ha l’abitudine di vanificare il buon numero di aces piazzati in partita con altrettanti doppi falli e questo, al pari di una tenuta mentale non proprio da fenomeno, ne limita il potenziale; non è infatti andato oltre i quarti di finale raggiunti a Wimbledon dove è stato estromesso dall’australiano di turno, Mervyn Rose, con un netto 6-2 6-4 6-4. Il numero 2, Ham Richardson, soffre di diabete e solo grazie al suo coraggio ha raggiunto un buon livello internazionale, illustrando un bel tocco di palla ma anche denunciando carenza sulle lunghe distanze nei grandi tornei, spesso sovrastato dal serve-and-volley ad oltranza degli australiani.

Dopo che la finale di Forest Hills, sede degli US Open, ha prodotto per il terzo anno consecutivo una sfida tutta “aussie” tra Cooper e Anderson e nessun statunitense è stato capace di arrampicarsi almeno in semifinale, l’onore e l’umore stelle-e-strisce non è certo dei migliori. Magra consolazione la vittoria in doppio, seppur in questi anni sia di prestigio, della coppia composta proprio da Richardson e il peruviano Alex Olmedo, vincitori all’atto conclusivo di Sam Giammalva e Barry MacKay in quattro set, mentre è di buon auspicio per il futuro il successo nella prova juniores a Parigi e Wimbledon del 18enne Earl Buchholz. Ma per la Coppa Davis c’è da proporre una squadra che sia in grado di competere con i fortissimo australiani e la cosa, ad onor del vero, pare altamente improbabile.

Alex Olmedo, il quarto uomo della finale di doppio agli US Open, è peruviano, di Arequipa, e studia alla University of Southern California. Ragazzone di 185 cm. è poco noto al grande pubblico non vantando ancora un palmares di levatura mondiale, pur avendo conquistato due titoli di singolare e doppio ai campionati universitari nel 1956 e nel 1958. Provenendo da un paese privo di strutture per giocare a tennis e senza squadra di Coppa Davis, non ha avuto la possibilità di viaggiare e l’unico Slam a cui ha preso parte, Wimbledon 1957, lo ha visto prematuramente uscire al debutto per mano, ironia della sorte, sempre di Mervyn Rose. L’anno dopo è rimasto negli Stati Uniti per studiare e la vittoria in doppio a Forest Hills, sostenuta da un gioco aggressivo ed efficace a rete, ha attirato l’attenzione su di lui del nuovo selezionatore americano, Perry Jones.

Jones, intuite le qualità del peruviano, ha due colpi di genio: convocarlo con la formazione Usa di Coppa Davis ed affidarne la preparazione tecnica a Jack Kramer, grande campione dall’illustre passato. Forte di un regolamento con molti punti oscuri, Jones giustifica la scelta con il fatto che Olmedo risiede in America da tre anni, studia per una università americana e il Perù non dispone di una squadra di Coppa Davis. Se Alex è d’accordo, e lo è, il gioco è fatto. Ovviamente la cosa non va giù al numero 2, Ham Richardson, che seppur compagno di doppio di Olmedo rischia di vedersi soffiare il posto di singolarista. E non digerisce la cosa, anche perchè lui, uomo del profondo sud, è patriota e fiero delle proprie origini, come lo furono prima di lui Tilden e Trabert, e l’arrivo di uno straniero in squadra, soprattutto se sudamericano, equivale ad un tradimento. La convocazione di Olmedo è contestata, ma infine confermata, e per alcuni osservatori l’America, stavolta, è proprio scivolata in basso…

