IL GIRO FINALMENTE ROSA DI MOSER DEL 1984

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Moser in trionfo a Verona – da inzonacesarini.wordpèress.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginate voi cosa deve aver provato Francesco Moser quel 10 giugno 1984 quando, dopo un lungo ed ormai quasi vano corteggiamento, sale sul podio allestito nel magnifico scenario dell’Arena di Verona per vestire la maglia rosa, l’ultima, quella definitiva, che lo consacra infine re del Giro d’Italia. Goia e soddisfazione senza pari, per un successo che suggella una carriera tra le più mirabili non solo del panorama italiano, ma di tutta la storia del ciclismo internazionale.

Già, perché Moser, classe 1951 di Palù di Giovo, è professionista ormai dal lontano 1973 e in undici anni di attività agonistica ha messo in bacheca una collezione invidiabile di trionfi di pregio. Come il Mondiale di San Cristobal del 1977, come tre Parigi-Roubaix consecutive tra il 1978 e il 1980, come due Giri di Lombardia nel 1975 e nel 1978, classiche come la Parigi-Tours del 1974, la Freccia Vallone e il Campionato di Zurigo del 1977 e la Gand-Wevelgem del 1979, così come due edizioni della Tirreno-Adriatico, 1980 e 1981, e ben tre maglie tricolori di campione d’Italia, 1975, 1979 e 1981. Insomma, è il campione di riferimento del ciclismo di casa nostra, ma ha da sfatare un tabù, appunto quello del Giro d’Italia, che troppo spesso lo ha visto allinearsi ai nastri di partenza quale favorito alla vittoria finale ma altrettanto spesso lo ha respinto, talvolta anche in maniera inattesa.

Come ad esempio nel triennio 1977/1979, quando si è trovato a dover soccombere prima allo sgraziato belga Michel Pollentier, poi all’altro fiammingo, costante seppur privo di acuti, Johan De Muynck, ed infine al nuovo, grande rivale Giuseppe Saronni, col quale da qualche anno si spartisce la scena del ciclismo tricolore. E questo, sebbene abbia più volte messo la sua ruota davanti a tutti, ben 15 volte, fin da quando, alla partecipazione d’esordio del 1973, si impose a Firenze, vestendo altresì la maglia rosa per complessivi 38 giorni.

Nel corso degli anni Moser ha confermato sempre più la sua particolare attitudine alle corse di un giorno così come alle gare contro il tempo, pur non disdegnando di gareggiare nei grandi giri con ambizioni di altissima classifica. Come avvenne anche al Tour de France del 1975, unica sua partecipazione alla Grande Boucle, quando si impose nel prologo di Charleroi e nella tappa di Angouleme, vestendo la maglia gialla per una settimana e chiudendo al settimo posto, risultando pure il miglior giovane prospetto della corsa con ben 16 minuti di vantaggio sull’olandese Kuiper.

Ma il tempo scorre inesorabile, le stagioni si assommano così come le fatiche iniziano ad accumularsi nelle gambe, e se nei quattro anni che vanno dal 1980 al 1983 Moser deve fare i conti con un evidente declino nelle prestazioni che lo vedranno, al Giro d’Italia, non meglio che ottavo nel 1982 a fronte del 21esimo posto del 1981 e ai due ritiri del 1980 e del 1983, ecco che sopraggiunge  l’anno di grazia 1984, che segnerà indelebilmente con tratti d’oro la carriera del ciclista trentino.

Il sodalizio con il prof.Francesco Conconi ed il dott.Michele Ferrari porta Moser ad abbracciare il progetto record dell’ora, che prevede l’applicazione allo sforzo atletico della metodologia scientifica. Il trentino si getta anima e corpo nella realizzazione dell’impresa, che puntualmente si compie in altura, a Città del Messico, dove nel giro di cinque giorni, dal 19 al 24 gennaio, prima abbatte il muro dei 50 chilometri all’ora (50,909 a far meglio del 49,431 stabilito da Merckx nel 1972), poi porta il limite a 51,151.

La strada è segnata, e se a primavera gli effetti di una preparazione così mirata consentono a Moser, che di suo è gran combattente nonchè fuoriclasse con la F maiuscola, di sfatare il tabù Milano-Sanremo, facendo sua la “classicissima” che solo nel 1975 aveva sfiorato giungendo secondo alle spalle di Merckx, per poi partecipare per la prima ed unica volta in carriera alla Vuelta, dove si impone nel prologo di Jerez de la Frontera indossando la maglia amarilla per sette giorni e chiudendo con un dignitoso decimo posto in classifica generale, non prima aver fatto sua anche la tappa di Santander, ecco che all’orizzonte va profilandosi l’opportunità di capitalizzare anche sulle amate strade del Giro d’Italia.

L’edizione numero 67 della Corsa Rosa è onorata dalla presenza ai nastri di partenza di Laurent Fignon, giovane e rampante delfino di Bernard Hinault, che ha egregiamente sostituito vincendo nel 1983 un Tour de France segnato dall’assenza del fuoriclasse bretone e che qualche settimana dopo si prenderà il lusso di battere sonoramente, lasciando l’ex-capitano ad oltre 10 minuti per un clamoroso bis alla Grande Boucle. Ma in Italia il “professore“, con quell’aspetto un po’ naif e i modi raffinati, deve fare i conti con la voglia di Moser di cogliere forse l’ultima occasione di vincere la corsa che lo ha sempre respinto, e dal 17 maggio al 10 giugno, appunto, i due rivali librano un duello memorabile.

Si parte con il prologo di Lucca, che consente a Moser di indossare la prima maglia rosa, per venir scalzato il giorno dopo proprio da Fignon che prende per mano la sua Renault-Elf trascinandola alla vittoria nella cronometro a squadre di Marina di Pietrasanta. Il francese comanda la classifica per quattro giorni, incrementando leggermente il vantaggio sul San Luca, ma il primo appuntamento probante è sulle rampe del Blockhaus, la montagna che nel 1967 fece conoscere al mondo il talento sterminato di Eddy Merckx, ed è qui che Moser, rimanendo agganciato al treno di Moreno Argentin e del portoghese Acacio Da Silva, stacca la maglia rosa, in crisi di fame, di 1 minuto, tornando a vestire le insegne del primato.

Tonificato dall’impresa in montagna, terreno che almeno sulla carta dovrebbe favorire Fignon, il giorno dopo il campione trentino vince in volata a Foggia aggiungendo al suo vantaggio i 20″ di abbuono garantiti al primo classificato, prima che la corsa lasci spazio ai velocisti, con lo svizzero Urs Freuler a rivelarsi il più veloce a Pisticci, Agropoli e Rieti, agli attaccanti di giornata, con il danese Pedersen ed il francese Gayant ad imporsi sui traguardi di Cava dei Tirreni e di Isernia, e a quel Roberto Visentini che non nasconde l’ambizione di giocare il ruolo di terzo incomodo tra i due grandi favoriti, trionfando in solitario nella tappa più lunga del Giro, quella di Lerici, che consente al capitano della Carrera-Inoxpran di collocarsi in seconda posizione a soli 10″ da Moser, con Argentin e Fignon rispettivamente terzo e quarto a 34″ e 39″ prima dell’importantissima cronometro lungo i 38 chilometri che vanno dalla Certosa di Pavia a Milano.

E qui, inevitabilmente, Moser fa valere la legge del più forte, volando la distanza in 47’39”, ben 53″ meglio di Visentini, uno che a cronometro ci sa a sua volta fare, con Fignon costretto a concedere 1’27”, scivolando a sera a 2’07” dal trentino.

Seppur atteso, il successo a cronometro mette Moser nella condizione di poter far gioco sugli avversari diretti, quando all’orizzonte vanno profilandosi Alpi e Dolomiti. Ma se a Bardonecchia il solo Jaffereau non può fare la differenza a favore degli scalatori, e sul Tonale, verso Merano, i grandi si controllano, il 7 giugno il Giro propone in calendario, dopo un secondo giorno di riposo, la prima delle due temutissime frazioni dolomitiche, la Merano-Selva di Val Gardena, che prevede la scalata dello Stelvio, proclamata Cima Coppi del Giro. Ma per le condizioni atmosferiche, con i tornanti dello Stelvio incorniciati da cumuli di neve, e a dispetto della volontà del patron del Giro, Vincenzo Torriani, che riteneva praticabile il passo, viene deciso di non salire sullo Stelvio e ridurre la tappa a soli 74 chilometri dei 245 originariamente previsti, con Tonale e Palade da scavalcare e veloce discesa su Merano. Fignon, denunciando quella sportività che ne faranno un idolo anche degli appassionati italiani, fa buon viso a cattiva sorte, accetta la sfida ed attacca, strappando un minuto a Moser e dando appuntamento al giorno successivo quando, nella Selva di Val Gardena-Arabba di 169 chilometri, i corridori sono attesi da Campolongo, da scavlacare du volte, Pordoi, Sella e Passo Gardena.

Quella che va in scena l’8 giugno è una tappa leggendaria, con Fignon che attacca sul Pordoi senza che più nessuno sia in grado di contenerlo. L’incedere del francese è entusiasmante mentre alle sue spalle si consuma il dramma di Moser che cede ma non si arrende, perde secondo su secondo e sul traguardo si vede sfilare la maglia rosa dal francese che guadagna 2’19” e si presenta all’ultima cronometro di Verona con 1’31” di vantaggio.

Per Francesco sembra che la maledizione Giro d’Italia debba ancora una volta prendere forma, perché se è vero che Moser è praticamente imbattibile a cronometro, è altrettanto vero che la maglia rosa potrebbe mettere le ali a Fignon che si trova ad un passo da completare la doppietta Tour-Giro, seppur non nello stesso anno solare.

