AD UTSUNOMIYA 1990 IL GIORNO DI GLORIA DI RUDY DHAENENS

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L’arrivo di Dhaenens – da facebook.com

articolo di Nicola Pucci

Chi pratica attività sportiva individuale, quantunque inserito in seno ad una formazione – di club o nazionale che sia -, ha prima o poi l’occasione che può cambiargli la vita. E a Rudy Dhaenens quel treno su cui viaggiano tutti i suoi desideri d’affermazione, passa un tardo pomeriggio del 2 settembre 1990, giorno che calendariazza la prova su strada dei Campionati del Mondo sul tracciato giapponese di Utsunomiya, capoluogo della prefettura di Tochigi. E questo ragazzo belga di 29 anni, quel treno, lo acchiappa, al volo, andandosi a prendere quella gloria imperitura a dispetto di un destino, bastardo, che di lì a qualche anno avrà la sua rivincita.

Dhaenens, in effetti, fino all’atto di allinearsi ai nastri di partenza della corsa che assegna una maglia arcobaleno da indossare per dodici mesi, non ha collezionato grandi exploit. Certo, da buon fiammingo che si rispetti, nato com’è a Deinze il 10 aprile 1961, ha più volte illustrato le sue doti di buon passista nelle classiche del pavè, giungendo quinto alla Gand-Vewelgem nel 1985, infilando un trittico di prestazioni d’eccellenza alla Parigi-Roubaix (quinto sempre nel 1985, secondo nel 1986 battuto in volata da Sean Kelly e terzo nel 1987 arrendendosi, sempre allo sprint, ad Eric Vanderaerden e Patrick Versluys) e figurando all’ottavo posto al Giro delle Fiandre 1988. Ma se si tratta di contare i successi di una carriera professionistica iniziata nel 1983 in seno alla Splendor per poi proseguire difendendo i colori della Hitachi e della Pdm… beh, bastano le dita di una mano, con la Druivenkoers nel 1985 battendo Dirk Demol e Marc Sergeant, due edizioni consecutive del Circuito Mandel-Lys-Escaut nel 1985 e nel 1986, una tappa del Giro del Lussemburgo, sempre nel 1986, e, a completamento di una stagione, proprio quella del 1986, che può ritenersi la sua migliore in otto anni di onorata militanza, l’11esima tappa del Tour de France, tra Poitiers e Bordeaux,, con un colpo di mano che gli consente di anticipare Mathieu Hermans e Laurent Biondi. Dopodichè, un numero congruo di piazzementi, tanta fatica al servizio di capitani più scaltri e vincenti di lui, e la stima, senza condizioni, di chi ha il compito di guidarlo dall’ammiraglia.

Che il 1990 possa rappresentare la chiave di volta di una carriera professionistica avviatasi alla piena maturità tecnica e agonistica se ne ha sentore a primavera quando Dhaenens non solo si impone in una tappa del Giro delle Asturie rinnovando l’appuntamento con la vittoria che mancava da ormai quattro anni, ma è protagonista tra i più costanti delle classiche-monumento, giungendo secondo al Giro delle Fiandre alle spalle di Moreno Argentin con il quale ha animato la fuga decisiva, nono alla Parigi-Roubaix e mostrandosi abile anche nelle corse delle Ardenne, come certificato dal quarto posto alla Liegi-Bastogne-Liegi. E al Tour de France è in forma al punto da ottenere un 43esimo posto finale che significherà poco come valore assoluto ma che per lui, solitamente destinato a pedalare nelle retrovie del gruppo, assieme ai velocisti e con l’occhio attento al “tempo massimo“, testimonia che l’anno è davvero quello più propizio. Ed Eddy Merckx, che ha il compito di selezionare la Nazionale belga, gli affida per i Mondiali il ruolo di luogotenente di una formazione che ha in Claude Criquielion, iridato a Barcellona nel 1984 e defraudato da un titolo che pareva poter far suo a Renaix nel 1988, il capitano designato.

Ad Utsunomiya due corridori si spartiscono i favori della vigilia, Greg Lemond che difende il titolo conquistato l’anno prima a Chambery ed è fresco di terzo trionfo al Tour de France, e Gianni Bugno, artefice di quel salto di qualità atteso da qualche stagione e che, infine, lo ha visto dominare Milano-Sanremo, Giro d’Italia, Wincanton Classic, classifica generale di Coppa del Mondo e conquistare la tappa dell’Alpe d’Huez alla Grande Boucle. Accanto ai due campioni più pronosticati, l’Italia del commissorio tecnico Alfredo Martini presenta validissime alternative in Maurizio Fondriest, che proprio a Renaix nel 1988 vinse quando Criqielion cadde, e Claudio Chiappucci, scopertosi campione battagliando con Lemond sulle strade di Francia, Sean Kelly si gioca una delle ultime carte in carriera di far sua una maglia che renderebbe pieno merito al suo rango di straordinario cacciatore di grandi corse in linea, Laurent Jalabert guida la Francia orfana di Laurent Fignon, un giovane Miguel Indurain affianca Pedro Delgado in Casa Spagna e Dmitry Konyshev, al pari di Tony Rominger e Rolf Sorensen, sono gli alfieri di Urss, Svizzera e Danimarca, chiamati a giocare il ruolo di outsiders.

145 corridori sono schierati alla partenza, e se sono da coprire 261 chilometri, ad onor del vero il percorso, vallonato, non presenta difficoltà altimetriche tali da produrre una selezione massiccia. La squadra azzurra, al solito, è quella da battere, il riferimento per le Nazionali avversarie e, vista l’abbondanza di punte a disposizione, viene attaccata fin dall’avvio. A Franco Ballerini, Francesco Cesarini e Bruno Cenghialta tocca il compito di infilarsi nelle fughe, ed una di questa, nella quale figurano rivali del calibro del francese Gilles Delion, del danese Kim Andersen, dello svizzero Thomas Wegmuller e dell’altro transalpino Martial Gayant, acquisisce un margine di vantaggio che desta qualche allarmismo, circa sei minuti.

Bugno, Fondriest e Chiappucci sono al coperto nella pancia del gruppo, ma quando il vantaggio del plotone in avanscoperta si fa importante, la Nazionale azzurra, pur con tre suoi gregari in avanti, è obbligata ad intervenire per ricucire lo strappo. Afa ed umidità prosciugano così le energie dei Ghirotto, Bombini, Volpi, Leali e Cassani, che pancia a terra menano come forsennati in testa al gruppo,  Bugno e Fondriest stessi talvolta sono davanti e Chiappucci, abituato com’era in un recente passato ad operare come uomo di fatica, non si fa pregare a tirare in testa.

E se Gayant e il norvegese Dag Otto Lauritzen sono tra i più attivi nel tenere viva la fuga, ecco che due belgi astuti e disposti a tutto pur di giocarsi le loro carte, proprio Rudy Dhaenens e Dirk De Wolf, che apparentemente lavorano per Criquielion, operano il forcing che provoca il cedimento di Ballerini. Rimasta sguarnita in avanti, l’Italia si trova nella necessità di chiudere un buco affatto facile da colmare, ed è qui, con quattro giri ancora da percorrere, che Gianni Bugno prende in mano le redini della corsa, provando a rinvenire sulla coppia belga che nel frattempo è rimasta sola in avanscoperta. Ma Lemond e Kelly non collaborano, Bugno si avvicina ma non riesce a rinvenire sui due fuggitivi ed allora Dhaenens, più fresco del compagno di bandiera, abborda in testa la volata a due che vale una maglia iridata e a braccia alzate taglia il traguardo. Primo e campione del mondo, a prendersi una gloria inseguita da sempre.

All’Italia rimane l’amaro della medaglia di bronzo di Bugno, che batte, facilmente, gli stessi Lemond e Kelly, e che serve solo a completare il podio. Così come, ahimé, quella gloria conquistata faticosamente, su pedali, sarà effimera per il povero Rudy Dhaenens, quando un incidente stradale, otto anni dopo, andando a commentare quel Giro delle Fiandre che aveva aperto la sua stagione più bella, lo strapperà alla vita.

LA VITTORIA DI VASCO BERGAMASCHI AL GIRO D’ITALIA 1935 IN CUI ESORDI’ BARTALI

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Giuseppe Olmo e Vasco Bergamaschi in azione – da dikdik.altervista.org

articolo di Nicola Pucci

Alla luce di quel che accadde nei due decenni successivi di ciclismo tricolore, è necessario dare alla vittoria di Vasco Bergamaschi al Giro d’Italia 1935 il giusto risalto. Perchè, ad onor del vero, di rado ci si ricorda di quest’impresa in maglia rosa puntando invece la lente d’ingrandimento sull’esordio, in quell’edizione naturalmente storica, di Gino Bartali, uno dei più grandi di sempre.

