1994, LA ROSA COLTA DA EVGENIJ BERZIN IN VETTA AL GIRO D’ITALIA

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Berzin e Indurain al Giro d’Italia 1994 – da anniversary.campagnolo.com

articolo di Emiliano Morozzi

Molti lettori leggendo del Giro d’Italia 1994 ripenseranno alle mirabolanti imprese in salita di Marco Pantani, alla tappa del Mortirolo, forse la più spettacolare degli ultimi trent’anni, ma dopo tre settimane di emozioni, la gloria del vincitore non toccò al ciclista di Cesenatico ma ad un altro giovane venuto dall’Est, meno pirotecnico in corsa ma dotato di un talento naturale: il russo Evgenij Berzin.

Campione del mondo d’inseguimento nella categoria dilettanti, il giovane atleta arrivato in Italia pochi anni prima si presenta alla partenza del Giro 1994 al fianco di campioni come Argentin e Ugrumov nella fortissima Gewiss e con due corse importanti in bacheca: il Giro dell’Appennino e soprattutto la Liegi-Bastogne-Liegi. Ai nastri di partenza ci sono i migliori corridori del momento: il campione in carica Indurain, che punta alla terza doppietta Giro-Tour, e i suoi eterni rivali Bugno e Chiappucci, che vogliono provare per l’ennesima volta a impensierire il navarro.

Il pronostico pende come non mai dalla parte di Indurain: i suoi antagonisti l’anno precedente sono apparsi piuttosto appannati sulle strade del Giro e del Tour, e il percorso sembra fatto apposta per esaltare le doti dello spagnolo: una lunga cronometro per mettere terreno fra sè e gli avversari, prima di quattro tappe di montagna molto dure ma sulle quali Indurain può difendere il vantaggio accumulato nella sfida contro il tempo.

Si parte da Bologna e subito arriva la prima sorpresa: dopo una prima semitappa per velocisti, nel breve cronoprologo a spuntarla è il francese De Las Cuevas, che precede di due secondi il russo Berzin e di cinque Indurain. Il primo momento chiave del Giro 1994 è alla quarta tappa con l’arrivo in salita a Campitello Matese: ci si attende un arrivo di un gruppo ristretto, ma il russo Berzin anticipa tutti e con uno scatto imperioso fa il vuoto. Indurain non reagisce e si limita a controllare gli avversari di sempre, gli altri vanno su con il proprio passo e il russo non solo vince la tappa, ma conquista pure la rosa mettendo quasi un minuto tra sè e i suoi avversari.

Il russo mantiene la maglia con l’aiuto della squadra e di un percorso che non facilita le imboscate, e all’ottava tappa, la cronometro di Follonica, lascia ancora una volta tutti a bocca aperta: in 44 chilometri di percorso, rifila distacchi molto pesanti agli avversari: 1’16” a De Las Cuevas, 1’41” a un discreto Bugno e addirittura 2’34” allo specialista Indurain.

Berzin con due colpi di mano passa dal ruolo di comprimario a quello di protagonista del Giro d’Italia, bastonando sul suo terreno nientemeno che sua maestà Indurain, padrone assoluto dei precedenti due Giri d’Italia e tre Tour de France. Le montagne aspettano con trepidazione l’arrivo della carovana, ma il primo tappone alpino è una delusione: Bugno rimane sempre a ruota, Chiappucci non ha più la gamba dei giorni migliori, Indurain è forte anche in salita ma non accenna uno scatto. Stalle, Furcia, Erbe, Eores passano senza emozioni, e solo all’ultimo chilometro del Passo del Giovo uno sconosciuto scalatore romagnolo, distante in classifica più di sei minuti, accende la miccia: tutti pensano che il suo sia uno scattino per prendere punti del Gpm, ed invece l’attacco continua anche in discesa e lo porta al suo primo successo al Giro d’Italia, la prima vittoria di Marco Pantani.

Sulle pagine della Gazzetta dello Sport il corridore di Cesenatico si lamenta che gli altri portino Berzin in carrozza a Milano e in vista di un altro terribile tappone, medita dove attaccare per far saltare il banco. La miccia stavolta viene accesa sul terribile Mortirolo, la salita più dura di quel Giro, e lo scatto arriva già dalle prime rampe. Nessuno lo segue, tranne Berzin, ma la maglia rosa, dopo qualche pedalata con Pantani, si pianta di brutto. Indurain va su del suo passo e recupera piano piano lo svantaggio riprendendo in discesa lo scalatore romagnolo, Berzin invece fiaccato dallo sforzo patisce terribilmente le rampe del Mortirolo e in cima accusa un ritardo di 1’31”, staccato anche da Indurain. Sul Santa Cristina arrivano altri scossoni: Indurain va in crisi e viene staccato da Pantani, Berzin cerca di contenere il distacco dall’indiavolato romagnolo e conserva la maglia rosa per poco più di un minuto.

Mentre i tifosi italiani osannano Pantani, il Giro d’Italia è sempre più nelle mani di Berzin: c’è la cronoscalata del Passo del Bocco, ma i primi quindici chilometri sono di pianura e in quel tratto di strada Berzin costruisce il suo successo, vincendo la tappa e rifilando altri venti secondo a Indurain e un minuto e mezzo a Pantani. Terreno per attaccare ci sarebbe e Pantani medita di far saltare il banco nel primo tappone alpino: il romagnolo parte in solitaria sul Colle dell’Agnello e si fa da solo anche l’Izoard, ma Berzin mette alla frusta la squadra e recupera il terreno perduto sulle più dolci pendenze del Lautaret, arrivando insieme ai suoi avversari in cima all’arrivo di Les Deux Alpes. C’è ancora un’altra tappa di montagna, ma le energie di tutti sono ormai al lumicino e i migliori arrivano tutti insieme. Per la prima volta il Giro d’Italia parla russo, per la prima, ultima e unica volta, Berzin conquista una grande corsa a tappe.

MARIA CANINS, LA SIGNORA IN GIALLO DEL CICLISMO ITALIANO

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Maria Canins in maglia gialla – da ciclismo.it

articolo di Nicola Pucci

Dallo sci di fondo, che gli ha regalato la bellezza di quindici titoli italiani, un successo nella prestigiosa Vasaloppet e dieci vittore consecutive all’altrettanto leggendaria Marcialonga, ai trionfi sulle strade del Tour de France, che l’incoronarono regina nel 1985 e nel 1986. Amici appassionati del ciclismo, ecco a voi Maria Canins, la signora in giallo del pedale tricolore.

La “mammina volante della Val Badia“, così chiamata per i natali avuti a La Villa, il 4 giugno 1949, dopo i trascorsi alpini, inevitabili vista la nascita dolomitica, scopre le due ruote, agonisticamente parlando, a 33 anni, quando è già moglie e madre di Concetta, affermandosi fin da subito come scalatrice di livello mondiale e passista altrettanto abile, a dispetto invece di un modesto spunto veloce. Nel 1982 debutta vincendo subito il titolo italiano su strada davanti a Francesca Galli, per poi conquistare la medaglia d’argento ai Mondiali di Goodwood, il giorno prima della “fucilata” di Beppe Saronni, battuta dalla britannica Mandy Jones che scappa in discesa e l’anticipa di 10″.

E’ solo l’inizio di una collezione importante di successi di spessore, ad esempio facendo sua la maglia tricolore altre cinque volte nella prova in linea e quattro nella prova a cronometro, per poi onorare la casacca azzurra in sede iridata quando sale sul terzo gradino del podio ad Altenrhein nel 1983 e a Chambery nel 1989, giungendo invece seconda nell’edizione casalinga del Montello nel 1985, battuta dall’altra grande interprete del ciclismo femminile degli anni Ottanta (e non solo, vista la longevità agonistica che l’ha vista primeggiare fino al nuovo Millennio), Jeannie Longo, con cui la Canins dà vita ad alcuni duelli di grande valenza tecnica.

Ma è nelle grandi corse a tappe che l’atleta della Val Badia ha modo di legittimare la sua superiorità, non solo sulla transalpina, vincendo l’edizione inaugurale del Giro d’Italia nel 1988 e giungendo poi seconda nel 1990, ormai 41enne, quando è costretta ad inchinarsi all’altra francese di classe mondiale, Catherine Marsal. La Corsa Rosa, ad onor del vero, è solo la punta dell’iceberg di una carriera che la vede conquistare grandi gare come il Giro del Colorado nel 1984 e nel 1985 e il Giro di Norvegia nello stesso 1985, successo scandinavo bissato poi nel 1986.

