ANGEL NIETO E I 13 TITOLI MONDIALI IN CLASSE 50 E 125

Ángel-Nieto-1969-740x420
Angel Nieto in sella alla Derbi – da reignoftheseries.altervista.org

articolo di Nicola Pucci

Angel Nieto, e su questo credo che nessuno possa farmi obiezione, merita un posto tra i centauri più forti della storia della motocicletta sportiva. Perché vincere 13, ribadisco 13, titoli iridati, è impresa riuscita solo al più grande di tutti i tempi, Giacomo Agostini, che per 15 volte fu il migliore di tutti in sede mondiale.

Dato a Nieto quel che è di Nieto, nondimeno va detto che l’iberico fu il re, indiscusso, delle classi minori, se è vero che le 13 vittorie mondiali furono distribuite tra 50 cc, sei, e 125 cc, sette, quasi mai cimentandosi in 250 cc e 500 cc, che lo videro piazzarsi solo in quinta posizione al Gran Premio della Germania Ovest nel 1981 nella quarto di litro. Ergo…

Nieto vede la luce il 25 gennaio 1947 a Zamora, vicino alla frontiera portoghese, ma ben presto insieme al padre Angel e la madre Teresa Roldan si trasferisce a Madrid, dove all’età di dieci anni, poco atto agli studi ed attratto dalla meccanica, inizia ad apprendere il mestiere nell’officina di Tomas Diaz Valdes, giornalista specializzato in motori. Al Parque del Retiro, dove si svolge una gara, conosce il proprietario della Bultaco ed è con questa che a Barcellona diventa meccanico. Nella città catalana Nieto tenta poi la sorte con la Ducati ed infine, 16enne, entra nel reparto corse della Derbi per i cui colori si guadagnerà fama, soldi e gloria sportiva.

In effetti “El Nino“, come viene chiamato Angel, ci sa fare e nel 1964 è già l’ora di debuttare nel Motomondiale, proprio sul circuito di casa del Montjuic, cogliendo un eccellente quinto posto in classe 50 a due giri dal vincitore, il tedesco Hans-Georg Anscheidt, che guida una Kreidler.

E’ solo l’inizio della magnifica avventura agonistica di Nieto, che se nei due anni successivi deve solo limitarsi ad imparare i trucchi del mestiere, penalizzato da una Derbi che nulla può contro i colossi giapponesi, giungendo altre due volte quinto, sempre in classe 50, in Germania ed ancora a Barcellona, ecco che nel 1967, 20enne di belle speranze, inizia a farsi vedere nelle zone alte della classifica, salendo una prima volta sul podio in Olanda, secondo ad Assen alle spalle del giapponese Yoshimi Katayama. I risultati consentano a Nieto di concludere la stagione con il quarto posto in classifica generale con 12 punti, e Angel, a cui non manca senso della realtà ma pure un pizzico di lodevole arroganza, avrà modo in seguito di affermare che in quel piazzamento finale vide già i segni di un destino che lo voleva presto al titolo mondiale.

Come puntualmente avviene due anni dopo, 1969, quando Nieto, reduce da un altro quarto posto finale cogliendo un secondo posto a Barcellona, sconfitto ancora da Anscheidt, ed un terzo in Belgio, fa suo il titolo di campione del mondo della classe 50 al termine di un duello serrato con l’olandese Aalt Toersen. I due motociclisti infine sono separati da un solo punto, 76 a 75, con lo spagnolo che vince al Sachsenring e nell’Ulster e sfrutta a suo vantaggio il regolamento che prevede che si possano sommare solo i sei risultati migliori, aggiungendo così alle due vittorie tre secondi ed un terzo posto, nel mentre l’olandese, a segno nei primi tre gran premi stagionali in Spagna, Germania Ovest e Francia, può contare “solo” su altri tre terzi posti.

In casa Derbi è festa grande, perché il ragazzino che fu accolto come meccanico è diventato adulto e miete successi, e se la Spagna infine rompe il sortilegio vincendo quel titolo che in passato Ramon Torras aveva accarezzato come una dolce chimera e che nell’anno in corso Santiago Herrero, in classe 250, sfiora, ecco che Nieto apre l’era aurea della sua carriera.

Angel a partire dall’anno successivo, 1970, doppia l’impegno anche in classe 125, che lo vede infine secondo alle spalle del tedesco Dieter Braun che con la sua Suzuki vanifica le quattro vittorie di Nieto, bissando invece il titolo nella classe minore con il corollario di cinque vittorie parziali e stavolta lasciando Toersen a distanza di sicurezza.

E se nel 1971 i risultati si invertono, con lo spagnolo che è secondo in classe 50, abdicando a favore dell’olandese Jan De Vries che approfitta del ritiro di Nieto nell’ultimo gran premio della stagione, proprio in quella Barcellona che attendava di incoronare il suo eroe, e vince il titolo in 125 con cinque successi parziali che gli consentono di sopravanzare Barry Sheene, nel 1972 ecco che Angel piazza la doppietta, dominando la concorrenza in classe 125 e battendo lo stesso De Vries in classe 50 solo grazie al conteggio dei tempi, avendo i due piloti sommato lo stesso numero di punti, 69.

Con cinque titoli iridati già in saccoccia, Nieto può già legittimamente pensare di venir acclamato tra i campionissimi, ma il talento e il desiderio di imporsi abbisognano di nuovi traguardi e lo spagnolo, che ha chiuso momentaneamente l’avventura con la Derbi accasandosi per il 1973 con la Morbidelli, opta per la sola classe 125, terminando non meglio che settimo, per poi nel 1974 gareggiare un ultimo anno con la Derbi, sempre in classe 125, trionfando ad Imola e a Spa e salendo sul terzo gradino del podio in classifica generale, alle spalle dei due piloti Yamaha, Kent Andersson che fa suo il titolo e Bruno Kneubuhler che gli finisce in scia.

A Nieto, però, manca terribilmente quella corona di re delle classi minori, ed allora nel 1975, preso atto che ci sono piloti e scuderie più competitive, decide di accettare l’offerta di gareggiare con la Kreidler nella sola classe 50, tornando a dominare la scena con sei successi parziali e due posti che gli consentono di far suo il titolo, 75 punti contro i 61 di Eugenio Lazzarini. E quando poi, l’anno dopo, Nieto infine difende le chances di quella Bultaco che lo aveva accolto quand’era ragazzino, ecco che lo spagnolo ripaga la fiducia della casa motociclistica barcellonese vincendo per altre due volte il titolo iridato in classe 50, lottando ad armi quasi pari con le Morbidelli di Pier Paolo Bianchi e dello stesso Lazzarini in classe 125, alternandosi nel 1978 alla guida di una Minarelli.

E’ solo questione di tempo, nei sei anni successivi, dal 1979 al 1984, Nieto abbandona la classe 50 che lo ha visto campione del mondo sei volte, e decide di concentrare le sue energie nella classe 125, gareggiando con la stessa Minarelli nei primi tre anni per poi montare in sella ad una Garelli nel triennio che segue. Ed i risultati premiano la classe del pilota spagnolo, che vince il titolo nel 1979 (otto vittorie e più del doppio dei punti del suo rivale diretto, Maurizio Massimiani che monta Morbidelli-Benelli Armi), nel 1981 (altre otto vittorie e battagliando con il collega di scuderia Loris Reggiani), nel 1982 (primo anno in Garelli con sei vittorie parziali), nel 1983 (sei successi per fronteggiare l’attacco al trono portato dalla MBA di Kneubuhler) e nel 1984 (sei successi ed ancora, come due anni prima, vittoria finale a spese di Lazzarini, pure lui pilota Garelli).

Contate un pò? Fanno 13 titolo mondiali, e Angel Nieto, che scaramantico com’era andava affermando di aver vinto 12+1 campionati del mondo, può ritenersi soddisfatto. Anche perché poi, a scanso di equivoci, decide di chiudere la carriera tornando al primo amore, la Derbi, difendendone i colori nel biennio 1985/1986, e, provate ad indovinare?, vince ancora, un’ultima gara, in classe 80, trionfando sul circuito Bugatti di Le Mans il 21 luglio 1985. In totale fanno 90… c’è chi lo ritiene il numero della paura, ma qui, a far paura, è il palmares di Angel Nieto.

Annunci

LA RINASCITA A SYDNEY 2000 DELLA PALLANUOTO UNGHERESE

gettyimages-1064703-1024x1024
La Nazionale ungherese sul podio di Sydney 2000 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando in un qualsiasi Sport si è universalmente conosciuti come la Nazione guida – possono essere gli Stati Uniti nel Basket e nel Nuoto, al pari dell’Italia nella Scherma o l’ex Unione Sovietica nella Ginnastica – sia fa fatica, pur ammettendo che non si può sempre vincere, a pensare che possa trascorrere un arco temporale di ben 20 anni tra un successo e l’altro e, per quanto concerne in particolare le Olimpiadi, addirittura senza neppure salire sul podio …!!

Questa anomala situazione si verifica per il Paese indiscutibilmente Leader della Pallanuoto maschile, ovvero l’Ungheria, capace di andare a medaglia in ben 12 edizioni consecutive dei Giochi, da Amsterdam 1928 a Roma 1980, periodo in cui conquista 6 medaglie d’Oro, tre d’argento ed altrettante di bronzo …

Poi però, dopo l’ultimo trionfo di Montreal ’76 ed il terzo posto di Mosca, alle spalle di Unione Sovietica ed Jugoslavia (assieme all’Italia le “quattro grandi” della disciplina, almeno sino ad inizio anni ’90 …), e la forzata rinuncia ai Giochi di Los Angeles ’84, solo delusioni in chiave olimpica, quinta a Seul ’88, sesta a Barcellona ’92 e quarta ad Atlanta ’96.

E le cose non vanno certo meglio ai Campionati Mondiali dove, dopo l’affermazione nell’edizione inaugurale di Belgrado 1973, la formazione magiara non riesce più a fregiarsi del titolo iridato nelle successive rassegne del XX secolo, pur cogliendo tre piazze d’onore consecutive nel 1975, ’78 ed ‘82 e3d una quarta a Perth 1998.

Poiché nessun altro Paese al di fuori del Vecchio Continente ha sinora conquistato un Oro olimpico in detta disciplina, ne consegue che anche i Campionati Europei possono considerarsi alla stregua di un’Olimpiade od un Mondiale, ma anche in questo caso, alle affermazioni nelle edizioni di Vienna 1974 ed Jonkoping ’77 fa seguito un “buio totale” interrotto solo a 20 anni di distanza, con i successi colti a Siviglia nel 1997 ed a Firenze due anni dopo …

Quattro lustri per una vittoria europea, e sono già trascorsi 27 anni dall’unico trionfo iridato e 24 dall’ultimo successo olimpico, allorché l’Ungheria spera di sfatare detto tabù allorché si presenta con fondate ambizioni ai “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000.

Speranze che – dopo quasi due decenni di insuccessi – sono risposte dai ricordati, favorevoli esiti delle ultime tre grandi Manifestazioni internazionali seguite al quarto posto alle Olimpiadi di Atlanta ’96, con la rinnovata Ungheria a far suo l’Oro alle Rassegne Continentali di Siviglia ’97 (vittoria per 3-2 in Finale sulla Jugoslavia) e di Firenze ’99, dove si impone per 15-12 sulla Croazia …

In mezzo, vi è l’argento ai Mondiali di Perth ’98, dove l’Ungheria si arrende 4-6 in Finale ai Campioni olimpici di Atlanta della Spagna trascinati dalla stella Manuel Estiarte, ma insomma le possibilità di far bene in terra australiana non mancano di certo in un Torneo che prende il via il 23 settembre 2000 con le 12 squadre iscritte suddivise in due Gironi da 6 squadre ciascuno che qualificano le prime quattro alla fase ad eliminazione diretta con i consueti incroci “prima contro quarta” e “seconda contro terza” dei rispettivi raggruppamenti.

Con una rosa molto rinnovata – basti pensare che appena tre dei 13 giocatori selezionati, vale a dire Tamas Karas, Gergely Kiss e Tibor Benedek hanno partecipato alle citate Manifestazioni del precedente triennio, mentre un quarto, Peter Biros, ha contribuito al solo successo agli Europei ’99 – a guidare la spedizione in Australia vi è il tecnico Dénes Kémeny, nominato Capo Allenatore della Nazionale dal 1997, anno in cui si è arenata l’emorragia di sconfitte …

MVLSZ_VOLVO_kupa_Sajtotaj_20170209_Madar_David_014
Déenes Kemény, il tecnico magiaro – da:waterpolo.hu

Particolare curioso, Kémeny, che aveva praticato Pallanuoto sino a conquistare il titolo europeo juniores nel 1973 all’età di 19 anni, è un medico laureatosi in Veterinaria nel 1978, per poi acquisire l’abilitazione ad allenare nel 1990, e vi è da dire che nel suo periodo alla guida dell’Ungheria – durato sino al 2012 – può vantare l’invidiabile Palmarès di aver condotto i suoi ragazzi per ben 24 volte sul podio nei 29 grandi Tornei a cui hanno partecipato …

A far da “chioccia” a questa formazione – di cui il più giovane è Zoltan Szécsi, non ancora 23enne – sono Tibor Benedek e Zsolt Varga (entrambi del 1972), alla loro terza esperienza olimpica dopo Barcellona ’92 ed Atlanta ’96, pur se il più anziano dei convocati è Zoltan Kosz, classe 1967, il quale aveva già partecipato ai Giochi di Seul ’88, per poi saltare l’edizione catalana e far parte della spedizione negli Usa del 1996 …

tiborbenedek1
Tibor Benedek – da:edubilla.com

Inserita in un Gruppo “tosto”, assieme a Jugoslavia, Croazia e Stati Uniti, oltre a Grecia ed Olanda, con queste ultime a far da vittime sacrificali, l’Ungheria parte bene con un convincente successo per 7-4 sugli ellenici ed un “tiro al bersaglio” (16-8) sui malcapitati rappresentanti dei Paesi Bassi, per poi incappare in una prima battuta d’arresto (7-8) contro la Croazia …

Fondamentale diviene il quarto incontro del Girone contro gli Usa, del quale i ragazzi di Kénemy vengono a capo, dopo aver sprecato un vantaggio di 3-1 maturato nel primo quarto, venendo raggiunti sull’8-8 ad inizio dell’ultima frazione, solo nell’ultimo periodo per un 10-9 che consolida il terzo posto in attesa della sfida contro la favorita Jugoslavia in cui subiscono la rimonta dopo essere stati in vantaggio 6-5 a metà gara, con gli slavi ad imporsi per 10-9 e far loro la prima posizione nel Girone.

Nell’altro raggruppamento, ad emergere sono Russia ed Italia che concludono a pari punti (4 vittoria a testa oltre al 7-7 nello scontro diretto …), ma con gli azzurri classificati secondi (+11 rispetto a +23) per una peggior differenza reti, mentre le altre due posizioni che danno accesso ai Quart6i di finali sono appannaggio, rispettivamente, di Spagna ed Australia, così che, mentre all’Ungheria tocca l’Italia ed agli Stati Uniti la Russia, le altre due sfide vedono opposte Spagna-Croazia ed Jugoslavia-Australia …

E, mentre i confronti “prime contro quarte” rispecchiano l’andamento delle eliminatorie – ancorché al facile successo per 7-3 della Jugoslavia fa riscontro un quanto mai sudato 11-10 dei russi sugli americani – gli altri due “incontri senza appello” rovesciano le previsioni della vigilia, in quanto gli iberici sorprendono i croati – in quella che è la rivincita della Finale Olimpica di Atlanta ’96 vinta 7-5 in rimonta dalla Spagna dopo essere stata sotto 1-3 all’intervallo – prendendo un vantaggio di due reti nel secondo periodo (chiuso sul 3-1 per un 4-2 a metà gara), che difendono con le unghie e con i denti sino al 9-8 conclusivo resistendo ad ogni tentativo di rimonta degli avversari, dimostrandosi ancora in grado di poter difendere i titoli olimpico e mondiale di cui sono detentori …

Tale partita era stata preceduta, alle ore 15:45 locali del 29 settembre 2000 al “Ryde Aquatic Leisure Centre”, da analoga rivincita tra Italia ed Ungheria, che si erano affrontate quattro anni prima nella palpitante “sfida infinita” per il bronzo ai Giochi di Atlanta, con gli azzurri a sprecare nell’ultimo parziale un vantaggio di due reti (11-9) facendosi raggiungere sul 16 pari per poi imporsi 20-18 ai tempi supplementari.

La sostanziale differenza è che, mentre l’esito del confronto tra iberici e croati ha confermato quanto avvenuto nella Capitale della Georgia, stavolta sono i magiari a gioire, grazie ad una grande prestazione di Tamas Kasas, autore di ben 4 reti, in un match che non ha molta storia, con l’Italia a chiudere sullo 0-2 il primo parziale e quindi incapace di ridurre il distacco sino all’8-5 conclusivo che manda l’Ungheria in zona medaglie …

E, quanto a rivincite, ve ne è una seconda molto più fresca da riscattare, visto che avversaria è la Jugoslavia, contro cui i ragazzi di Kénemy scendono in acqua alle ore 15:45 del 30 settembre, dopo che, in precedenza, l’altra semifinale tra Spagna e Russia si era protratta sino al terzo tempo supplementare dopo il 7-7 dei regolamentari, dando infine ragione ai meno accreditati russi.