Ma i 42 chilometri tra Soave e l’Arena di Verona, come le Dolomiti erano state il trampolino di lancio di Fignon, si trasformano in una cavalcata trionfale di Moser che, utilizzando una bicicletta con ruote lenticolari così come aveva fatto in Messico, chilometro dopo chilometro rosicchia i secondi di svantaggio, che a Treviso aveva limato di 10″ piazzandosi terzo in volata conquistando l’abbuono, annulla il passivo ed infine, in una sorta di passerella al suono dell’Aida, va a trionfare con 2’24” sull’affranto Fignon.

Moser infine conquista l’ultima maglia rosa, quella che suggella una carriera, e se quel 10 giugno 1984 il campione trentino realizzò un’impresa destinata per sempre nell’enciclopedia del Giro d’Italia, non fu certo un caso. Fu o non fu quello l’anno d’oro di Francesco?

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IL TRIS DELLA VENDETTA DI EDDY MERCKX ALLA PARIGI-ROUBAIX 1973

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Merckx in fuga con De Vlaeminck – da cyclingnews.com

articolo di Nicola Pucci

Selezionare una vittoria tra le tantissime collezionate in carriera dal “cannibale” Eddy Merckx parrebbe impresa tanto proibitiva quanto quella che i suoi avversari dovevano compiere quando se lo trovavano come rivale al via di una grande corsa. Eppure, se a Sanremo sette successi la dicono lunga su quanto quella gara fosse congeniale ai suoi mezzi e le cinque vittorie a Liegi certificano la sua speciale attitudine alle cotes della Ardenne, sul pavé il belga trovò qualche difficoltà in più ad affermare la sua superiorità, trovando sulla sua strada rivali altrettanto abili sulle pietre, soprattutto tra i colleghi battenti la bandiera fiamminga.

In effetti, a far data 1973, Merckx può vantare solo una trionfale galoppata al Giro delle Fiandre del 1969 che gli consentì di alzare le braccia al traguardo ben 5 minuti prima del sopraggiungere dell’eterno rivale di quegli anni, Felice Gimondi, e nell'”inferno del Nord“, ovvero la Parigi-Roubaix, si era imposto nel 1968 battendo Van Springel allo sprint, bissando poi due anni dopo, anticipando un altro che nel “Velodromo” avrebbe scritto la storia del ciclismo, Roger de Vlaeminck, secondo pure lui con un disavanzo di 5 minuti. Ma le due sconfitte del 1971 e del 1972, quando Eddy era giunto non meglio che quinto e settimo battuto, stavolta, da Roger Rosiers e dallo stesso De Vlaeminck, avevano lasciato due ferite brucianti nell’animo da conquistatore del campionissimo belga. Che per il 1973, beffato anche al Mondiale di Gap l’anno prima e costretto a dar forfait all’amata Milano-Sanremo per colpo di una tonsillite, meditava di prendersi la rivincita, sulla sorte e sugli avversari. E, tanto per cominciare, aveva fatto suoi due gustosi antipasti, come la Het Volk e la Gand-Wevelgem, in cui si era tolto qualche sassolino dalla scarpa infilando De Vlaeminck e Frans Verbeeck, con il corollario anche di un primo trionfo all’Amstel Gold Race, sempre battendo l’ostico e tenace Verbeeck. Insomma, il 15 aprile 1973 tutto era al posto giusto per mettersi in bacheca anche una terza edizione della classica più prestigiosa del panorama internazionale.

Alla partenza da Chantilly (la città del cavallo, come sottolinea un cartello di questa affascinante località) si allineano ai nastri di partenza 138 concorrenti,  in perfetto orario, chiamati a coprire una distanza di 272 chilometri. De Vlaeminck è l’uomo da battere in virtù del successo dell’anno precedente, ma il campione di Eeklo soffre per i postumi di una caduta alla Gand-Wevelgem, e, come vedremo, pagherà dazio nella parte finale della corsa. Verbeeck stesso è atteso tra i protagonisti, al pari del giovane Freddy Maertens che è alla prima partecipazione al secondo anno da professionista ma vanta già un recentissimo secondo posto al Giro delle Fiandre, battuto solo da Eric Leman. Gimondi, Godefroot e Rosiers, che vinsero a Roubaix nel 1966, nel 1969 e nel 1971, sono compresi nel lotto dei favoriti, dal quale non sono esclusi alcuni atleti di secondo piano, pronti a dar battaglia.

I primi corridori a mettersi in evidenza, tentando la fortuna con una fuga a lunga gittata, sono due portacolori della De Keva, prima Blocher e poi Vermeulen. Quest’ultimo, debuttante, scappa al quindicesimo chilometro ed accumula un vantaggio massimo di 4’35”. Nel grigiore del mattino, il gruppo lascia fare e Vermeulen transita in testa a Compiegne, Chiry, Golancourt e si arrende in vista del rifornimento di St. Quentin, dopo una fuga di 82 km. Mentre comincia a piovere, si registra un tentativo di Riotte e Rouxel, avvantaggiatisi di 2 minuti nei pressi di Bochain, dove fora Merckx che rimedia immediatamente con la collaborazione di tre compagni di squadra della Molteni. Continua a piovere e a far freddo nella campagna di Busigny ed il plotone, seppur lentamente ma inesorabilmente, reagisce ad una nuova sortita di Blocher, Stevens e Gimondi, arrivando compatto all’ingresso del primo tratto di pavè, all’uscita di Neuvilly al chilometro 148. E’ una stradina nel fango in leggera salita e qui cadono, uno sopra l’altro, una decina di corridori. Dal groviglio esce incolume, e recupera, Godefroot, al contrario alza bandiera bianca il malandato Gimondi, che riporta una ferita all’anca sinistra e una distorsione al ginocchio.

Nel gruppo è una sequenza di divisioni e di ricongiungimenti, ma la “bagarre” vera e propria comincia nella foresta di Aremberg, per iniziativa di Van Malderghem al quale rispondono Merckx, Godefroot, Leman, De Vlaeminck, Verbeeck, Rosiers, Van Vlaerberghe, Poulidor, Ocana, Guimard, Perin, Mortensen, Ritter, Sercu, Maertens e Walter Planckaert. I favoriti alla vittoria finale, in pratica, ci sono tutti, e la corsa si incendia. Gli incidenti, come sempre accade alla Parigi-Roubiax quando la fortuna gioca un ruolo determinante, non si contano più; attacca Rosiers, ma il tentativo è di breve durata e il battistrada viene ripreso e staccato da Merckx e De Vlaeminck, che allungano a Bouvignies. I due fuoriclasse, attesi allo scontro diretto, insistono nella loro azione con Rosiers e Godefroot cronometrati a 20″, ma Merckx ha una marcia in più, innesta la quarta e pianta De Vlaeminck quando mancano 42 chilometri, involandosi verso il traguardo nonostante un capitombolo. Eddy infatti scivola, sbanda, e finisce in un campo, ma cambia velocemente bicicletta e può proseguire la sua corsa in beata solitudine. Al passaggio di Templeuve Merckx aumenta ad 1’05” il suo margine di vantaggio su Godefroot e Rosiers.

Intanto, nelle retrovie, ha ceduto di schianto proprio De Vlaeminck, cronometrato a 2’30”, mentre alle sue spalle pedalano Van Springel, Maertens, Verbeeck e Planckaert. Nel finale Merckx offre un ennesimo saggio di classe e potenza scavando un solco e arrivando sulla pista in cemento di Roubaix a mani alzate precedendo Godefroot e Rosiers di 2’20”, Planckaert, quarto, e Maertens, quinto, di 7’18”, quindi Verbeeck, De Vlaeminck e Van Springel di 7’46”. Merckx, aggiudicandosi la settantunesima edizione della Parigi-Roubaix, eguaglia il primato di tre successi di Lapize, Rebry e Van Looy, e se al traguardo, tra i 35 classificati selezionati non solo da un percorso severo ma anche dalle avverse condizioni climatiche, non c’è nessuno dei dieci italiani che al mattino si erano messi in marcia da Compiegne, è il certificato, definitivo, di grandezza di Eddy Merckx. Che consuma la sua vendetta ed entra per sempre nell’enciclopedia d’oro dell'”inferno del Nord“.

LA CORSA ROSA PERFETTA DI JOHAN DE MUYNCK AL GIRO D’ITALIA 1978

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De Muynck in trionfo a Milano – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nella seconda metà degli anni Settanta si eclissa la stella abbacinante di Eddy Merckx, nuove reclute si affacciano alla ribalta con la non celata ambizione se non proprio di ricalcarne le orme, almeno di rilevarne il testimone quale ciclista più forte al mondo.

In Francia esplode compiutamente la classe cristallina di Bernard Hinault, che a fine carriera potrà vantare un palmares se non quantitativamente ricco quanto quello del “cannibale” almeno quasi pari sul piano della qualità, iscrivendo il suo nome nell’albo d’oro di Tour de France, Giro d’Italia, Vuelta, Mondiale, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia. In Italia nasce invece la rivalità tra i due galli nel pollaio del ciclismo tricolore, Francesco Moser e Giuseppe Saronni, pronti a dividere il tifo di casa nostra come solo Coppi e Bartali avevano saputo fare qualche decennio addietro. E se il lombardo troverà conforto sulle strade del Giro d’Italia con le vittorie nel 1979 e nel 1983, il trentino, prima dell’inatteso successo del 1984 e più adatto ancora alle grandi classiche, punta nondimeno il mirino sulla Corsa Rosa dovendo, a dispetto delle illusioni, mandar giù qualche boccone amaro di troppo. Come nel 1976, quarto ad 1’07” dal “vecchio” Felice Gimondi che cala il tris chiudendo la sua meravigliosa carriera di vincente, come nel 1977, battuto di 2’32” dallo sgraziatissimo belga Michel Pollentier, come nel 1978, quando sale sul terzo gradino del podio a 2’19” da un altro fiammingo, Johan De Muynck.