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La Canins con Bernard Hinault al Tour de France 1985 – da telegramme.fr

Proprio il 1985 è l’anno di grazia di Maria Canins, che assurge a popolarità senza frontiere grazie al primo successo di una ciclista italiana al Tour de France, in una serie di cinque edizioni consecutive che vedono l’azzurra ingaggiare un duello rusticano con la Longo. Maria sbaraglia la concorrenza, dominando le cronometro di Reims e Saint-Nizier e facendo suoi gli arrivi in salita di Morzine, Lans en Vercors e Luz Ardiden, per chiudere in classifica generale con ben 22’11” sull’acerrima rivale, con Cecile Odin che è terza a 34’49”. L’anno dopo, 1986, il copione non cambia, la Canins si impone ancora una volta su cinque traguardi parziali, tra questi il prologo di Granville, a Luchon, Serre Chevalier, St.Etienne e sul Le Puy de Dome, lasciando stavolta la Longo a leccarsi le ferite con un passivo di 15’31” mentre l’americana Inga Thompson completa il podio con un ritardo di 22’09”. Il bis è servito e Maria, che porta a casa anche la maglia a pois di miglior scalatrice, diventa a tutti gli effetti “la signora in giallo” del ciclismo italiano.

Nei tre anni successivi la Longo aggiusta la mira, ovvero migliora in salita, e il rendimento della Canins è meno performante, ovvero perde un po’ di smalto sulle rampe alpine e pirenaiche, e il risultato si ribalta: la francese si impone alla Grande Boucle nel 1987 (tre vittorie per Maria che paga dazio nella cronometro di Morzine ed è seconda con un ritardo finale di 2’52”, consolandosi con la terza maglia a pois consecutiva), nel 1988 (vittorie per la Canins a Strasburgo e al Le Puy de Dome, per una piazza d’onore in classifica a 1’20” dalla francese, e quarta vittoria nella speciale graduatoria della montagna) e nel 1989 (prima volta all’asciutto, per un secondo posto stavolta a distanza di sicurezza, 8’44”).

E se in sede olimpica la Canins deve accontentarsi del quinto posto di Los Angeles nel 1984 (vittoria dell’americana Connie Carpenter) e di un anonimo 32esimo posto a Seul 1988 dove a trionfare è l’olandese Monique Knol, vestendo altresì quella maglia arcobaleno, sempre sfuggita nella prova individuale, nella gara a squadre nel 1988 a Renaix, in Belgio, quando con Monica Bandini, Roberta Bonanomi e quella Francesca Galli che ne aveva battezzato l’esordio nel 1982, superando l’Urss in un appassionante testa-a-testa, nondimeno può legittimamente aspirare a venir considerata la ciclista italiana più forte di sempre. E chi mai ha avuto l’onore di festeggiare sugli Champs-Élysées insieme a due leggende come Bernard Hinault e Greg Lemond? Roba da fuoriclasse, e Maria Canins lo è stata. Davvero.

1982-1988, IL SETTEBELLO DI KELLY ALLA PARIGI-NIZZA

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Sean Kelly in maglia bianca alla Parigi-Nizza – da chroniqueduvelo.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

Ancor prima di diventare quel meraviglioso interprete di classiche-monumento, dominatore per buona parte degli anni Ottanta e primi anni Novanta, con un palmares ricco tanto da poter vantare due Milano-Sanremo (1986 e beffando Argentin nel 1992), due Parigi-Roubaix (1984 e 1986), due Liegi-Bastogne-Liegi (1984 e 1989) e tre Giri di Lombardia (1983, 1985 e 1991), a cui aggiungere una Vuelta nel 1988 e seppur respinto sempre dal campionato del mondo che mai lo ha visto vestirsi della maglia iridata, Sean Kelly ha guadagnato gloria ciclistica eleggendo le strade della Parigi-Nizza quale suo territorio di caccia preferito. Vedere per credere.

Irlandese di Waterford, classe 1956, Kelly debutta nel professionismo nel 1977, lanciato da Jean de Gribaldy, gran scopritore di talenti, che vede in lui un futuro campione. Ma se le prime stagioni non rispondono appieno alle attese su di lui riposte, ad eccezione di un quarto posto alla Vuelta del 1980, a soli 31″ dal terzo gradino del podio occupato dal belga Claude Criquielion, nel 1982 Kelly, essenzialmente etichettato come velocista-passista, sboccia infine ad altissimi livelli. E lo fa proprio imponendosi alla Parigi-Nizza. Sarà solo l’inizio di una lunga e fortunata storia d’amore, durata sette anni.

1982. L’edizione numero 40 della corsa che dalla capitale porta in Costa Azzurra va in scena dall’11 al 18 marzo, orfana del suo storico organizzatore Jean Leulliot, deceduto qualche settimana prima e sostituito al comando della corsa dalla figlia Josette, supportata da André Hardy. Kelly, che vanta già quattro vittorie parziali al Tour de France e ben sette alla Vuelta, veste la casacca della Sem-France Loire, e dopo che l’olandese Bert Oosterbosch, uno che contro il tempo ci sa fare, si è imposto nel prologo di Luingne e Jean-François Chaurin, autore di una fuga in solitario di 156 km. che gli consente di lasciare il plotone a più di 6 minuti, lo ha rilevato al comando della corsa, l’irlandese vince a St.Etienne, battendo De Vlaeminck allo sprint e conquistando a sua volta la vetta dalla graduatoria, per poi consolidare il primato con il bis a La Seyne-sur-Mer, davanti a Duclos-Lassalle. Proprio il transalpino è il rivale più temibile nella lotta per la vittoria finale, a Mandelieu-la-Napoule scavalca Kelly per 4″ e costringe l’avversario alla rincorsa. Infine portata a termine vittoriosamente, con la volata sulla Promenade des Anglais a Nizza e con la decisiva cronoscalata conclusiva al Col d’Eze. Kelly trionfa con 40″ su Duclos-Lassalle e 1’12” sul belga Jean-Luc Vandenbroucke e per il pupillo di Jean de Gribaldy è infine il primo grande successo in carriera.

1983. Kelly, forte del successo dell’anno prima, è il logico favorito nella corsa ormai scelta definitivamente, in alternativa alla Tirreno-Adriatico, come probante banco di prova in vista della Milano-Sanremo. Eric Vanderaerden è il nuovo gioiello del ciclismo belga e dopo la vittoria nel prologo di Issy-les-Moulineaux veste la maglia bianca di leader prima di cedere il testimone a Joop Zoetemelk. Nel frattempo Kelly, che ha perso 48″ nel corso della prima tappa per colpa di una caduta, vince a Tournon e Miramas, per poi scalzare l’olandese dal primo posto a Mandelieu-la-Napoule. A Nizza Vanderaerden èancora il più veloce, ma come esattamente l’anno prima è il Col d’Eze a porre il sigillo sulla seconda vittoria dell’irlandese, che stavolta precede in classifica i due scudieri Jean-Marie Grezet, secondo a 1’03”, e Steven Rooks, terzo a 1’14”.

1984. Nel suo personale cammino verso lo status di fuoriclasse, Kelly, ora in maglia Skil-Reydel, ha chiuso l’anno con il successo al Giro di Lombardia, prima grande classica da aggiungere al suo palmares, e per la stagione a venire si trova a dover difendere il titolo dall’assalto di Bernard Hinault, che è in lizza con la dichiarata intenzione di voler far sua la corsa. Oosterbosch, Vandenbroucke e Jos Lammertink, che detengono il primato, sono comprimari destinati a venir deposti, ed è lo scozzese Robert Millar, che ha dimestichezza con le montagne, a guadagnare il comando della corsa in cima al Mont Ventoux, spianato da Eric Caritoux. La tappa tra Miramas e La Seyne-sur-Mer prevede la scalata del Col de l’Espigoulier:  a 40 km dall’arrivo i manifestanti bloccano la corsa e all’arrivo del plotone sbarrano la strada a Hinault che cade, si rialza e reagisce colpendo uno dei manifestanti con un pugno. Planckaert vince in volata davanti a Kelly, già vincitore a Bourbon-Lancy, che balza in testa alla classifica e allo stesso Hinault, Millar rimane attardato e il giorno dopo l’altro irlandese, Stephen Roche, precedendo gli stessi Hinault e Kelly di 23″ a Mandelieu-la-Napoule, si rifà sotto a soli 11″ dal connazionale. La corsa si decide nella scalata al Col d’Eze e qui Kelly, in ritardo di 10″ all’intermedio e sentendosi braccato, produce lo sforzo risolutivo che lo vede infine vincere la tappa con 1″ su Roche, completando il tris consecutivo. Hinault sale sul terzo gradino del podio finale con un ritardo di 1’46” e di lì a qualche giorno Kelly, in rampa di lancio, vincerà pure la sua prima Milano-Sanremo.