Come prevedibile, trattandosi di una sorta di “Finale anticipata”, il risultato resta in bilico durante tutto l’incontro, con il leggero vantaggio di 3-2 a favore ungherese dopo il primo quarto, immediatamente annullato nel secondo parziale con le due squadre sul 5-5 all’intervallo, equilibrio che non si sposta neppure a fine della terza frazione, con le contendenti ad affrontare gli ultimi 7’ di gioco sul 7-7 grazie, da parte jugoslava, ad una “prestazione monstre” di Petar Trbojevic, autore di ben 5 reti …

120302114704-polo-blood-kiss-horizontal-large-gallery
Gergely Kiss – da:zimbio.com

La stanchezza di una gara massacrante e senza esclusione di colpi si fa sentire nelle fasi finali e l’Ungheria – che ha meglio ripartito i propri marcatori, con Gergely Kiss a farsi preferire con 3 centri rispetto ai due di Attila Vari ed agli acuti di Biros, Fodor e Kasas – trova la forza per mettere a segno l’unica rete per l’8-7 definitivo che significa tornare a medaglia dopo ben 20 anni di assenza dal bronzo di Mosca 1980.

A questo punto, però, sarebbe un delitto lasciarsi scappare l’occasione di salire sul gradino più alto del podio, dovendo oltretutto affrontare una Russia giunta all’atto conclusivo inaspettatamente ed, occorre riconoscerlo, con un pizzico di buona sorte a favore, sperando altresì che la formazione allenata da Aleksandr Kabanov – uno che la “Gloria Olimpica” la conosce fin troppo bene, in virtù delle medaglie d’Oro vinte ai Giochi di Monaco ’72 e Mosca ’80 – si ritenga appagata dal percorso sinora compiuto.

Mai dare nulla di scontato, comunque, e Kénemy pretende la massima concentrazione da parte dei suoi, potendosi peraltro rilassare a metà gara, visto il largo margine di 8-2 (3-1, 5-1) con cui l’Ungheria conduce – con Benedek che scarica contro il portiere russo tutta la rabbia accumulata nelle due precedenti, deludenti edizioni dei Giochi, andando quattro volte a segno – così che i restanti parziali sono poco più che una passerella in attesa della sirena, al cui suono il punteggio conclusivo di 13-6 – al quale contribuiscono anche Kiss con 3 reti, Vari e Tamas Molnar con due a testa, oltre a Biros e Kasas – certifica la fine di un’attesa interminabile nonché, per certi versi, inspiegabile, facendo tornare la Pallanuoto magiara sul trono che più le compete.

gettyimages-1064696-612x612
L’Ungheria durante la Finale con la Russia – da:getty images.it

Il lavoro di Kénemy è però solo iniziato, e prosegue come meglio non si potrebbe, con la conquista anche del titolo iridato a Barcellona 2003 e la conferma dell’Oro olimpico ad Atene ’04 per poi, dopo due secondi posti alle Rassegne iridate di Montreal 2005 e Melbourne 2007 (sconfitta rispettivamente 7-8 da Serbia e Montenegro ed 8-9 dalla Croazia …), mettere in fila un “fantastico tris” ai Giochi di Pechino 2008, impresa che possiamo tranquillamente definire “unica” in quanto pareggia solo identico filotto di vittorie conseguito dalla Gran Bretagna, ma tra le edizioni di Londra 1908 ed Anversa 1920, tempi in cui i Paesi dell’Europa orientali non vi partecipavano …

Ed è forse anche il caso di dire che – per un’Ungheria che in 22 partecipazioni ai Giochi è salita per ben 15 volte sul podio, con 9 Ori, tre argenti ed altrettanti bronzi – aver ottenuto tre successi consecutivi può far ritenere cancellata l’onta di quei 20 anni di attesa …

FRANCO UDELLA, IL MINIMOSCA CHE VOLO’ SUL TETTO DEL MONDO

udella1
Franco Udella – da boxwring.fpi.it

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un elemento che contraddistingue la carriera di pugile di Franco Udella, cagliaritano classe 1947 che fu campione del mondo dei minimosca nel 1975 e che si ritirò dall’attività nel 1979 dopo aver perso a Londra la sfida per il titolo europeo dei pesi mosca contro l’imbattuto Charlie Magri, è la costanza di rendimento e la dedizione all’esercizio della boxe a dispetto di un destino non certo benevolo.

In effetti questo sardo autentico, grintoso e caparbio come solo la gente isolana sa esserlo, ebbe la sventura di doversi disimpegnarsi in un periodo povero di talenti nostrani, quando ormai si era chiusa l’era dei tanti campioni che aveva segnato la storia del pugilato amatoriale italiano nel decennio precedente. E questo complicò non poco la maturazione tecnica e l’ascesa al professionismo di Udella, che solo grazie a tanto, ma proprio tanto sudore riuscì a giungere ad affermazione completa.

Udella, 152 centimetri per un peso variabile tra i 48 e i 51 chili, debutta nel 1966 nella categoria dei pesi mosca, cogliendo la vittoria ai campionati italiani novizi. E se l’anno successivo riesce a guadagnarsi la selezione per le Olimpiadi di Città del Messico del 1968 vincendo un paio di tornei, ecco che ai Giochi conosce l’onta della sconfitta al primo turno contro Alberto Morales, atleta di casa, che lo batte per verdetto unanime nella neo-nata categoria dei pesi minimosca.

Il sardo è ben lungi dall’arrendersi, conosce Umberto Branchini che ne sarà non solo mentore ma pure amico sincero, e con lui progetta il passaggio al professionismo. Son tempi difficili, però, per il dilettantismo azzurro che se ne è uscito dalle Olimpiadi messicane con la miseria di un bronzo di Giorgio Bambini nei pesi massimi, ed il presidente della Federazione, l’onorevole Franco Evangelisti, impone l’alt, barattando con Branchini il passaggio tra i pro di Domenica Mura al posto dello stesso Udella. Che accusa sensibilmente il colpo e rimane a combattere con gli amatori per un altro quadriennio.

Udella dirotta le sue ambizioni sui campioni europei, dove trova però l’ungherese György Gedó che lo batte sia nella finale dei minimosca a Bucarest nel 1969, non prima di aver eliminato il turco Temel e il polacco Rozek, sia al secondo turno nei mosca a Madrid nel 1972. E se il panorama nazionale gli è favorevole nel 1970 e nel 1971, Udella, che nel 1972 si frattura la mano destra cedendo senza combattere il titolo italiano a Franco Buglione, capitola ancora, invece, in sede olimpica, quando ai Giochi di Monaco si arrende al terzo turno al sovietico Boris Zoriktuyev, infine vincitore 4-1 ai punti.

Udella è un pugile battagliero, che mena con decisione caricando lancia in resta, e se nella prima fase della sua carriera i risultati tardano a venire, curiosamente il passaggio al professionismo, subito dopo le Olimpiadi con l’immancabile Branchini a suo fianco, gli mette le ali ai piedi. Il pugile cagliaritano, in effetti, ha le stimmate del campione, e dal giorno dell’esordio tra i “grandi” con la vittoria ai punti contro il nigeriano Ray Salami, e attraverso altri 17 combattimenti, già si merita, il 20 luglio 1974, una chance mondiale per la cintura WBC dei pesi mosca. L’avversario è tosto, il venezuelano Betulio Gonzalez, alto e magro, detentore del titolo, che a Lignano Sabbiadoro si rivela un ostacolo troppo arduo per Udella, costretto, con i suoi 152 centimetri, a provare ad entrare nelle difese del rivale schivando i colpi provenienti dall’alto. E per nove riprese, in effetti, la tattica dell’italiano sembra produrre i frutti sperati, tanto da risultare in vantaggio nel conteggio dei giudici, ma alla decima ripresa un gancio di Gonzalez atterra Udella, costretto così al k.o. risolutivo.

Udella non si scoraggia, diventa campione europeo dei pesi mosca battendo a Milano lo spagnolo Pedro Molledo per k.o. alla quinta ripresa, e quando poi la WBC istituisce anche per i professionisti la categoria dei pesi minimosca, grazie alle pressioni dello stesso Branchini che riterrà questo il suo più grande exploit di manager, ecco che il sardo trova conforto alle sue aspirazioni iridate il 4 aprile 1975 incrociando i guantoni con il messicano Valentin Martinez allo Stadio di San Siro, vincendo infine l’incontro per squalifica dell’avversario alla 12esima ripresa.

E’ l’apice della carriera di Udella, che si conferma ripetutamente campione d’Europa dei pesi medi superando, uno dopo l’altro, per due volte lo svizzero Fritz Chervet, con entrambi i pugili che vengono squalificati per scorrettezze nel match di Zurigo del 31 maggio 1975 e Udella che fa sua ai punti la sfida del 14 gennaio 1976 a Campione d’Italia, il concittadino Franco Sperati per k.o.t. all’ottava ripresa il 12 giugno 1976 a Santa Teresa di Gallura, ed ancora lo spagnolo José Cantero, il francese di origine algerina Nessim Zebelini, l’altro iberico Mariano Garcia che getta la spugna al sesto round nel combattimento andato in scena in quella Cagliari che accoglie Udella come un eroe, infine Manuel Carrasco, ennesimo spagnolo che tenta di opporsi alla boxe aggressiva ed efficace del sardo che a Bellaria, il 15 novembre 1978, ottiene l’ultimo titolo europeo e l’ultima vittoria della carriera.

Già, perché se poi qualche mese dopo, appunto, Charlie Magri pone fine alla sua avventura di pugile, nel mezzo di così tanta attività ci sono due sfide che segnano il curriculum di campione di Franco Udella. L’una, il 18 luglio 1976, al “El Poliedro” di Caracas, vede il cagliaritano provare a tornare in possesso della cintura mondiale dei minimosca, toltagli a tavolino per non aver voluto metterla in palio contro il venezuelano Luis Estaba, proprio contro il beniamino di casa, nel frattempo lui sì diventato campione del mondo della categoria, che lo costringe alla resa dopo sole tre riprese complice anche una ditata in un occhio che priva l’italiano di quel guizzo letale che caratterizza la sua boxe; l’altra è quella, tutta di matrice sarda, contro l’altro eroe isolano, Emilio Pireddu, che ha spodestato Sperati e che a Cagliari, il 23 dicembre 1977 e al cospetto di un pubblico appassionato che parteggia equamente per i due contendenti, cerca con il suo maggior allungo di interrompere il dominio continentale di Udella tra i pesi mosca. Infine, al termine di una sfida deludente, Franco si conferma il più forte, d’Italia e d’Europa, e tanto basta.

Franco Udella, minimosca che volò sul tetto del mondo, può a piena ragione considerarsi soddisfatto… ed un posto tra i grandi se lo merita proprio.

GEORGE GERVIN, “L’UOMO DI GHIACCIO” CHE NON TRADIVA MAI

GettyImages_473165532.0.0
George Gervin a San Antonio – da:poundingtherock.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel Mondo anglosassone è prassi pressoché consolidata assegnare un soprannome ai grandi Campioni dello Sport, usanza a maggior ragione fatta propria oltre Oceano per i divi delle principali discipline professionistiche americane, specie per quanto riguarda il Basket …

E non sono mai appellativi dati a caso, basti pensare, tra i più noti, a “Magic” assegnato ad Earvin Johnson per l’imprevedibilità delle giocate, così come “Air” a Michael Jordan per la sua capacità di restare sospeso in aria come fosse dotato di ali, e via discorrendo …

Ragion per cui, se al protagonista del nostro racconto odierno è stata affibbiata la nomea di “Iceman” (“Uomo di ghiaccio”), il significato è abbastanza lampante, ovvero sta nella freddezza dimostrata in ogni occasione in cui doveva trasformare in canestri ogni suo tentativo …

Valga al proposito quanto dichiarato dall’ex stella e successivo General Manager dei Los Angeles Lakers, Jerry West – uno che quanto a “violentatori di retine” non si può certo dire che non se ne intenda – allorché se ne esce con “E’ l’unico per il quale sarei disposto a pagare per vederlo giocare”, dopo che nel 1982 si era aggiudicato il suo quarto titolo di “Top Scorer” della “Regular Season”.

Mentre più tecnico è il commento del Coach Dick Motta, che ha condotto al titolo NBA i “Washington Bullets” nel 1978, non avendo remore a dichiarare: “Non hai possibilità di fermarlo, puoi solo sperare che si senta stanco dopo aver tentato i suoi consueti 40 o più tiri, in quanto sono convinto che abbia la possibilità di segnare ogni volta che vuole …”.

Eppure, la vita non è stata facile per questo Campione, la cui freddezza al tiro è stata pari al suo carattere schivo, quasi insensibile ad ogni tipo di emozioni retaggio di un’infanzia difficile, dai cui possibili rischi è riuscito a sfuggire principalmente grazie al suo grande amore per il Basket, divenuto la sua “ancora di salvezza” …

Nasce difatti il 27 aprile 1952 a Detroit, nel Michigan, George Gervin, componente di una famiglia con altri cinque tra fratelli e sorelle ed il cui padre – come troppo spesso avviene, purtroppo, negli Stati Uniti – decide di non assumersi la responsabilità di crescere i figli e se ne va via da casa, lasciando un tale onere nelle mani della moglie, la quale si dedica a svolgere ogni tipo di lavoro pur di cercare di non far mancare niente ai propri ragazzi.

Non riesco a capacitarmi di come abbia fatto”, ha poi avuto modo di ricordare George, “deve essere stata una donna incredibilmente forte, visto che ha sempre fatto in modo che non avessimo mai fame …!!”, anche se, ovviamente, già riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena era il massimo che si potesse pretendere in famiglia …

Altrettanto ovvio, peraltro, che non potesse seguire i figli durante l’arco della giornata ed anche George passa molte ore in strada, cosa non simpatica in una Metropoli come Detroit dove il tasso di criminalità è molto alto, anche a livello giovanile, con il tangibile rischio di finire nei guai, come ha poi sottolineato lo stesso Gervin: “Se non provi una simile realtà, non puoi capire, è come vivere ogni giorno in uno stato di guerra perenne, l’unica differenza rispetto ai miei coetanei è che ero innamorato del Basket …!!”.

Sport che George inizia a praticare a casa di un cugino assieme ad un amico del suo stesso quartiere di nome Ralph Simpson, contro cui si troverà poi a giocare tra i Professionisti, per poi cercare di mettersi in luce alla “Martin Luther King High School”, allorché misurava non più di m.1,73 e non andava molto a genio al tecnico della squadra, il quale non riponeva molta fiducia in lui, tutto il contrario del suo assistente, Willie Meriweather, che riesce a convincerlo a dargli un’opportunità nella formazione juniores, cosa della quale la futura stella della NBA resterà sempre grato, “Willie era come un padre per me, il nostro rapporto è stato fondamentale per il mio futuro …”.

Ma un altro personaggio svolge un ruolo importante nella crescita cestistica di George, ovvero il custode della Scuola, da lui conosciuto solo come “Signor Winters”, e che ogni sera gli consente di rimanere solo in palestra ad allenarsi nel tiro a canestro, a condizione che poi mettesse tutto in ordine prima di andare via …

E Gervin, ha così la doppia occasione, da un lato di specializzarsi in quella che diverrà la sua dote migliore da Pro, e dall’altro di evitare cattive compagnie, come lo stesso ha poi riconosciuto: “Stare lì per ore, solo con la mia immaginazione, mi permetteva di sognare un futuro da giocatore professionista, nonché di evitare di essere coinvolto in qualcosa di illecito, come furti o droga che circolavano nel quartiere, l’unica cosa che mi importava era il Basket ed, in un certo senso, posso dire di essere stato un ragazzo fortunato …!!”.

C’era però un problema, nel senso che ai miglioramenti di George sul parquet non corrispondeva altrettanta brillantezza sui libri, così che – essendo il rendimento scolastico in funzione delle presenze nel Team del Liceo – è costretto a saltare quasi metà delle gare nella sua stagione da junior …

Ancora una volta, è Meriweather a prenderlo per mano, lo convince a frequentare la Scuola estiva, così che i suoi voti migliorano e, data anche l’incrementata altezza a m.1,93, nel suo ultimo anno alla “High School” registra 31 punti e 20 rimbalzi di media a partita, tali da consentire alla sua squadra di raggiungere ai Quarti di finale del Torneo statale.

Tutto stava andando per il meglio, Gervin ottiene una borsa di studio per giocare alla “California State University” sotto la guida del celebre coach Jerry Tarkanian, ma dapprima non riesce ad ambientarsi sulla costa occidentale del Paese, tornando a casa dopo solo un semestre per frequentare la “Eastern Michigan University” ad Ypsilanti, trovandosi molto più a suo agio come testimoniano i 29,5 punti di media messi a segno al suo secondo anno …

Quindi, una inaspettata perdita di controllo rischia di mandare in fumo tutto quanto di buono aveva costruito sino ad allora, visto che durante la semifinale nazionale del Torneo NCAA ad Indiana, George prende a pugni un avversario, con conseguente sospensione dalla squadra ed infine espulsione dalla squadra, perdendo così anche l’opportunità di partecipare alle selezioni per la Nazionale olimpica e per i Giochi Panamericani.