Mantovano di San Giacomo delle Segnate, dove nacque il 29 ottobre 1909, Bergamaschi è già professionista da qualche anno, esattamente dal 1930 quando, correndo da individuale, si impone alla Coppa del Re e al Giro di Ungheria, per poi, saltata l’intera stagione 1931, entrare l’anno successivo nei quadri della Maino che ha in Learco Guerra il suo storico capitano.

Proprio in appoggio alla “locomotiva umana” Bergamaschi corre il Giro d’Italia nel 1932, terminando 36esimo, per poi, ritirato nel 1933 al pari di Guerra, non portare a termine l’edizione del 1934 della Corsa Rosa che Learco, invece, si aggiudica con soli 51″ di vantaggio su Francesco Camusso.

Abile scalatore, come dimostra il 13esimo posto al Giro di Lombardia del 1934, ed affatto a disagio sia a cronometro che in volata, Bergamaschi nei primi anni di carriera svolge al meglio il suo ruolo di gregario, partecipando anche al Tour de France del 1933 concluso in un’onorevole 39esima posizione, ma se le vittorie non impreziosiscono il suo palmares, ecco che per il 1935 il lombardo, maturato agonisticamente, ha in serbo il colpaccio. Ed è un exploit che si tinge di rosa e lo proietta, per sempre, nell’alveo dei campioni immortali. Seppur qualcuno, più grande di lui, gli neghi la giusta vetrina.

Learco Guerra, vincitore dodici mesi prima, è ovviamente il campione di riferimento di un’edizione del Giro d’Italia 1935 che impegna i corridori in 3.577 chilometri di fatica, distribuiti in 20 tappe da disputarsi tra il 18 maggio e il 9 giugno, con partenza ed arrivo decretate a Milano. Alfredo Binda è all’ultima recita di una carriera monumentale che lo ha visto già cinque volte trionfatore alla Corsa Rosa, ma i suoi muscoli sono ormai stanchi e, a dispetto di quattro secondi posti parziali, terminerà non meglio che 16esimo con un ritardo di 31’13”. E se un fuoriclasse si avvia al tramonto, così come è della partita, sempre in maglia Maino, Costante Girardengo che di anni ne ha 42 e fu secondo esattamente dieci anni prima, nel 1925, un’altra stella di abbacinante grandezza si affaccia al proscenio, tale Gino Bartali, classe 1914, di Ponte a Ema alle porte di Firenze, che col quarto posto alla Milano-Sanremo vinta da Giuseppe Olmo, altro pretendente alla vittoria finale, ha mostrato di che pasta sia fatto.

Bergamaschi, come è logico che sia, dovrebbe lavorare per Guerra, che dovrà vedersela anche con l’agguerrito contingente francese che ha in André Leducq, re del Tour de France nel 1930 e nel 1932 ma troppo fuori forma e costretto al ritiro, e Maurice Archambaud, che sarà infine quinto, i suoi alfieri più accreditati, ma vince subito in volata la prima tappa che si conclude a Cremona, vestendo la maglia rosa per poi venir deposto da Domenico Piemontesi, terzo nel 1933, che fugge con Domenico Fantini verso Mantova battendolo sul traguardo e cedendogli poi, a sua volta, le insegne del primato a Cesenatico, a sera del secondo successo consecutivo di Guerra, già primo a Rovigo.

La “locomotiva umana” è in rampa di lancio, proprio nel giorno in cui Girardengo, ormai da troppi anni non più all’altezza della sua fama, abbandona la corsa, ma il 22 maggio, quando per la prima volta il Giro propone due tappe nella stessa giornata, Olmo, che difende i colori della Bianchi, domina la cronometro di 35 chilometri tra Cesena e Riccione, battendo Aldo Bini di 1’17”, relegando lo stesso Guerra a 1’24”, sopravanzando Archambaud, che la fama di essere fortissimo contro il tempo, di 1’39” e distanziando Bergamaschi, che si ritrova secondo in classifica a soli 34″ dallo stesso Olmo, di 1’57”.

I giochi sono ovviamente tutti da fare, ma Olmo, indubbiamente, sembra essere l’avversario più temibile non solo per Guerra, che veste i panni di favorito, ma anche di Bergamaschi, che, annunciato dal 17esimo posto in primavera alla Milano-Sanremo, non è davvero più un semplice ed onesto luogotenente.

Il 24 maggio 1935, dopo un giorno di riposo, il programma prevede non solo 171 chilometri da coprirsi tra Porto Civitanova e L’Aquila, ma anche l’ascesa ai 1.300 metri del Passo delle Capannelle, ed è qui che si scrive la storia del ciclismo. Su quelle rampe non troppo severe, nasce infatti la leggenda di Gino Bartali, che, compagno di squadra in maglia Frejus di Giuseppe Martano, già due volte sul podio al Tour de France, semina tutti e coglie allo Stadio Berta la sua prima vittoria in carriera sulle strade del Giro d’Italia. Bergamaschi cede 1’47” al toscano ma fa meglio, nettamente meglio, di Guerra, Olmo ed Archambaud, staccati di oltre tre minuti, che si marcano stretti e vedono Vasco, a sera, tornare in possesso della maglia rosa. Non la cederà più a nessuno.

Guerra, con il compagno di squadra in vetta alla classifica, si trova dunque a dover inseguire, ma se fa valere il suo spunto veloce a Lanciano, Bari e Roma, non ha la stessa forma del 1934 e non riesce a fare la differenza sui percorsi ondulati che gli organizzatori hanno disegnato per lui. E nella tappa tra Roma e Firenze, lunga 317 chilometri e con le asperità di Radicofani e Cimini, attacca ancora Bartali, che sente il profumo delle colline di casa e si guadagnerà a fine Giro la palma di miglior scalatore, prima di venir raggiunto e poi staccato da un plotoncino di sei contrattaccanti che comprende, tra gli altri, lo stesso Bergamaschi, Archambaud e Martano. La maglia rosa moltiplica le energie di Vasco che sul traguardo brucia i compagni di fuga ed incrementa il suo vantaggio in classifica, con Ezio Cecchi ora secondo a 3’27”, Martano terzo a 3’50” ed Olmo, Guerra e Bartali, distanzianti di ulteriori cinque minuti, che scivolano indietro ad oltre otto minuti dal leader della graduatoria.

E se verso Montecatini Terme la salita di Porretta chiama gli assi alla riscossa nel giorno in cui Bergamaschi si incolla alla ruota degli avversari diretti ed Olmo è primo al traguardo, tocca alla cronometro di Viareggio, 43 chilometri partendo da Lucca, stabilire le gerarchie in classifica. Vince Archambaud, che si lascia alle spalle Olmo e Guerra, ma Bergamaschi si difende come un leone, cede solo 6 secondi a Martano, guadagna 3 minuti su Cecchi e a fine giornata, tenuta ben salda sulle spalle la maglia rosa, può guardare con ottimismo alle ultime tappe.

Guerra, ormai, non può che accettare di dover ricoprire l’inatteso ruolo di aiutante di quello che, sulla carta, doveva essere il suo gregario più fidato, e se Olmo, irriducibile, prova a scombinare i piani della Maino provando a far saltare il banco a Cuneo ed Asti, dove si impone ma recupera solo pochi secondi, l’ultimo pericolo per Bergamaschi è rappresentato dalla scalata del Sestriere, che con i suoi 2.033 metri, al penultimo giorno, è la vetta del Giro. Ma dopo 8 ore e mezzo di fatica, Bergamaschi, Martano, Olmo, Guerra ed Archambaud, che occupano le prime cinque posizioni della graduatoria (Cecchi era crollato ad oltre 15 minuti nella tappa di Cuneo), sono l’uno accanto all’altro, ed allora, con Bartali che passa primo in vetta al Sestriere e Raffaele Di Paco che si conferma ruota veloce, Vasco Bergamaschi infine può esultare.

L’ultima maglia rosa, ben salda, è sua, e pazienza se poi la storia del pedale si ricorderà più dell’esordio vincente di Ginettaccio che di lui. L’albo d’oro del Giro d’Italia 1935 porta vergato il suo nome, e questo è già un trionfo. Noi abbiamo solo provato a rendergli il giusto merito.

PETER POST, L’OLANDESE CHE VINSE LA PARIGI-ROUBAIX 1964 CON L’AIUTO DI EOLO

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L’arrivo vincente di Peter Post – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Quando tra qualche momento vi racconterò della Parigi-Roubaix più veloce di sempre (prima che Greg Van Avermaet facesse meglio nel 2017), due luoghi comuni verranno, inderogabilmente, smentiti per sempre: il primo è quello che l’Olanda fosse un paese di riferimento per le corse ciclistiche in linea, il secondo è che nel “Velodrome” più prestigioso del pedale si potesse venir proclamati vincitori solo grazie ad un’immane fatica.

