I TRE MESI DA RECORD DI EDDY MERCKX NEL 1974

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Merckx sul Tourmalet al Tour de France 1974 inseguito da Poulidor – da velopeloton.com

articolo di Nicola Pucci

Nel ciclismo robotizzato di oggi, pieno zeppo di campioni, o presunti tali, che centellinano con attenzione gli impegni stagionali puntando il mirino su uno, al massimo due grandi obiettivi, vien quasi da sorridere nel ricordare quelle che furono le imprese su due ruote dei fuoriclasse di un passato non troppo recente, capaci di esprimersi ai massimi livelli per un lasso di tempo ben più consistente. Se poi quel corridore risponde al nome del fenomenale Eddy Merckx, ecco che quel che il fiammingo riuscì a compiere tra il 16 maggio e il 25 agosto 1974 ha del sensazionale. Che poi tanto sensazionale non è, se è vero che si sta pur sempre parlando di “cannibalismo” in bicicletta.

Nel 1974 il campionissimo di Meensel ha 29 anni, e se può già vantare un palmares come nessuno prima di lui e nessuno dopo, con 2 maglie di campione del mondo, 4 Giri d’Italia, 4 Tour de France, 1 Vuelta, 5 Milano-Sanremo, 1 Giro delle Fiandre, 3 Parigi-Roubaix, 4 Liegi-Bastogne-Liegi e 2 Giri di Lombardia, è altresì nel pieno della maturità atletica e tecnica, ed è pronto ad approfittarne. Per incrementare, ancora, ancora ed ancora, il suo bottino di vittorie di pregio.

Merckx difende per la quarta stagione consecutiva i colori della Molteni, e se a primavera, dopo il successo al Trofeo Laigueglia e in tre tappa alla Parigi-Nizza poi chiusa in terza posizione alle spalle della coppa Gan-Mercier composta da Joop Zoetemelk, che lo batte nelle due cronoscalate del Mont Faron e del Col d’Eze, e Alain Santy, è rimasto all’asciutto, per la prima volta in carriera, nelle grandi classiche non andando oltre il secondo posto alla Liegi, superato allo sprint da Roger De Vlaeminck, attende con trepidazione, ed immutata fiducia, di presentarsi al via dei grandi giri per confermarsi il numero 1 del mondo del pedale. E prendersi la rivincita su chi ha azzardato previsioni di declino imminente.

In effetti, dal 16 maggio all’8 giugno, il belga è il grande favorito sulle strade del Giro d’Italia che lo hanno visto vincitore già quattro volte, di cui le due ultime, 1972 e 1973, consecutive. E per completare un tris in successione riuscito solo ad Alfredo Binda tra il 1927 e il 1929, Merckx si trova a dover battagliare con un giovanotto di meravigliose speranze, Gianbattista Baronchelli, neoprofessionista in maglia Scic, che in un’edizione della Corsa Rosa infarcita di montagne lo mette in seria difficoltà. In verità è lo spagnolo José Manuel Fuente a comandare la classifica generale per 12 tappe dopo la vittoria a Sorrento, con Merckx che rimane in corsa grazie al successo nella cronometro di Forte dei Marmi per poi impadronirsi della maglia rosa proprio a Sanremo quando lo spagnolo, che poi vestirà la maglia verde, introdotta quell’anno, di miglior scalatore, ha una crisi di fame, perde dieci minuti ed esce dai giochi. Per Eddy sembra fatta, ma Baronchelli e Gimondi sono in agguato, e a Monte Generoso, così come nella tappa con arrivo alle Tre Cime di Lavaredo, entrambe vinte dallo stesso Fuente, il “cannibale“, che si impone anche a Bassano del Grappa, va a sua volta in crisi dovendo subire l’attacco dei due diretti avversari che riducono il margine di disavanzo rispettivamente a 12″ e 33″, salvando l’ultima maglia rosa con il margine di distacco più esiguo della storia del Giro.