Disperato, senza più nessuno a cui rivolgersi, Gervin accetta l’offerta dei “Pontiac Chaparrals” per giocare nella “Eastern Basketball Association, una delle Leghe minori di maggior successo, per un compenso di 500 dollari al mese, mantenendosi comunque sui 40 punti di media …

Talora, però, l’occasione buona è dietro l’angolo, ed una sera a vederlo giocare c’è tra i pubblico Johnny Kerr, un osservatore dei “Virginia Squares”, Club militante nell’allora ABA (“American Basketball Association”), la rivale della NBA ed a caccia d talenti per migliorarne il livello tecnico e qualitativo …

Gervin, bontà sua, mette 50 punti a referto e dal giorno dopo è già un giocatore degli Squares con un contratto da 40mila dollari annui, avendo la possibilità di giocare a fianco di una stella quale Julius Erving, il quale conclude la stagione con 31,9 punti, 12,2 rimbalzi e 4,2 assist di media, mentre il non ancora 21enne George, che debutta il 26 gennaio 1973 mettendo a segno 20 punti, fa registrare medie di 14,1 punti e 4,3 rimbalzi a partita nei soli 30 incontri disputati.

E’ in questo periodo, che un compagno di squadra, tal Fatty Taylor, assegna a George il soprannome di “Iceberg Slim”, nome di battaglia di un boss della malavita di Chicago che aveva appena scritto un best-seller sulle sue esperienze al riguardo, con il giocatore ad ammettere che proprio quella “è l’immagine che ho sempre avuto della mia città, grandi macchine, tanti soldi, non preoccuparsi del futuro perché tanto è più probabile morire giovani, questa è la vita di Detroit, della maggior parte dei ragazzi con cui sono cresciuto …!!”.

Per fortuna il Basket lo ha salvato, aggiungiamo noi, con tanto di evoluzione del soprannome in “The Iceman” (letteralmente “L’uomo di ghiaccio”), avendo riferimento più alla sua compostezza e freddezza sul parquet che non all’aspetto ed alle prodezze di un boss di strada …

In ogni caso, la permanenza di Gervin in Virginia non sarebbe durata a lungo, visti gli enormi problemi finanziari della franchigia che, dopo essere stata costretta a provarsi di Erving e Swen Nater, il 30 gennaio 1974 cede anche il contratto della guardia del Michigan ai San Antonio Spurs per il controvalore di 228mila dollari, trattativa che l’ABA stessa cerca di impedire, ma la questione viene definita in un’aula di Tribunale, con verdetto a favore degli Spurs, mentre gli Squares, nell’arco di due anni, scompaiono.

Divenuto eleggibile per il Draft NBA di fine maggio 1974, Gervin viene scelto al terzo giro dai Phoenix Suns come quarantesimo giocatore assoluto, circostanza che non risulta gradita al giocatore, il quale preferisce restare nella ABA con San Antonio, sino a che poi le due Leghe si fondono nell’estate ’76 ed a quel punto può misurarsi con il “meglio del meglio” del Basket Professionistico Usa, al pari del suo ex compagno Julius Erving, che si trasferisce dai New York Nets ai Philadelphia 76ers …

E, dopo aver mantenuto media di quasi 22 punti e 7 rimbalzi a partita nella dissolta ABA, Gervin non si scompone anche al confronto della nuova e ben più agguerrita concorrenza, smentendo le previsioni degli osservatori che prevedevano per lui una carriera buona, ma non eccezionale.

Ma al ragazzo del Michigan piacciono le sfide – ed ancor più i fatti rispetto alle parole, per coronare quei sogni che immaginava quando, da solo al Liceo, si allenava da solo in una palestra vuota – e non sono in pochi che devono ricredersi allorquando si aggiudica per quattro volte in cinque la Classifica di “Miglior realizzatore” della “regular season”, viene inserito in cinque occasioni nel “Primo Quintetto NBA” ed è selezionato per nove anni consecutivi per lo “All Star Game” di metà febbraio, uno dei più classici appuntamenti della Stagione NBA …

Con l’arrivo in panchina di Doug Moe, San Antonio punta molto sulle qualità della sua “bocca da fuoco” – che al primo anno nella NBA registra medie da 23,1 punti, 5.5 rimbalzi e 2,9 assist a partita, con gli Spurs ad uscire al primo turno dei Playoff – anche perché, oltre a lui, l’organico può contare solo sulle prestazioni dell’ala piccola Larry Kenon e del centro Billy Paultz, con il resto a svolgere più o meno il ruolo di comprimari …

Prese le misure”, nella stagione 1977-’78 Gervin trascina gli Spurs ad un record di 52-30 (secondo migliore della “Eastern Conference”), pur venendo eliminati nella Semifinale di Conference (2-4) dai Washington Bullets che poi si aggiudicheranno l’anello, conquistando però il suo primo titolo di “Top Scorer” e nel modo più incredibile possibile …

A contendergli la palma di miglior realizzatore è David Thompson, guardia dei Denver Nuggets, ed entrambi i duellanti disputano l’ultima gara della stagione regolare il 9 aprile 1978, ma per questioni di fuso orario, la gara dei Nuggets si conclude per prima, con Thompson ad aver messo a referto – ovviamente con i compagni a giocare per lui – qualcosa come 73 punti (!!), peraltro frutto d medie stratosferiche, ovvero 28 su 38 al tiro (73,7% …!!) e 17 su 20 dalla lunetta, pur nella sconfitta per 137-139 di Denver contro i Pistons nella gara svoltasi, ironia della sorte, proprio a Detroit, città natale di Gervin.

Ciò sta a significare che, quando gli Spurs scendono in campo a New Orleans contro i Jazz, al loro miglior tiratore servono almeno 58 punti per far suo il titolo ed, al pari dell’incontro di Detroit, le due squadre evitano di difendere con particolare attenzione, per far sì che il gioco risulti più fluido possibile, al pari delle occasioni di andare al tiro …

E, quando Gervin fallisce i suoi primi sei tiri della gara – evidentemente anche un “uomo di ghiaccio” può subire la pressione – chiede ai suoi compagni di smetterla di cercarlo ad ogni costo, invito che, per sua fortuna, non viene accolto, portandolo per be 49 volte alla conclusione ed anche se le sue percentuali sono ben inferiori a quelle di Thompson (solo 23 tiri a segno per il 46,9% di media), i 46 punti dal campo – di cui 33 nel solo secondo quarto, migliorando il record di 32 dello stesso Thompson di poche ore prima – uniti ai 17 liberi realizzati su 20 tentativi, fanno sì che il referto parli di 63 punti, consentendogli di superare di una bava (27,22 a 17,15 punti di media a partita …) il rivale per il suo primo titolo di “Top Scorer”, venendo altresì preceduto solo da Bill Walton dei Portland Trail Blazers nella votazione quale MVP della “regular season”.

Statistiche che per Gervin si incrementano nelle due successive stagioni, che lo vedono confermarsi come il “Re dei Marcatori”, rispettivamente con 29,6 e 33,1 punti di media a partita, che, nel secondo caso rappresenta il suo “Personal Best” in carriera per singolo Torneo, nel mentre nel 1979 è nuovamente in lizza per il titolo di MVP della “regular season”, venendogli stavolta preferito Moses Malone …

Essendo, peraltro, il Basket un gioco di squadra, certi exploit possono risultare fini a se stessi se non accompagnati dai successi a livello di franchigia, così che Gervin ed i San Antonio Spurs si vedono sfuggire la “grande occasione” nel corso dei Playoff ’79, allorché nella Finale della Eastern Conference, nuovamente opposti ai Washington Bullets, sprecano un vantaggio di 3-1 nella serie – in cui il 27enne di Detroit viaggia a 31,0 punti, 6,3 rimbalzi e 2,4 assist di media a partita – perdendo gara-6 100-108 in Texas per poi subire la beffa di essere sconfitti in rimonta 107-105 nella decisiva gara-7, nonostante i 42 punti messi a referto da Gervin …

Era, questa, una grande opportunità per cercare di aggiudicarsi il titolo, in quanto a partire dall’inizio degli anni ’80 fanno il loro ingresso nella NBA i due “grandi rivali” Larry Bird ad Est ed Earvin “Magic” Johnson ad Ovest, e con San Antonio trasferito nella Western Conference, sperare di avere la meglio sui fantastici Los Angeles Lakers di Phil Jackson diventa poco più che una chimera …

Gervin lotta da par suo, aggiudicandosi il quarto titolo di “Leading Scorer” nel 1982 con 32,3 punti di media, ma San Antonio, nonostante possa contare su di un “quintetto base” sicuramente superiore al suo ingresso nella NBA, con Johnny Moore playmaker, Mike Mitchell ala piccola, Gene Banks ala grande ed Artis Gilmore centro, vede la strada sbarrata verso la Finale per il titolo assoluto dai Lakers sia nel 1982 (0-4 l’esito della serie …) che l’anno seguente, anche se stavolta (2-4) più combattuta.

Oramai superata la trentina, Gervin continua ad essere il miglior realizzatore degli Spurs anche nel 1983 e 1984 – con 26,2 e 25,9 punti di media a partita – ma l’arrivo alla guida del Coach Cotton Fitzimmons ne segna la fine del rapporto con San Antonio …

Il nuovo tecnico, difatti, ritiene Gervin debole in difesa ed in più che non abbia il coraggio di assumersi la responsabilità di eseguire l’ultimo tiro nelle gare “punto a punto”, ragion per cui nel 1985 pone fine ai suoi 12 anni di esperienza in Texas lasciandosi alle spalle un’eredità di “qualcosa” come 23,602 punti realizzati con la maglia n.44 di San Antonio …

Ceduto ai Chicago Bulls della nuova stella Michael Jordan, dove ritrova il suo vecchio coach Stan Albeck, Gervin ha la sfortuna di capitare nella stagione in cui il futuro “Air” è vittima di un infortunio che lo costringe a disputare solo 18 partite, con l’ultimo acuto della sua carriera costituito dai 45 punti (15 su 29 dal campo e 15 su 16 dalla lunetta …) messi a referto il 27 gennaio 1986 nella sconfitta dei Bulls per 116-124 a Dallas contro i Mavericks.

Calato il sipario sulla NBA, Gervin si concede una “vacanza romana”, accasandosi al Banco di Roma per la stagione 1986-’87 della Serie A1 italiana, conclusa all’ottavo posto nella stagione regolare ed eliminazione al primo turno dei Playoff contro la Scavolini Pesaro, ma lasciando nella memoria dei tifosi capitolini il ricordo della sua immensa classe, certificata dai 26,1 punti di media a partita …

Certo, la mancata conquista dell’anello rappresenta il “punto debole” della sua attività, ma come si fa a non considerare George “Ice” Gervin tra i più grandi di ogni epoca, una volta consultate le aride statistiche da cui si ricava come solo Wilt Chamberlain, Michael Jordan e Kevin Durant abbiano vinto più titoli di “Leading Scorer” di lui, che è stato altresì il primo ad aggiudicarsene tre consecutivi – impresa poi compiuta anche, oltre allo stesso Jordan, da Kobe Bryant e Durant – per un totale (tra ABA ed NBA) di 26.595 punti per una media di 26,2 a partita e, come se non bastasse, vanta l’incredibile record di essere andato in “doppia cifra” per ben 407 gare consecutive (!!), una sorta di autentica “macchina da canestri”.

Qualcuno se ne è accorto, comunque, e nel 1996, in occasione del 50esimo anniversario della Fondazione della NBA, George Gervin è stato, a giusta ragione, inserito nella lista dei “50 Migliori Giocatori” di detto periodo, nonché aver avuto l’onore, nel medesimo anno, di essere introdotto nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, curiosamente assieme, tra gli altri, a quel David Thompson con cui si era trovato a rivaleggiare per il trono dei realizzatori nel 1978 …

Diciamo che buona parte dei sogni di quel ragazzino che si allenava da solo in palestra si sono realizzati …

 

LA STORIA D’AMORE TRA ROMA E GABRIELA SABATINI, LA REGINA CHE FECE POKER

hqdefault (1).jpg
Gabriela Sabatini a Roma – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Se da Romolo a Tarquinio il Superbo Roma ha celebrato la gloria imperitura dei suoi sette re, ha nondimeno regalato onori ed immortalità sportiva anche a qualche regina in gonnella armata di racchetta da tennis.

La spagnola Lilì de Alvarez fu la prima, nel lontano 1930, quando la capitale tenne a battesimo l’edizione del debutto degli Internazionali d’Italia di tennis, per poi l’anno dopo applaudire le gesta di un’eroina di casa, Lucia Valerio. Fu poi la volta della leggendarie Doris Hart e Maureen Connolly, che si guadagnarono la scena negli scintillanti anni Cinquanta, per poi registrare l’avvento di Maria Ester Bueno e Margaret Court, entrambe capaci di collezionare un tris di vittoria, ben prima che al proscenio salisse Chris Evert, che tra il 1974 e il 1982 se ne tornò di là dall’Atlantico con cinque trofei. Poi… poi venne lei, dolce, bella, brava e tanto sensibile e sorridente da catturare, per sempre, il cuore degli appassionati romani.

Ovviamente lo avrete capito, stiamo parlando di Gabriela Sabatini, che con quel suo tennis elegante, quella camminata compassata alla John Wayne e quei modi di fare seducenti, nell’arco di sei anni, dal 1987 quando debuttò nella capitale al 1993 quando giunse un’ultima volta in finale, fu la preferita del pubblico e si cinse la testa con la corona di regina. A quattro riprese.

Che sia storia di un amore a prima vista è già palese fin dalla prima volta in cui la bella Sabatini mette piede sul Centrale del Foro Italico, a far data appunto 1987, quando il torneo torna a vestire i panni dell’evento di lusso dopo alcuni anni di buio, esattamente come accaduto alla prova maschile, attirando campioni e campionesse di gran lignaggio. Tocca a Steffi Graf, numero 2 del mondo ma ormai pronta ad issarsi in testa al ranking, smorzare la prima velleità di vittoria italiana dell’argentina, che, accreditata della quarta testa di serie, esordisce con la francese Calleja per poi superare una dopo l’altra Mary Joe Fernandez, Arantxa Sanchez, a cui rifila un clamoroso 6-0 6-0, e Martina Navratilova, 7-6 6-1, prima di arrendersi alla distanza alle bordate di dritto della teutonica, 7-5 4-6 6-0, con cui Gabriela, negli anni a seguire, darà vita ad una accesa rivalità sportiva.

Se Roma, fin da subito, si innamora della Sabatini, non è certo un sentimento a senso unico, anzi. Gabriela non fa mistero di rimanere affascinata dalle bellezze artistiche e dalle opportunità mondane offerte dalla capitale, riuscendo ad entrare in sintonia con la gente che ne rispetta l’intimità di campionessa affermata. E il binomio, solido e destinato a durare, produce effetti positivi sul piano del gioco, con l’argentina che nel 1988, alla seconda opportunità, è già pronta ad issarsi sul trono di Roma.

Ad onor del vero il tabellone, stavolta, non presenta ostacoli insormontabili, capeggiato com’è da quella Chris Evert che se merita, appunto, l’affetto dei romani che da anni la acclamano regina, nondimeno ha ormai imboccato la fase finale della sua monumentale carriera, costretta da un infortunio a dare forfait nel match di terzo turno con la canadese Kelesi. Ed è proprio la nordamericana l’avversaria in finale della Sabatini, che tiene fede al suo status di seconda favorita del torneo liquidando l’americana Schwartz e la brasiliana Dias, cedendo un set alla tedesca Hanika ai quarti, facendo valere la legge della più forte nel match di semifinale contro l’austriaca Wiesner, infine conquistando la prima vittoria romana, a pochi giorni dal suo 18esimo compleanno, a chiusura di una sfida che Gabriela domina all’inizio, 6-1, complica nel secondo set ceduto al tie-break, infine fa sua con un altro 6-1 al parziale decisivo.

Tempo un anno, e nel 1989 la Sabatini si presenta a Roma accreditata della testa di serie numero 1 e in qualità di detentrice del titolo. Il cammino propone tre sfide con tre giocatrici italiane, e se il pubblico parteggia per le connazionali, altresì sostiene la regina che si sbarazza facilmente di Golarsa, Lapi e Cecchini, scavalca in semifinale l’ostacolo proposto dall’altra argentina Fulco, e per la conferma si trova a dover battagliare con una giovanissima spagnola, appunto Arantxa Sanchez, che di lì a qualche settimana sbalordirà il mondo del tennis trionfando al Roland-Garros. Ma a Roma la corona spetta a Gabriela, che fa gara di testa, 6-2, viene raggiunta, 5-7, infine ha lo spunto vincente per il 6-4 che la legittima regina e la catapulta, caso mai ce ne fosse ancora bisogna, tra le grandi campionesse che si sono esibite al Foro Italico.

La carriera della Sabatini, tuttavia, seppur segnata dai tratti dell’eccellenza, manca del certificato di laurea garantito da un titolo dello Slam, come l’argentina sarà capace di fare solo agli US Open del 1990, fallendo poi nella finale di Wimbledon dell’anno dopo, ma Roma è il suo regno e se nello stesso 1990 la Navratilova si prende in semifinale la rivincita della sconfitta del 1987 imponendosi con un serrato 7-6 7-5, nel 1991 Gabriela, rotto l’incantesimo in un evento Major, è pronta a riprendersi lo scettro.