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Una vittoria di Sean Kelly – da pezcyclingnews.com

1985. La strada verso il poker consecutivo alla Parigi-Nizza, per Kelly, è disseminata di ostacoli, oltrechè dal maltempo che imperversa glaciale nei primi giorni. Quello più arduo da scavalcare è decisamente inatteso, perchè proposto dal francese Frederic Vichot, compagno di squadra alla Skil-Sem, che a Gréoux-les-Bains veste le insegne del primato. Sean non può attaccare e si limita a tenere le ruote dell’altro pretendente alla vittoria finale, pure quest’anno Stephen Roche, più autoritario di Laurent Fignon, altro big in corsa, definendo la contesa a due all’ultimo appuntamento, come da tradizione la scalata al Col d’Eze. Esattamente come l’anno prima 1″ divide i due irlandesi, ma se Roche vince la tappa, Kelly primeggia in classifica. E il poker è servito, seppur stavolta senza successi parziali.

1986. Kelly, in maglia Kas, ormai è uno dei big del gruppo (e lo sarà ancor più tra qualche settimana, dopo i successi alla Sanremo e a Roubaix), e dopo Hinault e Fignon si trova a dover stavolta fronteggiare la concorrenza di Greg Lemond, pronto a rilevare il testimone dal bretone. Ma l’irlandese è superiore di una spanna al lotto dei partecipanti, come ben si evidenzia fin dal prologo di Parigi che Kelly fa suo per la prima volta battendo due superspecialisti come Oosterbosch e l’ex-campione del mondo dell’inseguimento Alain Bondue. Kelly rinnova l’appuntamento con il successo a Le Rouret, sul Mont Ventoux cede 35″ all’elvetico Urs Zimmermann che lo segue in classifica, sul Mont Faron si difende ed infine al Col d’Eze piazza l’ultima zampata vincente che gli consente di realizzare il pokerissimo con un margine di 1’50” sullo stesso Zimmermann e 2’27” su Lemond.

1987. Probabilmente è l’edizione più emozionante nonchè più sofferta tra le sette portate vittoriosamente a termine da Kelly. Vandenbroucke vince il prologo, ma Roche, in quello che sarà il suo anno di grazia con Giro, Tour e Mondiale, prende la maglia di leader vincendo la cronosquadre con la sua Carrera Jeans. Fignon e Jean-François Bernard sono gli altri due autorevoli pretendenti al successo, e i quattro corridori librano un duello serrato. Kelly batte Roche in uno sprint a due sul Mont Ventoux, Stephen tiene la maglia per tre giorni prima dello stupefacente colpo di mano di Bernard sul Mont Faron. A St.Tropez è Fignon a imporsi in solitario, Bernard cede e Roche torna al comando. Sembra il colpo risolutivo, ma verso Nizza una foratura blocca l’irlandese, Fignon anticipa Kelly che ritrova il primato e sul Col d’Eze la vittoria parziale di Roche serve solo a mitigare la delusione per la vittoria sfumata. E siamo a sei.

1988. L’ultima perla alla Parigi-Nizza è altrettanto, se non più sofferta della precedente. Almeno per quel che riguarda il riscontro cronometrico. L’inglese Sean Yates vince la prima tappa a St.Etienne, frazione in linea che sostituisce il prologo, soppresso per le nuove normative UCI che impongono solo sei giorni di corsa, resistendo poi sul Mont Faron dove ad imporsi è l’americano Andrew Hampstean che qualche mese dopo sbancherà pure il Giro d’Italia nella bufera del Gavia. Kelly si deve accontentare di tre piazzamenti d’onore consecutivi, quello di St.Tropez gli vale il sorpasso in classifica, vestendo la maglia bianca di leader per poi respingere il tentativo di recupero di Ronan Pensec. Il Col d’Eze è testimone dell’ultima vittoria parziale di Kelly, 13esima totale, che batte proprio il francese di 2″ e cala il settebello. Pensec chiude secondo a 18″, lo spagnolo Julian Gorospe è terzo con un ritardo di 36″.

E questa adesso è storia del ciclismo. In attesa che qualcuno possa far meglio. Ma parrebbe da quei giorni ormai lontani impresa poco probabile, perchè di quel record di sette vittorie alla Parigi-Nizza il buon Kelly è proprio geloso.

LA SORPRESA ROGER PINGEON AL TOUR DE FRANCE 1967

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Roger Pingeon in maglia gialla al Tour de France 1967 – da lastampa.it

articolo di Nicola Pucci

Di Roger Pingeon si parla sempre molto poco. Lo abbiamo ricordato qualche mese fa, esattamente il 19 marzo, perchè Nostro Signore ha deciso che fosse giunto il  momento di chiamarlo a sè. Ma siamo in errore, e dobbiamo correre ai ripari, perchè stiamo pur sempre parlando di un corridore che fu capace di trionfare al Tour de France (1967), giungendo sul secondo gradino del podio due anni dopo, così come di far sua la Vuelta (1969). Insomma, un fior di campione.

Ed allora riavvolgiamo il nastro della storia e torniamo all’estate di 50 anni fa esatti, 1967, quando la Grande Boucle si avvia il 29 giugno, per la prima volta con una breve cronometro ad Angers che garantisce una sorta di presentazione al pubblico degli atleti, per concludersi, come da tradizione, al Velodromo del Parco dei Principi di Parigi il 23 luglio, per l’ultima volta ad onor del vero visto che verrà demolito subito dopo, a conclusione di 22 tappe per complessivi 4.779 chilometri di faticosa disfida.

L’organizzazione ha deciso di riproporre la soluzione delle squadre nazionali, come non accadeva dal 1961, e il direttore tecnico della Francia, Marcel Bidot, ha tra le mani tre assi da poter giocare al tavolo della vittoria finale: c’è Lucien Aimar, campione in carica, che può contare su quattro compagni della sua formazione di appartenenza, la Bic, ovvero Lemeteyer, Novak, Riotte e Stablinski; c’è proprio Roger Pingeon che della Peugeot è l’unico rappresentante e che dopo aver annunciato un precoce ritiro dalle corse nel 1966 per gli scarsi risultati ottenuti è giunto poi ottavo alla Grande Boucle; soprattutto c’è Raymond Poulidor, il beniamino del pubblico transalpino, già quattro volte sul podio e che si avvale della speciale protezione di due colleghi di casa Mercier, Foucher e Genet. La Francia è la formazione di riferimento, e a lei cercheranno di render la vita difficile l’Italia di Felice Gimondi, re al debutto nel 1965, l’Olanda che ha in Jan Janssen, secondo nel 1966 e fresco di successo alla Vuelta, l’alfiere di punta, il Belgio che si affida al promettente Herman Van Springel e la Spagna capitanata da Julio Jimenez, alla ricerca del primo podio in una grande corsa a tappe. Sono della partita anche il “vecchio” Henry Anglade, secondo nel 1959, che corre per la Coqs de France, il due volte vincitore del Giro d’Italia Franco Balmamion, che difende i colori della squadra Primavera, e l’inglese Tom Simpson, campione del mondo nel 1965 a Lasarte, in Spagna, compagno di Pingeon alla Peugeot e che punta ad esser competitivo in un grande giro. Ma se tutti loro saranno protagonisti, proprio una sorte maledetta attenderà al varco il povero britannico.

Dunque un prologo di 5,8 km. apre l’avventura del Tour de France 1967, e se a sorpresa la vittoria arride allo spagnolo Josè-Maria Errandonea, che veste le insegne del primato, la maledizione della casacca gialla colpisce ancora “Poupou“, che fallisce l’assalto al primo posto per la miseria di sei secondi. Il Belgio, nei giorni successivi, raccoglie tre successi parziali con Walter Godefroot, uno che di classiche se ne intende proprio e spesso in carriera batterà Merckx, a St.Malò, Willy Van Neste a Caen e Guido Reybrouck a Roubaix, mentre l’Italia esulta con Marino Basso che si impone ad Amiens a chiusura di una frazione, la terza, che veste lo stesso Gianni Polidori della maglia gialla, ceduta 24 ore dopo al fiammingo Joseph Spruyt.