La rivincita è attesa sulle strade del Tour de France ma prima, senza fare troppi calcoli e puntando, sempre, al massimo risultato, Merckx si presenta ai nastri di partenza anche del Giro di Svizzera, dal 13 al 21 giugno. Strano ma vero, è l’unica grande corsa del panorama ciclistico internazionale, insieme alla Parigi-Tours, che il fiammingo non ha mai vinto, ma Eddy ha gran voglia di rompere il sortilegio, e domina la competizione fin dal prologo del primo giorno, a Gippingen, quando lascia lo svedese Gosta Pettersson a 9″. Veste la maglia oro e non la lascia più, concedendo a Franco Bitossi ed Enrico Paolini di far razzia di successi parziali, ben quattro a testa, vincendo il toscano sui traguardi di Lenzerheide, Tgantieni, Losanna e Olten, facendo altrettanto il pesarese, giungendo a braccia alzate a Diessenhofen, Bellinzona, Grenchen e Fislisbach. Nel frattempo Merckx vince a sua volta ad Eschenbach e la cronometro conclusiva di Olten ed in classifica generale, infine, è il migliore con 58″ su Pettersson, sempre in scia ma mai in grado di anticipare il campionissimo belga.

E con il conforto delle due vittorie in Italia e Svizzera, Merckx è pronto all’appuntamento con il Tour de France, dal 27 giugno al 21 luglio, reduce da un intervento chirurgico al sopra-sella ma con la dichiarata intenzione di far cinquina dopo il poker consecutivo tra il 1969 e il 1972 e la volontaria assenza del 1973 che ha concesso a Luis Ocaña di farne le veci in qualità di dominatore. Complici le assenze proprio di Ocaña e Joop Zoetemelk (entrambi incidentati prima della grande corsa a tappe), di Bernard Thevenet e di Felice Gimondi, il belga trova strada spianata. Dopo aver conquistato la maglia gialla nel prologo di Brest, la cede al suo gregario Joseph Bruyere, la riprende a Caen nel giorno della vittoria di Patrick Sercu e la perde nuovamente 24 ore dopo a Dieppe, per poi reindossarla dopo aver vinto lo sprint di gruppo a Chalons-sur-Marne, nella settima tappa. Da lì in poi nessuno è più in grado di togliergli il primato, aggiudicandosi, sulle Alpi, due frazioni, a Gaillard ed Aix-les-Bains, senza però staccare né l’ormai trentottenne Poulidor né lo spagnolo Gonzalo Aja. Merckx viene poi battuto da Vicente Lopez Carril nel tappone che prevede le scalate di Telegraphe e Galibier che costano a Poulidor quasi sei minuti di ritardo. Sui Pirenei Merckx vince ancora, nella tappa di La Seu d’Urgell, battendo allo sprint tutti i migliori; durante le due giornate seguenti perde però quasi tre minuti dallo scatenato Poulidor, capace di staccarlo sia sull’erta di Pla d’Adet che sul Tourmalet. Le tappe finali sono però un monologo del campione belga, vincitore di tre delle ultime cinque frazioni, compresa quella conclusiva al Velodromo di Vincennes. Pur non dominando, insomma, Merckx mette in saccoccia, come nel 1970, otto frazioni, per ventidue giorni veste la maglia gialla, lascia ad oltre otto minuti il secondo e il terzo classificato, appunto “Poupou” Poulidor e Lopez Carril, divisi da soli cinque secondi, e può infine festeggiare il quinto successo in cinque partecipazioni alla Grande Boucle, eguagliando Jacques Anquetil.

Sfatate le Cassandre che profetizzano sia impossibile vincere, uno dopo l’altro, Giro d’Italia, Giro di Svizzera e Tour de France vista la concentrazione dello sforzo in poco più di un mese, Merckx, che dissipa così i dubbi sull’ipotetica fase discendente della carriera dopo una primavera all’asciutto, si appresta a piazzare la zampata del poker. Che altro non è che la riconquista di quella maglia arcobaleno già sua a Heerlen nel 1967 e a Mendrisio nel 1971, per un tris mondiale che lo eleverebbe al rango di supercampionissimo, caso mai non lo sia già, laddove già siedono Binda e Van Steenbergen, gli unici ad aver vinto per tre volte il Campionato del Mondo.