Quella del 1991, in effetti, così come quella dell’anno dopo, sono due edizioni degli Internazionali d’Italia di tennis segnate da un successo di pubblico e di gioco senza precedenti, con l’entry-list capeggiata dalla nuova numero 1 del mondo, Monica Seles, che ha interrotto la dittatura imposta da Steffi Graf e si è intromessa prepotentemente in quella che pareva essere una sfida a due per il predominio del tennis femminile. La tedesca è assente a Roma, e nel mentre la Navratilova spende le ultime cartucce di una carriera altrettanto monumentale di quella dell’amica/rivale Chris Evert ritirata da qualche anno, Seles e Sabatini disegnano un cammino senza pecche, o quasi, con la serba che perde un solo set con Mary Joe Fernandez in semifinale e l’argentina che concede la miseria di 8 giochi alle quattro avversarie affrontate, tra le quali Jennifer Capriati ai quarti e Conchita Martinez in semifinale, per arrivare all’atteso scontro diretto nella finale del 12 maggio. Giorno in cui la Sabatini sciorina il meglio del suo repertorio, sicura da fondocampo, estrosa nei cambi di ritmo, veloce nelle sortite a rete ed impeccabile nel gioco di volo, infine trionfando con un 6-3 6-2 inequivocabile. Ed altrettanto annoverabile tra le sue migliori performance in carriera.

Consumato il tris, l’appetito vien mangiando, e Gabriela per il 1992 ha in mano un bel poker da giocare sulla ruota di Roma. La Seles è anche stavolta l’avversaria da battere, perché è la numero 1 del mondo e perché medita vendetta dopo la batosta dell’anno prima, ma la Sabatini è la regina indiscussa del Foro Italico e non vuol proprio saperne di scendere giù dal trono. Anche perché i romani, pur stimando Monica, sono schierati dalla sua parte. Ed ancora una volta l’argentina non tradisce le attese, con un successo che copia fedelmente quello dell’anno prima, con un percorso esente da macchie con le vittorie in due set con Mercedes Paz, Bradtke, Tauziat e Mary Joe Fernandez, e la rivincita con la Seles che si sbatte, mulina da dietro con dritto e rovescio a due mani, grugnisce e sbuffa ma infine, esattamente come l’anno prima, si arrende in due set, stavolta più combattuti, 7-5 6-4.

Per la tennista argentina è poker romano, e se dodici mesi dopo una nuova campionessa andrà profilandosi all’orizzonte, Conchita Martinez, che le negherà una quinta vittoria battendola in finale, 7-5 6-1, beh, che volete che sia? Accanto ai sette re di Roma c’è posto, tra le regine, per una ragazza bella, brava e vincente che sorrideva e seppe farsi amare. Veniva da lontano, il suo nome era Gabriela Sabatini.

LA BELLA FAVOLA DI ANDREA FORTUNATO TRASFORMATASI IN TRAGEDIA

andrea-fortunato-juventus-670x400
Andrea Fortunato in maglia bianconera – da:todaysport.it

Articolo di Giovanni Manenti

… Speriamo che in Paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare ad essere felice correndo dietro un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato …!!

Con queste ultime parole il Capitano bianconero Gianluca Vialli conclude il suo commosso messaggio di addio al suo sfortunato compagno di squadra, spentosi il giorno prima a Perugia non ancora 24enne, nella Cattedrale di Salerno, la città in cui era nato il 26 luglio 1971 e da dove era partito per coltivare un sogno, poi piano piano diventato una splendida realtà da sembrare una di quelle “Belle Favole” che si raccontano ai bambini, solo che, stavolta, purtroppo, è venuto a mancare il lieto fine …

Sgombriamo subito il campo da falsi luoghi comuni, Andrea non è stato il classico “Ragazzo con la valigia” meridionale che cerca fortuna al Nord splendidamente celebrato dal cantautore Calabrese Mino Reitano nelle sue struggenti canzoni di fine anni ’60, tutt’altro, provenendo da una famiglia agiata della media borghesia salernitana, il cui padre Giuseppe è cardiologo, mentre la madre Lucia è bibliotecaria, ed i fratelli studiano, il maschio avvocato e la sorella laureata in lingue.

Solo che ad Andrea piace correre dietro ad un pallone e questo lo porta a sognare di potersi affermare in quel mondo così difficile, dove, per tornare alla musica, solo “uno su mille ce la fa …”, ma è testardo Andrea, e dopo che viene notato da osservatori del Como che gli offrono un contratto, riesce a “strappare il sì” paterno e può così iniziare il suo percorso agonistico, a patto però che ottenga quantomeno un diploma, perché, qualora non riuscisse a sfondare …

Ragazzo abituato a non deludere ed a mantenere le promesse, Andrea, trapiantato sulle rive del Lago così caro ad Alessandro Manzoni, si impegna negli allenamenti e passa il tempo libero sui libri, riuscendo, da un lato a conseguire il diploma di ragioniere, e, dall’altro, a convincere il tecnico lariano Giampiero Vitali a farlo esordire tra i Cadetti appena 18enne, il 22 ottobre 1989, subentrando a 10’ dal termine a Rosario Biondo nella sconfitta comasca per 0-1 a Pescara.

Non è una stagione fortunata, per il Como che, nonostante il cambio di tre tecnici – a Vitali subentra dapprima Galeone, poi sostituito a sua volta da Angelo Massola – conclude il Torneo al penultimo posto con conseguente retrocessione in Serie C1, e Fortunato ad essersi comunque ritagliato 16 presenze, tutte dall’inizio dopo il citato esordio.

Quello che può sembrare a prima vista un passo indietro, si dimostra viceversa per Fortunato come un ideale trampolino di lancio, visto che l’anno seguente in C1 si mette in luce in una stagione sfortunata per i lariani – concludono al secondo posto il Girone A a pari punti (44) con il Venezia, ad una sola lunghezza dal Piacenza promosso, per poi essere sconfitti 1-2 dai lagunari nello spareggio per la seconda Promozione – ma proficua per lui, tanto da attirare le attenzioni di un Genoa reduce dalla sua migliore stagione del Dopoguerra, conclusa al quarto posto nella Massima Divisione.

Allenatore è il “Mago della Bovisa” Osvaldo Bagnoli, l’artefice del “Miracolo Verona” allorché aveva condotto gli scaligeri ad uno “storico” e, crediamo, irripetibile Scudetto nel 1985, ma i rapporti con lo Staff tecnico (e l’allenatore in seconda Maddè, in particolare …), non sono ottimali e Fortunato mette in mostra un lato del suo carattere, educato sì, ma non abituato a subire quelli che lui ritiene comportamenti poco corretti, ed al termine di un duro “faccia a faccia” proprio con Maddè, la sua avventura all’ombra della Lanterna sembra essere già giunta al capolinea, con sole tre gare in cui si siede in panchina senza scendere in campo …

Probabilmente Bagnoli – che, per onestà, ha ampie alternative nel ruolo di terzino sinistro, con il brasiliano Branco e l’ex viola Armando Ferroni – avrebbe anche potuto concedere qualche chances al 20enne campano, ma per non turbare gli equilibri di spogliatoio con il suo secondo, acconsente a che Fortunato venga messo sul mercato autunnale.

E qui, la buona sorte sembra strizzargli l’occhio, visto che la destinazione è Pisa, Società all’epoca guidata dal Presidente Romeo Anconetani e che spera, da retrocessa in B al termine della precedente stagione, di ripetere un’impresa riuscitale per quattro volte consecutive (1982, ’85, ’87 e ’90), vale a dire l’immediata risalita nella Massima Divisione …

Andrea_Fortunato,_Pisa_1991-92
Fortunato nell’anno in B al Pisa – da:wikipedia.org

Questa volta, il “miracolo” non si compie, ma Fortunato può dimostrare di essere tutt’altro che un “bluff”, macinando chilometri su quella fascia sinistra e saltando una sola partita dal suo esordio in nerazzurro di fine novembre ’91 a Padova, con il Pisa che conclude la stagione in un comunque onorevole sesto posto, a cinque punti dalla zona promozione …

Il Presidente genoano Spinelli – uno che sa come valorizzare (nonché commercializzare …) i propri giovani – non smette di seguire le prestazioni del ragazzo e, sulla scorta delle relazioni sempre positive sul suo conto, e data anche la partenza di Bagnoli destinazione Inter, non ha dubbio alcuno nel riscattare Fortunato per presentare, ai nastri di partenza della Stagione 1992-’93 la coppia di terzini più giovane e promettente dell’intera Serie A, vale a dire Panucci a destra e Fortunato a sinistra.

Entrambi i “gioiellini” non deludono le attese, al contrario della squadra che non riesce ad uscire dalle sabbie mobili del fondo Classifica, con il solito valzer di allenatori, visto che a Bruno Giorgi subentra, a novembre ’92, Luigi Maifredi reduce dalla negativa esperienza alla Juventus per poi toccare all’ex bandiera rossoblù Claudio Maselli sedersi in panchina ad inizio marzo ’93 con il Genoa al terz’ultimo posto alla pari con il Brescia.

 

Quando una Società è in difficoltà, ma ha nelle sue file due giovani promettenti come la citata coppia di terzini, è una logica conseguenza che appaiano le “sirene incantatrici” dei grandi Club – Juventus in primis, che vorrebbe acquistare entrambi – pronti ad avanzare le loro offerte e Spinelli, uno che alle “palanche” non è mai stato insensibile, sembrerebbe orientato a privarsi del solo Panucci, visto che Fortunato sta disputando un Torneo eccellente, in cui salta una sola delle 34 gare in calendario …

Fortunato_Genoa_1992-93
Andrea Fortunato con il Genoa in A nel 1992-’93 – da:wikipedia.org

Solo che Panucci ha già accettato l’offerta del Milan – non se ne pentirà, conquistando l’anno seguente Scudetto e Champions League – quale sostituto dell’oramai anziano Tassotti, e leggenda vuole che Fortunato, al quale non desta alcuna impressione il passaggio in una grande squadra, faccia un po’ le bizze con il suo Presidente, riuscendogli a strappare una mezza promessa che, se riesce ad aiutare a salvare il Genoa, non porrà ostacoli al suo trasferimento in bianconero …

Se ricordate quanto fatto con il padre Giuseppe in merito al diploma di ragioniere, Andrea è uno che le promesse le mantiene, e quando, a due giornate dal termine, il Genoa si ritrova 13esimo con 28 punti ed una sola lunghezza di vantaggio su di un trio composto da Fiorentina, Udinese e Brescia (con Ancona e Pescara già condannate alla retrocessione …), il destino del “Grifone” è affidato alla trasferta di Bergamo contro l’Atalanta ed alla sfida con il Milan all’ultimo turno a Marassi …

Ed è proprio Fortunato – che già il 18 aprile ’93 aveva portato alla causa rossoblù un punto d’oro siglando la rete del pareggio (sua prima in A …) nell’1-1 a Torino contro i granata – a realizzare la rete che sblocca il risultato a Bergamo (gara che poi il Genoa si aggiudica per 2-1), nonché ancora lui, a 10’ dal termine, a mettere a segno il punto del definitivo 2-2 contro i Campioni d’Italia del Milan che certifica salvezza avendo mantenuto il ricordato punto di vantaggio (31 a 30) sul medesimo trio, con la Fiorentina condannata per una peggiore Classifica avulsa con Udinese e Brescia e quest’ultima a soccombere 1-3 nello spareggio con i friulani.

Promessa mantenuta anche da parte di Spinelli, che in estate cede, per la bella cifra di 10miliardi di Lire, Fortunato alla Juventus, fortemente voluto dal tecnico Trapattoni – fresco dall’aver riportato i bianconeri ai vertici europei con la conquista della Coppa Uefa – e che vede nel 22enne salernitano il possibile erede di Cabrini, che aveva abbandonato il Club nell’estate 1989 …

Per Andrea il coronamento di un sogno inseguito sin da bambino, essendo la Juventus la squadra del cuore e proprio Antonio Cabrini il Campione a cui si era sempre ispirato, quasi non potendo credere che ora, a soli 22 anni, quella maglia bianconera recante il n.3 sia proprio sulle sue spalle e, determinato come è cresciuto, non sarà facile per nessuno togliergliela di dosso.

andrea-fortunato
Andrea Fortunato alla Juventus nel 1993-’94 – da:juventusnews24.com

E, difatti, la stagione nasce sotto tutti i migliori auspici, anche se c’è pur sempre un Milan che intende mettere assieme un “tris consecutivo” di Scudetti dopo essersi affermato nelle due precedenti stagioni, e comunque, al giro di boa di metà Campionato, i giochi sono tutt’altro che conclusi, con Juventus e Sampdoria appaiate a quota 23 punti, a tre sole lunghezze dai rossoneri …

Ed, inoltre, su Fortunato ha messo gli occhi pure il Commissario Tecnico della Nazionale Arrigo Sacchi, che sta preparando la spedizione per i Mondiali di Usa ’94, uno al quale “gli esterni che consumano le fasce” sono sempre andati a genio, ed ecco che il 22 settembre 1993, approfittando di uno dei rarissimi infortuni di Paolo Maldini, Andrea riesce ad indossare anche il n.3 azzurro nella trasferta in Estonia di qualificazione per i Mondiali, che l’Italia si aggiudica per 3-0.

Tutto bello, bellissimo, forse anche troppo, quando però qualcosa inizia ad incepparsi, le corse di Andrea sulla corsia sinistra non sono più così prorompenti, il 6 marzo 1994 è in programma al “Delle Alpi” la sfida Scudetto contro il Milan, avanti di 6 punti (40 a 34), ultima possibilità per rientrare in gioco, ed invece sono i rossoneri ad imporsi per 1-0 (rete di Eranio …), con la tifoseria che rumoreggia e non capisce …

Lo “scenario” è già bello e confezionato, Andrea si è montato la testa, il trasferimento alla Juventus, invece che come un punto di partenza, lo considera di arrivo, si sente appagato, forse anche si dà alla “bella vita”, tutte ipotesi – fantasiose per chi non lo conosce a fondo – che portano il pubblico a fischiarlo e persino a deriderlo per le sue prestazioni in campo, con un tifoso che arriva un pomeriggio addirittura a schiaffeggiarlo al termine di un allenamento, così per “fargli capire cosa voglia dire giocare nella Juventus …”.

Questa deve essere stata l’offesa più dura da buttare giù per un Fortunato che non ha mai pensato di poter sostituire nell’immediatezza Cabrini, replicando alle provocazioni dei media con: ”non riesco a capire perché vogliate sempre portare avanti questo paragone, stiamo parlando di uno che è stato il migliore terzino del Mondo, e prima di raggiungere i suoi livelli, se mai ci riuscirò, ne dovrà passare del tempo …” …

Quel tempo che, purtroppo, un destino maligno ed avverso non gli concede, poiché, a stagione conclusa, mentre gli Azzurri si preparano a disputare il Mondiale oltre Oceano – Sacchi lo ha aspettato sino all’ultimo, ma poi anche lui non ha potuto che arrendersi al palese scadimento di forma – il continuare a sentirsi stanco ed accusare persistenti febbriciattole, non convince il Dr. Riccardo Agricola, Medico sociale del Club bianconero, a far ricoverare Fortunato presso l’Ospedale “Le Molinette” di Torino per una serie di analisi ed accertamenti approfonditi …

Ed il responso è di quelli che lascia agghiacciati, Andrea è affetto da leucemia acuta linfoide, ed in un attimo, tutti i sogni scompaiono all’improvviso e si presenta davanti una battaglia terribile da combattere non contro un avversario in campo, ma contro un “nemico invisibile” che ti sta consumando dentro.

Andrea è giovane, forte e deciso a vincere la sua battaglia, lotta e combatte come quando doveva strappare la palla ad un avversario e lanciarsi in veloci contropiedi, il suo fisico inizialmente reagisce bene, i valori tornano normali, ma i medici sanno che l’unica speranza di salvezza è un trapianto di midollo spinale per il quale non si riescono a trovare donatori compatibili.

Si cerca allora una soluzione alternativa, con il trasferimento a Perugia – dove il compagno di squadra Ravanelli mette a disposizione la sua casa per i suoi genitori e la fidanzata Lara, che non mancano di stargli vicino – e proprio nel giorno del suo 23esimo compleanno, il 26 luglio 1994, vengono infuse ad Andrea  le cellule sane della sorella Paola, una speranza che si rivela vana in quanto il suo organismo non è in grado di assorbirle, ed il rigetto induce a provare con analogo intervento sfruttando stavolta le cellule del padre Giuseppe, con risultati molto più confortanti, visto che a metà ottobre lascia la struttura ospedaliera, anche se preoccupa il fatto che la febbre non accenna a sparire del tutto …

Nel frattempo i compagni – oltre al citato Ravanelli, anche Baggio e Vialli in particolare non mancano di fargli pervenire il loro appoggio con continui messaggi e telefonate di incoraggiamento – stanno lottando anche per lui per riportare la Juventus (a digiuno di Scudetti da ben 9 anni …) ai vertici del Calcio nazionale ed Andrea ritiene doveroso ripagarli del loro affetto andando a trovarli agli allenamenti per poi seguire dalla tribuna la gara di Marassi contro la Sampdoria la sera del 26 febbraio 1995, gara che i bianconeri si aggiudicano per 1-0 con rete di Vialli a 10’ dal termine …

Forse, in una serata invernale e fredda, assistere a quell’incontro può essere stata un’imprudenza, o forse un ulteriore segno del destino che l’ultima volta in cui Fortunato mette piede in uno Stadio sia stata proprio in quell’impianto da cui era partita la sua rincorsa al sogno bianconero, sta di fatto che, esattamente due mesi dopo, una banale influenza con complicazioni polmonari risulta letale per un fisico come quello di Andrea, la cui malattia aveva ridotto pressoché al minimo le difese immunitarie.