La scelta si rivela azzeccata. Olmedo, pur in difetto di esperienza internazionale, è il tennista giusto al momento giusto e al posto giusto, ovvero il Royal King’s Park di Perth, dove batte Pietrangeli in quattro set e Sirola in tre per poi, accoppiato all’amico/nemico Richardson, far suo anche il doppio e garantire, con il 5-0 inflitto all’Italia, la possibilità di competere con l’Australia al Challange Round del 1958. Al Milton Courts di Brisbane Jones concede ancora fiducia ad Olmedo ed Alex lo ripaga vincendo in quattro set la prima sfida con Anderson, bissando in doppio con l’immancabile Richardson al cospetto di Fraser ed Anderson rimontando due set di svantaggio e salvando due match-point, per infine assicurare il terzo punto, quello che riporta l’insalatiera d’argento negli Stati Uniti, con il decisivo 6-3 4-6 6-4 8-6 contro Ashley Cooper, numero 1 del mondo e vincitore in stagione di tre tornei del Grande Slam. Per Olmedo è la consacrazione e per Jones l’elezione a stratega d’eccezione.

Olmedo, ovviamente, non si ferma qui. Anzi. La sua carriera vira verso il successo e l’anno dopo, 1959, coglie il primo successo in un torneo Major battendo Fraser in finale agli Australian Open, 6-1 6-2 3-6 6-3, per poi presentarsi a Wimbledon nel mese di giugno accreditato della prima testa di serie. Il peruviano “made in Usa” sorvola i primi quattro incontri battendo nell’ordine l’australiano Woodcock, il sudafricano Mandelstam, l’indiano Krishnan, che gli strappa un set, e il danese Ulrich, per poi avere la meglio ai quarti di finale del cileno Luis Ayala, estromesso in quattro set. Semifinale e finale sono due passeggiate, ma non con due carneadi qualunque, bensì contro tennisti che vinceranno ben dodici tornei dello Slam, Roy Emerson sconfitto 6-4 6-0 6-4, e completeranno il Grande Slam nell’arco di un anno, Rod Laver, giovane 21enne neppure compreso tra le teste di serie, battuto in finale 6-4 6-3 6-4.

Risultati di questa portata attirano l’attenzione stavolta di Jack Kramer, che dopo averlo preparato per la Davis lo invita a passar professionista a fine stagione. Appena giunto al vertice del tennis mondiale, è già il momento di aprire anche la successione di Olmedo. Nel frattempo Alex ha due impegni da onorare, un’altra finale di Coppa Davis ad agosto ma stavolta, al West Side Tennis Club di Forest Hills, non concede il bis, perdendo da Fraser e in coppia con Buchholz il doppio contro Emerson e Fraser, rendendo inutile la vittoria contro Laver all’ultimo giorno. La Coppa Davis torna in Australia, così come in Australia finisce anche la coppa destinata al vincitore degli US Open di settembre, che Neale Fraser si mette in bacheca battendo in finale Olmedo in quattro set, 6-3 5-7 6-2 6-4, prendendosi la rivincita della sconfitta sofferta agli Australian Open.

La mattina successiva, Alex Olmedo, peruviano che fece le fortune dell’America, prende cappello e passa professionista. I soldi, ancora una volta, prima della gloria sportiva… già, perchè quella, seppur già assicurata dalla vittoria in Coppa Davis e a Wimbledon, avrebbe potuto scrivere altre pagine di grande tennis. Appunto, avrebbe…

GRAN PREMIO DI SPAGNA 1976, L’INIZIO DELLA RINCORSA AL TITOLO MONDIALE DI JAMES HUNT

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La Mc Laren di James Hunt – da road2sport.com

articolo di Nicola Pucci

Dopo la tragedia dell’anno prima al Montjuich, quando la Hill di Rolf Stommelen piombò nel pubblico provocando la morte di quattro spettatori, nel 1976 il GP di Spagna si sposta in pianta stabile sul tracciato di Jarama, non lontano da Madrid.