Partiamo dall’Olanda, dunque, che se è vero che da decenni ormai occupa gli albi d’oro delle corse di maggior levatura mondiale, ha iniziato a farlo non prima degli anni Cinquanta e Sessanta, con Arie den Hartog a rompere il ghiaccio nel 1965 alla Milano-Sanremo, Win Van Est a fare altrettanto a Giro delle Fiandre nel 1953, Albertus Geldermans ad issare la bandiera dei tulipani sul gradino più alto del podio alla Liegi-Bastogne-Liegi nel 1960 e Jo De Roo a far doppietta al Giro di Lombardia nel 1962 e nel 1963. Se poi la vittoria iridata di Theo Middelkamp a Reims nel 1947 ebbe un seguito nel 1964 solo grazie a quel Jan Janssen che tre anni dopo fu il primo olandese in giallo al Tour de France, non prima di aver vinto pure la Vuelta nel 1967, occorre altresì registrare, al Giro d’Italia, una prima volta addirittura nel 2017 grazie a Tom Dumoulin, nel mentre la Parigi-Roubaix, regina delle classiche, rimanda alla memoria a quel che accadde il 19 aprile 1964.

E qui, proprio raccontando dell'”inferno del nord“, sfatiamo un altro tabù, ovvero che per imporsi a Roubaix sia per forza necessario raschiare il fondo del barile delle energie per poter domare pietre e trabocchetti che quelle strade, ostiche ai più, disseminano per ognuno dei suoi oltre 250 chilometri. Peter Post, infatti, che era olandese e qui regalò al suo paese un primo hurrà, vi arrivò volando, realizzando un exploit che per venir migliorato sono occorsi altri 53 anni (!!!).

La Parigi-Roubiax del 1964, edizione numero 62 di una classica-monumento disputata già nel 1896 quando ad imporsi fu il tedesco Josef Fischer, prevede 265 chilometri tra St.Denis, alle porte della capitale, e il “Velodrome“, ed ha un logico favorito in Rik Van Looy, “l’imperatore di Herentals“, che l’ha vinta nel 1961 e nel 1962 e che dodici mesi prima si è visto beffare da Emile Daems, primo al traguardo dopo 7h3m33sec di battaglia cruenta. Tra i 137 partenti ci sono corridori di gran lignaggio, quali lo stesso Janssen, il campione del mondo Benoni Beheyt, il tedesco Rudi Altig che è fresco di vittoria al Giro delle Fiandre, Tom Simpson e Raymond Poulidor che si sono giocati la Milano-Sanremo in un entusiasmante testa-a-testa, Adorni e Zilioli che sono le due frecce tricolori più acuminate. E poi… e poi piove e tira un vento micidiale che spira alle spalle dei corridori, e la cosa sta per produrre effetti devastanti.

Tanto per cominciare, proprio Van Looy, Altig e Poulidor, dati quali grandi favoriti della corsa, rimangono tagliati fuori dalla selezione che si produce dalle parti di Arras, dopo 160 chilometri di corsa, e da quel momento pancia a terra e menare sui pedali, il che riesce perfettamente a chi rimane davanti. Le pietre e i tratti più impervi di pavé scremano ulteriormente il plotone in avanguardia, e se in testa alla corsa risplende la maglia arcobaleno di Beheyt, nemico giurato seppur connazionale di Van Looy al quale ha soffiato – e ne pagherà il conto negli anni a seguire – il tris mondiale a Ronse qualche mese prima, accanto a lui c’è il compagno di squadra alla Wiel’s-Groene Leeuw Yvo Molenaers, che si sbatte come un disperato per il proprio capitano, e l’altra coppia della Flandria-Romeo – che annovera tra le sue file Noel Foré, vincitore a Roubaix nel 1959 – composta da Peter Post e Willy Bocklant.

Detto, appunto, delle doti di finisseur di Beheyt e che Molenaers vanta un secondo posto alla Milano-Sanremo del 1962 alle spalle di Daems così come Bocklant, a sua volta terzo nella “Classicissima di primavera” dietro a Simpson e Poulidor, vincerà due settimane dopo la Roubaix la Liegi-Bastogne-Liegi, qualche cenno di più merita Peter Post, che tra qualche riga assurgerà al rango di campione.

Passistone olandese nato ad Amsterdam il 12 novembre 1933, figlio di un macellaio, Post è uno dei grandi interpreti del ciclismo su pista, se è vero che inanella una vittoria dopo l’altra alle Sei Giorni (a fine carriera saranno ben 65), correndo al fianco di campioni del calibro di Van Looy, Fritz Pfenninger e Patrick Sercu, contando anche numerosi trionfi agli Europei nelle specialità dell’americana e del mezzofondo. E se una volta dismessi i panni del corridore, vincente, sarà uno dei direttori sportivi egualmente più vincenti di sempre, Peter è anche un ottimo stradista, come confermano le vittorie al Giro dei Paesi Bassi (1960, con l’aggiunta di quattro tappe complessivamente), al Giro del Limburgo e al Giro di Germania (1962, con un successo parziale) e al Giro del Belgio (1963, con tre tappe), altresì inseguendo da anni ormai la vittoria anche in una grande classica del ciclismo internazionale. Il che darebbe maggior credito al suo palmares di corridore universale.

Già la vittoria al campionato olandese su strada e il terzo posto alla Freccia Vallone, sempre nel 1963, aggiungono qualcosa alla statura di Post quale atleta di buon lignaggio, tanto da meritarsi a fine stagione la nomina a “ciclista olandese dell’anno“, ma se a Roubaix è già stato settimo nel 1963, il lungagnone di Amsterdam per il 19 aprile 1964 ha in serbo il colpo che vale una carriera. Se Molenaers, infatti, lavora a favore di Beheyt, Bocklant, mettendo da parte le ambizioni personali, fa altrettanto per il capitano della Flandria che entra nel “Velodromeveloce quanto basta per battere, nettamente, il campione del mondo.

Peter Post diventa così il primo olandese a vincere la Parigi-Roubaix, e se per riuscirci il paese dei tulipani ha dovuto attendere qualche decennio di troppo, volete saperne un’altra? Il vento, che ha spirato violentissimo per tutto il giorno, ha favorito i corridori all’attacco, smorzandone la fatica ed accreditando il vincitore di una media record, 45,129 km/h. Chi ha detto che per entrare in testa al “Velodrome” bisogna solo faticare come muli? Talvolta, basta l’aiuto di Eolo ed è tutto più facile

ANDREW HAMPSTEN, UN AMERICANO IN MAGLIA ROSA AL GIRO D’ITALIA 1988

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Andy Hampsten in maglia rosa al Giro d’Italia 1988 – da comolagobike.com

articolo di Nicola Pucci

Che Andrew Hampsten ci sapesse davvero fare, soprattutto in salita, era chiaro a tutti fin dagli albori della sua gloriosa carriera.

In effetti, questo ragazzo statunitense che ebbe i natali a Columbus, nello stato dell’Ohio, il 7 aprile 1962, e che debuttò tra i professionisti nel 1985 intruppato nella 7-Eleven, formazione americana fondata qualche anno prima da Jim Ochowicz, non tardò a farsi notare tra i “grandi“, già trovando posto nella squadra che al suo primo anno sul circuito internazionale prese parte al Giro d’Italia, vincendo la tappa con arrivo a Cogne e terminando al 20esimo posto in classifica generale.

E’ solo l’abbrivio, per il “camoscio” stelle-e-strisce, perfetto per le corse in salita con quel fisico snello ed agile, di un’avventura agonistica che qualche mese dopo, a far data 1986, lo vede lasciare gli Stati Uniti per approdare alla francese La Vie Claire, la squadra di patron Bernard Tapie che ha in Bernard Hinault, all’ultimo anno di attività, ed il ben più affermato connazionale Greg Lemond, campione del mondo nel 1983, i due “galli nel pollaio” che sulle strade del Tour de France si daranno battaglia senza esclusione di colpi.

Hampsten cresce, bene e velocemente, se è vero che sotto lo sguardo vigile ed esperto di Paul Kochli, uno dei direttori sportivi della squadra, ha l’occasione di vestire i gradi di capitano al Giro di Svizzera, dove vince la cronometro di apertura e tiene le insegne del primato fino alla conclusione della prova, lasciando lo scozzese Robert Millar a 51″ e lo stesso Lemond a 1’21”. E se il successo equivale ad una sorta di investitura per il futuro, il giovane Andrew viene precettato anche per il Tour de France, dove spalleggia Hinault e Lemond, che chiudono ai primi due posti della classifica generale, a sua volta terminando quarto e conquistando la prestigiosa maglia bianca di miglior giovane della Grande Boucle.