Il 4 luglio la corsa va inconsapevolmente incontro al primo momento di svolta. Lungo i 172 chilometri che uniscono Roubaix a Jambes, Pingeon azzecca la fuga giusta, prendendo cappello dal gruppo all’atto di scavalcare il Mur de Thuin e coprendo 57 chilometri in solitario che gli consentono non solo di vincere la tappa e di strappare la maglia gialla a Spruyt, ma pure di lasciare gli altri favoriti alla vittoria parigina ad oltre sei minuti di distacco. Nessuno pare aver dato troppo credito all’azione del corridore di Hauteville-Lompnes, sarà invece il colpo risolutivo.

Già, perchè una volta al comando della graduatoria, e con gli avversari più accreditati relegati a distanza di sicurezza, Marcel Bidot impone agli altri due campioni di casa, Aimar e Poulidor stesso, di fara quadrato attorno al capoclassifica, anteponendo l’interesse comune alle ambizioni personali. In effetti Pingeon è padrone assoluto della situazione, anche se a Strasburgo è costretto a cedere la casacca di leader al compagno di nazionale Raymond Riotte che ha il merito di inserirsi nella fuga a lunga gittata che vede infine vincitore il britannico Michael Wright.

Ma è una deposizione, quella di Strasburgo, che ha vita breve, se è vero che il giorno dopo, con l’arrivo posto al Ballon d’Alsace, Aimar vince la tappa precedendo Balmamion di otto secondi e Pingeon, pure approfittando di una caduta che mette fuori gioco Poulidor che taglia il traguardo con otto minuti di passivo, torna a vestire la maglia gialla con 1’44” sul tenace Polidori, con Van Springel, Janssen, Simpson, lo stesso Aimar e Balmamion ad oltre 5′. Il gioco è fatto e Roger quella casacca non se la toglierà più.

Anche perchè avere da ora in avanti un certo Poulidor come gregario in montagna è proprio un bell’aiuto, soprattutto quando a Briancon, dopo 243 chilometri che regalano in pasto ai corridori le ascensioni di Telegraphe e Galibier, a vincere è Felice Gimondi davanti a Julio Jimenez, due campioni che diventano i più pericolosi rivali di Pingeon sulla strada che porta a Parigi. Seppur con un bel fardello di minuti da recuperare in classifica.

E poi… e poi venne il dramma del Mont Ventoux. Quando il “monte calvo“, il 13 luglio, si prende la vita di Tom Simpson, che collassa sulle sue rampe assolate, complice l’uso del doping che miete la prima vittima della storia del Tour de France. Mentre Janssen va a cogliere il successo parziale a Carpentras davanti a Gimondi, Pingeon, Balmamion, Aimar, Jimenez e Latour, ovvero i primi sette della classifica generale in un arrivo reale, Simpson muore, ucciso da un mix letale di anfetamine e cognac.

La corsa non sarà più la stessa, perchè davanti alla morte non c’è storia sportiva che tenga. Il giorno dopo il gruppo neutralizza la tappa, permettendo a Barry Hoban, compagno di squadra di Simpson, di tagliare per primo il traguardo a Sete. Ci sarebbero ancora i Pirenei da scavalcare, luogo eletto da Gimondi per provare a recuperare il tempo perso su Pingeon, ma il bergamasco si ammala e invece di attaccare il podio retrocede a quasi 16 minuti nella tappa che a Luchon, dopo il Portet d’Aspet, il Mente e il Portillon, celebra la doppietta spagnola con Fernando Manzaneque che vince e Julio Jimenez che rinviene a 2’03” dal leader francese.

Il giorno dopo, 17esima tappa, le vette mitiche del Tourmalet e dell’Aubisque mettono le ali a Raymond Mastrotto ma cloroformizzano, invece di incendiare, le velleità dei migliori che rimangono l’uno incollato all’altro, prima del bis di Basso a Bordeaux e dell’exploit, ormai inutile, di un Gimondi che sul traguardo del Puy de Dome ritrova lo smalto dei bei tempi che furono per distanziare il gruppo di 5 minuti, salvare l’onore personale e risalire in una seppur per lui anonima settima posizione.

C’è solo il tempo di salutare il successo di Paul Lemeteyer nell’interminabile tappa di Fontainebleau, 359 chilometri che richiedono al vincitore ben 11h12m47sec di immane fatica, poi è l’apoteosi per Roger Pingeon. Il 23 luglio, per l’ultima volta nel magnifico scenario del Parco dei Principi ricco di storia e di ricordi, Poulidor vince la cronometro finale in cui Pingeon, abilissimo nell’esercizio contro il tempo con quelle lunghe leve da trampoliere, si assicura l’ammissione all’Olimpo dei campioni del pedale. Jimenez è secondo a 3’40”, con Balmamion che proprio all’ultimo tuffo scavalca Latour in classifica per salire sul terzo gradino del podio, a 7’23”.

Si parlò di sorpresa, in quel luglio 1967 funestato dalla morte del “baronetto” Simpson. Ma il seguito della storia certificherà che Roger Pingeon non era una meteora. Anzi, si merita la stima concessa ai campioni.

Classifica genarale finale:

1 Roger Pingeon
2 Julio Jiménez                       a 3 min 40 s
3 Franco Balmamion            a 7 min 23 s
4 Désiré Letort                       a 8 min 18 s
5 Jan Janssen                          a 9 min 47 s
6 Lucien Aimar                      a 9 min 47 s
7 Felice Gimondi                   a 10 min 14 s
8 Jos Huysmans                     a 16 min 45 s
9 Raymond Poulidor            a 18 min 18 s
10 Fernando Manzaneque  a 19 min 22 s

NICOLAS FRANTZ, L’ALTRO LUSSEMBURGHESE CHE FU DUE VOLTE MAGLIA GIALLA

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Nicolas Frantz in trionfo – da cyclinghalloffame.com

articolo di Nicola Pucci

Voglio testare la vostra cultura ciclistica, miei cari ed appassionati lettori. Invitandovi a disquisire di un lussemburghese che prima, molto prima dell’immenso Charly Gaul, diede spettacolo sulle strade del Tour de France ed iscrisse il suo nome all’albo d’oro più prestigioso del pedale.

Sono i leggendari anni Venti, quelli fatti di strade sterrate, fatiche omeriche e momenti palpitanti, e di Nicolas Frantz, nato a Mamer il 4 novembre 1899, del cui nome le cronache del pedale cominciano ad interessarsi già nel 1923 quando, denunciando attitudine ai muri lastricati di pavè, chiude in nona posizione un‘edizione del Giro delle Fiandre che saluta la vittoria dello svizzero Heiri Suter quale primo trionfo di uno straniero in una prova nata dieci anni prima e destinata ben presto ad entrare a far parte del ristretto novero delle classiche monumento.

Frantz ha tutto per primeggiare: una dose massiccia di coraggio, fisicità dirompente, polpacci esplosivi, propensione alla battaglia e si disimpegna con classe ed efficacia su ogni terreno. Ergo, può essere il prototipo del corridore adatto alle grandi corse a tappe, anche perchè eccelle in senso tattico. Ed elegge il Tour de France suo territorio di caccia prediletto, facendone l’obiettivo della carriera e preparandolo nei minimi particolari. Già da dilettante ha colto un successo che ne ha reclamizzate le doti, il Gran Premio Faber nel 1922, bissato l’anno dopo al primo anno tra i prfessionisti, e quando nel 1924 debutta al Tour de France se non è uno dei grandi favoriti, poco ci manca.  E poco ci manca che non faccia davvero saltare il banco, vestendo la maglia della Alcyon-Dunlop, terminando sul secondo gradino del podio, seppur ad oltre 35 minuti di distanza da Ottavio Bottecchia, primo nella storia ad indossare la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno, vincendo due tappe consecutive a Gex, dopo aver scalato il Galibier e il Telegraphe, e a Strasburgo.

Frantz prende nota dell’exploit di Botescià, come viene simpaticamente chiamato dai transalpini il fuoriclasse trevigiano, nella remota, che poi tanto remota come vedremo non sarà, illusione di fare altrettanto. Affina lo spunto veloce che può tornargli utile nel conquistare abbuoni preziosi, e che gli consentirà di imporsi in due classiche come la Parigi-Bruxelles del 1927 e la Parigi-Tours del 1929, così come di vincere ben 12 edizioni consecutive del campionato nazionale, dal 1923 al 1934, e nel 1925 si presenta al via della Grande Boucle già con l’autorevolezza del campione pronto a conquistare il trionfo parigino. Ma le cose non vanno come vorrebbe, anche perchè c’è sempre Bottecchia a farla da padrone. Frantz, al pari dell’italiano, vince quattro tappe, a Vannes, a Les Sables d’Olonne, a Perpignan nel giorno in cui, sotto la pioggia, Bottecchia si impossessa definitivamente delle insegne del primato, e a Mulhouse, terminando non meglio che quarto ad 1ora11minuti dal leader della classifica generale, dopo aver a lungo tenuto la seconda posizione e pagando dazio pesante nella tappa del Galibier che stavolta lo vede inesorabilmente respinto.