E così a Montreal, il 25 agosto, nella prima edizione extraeuropea della corsa iridata, Eddy raccoglie il guanto di sfida lanciato dalla nazionale francese che manda all’attacco Bernard Thevenet, bravo ad involarsi al tredicesimo dei ventuno giri del percorso, guadagnare quasi tre minuti sul gruppo guidato dallo scatenato belga, infine vedersi costretto a cedere il passo all’azione di forza del “cannibale” che lo riassorbe e lo stacca sulle rampe del Mount Royal. Per Merckx si profila una vittoria in pompa magna, e questo a dispetto del coraggio del solito Poulidor, che rileva il testimone dal compagno di bandiera nel tentativo di arginare lo strapotere del fuoriclasse fiammingo. Che al termine di una sfida che vede infine classificati solo 18 dei 70 corridori alla partenza, si presenta alla volata risolutiva con troppe più carte da giocare rispetto al francese, in primis una punta di velocità nettamente superiore che gli permette di tagliare il traguardo a braccia alzate con un margine di 2″. Poulidor, guarda che strano!, è ancora una volta secondo e sale sul podio assieme all’altro transalpino Mariano Martinez, abile nel rigettare il tentativo di Giacinto Santambrogio di tornare sotto per giocarsi quella vittoria che l’anno prima aveva arriso a Felice Gimondi, stavolta limitato da una caduta di qualche settimana prima alla Coppa Bernocchi e costretto ad alzare bandiera bianca al penultimo giro.

Uno, due, tre e quattro, Eddy Merckx firma in tre mesi un poker da record e se qualche anno dopo, a far data 1987, anche Stephen Roche riuscirà nell’impresa di vincere in successione Giro, Tour e Mondiale, beh… il “cannibale” è sempre il cannibale e, statene certi, non c’è proprio paragone.

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ARIE DEN HARTOG, IL PASSISTA VELOCE CHE SPEZZO’ IL SORTILEGIO OLANDESE A SANREMO

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Arie Den Hartog in maglia Bic – da 1limburg.nl

articolo di Nicola Pucci

La bicicletta, in Olanda, è una sorta di migliore amica dell’uomo, se è vero che da quelle parti c’è un culto del tutto particolare del mezzo a due ruote. Ed il ciclismo in quanto disciplina sportiva trova tra quella lande piatte, spettinate dal vento e raramente incarognite da tratti in salita, una delle sue culle materne più care. Eppure… eppure tra tante vittorie ed un numero congruo di campionissimi, c’è qualche corsa che raramente ha visto i “tulipani” protagonisti, prima tra tutte la Milano-Sanremo che se ha celebrato ben 20 successi dei cugini belgi, altresì ha dovuto attendere addirittura il 1965 per iscrivere all’albo d’oro della “Classicissima di Primavera” il primo atleta battente bandiera arancio-bianco-bu, per poi salutare solo Jan Raas nel 1979 ed Hennie Kuiper nel 1985 capaci di bissare l’impresa.

Arie Den Hartog, perché è lui il ciclista deputato a spezzare il sortilegio che impediva agli olandesi di imporsi in Riviera, nasce il 23 aprile 1941 a Zuidland, e se è stato professionista per un breve lasso di tempo, dal 1964 al 1970, nondimeno ha incamerato 29 successi di discreto lignaggio. Già da dilettante ha modo di evidenziare interessanti qualità di passista-veloce, garantendosi un ruolino di marcia di tutto rispetto, all’insegna di una crescita costante che lo vede piazzarsi sul terzo gradino del podio Mondiali di Salò del 1962, dietro Bongioni e Ritter, ed essere per oltre un biennio un punto fermo della Nazionale olandese, con la quale gareggia in tutta Europa.

Ragazzo dotato di classe ma taciturno e poco propenso all’intrattenimento, è spesso presente alle corse italiane, e quando nel 1964 decide di compiere il grande salto al professionismo, a farlo debuttare non è una squadra del suo paese, bensì la fortissima francese Saint Raphael-Geminiani che, attorno alle ammiraglie de “Le grand Fusil” che ebbe salva la vita dalla malaria che invece condannò Coppi ad una morte precoce, annovera niente popodimeno che un fuoriclasse del calibro di Jacques Anquetil.

Il giovane Den Hartog, la cui smorfia sotto sforzo, i capelli color stoppa e il naso all’insù lo rendono facilmente individuabile in seno al plotone, si mostra subito un atleta di sicuro affidamento. Non un campione di prima grandezza, è vero, ma uno di quelli in grado di lasciare un traccia di un certo spessore. Ed infatti, al primo anno tra i grandi vince tredici corse, fra le quali il Giro del Lussemburgo con annesse due tappe, il Gran Premio del Belgio, il Tour de l’Herault, e una classica del panorama transalpino come la Parigi-Camembert battendo corridori accreditati come Rudi Altig e Jan Janssen.