Per chi scrive, il ricordo di come apprende la notizia rappresenta un pugno allo stomaco – il 25 aprile è notoriamente giorno festivo – con un comunicato lapidario apparso sulla pagina “Ultim’ora” del Televideo Rai, da farti restare attonito seduto sul divano, con il primo sentimento di incredulità e sbigottimento a fare a poco a poco spazio al pensiero su come la vita sia cattiva ed ingiusta, quando il destino si accanisce su persone in giovane età a cui toglie ogni speranza futura …

Zm9ydHVuYXRv-1-cropped.jpg
Una bella immagine di Andrea sognante …. – da:gazzettafannews.it

Era veramente una gran “Bella Favola”, la tua, Andrea, di quelle da raccontare ai nipotini in età avanzata, ma alla quale, purtroppo, è mancato il lieto fine, così da trasformarla in tragedia …

Un ultimo, commosso abbraccio, “Ragazzo dai bei capelli”, come ti avevano soprannominato …

LA DOPPIETTA FRANCESE DI BOURGES IN COPPA CAMPIONI NEL BIENNIO ’97/’98

1998_bourges_basket_euroleague-750x330.jpg
Bourges in trionfo – da flashbacknba.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

La storia della Coppa dei Campioni di basket femminile non ha grandi tracce di Francia, almeno nell’albo d’oro delle squadre vincenti, fin dall’anno della sua prima edizione, datata stagione 1958/1959, quando ad imporsi è lo Slavia Sofia che batte nella doppia finale la Dinamo Mosca. In seguito, il Daugawa Riga impone all’Europa cestistica una vera e proprio dittatura, vincendo 15 delle 16 edizioni successive (in totale sono 18), ed è proprio in questo lasso di tempo che Clermont Ferrand diventa la prima formazione transalpina capace di raggiungere i vertici del basket continentale, con le tre finali perse nel 1971, nel 1973 e nel 1974, guadagnando poi ancora l’atto conclusivo della manifestazione nel 1976, quando si arrende allo Sparta Praga, e nel 1977, quando la gara per il titolo si gioca in partita secca e a vincere è ancora Riga, nettamente, 79-53.

Nel corso degli anni Ottanta il basket bleu-blanc-rouge sparisce dalle zone alte delle classifiche delle competizioni che contano, anche con quella Nazionale che proprio grazie al contributo massiccio delle giocatrici del Clermont Ferrand era salita più volte sul podio agli Europei, con la gemma del secondo posto nel 1970 quando a vincere, manco a dirlo, era stata l’Unione Sovietica. Ed in effetti sembra un’inversione di tendenza irreversibile rispetto al passato, fin quando, agli inizi degli anni Novanta, non si affaccia nel panorama nazionale il Cercle Jean Macé Bourges Basket, club fondato nel 1967 e che proprio nel 1990, vincendo la Coppa di Francia ed accedendo per la prima volta nella massima serie francese, avvia un’epopea d’oro ancora aperta che porta in dote, ad oggi, ben 14 titoli nazionali e 10 Coppe di Francia.

Ma torniamo ai primi anni Novanta, precisamente alla stagione 1993/1994, quando Pierre Fosset diventa presidente del club ed affida la panchina della squadra proprio ad un ex-sovietico, Vadim Kapranov. Il biennio si rivela subito vincente, anche perché, oltre alla dirigenza e alla guida tecnica, Bourges si regala anche Yannick Souvré, playmaker di gran classe ed una delle giocatrici francesi più forti di sempre. Ed i risultati non tardano a venire, se è vero che l’anno dopo, stagione 1994/1995, Bourges, che nel frattempo si è separata dallo storico marchio Cercle Jean-Macé, conquista il titolo di Francia e si impone pure in campo europeo, facendo sua la Coppa Ronchetti battendo nella doppia finale la Lavezzini Basket Parma, 56-47 e 56-53.

E’ il primo successo europeo francese della storia, e non sarà certo l’ultimo. Perché proprio Bourges, dopo che nella stagione 1995/1996 si è arresa, alla sua prima partecipazione, alla Comense nella semifinale della Final Four di Coppa dei Campioni giocata a Sofia, 62-54, è pronta stavolta a far saltare il banco.

La stagione dell’apoteosi continentale, 1996/1997, a cui si aggiunge lo scontato successo in campionato, è ad onor del vero macchiata dalla tragedia che colpisce mister Kapranov, che perde la figlia per un incidente stradale e non può esser presente all’atto finale della competizione. Alla Final Four di Larissa, in Grecia, il 10 aprile, in panchina siede il secondo dell’allenatore russo, Olivier Hirsch, ma Bourges, che ha dominato il girone eliminatorio vincendo 11 delle 14 partite che, tra le altre, vedeva le francesi opposte a Como e alle tedesche del Wuppertal, dopo essersi presa la rivincita della squadra italiana in semifinale, 68-58 con 20 punti della slovacca Anna Kotocova, vendicando la sconfitta di 12 mesi prima, in finale sbaraglia il campo proprio con Wuppertal, detentrice del  titolo, ipotecando il successo già a fine primo tempo, 38-25, grazie alla solita regia magistrale di Souvré e alla prova di una monumentale Isabelle Fijalkowski, che firma una prestazione da 24 punti e 12 rimbalzi, con 8/14 al tiro da due e 8/8 ai tiri liberi, ben assistita da Catherine Melain, a sua volta autrice di 18 punti.

Forse Bourges non gioco la miglior partita possibile, come certificano le 25 palle perse, ma le sue stelle fanno la differenza, ed infine, con un risultato che non ammette repliche, 71-52 con la sola Marlies Askamp, 14 punti a referto, in grado tra le teutoniche di giocare alla pari con le avversarie, e dominando ogni settore di gioco, dalla percentuale di tiro (25/49 contro 19/62), ai rimbalzi (41 a 22) e agli assist (13 a 6), sale sul tetto d’Europa.

Passa un anno e Bourges, che fa poker in campionato a spese, come nelle due stagioni precedenti, del Valenciennes, è pronta a bissare il successo continentale, giungendo seconda nel raggruppamento che comprende due delle altre tre formazioni presenti alle Final Four del 1996 e del 1997, ovvero Como, che ha strappato proprio alle francesi Isabelle Fijalkowski, e Ruzomberok, con un record di 10 vittorie e 4 sconfitte. E se ai quarti di finale si rinnova la sfida con il Wuppertal, risolto stavolta in tre partite, ecco che la Final Four, disputata davanti al pubblico di casa del Palais des Sports du Prado, gremito all’inverosimile, regala in dote al Bourges una semifinale proprio con il Valenciennes. In effetti, non c’è proprio partita. Trascinata dall’appassionato tifo dei suoi sostenitori, Bourges domina la sfida con un eloquente 69-48 firmato dai 16 punti di Eva Nemcova, nel mentre le spagnole del Getafe negano a Como un’altra finale europea imponendosi, forse a sorpresa, 73-69 grazie a 20 punti di Amaya Valdemoro. Ed è la stessa Nemcova, 21 punti e miglior realizzatrice della squadra francese con 18,7 punti di media a partita, ad ergersi a protagonista della finale, al pari di Odile Santaniello che firma una doppia doppia, 21 punti e 10 rimbalzi, con Anna Kotocova che contribuisce con 15 punti e Yannick Souvré che al solito è impeccabile in regia, smazzando ben 11 assist.

Finisce 76-64 e nel tripudio della sua gente Bourges non solo si conferma la più squadra più forte d’Europa, ma realizza pure una doppietta consecutiva che mai nessuna formazione francese, in qualsiasi altro sport, è riuscita a fare. Impresa da record? Beh, direi proprio di sì.

MARTIN LOPEZ ZUBERO, “L’AMERICANO” CHE PORTA ALLA SPAGNA IL PRIMO ORO OLIMPICO NEL NUOTO

61bwR9WaQ6L._SL1000_
Martin Lopez Zubero con l’Oro di Barcellona ’92 sui m.200 dorso – da:amazon.com

Articolo di Giovanni Manenti

A dispetto del fatto di far parte geograficamente della Penisola iberica, con tanto di sbocchi sia sul Mar Mediterraneo che sull’Oceano Atlantico, la Spagna ha rischiato di non vedere alcun suo rappresentante di entrambi i sessi praticante il Nuoto salire sul gradino più alto di un Podio Olimpico o mondiale durante l’intero XX Secolo, dovendo addirittura attendere i “Giochi dimezzati” di Mosca ’80 per conquistare la prima medaglia in almeno una delle due manifestazioni.

In tale circostanza, a cogliere il bronzo sui m.100 farfalla è David Lopez Zubero, un’impresa che, se statisticamente è incontrovertibile, a livello tecnico è chiaramente inficiata dall’assenza degli specialisti americani, basti pensare che i primi quattro dei Campionati Usa svoltisi in concomitanza della Rassegna olimpica, scendono sotto i 55” netti, nel mentre lo spagnolo nuota in 55”13 per far suo il gradino più basso del podio.

Sotto questo profilo, di ben altro prestigio è il bronzo conquistato da Sergio Lopez sui m.200 rana alle Olimpiadi di Seul ’88 – passate alla Storia come i “Giochi della riappacificazione” dopo due edizioni falcidiate dagli assurdi boicottaggi – con tanto di record nazionale di 2’15”21 e precedendo lo specialista americano Mike Barrowman, ma intanto si sta concludendo anche questo ottavo decennio ed il metallo pregiato in casa iberica resta un miraggio.

Vi è però qualcosa che si sta muovendo oltre Oceano – e cosa possa riguardare la Spagna è domanda più che lecita – se non fosse che il già ricordato David Lopez Zubero è nato negli Stati Uniti, a Syracuse, nello Stato di New York per la precisione, nel febbraio 1959, figlio di padre proveniente da Saragozza, capoluogo dell’Aragona, e trasferitosi negli Usa per studiare medicina e quindi mettervi su famiglia.

Trasferitosi quindi in Florida, a Jacksonville per la precisione, 10 anni dopo, il 23 aprile 1969, vede la luce un secondo figlio, Martin, il quale ha 11 anni allorché vede in Tv il fratello maggiore salire sul podio di Mosca, qualcosa di più di uno stimolo per seguirne le orme e, se possibile, fare anche meglio.

Al pari di David, anche il minore dei Lopez Zubero inizia a praticare nuoto presso “The Bolles School”, un Liceo privato, facendo parte della squadra dei “Bolles Bulldogs” sotto la guida del tecnico Gregg Troy, per poi, una volta diplomatosi nel 1987, iscriversi alla “University of Florida” e poter essere a disposizione del coach Randy Reese quale membro del celebre Team dei “Florida Gators”, fucina di alcuni dei più medagliati nuotatori di ogni epoca.

Con la possibilità di gareggiare sia per la Spagna che per gli Stati Uniti vista la doppia cittadinanza, Martin opta per la più logica delle soluzioni, ovvero sfruttare le strutture ed i tecnici Usa per affinare la propria tecnica ed allenarsi, e partecipare sotto i colori iberici nelle grandi manifestazioni, soprattutto per evitare le “Forche caudine” dei famigerati Trials, non avendo concorrenza alcuna nella patria di origine.

Ecco quindi che la Federazione di Nuoto spagnola si ritrova tra le mani un potenziale pretendente alle medaglie già bello e confezionato, del quale celebrare gli eventuali successi “a costo zero”, anche se la versatilità del ragazzo e le opportunità che ha a disposizione oltre Oceano non gli consentono di avere ancora le idee molto chiare su quale specialità concentrare i propri sforzi.

Eccolo quindi, iscriversi alle Olimpiadi di Seul ’88 sia nelle due prove a dorso che sui 200 e 400 metri misti, verificando peraltro sin da subito come in quest’ultima specialità il gap rispetto ai vertici – che all’epoca vedono l’ungherese Tamas Darnyi come dominatore assoluto – sia tale da sconsigliare di disperdere energie al riguardo.

Più incoraggiante la situazione a dorso, nonostante sui m.100 Martin ottenga il 23esimo tempo in batteria, rispetto all’undicesimo nuotato in 2’03”33 sulla doppia distanza, pur se oltre 1” superiore a quanto sarebbe stato necessario per entrare in Finale, ma non dimentichiamoci che il 19enne spagnolo è al primo anno al College ed i miglioramenti non tardano ad arrivare.

Ed il primo acuto giunge l’anno seguente, in occasione dei Campionati Europei di Bonn 1989, dove – assenti americani, australiani e giapponesi – Martin festeggia nel modo migliore i suoi 20 anni lasciandosi alle spalle il “Gotha del dorso continentale” nella Finale dei m.100 dorso, con un finale mozzafiato che lo vede precedere, per l’inezia di un solo 0”01 centesimo (56”44 a 56”45) il sovietico Sergej Zabolotnov (quarto l’anno precedente a Seul …) e mettendo in riga altri specialisti del calibro dei tedeschi Dirk Richter e Frank Hoffmeister (settimo nella Finale olimpica …) e, soprattutto, l’altro sovietico Igor Polianski, ex primatista mondiale e bronzo in Corea.

Spagnolo che disputa anche la Finale sulla doppia di distanza che lo vede concludere non meglio che quinto in 2’02”31 nella gara che laurea Campione europeo il nostro Stefano Battistelli per soli 0”06 centesimi (1’59”96 a 2’00”02) rispetto al sovietico Vladimir Selkov contro cui, negli anni a venire, Lopez Zubero ingaggerà delle sfide memorabili …

Con i Campionati Mondiali all’epoca in programma ogni quattro anni – gli stessi assumeranno cadenza biennale solo a partire dall’inizio del nuovo secolo – la Rassegna del 1990 viene posticipata ad inizio gennaio ’91 in quanto organizzati dalla città di Perth, posta nell’emisfero australe, circostanza che consente a Martin di sfruttare l’intero anno per allenarsi e, nel frattempo, imporsi sia sulle 200yds a dorso ai Campionati NCAA che su entrambe le distanze dei 100 e 200 metri nella seconda edizione dei “Goodwill Games” svoltisi a fine luglio a Seattle.

Ed i risultati di tale preparazione non tardano a materializzarsi allorché Martin Lopez Zubero si presenta da outsider alla Rassegna iridata australiana, non potendo ancora sapere che il 1991 sarà a tutti gli effetti il suo “Anno di Grazia” che lo proietta ai vertici del Nuoto mondiale.

Definitivamente abbandonati i m.400misti, lo spagnolo si iscrive, oltre che sulle due distanze a dorso, anche sui m.100 farfalla ed i m.200 misti, dimostrando sensibili miglioramenti in ambedue le specialità, pur non ancora sufficienti per aspirare all’accesso in Finale …

Nella specialità dei misti, difatti, Lopez Zubero fa segnare il decimo tempo in batteria con 2’04”02 – ricordiamo che, all’epoca, non erano previste le semifinali e, pertanto, vi era la qualificazione automatica per la Finale per i soli migliori otto nuotatori – anche se tale gara è l’ultima che disputa, tutto il contrario dei m.100 farfalla con cui fa il suo esordio nella Manifestazione iridata …

Ed al mattino dell’8 gennaio ’91 la delusione è ben maggiore, visto che fallisce l’accesso alla Finale per soli 0”03 centesimi, fermando i cronometri sul 54”68 rispetto al 54”65 del francese Bruno Gutzeit, per poi rinunciare a prendere parte alla Finale B per risparmiare energie in vista dei ben più importanti appuntamenti a dorso, che vedono in programma all’indomani la prova sui 200 metri …

Come se essersi cimentato a farfalla sia stato un proficuo allenamento, Lopez Zubero chiarisce sin dalle batterie del mattino le sue ambizioni, realizzando il miglior tempo di 2’00”73 e facendo capire alla “crema” del dorso mondiale, dai sovietici Selkov e Shemetov, al tedesco Richter ed al nostro Battistelli, nonché all’americano Jeff Rouse che per l’Oro dovranno fare i conti anche con lui …

A parte quest’ultimo, molto più a suo agio sulla più corta distanza, gli altri se ne rendono pienamente conto al pomeriggio, primo fra tutti il ricordato Campione europeo azzurro Battistelli, il quale si vede negare la gioia iridata pur avendo nuotato sugli stessi tempi di Bonn (1’59”98 il responso cronometrico …), visto che Lopez Zubero consegna alla Spagna la prima medaglia d’Oro iridata della sua Storia a livello natatorio, imponendosi d’autorità in 1’59”52, con l’ultimo gradino del podio appannaggio di Selkov in 2’00”13.