Il lussemburghese ritrova il podio, secondo, l’anno dopo, 1926, vincendo ancora quattro tappe, Les Sables d’Olonne, Bayonne, Tolone e Nizza, ma rimanendo deciamente lontano da Lucien Buysse che, a due settimane dalla tragica morte della figlia, parte come gregario di Ottavio Bottecchia per poi sostituirlo, una volta ritirato il campione in carica, quale capitano dell’Automoto. Il belga domina sui Pirenei, e nella leggendaria tappa di Luchon, universalmente riconosciuta come la più straordinaria della storia del Tour de France e che prevede la scalata di Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyresourde, lascia dietro gli avversari di mezzora ed ipoteca la vittoria. Il disavanzo finale di Frantz è pesante, 1ore22minuti, e non può certo mancare al lussemburghese la consapevolezza che, sì, è competitivo ma ancora c’è da limare qualcosa per essere il migliore. Il che vuol dire analizzare minuziosamente i dettagli, in modo da allinearsi alla partenza dell’edizione successiva, 1927, senza punti deboli.

Ed in effetti nel 1927 non ce n’è proprio per nessuno. Dal 19 giugno al 17 luglio, sulle strade infuocate di Francia, Frantz sbaraglia la concorrenza in una corsa che Henri Desgrange ha voluto rendere innovativa facendo partire le squadre, nelle tappe senza difficoltà altimetriche, distanziate l’una dall’altra di 15 minuti. Si rivelerà un fiasco clamoroso. Nondimeno Frantz si trova a battagliare con i due belgi Maurice De Waele e Julien Vervaecke ma a Luchon, dopo 326 chilometri di fatica e dopo aver scollinato gli ormai “soliti” Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyresourde, si impone in solitario sclazando Hector Martin per vestire la maglia gialla. E’ la prima in carriera, consolidata dall’altra vittoria di Nizza, sempre giungendo solo al traguardo, per poi triplicare a Metz e chiudere a Parigi con 1ora48minuti21secondi su De Waele. Finalmente il Tour de France è suo, 18 anni dopo lo stesso Francois Faber, e il suo sogno può dirsi realizzato.

Ma Frantz non è certo appagato dalla gloria conquistata, anzi, l’anno dopo, 1928, rinnova la sfida, spalleggiato dalla corazzata Alcyon-Dunlop, aprendo la corsa con la vittoria al primo giorno, a Caen, battendo in volata un gruppetto di attaccanti composto anche da Jan Mertens, Gaston Rebry e proprio De Waele e Vervaecke. E’ l’inizio di una cavalcata senza ostacoli, vincendo le tappe a Les Sables d’Olonne, Nizza, Metz e al Parco dei Principi nel giorno dell’apoteosi, con l’unico momento di difficoltà a tre tappe dalla conclusione quando un incidente meccanico lo obbliga a correre gli ultimi 100 chilometri verso Charleville con una bicicletta da donna troppo piccola prestata da un tifoso, perdendo 38 minuti. Ma il margine messo in cassaforte nelle tappe precedenti è sufficiente a garantirgli di completare l’opera con 50minuti07secondi su Andrè Leducq e 56minuti16secondi su De Waele, suoi colleghi alla Alcyon-Dunlop, concendendo il bis in giallo. E come Bottecchia nel 1924, portando a spasso per la Francia la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Come dire, “ho ben appreso la lezione“. E il Tour de France diventa per l’occasione Tour de Frantz!

Nicolas vorrebbe poi far tris, ma stavolta, nel 1929, pur vincendo a Bordeaux e a Parigi (ventesimo ed ultimo successo in carriera) e vestendo, caso unico nella storia della Grande Boucle, la maglia gialla assieme ad Andrè Leducq e Victor Fontan, proprio la sera della vittoria di Bordeaux, non riesce a ripetere le imprese dei due anni precedenti. Solo quinto a 58minuti dal compagno di squadra Maurice Da Waele, piazzamento che non può certo soddisfare le sue ambizioni, Frantz per l’ultima volta figura nelle prime posizioni della classifica generale del Tour de France, che lo vedrà ancora in competizione, ma solo per far passarella, nel 1932, chiudendo da anonimo al 45esimo posto a 4ore da Andrè Leducq.

Proverà allora a conquistare la maglia iridata, Nicolas Frantz, ma se nel 1929, a Zurigo, verrà beffato in volata dal belga Georges Ronsse, già campione del mondo l’anno prima a Budapest, a Roma nel 1932 cederà ancora il passo, terzo alle spalle dei due azzurri Alfredo Binda e Remo Bertoni, imprendibili lungo i saliscendi dei colli attorno alla capitale. Poi una carriera da direttore sportivo, e la soddisfazione di veder crescere sotto la sua ala protettrice la stella di Charly Gaul.

Già, proprio lui, l’erede designato, che 30 anni dopo, nel 1958 riporterà la bandiera del Lussemburgo sul pennone più alto del Tour de France.

 

 

 

KNUT KNUDSEN, IL CRONOMAN CHE PERSE UN GIRO CADENDO IN DISCESA

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Knut Knudsen durante il Giro d’Italia 1979 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Certo che se Knut Knudsen ripensa a quel Giro d’Italia del 1979, che avrebbe potuto far suo ma che per colpa di una caduta giù per la Forcella del Monte Rest fu costretto a lasciare al rampante Giuseppe Saronni, non può certo fare a mano di covare qualche rimpianto.

Alto, poderoso, tenace, abile su tutti i tracciati ma con formidabili doti sul passo, ed una naturale predisposizione verso le corse a cronometro, nonché le brevi competizioni a tappe, Knudsen nasce a due passi dai fiordi, a Levanger in Norvegia, il 12 ottobre 1950. Un “vichingo dai modi gentili, fin da un’adolescenza in cui, pur di correre in bicicletta, si sottopone a non pochi sacrifici logistici, ma che prima o poi troveranno conforto in una pur eccellente carriera e nell’apprezzamento sincero degli appassionati.

Arrivato fra i dilettanti già con ottime credenziali, Knudsen comincia a dettare legge non solo fra i connazionali (vince ripetutamente i titoli nazionali su strada, su pista e a cronometro), ma anche nelle gare internazionali, fuori dai confini patrii e in giro per l’Europa. Nel 1972, su strada, vince proprio il Giro di Norvegia e i campionati di Scandinavia ma è su pista che ottiene le soddisfazioni principali. Ad esempio alle Olimpiadi di Monaco, che lo vedono mettersi al collo la medaglia d’oro nell’inseguimento individuale, grazie alla gentile concessione dei “cugini danesi” che gli prestano le ruote per la finale, dopo aver partecipato all’edizione messicana quattro anni prima (finì 11esimo) dominando, come fosse di un’altra categoria, avversari come lo svizzero Kurmann e il tedesco Lutz. L’anno successivo, 1973, a San Sebastian, nella medesima specialità, si veste anche della maglia arcobaleno di campione mondiale, ancora una volta surclassando gli avversari.

Passato professionista nel 1974 in Italia, nelle file della Jollyceramica capitanata da Giovanni Battaglin, Knudsen è atteso a recitare un ruolo da primattore nelle gare su pista e contro il tempo. Ma se il livello è sempre d’eccellenza, mancano gli acuti. E’ infatti finalista ai mondiali di inseguimento nel 1975 a Rocourt, ma l’olandese Schuiten è più veloce di lui, e nel 1977 a San Cristobal, quando viene superato da Gregor Braun, finendo invece sul terzo gradino del podio nel 1976 a Monteroni di Lecce, dietro a Francesco Moser e, ancora, Roy Schuiten. Ma se nei velodromi il norvegese non ottiene per quel che sono le sue attitudini e per quel che sono le sue ambizioni, ha altresì modo di rifarsi su strada, riuscendo ad impreziosire il suo palmares con vittorie importanti e una serie ragguardevole di piazzamenti di pregio, partendo, sempre o quasi, è bene dirlo, dal ruolo di gregario, certo di lusso, ma pur sempre luogotenente.