La primavera del 1965 porta in dote ad Arie De Hartog, che corre ora con il marchio Ford France, il traguardo più prestigioso della sua non lunghissima carriera, la Milano-Sanremo. Con una condotta che sublima forza e furbizia l’olandese si lascia alle spalle due campioni del ciclismo di casa nostra, Vittorio Adorni e Franco Balmamion, che si involano con lui pagando poi dazio in volata. Nel corso della stagione Den Hartog fa suo anche il Circuit d’Auvergne e l’allora prestigiosa Beaulac-Bernos, una gara con un albo d’oro da leccarsi i baffi. Nell’occasione, supera l’ex-iridato del 1963 a Ronse Benoni Beheyt e colui che poi diverrà “Monsieur Tour de France“, ovvero Jean Marie Leblanc.

Il Giro di Catalogna dove, alla tappa di La Massana, aggiunge la classifica generale finale davanti al proprio capitano Jacques Anquetil staccato di 1’23”, è il successo di maggior prestigio nel 1966, anno in cui l’olandese vince fra le altre gare,anche il Gran Premio Gerard Saint e la tappa di Wellin del Giro del Belgio, finito nel palmares proprio di Adorni.

Den Hartog è veloce ed abile anche nelle corse contro il tempo, prototipo dunque del perfetto corridore da classiche. E dopo la Milano-Sanremo, l’Amstel Gold Race del 1967 è la ciliegina sulla torta di una stagione per altri versi non troppo brillante. Nella corsa olandese più importante, alla seconda edizione di una storia nata l’anno prima con il trionfo del francese Jan Stablinski, Den Hartog, in maglia Bic, si impone in volata superando i connazionali Cees Lute e Harrie Steevens, ma i risultati modesti nei mesi successivi sono forse il segno che il viale del tramonto è già avviato?

La risposta viene nella stagione subito seguente, e non è certo positiva. Den Hartog si impone solo al Circuito di Genk, in Belgio e, nonostante nel 1969, chiuso il rapporto con Geminiani, venga assoldato dalla Caballero, una squadra olandese, la china discendente non si arresta. Nel palmares del “tulipano” finisce solo il Criterium Ulestraten e seppur ad inizio 1970 mostri qualche segnale di risveglio ottenendo qualche piazzamento promettente e conquistando pure la di miglior scalatore al Giro di Svizzera, non cambia quella che è una decisione maturata da tempo. A soli 29 anni, Arie Den Hartog, che oggi vive a Nieuwstadt, nel Limburgo, gestendo, guarda caso, un negozio di biciclette, dice basta con l’agonismo, portando in dote l’exploit di aver sventolato, primo tra tutti, la bandiera d’Olanda nel cielo di Sanremo. Vi pare impresa di poco conto?

ITALO ZILIOLI, L’ETERNO PIAZZATO DEL GIRO D’ITALIA

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Zilioli al Giro d’Italia 1969 – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Talvolta succede che alcuni corridori, pur dotati di classe certa, tentino in ogni modo di sedurre una corsa, senza poi riuscire mai a conquistarla. E’ quel che succede, ad esempio, a Italo Zilioli, più volte prossimo a vincere il Giro d’Italia ma infine incapace di cogliere l’ultima Rosa, quella che ne avrebbe celebrato il trionfo.

Torinese classe 1941, Zilioli ha modo di illustrarsi fin da ragazzo, denunciando doti non comuni che avrebbero dovuto, in prospettiva, innalzarlo al rango di fuoriclasse, come poi invece non avverrà. Già nel 1959, infatti, vince un titolo italiano allievi, confermandosi, per stile e facilità di pedalata, uno dei giovani più promettenti del panorama ciclistico italiano, tanto che Vincenzo Giacotto, suo mentore, lo fa ben presto debuttare tra i professionisti nelle file della Carpano.

Corre l’anno 1962 e Zilioli, accompagnato dalla pesantissima etichetta di “nuovo Coppi“, si mitte in luce subito, al Giro dell’Appennino, incendiando la corsa con un tentativo solitario sotto la pioggia sulla temibile salita della Bocchetta, che di quella corsa è totem e trampolino di lancio per chi la vuol vincere. E che sia destinato a vincerla Zilioli pare ormai certo, se una caduta non gli precludesse la possibilità di tagliare per primo il traguardo di Pontedecimo.