I risultati ottenuti convincono Hampsten che sia il caso di provare a correre per sè stesso e non per capitani più affermati di lui, e dopo un solo anno di coabitazione nel 1987 il giovanotto dell’Ohio lascia Lemond e La Vie Claire e torna a vestire la casacca della 7-Eleven, a cui rimarrà legato fino al termine della carriera nel 1996, adottando nel tempo i marchi di Motorola ed US Postal e concedendosi un anno altrove, il 1995, a far da spalla a Miguel Indurain alla Banesto.

E Hampsten, ritrovati gi “vecchi” compagni di fatiche, rinnova l’appuntamento con il successo sulle strade impervie del Giro di Svizzera, stavolta impadronendosi della maglia oro al penultimo giorno, a Laax, per infine avere la meglio in classifica generale per l’inezia di 1″ dell’olandese Peter Winnen e di 7″ del colombiano Fabio Parra, come lui particolarmente adatti allo sforzo in montagna.

Ormai assodato che Hampsten è il prototipo del corridore per le grandi corse a tappe, oltre al Giro della Svizzera l’americano strizza l’occhio, come è logico che sia, al Tour de France, tuttavia dovendo accusare la delusione nello stesso 1987 che lo vede non meglio che 16esimo quando, nelle attese della vigilia, puntava invece a conquistare l’ultima maglia gialla che invece finisce sulle solidissime spalle dell’irlandese Stephen Roche, autore nell’anno di un magistrale tris Giro/Tour/Mondiale.

Ed allora, dopo l’esordio promettente del 1985, Hampsten decide di tornare a gareggiare in Italia, e per l’edizione numero 71 della Corsa Rosa, che nel 1988 parte il 23 maggio da Urbino per concludersi il 12 giugno a Vittorio Veneto, ha in serbo il colpo a sensazione che lo proietterà di diritto nel novero dei grandi campioni del pedale. Complice, soprattutto, una tappa ed una montagna destinate ad entrare per sempre nella secolare leggenda del Giro d’Italia.

In assenza dello stesso Roche, vincitore dell’edizione del 1987, che ha problemi ad un ginocchio, e dell’altro irlandese Sean Kelly, fresco di successo alla Vuelta e che, in previsione di una partecipazione al Tour de France, “passa” l’impegno al Giro, i favori del pronostico sono orientati verso lo spagnolo Pedro Delgado, secondo all’ultima Grande Boucle, l’olandese Erik Breukink, terzo al Giro del 1987, ed il francese Jean-François Bernard, che per le qualità a cronometro e l’attitudine in salita viene designato come l’erede di Bernard Hinault. Ci sarebbe, ad onor del vero, anche Greg Lemond, ma il fuoriclasse americano sta faticosamente provando a risorgere dal drammatico incidente occorsogli durante una battuta di caccia nell’aprile dell’anno precedente, quando venne impallinato dal cognato: resisterà cinque tappe, in seno alla formazione olandese PDM, e poi saluterà il plotone.

Proprio il telentuosissimo transalpino, che capeggia la Toshiba, marchio associato alla squadra di Bernard Tapie, vince il prologo di Urbino e veste la prima maglia rosa, prima di vedersi spodestare da Massimo Podenzana, gregario in casa Atala che vince in solitario a Rodi Garganico vivendo, nei nove giorni successivi, la più bella favola della sua carriera di luogotenente.

A Campitello Matese i pretendenti alla vittoria finale si danno battaglia, e se Franco Chioccioli, che veste i colori della Del Tongo, è il migliore di tutti, alle sue spalle proprio Hampsten lascia intendere di voler dire la sua per l’ultima maglia rosa, andando ad infoltire un plotone di papabali che comprende anche i due svizzeri Urs Zimmermann e Tony Rominger e gli italiani Roberto Visentini, già trionfatore nel 1986, e Flavio Giupponi, compagno di squadra di Chioccioli alla Del Tongo.

Una manifestazione ambientalista obbliga patron Vincenzo Torriani a neutralizzare l’11esima tappa, 229 chilometri tra Parma e Colle Don Bosco, prima che lo stesso Hampsten piazzi la zampata vincente verso Selvino, dando spettacolo sulle asperità di Valpiana, Resegone e Berbenno che regalano la maglia rosa a Franco Chioccioli. E se a Chiesa Valmalenco Rominger, crollato in classifica, si prende la parziale soddisfazione della vittoria di tappa, a sera “Coppino” ha 33″ di vantaggio su Zimmermann, 55″ su Visentini, 1’10” su Giupponi, 1’18” su Hampsten, 1’26” su Bernard ed 1’45” su Breukink, quando per l’indomani il copione prevede, lungo i 120 chilometri che vanno da Chiesa Valmalenco a Bormio, le ascese di Aprica, Tonale e del Passo del Gavia, “tetto” del Giro con i suoi 2.621 metri di altitudine. E qui succede il finimondo.

Nella notte nevica, abbondantemente, ma se le strade che salgono al Gavia sono imbiancate, gli spazzaneve lavorano a ritmo forsennato e l’ANAS garantisce il via libera a dispetto del freddo e delle previsioni meteo che volgono al brutto. Quel che accade su quelle rampe arcigne che raggiungono anche il 15% di pendenza, il 5 giugno 1988, ha dell’inenarrabile. Anzi, è bene invece raccontarlo, perché sotto una tormenta di neve se ne va in fuga l’olandese Johan Van der Velde, che passa per primo in vetta al Gavia ma poi, abbrancato dalla nebbia, travolto dal gelo (vengono misurati -5 gradi) ed imbiancato dai fiocchi di neve, sparisce nel nulla. Quel che accade verso Bormio pochi lo sanno, i primi a giungere a valle dopo 24 chilometri di discesa all’inferno sono proprio Breukink e Hampsten, con il primo a tagliare il traguardo con 7″ di vantaggio ed il secondo a vestire la maglia rosa con 15″ di margine in classifica generale. Uno dopo l’altro si contano i corridori che arrivano alla spicciolata più simili a statue di ghiaccio che atleti in bicicletta, con Giupponi, Zimmermann e Chioccioli che rendono 5 minuti ai due fuggitivi, Delgado a 7 minuti e Bernard a 9 minuti.

Divisi da 15 secondi, Hampsten e Breukink sono ormai gli unici corridori in grado di vincere il Giro d’Italia, e se verso Merano, dopo che il maltempo ha obbligato Torriani a cancellare il passaggio sul Passo dello Stelvio, l’americano aggiunge altri 27″ al suo capitale in classifica, le tappe di Innsbruck e Borgo Valsugana, non certo prive di difficoltà, non alterano la situazione, e la cronoscalata di 18 chilometri del Valico del Vetriolo gira decisamente a favore dell’americano, meno specialista nelle corse contro il tempo del rivale ma più a suo agio in salita, che straccia tutti e a sera è primo con 1’51”.

Sembra fatta per Andrew, ma quel che non ti aspetti è l’imboscata preparata da Urs Zimmermann, alfiere della Carrera che ha perso per strada Visentini, che attacca con Stefano Giuliani nella tappa di Arta Terme ed è a lungo maglia rosa virtuale prima che la riscossa della Del Tongo di Giupponi e Chioccioli favorisca Hampsten, rimasto solo a difendere il primato, che conserva il primo posto con un margine di 1’49” sul corridore svizzero.

Scampato il pericolo, c’è tempo solo per l’ultimo sforzo contro le lancette, 43 chilometri finali a Vittorio Veneto che certificano la specializzazione del polacco Lech Piasecki e consentono a Breukink di strappa 23″ ad Hampsten che gli sono sufficienti a scavalcare Zimmermann in classifica ed occupare il secondo gradino del podio. Perché ormai è matematico, Andrew Hampsten è il primo americano della storia ad imporsi sulle strade del Giro d’Italia. E, ad oggi, è anche l’unico.

ALLA FRECCIA VALLONE 1977 MOSER SI SCOPRE SPECIALISTA ANCHE DELLE CLASSICHE DELLE ARDENNE

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Una fase della corsa con Maertens all’attacco – da cyclemagazine.eu

articolo di Nicola Pucci

Parliamoci chiaro. Francesco Moser appartiene al gotha del ciclismo, su strada come su pista, se è vero che, oltre al Mondiale di San Cristobal del 1977 e alla vittoria iridata nell’inseguimento a Monteroni nel 1976, vanta un palmares tra i più corposi dell’intera storia del pedale. E se al Giro d’Italia 1984, a corollario di una stagione che lo vide spezzare l’incantesimo alla Milano-Sanremo e firmare il record dell’ora, mise la parola fine ai grandi successi di una carriera memorabile, può certamente esser considerato un drago delle corse del pavè e dei muri ma non proprio uno specialista delle cotes delle Ardenne. Dove collezionò più delusioni che gioie, con l’eccezione della Freccia Vallone del 1977, che impreziosisce il suo curriculum… seppur con l’ausilio di una coda polemica.