Nel 1975 vince a Fiorano la prima tappa del Giro battendo allo sprint Van Linden, Poppe, Sercu e Gavazzi (hai detto poco!), vestendo per due giorni la maglia rosa prima di cederla nell’ascesa a Prati di Tivo a Battaglin. L’anno successivo vince una tappa al Giro di Romandia e la cronostaffetta, disputata a Martinsicuro negli Abruzzi, per tornare poi protagonista sulle strade della Corsa rosa nel 1977, trionfando nella frazione a cronometro di Pisa, dove infligge significativi distacchi a Moser e a Michel Pollentier che poi quel Giro se lo metterà in tasca. Nel 1978 Knudsen passa alla Bianchi e il sodalizio si rivela subito vincente con il trionfo al Giro di Sardegna (era già giunto 3° nel 1975), al Trofeo Laigueglia, al Giro della Provincia di Reggio Calabria e al Trofeo Baracchi in coppia con Schuiten.

Il norvegese è ormai ospite fisso nelle posizioni che contano delle classifiche, addivenuto com’è a piena maturazione atletica e tecnica, e la stagione 1979, seppur segnata dalla sfortuna, conferma appieno i suoi progressi. Dopo aver chiuso la Milano-Sanremo in terza posizione, lanciandosi in volata per venir anticipato da due draghi dello sprint come De Vlaeminck e Saronni, vince infine la Tirreno-Adriatico (era già giunto 2° nel 1974 e  nel 1975 battuto da De Vlaeminck e nel 1978 alle spalle di Saronni) imponendosi nella cronometro finale di San Benedetto del Tronto il che gli consente di scavalcare Giovanni Battaglin e Giuseppe Saronni, per poi bissare al Giro del Trentino, dimostrando un chiaro miglioramento sulle lunghe salite ed approfittando, lui che viene dai paesi nordici, della avverse condizioni climatiche per battere Moser e De Vlaeminck. Il che ne fa un pretendente all’imminente Giro d’Italia che nel 1979 scatta da Firenze e a cui Knudsen si presenta puree con una coppia di successi al Giro di Romandia.

Moser e Saronni, enfant du pays, fanno meglio di lui nel prologo d’apertura nel capoluogo toscano, ma il nordico è in forma smagliante, e dopo il secondo posto di Perugia (battuto da Beccia), nella cronometro di Napoli, a 24 secondi da Moser che nelle prime tappe pare invincibile, e nella cronoscalata di San Marino, 32 secondi dietro a Saronni, regala una prestazione memorabile nella tappa contro il tempo da Lerici a Portovenere, battendo di 16 secondi lo stesso Saronni e di 40 secondi il promettente Visentini, balzando al secondo posto della classifica generale. Ma nella sfida a due per la vittoria finale con Saronni (18 secondi dividono i due contendenti e con ancora da correre la crono finale di Milano), Knudsen è costretto al ritiro per il capitombolo verso Pieve di Cadore, a soli tre giorni dall’epilogo, e il suo sogno rosa evapora.

Il treno da cogliere al volo è ormai passato, e nel 1980, dopo un 15esimo posto al Giro d’Italia che Knut aveva affrontato con ben altre ambizioni, trionfa di nuovo nella cronostaffetta, stavolta a Montecatini Terme, vincendo poi, a Bruxelles, il Gran Premio Eddy Merckx. Nel 1981 Knudsen torna prepotentemente protagonista al Giro d’Italia vincendo il prologo di Trieste (sui “nemici” della pista Moser e Braun) e le altre cronometro di Montecatini e Verona, rimanendo però ai margini della classifica che conta, solo 22esimo a 31’46” da Giovanni Battaglin  Trionfanella Ruota d’Oro e, di nuovo, nel Gran Premio Eddy Merckx. Dopo una stagione così ricca di soddisfazioni, e seppur ancora nel pieno delle sue forze, a fine anno decide nondimeno di appendere la bicicletta al chiodo. Da più parti si cerca di convincerlo a continuare l’attività, ma la decisione di Knudsen è irevocabile. In fondo, l’insistenza era legittima: al mondo nessuno lo valeva nel ruolo di luogotenente o di vero e proprio gregario, non solo per qualità, ma pure per la grande onestà che l’ha sempre contraddistinto.

Così, a trentun anni, quando ancora sarebbe in grado di scrivere pagine importanti di ciclismo, Knut Knudsen, l’uomo che veniva dai fiordi e dalla simpatia che conquista, mette la parola fine alla sua onorevole carriera.

IL POKER DI PASQUALE FORNARA AL GIRO DI SVIZZERA

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Pasquale Fornara – da tourdesuisse.ch

articolo di Nicola Pucci

Visto che vincere al Giro d’Italia negli anni Cinquanta era un sogno praticamente proibito per la qualità e quantità di fuoriclasse che vi prendevano parte, Pasquale Fornara, che non aveva le stimmate del campionissimo ma era annoverabile tra i migliori specialisti per le gare a tappe, elesse la Svizzera a suo terreno di caccia. E la scelta si rivelò azzeccata.

Nato a Borgomanero il 29 marzo 1925, Fornara trova proprio nel paese dei Cantoni terreno fertile, se è vero che oltre al Giro di Romandia messo in saccoccia nel 1956 battendo quel Carlo Clerici che due anni prima aveva colto la Rosa finale con la fuga-bidone nella Napoli-L’Aquila, soprattutto detiene ad oggi il record di successi proprio al Giro di Svizzera, ben quattro.

Si comincia nel 1952, edizione numero 16 della corsa elvetica che ha nella coppia di campioni di casa, i “due KFerdi Kubler e Hugo Koblet, i principali pretendenti alla vittoria, il primo in virtù dei tre successi nel 1942, 1948 e 1951, il secondo sull’onda lunga del trionfo al Tour de France del 1951. Si gareggia dal 14 al 21 giugno, otto tappe con conclusione a Zurigo e una distanza totale di 1.608 chilometri. Il belga Desiré Keteleer e il lussemburghese Jean Goldschmit sono i protagonisti delle prime quattro frazioni vincendo a Basilea e Monthey e vestendo entrambi le insegne del primato, Koblet è affetto da un’infezione renale e contro la sua volontà e a sua insaputa gli vengono somministrate anfetamine Akzedron che danneggeranno irrimediabilmente la salute del suo cuore. Il 18 giugno Fornara piazza l’acuto decisivo nella cronometro di 81 chilometri da Monthey a Crans, lasciando gli avversari ad oltre tre minuti e impadronendosi della casacca di leader della classifica. Kubler da lepre diventa cacciatore, il giorno dopo vince a Locarno ma ad Arosa Fornara, che oltre ad avere ottima attitudine contro il tempo è pure abilissimo in montagna, vince guadagnando altri 46″ sul rivale e consolidando la sua maglia oro, infine sua definitivamente con un vantaggio di 4’57”, con Clerici che conferma di non essere proprio un carneade chiudendo suil terzo gradino del podio con un ritardo di 6’56”.

Fornara, che nel frattempo è terzo al Giro d’Italia del 1953 alle spalle dei mostri scari Coppi, di cui in gioventù è stato fedele gregario, e proprio Koblet, rinnova l’appuntamento con la vittoria al Giro di Svizzera due anni dopo, nel 1954, presentandosi al via con l’intento di riscattare il quinto posto dell’edizione del 1953 vinta dallo stesso Koblet. Si corre stavolta ad agosto, dal 7 al 14, sette tappe e 1.477 chilometri complessivi, e se anche Coppi è della partita chiudendo infine in una per lui non certo soddisfacente quinta posizione, la corsa è dominata dagli italiani che si aggiudicano ben cinque successi parziali. Tocca al laziale Bruno Monti aprire le danze a Winterthur, davanti proprio a Fornara, per vestire poi la maglia oro per tre giorni, con “l’airone” primo a Davos e nella cronometro di Lugano che proietta Fornara, pur battuto di oltre cinque minuti, al comando. Domenico Zampini aveva a suo tempo trionfato in solitudine nello sconfinamento a Lecco, Primo Volpi fa suo il traguardo di Friburgo ma a Zurigo Fornara chiude la sfida con 2’54” su Agostino Coletto e 3’36” su Giancarlo Astrua.