Già, proprio De Muynck, che è il protagonista della nostra storia odierna. Un corridore non troppo appariscente, di cui troppo spesso le cronache del passato si dimenticano, ma che sulle strade d’Italia si è ritagliato una vetrina importante. Nel 1976, infatti, chiude la Corsa Rosa al secondo posto, a soli 19″ proprio da Gimondi, vincendo per la distacco la tappa di Matera, una delle sue dodici vittorie in carriera, vestendo per quattro giorni le insegne del primato e venendo scalzato solo dopo la cronometro di Arcore a 24 ore dal traguardo finale di Milano.

Nato a Sleidinge il 30 maggio 1948, De Muynck vince poco ma bene. E’ bravo in salita e si difende a cronometro, e queste attitudini gli consentono, oltre al Giro d’Italia, di terminare nei primi dieci della classifica generale sia al Tour de France (4° nel 1980 e 7° nel 1981) e alla Vuelta (ancora 7° nel 1980). Impresa, quella di completare le tre grandi corse a tappe tra i migliori dieci, che non è poi riuscita proprio a tanti, ad onor del vero.

Dopo aver debuttato tra i professionisti nel 1971 con la casacca della Flandria, De Muynck vince la sua prima gara nel 1973, la Freccia del Brabante, seppur non siano le classiche il suo terreno di caccia preferito, collezionando in carriera solo tre top-ten al Giro di Lombardia. Nel 1975 fa sua la prima semitappa del Giro del Belgio ma è l’anno dopo, in maglia Brooklyn, che il belga sale alla ribalta come validissimo corridore per le gare a tappe. Prima della piazza d’onore al Giro d’Italia, domina infatti il Giro di Romandia vincendo per distacco le tappe di Leysin e Chaumont e la cronometro di Friburgo, per infine lasciarsi alle spalle nientepopodimeno che Roger De Vlaeminck ed Eddy Merckx, staccati di quasi 3 minuti. E se nel 1977 vince solo una frazione al Giro di Catalogna, ecco che nel 1978 si presenta ai nastri di partenza del Giro d’Italia ben preparato, come certifica il terzo posto al Giro di Romandia stavolta dietro ai due olandesi Van der Velde e Kuiper, e con il non troppo remoto sogno di far saltare il banco.

De Muynck veste la storica casacca della Bianchi, e ben spalleggiato da Gimondi, all’ultima recita in carriera, si impossessa della maglia rosa con la vittoria nella terza tappa. Il belga attacca sul Monte Serra e giunge al traguardo di Cascina in beata solitudine, lasciando Moser a 52″ e balzando al comando della classifica. E’ il primo Giro di Saronni, che vince a La Spezia, Benevento e Ravello chiudendo con un promettente quinto posto in classifica; Moser vorrebbe tanto riscattare l’amaro secondo posto dell’anno prima ma, se è davanti a tutti a Siena e Padova e trionfa nelle cronometro di Venezia (con il suggestivo arrivo in Piazza San Marco grazie ad una passerella di legno posta sopra un ponte di barche tra la Basilica di Santa Maria della Salute e Piazza San Marco) e Cavalese, non riesce sulle Dolomiti a scalzare De Muynck che nelle tappe di pianura e sui tracciati misti si avvale del gregariato prezioso, appunto, di Gimondi. Anzi, il belga attacca ancora, in compagnia di Baronchelli e Vandi, nella frazione che va da Treviso a Canazei e prevede la scalata del Passo Rolle, del Passo Valles (su cui è posta la Cima Coppi) e del San Pellegrino, rosicchiando un altro minuto a Moser e relegando Saronni a cinque minuti, per poi infrangere le ultime speranze del trentino sul Monte Bondone, staccandolo ancora, risolutivamente, di un altro minuto e mezzo.

Proprio il “Tista“, capitano della Scic, è il rivale più temibile ed agguerrito ma a Milano, il 28 maggio 1978, dopo 3.610 chilometri di fatica, De Muynck sale sul gradino più alto del podio a cogliere l’ultima maglia rosa con 59″ su Baronchelli, secondo come già nel 1974 quanso si arrese al solo Merckx per soli 12″, il margine più ridotto nella storia del Giro d’Italia, e 2’19” su un deluso Moser.

Per Johan è l’apoteosi di una carriera, e se nell’era dei tanti fuoriclasse De Muynck ha colto l’eccellenza in una corsa che significa leggenda come il Giro d’Italia battendo alcuni di loro, beh… un posticino tra i campioni veri se lo è guadagnato. Questo è poco ma sicuro.

LORETTO PETRUCCI E QUEL FEELING PARTICOLARE CON LA MILANO-SANREMO

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Loretto Petrucci in trionfo alla Milano-Sanremo – da cicloweb.it

articolo di Nicola Pucci

Nel curriculum di ogni corridore, blasonato o meno che sia, c’è sempre una corsa che riserva un sapore speciale. Senza scomodare i fuoriclasse con la F maiuscola, che possono vantarsi di avere un rapporto d’amore con ben più di una competizione, mi viene in mente Franco Ballerini e la Parigi-Roubaix, Oscar Freire e il campionato del mondo, buon ultimo Chris Froome e il Tour de France. Ebbene, se potessimo chiedere a Loretto Petrucci, sanguigno toscano di Pistoia, classe 1929, venuto meno un paio di anni fa, ecco, lui vi risponderebbe senza esitazione di aver avuto un feeling del tutto particolare con la Milano-Sanremo. Tanto da averla prima corteggiata, poi sedotta, infine abbandonata.

In effetti Petrucci, che passa professionista nel 1949 con la Legnano orfana di Gino Bartali dopo aver vinto dieci gare al primo anno da dilettante ed aver dovuto saltare un’intera stagione per colpa di un’appendicite, ha grinta e carattere da vendere, e quando nel 1951 viene assoldato dalla Bianchi di Fausto Coppi, si ha la sensazione che seppur all’ombra del “CampionissimoPetrucci possa ritagliarsi uno spazio importante nel panorama del ciclismo italiano. Detto, fatto. Nello stesso 1951 vince il Giro di Toscana e debutta alla Milano-Sanremo, dimostrando subito di aver attitudine particolare per la “Classicissima di Primavera“.

Giunge infatti terzo, ad oltre tre minuti dal duo francese in maglia Stella-Dunlop composto da Louison Bobet, che fa sua la corsa, e Pierre Barbotin, che si piazza secondo, e se al Giro d’Italia è costretto al ritiro, come avverrà anche nel 1954 a fronte dell’unico piazzamento finale, colto nel 1952, un anonimo 67esimo posto, il quarto posto al Giro delle Fiandre e il 18esimo al Giro di Lombardia annunciano quello che sarà il biennio d’oro del corridore pistoiese.

Petrucci è configurabile come un passista-veloce, non avendo altresì grande propensione allo sforzo in montagna. E nel 1952 si presenta ai nastri di partenza della Milano-Sanremo non certo nei panni di favorito. Tale veste spetta invece a Bobet, campione in carica, nonché allo svizzero Kubler, a sua volta campione del mondo, mentre in casa Italia Coppi, capitano di Petrucci, fatica a riprendersi dalla tragica perdita del fratello Serse, Bartali paga dazio all’età che avanza e Magni, seppur trionfatore in tre edizioni consecutive del Giro delle Fiandre, vanta solo un terzo posto nel 1949. Succede così che in fuga vanno Ciolli e Gemignani, altro uomo in maglia Bianchi, Alfredo Martini e “testa di vetro” Robic rimontano dalle retrovie e Petrucci, che così facendo blocca Coppi, a sua volta rientra su tredici uomini che si sono avvantaggiati nella zona dei Capi, pennellando uno sprint magistrale in Via Roma, lanciato dal compagno di squadra Donato Piazza, uscendo agli ultimi cento metri per battere infine Giuseppe Minardi e Serge Blusson, con Gemignani quarto.

Un successo di tale prestigio incendia l’animo già battagliero di Petrucci, che entra in aperta competizione con Coppi e a metà dell’anno successivo, 1953, si vede costretto a cambiare maglia, accasandosi alla Lygie. Ed è una stagione tanto ricca di successi, che a fine anno Loretto capeggerà la Challenge Desgrange-Colombo, una sorta di campionato del mondo a punti che all’epoca premiava il corridore più performante nell’arco dei dodici mesi. Petrucci, infatti, trova modo di mettersi in luce vincendo una classica di enorme prestigio come la Parigi-Bruxelles battendo Brik Schotte, ma è sempre ed ancora la Milano-Sanremo a stuzzicare più di ogni altra corsa i sui appetiti.