Assolutamente non appagato, il non ancora 22enne Martin è fermamente deciso a dar battaglia anche sui 100 metri, le cui batterie e relativa Finale si disputano il 12 gennaio, ottenendo il terzo tempo in qualificazione con 56”22 alle spalle di Rouse e del canadese Mark Tewksbury, che fanno registrare 55”34 e 55”86 rispettivamente …

Quasi un secondo di differenza rispetto all’americano rappresenta un divario difficile da colmare nell’arco della stessa giornata, e la Finale del pomeriggio conferma i valori espressi al mattino, con il citato trio a staccarsi dal resto dei finalisti per andare ad occupare i tre posti sul podio, il cui gradino più basso spetta allo spagnolo, pur miglioratosi sino a 55”61, mentre la sfida spalla a spalla nelle corsie centrali tra Tewksbury e Rouse si risolve a favore di quest’ultimo per soli (55”23 a 55”29) 0”06 centesimi.

L’eco dell’impresa di Lopez Zubero ne fa una sorte di “eroe nazionale” nella penisola iberica, soprattutto in vista delle Olimpiadi dell’anno seguente la cui organizzazione è stata affidata a Barcellona, ma lo spagnolo non ha ancora finito di stupire, avendo in serbo ancora importanti sorprese nel corso della stagione …

Dapprima fa suoi i titoli NCAA sulle distanze delle 200yds a dorso e miste, e quindi si presenta ai Campionati Europei di fine agosto ’91 ad Atene forte del fatto di aver migliorato, il 13 agosto a Fort Lauderdale, il primato mondiale sui m.200 dorso che apparteneva da oltre 6 anni a Polianski, divenendo, con il tempo di 1’57”30, il primo nuotatore ad infrangere la barriera dell’1’58” netti …

Con tale “biglietto da visita”, Lopez Zubero si presenta da logico favorito nella Capitale ateniese, facendo fede alle previsioni della vigilia, ad iniziare dalla prova sui m.100 farfalla, che lo vede cogliere l’argento in 54”30, preceduto in 54”22 dal solo russo Vladislav Kulikov, per poi lanciare in prima frazione il quartetto della 4x100mista spagnola che conclude peraltro quinta anche per le squalifiche di Germania, Italia e Finlandia per cambio irregolare …

Ovvio che Lopez Zubero non può “cantare e portare la croce” in staffetta, ma per il proprio Paese è sufficiente che dimostri la sua superiorità a dorso, pienamente ribadita con l’affermazione sulla più lunga distanza, dove si impone con largo margine, in quanto unico a scendere (1’58”66) sotto i 2’ netti, lasciando Richter e Selkov a dividersi la piazza d’onore, in quanto accreditati del medesimo tempo di 2’00”18.

Uno stato di grazia che lo spagnolo ribadisce in termini se vogliamo ancor più perentori sui 100 metri dove, in assenza degli specialisti Nord americani, completa la sua doppietta continentale nel suo “Personal Best” all’epoca di 55”30, lasciando Richter ad oltre 0”70 centesimi (56”04), mentre Selkov resta ai margini del podio, superato anche dal francese Franck Schott.

Lopez Zubero completa la sua “Stagione da sogno” migliorando se stesso il 23 novembre a Tuscaloosa, in cui nuota le quattro vasche a dorso in 1’56”57, così da divenire il primo nuotatore ad infrangere anche il muro dell’1’57” netti, per un primato che resisterà quasi 8 anni, sino a fine agosto 1999.

Vi lascio soltanto immaginare quale sia l’attesa nel Capoluogo catalano in vista dei Giochi in programma dal 25 luglio al 9 agosto 1992 e nelle acque delle “Piscines Bernat Picornell” tutti gli occhi sono rivolti su di lui, l’unico in grado di far cadere il tabù di quel “malinconico zero” nella casella degli Ori per quanto riguarda il Nuoto per la Nazione iberica …

Sotto questo profilo, è quanto mai provvidenziale per il 23enne Martin svolgere la relativa preparazione a migliaia di chilometri di distanza, così da allentare la pressione, alla quale peraltro non può sfuggire al momento del raduno collegiale con gli altri componenti il Team spagnolo …

Come nella Rassegna iridata, il protocollo prevede come primo dei suoi tre impegni individuali la gara sui m.100 farfalla, utile soprattutto per “testare” lo stato di forma e le risposte non possono che essere rassicuranti, visto che al mattino del 27 luglio 1992 si qualifica per la Finale pomeridiana facendo registrare con 54”04, non solo il sesto miglior tempo di qualifica, ma anche il Record nazionale.

Limite peggiorato al pomeriggio con un 54”19 che gli vale il settimo posto, ad un solo 0”01 centesimo dalla sesta posizione, ma poco importa non potendo chiaramente vantare ambizioni di medaglia, mentre l’aver gareggiato è servito a distrarsi in vista dell’appuntamento clou costituito dai m.200 dorso in programma all’indomani ….

Nella tripla veste di Campione iridato ed europeo, nonché di primatista mondiale, è sin troppo scontato che tutto un Paese riponga in Lopez Zubero le proprie speranze di vittoria, confortate dalle batterie del mattino in cui fa registrare il miglior tempo di 1’59”22, pur se 7 degli 8 finalisti scendono sotto i 2’ netti, con la sorpresa dell’esclusione dalla Finale del più volte citato tedesco Richter, che ottiene appena il decimo tempo …

Sono le ore 18:00 del 28 luglio 1992 allorché tutto un popolo trattiene il fiato mentre Lopez Zubero scende in acqua per attaccarsi ai blocchi di partenza in quarta corsia, con il tedesco Tino Weeber alla sua destra ed il nostro Battistelli a sinistra, mentre Selkov prende il via in seconda corsia …

Ed è proprio il 21enne russo a giocare la “carta sorpresa”, nuotando i primi 50 metri in 28”06, ben 0”23 centesimi al di sotto del passaggio mondiale dello spagnolo, un vantaggio che mantiene alla virata di metà gara, dove transita in 58”12 (0”04 centesimi sopra al primato assoluto …), trascinando dietro di sé il giapponese Hajime Itoi, nel mentre Lopez Zubero sembra faticare a tenerne il ritmo …

Uscito bene dalla subacquea, lo spagnolo recupera su Selkov, ma alla virata dei 150 metri a mantenere la testa della gara è il sorprendente dorsista nipponico, prima di pagare lo sforzo nell’ultima vasca dove è risucchiato da Lopez Zubero e Selkov che, secondo pronostico, vanno a lottare per la medaglia d’oro sino all’ultima bracciata per una sfida che, con tutto il pubblico in piedi, premia alla fine lo spagnolo (1’58”47 ad 1’58”87) con tanto di record olimpico, mentre il podio è completato da Battistelli che, con un’imperiosa rimonta negli ultimi 25 metri, soffia il bronzo al temerario Itoi.

Missione compiuta, Lopez Zubero è riuscito in 18 mesi a completare il “tris europeo, olimpico e mondiale” che ogni atleta sogna in vita sua, con in più la gioia di aver raggiunto la “Gloria di Olimpia” proprio davanti ai suoi tifosi, ai quali spera di regalare una seconda soddisfazione sulla più breve distanza …

Sfida, questa, che va in scena due giorni dopo, il 30 luglio e per la quale lo spagnolo non parte, al contrario di quanto avvenuto sui 200 metri, con i favori del pronostico, che privilegiano i già citati “duellanti” Rouse e Tewksbury per una rivincita della sfida iridata, unitamente al recuperato altro americano David Berkoff, il quale vuole riscattare la beffa di Seul ’88, pur avendo perso il record mondiale, strappatogli da Rouse a fine agosto ’91 con 53”93 …

Che i due americani si siano presentati in ottime condizioni a Barcellona lo dimostra l’esito dei Trials, vinti dal primatista mondiale in 54”07 rispetto ai 54”65 di Berkoff, tempi difficilmente avvicinabili da Lopez Zubero che, difatti, fa registrare il quarto tempo in batteria con 55”37 precedendo Selkov, mentre Rouse parte in quarta corsia nella Finale pomeridiana con il canadese ed il connazionale ai lati …

Quanto la pressione dell’esser favorito possa incidere sull’esito di una gara lo testimonia proprio Rouse che, pur nuotando in un più che eccellente 54”04, si vede beffare da Tewksbury che con 53”98 gli soffia la medaglia d’Oro e ne sfiora il limite mondiale, che poi, ironia della sorte, Rouse ritocca a 53”86 nella prima frazione della staffetta 4x100mista.

E lo spagnolo, che fine ha fatto …? Una buona fine, viene da dire, visto che, pur non potendo andare oltre il quarto posto alle spalle di Berkoff, ferma i cronometri sul tempo di 54”96 che resta il suo “Personal Best” in carriera, a completamento del “Biennio d’Oro” della propria attività in piscina.

Ed anche se i ricordati, rispettivi tempi di 54”96 ed 1’56”57 non saranno più ritoccati da Martin Lopez Zubero, ad incrementarsi nel successivo quinquennio è la sua collezione di medaglie, tale da inserirlo di diritto quantomeno nella “Top Ten” di ogni epoca della specialità …

Con il passare degli anni, lo spagnolo intensifica la preparazione sulla più breve distanza – e, del resto, sui 200 metri aveva oramai vinto tutto – onde poter concentrare le maggiori energie in una gara più corta, ed i primi risultati si registrano ai Campionati Europei di Sheffield ’93, dove l’eterna sfida con Selkov si conclude in parità, nel senso che il russo riesce finalmente ad avere la meglio (1’58”09 ad 1’58”51) nella Finale dei 200 metri, per poi vedersi ricambiato con pari moneta (55”03 a 55”58) sui m.100, gara in cui Lopez Zubero mette in fila il terzo titolo consecutivo dopo Bonn ’89 ed Atene ’91.

La “resa dei conti” è fissata per inizio settembre ’94 in occasione della settima edizione dei Campionati Mondiali in programma a Roma, con lo spagnolo ad aver detto definitivamente detto addio allo stile a farfalla per dedicarsi esclusivamente al dorso, dove ha un titolo iridato da difendere …

Come di consueto, ad andare per primi in scena sono i 200 metri, con batterie al mattino e Finale al pomeriggio del 7 settembre ’94 e già in qualifica il russo si fa preferire essendo l’unico a nuotare sotto i 2’ (1’59”58), mentre Lopez Zubero fa registrare il terzo tempo …

Uno spagnolo che è pur sempre in grado di dire la sua, visto che al pomeriggio completa la propria fatica in un comunque valido 1’58”75, peraltro buono solo a tenere a bada l’americano Royce Sharp nella lotta per l’argento, poiché Selkov realizza con 1’57”42 sia il Record dei campionati che il suo “Personal Best” in carriera, così da cogliere il più prestigioso risultato della propria attività natatoria.

Ma, come accaduto agli Europei di Sheffield dell’anno prima, ecco Lopez Zubero “cambiare le carte” e far divenire la sua gara preferita quella dove sinora ha raccolto meno, ovvero i 100 metri in cui, ritiratosi Tewksbury, il favorito d’obbligo non può che essere uno solo, ovvero il primatista mondiale Rouse, il quale mantiene fede a tale ruolo facendo segnare il miglior tempo di 55”35 nelle batterie del mattino del 10 settembre …

Occhio, però, perché lo spagnolo non è distante, con il suo 55”62, ed ad accorgersene è proprio l’americano che al pomeriggio fornisce quella che, per lui, può considerarsi a pieno titolo una “controprestazione”, visto che il 55”51 con cui completa le due vasche gli vale a stento l’argento iridato, mentre Lopez Zubero coglie il suo secondo titolo mondiale andando a vincere con un eccellente 55”17, e Selkov conclude non meglio che quarto in 55”72, vedendosi sfumare il podio per soli 0”03 centesimi da parte dell’ungherese Tamas Deutsch.

Sicuramente appagato dagli incredibili risultati sinora ottenuti, Lopez Zubero si concede un anno sabbatico – che consente a Selkov di fare doppietta sui 100 e 200 metri dorso ai Campionati Europei di Vienna ’95, praticamente senza avversari – per recuperare parte del tempo perso negli studi universitari, avendo come ultimo obiettivo i Giochi di Atlanta ’96, visto che si svolgono nel suo Paese di nascita …

Aver superato la soglia dei 27 anni è già un limite abbastanza significativo per un nuotatore – ancorché Rouse abbia solo una primavera in meno – ma, con il programma olimpico ad aver invertito lo svolgimento delle gare, per il tuttora primatista mondiale questa è l’ultima occasione che gli si presenta per cogliere la Gloria olimpica in una gara individuale …

E, stavolta, a differenza di quattro anni prima a Barcellona, non se la fa sfuggire, nuotando la distanza in un convincente 54”10 ampiamente sufficiente a tenere a bada (54”98 e 55”02 rispettivamente …) la coppia cubana formata da Rodolfo Falcon e Neisser Bent, con quest’ultimo a negare a Lopez Zubero per soli 0”20 centesimi il secondo podio olimpico della sua carriera.

Americani che fanno doppietta sulla doppia distanza, con l’Oro che non sfugge a Brad Bridgwater (1’58”54 ad 1’58”99) sul connazionale Tripp Schwenk, con l’onore del Vecchio Continente ad essere stavolta salvato dal bronzo del nostro Emanuele Merisi, mentre Lopez Zubero conclude non meglio che sesto addirittura sopra i 2’ (2’00”74), cosa che nelle Finali delle grandi Manifestazioni non gli accadeva da 7 anni …

Per lo spagnolo sarebbe giunto il momento di dire addio, ma il fatto che l’edizione 1997 della Rassegna Continentale si svolga a Siviglia lo porta a continuare per un’ultima stagione per salutare il proprio pubblico, facendolo altresì nel modo migliore, ovvero completando un Palmarès di quattro titoli europei sui m.100 dorso, dove si afferma in 55”71 con Selkov solo terzo, dopo che quest’ultimo si era, a propria volta, aggiudicato il suo terzo titolo consecutivo sulla doppia distanza.

Esce così di scena il miglior nuotatore spagnolo di ogni epoca, tuttora l’unico ad aver conquistato una medaglia d’oro olimpica al pari di titoli iridati in campo maschile – nel settore femminile la penisola iberica ha dovuto attendere la recente esplosione della talentuosa e polivalente Mirela Belmonte Garcia per vedere affermarsi una propria rappresentante – che, se deve alla possibilità di allenarsi negli Usa parte dei propri successi, non va altresì dimenticato che il fatto di avere scelto di rappresentare la Spagna gli ha peraltro impedito di incrementare la propria collezione di medaglie avendo riferimento alle possibili vittorie con le staffette 4x100miste degli Stati Uniti …

Ovviamente, Trials permettendo, Martin, of course …

 

MARIO LEMIEUX, LA STELLA DELLA NHL PIU’ FORTE DI OGNI AVVERSITA’

cut
Mario Lemieux con la maglia dei Pittsburgh Penguins – da:nhl.com

Articolo di Giovanni Manenti

La rivalità, è risaputo, rappresenta il sale dello Sport, particolarmente nelle discipline individuali, mentre in quelle di squadra più che di rivalità in senso stretto è più corretto forse parlare di paragoni, e quello che vi stiamo per raccontare è uno di quelli che ha maggiormente caratterizzato la NHL (“National Hockey League”), ovvero la Lega Professionistica Usa di Hockey su Ghiaccio …

Ed ha altresì per protagonisti due giocatori entrambi canadesi, che hanno incrociato i bastoni per 13 stagioni, dal 1984 al 1997 e che sono universalmente riconosciuti come due (se “non i due” …) maggiori interpreti di tale Sport di ogni epoca.

Del primo, Wayne Gretzky, di quasi 5 anni maggiore di età, ne abbiamo già parlato, e le statistiche, aride quanto si voglia, ma che alla fine sono quelle che contano, sono dalla sua parte, ma se nessuno può togliergli questo primato, ve ne è un altro, non quantificabile, che spetta di diritto al protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire di essere stato il più amato dal pubblico durante una carriera degna di un film.

Costui, per chi ha dimestichezza con il disco su ghiaccio lo avrà già capito, altri non è che Mario Lemieux, nato il 5 ottobre 1965 a Montréal, la più popolosa Metropoli del Québec, Provincia del Canada, ultimogenito figlio di Jean-Guy, impiegato nel settore edile, il quale gli trasmette la passione per l’Hockey, Sport Nazionale nel Paese della foglia d’acero, che inizia a praticare già dall’età di 3 anni, seguendo le orme dei fratelli maggiori Alain e Richard.