E qui, il week-end del 2 maggio, si disputa la quarta prova di un campionato del mondo che è già nato nel segno di Niki Lauda e della sua Ferrari, che insegue il bis iridato ed ha messo in bacheca le vittorie al debutto in Brasile e a Kyalami in Sudafrica, per poi lasciar via libera al collega di scuderia Clay Regazzoni a Long Beach. Nondimeno, qualche giorno dopo l’asburgico se l’è vista brutta quando, nella sua nuova proprietà alle porte di Salisburgo, nel tentativo di sollevar terra alla guida di un trattore, vede il mezzo ribellarsi e travolgerlo, provocandogli la frattura di due costole. Potrebbe lasciarci le penne ma se la cava e nonostante gli vengano prescritte sei settimane di convalescenza e la stampa italiana, così come il direttore sportivo a Maranello Daniele Audetto, spingano per la promozione di Regazzoni a primo guida con magari il giovane Maurizio Flammini, pilota di Formula 2, al suo fianco, in Spagna Lauda è pronto a salire sul bolido rosso, modificato quanto basta per garantirgli di gareggiare con un sedile più morbido proprio lì in corrispondenza della zona dolorante.

La Ferrari, dunque, è la favorita di una prova che ha nella nuova Tyrrel P34 a sei ruote affidata a Patrick Depailler la novità principale, anche se James Hunt con la Mc Laren è il rivale di Lauda nella corsa al titolo. Ed è proprio il biondo britannico, con cui Lauda gareggia e duella fin da ragazzo nelle serie minori e che nelle prime tre gare in stagione non è andato oltre il secondo posto in Sudafrica incasellando poi due ritiri, ad essere il più veloce nella prima sessione di prove al venerdì, 32 centesimi ad anticipare Lauda, che accusa qualche fastidio ma guida veloce e non dispera di poter dire la sua nella gara della domenica. Al sabato i due contendenti non si migliorano, e così per Hunt è l’ora di cogliere la terza pole-position su quattro prove, con la Tyrrell di Depailler che si avvia dalla terza posizione con un ritardo di 59 centesimi e precede l’altra Mc Laren di Jochen Mass, la seconda Ferrari di Regazzoni e la March di un tenace Vittorio Brambilla. Le due Lotus dello svedese Gunnar Nillson e di Mario Andretti, nuova recluta della scuderia di Colin Chapman dopo esser stato appiedato dall’abbandono della Parnelli, sono rispettivamente settima e nona, ad evidenziare confortanti progressi, mentre la Ligier di Laffite e la Ensign di Chris Amon chiudono la top-ten. Più indietro nello schieramento si posizionano le due Brabham di Pace e Reutemann, mentre Arturo Merzario, sedicesimo con la March, si qualifica per la prima volta in stagione.

Ma prima della partenza si scatena il finimondo: le due Mc Laren vengono trovate con i tubi dell’olio non in regola, sporgenti di 5 centimetri oltre il consentito, 65 contro 60, così come per la posizione dei radiatori. Ma se su quest’ultimo punto si decide di rinviare a settembre la decisione, per i tubi dell’olio viene rilevato che ciò non influisce sulle prestazioni e le due Mc Laren sono ammesse a partecipare. Il che, inevitabilmente, provoca la reazione della scuderia di Maranello, con Audetto che minaccia di ritirare le due Ferrari di Lauda e Regazzoni se le McLaren prenderanno parte al gran premio. Pierre Ugeaux, presidente CSI, con una presa di posizione contraddittoria, decide di far partire le vetture inglesi, dichiarandole, al tempo stesso, illegali, e così, il 2 maggio 1976, Jarama può assistere al duello atteso tra le due scuderie più accreditate. Nonché acerrime concorrenti al titolo iridato.

Al via Lauda è il più pronto a mettersi in marcia, passando Hunt e prendendo la testa della corsa già alla prima curva. Brambilla insegue da vicino, con Depailler, Mass e Laffite a ruota, mentre Regazzoni arranca in decima posizione, complice un’incertezza alla partenza. Depailler spinge al massimo la sua Tyrrell a sei ruote, passa Brambilla nel corso del secondo giro, exploit che riesce anche a Mass relegando il monzese in quinta posizione.