Stavolta Petrucci non è certo un outsider, anzi, la vittoria dell’anno precedente lo inserisce di diritto tra i pretendenti al successo, ancora una volta a dispetto della presenza di Coppi a cui Loretto proprio non riesce di fare da gregario. Ci prova Hugo Koblet ad infiammare la corsa nella prima parte, ma all’atto di scalare il Turchino il gruppo è nuovamente compatto e sono ancora i Capi a decidere l’esito della sfida tra i migliori. Sul Capo Berta, infatti, rimangono in avanscoperta cinque corridori, tra cui lo stesso Petrucci che insieme a Minardi e Defilippis accompagna la fuga decisiva di Impanis e Derijcke. Nei chilometri conclusivi si aggiunge ai battistrada anche il francese Ollivier, e così sono in sei a presentarsi sul rettilineo d’arrivo di Via Roma, con Petrucci che ancora una volta fa valere il suo spunto veloce per battere, esattamente come l’anno prima, Giuseppe Minardi, costretto nuovamente ad accontentarsi della piazza d’onore.

Per Petrucci è l’apotesi, e se per ironia della sorte la vittoria del 1953 sarà l’ultima di un corridore italiano prima del successo, 17 anni dopo, di Michele Dancelli che tornerà a far sventolare il tricolore sul gradino più alto del podio della Milano-Sanremo, sarà anche il canto del cigno del pistoiese. Già, perché dopo il quinto posto nel 1954 battuto, stavolta, dalla ruota veloce di Rik Van Steenbergen e costretto ad inchinarsi anche a Coppi che lo precederà all’arrivo, il 46esimo posto del 1956 sarà solo l’ultimo anonimo sussulto di una parabola da campione avviatasi troppo presto ed altrettanto presto chiusasi.

CHARLY MOTTET, IL CAMPIONE OSCURATO DA HINAULT, FIGNON E JALABERT

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Charly Mottet in azione – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Quando tra qualche riga andremo a raccontare la carriera di Charly Mottet, sarà quasi inevitabile considerarlo un eccellente corridore, tra i più forti del ciclismo francese degli ultimi 30 anni, ma destinato, sempre e comunque, a rimanere nell’ombra di campioni troppo più forti e blasonati di lui, Hinault, Fignon e Jalabert su tutti.

In effetti Mottet, che nasce a Valance il 16 dicembre 1962, figlio di un impiegato delle poste, ha buona attitudine allo sport fin da ragazzo, praticando in età adolescenziale rugby e judo prima di scoprire, 15enne, la bicicletta. I risultati ne confortano la scelta, anche se Charly più che un vincente nato, risulta spesso il piazzato per eccellenza, salendo sul podio nelle gare di categoria più impegnative ma sempre sui due gradini più bassi. Nondimeno si guadagna la stima e la considerazione di Cyril Guimard, già mentore di Bernard Hinault, che nel 1983 lo fa passare professionista con la casacca della Renault.

Mottet diventa ben presto il delfino di Laurent Fignon, che proprio nel 1983 spodesta il capitano trionfando, in sua assenza, al Tour de France. Charly non sembra essere uomo adatto per le grandi corse a tappe, ma ha grinta da vedere e nell’anno del debutto vince una tappa al Giro di Lussemburgo ed una al Giro dei Medi Pirenei, terminando in entrambe le gare in seconda posizione, il che rafforza la sua fama di eterno piazzato. Nel 1984 al Giro finisce in maglia bianca, che premia il miglior giovane, come scudiero di Fignon, chiudendo 21esimo, e nella seconda parte di stagione conquista la vittoria al Tour de l’Avenir ed è secondo in una classica prestigiosa come la Parigi-Bruxelles, battuto solo da Eric Vanderaerden.

Mottet, dunque, si disimpegna bene su tutti i terreni, mostrando ottime doti a cronometro, non demeritando in montagna, ed avendo anche la prontezza di eccellere nelle corse in linea. Insomma, un corridore completo, che ha modo di mettersi in luce nel 1985 vincendo a Cannes il Gran Premio delle Nazioni, una sorta di campionato del mondo contro il tempo, succedendo nell’albo d’oro ad Hinault che ha fatto sua la corsa per ben cinque volte, e regala al pubblico un altro squillo importante, vincendo a Novara il Giro del Piemonte.

Sono gli anni in cui la Francia vive il dualismo tra Hinault, ormai a fine carriera, e quel Fignon che sembra ben avviato a rilevarne il testimone, come dimostrato con i due successi consecutivi al Tour de France nel 1983 e nel 1984. Ma il “professore” fatica a tener fede al suo ruolo di fuoriclasse, alternando grandi momenti tecnici ad inattese pause agonistiche, e se alla Vuelta 1986 Mottet, che nel frattempo è diventato il capitano della System U, sponsor che sostituisce Renault, vince a San Isidro e fa sua la crono di Valladolid, chiudendo infine 22esimo in classifica per poi essere non meglio che 16esimo alla Grande Boucle, ecco che gli addetti ai lavori si aspettano la sua esplosione ai massimi livelli. Salto di qualità, però, che tarda ad arrivare. Fin quando ai Mondiali di Colorado Springs sfrutta la rivalità tra Hinault e Fignon che spacca in due la nazionale francese e si prende il secondo posto dietro Moreno Argentin, che lo batte in uno sprint ristretto.

Nel 1987, anno della ripartenza del ciclismo francese, Mottet è atteso al Tour de France, al pari del talentuosissimo Jean-François Bernard, suo coetaneo, per vedere chi dei due sarà l’erede di Hinault. Mottet vince il Giro del Delfinato, che fa da gustoso preludio alla Grande Boucle, grazie al secondo posto di Val Frejus, ed al Tour, dove veste la maglia gialla per sette giorni, è quarto in classifica, preceduto da Stephen Roche, Pedro Delgado e proprio Bernard, chiudendo poi l’anno con un secondo successo al Gran Premio delle Nazioni in cui si prende la rivincita sullo stesso Bernard.

Mottet pare sempre più orientato a diventare corridore da classiche e da piccole gare a tappe. Nel 1988 ottiene infatti una splendida vittoria al Giro di Lombardia, seminando gli avversari e lasciando Gianni Bugno a 1’40”, qualche giorno dopo aver trionfato anche al Giro del Lazio, fatto suo battendo Tony Rominger, completando poi il tris al Gran Premio delle Nazioni, mitigando così in parte la delusione per il ritiro ad un Tour de France affrontato con qualche ambizione di podio.

Nel 1989 Mottet passa alla RMO, ma ormai in pochi lo vedono come uomo da grandi corse a tappe. Vince ancora il Giro del Delfinato, gara che sente molto, facendo sua la tappa di Carpentras, si impone alla Quattro Giorni di Dunkerque, ma al Tour è solo sesto, troppo distante da Lemond e Fignon che si giocano la corsa sul filo dei secondi.

L’anno dopo il francese, fors’anche presa coscienza che sulle strade di casa fatica a trovare conforto alle sue ambizioni, decide di puntare forte sul Giro d’Italia. Arriva alla corsa rosa vincendo il Giro di Romandia, con successi parziali nel prologo di Moutier e nella crono di Nyon, ma al momento infine di dar concretezza al suo sogno di vincere un grande giro, trova uno stratosferico Gianni Bugno che infrange le sue illusioni. Mottet è secondo in classifica generale, staccato di 6’33”, pur riuscendo ad imporsi, per gentile intercessione del campione brianzolo, nella tappa che prevede l’ascesa del Pordoi. Al Tour fa sua la tappa di Revel concludendo una bella fuga, ma si disinteressa della classifica, e a fine stagione si conferma abile cacciatore di classiche sui percorsi misti trionfando al Campionato di Zurigo su Lemond, Chiappucci e Lejarreta, battuti in volata dallo spunto veloce del francese.

Nel 1991 Mottet si prende per la seconda volta la Quattro Giorni di Dunkerque, vince la Classica delle Alpi ed è protagonista al Tour, che conclude quarto alle spalle di Indurain, Bugno e Chiappucci. Alla Grande Boucle si toglie la soddisfazione di imporsi in due tappe consecutive, a Saint Herblain con un bello scatto sullo strappetto finale e a Jaca quando batte Richard dopo una fuga a due che lo riporta nei piani alti della classifica. Ma è nella frazione che arriva all’Alpe d’Huez e nella crono finale di Macon che Charly fallisce l’assalto al podio finale, dopo che con un tentativo a lunga gittata verso Gap era stato per qualche chilometro maglia gialla virtuale.

Gli anni passano e Mottet comincia a credere, fermamente, che il Tour de France è per lui ormai un obiettivo troppo più grande dei suoi mezzi. E con l’età che avanza ripiega su traguardi meno prestigiosi. Nel 1992, quando ormai in Francia si è da qualche anno accesa la stella di Laurent Jalabert, vince la Coppa Bernocchi ed il terzo Giro del Delfinato, facendolo suo grazie alla crono di Villar de Lans. L’anno dopo passa alla Novemail Histor e se nel 1993 riesce ancora ad imporsi al Giro del Mediterraneo e al Tour du Limousin, oltre ad ottenere la piazza d’onore al Campionato di Zurigo dietro a Maurizio Fondriest e il quinto posto al Giro di Lombardia, classica che dimostra di essere decisamente a lui congeniale, ottiene l’ultima vittoria in carriera nel 1994 alla Parigi-Nizza, nella tappa di Mandelieau La Napoule.

Poi è l’ora di scendere dalla bicicletta e vestire i panni di commissario tecnico della nazionale francese nel 1997, prendendosi il lusso di mettere in bacheca due titoli, quello a cronometro di Jalabert e quello in linea di Brochard. E per uno che è stato campione, ma troppe volte oscurato da Hinault, Fignon e lo stesso Jalabert, è proprio una gran bella soddisfazione.