Malinconico, con un velo di tristezza sempre disegnato sul volto da gran signore quale lui è, Zilioli rimanda l’appuntamento con la vittoria all’anno successivo, quando si impone in successione in quattro classiche del ciclismo di casa nostra, ovvero Tre Valli Varesine (battendo Cribiori), Giro del Veneto (davanti a De Rosso), Giro dell’Emilia (lasciando Ciampi a tre minuti) e appunto Giro dell’Appennino (stavolta sotto il sole cocente e Diego Ronchini attardato di oltre due minuti), aggiungendo la prima tappa di un Giro di Svizzera disputato da protagonista con un confortante sesto posto finale in classifica.

Nel frattempo Italo ha modo di partecipare per la prima volta al Giro d’Italia, chiudendo 18esimo, ed è proprio sulle strade della Corsa Rosa che Zilioli segna la sua avventura professionistica con le stimmate dell’eterno piazzato. Tanto che nel 1964 il torinese punta il suo obiettivo, legittimamente ad onor del vero, sulla classifica generale del Giro.

In effetti Zilioli, che nel corso dell’anno si impone in altre tre corse di gran lignaggio quali Coppa Sabatini, Coppa Agostoni e Giro del Veneto confermando, caso mai ce ne fosse bisogno, che non solo è capace di azzardare l’azione risolutiva ma pure di portarla a termine, si trova a battagliare sulle strade del Giro d’Italia con quel Jacques Anquetil già quattro volte vincitore al Tour de France e in trionfo nella Corsa Rosa del 1960. La sfida pare impari, vista la caratura dell’avversario, ma Zilioli non si arrende, mai, staccando il campione francese a Lavarone, Pedavena, Roccaraso e Santa Margherita Ligure, per poi tentare l’ultimo assalto nella Cuneo-Pinerolo, la tappa resa celebre nel 1949 dall’impresa di Fausto Coppi. Il colpaccio non riesce, complice anche una crisi di fame, ma infine Zilioli è secondo, staccato di 1’22”.

Non ancora 23enne, quindi giovanissimo, Zilioli avrebbe tutto il tempo per cogliere quell’affermazione “rosa” negata dal grande transalpino, ed in effetti per il 1965 Italo rinnova la sfida, motivato dal cambio di casacca, difendendo ora i colori della Sanson, a cui regala alcune perle come la vittoria nella corsa in salita Nizza-Mont Angel e nel Giro del Ticino. Al Giro d’Italia, però, ancora una volta il corridore piemontese si trova a dover fare i conti con un avversario più in forma e, in definitiva, più forte di lui, Vittorio Adorni, che si impossessa della maglia di leader al termine della cronometro di Taormina e, lui sì, domina la concorrenza, lasciando Zilioli, nuovamente secondo, ad oltre 11 minuti di ritardo e con la parziale consolazione della vittoria di tappa a Saas-Fee.

Dodici mesi ancora, anno 1966, e Zilioli si stacca definitivamente di dosso l’etichetta di “nuovo Coppi” per calzare quello più veritiero, ed in parte beffardo, di eterno piazzato del Giro d’Italia. Già, perché se nel corso della stagione Italo coglie al Campionato di Zurigo la vittoria di maggior pregio in carriera, da aggiungere al Gran Premio Industria e Commercio di Prato, ecco che alla Corsa Rosa, ed è la terza volta consecutiva, si deve arrendere al mammasantissima di turno, questa volta quel Gianni Motta che ha classe da vendere quanto, se non di più, di lui e lo lascia con l’amaro in bocca di 3’57” di ritardo, togliendosi altresì lo sfizio, ironia della sorte, di precedere di soli 43″ proprio Anquetil.

Giro d’Italia maledetto, dunque, per Italo Zilioli, che se nel 1967 è costretto all’abbandono, torna competitivo ai  massimi livelli nei tre anni successivi, collezionando un quarto posto nel 1968, a 9’17” da Eddy Merckx e vincendo la tappa di Sanremo, salendo sul terzo gradino del podio nel 1969, a 4’48” da Felice Gimondi e un nuovo successo parziale a Folgaria, e quinto nel 1970, a 8’14” dall’imbattibile Merckx ed una terza vittoria a Rivisondoli.