Cresce in fretta Mario, anche troppo per gli standard dell’epoca, arrivando a completa maturazione fisica a misurare m.1,94 per 107 chili – Gretzky, per fare un paragone, era alto 183cm. per 84kg. – ma ciò non sminuisce assolutamente la sua agilità e destrezza una volta sceso sul ghiaccio, mettendo in luce qualità non comuni già in età adolescenziale, come testimonia il celebre Coach Scotty Bowman che, avendolo visto giocare a 13 anni, si lascia scappare la profezia de “il migliore che io abbia mai visto giocare a quell’età …” …

lemieux-lafleur-1040x572
Lemieux applaude il suo idolo Guy Lafleur al ritiro – da:sportsnet.ca

E Bowman ci aveva visto giusto, le prestazioni del giovane Lemieux con i Laval Voisins nella “Québec Major Junior Hockey League” lo portano a stabilire ogni tipo di record, compreso quello di Guy Lafleur, il suo idolo da ragazzino e capace di vincere ben cinque edizioni (1973 e dal 1976 al ’79) della “Stanley Cup” con i “Montréal Canadiens”, la formazione della sua città, vale a dire realizzare più di 130 reti in una singola stagione …

Orbene, prima dell’ultima gara di “regular season”, al non ancora 19enne Lemieux mancano tre centri per pareggiare tale primato, e ne segna 6 per concludere a quota 133 e divenire, come logico che sia, la prima scelta in vista del Draft per entrare a far parte del Mondo nella NHL, che si svolge proprio a casa sua, al “Montreal Forum”, il 9 giugno 1984 …

c3249c103959c35c9479357e4e5744a2
Un giovane Lemieux coi Laval Voisins – da:pinterest.it

Nonostante il giocatore avesse pubblicamente dichiarato di non avere alcuna preferenza al riguardo, il fatto che il “diritto di prima scelta” toccasse ai “Pittsburgh Penguins” fece sì che trattative al riguardo si svolgessero ancor prima della citata data, senza peraltro riuscire a trovare un accordo, circostanza che, al momento in cui Pittsburgh fece valere il suo diritto in tale sede, Lemieux si rifiuta di stringere la mano al General Manager Eddie Johnston e di posare per le foto di rito con la maglia dei “pinguini” …

Peraltro, Pittsburgh stava attraversando una grave crisi finanziaria e di spettatori, con il Palazzetto del ghiaccio che ha stento si riempiva per la metà della capienza, ed i tifosi riponevano grandi speranze sulla nuova stella della NHL, basti pensare che il Draft viene seguito da oltre tremila spettatori piazzati davanti al maxischermo posto nella “Civic Arena”, impianto dove i Penguins disputano le gare interne.

Come talora accade anche nelle storie sentimentali, dagli iniziali screzi – poi sanati con la sottoscrizione di un contratto da 600mila dollari a stagione per il primo biennio, più un bonus di 150mila dollari alla relativa firma – nasce un matrimonio che risulta inscindibile tra Lemieux e la città di Pittsburgh, come avremo modo di descrivere.

Dal punto di vista agonistico, l’impatto non può essere migliore, dato che al debutto contro i Boston Bruins, l’11 ottobre 1984, Lemieux va a segno sin dalla prima azione della sua carriera da professionista, in una stagione che lo vede totalizzare 100 punti (43 goal e 57 assist), così da aggiudicarsi il “Calder Memorial Trophy”, premio riservato alla miglior matricola (“Rookie” secondo l’accezione americana …), nonché essere nominato MVP del classico “All Star Game”, un evento raro per un esordiente.

Ovviamente, “una rondine non fa primavera”, ed il miglioramento di Pittsburgh è relativamente modesto, passando da un record di 16 vittorie, 6 pareggi e 58 sconfitte del 1984 a 24, 5 e 51 della stagione seguente, nel mentre Gretzky, coi suoi “Edmonton Oilers”, si aggiudica la seconda Stanley Cup consecutiva.

Per altre tre stagioni i “Penguins” vedono i Playoff per il titolo come una chimera, nonostante che, a livello personale, i progressi della loro stella siano tangibili – secondo nella Classifica Marcatori nel 1986 con 141 punti, alle spalle del solo Gretzky che, con 215, stabilisce un record tuttora imbattuto nella NHL, terzo l’anno seguente con 107 (ma penalizzato dall’aver disputato solo 63 incontri …) per poi far sua la corona di “Leading Scorer” nel 1988 con 168 punti, frutto di 70 reti e ben 98 assist – visto che il numero di vittorie non supera la cifra di 34, 30 e 36 rispettivamente, con la quota più bassa, non a caso coincidente con la stagione in cui Lemieux salta 17 gare per problemi, purtroppo ricorrenti, alla schiena.

A contribuire a questa crescita contribuiscono le prestazioni di un non ancora 22enne Lemieux nell’edizione 1987 della “Canada Cup” – una sorta di “Mondiale ristretto” a cui partecipano le 6 migliori Nazioni del pianeta, ovvero Canada, Urss, Usa, Finlandia, Svezia e Cecoslovacchia – che i padroni di casa si aggiudicano superando in Finale l’Unione Sovietica grazie alla “straordinaria coppia” formata da Gretzky (21 punti, 3 reti e 18 assist per lui) e da Lemieux che risponde con 11 reti e 7 assist per un totale di 18 punti …

Gretzky-Lemieux-Murphy-Canada-Cup-1987-featured
I giocatori canadesi festeggiano contro l’Urss nella Canada Cup ’87 – da:thehockeynews.com

La “stagione della svolta” per Pittsburgh, nonché della definitiva consacrazione per il non ancora 24enne canadese, giunge nel 1988-’89, allorché i “Penguins” tornano a disputare i Playoff a 10 anni di distanza dall’eliminazione (4-0) da parte dei “Boston Bruins” nel 1979, ma soprattutto Lemieux si conferma miglior realizzatore andando ad un passo dalla fatidica “quota 200”, fermandosi a 199, grazie ad 85 reti ed a 114 assist (tutti “Personal Best” in Carriera …), tanti quanti serviti da Gretzky che, oltretutto, deve abdicare dopo 4 Stanley Cup vinte negli ultimi 5 anni, pur restando il Trofeo in Canada, vinto dai “Calgary Flames” per 4-2 sui “Montreal Canadiens”.

Il record di 40 vittorie e 33 sconfitte di Pittsburgh consente loro di superare il primo turno dei Playoff per poi arrendersi al termine di un’emozionante sfida contro i “rivali storici” dei “Philadelphia Flyers” – sconfitti 3-4 nella serie perdendo gara-7 in casa 1-4) – ma soprattutto la stagione passa alla Storia per l’impresa compiuta da Lemieux a cavallo del Capodanno ’89 …

E’ la sera del 31 dicembre 1988, difatti, allorché i “Pittsburgh Penguins” affrontano i “New Jersey Devils” e Lemieux, oltre a totalizzare 8 punti, realizza 5 reti in ognuna delle altrettante possibilità che il regolamento offre, ovvero in superiorità, parità ed inferiorità numerica, su rigore ed a porta vuota, un evento tuttora unico nella Storia dell’Hockey Professionistico Usa …

Oramai definitivamente affermatosi, a Lemieux manca solo la conquista dell’ambita Stanley Cup – visto che, tra l’altro, l’amico/rivale Wayne si è reso colpevole di “alto tradimento” trasferendosi da Edmonton ai “Los Angeles Kings” nell’estate 1988 – un’impresa che assumerebbe ancor maggior prestigio ottenuta con una formazione non di primissimo livello quale Pittsburgh, e l’asso di Montreal inizia come meglio non potrebbe la stagione seguente, se non fosse costretto a fermarsi a causa dei lancinanti dolori alla schiena che ne rendevano difficoltosi i movimenti sul campo, nonostante abbia fatto di tutto per resistere, suscitando il rispetto da parte di Craig Patrick, General Manager dei “Penguins”, il quale anni dopo avrà a dichiarare: “vedere il modo con cui cercava di sopportare la sofferenza mi ha fatto capire un sacco di cose su Mario …!!” …

Per ovviare alla situazione, nell’estate ’90 Lemieux si sottopone ad un intervento chirurgico che non fa che peggiorare la situazione in quanto l’operazione genera un’infezione per la quale i medici disperano addirittura che possa tornare a camminare, figurarsi a giocare, non avendo fatto i conti con la forza di volontà del giocatore che, dopo tre mesi di accurata riabilitazione, torna sul ghiaccio a gennaio 1991.

La situazione della squadra non è disperata in quanto, per sopperire alla sua assenza, la Dirigenza aveva operato sul mercato acquistando giocatori del calibro di Joe Mullen, Larry Murphy, e Ron Francis, ma è certo che sono i 45 punti nelle sole 26 gare disputate da Lemieux a condurre Pittsburgh al record di 41 vittorie e 33 sconfitte per poter affrontare i Playoff con il proprio asso ristabilito ed, oltretutto, riposato rispetto al resto del panorama …

Playoff che, peraltro, iniziano con lo spavento da parte dei “Penguins”, due volte sconfitti nel primo turno alla “Civic Arena” dai “New Jersey Devils”, che si portano in vantaggio 3-2 nella serie per poi essere sconfitti 3-4 in gara-6 alla “Brendan Byrne Arena” e quindi cedere 0-4 nella decisiva gara-7 in Pennsylvania …

Superata la paura, Pittsburgh ha la meglio 4-1 su Washington e quindi supera 4-2 i “Boston Bruins” nella Finale di Conference con Lemieux protagonista assoluto con 15 punti (6 goal e 9 assist) per accedere a quella che è la prima Finale nella Storia dei “Penguins”, avversari i “Minnesota North Stars”, alla loro seconda apparizione all’atto conclusivo, dopo la sconfitta patita 1-4 contro i “New York Islanders” esattamente 10 anni prima, nel 1981 …

Un Trofeo che, pertanto, deve essere alzato da un Club finora a digiuno di affermazioni, ma per sfortuna dei “North Stars”, essi non hanno tra le loro file un Lemieux che non vuole certo farsi sfuggire “l’occasione della vita”, specie dopo quello che aveva dovuto subire pochi mesi addietro, e, dopo aver steccato gara-1 perdendo il vantaggio del fattore campo a causa della sconfitta per 4-5, contribuisce al successo per 4-1 di gara-2 con una “rete capolavoro” da molti giudicata come il gioiello della sua carriera, allorché, con il disco incollato al bastone, opera una finta a destra per poi sterzare rapidamente sulla sua sinistra, aggirare il portiere avversario ed infilare il disco nella porta sguarnita mentre sta cadendo …

maxresdefault
Lemieux segna il “goal capolavoro” contro Minnesota – da:youtube.com

Nonostante Minnesota faccia valere il fattore campo con il successo in gara-3 al “Metropolitan Sports Center”, esso rappresenta l’ultimo acuto della serie, che Pittsburgh si aggiudica facendo sue le successive tre partite per 5-3, 6-4 ed un imbarazzante 8-0 di gara-6, con Lemieux a concludere i Playoff con 44 punti (16 goal e 28 assist) nei 23 incontri disputati, con valido supporto anche da parte del compagno Kevin Stevens con 33 punti (17 e 16, rispettivamente…) …

gettyimages-667933038-1024x1024
Pittsburgh festeggia la conquista della Stanley Cup ’91 – da:gettyimages.ca

Versate comprensibili lacrime di gioia negli spogliatoi, Lemieux deve tornare a fare i conti con la sua schiena malmessa nella successiva stagione, che gli fa perdere 16 gare, pur bastando le 64 volte che scende in campo a fargli totalizzare 131 punti per tornare ad essere il “Leading Scorer” della “Regular Sesaon, precedendo il ricordato Stevens e Gretzky, fermi rispettivamente a quota 123 e 121, circostanza che però incide sull’esito del Torneo, che Pittsburgh conclude con 39 vittorie ed un conseguente cammino in salita nei Playoff …

Le possibilità di una conferma del titolo sembrano svanire già al primo turno allorché, opposti ai “Washington Capitals”, i “Penguins” si ritrovano sotto 1-3 nella serie con due delle ultime tre gare in programma da disputarsi al “Capital Center” della Capitale americana, per poi toccare a Lemieux suonare la riscossa che porta Pittsburgh ad affermarsi 5-2, 6-4 e 3-1 per rovesciare l’esito della sfida con il loro leader a totalizzare 17 punti (7 goal e 10 assist) nelle 6 gare disputate, avendo saltato gara-1.

Che Pittsburgh abbia peraltro acquisito una mentalità vincente e consapevolezza dei propri mezzi lo dimostra l’esito del secondo turno, visto che, privo della sua stella a causa di una frattura ad una mano procuratagli da Adam Graves dei “New York Rangers, riesce ugualmente a chiudere la serie sul 4-2 per poi affrontare nuovamente i “Boston Bruins” nella Finale di Conference, letteralmente “spazzati via” con un 4-0 che non ammette repliche, con la sola gara-1 (l’ultima prima del rientro di Lemieux) decisa 4-3 al supplementare …

Nuovamente in Finale a distanza di 12 mesi, i “Penguins” trovano sulla loro strada i “Chicago Blackhawks” che, a dispetto del 4-0 con cui si conclude la serie, oppongono una valida resistenza, visto che ben tre delle quattro gare terminano con una sola rete di distacco e Lemieux viene nominato MVP dei Playoff, che conclude con uno “score” personale di 34 punti (16 goal e 18 assist) nelle sole 15 gare disputate.

gettyimages-167889999-1024x1024
Lemieux in azione in gara-4 della Finale ’92 contro Chicago – da:gettyimages.it

Le prestazioni dell’oramai 27enne stella del Québec nelle due post-season che hanno portato Pittsburgh a conquistare le sue prime Stanley Cup fanno sì che il famoso commentatore Dick Irvin, con alle spalle una carriera iniziata oltre 50 anni prima,  dichiari che “Nelle Finali del 1991 e ’92, Mario Lemieux è riuscito ad elevare il proprio livello di gioco a dei limiti che non ho mai visto raggiungere da nessun altro giocatore …”.

Con Gretzky ad aver superato la trentina, è indubbio che il nuovo idolo della NHL non può che essere lui, l’uomo di Montreal, al quale manca solo ora il superare il record di punti del connazionale, impresa che sembra in grado di poter compiere nel corso della successiva stagione, allorché al compimento di metà delle gare in calendario, ha già totalizzato 39 reti e 104 punti in 40 delle 80 partite previste

Potete pertanto immaginare quale possa essere stato lo choc nel mondo della NHL quando, il 12 gennaio 1993 Lemieux convoca una conferenza stampa per comunicare essergli stato diagnosticato il “Linfoma di Hodgkin, malattia potenzialmente letale che, oltre al proseguimento della carriera, ne metteva a repentaglio la stessa vita …

Ma un colosso come Mario non è certo il tipo di arrendersi così facilmente e, dopo un’assenza di due mesi durante la quale si sottopone a lunghe sedute di radioterapia, si presenta il 2 marzo 1993 proprio allo “Spectrum” di Philadelphia, ovvero il campo dei “Flyers”, i più accesi rivali dei “Penguins”, vista la vicinanza delle rispettive città …

0002632_mario-lemieux-of-the-penguins
Sports Illustrated celebra il ritorno di Lemieux

Orbene, al suo ingresso in campo, il pubblico gli riserva una “standing ovation” di oltre due minuti, che Lemieux ricambia sul ghiaccio con un goal ed un assist anche se ciò non evita la sconfitta per 4-5, ma la successiva striscia di 17 vittorie consecutive porta Pittsburgh ad un record di 56 vittorie ed al primo posto nella griglia Playoff, mentre a livello personale Lemieux si conferma miglior marcatore con 160 punti nelle 60 gare disputate, il che starebbe a significare una “proiezione” di 213 qualora avesse giocato tutte ed 80 le partite in Calendario, con il record di Gretzky a portata di mano …

Di sicuro, comunque, le sedute a cui si era sottoposto per sconfiggere il male, non fanno sì che Lemieux possa affrontare i Playoff al massimo della condizione, ciò nondimeno Pittsburgh abdica con onore, sconfitto nella Semifinale di Conference 4-3 nella serie dai “New York Islanders”, con gara-7 decisa 4-3 al supplementare …

Quanto sopra riferito trova conferma nei mesi successivi stagioni, visto che sia il riacutizzarsi dei dolori alla schiena, che portano Lemieux ad una seconda operazione nell’estate ’93 limitandone le presenze a sole 22 apparizioni nella stagione regolare, e quindi gli effetti della radioterapia determinano l’insorgere di anemia e conseguente affaticamento che lo inducono a saltare l’intera stagione 1994-’95, scelta quanto mai oculata, visto che si ripresenta pienamente ristabilito per affrontare le sue due ultime stagioni …

Il ritorno nel 1996 consente a Lemieux di aggiudicarsi i titoli di MVP e di “Top Scorer” della “regular season”, toccando ancora 161 punti (69 goal e 92 assist), anche se Pittsburgh perde 3-4 dai “Florida Panthers” la Finale della “Eastern Conference”, per poi superare ancora “quota 100 punti” per il suo ultimo titolo di Miglior Marcatore della NHL nel 1997, totalizzandone 122, frutto di 50 reti e 72 assist, stagione in cui centra anche la rete n.600 in carriera …

Prima dei Playoff ’97, Lemieux annuncia il proprio ritiro, oramai stanco dei lunghi anni trascorsi a combattere con gli innumerevoli problemi di salute, dichiarando semplicemente come “sia troppo arduo continuare, dal punto di vista fisico e mentale, e senza la condizione che mi aveva consentito di esprimermi ai miei livelli, il mio contributo alla squadra è poco significativo …”.