ANGELO GREMO E GLI EXPLOIT A SANREMO E AL GIRO D’ITALIA CHE L’ELESSERO CAMPIONE

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Angelo Gremo – da ciclismo.forumattivo.com

articolo di Nicola Pucci

Una vittoria alla Milano-Sanremo ed un paio di piazzamenti sul podio al Giro d’Italia possono bastare a far guadagnare ad un corridore lo status di campione? Mi verrebbe da pensare di sì, seppur quel che ha ottenuto Angelo Gremo si ammanta dell’alone dell’epica perché risalente all’era pioneristica del pedale.

Nondimeno, stiamo pur sempre parlando di un signor ciclista, che nel corso di una carriera da professionista protrattasi per ben 17 stagioni, dal 1911 al 1927, ha saputo meritarsi l’apprezzamento degli appassionati e dei colleghi, collezionando una serie di piazzamenti e vittorie invidiabili. Perché Gremo, nato a Torino il 3 dicembre 1887, nonostante abbia dovuto battagliare con fuoriclasse del calibro di Costante Girardengo e “Tano” Belloni, che più di lui appartengono all’immaginario collettivo, sapeva destreggiarsi con efficacia su ogni terreno, forte e completo com’era, e si è ritagliato uno spazio importante a dispetto di un carattere schivo e taciturno, velatamente triste.

Che Gremo sappia soffrire in bicicletta e sia in possesso di una particolare attitudine all’attacco, specie nei tratti in salita e nelle condizioni più estreme, è chiaro a tutti fin da quando, poco più che 23enne, debutta tra i grandi difendendo i colori della Fiat. E se al primo anno, appunto 1911, gareggiando tantissimo (partecipa anche alla Parigi-Roubaix, dove finisce 25esimo), coglie il successo in due frazioni del Giro di Campania, a Campobasso e Napoli, terminando secondo in classifica alle spalle di Emanuele Garda, vince anche la Coppa Val di Taro, ed è terzo nella Milano-San Pellegrino, nella Torino-Bordighera e quinto al Giro del Piemonte.

Nel 1912, passato alle dipendenze della Peugeot, la sua intraprendenza in bicicletta lo porta ad ottenere risultati forse inattesi, come la vittoria del titolo italiano su strada, che non gli viene però accordato per una squalifica in cui incappa assieme a Dario Boni giunto secondo, a cui aggiungere la crono-squadre del Gran Premio di Torino, ed il secondo posto nella tappa Milano-Modena del Giro d’Italia, che termina con un piazzamento d’onore nell’unica edizione assegnata con la classifica a squadre.

Non meno impregnato di tentativi di cogliere un’affermazione di rilievo è l’anno successivo, quando Gremo fa suo il Giro di Romagna, partecipa al Tour de France ritirandosi, però, alla terza tappa (così come si ritirerà precocemente alla Grande Boucle nel 1914, 1920 e 1922, portando a termine solo l’edizione 1925 in 26esima posizione), e comincia a strizzare l’occhio alla classica di maggior prestigio del panorama internazionale, la Milano-Sanremo, che lo vede infine quarto ad oltre quattro minuti dalla coppia belga formata da Defraye e Mottiat.

Ma sono le strade del Giro d’Italia a solleticare gli appetiti agonistici di Gremo, che nel 1914 torna protagonista alla Corsa Rosa. Memorabile, per l’occasione, il suo passaggio solitario sul Sestriere, allora ben lungi dalla facile salita odierna, sotto una tremenda nevicata. Il piemontese vince la prima tappa Milano-Cuneo, partita di notte, indossando le insegne del primato, ma crolla il giorno successivo e non sarà infine tra gli otto soli corridori che porteranno a termine l’immane fatica di percorrere ben 3.162 chilometri distribuiti in otto frazioni. Nel corso dell’anno è secondo al Giro del Piemonte, battuto da Giuseppe Santhià, ma sul ciclismo, così come sull’esistenza di milioni di esseri umani, soffia il vento devastatore della Prima Guerra Mondiale e Gremo si vede stoppare sul più bello.

O almeno sembrerebbe così, perché se è vero che nel 1915 e nel 1917 ottiene due terzi posti alla Milano-Sanremo e tra una fucilata e l’altra trova il tempo di imporsi alla Milano-Passo dei Giovi nel 1916 e alla Milano-La Spezia e al Giro dell’Emilia nel 1917, è nel primo dopoguerra che invece ottiene i risultati migliori.

La Milano-Sanremo, così come il Giro d’Italia, è la sua corsa e nel 1919, finalmente, in maglia Stucchi, gli riesce di vincerla, prendendosi il lusso di anticipare Girardengo, suo compagno di squadra e che ha trionfato l’anno prima, di oltre due minuti. Al Giro d’Italia si piazza in sesta posizione e a fine anno conquista il Giro della Provincia di Milano, una corsa a coppie disputata a fianco dello stesso Girardengo.

Nel 1920, accasatosi alla Bianchi, Gremo si gioca il tutto per tutto al Giro d’Italia. Si piazza al secondo posto nella tappa Milano-Torino, battuto da Giuseppe Olivieri, così come è secondo nella Lucca-Roma alle spalle di Belloni e primo a pari merito con Agostini, Alavoine, Belloni, Marcel Buysse, Di Biase, Rossignoli, Petiva e Sala nella Trieste-Milano, quando a causa dell’invasione della folla del circuito dell’ippodromo, non viene disputata la volata finale e la giuria assegna il successo a “tavolino” ai nove corridori al comando. Gremo potrebbe vincere quel Giro d’Italia, duro da obbligarlo a combattere con il coltello tra i denti per 2.632 km., anche perché il gran favorito del momento, Costante Girardengo, è giunto con notevole ritardo nella prima tappa ed è tagliato fuori da ogni possibilità di vittoria. Ma Gremo, che comanda la classifica fino a due tappe dal termine, ha la sfortuna di incontrare sulla sua strada un “Tano” Belloni in gran forma, che lo scavalca nella tappa di Trieste e lo costringersi ad accontentarsi del secondo gradino del podio,  con un ritardo di 32″24.

Il biennio 1919/1920 rappresenta l’apice della carriera di Gremo, che ormai 33enne imbocca, seppur lentamente, la china discendente. Certo, il piemontese si illustra per l’inconsueta longevità, se è vero che a fronte di un’attività da dilettante povera di acuti, tra i professionisti continua invece a recitare da protagonista fino alla soglia dei 40 anni, con un’ultima vittoria, il Giro di Romagna del 1925 che a quei tempi era gara di rango superiore all’oggi, agguantata a 38 anni.

Nel frattempo Gremo, che nello stesso 1920 è tornato in Francia, obbligato tuttavia a fare la valigia per un veloce rientro a casa dopo la prima tappa, mette in bacheca il Giro della Lunigiana, corso su di un tracciato di rara difficoltà, il Giro di Campania del 1921, un altro primo posto nel Giro della Provincia di Milano a coppie, stavolta assieme a Belloni, sempre nel 1921, ed un’ottima stagione nel 1922, quando trionfa al Giro del Piemonte, al Giro del Sannio e dell’Irpinia, dove alla classifica finale aggiunse una tappa, al Giro dell’Etna e al Gran Premio Roccapiemonte.

Ma se al Tour de France, come già detto, non va oltre un 26esimo posto quando, nel 1925, veste la maglia della Meteore-Wolber, è sempre al Giro d’Italia che si toglie le ultime soddisfazioni della carriera, con il quinto posto nel 1921, il decimo nel 1923 e l’ottavo nel 1926, confermando, caso mai ce ne fosse bisogno, di esser capace di dare il meglio quando chiamato ad esercitare il mestiere di ciclista davanti al pubblico amico.

Nel 1927 Angelo Gremo appende la bicicletta al chiodo e se il seguito non sarà di conforto a quel che aveva costruito in anni di sacrifici e sofferenze sui pedali, venenendo investito da un auto, perdendo la vista e spengendosi appena 52enne nell’agosto del 1940, in stato di povertà, resta la certezza che Milano-Sanremo e Giro d’Italia gli hanno regalato un posto tra i grandi del ciclismo italiano. Almeno quest’onore non può negarglielo nessuno.

 

CUNEO-PINEROLO AL GIRO D’ITALIA 1949, LA STORIA ENTRA NELLA STORIA

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Fausto Coppi in azione nella Cuneo-Pinerolo – da arlettablog.nl

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo 

Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi“. Con questa frase Mauro Ferretti aprì la radiocronaca della 17^ tappa del Giro d’Italia del 1949, che va da Cuneo a Pinerolo, consapevole di stare assistendo ad una grande impresa, ma forse non completamente conscio che quella frase sarebbe diventata il simbolo della tappa che è considerata la più bella della storia del Giro d’Italia.

Quel 10 giugno il meteo non è per niente adatto a quanto sta per accadere. Le nuvole basse non consentono che il sole riscaldi gli atleti, ma lasciano cadere una pioggia finissima che bagna la strada ed i corridori. La maglia rosa è indossata a sorpresa da Adolfo Leoni, lui è un velocista ed è sicuramente meno quotato di campioni come Coppi, Bartali ed altri, ma è riuscito ad arrivare ai piedi delle Alpi con un buon vantaggio che, seppure di entità minima, ha difeso nella precedente tappa di montagna con arrivo a Bolzano vinta da Coppi. Proprio l’”aironeè il favorito numero uno per quella tappa e per quel Giro, ha dimostrato di essere il più in forma di tutti e l’indomani il gruppo è atteso da una cronometro di 60 km nella quale potrà facilmente recuperare i ventotto secondi che lo separano dal primato. Per cui, nella Cuneo-Pinerolo, tutti si aspettano da lui una tattica attendista. I corridori sono attesi da cinque colli: Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere, sarà una lunga giornata che le condizioni atmosferiche e quelle delle strade ancora provate dalla guerra finita da poco, renderanno durissima. I corridori lo sanno e iniziano la corsa a passo tranquillo perché nessuno ha voglia di accendere la miccia almeno fino agli ultimi chilometri.