Gli occhi di tutti sono, tuttavia, rivolti ai due primi della classe, Lauda e Hunt, che prendono il largo, mentre tra il 21esimo e il 25esimo giro la corsa perde due protagonisti, gli stessi Brambilla e Depailler, costretti al ritiro l’uno per un’uscita di pista, l’altro per un problema ai freni. Laffite a sua volta scivola in ultima posizione per un guasto al cambio, e Mass, risalito in terza posizione, avvicina il duo di testa, con le due Lotus di Nilsson e Andretti che navigano in quarta e quinta posizione ad oltre trenta secondi di distacco.

Nel corso del 32esimo giro Lauda, al comando, ha Hunt alle…costole, ma è troppo spostato a sinistra e questo permette all’inglese di passarlo all’interno, per il sorpasso che poi decide la gara. Niki non oppone resistenza, James si invola e poco dopo anche Mass, spinto da una Mc Laren performante, scavalca il campione del mondo e si installa in seconda posizione, a guardia della leadership del compagno di squadra.

E così, mentre Andretti e Scheckter sono a loro volta costretti all’abbandono, e Nilsson porta a spasso la sua Lotus alle spalle dei tre inarrivabili al comando, Hunt sente sempre più profumo di vittoria, il che per la Mc Laren potrebbe significare rientro in lizza per il mondiale e prima doppietta stagionale. Se… se il motore non lasciasse a piedi un ottimo ma sfortunato Mass al 66esimo giro, dopo aver segnato il miglior giro in gara in 1’20″93, e se una volta tagliato il traguardo la vettura di Hunt, trionfante per il secondo successo in carriera, non venisse trovata fuori regola anche per la misura delle gomme posteriori, 18 millimetri oltre quanto garantito dal regolamento, e quindi squalificato. Lauda prima, dunque, e sempre più padrone del mondiale, con Nilsson al primo podio in carriera e le due Brabham di Pace e Reutemann, motorizzate Alfa Romeo, che regalano punti alla casa lombarda come non accadeva dal Gran Premio proprio di Spagna del 1951, allora corso sul circuito di Pedralbes.

Finita qui? Certo che no, perché a luglio il Tribunale d’Appello della Fia riammette Hunt e il bel James, con i nove punti meritatamente messi in saccoccia al Gran Premio di Spagna disputato a Jarama, comincia quella rincorsa che lo porterà, a fine stagione, al titolo di campione del mondo.

CHARLES BARKLEY, “IL SIGNORE SENZA ANELLO” DELL’NBA

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Charles Barkley con la maglia dei Phoenix Suns – da my-basket.it

articolo di Giovanni Manenti

Il titolo, preso a prestito dalla famosa trilogia “Il signore degli anelli” di Ronald Tolkien, sta a testimoniare come possa, il quarto giocatore nella storia della NBA a ritirarsi avendo superato in carriera sia i 20.000 punti (22,1 di media/gara) che i 10.000 rimbalzi (media di 11,7 ad incontro) ed i 4.000 assist (quasi quattro a partita), non aver conquistato un titolo di campione NBA, che dà diritto a chi vi riesce a ricevere un “anello“, appunto.

E’ possibile, se questo giocatore risponde al nome di Charles Wade Barkley, da Leeds, Alabama, un’ala forte di 198cm. per 114kg., il quale ha comunque fatto la storia del torneo professionistico più seguito al mondo, basti pensare come sia stato selezionato per 11 stagioni consecutive (dal 1987 al 1997) per “l’All Star Game“, per cinque volte inserito nel “Primo quintetto dell’anno della NBA” (1988, 1989, 1990, 1991 e 1993), vincitore del prestigioso riconoscimento di “NBA Most Valuable Player, MVP” della stagione 1993 e, manco a dirlo, componente del primo, e forse unico, “Dream Team” Usa che debutta alle Olimpiadi di Barcellona 1992.