Il 7 aprile 1977, dopo un deludente 35esimo posto alla Milano-Sanremo ed un non proprio soddisfacente sesto posto, poi diventato quarto per le squalifiche di Freddie Maertens per cambio irregolare di bicicletta (e siamo ad uno) e Walter Planckaert, al Giro delle Fiandre, il trentino, ancora all’asciutto di vittorie, si allinea al via dell’edizione numero 41 della classica delle Ardenne, capitano di quella Sanson Campagnolo che ha nello svizzero Josef Fuchs quale luogotenente più fidato.

Il tempo non è certo dei migliori, usando un eufemismo, se è vero che nevica dalla sera prima ed i bollettini meteo parlano di condizioni difficili per tutto l’arco dei 223 chilometri di corsa che portano i corridori da Verviers a… Verviers, sede di partenza e di arrivo della gara. Ed i belgi, già vincitori appunto al Fiandre con Roger De Vlaeminck, pure secondo a Sanremo alle spalle di Jan Raas, capeggiano la lista dei pretendenti al successo, con lo stesso Maertens, fasciato della maglia arcobaleno di campione del mondo, conquistata ad Ostuni dove battè proprio Moser in una volata a due, che vuol riscattare la delusione della Ronde. L’olandese Joop Zoetemelk, vincitore l’anno precedente, è pure lui al via ed un altro candidato autorevole, ma si ritirerà, non potendo giocarsi le chances di conferma.

17 cotes incarogniscono, come da tradizione, il percorso, ancor più reso esigente dal maltempo, e proprio le avverse condizioni meteo sconsigliano i corridori ad azzardare azioni a lunga gittata, con il solo Patrick Perret, giovane passista della Miko-Mercier che ha nel “vecchio” Raymond Poulidor, quasi 41enne e all’ultima stagione in carriera, il capitano designato una volta ritirato Zoetemelk, che prova ad andarsene sulla cote de Wannee.

L’azione del francese sortisce l’effetto di svegliare i “grandi” del plotone, tra questi Gianbattista Baronchelli, che guida la Scic che ha tra le sue file il promettentissimo neoprofessionista Giuseppe Saronni, che qualche giorno prima ha celebrato la sua prima vittoria al Trofeo Pantalica, che risponde al tentativo di Perret, lo aggancia e lo stacca, rimanendo solo al comando.

Mancano ancora più di 50 chilometri al traguardo, ed è qui che sale prepotentemente alla ribalta Maertens, che va a riprendere Baronchelli, lo pianta in asso e, sotto pioggia e fiocchi di neve, copre in beata solitudine gli ultimi 45 chilometri di corsa, aumentando costantemente il vantaggio sul gruppo degli inseguitori che, oltre a Baronchelli e Saronni stessi, vede Moser, che non ama queste pendenze ma quando c’è da dar battaglia non è secondo a nessuno, e Merckx, che dopo l’addio al ciclismo della famiglia Molteni si è accasato alla Fiat-France ma è reduce da una fastidiosa mononucleosi, tra i più attivi, al pari della corazzata Ti-Raleigh che affida le sue chances di successo a Gerrie Kneteman, Hennie Kuiper, Henk Lubberding e Dietrich Thurau, alla Brooklyn di De Vlaeminck e De Witte, e alla Flandria di Michel Pollentier, che ha il compito tuttavia di coprire le spalle a Maertens.

Il campione del mondo è incontenibile e vola via a tagliare infine il traguardo a braccia alzate, con l’abissale vantaggio di quasi tre minuti sui più immediati inseguitori, che altri non sono che Moser e Saronni, con il trentino a precedere il lombardo nello sprint per il secondo posto, Van Springel, Kneteman e Teirlinck, che chiudono uno in fila all’altro con il tempo di 5h55’34”.

Ma se in corsa il maltempo aveva flagellato i corridori, è niente a confronto dell’uragano che si scatena a corsa conclusa, allorché, confermando quelle che erano le indiscrezioni che erano circolate al mattino alla partenza, viene imposto ai ciclisti di sottoporsi ad un controllo antidoping, previa analisi di un campione di urine. E qui accade il patatrac. Maertens, come gli altri 45 corridori giunti al traguardo, viene analizzato, risultando positivo allo Stimul, un’anfetamina appartenente alla famiglia della pemolina, e venendo quindi squalificato, così come Teirlinck e lo stesso Merckx, che avevano chiuso rispettivamente al sesto ed ottavo posto. E chi si vede, a questo punto, beneficiare della vittoria, seppur a tavolino? Proprio Francesco Moser, che prende, incarta e porta a casa l’unica vittoria in una grande classica delle Ardenne.

Capito cosa può capitare quando si va da quelle parti, seppur senza troppe illusioni? Basta credere in se stessi

L’INSEGUIMENTO D’ORO DEL QUARTETTO ITALIANO ALLE OLIMPIADI DI PARIGI 1924

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Il quartetto che disputò la gara dell’inseguimento a squadre – da genova1913.it

articolo di Nicola Pucci

Quando il quartetto dell’inseguimento a squadre azzurro si presenta all’appuntamento olimpico di Parigi 1924, due cose sono praticamente assicurate: l’una è che l’Italia del pedale, storicamente, ci sa fare, eccome se ci sa fare, l’altra è che quando si gareggia con in palio la gloria di Olimpia, come successe già quattro anni prima ad Anversa, il tricolore ha buone chances di poter sventolare sul pennone più alto.

Detentrice del titolo olimpico conquistato, appunto, nella città fiamminga a cui fu concesso, a mo’ di riparazione per gli eventi bellici, l’onore di ospitare i Giochi del 1920, l’Italia dell’inseguimento a squadre punta dunque a confermarsi la più forte del lotto anche alle Olimpiadi di Parigi del 1924. Il quartetto è cambiato e si compone di Angelo De Martini, Alfredo Dinale, Aurelio Menegazzi e Francesco Zucchetti, che sostituiscono Franco Giorgietti, Ruggero Ferrario, Arnaldo Carli e Primo Magnani, che in Belgio batterono Gran Bretagna e Sudafrica, nondimeno parte con i favori del pronostico, anche perché quando c’è da menare di gruppo, insomma, l’Italia è pur sempre la prima della classe.

Del quartetto che compone la squadra preposta alla gara di inseguimento, Francesco Zucchetti, 22enne di Cernusco sul Naviglio che si trasferì con la famiglia a Milano da ragazzo per impegnarsi al club Genova 1913, è stato campione italiano di velocità dilettanti nel 1923, successo che gli ha spalancato la porta per la convocazione ai Giochi, Aurelio Menegazzi, detto Aleardo, ha due anni di più, è veronese di Buttapietra e una volta passato professionista sarà decimo alla Milano-Sanremo del 1925, nel mentre Angelo De Martini, 27enne da Villafranca di Verona, a sua volta campione italiano di velocità dilettanti nel 1922, e Alfredo Dinale, 24enne di Vallonara di Vicenza con una significativa carriera da dilettante alle spalle, che porta con se un portafortuna in una tasca della maglietta, “la perla del Brenta“, e che una volta passato tra i grandi otterrà due vittorie al Giro d’Italia del 1929, sono entrambi tesserati, proprio come Zucchetti, per il club Genova 1913. E l’affiatamento che lì è sbocciato, si traduce in pista in risultati certi. Come a Parigi 1924.

Alla competizione sono iscritte quattordici formazioni, ma Jugoslavia, Australia, Cile e Argentina all’ultimo momento non scendono in pista, così le sette batterie del 26 luglio, al “Velodrome Municipal de Vincennes” (detto “La Cipale”),  fatto costruire nel 1894 e che fu sede della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi del 1900, vedono allineate al via solo dieci squadre.

L’Italia corre da sola la seconda serie, coprendo i quattro chilometri previsti in 5’23″2, proprio per il forfait della Jugoslavia, ma è la Francia, che i pronostici danno favorita fosse solo per il fatto di giocare in casa, a far segnare il miglior tempo, 5’11″4, che è pure record olimpico.

Ai quarti di finale, al pomeriggio del 26 luglio, l’Italia ancora una volta approfitta del forfait prima della gara della Danimarca, accedendo così al penultimo atto senza l’obbligo di dover sprecare troppe energie, risparmiando la gamba ed andando a dormire con il conforto di un riscontro cronometrico significativo, 5’13″8 senza forzare, mentre Francia e Belgio devono invece impegnarsi a fondo per imporsi nelle rispettive serie contro Svizzera e Polonia, fermando le lancette sul tempo di 5’14″2 e 5’12″2, con la squadra polacca, accreditata del tempo di 5’16″8, a venir ripescata come miglior perdente, andando a completare il poker di squadre che lotterà per le medaglie.