Sul primo dei cinque colli però un corridore della Arbos, Primo Volpi, evade dal gruppo. Sembrano solo schermaglie da parte di qualcuno che vuole mettersi in luce e con un po’ di fortuna provare a vincere la tappa. I capitani sono tutti, o quasi, nella pancia del gruppo ma ad un certo punto succede l’inimmaginabile: parte Coppi. I suoi avversari sono sorpresi, qualcuno come Bartali inizialmente neanche se ne accorge; siamo nei primi chilometri di una tappa che ne misura 254, tutti di montagna, e lui è partito come se ne mancassero una manciata.

In cima alla Maddalena Coppi ha già raggiunto e staccato Volpi e precede di circa un minuto e mezzo il gruppo dei migliori. Potrebbe rialzarsi e farsi raggiungere, tanto ha già dato una dimostrazione di forza, il gruppo dietro di lui è esploso e l’indomani lo aspetta una cronometro che lo vede favorito tra gli uomini di classifica; ma Coppi non è un corridore normale, lui è un campione anzi, è il “campionissimo” e in queste giornate può solo scrivere la storia. Dietro di lui però qualcuno ha già capito tutto, è Bartali, anche lui è un campione e riesce ad afferrare prima degli altri quello che sta accadendo. Sul Vars, infatti, Bartali allunga sul resto del gruppo e si lancia all’inseguimento del rivale, e da quel momento in poi la gara sarà una lunghissima cronometro tra i due campioni, una battaglia tutta cuore e gambe. Proprio in cima al Vars Coppi ha già quattro minuti di vantaggio su Bartali e si butta giù per la discesa come un forsennato, in cima all’Izoard il vantaggio è di quasi sette minuti nonostante abbia già forato 4 volte, la fortuna non è dalla sua parte, ma quel giorno lui è troppo forte e può battere qualsiasi cosa. Coppi avanza su quelle strade ridotte ad una poltiglia come se non facesse fatica, il volto sfigurato dal fango che maschera lo sforzo, la bicicletta in ferro sembra leggerissima, la maglia inzuppata di acqua sporca sembra non pesare sulle spalle di quell’eroe che con un’eleganza regale mette sotto le sue ruote chilometri e chilometri su e giù per le montagne, tra ali di folla e in mezzo alla neve. Dalla cima dell’Izoard all’arrivo il distacco aumenterà ancora raggiungendo quasi i dodici minuti, forse perché Bartali ha avuto problemi meccanici e i tifosi nella loro foga gli hanno fatto perdere tempo, in realtà “Ginettaccio“, seppur con meno eleganza, riesce ad affrontare quelle salite con un vigore straordinario ma quel giorno sarebbe dovuto finire così, doveva vincere Coppi, era scritto che il campione sarebbe dovuto diventare eroe e avrebbe dovuto compiere la sua impresa più grande. Il 10 giugno 1949, infatti, sulle strade del Giro d’Italia, Coppi ha lasciato un segno indelebile nella storia del ciclismo e nella cultura italiana.

Il giornalista francese Pierre Chany che seguiva il Giro per conto dell’Equipe dichiarerà: “nella poltiglia della Maddalena, l’ho visto venire via dagli altri. Sfangava, quasi sollevando la bicicletta. Lo accompagnai fino a un paesino francese, mi pare Barcelonette. Lo lasciai andare. Entrai in una trattoria. Ordinai un pasto completo, dagli antipasti al caffè. Mangiai con tempi da buongustaio. Fumai una sigaretta. Chiesi il conto. Pagai. Uscii. Stava passando il sesto“.

Al termine della tappa la classifica reciterà: al primo posto Coppi, al secondo Bartali con 11’52’’ di ritardo, al terzo posto Alfredo Martini con 19’14’’. Sono distacchi che basterebbero da soli a rendere l’idea della grandezza di quanto fatto da Fausto; quel Giro d’Italia finirà con Coppi in maglia rosa e quasi ventiquattro minuti su Gino Bartali secondo. Coppi, neanche a dirlo, conquisterà anche la classifica degli scalatori lasciando ai suoi concorrenti solo le briciole.

Mentre Mauro Ferretti pronunciava quelle parole, probabilmente era consapevole di assistere a qualcosa di unico, qualcosa che con le sue parole egli ha contribuito a far rimanere impresso nella memoria dell’Italia tutta. Perché ognuno di noi avrà sentito parlare o letto di un uomo solo al comando, a volte anche al di fuori dell’ambito ciclistico; ma quando sentiamo questa frase e ci sovviene l’immagine di un uomo solo al comando dobbiamo ricordare, onorando l’eroe, che la sua maglia è bianco celeste ed il suo nome è Fausto Coppi.

MONDIALE DI DUITAMA 1995, TRA I DUE LITIGANTI GODE OLANO

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L’arrivo vittorioso di Olano – da andressocadaguinonsoque.blogspot.com

articolo di Emiliano Morozzi

Anno di grazia 1995, per la seconda volta i campionati del mondo di ciclismo fanno tappa in Sudamerica, dopo l’edizione del 1977 disputata a San Cristobal e vinta da Francesco Moser. Stavolta si corre in Colombia, a Duitama, e anche in questa edizione gli azzurri arrivano con un fuoriclasse, Marco Pantani, ed un percorso adatto alle sue caratteristiche di scalatore, ma a sbarrargli la strada c’è il favorito numero uno della competizione, quel Miguel Indurain che ha appena vinto il suo quinto Tour de France di fila e che arriva in grande spolvero all’appuntamento iridato. Le condizioni di gara sono proibitive: il percorso non scende mai sotto i 2400 metri, in cima alla salita, El Cogollo con i suoi quasi 3000 metri rappresenta un’ascesa dura sia per le pendenze, sia per scarsità di ossigeno, umidità e pioggia accompagnano i corridori.

L’Italia accanto a Pantani schiera corridori del calibro di Bugno, Casagrande, Gotti, Chiappucci, tutta gente che sa farsi valere in salita. La Spagna è una corazzata, e accanto a Indurain e Jimenez, schiera un corridore che si è già messo in luce sulle strade della Vuelta: Abraham Olano, da molti considerato l’erede del navarro.

Di nazionalità basca, cresciuto nella Clas e poi esploso nella Mapei, il corridore spagnolo sembra il sosia di Indurain e ne imita anche le gesta sportive: è fortissimo a cronometro e tiene il passo sulle salite. Proprio le salite però saranno il suo tallone d’Achille in futuro e pur raccogliendo successi di prestigio (vincerà la Vuelta nel 1998 e arriverà due volte sul podio al Giro d’Italia) non raggiungerà neppure lontanamente le vittorie del più famoso connazionale.

Nel mondiale di Duitama Olano resta in ombra, ma riesce a rimanere sempre nel gruppo dei migliori. Al penultimo giro scoppia la bagarre: ad accendere le polveri è come al solito Marco Pantani, che come vede la salita, parte all’attacco a testa bassa. La sua azione sembra fare la differenza, ma gli spagnoli si organizzano per andarlo a riprendere e in cima a El Cogollo l’azione del romagnolo viene neutralizzata e il gruppo si ricompatta.

Pantani è rimasto però senza compagni di squadra, Indurain invece ha al suo fianco Jimenez e Olano. In discesa, il navarro fora e rimane attardato, ma il cambio di bici è rapido e con una soprendente rapidità rientra nel gruppetto dei battistrada. E’ in un tratto apparentemente innocuo che si decide la gara: su un ampio rettilineo Indurain si mette a fare l’andatura, Olano fa una sparata e Pantani resta impassibile alle spalle del navarro, che a sua volta non può mettersi in caccia del compagno di squadra. Olano prende così il largo mulinando il rapporto più duro come se fosse in una cronometro, lo svizzero Gianetti si muove troppo tardi e non riesce a tappare il buco prima che cominci l’ultima ascesa a El Cogollo. Sulle pendenze più dure, Pantani ci ritrova, ma Olano pur soffrendo riesce a mantenere un certo vantaggio sugli inseguitori. Indurain si mette alla ruota del romagnolo, non concedendogli neanche un cambio, in discesa Pantani ci riprova ma mentre Olano vola verso la vittoria, Indurain è l’ombra dell’azzurro.

Sembra finita qui, ma il sogno di Olano rischia di svanire sul più bello: a ottocento metri dal traguardo, la ruota posteriore del basco si affloscia, la bici sbanda, il corridore sembra sul punto di cadere ad ogni pedalata, ma riesce a guidare la bici fin sulla linea d’arrivo. Trentacinque secondi dopo, il suo compagno di squadra Indurain regola in volata Pantani e Gianetti e conquista l’argento. L’erede di Indurain coglie uno dei successi più prestigiosi della sua carriera, l’Indurain originale vede invece sfumare per sempre il sogno di indossare quella maglia che mancava alla sua collezione: la maglia iridata. Tra i due litiganti, a Duitama gode Olano.

GIOVANNI BRUNERO, IL VINCENTE NEGLI ANNI DEI CAMPIONISSIMI

 

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Giovanni Brunero al Giro d’Italia 1926 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Mi preme dare a Cesare quel che è di Cesare. Mi spiego: negli anni Venti il ciclismo italiano conosce l’epopea d’oro di campionissimi che rispondono al nome di Costante Girardenego, Ottavio Bottecchia ed Alfredo Binda, corridori che albergano a pieno titolo nell’enciclopedia del pedale. Ma c’è anche un quarto elemento, che meriterebbe appieno un posto tra gli eletti.