Forte, determinato, combattivo come non mai, ma anche irascibile, per nulla diplomatico nelle dichiarazioni come in certi atteggiamenti, Barkley, nato il 20 febbraio 1963 e che per questi suoi comportamenti riceve gli appellativi di “Sir Charles” (da cui altro riferimento al titolo), “Chuck” (pulcino) e, soprattutto, “The Round Mound of Rebound” (che, letteralmente, significa “la tonda collina del rimbalzo“, ma che nello slang americano sta a significare il fisico non proprio statuario del giovane Charles negli anni del college), deve infatti combattere con problemi di peso negli anni dei suoi esordi nel basket, con i suoi quasi 100 chili per un’altezza che non raggiungeva il metro e ottanta.

Fortunatamente per lui, in una sola estate cresce di 15cm., potendo così iniziare a sfruttare una delle sue migliori doti, vale a dire quelle di rimbalzista, tant’è che uno scout della Auburn University – che Barkley frequenterà come college – dopo averlo visto all’opera, riporta nelle sue note “un ragazzo grassottello, ma che gioca come il vento!“.

In attesa del “Draft” 1984 (probabilmente secondo solo a quello del 1979 che riportò la luce nella NBA con l’avvento di Larry Bird e Magic Johnson), Barkley viene convocato per le selezioni per formare la squadra universitaria che deve partecipare alle Olimpiadi californiane di Los Angeles 1984 ma, nonostante le sue buone prestazioni, non supera l’ultimo taglio venendo escluso poiché, a detta del coach Bobby Knight, aveva una “scarsa attitudine difensiva“, cosa che sembra assai poco probabile, mentre, col senno di poi, prende più piede la versione che Knight lo avesse escluso per un commento irriverente della “lingua lunga Charles” sulle scarpe non proprio elegantissime indossate dal tecnico.

E così, mentre Michael Jordan conduce il team Usa ad una facile vittoria nel torneo olimpico (in cui sono assenti Urss ed Jugoslavia causa “contro boicottaggio”), Barkley attende l’esito delle “scelte” per la successiva, e sua prima, stagione NBA, da cui emergono Akeem Olajuwon, scelto dagli Houston Rockets, e Michael Jordan, che va ad iniziare la sua straordinaria carriera ai Chicago Bulls, mentre sono i Philadelphia 76ers a puntare su Barkley, con il loro quinto diritto di preferenza.

Sono, quelli, i “Sixers” che, dopo tre finali NBA perse nel 1977, 1980 e 1982, si sono finalmente laureati campioni nel 1983 stracciando all’atto conclusivo i Los Angeles Lakers per 4-0 e, con l’arrivo di Barkley, pensano di poter rinverdire tali favorevoli annate, data ancora la presenza di Billy Cunningham alla guida della squadra e del quintetto base composto da Maurice Cheeks, Andrew Toney, Julius Erving, Bobby Jones e Moses Malone, vincitore dell’anello appena due anni prima.

Ed, in effetti, l’innesto del giovane ragazzone sembra dare i suoi frutti con i “Sixers” che ottengono il terzo miglior record della Eastern Conference (e quarto assoluto) in stagione regolare con 58 gare vinte rispetto alle 24 perse, e giungono alla finale di Conference (dopo che l’anno prima erano stati estromessi al primo turno dai New Jersey Nets), eliminando 3-1 Washington e 4-0 Milwaukee, per poi subire la dura legge dei Celtics, che si impongono per 4 gare ad 1, salvo poi perdere la finale contro i “Lakers” di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar.

La prima stagione di Barkley non è niente male per un “rookie“, disputando tutte ed 82 le gare di regular season (60 come inserito nello “starting five“), con una media di 14 punti ed 8,6 rimbalzi per gara, percentuali che nei 13 incontri di playoff incrementa rispettivamente a 14,9 ed 11,1 a dimostrazione di come la sua innata combattività si addica a quel tipo di partite.