I bei tempi sono ormai andati, però, e se “il cannibale” imprime il suo marchio al ciclismo mondiale lasciando men che le briciole ai rivali, Zilioli, che sta al Giro d’Italia come il Tour de France sta a Raymond Poulidor, ovvero eterno secondo senza neppure la soddisfazione di vestire almeno un giorno le insegne del primato, ecco che Italo nondimeno si toglie qualche altra soddisfazione importante, che se non ne legittima lo status di fuoriclassse, almeno danno lustro ad una carriera comunque di prima fascia.

Nel 1970, infatti, Zilioli vince la tappa di Angers al Tour de France vestendo a sera, e per altre cinque tappe, la maglia gialla, mettendo nella stessa stagione altresì la sua firma alla Settimana Catalana, al Giro delle Marche e al Giro del Piemonte, vincendo Trofeo Laigueglia e Tirreno-Adriatico nel 1971, infine collezionando un’altra tappa al Monte Argentario al Giro d’Italia nel 1972 e completando il palmares personale con Coppa Placci e Giro dell’Appenino nel 1973 e due ultima vittorie nella “Corsa dei Due Mari”, a Pescasseroli nel 1974 e a Monte Livata nel 1975.

Certo, Italo Zilioli corse, e corse bene, per almeno un decennio, ma il Giro d’Italia lo respinse, sempre, e quell’etichetta di eterno piazzato, se è difficile da digerire, comunque rende giustizia ai suoi meriti di ciclista di rango.

LA SCALATA DA LEGGENDA DI PANTANI AD OROPA AL GIRO D’ITALIA 1999

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Pantani supera Jalabert nella scalata verso il Santuario di Oropa – da video.gazzetta.it

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo

E’ facile parlare di persone come Marco Pantani. E’ facile perché fa parte di un ristretto rango di esseri umani in grado di suscitare emozioni forti, che toccano le corde più intime dell’animo di ognuno di noi. Il Pirata era così, gli bastava un colpo di pedale per esaltare lo spirito di chi stava attaccato al televisore o alle transenne sulle strade. Con personaggi così, è altrettanto facile scadere nella retorica. Per questo, vi raccontiamo un episodio che racchiude in sé tutto quello che Marco rappresentava e rappresenta per gli appassionati, un vero capolavoro fatto di fatica, talento, rabbia, inquietudine, forza, cuore.

Siamo nel 1999, si corre la Racconigi-Santuario di Oropa, tappa numero 15 di un Giro d’Italia che sembra avere già il suo padrone. Marco Pantani pedala in maglia rosa, con la consapevolezza della sua straripante superiorità. I vari Gotti, Camenzind, Zulle, Heras e Jalabert sanno bene che anche oggi è dura restare aggrappati alla ruota del Pirata, e solo un miracolo può permetter loro di raccogliere un risultato di peso. Un miracolo, o un inconveniente tecnico.

La tappa scorre liscia fino all’erta finale, che in poco più di 12 chilometri conduce a 1159 metri di altitudine, dove sorge il Santuario votato alla Madonna di Oropa. La Mercatone detta il ritmo e tiene la corsa chiusa, nessun big ha la possibilità e la forza di prendersi una licenza di libera uscita. Sembra solo una lunga passerella che porta alla sfilata finale, dove Marco può indossare il vestito buono. Tutti se lo aspettano: gli appassionati, che non vedono l’ora, e gli avversari, che sono rassegnati. Ma, proprio quando sta per arrivare l’assolo dell’uomo in rosa, ecco il beffardo colpo di scena, degno di una grande sceneggiatura hollywoodiana: Pantani rallenta, si ferma sul ciglio della strada… la bicicletta ha un problema! Negli attimi concitati, in cronaca ognuno prova a dire la sua: foratura! No, salto di catena! I secondi corrono veloci e il gruppo scappa via, poi arriva un uomo dell’assistenza Shimano, che finalmente aiuta Marco a rimediare all’inconveniente e lo rimette di nuovo in sella. I fidi gregari della Mercatone fanno qualcosa di straordinario. Dopo aver tirato come forsennati per tutta la tappa, hanno ancora la forza e la voglia di aspettare il loro condottiero e di ripartire a tutta.