Giovanni Brunero, perché è di lui che stiamo parlando, nasce a Ceretta di San Maurizio Canavese il 4 ottobre 1895. Figlio di Guido Brunero e Gabriella Giacobbe, Giovanni, che da buon piemontese non è particolarmente estroverso ma è dotato di una straordinaria modestia, inizia a praticare bicicletta fin da ragazzo e nel 1913 è già dilettante con la maglia dell’Unione Sportiva Ciriacese, vincendo la “Coppa Piemonte” con il margine abissale di ben 21 minuti di vantaggio sui diretti inseguitori. Nel 1914, il Progresso assegna la vittoria nella “grande corsa ciclistica sul percorso Ciriè-Caselle-Front-Barbania Rocca-Ciriè” al corridore “X“, con ogni probabilità Brunero, che sconfigge 18 concorrenti di primo piano, ed è in questo contesto che Giovanni decide di mettere a frutto il suo amore per la bicicletta per avviare un’attività come meccanico ciclista.

A dispetto dell’attività, Brunero riesce comunque a ritagliarsi il tempo per allenarsi sulle strade del Canavese ma la ruota della storia, nel 1915, blocca i sogni agonistici del ciclista piemontese che una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale viene arruolato con i Bersaglieri Ciclisti ed inviato al fronte. L’anno dopo, 1916, il fratello minore Ettore Francesco, a cui Giovanni è particolarmente legato, a sua volta opta per l’arruolamento e, casualità della sorte, i due ragazzi si ricongiungono proprio su un campo di battaglia.

Nel frattempo muore il padre Guido, così come di mamma Gabriella non si hanno più notizie, e quando il conflitto bellico arriva a termine, nel 1919 Giovanni è pronto a riprendere l’attività di ciclista, da associare all’impegno di meccanico, per poi nel 1920 operare il salto nel professionismo con la Legnano.

E se fino a quel momento la vita ha riservato a Giovanni più sofferenze che gioie, ecco che la carriera volge al bello e per Brunero è tempo di cominciare a raccogliere. 25enne nel pieno della maturità fisica ed atletica, Brunero è corridore di grande costanza e coraggio, a cui associa un temperamento mite e fors’anche troppo modesto, tanto che a detta di Ruggero Radice, cronista sportivo dell’epoca, sembra quasi “sentirsi in colpa staccando gli avversari in salita“, perché è in montagna che il campione canavese, particolarmente dedito all’allenamento e raro esempio di generosità ed umiltà, riesce ad esprimere il meglio del suo repertorio.

Il palmares su strada di Giovanni Brunero merita in effetti un capitolo a parte. Esordisce tra i “grandi“, come detto, nel 1920 gareggiando alla Milano-Sanremo, ed entra nel gruppetto di cinque corridori che va a giocarsi la vittoria che infine premia Tano Belloni che anticipa Henri Pelissier, Gurardengo, Bizzini e proprio Brunero. Al Giro d’Italia è costretto al ritiro per decisione della Legnano, ma dopo esser giunto terzo al campionato italiano, finisce la stagione con la piazza d’onore al Giro di Lombardia, alle spalle di Pelissier. Avrà modo di rifarsi, come vedremo, nelle tre grandi corse del panorama ciclistico italiano, dotato com’è di grandi qualità come scalatore e passista, seppur difettando di uno spunto veloce che avrebbe potuto, insieme ad una concezione tattica più ardimentosa, garantirgli un bottino più congruo di vittorie.

Alla Milano-Sanremo, tanto per cominciare, dove incassa una contestata vittoria nel 1922 prendendosi la rivincita su Girardengo, il dominatore dell’epoca e verso il quale Brunero soffre di un complesso di timorosa riverenza, che l’aveva battuto l’anno prima, che viene buttato a terra nell’arrivo a due da un addetto alla sicurezza, per poi classificarsi ancora quarto nel 1923, secondo nel 1925 quando è costretto ad arrendersi al grande Costante in una volata a due, e terzo nel 1928, quando oltre a Girardengo che vince la “classicissima di primavera” per la sesta volta, si deve inchinare anche ad Alfredo Binda.

Poi al Giro di Lombardia, che dopo il quarto posto del 1921 e il quinto del 1922, lo vede trionfare per due anni di seguito, nel 1923 quando lascia il compagno di squadra Pietro Linari ad oltre 18 minuti, e nel 1924 quando completa una fuga solitaria di 94 chilometri per battere gli stessi Girardengo, Linari e Binda di 7’44”.

Se non riesce mai a diventare campione italiano, pur ottenendo brillanti piazzamenti come il terzo posto nel 1920, il secondo nel 1921 battuto da Girardengo, il terzo nel 1922, il secondo nel 1923 ancora sopraffatto da Girardengno e il terzo nel 1926, e al Tour de France nel 1924 sfiora una grande affermazione quando, provvisoriamente terzo ad una tappa dalla fine dietro a  Bottecchia e sl lussemburghese Frantz, e dopo aver vinto sul traguardo di Briancon, è costretto al ritiro da una foruncolosi, è sulle strade del Giro d’Italia che Giovanni Brunero assurge al rango di fuoriclasse.

Dopo l’amaro epilogo dell’anno dell’esordio, nel 1921 Brunero è già pronto a dir la sua nella lotta per la vittoria finale, che sembra inizialmente favorire, ovviamente, Girardengo. Ma il campionissimo di Novi Ligure, dopo aver vinto le prime quattro tappe, cade verso Napoli salendo verso Rocca Pia e si vede costretto a lasciare il primato a Tano Belloni, che veste i suoi stessi colori della Bianchi, ritirandosi poi lungo l’Altopiano delle Cinquemiglia. Brunero, terzo incomodo, attacca furiosamente nella frazione che porta i corridori da Roma a Livorno, staccando Belloni di 2 minuti e scalzandolo dalla vetta della classifica. Il piemontese, terzo a Parma e Torino, tiene poi le ruote del rivale nell’ultima tappa che si conclude all’Arena di Milano ed infine, per l’inezia di 41″, incamera il primo Giro d’Italia della carriera.

Bissando poi il successo dodici mesi dopo, nel 1922, quando la corsa è segnata dall’irregolarità dello stesso Brunero che vince la prima tappa, tra Milano e Padova, con 15 minuti di vantaggio ma per aver sostituito irregolarmente una ruota, cosa vietata all’epoca, viene squalificato e fatto partire sub judice nella seconda tappa, in attesa della decisione finale dell’Unione Velocipedista Italiana. Questa lo riammette, con una penalizzazione di 25 minuti, causando così il ritiro per protesta della Bianchi, la squadra di Girardengo e Belloni, e lasciando di fatto lo stesso Brunero senza avversari pericolosi nella battaglia per la vittoria finale. A Firenze, al termine della settima tappa, Brunero scalza Bartolomeo Aymo, compagno alla Legnano, dalla testa della classifica anticipandolo al traguardo di 4 minuti, e mantiene il primato fino a Milano, chiudendo con un vantaggio di 12’29” sullo stesso Aymo che gli vale la doppietta “rosa“.

Secondo nel 1923 quando Girardengo lo batte per soli 37″, dopo averlo rincorso per 100 chilometri nella tappa Napoli-Chieti, Brunero è terzo nell’edizione del 1925 della Corsa Rosa, quando esplode Binda, suo compagno di squadra alla Legnano, che si lascia alle spalle Girardengo, per poi calare il tris nel 1926, primo corridore nella storia a riuscirci, quando, complice una caduta dello stesso Binda nella discesa della Serra nella prima tappa Milano-Torino, veste i gradi di capitano della Legnano invertendo i ruoli dell’anno precedente. Ancora una volta Girardengo è l’avversario da battere, e se il fuoriclasse novese è costretto all’abbandono nel corso della settima tappa per colpa di un ginocchio in disordine, e Domenico Piemontesi, detto il “ciclone di Boca“, regala spettacolo nelle prime due frazioni con audaci azioni da lontano, Brunero coglie appieno l’occasione vincendo a Terni e lasciando infine Binda in seconda posizione a 15’28”.

Nel 1927 la coppia Binda-Brunero regala ancora spettacolo lungo le strade d’Italia, con il campione di Cittiglio che vince ben 12 delle 15 tappe programmate comandando la classifica generale dal primo all’ultimo giorno. Brunero è primo a Trieste, per quella che sarà la sua ultima vittoria in carriera, chiudendo sul secondo gradino del podio con un ritardo di 27’24” dal capitano.

L’epilogo agonistico è vicino, e nel 1928, ormai 33enne, Brunero partecipa per l’ultima volta al Giro d’Italia, terminando in nona posizione. Poi, purtroppo, il destino si accanisce con lui. Giovanni si spegne nella sua casa di Ciriè il 23 novembre 1934, neppure 40enne, dopo una lunga ed incurabile malattia. Qualche mese prima, a giugno, aveva salutato dalla camera da letto in cui era relegato, con la mano ormai ingrigita dalla malattia che lo stava logorando, la carovana del Giro d’Italia. In una delle sue ultime lettere, all’adorato fratello, scriverà: “Cosa vuoi fare, io sono nato per soffrire…“. E così è stato, ma il campione rimane tale, e merita che lo si annoveri tra i grandissimi del ciclismo.