Resterà quella, purtroppo, la miglior stagione dei “Sixers” con Barkley, data l’elevata età media del “roster” e l’inopportuna cessione, nell’estate 1986, di Moses Malone ai Washington Bullets, cui, l’anno seguente, si aggiunge il ritiro dalle scene del 37enne, leggendario “Doctor J“, al secolo Julius Erving, il che pone sulle possenti spalle di Barkley, che nel frattempo ha stabilmente incrementato oltre i 20 punti la sua media realizzativa per stagione, la responsabilità di guidare la squadra.

Un impegno che Barkley prende maledettamente sul serio, conducendo i “Sixers” al primo posto nella Atlantic Division (ed al secondo dietro Detroit nella Eastern Conference) nel 1990, stagione in cui realizza 25,2 punti di media (con una percentuale del 60% dal campo!) ed 11,5 rimbalzi a partita, e che vede la formazione della città dell’amore fraterno eliminata al secondo turno dei playoffs dai Chicago Bulls di Jordan & Co. che, dall’anno dopo, inizieranno una dinastia dominante per tutto un decennio.

Le ottime prestazioni di Barkley gli valgono il secondo posto, di stretta misura, nella votazione per l’MVP della regular season che Magic Johnson si aggiudica per la terza, ed ultima volta, ma le scadenti prestazioni della squadra e qualche incidente di troppo da lui stesso provocato a causa della frustrazione per gli scarsi risultati ottenuti, inducono la dirigenza di Philadelphia a dirottare la forte ala ai Phoenix Suns nell’intento di rinforzare il quintetto base, ottenendo in cambio le prestazioni di Jeff Hornacek, Tim Perry ed Andrew Lang.

Ancora una volta, come nel 1984 di esordio nel basket professionistico, la stagione è preceduta dalle Olimpiadi cui, per la prima volta, sono ammessi anche i professionisti e gli Stati Uniti, desiderosi di riscattare la sconfitta in semifinale di quattro anni prima a Seul, allestiscono il favoloso “Dream Team” che dà spettacolo sui parquet della Catalogna, conquistando l’oro con una media record di 117,3 punti per gara ed uno scarto medio di 43,8 punti (la più forte del resto del lotto, la Croazia di Drazen Petrovic, Kukoc, Vrankovic e Komazek, viene spazzata via in finale 117-85), a cui Barkley fornisce il significativo contributo di 18 punti e 4 rimbalzi di media a gara, con un picco di 30 realizzati contro il Brasile.

Al suo primo anno a Phoenix, Barkley disputa la miglior stagione della carriera, ottenendo il giusto riconoscimento di MVP della regular season, conclusa con lo straordinario record di 62-20 che fa dei “Suns” i favoriti nella corsa al titolo assoluto, da due anni proprietà dei Chicago Bulls di Michael Jordan & Scottie Pippen, vista la presenza, nel quintetto base di giocatori del calibro di Kevin Johnson nel ruolo di playmaker, Dan Majerle (ottimo tiratore, mortifero dalla lunga distanza) come guardia e del centro Mark West.

Il fatto di aver cambiato Conference, passando da est ad ovest, significa che Barkley ed i suoi “Suns” potranno eventualmente incontrare Jordan & Co. solo in finale, ma occorre prima vincere il titolo della Western Conference, con l’esordio al primo turno dei playoff contro l’ottava classificata della regular season, vale a dire i Los Angeles Lakers, che appare come un incubo, con Phoenix sconfitta (103-107 ed 81-86) in entrambe le partite disputate alla “America West Arena“, nonostante i mostruosi numeri di Barkley, 34pts e 15 rimbalzi in gara-1, 18pts e 21 rimbalzi in gara-2, ed ad un passo quindi dall’eliminazione.