Le semifinali, il 27 luglio, ultimo giorno delle Olimpiadi parigine, promuovono l’Italia, che deve ripetere due volte la gara perché un componente del quartetto belga ha una gomma a terra e la giuria, benevola, fa ripartire le due squadre, e la Polonia, che in una semifinale altrettanto rocambolesca approfitta di un capitombolo francese nel corso del primo giro, vincendo la seconda sfida con i transalpini che corrono con un atleta in meno, infortunato nella caduta.

In finale vanno dunque Italia e Polonia, che achiera Josef Lange, Jan Lazarski, Tomasz Stankiewicz e Franciszek Szymcsyk, con la sfida tra i due quartetti che si equivale per i primi sei degli otto giri di pista, quando infine gli azzurri allungano decisamente e col tempo di 5’15″0 vanno a cogliere la seconda medaglia d’oro olimpica consecutiva. Il Belgio a sua volta sale sul terzo gradino del podio, battendo la Francia nella finale per il terzo posto, con la squadra transalpina penalizzata da due atleti che a loro dire corrono con una gomma bucata.

E così, confermando la tradizione, l’Italia sale sul gradino più alto del podio, perché, se è vero che siamo un popolo di poeti, santi e navigatori, è altrettanto vero che quando c’è da pedalare il Belpaese non è davvero secondo a nessuno.

KOICHI NAKANO, IL DRAGO DELLA VELOCITA’ CHE NON CONOSCEVA SCONFITTA

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Nakano in azione – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Quel che ha di originale la figura di Koichi Nakano è che sia stato il campione di riferimento del keirin giapponese, pur non essendo mai riuscito ad imporsi nella specialità a livello mondiale. Tanto che nel 1976, amareggiato, a dispetto delle oltre 600 vittorie e al congruo conto in banca già accumulato, decide di diventare un protagonista assoluto tra i professionisti della velocità. Aprendo un’era destinata a proiettarlo nella leggenda del ciclismo su pista.

Dopo aver ottenuto, infatti, un quarto posto ai Mondiali di Monteroni del 1976 nella gara vinta dall’australiano John-Michael Nicholson su Giordano Turrini, con il connazionale Yoshikazo Sugata che lo batte nella finalina per la medaglia di bronzo, Nakano comincia l’anno dopo a San Cristobal, 1977, la sua lunga collezione di maglie iridate, battendo proprio Sugata in finale ed iniziando l’inseguimento al record di sette successi nella velocità precedentemente detenuto da Antonio Maspes e dal belga Jef Scherens.

Nakano, oltrechè velocissimo, è dotato di uno scatto impossibile per gli avversari da arginare, è tatticamente impeccabile e pure un tantino smaliziato oltre i limiti, come quando nel 1981 in semifinale butta giù Guido Bontempi, oppure nelle due finali contro il canadese Gordon Singleton, costretto ad arrendersi all’atto decisivo proprio nel 1981 a Brno e l’anno dopo a Leicester. Il tedesco Dieter Berkmann è il rivale più ostico a Monaco nel 1978 e ad Amsterdam nel 1979, a Besancon nel 1980 Nakano sconfigge Masahito Ozaki in una finale tutta giapponese, il francese Yavè Cahard nulla può a Zurigo nel 1983, infine l’altro italiano Ottavio Dazzan, Yoshiyuki Matsueda e Hideyuki Matsui sono gli sfidanti che si piazzano alle sue spalle nelle sfide di Barcellona 1984, Bassano del Grappa 1985 e Colorado Springs 1986 quando Noboyuki Tawara completa un podio tutto nipponico.

Nel 1987, dopo dieci vittorie in fila, il regno di Nakano si interrompe per il semplice fatto che il campionissimo non è presente, passando il testimone proprio a Tawara. Non potendo mai gareggiare alle Olimpiadi per il suo status di professionista, Nakano si dedica dopodichè nuovamente al keirin, che gli procura profumatissimi ingaggi, per prendere parte in questa specialità ai Mondiali del 1991 a Stoccarda, quando chiude solo quinto nel giorno che regala la maglia iridata al beniamino di casa Michael Hubner, tanto forte da battere l’azzurro Claudio Golinelli.

Già proprio così, caro Nakano, eri imbattibile nella velocità, ma sei rimasto maledettamente ai margini del podio in una specialità, il keirin, che in Giappone vale più di una religione. Anche se, come forma di riscatto, alle Olimpiadi di Sydney 2000, ormai sceso di bicicletta, montasti in sella al “derny” e guidasti alla medaglia d’oro il francese Florian Rousseau.

IL RECORD NEI GRANDI GIRI DI RAPHAEL GEMINIANI, IL CORRIDORE CHE SI SALVO’ QUANDO COPPI MORI’

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Geminiani e Coppi – da pelotonmagazine.com

articolo di Nicola Pucci

Qualche giorno fa ho avuto modo di rivederlo in una remotissima registrazione del “Musichiere“, ospite di Mario Riva. Lui, Louison Bobet, Jacques Anquetil e Roger Riviere, e fa un certo effetto pensare che proprio Raphael Geminiani, che di quel quartetto di campionissimi del ciclismo transalpino era il più anziano, nato com’era il 12 giugno 1925, solo qualche mese dopo Louison, sia l’unico ancora vivo e vegeto. Perché gli altri, ahimé, e pure da un bel pezzo ormai, sono passati a miglior vita, così come a miglior vita è passato, oltre 60 anni fa, Fausto Coppi, che con Geminiani condivise la tragica avventura in Alto Volta che se condusse a morte prematura “il campionissimo“, graziò il francese.

In effetti, in Italia, Raphael è noto soprattutto per esser stato compagno di Coppi in quella spedizione africana che vide i due ciclisti contrarre la malaria, e se il francese ebbe salva la vita grazie alla provvidenziale somministrazione di una dose di chinino, Fausto, lo sappiamo bene, chiuse gli occhi per sempre.

Eppure Geminiani non solo è stato un ottimo corridore, e tra poco vi racconterò del record che gli appartiene, ma pure ha sangue tricolore nelle vene, se è vero che è figlio dell’italianissimo Giovanni che agli albori dell’era fascista lasciò il Belpaese per trovar fortuna di là dalle Alpi come installatore presso la Michelin, trasferendosi in quella Clermont Ferrand dove, appunto, Raphael vede la luce. E se da ragazzo Geminiani, dopo aver praticato il rugby, segue le orme del fratello maggiore Angelo, di otto anni più grande di lui, montando in sella alla sua prima bicicletta, ecco che nel 1943 prende la licenza di amatore, battagliando con lo stesso Bobet del quale, negli anni a seguire, sarà prima gregario e poi avversario tra i professionisti.

Terminato il secondo conflitto mondiale, Geminiani, a far data 1946, passa tra i “grandi“, al soldo della Metropole-Dunlop, ed inizia un percorso agonistico che lo vedrà attraversare tutti gli anni Cinquanta, quando, con l’eclissarsi del tragico 1960, appenderà la bici al chiodo. Non prima però aver collezionato risultati che se non lo iscrivano tra i fuoriclasse del pedale, sicuramente lo eleggono comunque tra i protagonisti più battaglieri del decennio.

Geminiani, in effetti, ci sa fare, ottimo scalatore qual è, seppur trovi sempre sulla sua strada qualcuno decisamente più forte di lui. Come ad esempio lo svizzero Hugo Koblet, che al Tour de France 1951, nel quale il francese – che l’anno prima ha chiuso al quarto posto preceduto proprio da Bobet – vince la speciale classifica dei grimpeur, lo relega al secondo posto finale, attardato di 22 minuti, o come Loretto Petrucci, Giuseppe Minardi e Serge Blusson che nel 1952 gli negano la vittoria alla Milano-Sanremo.

E sa al Tour de France, quando la corsa viene disputata con la formula delle squadre Nazionali, Geminiani si trova a dover vestire i panni del gregario, seppur di lusso, di Bobet (e di “testa di vetro” Robic), riuscendo nondimeno a vincere complessivamente sette tappe e salire sul terzo gradino del podio nel 1958 (quando è intruppato nella formazione del Centre-Midi) alle spalle di Charly Gaul e Vito Favero, indossando pure per quattro giorni la maglia gialla, anche le strade del Giro d’Italia gli sono amiche, vincendo ancora la classifica degli scalatori nel 1952 (quando è nono in classifica generale) e nel 1957 (quinto posto finale), altresì conquistando nel 1953 il titolo francese su strada, battendo Antonin Rolland e lo stesso Bobet, per quella che rimane la vittoria più importante della sua carriera.

Ma un posticino importante nella storia del ciclismo Geminiani se lo è conquistato grazie all’impresa compiuta nel 1955 quando, dopo una stagione 1954 che lo vede ai margini delle grandi corse, completa un tris nelle grandi gare a tappe che non ha precedenti, e che solo Gastone Nencini nel 1957 sarà poi in grado di emulare.