Passano tre anni ancora e nel 1957 Fornara è pronto per il terzo assalto alla vittoria finale. Il piemontese ormai ha consolidato la sua buona fama di corridore tenace e adatto alle corse a tappe, con il quarto posto al Tour de France del 1955 e con i sette giorni in maglia rosa al Giro d’Italia del 1956, quando è costretto all’abbandono nella tappa del Monte Bondone che sbriciola i suoi sogni e proietta invece Charly Gaul nella storia. In Svizzera si torna a competere nel mese di giugno, dal 12 al 19, edizione numero 21 che propone otto frazioni che porteranno i corridori a Zurigo dopo 1.567,6 chilometri. Max Schellenberg è il primo titolare della casacca di leader vincendo a Thalwil davanti proprio a Fornara, staccato di 30″. Pasquale è in forma e pure attento quando al terzo giorno, verso La Chaux de Fonds, entra nella fuga a sei assieme a Stefano Gaggero, poi vincitore al traguardo, Friedrich, il belga Edgard Sorgeloos, Junkermann e Attilio Moresi, che guadagna quel margine che veste Fornara della maglia oro. Proprio il fiammingo è l’avversario più tenace del portacolori della Cilo, costretto a rintuzzarne l’attacco nella tappa che si conclude a Lugano vinta dallo svizzero Rolf Graf, detentore del titolo ma fuori classifica. A Zurigo Fornara mette in curriculum il terzo successo con 1’21” su Sorgeloos e 1’42” su Moresi, facendo sua pure la classifica di miglior scalatore della competizione.

Appaiati i due eroi di casa Kubler e Koblet a quota tre successi e scavalcato Gino Bartali che in Svizzera si impose a due riprese nel 1946 e nel 1947, Fornara insegue il poker e questo è l’obiettivo per il 1958, anno in cui si presenta ai nastri di partenza dopo aver concluso sul secondo gradino del podio la Vuelta, alle spalle del francese Jean Stablinski, per poi essere stato nono al Giro d’Italia appannaggio di Ercole Baldini. Tre grandi corse a tappe consecutive non sembrano comunque penalizzare “Pasqualino” che, dopo le vittorie di Nino Defilippis a Bregenz e Rino Benedetti a Rheinfelden, si impone nella cronometro di 82 chilometri di Soletta, lasciando Graf a 15″ e lo stesso Defilippis a 1’24”, balzando al comando della corsa. La classifica muta volto nei due giorni successivi con il bis di Benedetti a Berna e il successo di Keteleer a Serre, con Defilippis e Junkermann ad alternarsi in testa alla classifica, ma Fornara è in agguato e se demolisce la concorrenza nella sesta tappa trionfando dopo una fuga in cui si sbarazza di Antonio Catalano, nuova maglia oro, per distanziare Defilippis di oltre quattro minuti e il resto del plotone di dieci minuti, a Klosters se ne va con Junkermann a cui lascia la vittoria accontentandosi del primo posto in graduatoria. Il poker è servito e a Zurigo, dopo 1.511 chilometri di fatica, Fornara si impone con 7’06” di vantaggio su Junkermann e 8’55” su Catalano, per un trionfo tricolore che vede lo stesso Catalano miglior scaltore e Defilippis primo nella classifica a punti.

BEGHETTO & BIANCHETTO, UN TANDEM D’ECCEZIONE

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Il tandem di Beghetto e Bianchetto in finale – da leolimpiadiditalia.it

Le Olimpiadi romane del 1960 regalano soddisfazioni a gogò all’Italia del ciclismo, capace di imporsi in cinque del sei gare programmate (sfugge solo la prova in linea, con Livio Trapè battuto in volata dal sovietico Viktor Kapitonov).

Sull’onda lunga del doppio oro conquistato da Sante Gaiardoni nella velocità e nel Km. da fermo, la squadra azzurra spera di poter completare un fantastico tris nelle prove di velocità affidandosi ad una coppia di ventunenni veneti, Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto, entrambi della provincia di Padova, coetanei essendo entrambi classe 1939 ed iscritti nella disciplina olimpica del tandem.

Rispetto a Gaiardoni, il duo Italiano non parte con i favori del pronostico, che vanno viceversa agli australiani, vincitori delle ultime due edizioni dei Giochi e che stavolta si affidano a Browne, già presente a Melbourne 1956, e Smith, e, in subordine, agli olandesi Paul e Gerritsen, ma la prima grossa sorpresa si ha nel turno iniziale, quando entrambi vengono superati, rispettivamente dai tedeschi Simon e Staber e dai sovietici Vasilyev e Leonov, dovendo ricorrere al “ripescaggio” che premia il tandem “orange” a spese della delusa coppia australe.

I due italiani, che erano stati esentati dal primo turno, superano agevolmente nei quarti gli americani Hartman e Sharp con due volate da 10″2 e 10″5 negli ultimi 200 metri e, in semifinale, si trovano di fronte proprio gli olandesi, a loro volta vincitori a fatica in tre prove dei francesi Surrugue e Scob, mentre l’altro abbinamento mette di fronte tedeschi e sovietici, a dimostrazione che l’exploit iniziale non era dovuto al caso.

Beghetto e Bianchetto danno una ulteriore dimostrazione di forza regolando in due manches la coppia formata da Paul e Gerritsen, mentre Simon e Staber superano anch’essi in due prove Vasilyev e Leonov che si aggiudicano il bronzo per forfait, in quanto i due olandesi erano caduti nella seconda manche contro l’Italia e non si presentano alla finale per il 3. posto.

Resta quindi un ultimo “gradino” verso l’oro per Beghetto e Bianchetto che, preparati al fatto che i tedeschi avevano sinora vinto tutte le prove disputate andando in testa e resistendo al ritorno degli avversari, “anticipano” le loro mosse scattando in testa all’inizio dell’ultimo giro e, sfruttando la loro velocità di base, riescono, con due frazioni di 200 metri corse rispettivamente in 10″7 e 10″8, a rintuzzare il tentativo di rimonta dei rivali e consegnare all’Italia la terza medaglia d’oro al Velodromo Olimpico.

Le strade dei due alfieri azzurri si dividono poi a partire dal 1963, con Bianchetto che si fregierà dell’oro olimpico anche a Tokyo 1964 in coppia con Angelo Damiano, cui unirà l’argento nella velocità individuale dietro all’altro italiano Giovanni Pettenella, mentre Beghetto opterà per il passaggio tra i professionisti dove raccoglierà l’eredità di Maspes, conquistando tre ori ed un argento nella velocità in quattro edizioni consecutive (dal 1965 al 1968) dei Mondiali.

Due giganti del tandem, Beghetto & Bianchetto, e le notti romane celebrarono la loro corsa veloce verso la gloria.

QUANDO PANTANI E GUERINI SPIANARONO LA MARMOLADA

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Pantani e Guerini in fuga sul Passo Fedaia – da stefano-vda.blogspot.com

articolo di Emiliano Morozzi

Qualche giorno fa il Giro del Centenario è salito al Santuario di Oropa, teatro di una delle più celebrate imprese di Pantani. Ma un’altra montagna ha segnato il destino dello scalatore romagnolo in maniera profonda: la Marmolada. Un nastro d’asfalto dritto e infinito, dalle pendenze micidiali, dove Pantani ha scritto la prima pagina dell’epopea che l’ha portato, nel corso dello stesso anno, 1998, a vincere sia il Giro d’Italia che il Tour de France.

Lo scalatore di Cesenatico arriva al Giro in cerca di riscatto dopo i tanti, troppi infortuni degli anni precedenti, ma la situazione al via del primo tappone alpino è tutt’altro che positiva: Zulle è avanti di quasi quattro minuti dopo la vittoria nella crono di Trieste e in montagna non sembra mostrare segni di cedimento, il coriaceo Tonkov sopravanza Pantani di quasi due minuti. Arrivano però le grandi montagne e le grandi pendenze, un terreno sul quale il “Pirata” può e deve fare la differenza.

Il tappone dolomitico offre come menù la Marmolada, affrontata dal durissimo versante di Malga Ciapela, e il Passo Sella, lato Canazei, salita meno impegnativa ma comunque dura, specialmente nei chilometri finali dopo il bivio per Passo Pordoi. Ai piedi della Marmolada, nulla si muove: in fuga ci sono il colombiano Chepe Gonzalez, il connazionale Buenahora e lo svizzero Camenzind. il gruppo viaggia a più di due minuti e nessuno sembra voler provare l’attacco.

Gli alberghi di Malga Ciapela preannunciano che la parte più dura della salita sta per arrivare. Lì comincia l’epopea di Marco Pantani, e subito fioriscono le leggende. In diretta televisiva, il leader della Mercatone Uno, ben visibile con addosso la maglia verde di miglior scalatore, si volta verso il fido gregario Roberto Conti e gli domanda: “Ma quand’è che comincia questa Marmolada?“. Neanche il tempo di dirlo e Tonkov scatena la bagarre con uno scatto secco là dove le pendenze sono più dure. Zulle non reagisce e sembra inizialmente voler salire del suo passo, Pantani dopo qualche attimo d’esitazione, rinviene portandosi alla ruota Giuseppe Guerini e subito si mette in testa a fare il ritmo.