Non volendo finire nella storia dei playoff NBA come la prima testa di serie ad essere eliminata dall’ottava classificata, i “Sunsrialzano la testa andando a rendere la pariglia ai “Lakers” al “Forum” di Inglewood, grazie al 107-102 di gara-3 (27pts ed 11 rimbalzi per Barkley) ed alla schiacciante vittoria per 101-86 di gara-4, con Barkley autore di 28pts oltre ai consueti 11 rimbalzi.

La serie si decide quindi nell’ultimo match a Phoenix dove, per una volta, è il fattore campo ad avere la meglio, ma non senza fatica, visto che i “Suns” la spuntano solo al tempo supplementare per 112-104, con Barkley che mette a referto 31pts e 14 rimbalzi.

Passato lo spavento, nella semifinale di Conference gli avversari sono i San Antonio Spurs di David Robinson, Sean Elliot ed Avery Johnson e, stavolta, è il fattore campo a farla da padrone, con Phoenix che si porta sul 2-0 dopo due facili successi casalinghi, cui gli “Spurs” rispondono con altrettante nette vittorie alla HemisFair Arena, per cui la serie, dopo un altro successo sul parquet amico per i “Suns“, si decide in gara-6 nell’unico incontro punto a punto risolto a favore di Barkley & Co. per 102-100 con il nostro protagonista realizzando 28pts e catturando qualcosa come 21 rimbalzi.

Resta un solo ostacolo verso la finale per il titolo NBA, ed è rappresentato dai Seattle Supersonics della micidiale coppia formata da Gary Payton in regia e Shawn Kemp in attacco e la serie si dimostra dura e combattuta come previsto, in parità (2 vittorie a testa), prima d tornare in Arizona per gara-5.

E qui Barkley dà l’ennesima dimostrazione della sua potenza, realizzando una tripla doppia da paura, con tanto di 44pts, 15 rimbalzi e 10 assist, per il 120-114 a favore dei “Suns” che poi, raggiunti a quota 3 vittorie dai “Sonics” in gara-6, staccano definitivamente il biglietto per la finale assoluta grazie al 123-110 di gara-7 con un sir Charles straripante da 44pts e 24 rimbalzi.

Con il vantaggio del fattore campo dalla loro, Phoenix è pronta ad impedire la tripletta ai Chicago Bulls, un’impresa che, nel panorama cestistico americano, non si verifica dal 1966, quando i mitici Boston Celtics di Red Auerbach si misero al dito l’ottavo anello di fila.

E qui, come al solito, Barkley non riesce a tener chiusa la sua maledetta boccaccia, uscendosene alla vigilia proclamando che “mi dispiace per Michael (Jordan, ndr), ma stavolta è destino che vincano i Phoenix Suns“, dichiarazione poco gradita al coach Paul Westphal, il quale ben sa che l’ultima cosa da fare è provocare Jordan e l’orgoglio dei suoi “Bulls“.

Timore mai più azzeccato, visto che, nel primo quarto di gara-1, i “Bulls” scavano un divario di 14pts (34-20) che poi gestiscono sino al 100-92 finale, per poi costringere i “Suns“, come al primo turno dei playoff, alla seconda sconfitta consecutiva alla America West Arena, stavolta per 111-108 nonostante che Barkley emuli Jordan quanto a punti realizzati, 42 a testa.

Gara-3 in Illinois è già un’ultima spiaggia, in quanto nella storia della NBA sino ai giorni nostri, nessuna squadra è mai riuscita a rimontare da uno 0-3 e quella che va in scena il 13 giugno 1993 al Chicago Stadium è una delle più epiche sfide tra le tante vissute nelle finali NBA, essendo necessari ben 3 tempi supplementari affinché Phoenix la spunti, dopo i 48′ regolari giocati sempre punto a punto, per il definitivo 129-121 con, per una volta, i punti dei “Suns” ben distribuiti tra i 28 di Dan Majerle, i 25 di Kevin Johnson ed i 24 di Barkley, cui dall’altra sponda Jordan replica con i soliti 44 punti.