Indubbiamente alzi la mano che si sente di dargli torto, e caso vuole che la sua ultima gara, nel primo turno dei Playoff, sia proprio a Philadelphia, dove i “Flyers” eliminano 4-1 i “Penguins”, con i tifosi locali nuovamente ad osannarlo al coro di “Mario, Mario”, mentre li salutava a partita conclusa, un giusto tributo ad un Campione per il quale la “Hockey Hall of Fame” fa un’eccezione al normale periodo di attesa dalla conclusione dell’attività inserendolo nel successivo autunno, mentre la sua maglia n.66 viene ritirata da Pittsburgh …

It’s all over”, è tutto finito, dunque, ed il 32enne Lemieux può dedicarsi alla sua splendida famiglia, composta dalla moglie Nathalie, sposata a fine giugno 1993, appena guarito dal linfoma di Hodgkin, e da ben quattro figli, Lauren (nata nell’aprile di detto anno …), Stephanie (1995), Austin Nicholas (1996) ed Alexa (1997) …

Non si può certo dire che Mario non sapesse come occupare il tempo quando era libero da impegni sportivi e, comunque, “mai dire mai”, poiché ecco che, all’improvviso, a fine dicembre 2000, quella maglia n.66 che era stata innalzata come vessillo sotto la copertura della “Civic Arena” torna ad essere indossata da Lemieux per affrontare Toronto …

cut (1)
IL ritorno di Lemieux il 27 dicembre 2000 – da:nhl.com

Cosa abbia indotto il giocatore a compiere una tale scelta non è mai facile da decifrare, la “scusa” pubblicamente riferita è quella di accontentare il figlio Austin di 4 anni che voleva avere la soddisfazione di vederlo giocare, ma vi è anche il fatto che, nel frattempo, Lemieux era divenuto co-proprietario dei “Penguins”, salvandoli dalla bancarotta …

Non ha problemi, il 35enne Lemieux ad affrontare la ressa dei cronisti, allorché afferma: “Per me non vi è niente di speciale nel tornare a giocare, perché sono sano, ho riposato per oltre tre anni ed ho recuperato condizione fisica e mentale” e, difatti, 76 punti in 43 gare disputate ed una convincente serie dei Playoff 2001, con Pittsburgh a giungere sino alla Finale di Conference, eliminata 1-4 dai “New Jersey Devils”, lo stanno a dimostrare.

E poi, può togliersi la soddisfazione di vincere un qualcosa che a Gretzky non è riuscito, non tutto per colpa sua, chiaramente, visto che dall’edizione 2002 delle Olimpiadi Invernali, in programma a Salt Lake City, nello Utah, il Torneo di Hockey su Ghiaccio è aperto anche ai Professionisti, alla stregua di quanto, 10 anni prima, era successo per il Basket.

Ed il Canada non vuole privarsi – a dispetto dei quasi 37 anni – della sua stella che, pur con un utilizzo limitato quanto a minutaggio, fornisce comunque il proprio contributo alla conquista della medaglia d’oro con in più la soddisfazione di sconfiggere, nella Finale per il titolo, i padroni di casa Usa per 5-2, con Lemieux a concludere il Torneo con 2 reti e 4 assist nelle quattro gare in cui è sceso in campo …

920x920 (1)
Lemieux festeggia l’Oro olimpico di Salt Lake City ’02 – da:sfgate.com

Lemieux gioca sino a 40 anni, vale a dire a dicembre 2005 quando viene definitivamente fermato a seguito di un’aritmia cardiaca, combinata con l’oramai palese impossibilità di giocare ai livelli a cui tutti aveva abituato.

E, del resto, il suo contributo alla causa dei “Penguins” era stato più che sufficiente in tutti questi anni, avendoli salvati due volte dal Fallimento, contribuendo a portare in bacheca due Stanley Cup, nonché a riempire Arene di tutto il Nord America di tifosi entusiasti e, soprattutto, aveva con il suo esempio, data fiducia a molte persone nel superare le avversità e gli ostacoli che la vita ti può presentare …

Tutto questo sommato assieme fa tornare alla mente quanto il suo allenatore Scotty Bowman (quello che lo aveva giudicato a 13 anni, ricordate ….) ebbe a riferire ai media al termine di una serie Playoff in cui Lemieux aveva letteralmente trascinato la squadra al successo contro Washington, affrontandoli con un sorriso ed, allargando le braccia: “Ti senti sempre molto fiducioso quando sai che Mario gioca per te …!!

 

LA CINQUINA DI JAN RAAS ALL’AMSTEL GOLD RACE

raas 1979.jpg
La vittoria di Raas nel 1980 in maglia iridata – da pezcyclingnews.com

articolo di Nicola Pucci

A noi italiani, diciamoci la verità, Jan Raas non è mai stato particolarmente simpatico. Sarà per quell’inattesa zampata giù dal Poggio alla Milano-Sanremo del 1977, l’anno in cui l’occhialuto olandese firmò il primo grande successo della sua carriera, che vanificò il tentativo di Giuseppe Saronni proprio in cima al colle che proietta al traguardo della “classicissima di primavera“; sarà soprattutto per le malefatte perpetrate, insieme al tedesco Thurau, ai danni di Giovanni Battaglian al Mondiale di Valkenburg del 1979, negando un possibile iride all’azzurro. Ma a dispetto di queste due perle che sono rimaste indigeste al ciclismo italiano, Raas si è costruito un palmares assolutamente d’eccellenza, collezionando vittorie di pregio in serie, tra cui ricordiamo anche due edizioni del Giro delle Fiandre, 1979 e 1983, ed una Parigi-Roubaix, 1982, eleggendo proprio la gara di casa, l’Amstel Gold Race, suo terreno di caccia preferito, tanto da farla sua ben cinque volte. Il che ne fa il corridore più titolato in quella classica che se ha storia recente essendo nata “solo” nel 1966, quando a vincere fu il francese Jean Stablinski, altresì ha acquisito velocemente gran lignaggio, sorridendo ai nostri colori una prima volta nel 1996, quando trionfò Stefano Zanini, per poi regalare gloria, in tempi recenti, a Michele Bartoli nel 2002, Davide Rebellin nel 2004, Danilo Di Luca nel 2005, Damiano Cunego nel 2008 ed Enrico Gasparotto, l’unico capace di domarla due volte, nel 2012 e nel 2016.

1977. 145 corridori prendono il via da Heerlen per l’edizione numero 12 della principale corsa olandese. Il campione del mondo Freddy Maertens, campione uscente proprio davanti ad un giovane Raas, è il favorito d’obbligo avendo dominato l’avvio di stagione con ben 15 vittorie nello spazio di poco più di un mese. La settimana precedente l’Amstel, il fuoriclasse della Flandria ha dato spettacolo al Giro delle Fiandre, dove ha letteralmente “torchiato” Roger De Vlaeminck fin sul traguardo; la conclusione però è stata amara, Freddy non ha disputato lo sprint in evidente polemica con i giudici di corsa che lo avevano squalificato per un cambio irregolare di bicicletta. Quattro giorni dopo Maertens si prende una pronta ed immediata rivincita alla Freccia Vallone, con una gara d’attacco conclusa con 3′ sui primi inseguitori. Questa vittoria, però, verrà successivamente vanificata per positività ad un test antidoping. Ma non è solo Maertens a catalizzare l’attenzione. C’è la sfida tra la Raleigh di Peter Post e il campione d’Olanda Jan Raas, passato all’inizio di stagione alla Frisol-Gazelle. Proprio Raas è il più atteso tra gli atleti di casa dopo la splendida e convincente vittoria nella Milano-Sanremo. Tra i favoriti sono annoverabili anche Roger De Vlaeminck, il cacciatore di classiche per antonomasia, vincitore, appunto, del Giro delle Fiandre, Merckx, ormai al tramonto, il campione d’Italia Moser e il vecchio, inossidabile Walter Godefroot. Al km 205 (-25 all’arrivo) in fuga c’è l’olandese Jos Schipper, raggiunto da Knetemann, ma il gruppo non è lontano e Raas parte a sua volta trascinandosi l’ex iridato Kuiper, compagno di squadra di Knetemann alla Raleigh. Ai piedi del Cauberg si forma un drappello di quattro atleti, composto da Knetemann, Kuiper, Raas e Schipper, con il gruppo attardato di 45″. A Valkenburg, Schipper viene staccato da Raas e dal tandem della Raleigh. Merckx e Bruyere tentano invano di organizzare la rincorsa, mentre Maertens prima non collabora, poi attacca con impeto seguito a ruota da Moser e De Vlaeminck, rivali di sempre. Lo scarto con i tre battistrada si assottiglia ad una ventina di secondi. In due contro uno, Knetemann e Kuiper scattano a turno per far fuori Raas, ma l’alfiere della Frisol risponde con irrisoria facilità e allo sprint si impone nettamente andando a cogliere il secondo successo in una classica in meno di un mese. A 20″ Schipper vince la volata dei primi inseguitori superando nell’ordine i ben più quotati Maertens, De Vlaeminck e Moser.

1978. Raas, ovviamente, veste lui, stavolta, i panni del grande favorito, tanto più che è tornato a gareggiare per la corazzata Ti-Raleigh. La corsa si snoda lungo il percorso ormai collaudato da Heerlen a Meersen. Cinque atleti allungano sul Fromberg e sono cinque campioni con la C maiuscola: Zoetemelk (Miko-Mercier), Moser (Sanson) in maglia iridata, Maertens (Flandria), Raas e Kuiper (Ti-Raleigh). Kuiper attacca una prima volta, ma viene ripreso da Moser. A Sibbe nuovo allungo di Kuiper ma, ancora una volta, è il campione del mondo a stoppare il tentativo dell’iridato di Yvoir ’75. Sul Cauberg Raas sferra il suo attacco, Moser, generosissimo, è stanco, toccherebbe a Maertens e Zoetemelk rispondere, ma il fiammingo e l’olandese restano sulle ruote. Raas guadagna in brevissimo tempo un minuto di vantaggio che conserva, anzi incrementa fin sul traguardo, conquistando il bis consecutivo. A 1’16” platonica soddisfazione per Moser che vince la volata per il posto d’onore precedendo nell’ordine Zoetemelk, Maertens e Kuiper. Alle spalle dei cinque che hanno caratterizzato questa 13esima edizione, il vuoto: Knetemann, sesto a 4’02” completa il trionfo della Ti-Raleigh, precedendo il tedesco Braun; a 4’36” Leo Van Vliet, a 5’04” Thurau, il gruppo a 6’10”. Solo 32 atleti concludono una corsa veramente selettiva. Una curiosità: sei campioni del mondo nei primi sei dell’ordine d’arrivo, ovvero Kuiper (’75), Maertens (’76 e ’81), Moser (’77), Knetemann (’78), Raas (’79) e Zoetemelk (’85).

1979. Un poker di fuoriclasse si è aggiudicato le prime classiche della stagione: Roger De Vlaeminck ha vinto con una volata strepitosa la sua terza Milano-Sanremo; Jan Raas si è imposto per distacco al Giro delle Fiandre; Francesco Moser nella Gand-Wevelgem ha bruciato allo sprint De Vlaeminck, Raas, Demeyer e Lubberding e poi ha dominato la Parigi-Roubaix; Bernard Hinault ha superato Saronni sul traguardo della Freccia Vallone. De Vlaeminck, Moser e Hinault non sono però al via della 14esima edizione della classica olandese. Raas invece, dopo le vittorie nelle ultime due edizioni, punta decisamente al bersaglio pieno, per un clamoroso tris consecutivo. Il capitano della Ti-Raleigh è annunciato in gran forma. Oltre al Giro delle Fiandre, ha vinto una tappa alla Parigi-Nizza, il G.P. di Harelbeke, più una kermesse a Bellegem un paio di giorni prima dell’Amstel. E l’occhialuto pupillo di Post non tradisce il pronostico, va in fuga con lo svedese Nilsson e il fido scudiero Lubberding e nel finale con un’azione di forza stacca i due compagni di fuga e si presenta tutto solo sul traguardo di Meersen. Come da copione, quindi, tripletta di fila per l’occhialuto campione “tulipano“, che si conferma come uno dei più forti cacciatori di classiche degli ultimi anni con una sequenza di vittorie davvero ragguardevole (sette in tre stagioni!): Milano-Sanremo e Amstel nel ’77; Amstel, Parigi-Bruxelles e G.P. d’Autunno nel ’78; Giro delle Fiandre e ancora Amstel nel ’79. A 39” da Raas, Henk Lubberding completa il trionfo della Ti-Raleigh superando Sven-Ake Nilsson; a 1’06” Teirlinck regola Zoetemelk e il francese Michel Laurent; a 1’13” Frits Pirard; a 1’40” Lucien Van Impe, Claude Criquielion (primo anno tra i professionisti e prima top-10 nelle classiche per il futuro campione vallone) e René Martens.

1980. Jan Raas è inevitabilmente il faro della 15esima edizione dell’Amstel Gold Race. Dopo il 2° posto nel ’76 (alle spalle di uno straripante Maertens) e soprattutto i 3 squillanti acuti nelle ultime tre annate, il capitano della Ti-Raleigh è più che mai deciso ad incrementare il bottino, questa volta con la maglia di campione del mondo indossata a Valkenburg qualche mese prima. Nelle classiche di apertura della stagione, Raas si è piazzato 3° alla Milano-Sanremo e al Giro delle Fiandre e 6° alla Gand-Wevelgem, vinta dal fido scudiero Henk Lubberding. Sul Keutenberg Raas, puntuale, attacca e allunga con Lubberding e Duclos-Lassalle (vincitore della Parigi-Nizza e 7° al Giro delle Fiandre). Il tentativo dei tre però si esaurisce sotto la spinta di Bernard Hinault che riporta sotto un gruppetto. Lubberding cede. Al comando restano in 13: Raas senza compagni di squadra, Hinault e Chassang (Renault-Gitane), Kuiper, Bossis e Duclos-Lassalle (Peugeot), Pollentier e Kelly (Splendor), Nilsson (Miko-Mercier), Fons De Wolf (Boule d’Or-Colnago), Daniel Willems (Ijsboerke), Maas (Daf-Trucks) e Jean-Philippe Vandenbrande (Safir-Ludo). A parte Zoetemelk, Knetemann e lo stesso Lubberding, ci sono tutti i migliori: di Raas si è già detto, Hinault è il numero 1 al mondo, Kuiper è tra i più costanti e piazzati in tutto l’arco della stagione e può contare sull’apporto di due coequipier come Duclos-Lassalle e Bossis. Tra gli outsider Pollentier (che ha vinto una settimana prima il Giro delle Fiandre beffando Moser e Raas), l’irlandese Kelly (ottimo inizio di stagione, 4° nella Milano-Sanremo e 1° nella Tre Giorni di La Panne), De Wolf e Willems, questi ultimi due talenti emergenti del ciclismo belga. Kuiper, che non ha alcuna chance di vittoria in volata, tenta più volte di staccare la compagnia, ma i tentativi del 31enne ex iridato e olimpionico vengono stoppati. Allunga ancora Raas ma senza fortuna. La vittoria si decide così allo sprint e Raas si produce in un meraviglioso ed imperioso acuto che annienta letteralmente i rivali. Ancora primo, per la quarta volta consecutiva!  L’Amstel Gold Race diventa a pieno titolo Amstel Gold Raas. Al secondo posto Fons De Wolf (2° pure alla Gand-Wevelgem), terzo Sean Kelly (primo podio in una grande corsa in linea per il futuro “re delle classiche” degli anni Ottanta); solo 5° Hinault, 11° Kuiper e 13° Pollentier.

1982. L’anno prima Bernard Hinault ha interrotto l’egemonia di Raas, ma il campione olandese, che sei giorni prima ha conquistato per distacco la Parigi-Roubaix, è più che mai deciso a riprendersi lo scettro. Tutta la Ti-Raleigh è naturalmente al servizio del suo capitano storico e sul Raarberg è Gerrie Knetemann ad involarsi. L’ex campione del mondo rimane in testa per parecchi chilometri, poi, dopo il ricongiungimento, in testa si forma un gruppo di 16 unità, di cui ben 5 appartengono al dream-team di Peter Post (Raas, Knetemann, Lubberding, Ludo Peeters e Adrie Wijnands). Sul terribile muro del Keutenberg, Raas rompe gli indugi e spezza il gruppo. Con l’incontenibile Jan rimangono l’irlandese Sean Kelly (vincitore di quattro tappe e della classifica finale della Parigi-Nizza, 10° a Liegi e 8° alla Freccia), il sempre verde Kuiper, il tedesco Braun (1° alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne e 3° alla Parigi-Roubaix), l’australiano Phil Anderson e l’altro irlandese Stephen Roche. La corsa entra nella sua fase decisiva e Raas si muove col piglio del padrone, Anderson e Roche (alfieri della Peugeot) sono gli unici che possono fare gioco di squadra, mentre Kelly confida nel suo spunto veloce. Ma contro Raas c’è poco da fare. Così, all’ultimo chilometro, da finisseur eccezionale qual è, Raas piazza un irresistibile allungo che tramortisce gli avversari, Roche tenta invano di rispondere, ma l’olandese è incontenibile e conquista il quinto trionfo. A 2″ Roche è il primo dei battuti, poi a 7″ Braun supera Kelly, Anderson e Kuiper. Ancora una volta i riflettori sono tutti per Raas che si dimostra davvero imbattibile sulle sue strade; il micidiale uno-due Roubaix/Amstel in meno di una settimana, consente al fuoriclasse olandese di salire al 4° posto (con ben 12 vittorie) tra i plurivittoriosi di tutti i tempi nelle grandi classiche, alle spalle di tre straordinari campioni belgi: l’inarrivabile Merckx (32 successi!), Van Looy (18) e Roger De Vlaeminck (14).

Insomma, antipatico, senza ombre di dubbio, Jan Raas, ma campione vero e vincente nato, soprattutto quando si parla di Amstel Gold Race… anche se un certo Philippe Gilbert, già quattro volte in trionfo da quelle parti, magari tra qualche ora dismette i panni del degno successore per vestire quelli dell’egual campione.