La corsa esplode: la maglia rosa Zulle rotola indietro e va in crisi, anche il russo Tonkov, già respinto dalla Marmolada due anni prima, si stacca e dimostra ancora una volta di patire le pendenze troppo arcigne, mentre davanti Pantani sembra volare e rifila in soli quattro chilometri distacchi impressionanti. In cima al Passo Fedaia, lo scalatore romagnolo ha già guadagnato un minuto su Tonkov e quasi due su Zulle. Nella veloce discesa che porta a Canazei, Guerini, che veste i colori del Team Polti, dà il cambio a Pantani e sulle rampe del Passo Sella i due riagganciano il battistrada Chepe Gonzalez. Il colombiano non regge a lungo il ritmo dei due italiani: Pantani è scatenato, sente odore di impresa e si alza costantemente sui pedali per rilanciare la propria azione, Guerini tiene botta e quando può offre il cambio al romagnolo per farlo rifiatare. In mezzo a due ali di folla, Pantani vola verso la maglia rosa: in cima al Sella il “Pirata” è già virtualmente primo, con Tonkov che accusa un paio di minuti, Zulle è alla deriva e prende più di quattro minuti e mezzo.

La sfortuna sembra ancora una volta voler colpire Pantani, che a pochi chilometri dall’arrivo sbaglia una curva, ma stavolta il “Pirata” rimane in piedi e spinge fino all’arrivo: la gloria della vittoria di tappa, a Selva  va a Guerini, bravissimo nel tenere l’indiavolato ritmo del romagnolo, la gloria di avere scritto una pagina epica del Giro d’Italia va a Pantani. Un’impresa davvero straordinaria quella dello scalatore di Cesenatico, capace con una audace fuga di far saltare il banco e vestire per la prima volta quella maglia rosa che porterà con onore fino al traguardo di Milano.

1935, L’ESORDIO DELLA VUELTA E’ DEL BELGA DELOOR

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Una fase della corsa – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Se il Tour de France nasce con l’abbrivio del nuovo secolo, 1903, e il Giro d’Italia segue a ruota di qualche anno, 1909, la terza grande prova a tappe in ordine di importanza, la Vuelta, ha genesi più complessa e si lascia desiderare a lungo.

Nella prima metà degli anni Trenta la Spagna, non diversamente da quel che sta accadendo altrove, è scossa da fremiti nazionalisti che contrastano con l’orientamento sociale dei partiti della sinistra, ed è in questo contesto che il ciclismo tarda a decollare come disciplina di massa. Certo, qualche atleta di buon livello si è già illustrato sulle strade di Francia, ad esempio Salvador Cardona che nel 1929 sfiora il podio giungendo quarto ad un soffio dal belga Jef Demuysere che gli soffia la terza piazza, o Vicente Trueba, la leggendaria “pulce dei Pirenei” che nel 1933, dopo esser stato l’anno precedente eletto miglior scalatore della Grande Boucle, si guadagna la vittoria nella classifica dei Gran Premi della Montagna, introdotta dal direttore della corsa Henri Desgrange. Ma tocca attendere il 1935 perchè anche la Spagna possa sedurre i ciclisti con una grande competizione, ed è un evento che se parte con il botto, nondimeno avrà vita dura ad affermarsi, vittima dei venti di guerra che stanno per insanguinare il paese con la guerra civile prima, l’Europa con la Seconda Guerra Mondiale poi.

Il merito del nuovo parto è da ascrivere a Clemente Lopez Doriga, patron della Vuelta, e all’intuizione, neppure troppo geniale ad onor del vero, di Juan Pujol, ultranazionalista di destra, direttore del quotidiano di chiara tendenza fascista Informaciones, che prende spunto dai buoni introiti garantiti ai giornali L’Auto e La Gazzetta dello Sport che sponsorizzano Tour de France e Giro d’Italia, per fare altrettanto.

E così, alle 8 del mattino del 29 aprile 1935, la carovana della Vuelta per la prima volta si mette in marcia da Madrid, sotto gli occhi incuriositi di una moltitudine di appassionati, civili come non lo saranno di lì a qualche mese complice la guerra. Sono da percorrere 14 tappe per complessivi 3425 chilometri, e tra i 50 corridori allineati al via ci sono proprio Salvador Cardona e Vicente Treba, favoriti della prova e pure ben pagati dall’organizzazione per partecipare all’evento, così come Mariano Canardo, forte del nono posto nel 1934 al Tour de France, c’è l’olandese Marinus Valentijn, che vanta un terzo posto ai Mondiali di Montlhery, in Francia, nel 1933, c’è il belga François Adam che si è già ben distinto sulle strade vallonate della Liegi-Bastogne-Liegi, c’è il piemontese Luigi Barral, ottavo al Giro e nono al Tour nel 1932, nonchè secondo al Giro di Lombardia del 1933 alle spalle di Domenico Piemontesi, c’è il viennese Max Bulla già quattro volte consecutivamente nella top-ten ai campionati del mondo in linea, c’è lo svizzero Leo Amberg che sarà terzo al Tour de France del 1937. E poi c’è una coppia di fratelli che vengono dalle Fiandre, Alfons il maggiore e Gustaaf il minore Deloor, pronti a far saltare il banco.

Già, perchè nei sedici giorni in cui la corsa si sviluppa, appunto dal 29 aprile al 15 maggio, il tempo non è tipicamente iberico, ovvero sole e cielo azzurro, ma molto più fiammingo del previsto, pioggia e temperature basse, che se da una parte penalizza i corridori di casa dall’altra, inevitabilmente, favorisce proprio i belgi. E i due Deloor, soprattutto Gustaaf, ne approfittano.

Si parte dunque dall’Atocha di Madrid, per concludere la prima, storica frazione a Vallodolid dopo 185 chilometri che consegnano all’altro belga Antoine Dignef la prima maglia di leader, di sgargiante colore arancione. Gli appassionati spagnoli vorrebbero infiammarsi per i due beniamini più accreditati, ma se Trueba è costretto al ritiro perchè debilitato dalla “solitaria” che lo avvinghia allo stomaco, Cardona non è competitivo, ad eccezione della vittoria parziale a Murcia, se è vero che chiuderà in un’anonima 11esima posizione finale.

Tocca allora a Canardo vestire i panni del protagonista, seppur costretto ad inseguire fin dal terzo giorno quando, dopo che Antonio Escuriet ha vinto a Santander rilevando Dignef in testa alla classifica, accusa a Bilbao un distacco di nove minuti da Gustaaf Deloor che balza al comando della garduatoria. Nessuno più sarà in grado di scalzarlo.

In effetti la gara si riduce ad una sfida tra il belga e il navarro, con Deloor che si impone ancora a Siviglia e Canardo che prova a recuperare lo svantaggio, vincendo a sua volta a Saragozza prima che un capitombolo rovinoso nella penultima tappa tra Caceres e Zamora, che gli costa altri cinque minuti di ritardo, lo escluda definitivamente dalla battaglia per la vittoria finale.

C’è spazio anche per gli italiani, in questa prima Vuelta: Edoardo Molinar, 28enne di Rocca Canavese che se la cava su tutti i terreni, vince proprio la tappa di Zamora per poi concludere in quarta posizione della generale, con un distacco di 22’42” da Deloor e a poco più di tre minuti dal terzo gradino del podio su cui infine sale Dignef; Paolo Bianchi è settimo, ma soprattutto Luigi Barral capeggia la graduatoria degli scalatori, meritandosi l’etichetta di miglior camoscio di Spagna.

E se si pensa che dei 50 corridori al via solo 17 sono stranieri ma ben 9 di loro occupano la top-ten della classifica generale finale a Madrid, ecco che questa prima edizione della Vuelta è proprio una vicenda curiosa. Che si chiude con la trionfale passarella nella capitale di Gustaaf Deloor, che davanti a 100.000 spettatori acclamanti si impone anche nell’ultima tappa su Canardo e Bulla, per far sua la corsa con 12’33” di vantaggio sullo stesso Mariano Canardo, comunque secondo nonostante le disavventure.

La Vuelta si mette in marcia, e seppur ben presto costretta a cedere il passo alla tragicità degli eventi bellici, è proprio una bellissima stroria ciclistica che va a cominciare.

Ah, dimenticavo… Gustaaf Deloor ci prenderà gusto e vincerà pure la seconda edizione, anno 1936.