Rinfrancata dal successo, Phoenix spera di riportare in parità la serie tre giorni dopo, ma stavolta Jordan è in una di quelle serate in cui è immarcabile e, con 55 punti, rende vana la tripla doppia (32pts, 12 rimbalzi e 10 assist) di Barkley, portando i “Bulls” sul 3-1 e ad un passo dal terzo titolo consecutivo, considerando che appena due giorni dopo, il 18 giugno, saranno ancora i suoi 19.000 entusiastici fans a tifare per loro.

Ma, di fronte al “win or die” (“vinci o muori“) tipicamente americano, i “Suns” hanno un sussulto d’orgoglio, prendendo il largo già nel primo periodo, chiuso sul 33-21, e come in gara-3, una più equa distribuzione dei punti – 25 Kevin Johnson e Richard Dumas, 24 Barkley – consente di chiudere sul 108-98 a loro favore ed allungare così la serie, tornando in Arizona con la fondata speranza di poter sfruttare le due gare sul parquet amico per ribaltare la situazione.

A soli due giorni di distanza, davanti al loro pubblico caldo come non mai, il match ricalca un po’ la storia dell’intera serie, con Chicago a prendere decisamente la testa in avvio, chiudendo sul 37-28 il primo quarto e presentandosi ad inizio dell’ultimo periodo in vantaggio per 87-79, un margine piuttosto rassicurante per una formazione di così elevata esperienza.

Ed invece, proprio quando meno te l’aspetti, sono i “Suns” a giocare la carta della disperazione, mettendo a segno un parziale di 19-7 (con i punti di Chicago tutti realizzati da Jordan) per il 98-94 a loro favore che rende incandescente l’ultimo 1′ di gioco, aperto da un’entrata di Michael Jordan (giunto a quota 33) per il 96-98, cui Majerle cerca di replicare per infliggere il colpo di grazia con una conclusione da fuori risultata corta, così da consentire ai “Bulls” di organizzare un’altra azione di attacco, in cui la palla giunge nelle mani di Horace Grant, piazzato all’angolo, non proprio un fine tiratore, avendo fallito i suoi ultimi cinque tentativi.

Qui Danny Ainge commette un errore di importanza capitale, andando a raddoppiare sull’ala forte di Chicago e consentendo così a Grant lo scarico su John Paxson che, lasciato solo, fa partire il tiro da 3 per il sorpasso di Chicago (99-98) con 3″9 ancora da giocare, resi inutili per Phoenix da una stoppata dello stesso Grant su di un tentativo di penetrazione di Kevin Johnson.

Jordan ed i suoi “Bulls” entrano nella storia, mentre Barkley ne esce mestamente, perdendo la grande occasione di vincere un anello con la sua unica finale disputata e, ironia della sorte, non potendo neppure approfittare del temporaneo abbandono di Jordan nei due anni a seguire, quando a chiudergli la strada verso la finale sono gli Houston Rockets di quell’Akeem Olajuwon (prima scelta del Draft 1984, ricordate?) che, al contrario, riempie il vuoto lasciato da Jordan conquistando due titoli di fila dopo aver eliminato in entrambe le serie dei playoff proprio Phoenix nelle semifinali di Conference, prima del ritorno del figliol prodigo e di un altro tris vincente dei Chicago Bulls.

Unica, non sappiamo quanto magra, consolazione per Barkley, è la conquista di un secondo oro olimpico consecutivo ai Giochi di Atlanta 1996, lui uno dei cinque reduci – assieme a David Robinson, Scottie Pippen, Karl Malone e John Stockton – del “Dream Team” di Barcellona 1992, per poi trasferirsi, una consuetudine del post Olimpiadi, agli Houston Rockets ed assistere, da spettatore non pagante, alle ultime impressionanti recite di Michael “Air” Jordan e dei suoi stratosferici Chicago Bulls.