Passato a difendere i colori della squadra da lui stesso creata, la Saint-Raphaël-R. Geminiani-Dunlop, che associa il marchio di un aperitivo a quello delle biciclette Geminiani, il francese si riscatta con un’annata superba, allineandosi al via, dal 23 aprile all’8 maggio, all’edizione numero 10 della Vuelta, che torna a disputarsi a cinque anni dall’ultima volta. E sulle strade di Spagna Raphael, che gareggia per la Nazionale francese, è tra i migliori, operando nella tappa Saragozza-Lleida il colpo di mano che, assieme ai connazionali Jean Dotto e Nello Lauredi, gli permette di distanziare gli spagnoli, tra cui Jesús Loroño che è uno dei favoriti della vigilia, per impossessarsi a sera della maglia “amarilla” di laeder, che terrà per tre giorni, quando viene scalzato dal sorprendente René Marigil. E se nella tappa con arrivo a Cuenca Geminiani, rimasto solo ad inseguire il plotoncino in avanscoperta nel quale è presente Dotto, va in crisi ed infine si vede costretto a cedere i gradi di capitano allo stesso Dotto che fa sua la classifica generale, ecco che Raphael sale sul terzo gradino del podio, preceduto anche da Antonio Jimenez Quiles, accusando un ritardo di 5’05” ma, soprattutto, portandosi in dote la sensazione di aver perso l’occasione di far suo una grande corsa a tappe.

Sei giorni dopo, a far data 14 maggio, Geminiani è pronto a dar battaglia anche sulle strade del Giro d’Italia, che si mette in moto da Milano per arrivare a termine il 5 giugno, sempre nel capoluogo lombardo. Raphael, ancora, divide con gli stessi Dotto e Lauredi i gradi di capitano della Francia, ma se il vincitore della Vuelta accusa il peso delle fatiche sostenute in Spagna, Gemignani è in forma smagliante, armato di coraggio e forza leonina. E si trova a dover competere con Fiorenzo Magni e Fausto Coppi, oltre che con il giovane e promettente Gastone Nencini, col quale fugge, insieme anche a Giancarlo Astrua, nella tappa che arriva a Scanno, regalandosi a sera la maglia rosa di leader della classifica generale. E se Magni e Coppi sono a tre minuti di distanza, ecco che Gastone, sfruttando i 50 chilometri della cronometro di Ravenna, lo butta giù dal trono provvisorio, prima che la fuga risolutiva di Fiorenzo e Fausto, che chiudono appaiati staccando gli avversari di oltre 5 minuti nella penultima tappa Trento-San Pellegrino, lo releghi al quarto posto finale, a soli 43″ dal terzo occupato di Nencini.

Con un terzo posto alla Vuelta ed un quarto al Giro d’Italia Geminiani, che quando c’è da far fatica non si tira davvero indietro, potrebbe già sussurrare di aver ampiamente compiuto il suo dovere di alfiere della Francia, ma al Tour c’è da aiutare capitan Louison Bobet a calare il tris consecutivo, ed allora il direttore tecnico Marcel Bidot, a cui non si può davvero dir di no, alza la cornetta del telefono e lo precetta per la Grande Boucle, che per l’anno 1955 parte da Le Havre il 7 luglio. E sulle strade di casa Raphael fa in pieno il suo dovere di luogotenente di lusso, vincendo in solitario la tappa di Monaco che prevede la scalata di Vars, Cayolle, Vasson e La Turbie, ed aiutando Bobet a contenere gli attacchi di Gaul nella tappa di St.Gaudens e di Jean Brankart in quella di Pau, che provano a strappare la maglia gialla dalle spalle del capitano. Concludendo a sua volta con un onorevolissimo sesto posto finale in classifica generale, a 15″01 da Louison.

Insomma, nella stessa stagione tre piazzamenti nei primi dieci della classifica generale nei tre grandi Giri (3+4+6, totale 13), un record di cui Raphael Geminiani può andare decisamente fiero. E se poi Gastone Nencini, due anni dopo, nel 1957, proverà a fare altrettanto (9° alla Vuelta, 1° al Giro d’Italia e 6° al Tour de France, totale 16, dunque globalmente peggio del francese), ecco perché è giusto che di Geminiani non si parli solo quando c’è da ricordare il dramma di Fausto Coppi. Perché, a dispetto del destino che li accomunò in parte, Raphael era anche un signor corridore.

BUGNO ED IL GIRO DELLE FIANDRE 1994 CHE NON TI ASPETTI

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La volata vincente di Gianni Bugno al Giro delle Fiandre 1994 – da roadcyclinguk.com

articolo di Emiliano Morozzi

Gianni Bugno diceva di se stesso che quando tutti lo aspettavano, lui rimaneva nell’ombra e quando invece nessuno si aspettava una sua vittoria, piazzava la zampata vincente. Una descrizione perfetta per il Giro delle Fiandre dell’anno 1994, quando il monzese nato in Svizzera riuscì a mettere in riga un terzetto di mostri sacri del pavè come il padrone di casa Museeuw, il nostro Ballerini e il moldavo Tchmil. Gente che sulle pietre andava come il vento: 3 Fiandre e 3 Roubaix per Museeuw, un Fiandre e una Roubaix per Tchmil, due Roubaix per il nostro Ballerini.

Bugno arrivava a quel Fiandre piuttosto in sordina: dopo una deludente stagione 1993 e raggiunte le trenta primavere, qualcuno già cominciava a dare il monzese come ormai avviato sul viale del tramonto. E di certo ben pochi avrebbero scommesso su di lui in quel quartetto di ciclisti che andavano a nozze sul pavè.

Ma partiamo dal principio. La corsa, in quegli anni, veniva decisa spesso da quel tempio del ciclismo che è il Muur, meglio conosciuto da noi italiani come “Muro di Grammont“, una rampa secca e arcigna che conduce a una cappella in cima ad una collina, di fronte alla cittadina di Geraardsbergen. Muro di Grammont e Bosberg erano le due salite simbolo di quelle edizioni del Fiandre, ma nel 1994 sarà un lungo ed emozionante sprint ad eleggere il vincitore.

In corsa le azioni di rilievo non sono poi così tante. Prima del temutissimo Grammont se ne va un gruppo nutrito di diciassette atleti con parecchi corridori di rilievo: Ballerini, Bugno, Museeuw e Tchmil, ma anche Maassen, Capiot, Sergeant e Van Hooydonck, già a segno due volte nel Giro delle Fiandre. Prima del Grammont però il gruppone si sgretola: dopo due attacchi andati a vuoto di Bontempi e Tchmil, che scremano il gruppo, a dare fuoco alle polveri è Capiot. Dietro di lui arrivano prima Ballerini e Museeuw, poi alla spicciolata prima Tchmil e poi Bugno.

Arriva il totem Grammont ma il Muur stavolta non fa selezione: salta Capiot, sfinito dopo essere andato in fuga con Bontempi, Bottaro, Schurer e Roscioli, ma gli altri quattro restano compatti. Tira il gruppo Ballerini, che prova ad allungare sui compagni d’attacco perchè allo sprint è il meno veloce del plotoncino, ma non fa la differenza, Bugno sembra perdere la ruota ma non cede. Capiot ormai non ce la fa e i quattro accumulano un vantaggio importante sul resto del gruppo. Saranno loro a giocarsi la vittoria a Meerbeke, c’è ancora il Bosberg da superare, ma nessuno dei fuggitivi prende l’iniziativa. A tirare stavolta è Bugno, che guida il gruppo scandendo il ritmo con un rapporto molto agile, cosa insolita per uno come lui abituato a tirare rapporti durissimi.

La corsa si decide nei chilometri finali. Ballerini ci riprova per sorprendere gli altri, ma prima Museeuw e poi Tchmil riescono a chiudere il buco a un chilometro dalla fine. Sul rettilineo d’arrivo, in leggera salita, Bugno comanda la volata e mette tra sè e gli avversari quasi una bicicletta di vantaggio, pensando di avere già vinto smette di pedalare e alza le braccia al cielo, non accorgendosi però della veemente rimonta di Museeuw, che lo riprende e lo affianca con un disperato colpo di reni. I due superano appaiati il traguardo e solo dopo dieci minuti sarà il fotofinish a decidere il vincitore. Trionfa Bugno per un solo centimetro, primeggiando su tre campioni del pavè. La vittoria che non ti aspetti, un’altra perla del campione monzese.