GEORGES RONSSE, IL PRIMO FUORICLASSE CHE BISSO’ IL TITOLO IRIDATO

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Georges Ronsse – da cycling-passion.com

articolo di Nicola Pucci

A metà degli anni Venti il ciclismo volta pagina. Terminata, o quasi, l’era pioneristica, lo sport del pedale entra in una dimensione futuristica, oseremmo dire moderna, dotandosi, accanto al Tour de France e al Giro d’Italia già esistenti dalla prima decade del secolo e alle classiche-monumento a loro volta disputate a più riprese, anche del Campionato del Mondo. E se Alfredo Binda, nel 1927, conquista sul tracciato del Nurburgring la prima maglia iridata, nei due anni successivi il belga Georges Ronsse è il  primo campione a far doppietta.

Nato ad Anversa il 4 marzo 1906,  Ronsse associa all’attavità su strada anche quella di ciclocrossista e pistard, passando già professionista a soli 19 anni, nel 1925, come indipendente, mettendosi subito in luce, a dispetto della giovanissima età,  aggiudicandosi la Liegi-Bastogne-Liegi battendo in una volata a due il connazionale Gustave  Van Slembrouck e chiudendo il Giro del Belgio come primo degli indipendenti. Nello stesso anno si impone anche alla Schaal Sels, corsa di prestigio del panorama belga, e questo fa sì che i patron del team Automoto decidano di fidarsi del suo talento ingaggiandolo per la stagione 1926.

Automoto, all’epoca, è una delle formazioni di riferimento del ciclismo internazionale, annoverando tra le proprie file campioni del calibro di Ottavio Bottecchia, Lucien Buysse e l’ormai anziano Henri Pelissier, vincitori di quattro edizioni consecutive del Tour de France, dal 1923 al 1926. Accanto a questi fuoriclaae, Ronsse disputa una prima stagione ovviamente di apprendistato, con pochi lampi e solo un paio di piazzamenti, tra cui il nono posto al Giro delle Fiandre, corso per la prima volta.

Ma l’anno dopo, 1927, la classe di Ronsse emerge prepotentemente, e le vittorie cominciano ad impreziosire il suo palmaresIn primis la prestigiosa Parigi-Roubaix, che già all’epoca era considerata una delle classiche più ambite, anticipando in volata un plotone numeroso di avventurosi che si presentano al traguardo dopo 8h32 di fatica. In secundis, la Scheldeprijs Vlaanderen (meglio nota come Gran Prix de l’Escaut) e, soprattutto, la Bordeaux-Parigi, corsa storica che si disputò per la prima volta nel 1891, e che vede nell’albo d’oro nomi del calibro di Trousselier, Faber, Mottiat, Christophe e, in tempi più recenti, Kubler, Bobet, Simpson, Anquetil, Van Springel. Nella stessa stagione, Ronsse coglie un buon terzo posto alla Parigi-Tours e si mette in luce al Giro dei Paesi Baschi con un terzo posto nella terza tappa. E per non farsi mancare proprio niente, a conferma di un talento sterminato, Ronsse, seppur giovanissimo, alterna appunto l’impegno su strada al ciclocross, raccogliendo risultati altrettanto prestigiosi, come ad esempio il secondo posto nel campionato nazionale belga, battuto solo da Jean Meeuwis.

E se il 1927 lascia intendere quel che sarà un futuro luminoso, il 1928 è l’anno della definitiva consacrazione. Ronsse è nuovamente protagonista sulle strade della Roubaix, dove coglie la piazza d’onore alle spalle del solo Andrè Leducq, vincendo anche la Parigi-Bruxelles superando il lussemburghese Nicolas Frantz che ha fatte sue le due ultime edizioni della Grande Boucle. Ma è al campionato del mondo disputatosi a Budapest che certifica il suo status di fuoriclasse. Sulla distanza di 182 km, sotto un sole cocente che costringerà all’abbandono 8 dei soli 16 ciclisti partecipanti, tra cui gli azzurri Binda, Girardengo e Belloni troppo impegnati a marcarsi tra loro, il belga sbaraglia la concorrenza fuggendo al quarantesimo chilometro in compagnia di Jules Van Hevel, costretto poi al ritiro per la rocambolesca collisione con una mucca, giungendo solo al traguardo con un margine di ben 19’43” sui due tedeschi Herbert Nebe e Bruno Wolke, ad oggi il vantaggio più consistente registrato in una corsa iridata.

Seppur poco più che 22enne, Ronsse diventa di fatto uno dei punti di riferimento per le corse di un giorno, nondimeno continuando a cimentarsi con profitto anche nel ciclocross come dimostra il secondo posto nel Criterium International de Cyclocross in Francia, una sorta di campionato del mondo della specialità, soccombendo solo a Camille Foucaux.

Vestendo i colori dell’arcobaleno, il talentuoso corridore belga approccia la stagione 1929 con la ferma intenzione di confermare quanto di buono già dimostrato, ed i risultati non tardano in effetti a legittimare le sue ambizioni. E’ nuovamente secondo alla Parigi-Roubaix dietro al connazionale Charles Meunier, complice una caduta all’ultima curva, secondo al Giro delle Fiandre a quattro minuti dal connazionale Jef Dervaes, e terzo alla Parigi-Tours alle spalle di Frantz e di Aimé Deolet, così come è secondo al campionato nazionale, anticipato da Joseph Wauters. Insomma, Ronsse è estremamente competitivo nelle corse che contano ma parrebbe anche incredibilmente refrattario alla vittoria, che gli sorride invece per la seconda volta alla Bordeaux-Parigi, probabilmente la corsa a lui più cara e che anche in futuro non mancherà di riservargli soddisfazioni.

Rinfrancato nel morale, Ronsse prende il via al campionato del mondo, che si disputa a Zurigo il 17 agosto, determinato a difendere il titolo conquistato dodici mesi prima. La corsa ha un andamento ben diverso rispetto all’anno precedente, quando Ronsse vinse per distacco. In questa occasione, dopo 200 chilometri di fatica, tra i 16 ciclisti alla partenza si presentano in cinque a giocarsi la maglia iridata in volata, dopo una gara condotta a 29 chilometri di media oraria, tra questi lo stesso Ronsse, Frantz e Binda. La punta di velocità del belga è però insostenibile per i rivali che devono arrendersi allo scatenato belga che pertanto riesce nell’impresa di confermarsi campione del mondo. Non certo appagato, Ronsse chiude l’anno aggiudicandosi anche il titolo nazionale di ciclocross, come sarà capace di fare anche l’anno dopo.

Nel 1930, dopo aver messo in bacheca già due titoli mondiali su strada ed aver sfiorato quello di ciclocross, aver conquistato la Parigi-Roubaix e la Liegi-Bastogne-Liegi ed esser salito sul podio al Giro delle Fiandre, gli addetti ai lavori si attendono da Ronsse un ulteriore salto di qualità, soprattutto nelle grandi corse a tappe seppur queste, che ancora non l’anno visto allinearsi al via, non sembrino particolarmente adatte ai suoi mezzi atletici che lo reclamano campione per le corse in linea ma poco avvezzo allo sforzo in salita. Invece il belga, pur confermandosi puledro di razza con appunto un terzo successo alla Bordeaux-Parigi e la vittoria al Gran Premio Wolber, non va oltre un sesto posto alla Parigi-Tours, dovendo pure svestire la maglia arcobaleno che sul tracciato di Liegi impreziosisce per la seconda volta le spalle di Binda.

E il 1931, privo di spunti ad eccezione di un quarto posto alla Parigi-Roubaix, conferma che Ronsse invece di spiccare il volo ha imboccato il viale del tramonto. Ma quando ormai sembra che del belga si debba parlare rivolgendosi solo ad un passato illustre, ecco il colpo di coda del 1932 quando Ronsse si inchina solo a Romain Gijssels nel Velodromo di Roubaix, prospettandosi altresì un’opportunità fino ad allora mai presa in considerazione: partecipare al Tour de France. E forse proprio perché stimolato da questa nuova esperienza, Ronsse sembra come d’incanto ritrovare la pedalata dei giorni migliori. Sulle strade della Grande Boucle è protagonista con la vittoria nella quarta tappa con arrivo Pau, un secondo posto a Cannes e due terzi posti ad Aix les Baines e Parigi, chiudendo con il quinto posto finale nella classifica generale, a 41’04” dal vincitore André Leducq.

Potrebbe l’inizio di una seconda giovinezza, per Ronsse, che ha soli 26 anni ed orienta i suoi sforzi sulle corse a tappe. Al Giro del Belgio la scelta sembra confortata dai risultati, con due vittorie parziali ed il terzo finale in classifica, ma se il Tour de France l’anno prima l’aveva nuovamente lanciato nel firmamento del grande ciclismo, stavolta ne infrange i sogni di tornare ad essere il numero uno. Dopo esser giunto terzo nella seconda tappa di Charleville e secondo a Metz il giorno dopo, è costretto al ritiro nel corso della sesta tappa e di fatto la sua carriera di stradista termina qui.

Ronsse continua a correre, dedicandosi però solo all’attività su pista, tra l’altro con ottimi risultati, laureandosi campione nazionale del Belgio nel mezzofondo, specialità all’epoca molto popolare, per tre anni consecutivi dal 1934 al 1936, salendo pure sul terzo gradino del podio alle rassegne iridate di Bruxelles del 1935 e di Zurigo del 1936. Poi è tempo di saluti, Ronsse appende la bici al chiodo e se sul suo conto c’è forse il rammarico per quel che poteva essere e poi non è stato, pur tuttavia stiamo pur sempre parlando del primo campione capace di indossare due maglie iridate consecutive. E credete che l’impresa sia riuscita a tanti?