LA VITTORIA DI ARNALDO PAMBIANCO AL GIRO D’ITALIA 1961 NEL CENTENARIO DELL’UNITA’

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Arnaldo Pambianco in maglia rosa al Giro d’Italia 1961 – da dikdik58b.myblog.it

articolo di Nicola Pucci

Quando patron Vincenzo Torriani e i suoi fidati collaboratori si trovano a dover disegnare il tracciato del Giro d’Italia del 1961, inevitabilmente devono tener conto che si tratti dell’edizione celebrativa del centenario dell’Unità. Ed allora, stabilita in Torino, la prima capitale, la sede di partenza il 20 maggio, e in Milano, a perpetrare una tradizione che ormai dura dal 1951, quella di arrivo l’11 giugno, si toccano le città simbolo della storia d’Italia. Traguardi dunque a Firenze e Roma, le altre due capitali, si va per la prima volta in Sardegna, imbarcandosi a Quarto come fecero i “Mille“, si toccano Marsala, laddove le “camicie rosse” misero piede in Sicilia, Teano, teatro dello storico incontro tra Garibaldi e re Vittorio Emanuele II, e Vittorio Veneto, dove si combattè l’ultima delle tre battaglie del Piave tra esercito italiano ed austro-ungarico, e si passa per Solferino, dove nel 1859 i franco-piemontesi risolsero a loro favore la tenzone militare con gli austriaci.

Ergo, c’è da onorare la storia del Paese, e i ciclisti tricolori, che alla “Corsa Rosa” degli ultimi due anni hanno preso la paga da Charly Gaul e Jacques Anquetil, non proprio due campioni qualunque, hanno tutte le intenzioni di rispettare le consegne.

Ad onor del vero proprio i due ultimi vincitori del Giro sono i favoriti d’obbligo della vigilia, nel mentre l’Italia deve fare a meno del suo campione più rappresentativo, quel Gastone Nencini che è stato secondo nel 1960 ed è fresco di vittoria al Tour de France, ma che si vede costretto a disertare complice un grave infortunio occorsogli a primavera cadendo nella discesa delle Croci di Calenzano, a due passi da casa, lui che è di Barberino del Mugello, e che lo avvierà, irrimediabilmente, verso la china discendente della carriera. Ed allora, in presenza anche di Rik Van Looy, che altri non è che il campione del mondo in carica per la vittoria ottenuta a Karl Marx Stadt, nonché l’indiscusso protagonista di una primavera imperiale con i trionfi alla Parigi-Roubaix e alla Liegi-Bastogne-Liegi, del campione di Spagna Antonio Suarez, del tedesco Hans Junkermann, che porta in dote un quarto posto al Tour del France dell’anno precedente, e di quel Federico Bahamontes, “l’aquila di Toledo” che vinse la Grande Boucle del 1959 ma in Italia non ha mai mostrato il suo vero valore di immenso scalatore, i migliori ciclisti di casa nostra si allineano al via. Tra questi, Graziano Battistini, delfino di Nencini al Tour, l’eterno piazzato Guido Carlesi, che di lì a qualche settimana farà altrettanto chiudendo a Parigi in seconda posizione alle spalle, guarda un po’?, di Anquetil ma precedendo Gaul, Imerio Massignan e Vito Taccone che sono i più adatti per le tappe di montagna, ed Ercole Baldini, Nino Defilippis, Angelo Conterno ed un debuttante Vittorio Adorni, che si giocano le residue, seppur remotissime, chances di vittoria finale. A tutti loro si aggiunge un certo Arnaldo Pambianco, non ancora 25enne, romagnolo di Bertinoro, pure lui maledettamente a suo agio quando la strada sale, come certifica il settimo posto al Giro del 1960 (transitando in terza posizione sul terribile Passo Gavia) e l’eguale piazzamento al Tour qualche settimana dopo. Ma è chiaro che non è su di lui che sono puntate le luci dei riflettori, perché quelle, come è logico che siano, sono riservate ad Anquetil e Gaul. Con un giudice inappellabile, il Passo dello Stelvio che verrà affrontato al penultimo giorno, lungo i 275 chilometri della tappa Trento-Bormio, frazione modificata nel percorso e sulla quale gli organizzatori sono costretti a ripiegare in quanto la neve caduta in abbondanza impedisce di scalare, appunto, il Gavia e terminare al Passo di Resia.

Il Giro, dunque, debutta il 20 maggio, con lo spagnolo Miguel Poblet che a Torino fa valere il suo spunto veloce in volata battendo Balmamion, che aveva attaccato sul Colle della Maddalena, Cestari e Pambianco e vestendo la prima maglia rosa, replicando 24 ore dopo a Sanremo e tenendo le insegne del primato per sei giorni.

L’iberico, che proprio a Sanremo colse due successi, 1957 e 1959, nella “classicissima di primavera“, viene scalzato dal connazionale Suarez, che nella tappa Reggio Calabria-Cosenza arriva solitario al traguardo con 1’52” sul plotone dei migliori, guadagnando la testa della classifica. tenuta provvisoriamente solo per un giorno per vedersi, a sua volta, destituire a Taranto dal belga Guillaume Van Tongerloo, che nella cronometro di 53 chilometri di Bari, secondo, resiste ad Anquetil che stravince la tappa lasciando Gaul a 5’34”, mettendo altresì una seria ipoteca sul bis in rosa.

Già, perché a Potenza, nel giorno della prima vittoria al Giro di Vito Taccone che scappa con Junkermann battendolo poi nello sprint a due, il belga ha un cedimento che lo fa retrocedere in terza posizione ed assegna ad Anquetil la maglia rosa, che a questo punto può vantare 56″ su Suarez, 1’42” sullo stesso Van Tongerloo, 2’34” su Balmamion e 2’59” su Junkermann, con Van Looy a 3’47”, Pambianco, caduto pesantemente verso Taranto ma aiutato dai compagni a contenere in 2 minuti il passivo di tappa, accreditato di un ritardo di 5’15” e Gaul ancora più indietro a 5’45”. E a dispetto del fatto che si debbano ancora scalare le Alpi, il francese, che su quelle vette dovrà solo preoccuparsi di conservare il capitale acquisito, sembra davvero padrone della corsa.

I traguardi di Teano, Roma e Firenze regalano uno scampolo di gloria a Pietro Chiodini, Renato Giusti e Silvano, bravi nell’iscrivere il loro nome al prestigioso albo d’oro del Giro del centenario, ma sono anche le tappe che mettono le ali a Pambianco che, approfittando della scarsa attenzione a lui dedicata dai papabili alla vittoria finale, recupera terreno prezioso, rispettivamente 2’59”, 1’01” e 1’42”, attaccando sotto una pioggia torrenziale venendo giù dal Passo del Muraglione, verso il capoluogo toscano, il che gli permette di strappare la maglia rosa ad Anquetil, attardato ora di 24″. E se la salita dell’Abetone non muta il volto della classifica, verso Trieste Pambianco racimola altri 20″ ed è ben deciso a difendere l’esiguo vantaggio sulle vette dolomitiche. Perché lì, è certo, Anquetil, Suarez e Gaul proveranno a buttarlo giù da quel trono provvisorio dove sorprendentemente siede.

A Vittorio Veneto si registra il secondo successo parziale di Renato Giusti, ma l’occhio di tutti è rivolto a quel che attende i ciclisti nelle due tappe che precedono la passerella celebrativa di Milano. Il 9 giugno si disputa la Vittorio Veneto-Trento, 249 chilometri che impongono le scalate di Falzarego e Pordoi, e qui, se Van Tongerloo, ancora in lizza per il podio finale, stacca i migliori risalendo al terzo posto, Anquetil e Pambianco se ne stanno l’uno a ruota dell’altro, rimandando la sfida risolutiva al giorno dopo, 10 giugno, quando appunto i 275 chilometri tra Trento e Bormio obbligano i contendenti ad arrampicarsi su Passo Pennes, Giovo e Stelvio. E qui si scatena il finimondo.

Nella discesa del Passo Pennes Van Looy, che ha quattro minuti di ritardo in classifica, tenta il tutto per tutto ed accumula un vantaggio di oltre otto minuti, rimbalzando poi indietro, ma è alle sue spalle che la corsa prende fuoco. Gaul, tra cumuli di neve, approfitta dei 48 tornanti dello Stelvio per involarsi verso una vittoria che, dopo oltre 10 ore di immane fatica, gli consentono di risalire al quarto posto in classifica, a soli 5″ da Suarez terzo, nel mentre Anquetil si gioca il jolly di un attacco da lontano. Ma il francese, che nei chilometri iniziali del tentativo aveva staccato Pambianco indossando virtualmente la maglia rosa, piuttosto che recuperare i 44″ di ritardo che accusava al mattino, cede di schianto, prima rimontato e poi inesorabilmente seminato dal corridore romagnolo, perdendo un altro minuto, a cui aggiungerne 2 di abbuono.

E così Arnaldo Pambianco, figlio di un macellaio e che da ragazzo aiutava il padre consegnando a domicilio servendosi della bicicletta, senza il corollario di vittorie parziali ma con il consistente vantaggio di 3’45” (!!!) sconfigge il grande Jacques Anquetil, e nell’anno del centenario, vincendo il Giro, si mostra degno di quegli antichi eroi che scrissero la storia dell’Unità d’Italia.