Il Pirata sembra scosso, nervoso, arranca nelle retrovie. Pare quasi fare fatica a tenere le ruote di Garzelli e Velo. Cassani dalla cabina di commento sentenzia che oggi Marco non è per nulla brillante. E’ praticamente ultimo, con tutto il gruppo davanti e con 8 chilometri ancora da percorrere. In testa, i rivali per la classifica non si lasciano pregare, e scattano a turno per sfruttare questa concessione che la sorte ha voluto riservare loro. Ma ancora non sanno che quegli ottomila metri stanno per entrare di diritto nella storia del ciclismo.

Pantani, a poco a poco, recupera lucidità e gamba. Inizia a crescere, si accende, e con rabbia comincia a macinare pedalate vigorose. La progressione diventa disumana, l’asfalto sembra quasi sbriciolarsi sotto le sue ruote. E’ così che il Pirata si avventa su chiunque gli si pari davanti. Li supera tutti, uno per uno. Va a riprendere i suoi nemici che, attoniti, lo vedono risalire famelico dal fondo dove era caduto. Nessuno è in grado di opporre resistenza, neanche Laurent Jalabert, che ai -3 dall’arrivo è l’ultimo ad arrendersi alla folle rimonta del campione romagnolo.

Eccolo, il traguardo. Il Santuario si affaccia lì, maestoso, e contribuisce alla grandiosità dell’impresa, che ormai assume connotati quasi divini. Marco giunge sul rettilineo finale in piena trance agonistica, rilancia l’azione fin sulla linea, vuole guadagnare secondi in ogni maledetto e sudato metro. Alla fine, non ha nemmeno la forza di levare le braccia al cielo, ma dentro di sé sta assaporando il gusto dolcissimo di un momento destinato a diventare leggenda, un simbolo di caparbietà e coraggio.

Tutti ricordiamo come poi è finito quel Giro del 1999: Marco precipita in poche ore da eroe nazionale a mostro da sbattere in prima pagina, ed inizia il suo personale calvario, che 5 anni dopo lo porterà alla fine. Sui responsabili, sui perché, sui risvolti sportivi e umani, ognuno è libero di farsi la propria idea. Noi siamo e sempre saremo dalla sua parte, a costo di essere smentiti. A noi basta sapere che quel giorno, su quella salita assolata, abbiamo assistito ad uno degli spettacoli ciclistici più belli e appassionanti di tutti i tempi. Le classifiche possono essere riscritte e le pagine dei giornali riempite di inchiostro al veleno. Ma le emozioni che abbiamo vissuto erano autentiche, purissime, e a regalarcele è stato lui, il Pirata. E, al di là delle parole, alla fine, sono le emozioni a contare per davvero.

ABDEL-KADER ZAAF, L’ALGERINO CHE REGALO’ SPETTACOLO E FU TROVATO SBRONZO SULLE STRADE DEL TOUR DE FRANCE

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Abdel-Kader Zaaf – da leventoux2010.e-monsite.com

articolo di Nicola Pucci

Fa un caldo opprimente, al Tour de France 1950. Quasi insopportabile, ed allora quali miglior condizioni di gara perché qualche corridore africano, per la prima volta ammessi a gareggiare alla Grande Boucle, possa infine mettersi in luce?

Abdel-Kader Zaaf, algerino di Chebli, classe 1917, che diventerà poi, come molti altri suoi connazionali, francese nel 1962, è intruppato nella formazione del Nord-Africa, e se nel 1948, con la squadra del Sud-Est Francia, si è fatto vedere per la prima volta sulle strade del Tour de France abbandonando però nel corso della prima tappa, stavolta, con un pizzico d’esperienza in più e favorito dal gran caldo che tanto gli ricorda le temperature del suo paese, è pronto a dar battaglia. Certo, non passerà alla storia del ciclismo per i risultati ottenuti, ma in quell’epica edizione del 1950 sta per dare spettacolo, in un senso o nell’altro, ed assurgere al rango di leggenda tra le tante del Tour de France.

Il 27 luglio si corre la 13esima tappa, tra Perpignan e Nimes, e Zaaf non è un avversario dello svizzero Ferdi Kubler nella lotta alla conquista di quella maglia gialla finale che il campione elvetico veste dal giorno prima, avendola tolta a Fiorenzo Magni, costretto ad abbandonare come tutta la nazionale dell’Italia per decisione di Gino Bartali, accusato e minacciato di aver provocato la caduta di Jean Robic, beniamino del pubblico transalpino. Zaaf è attardato di oltre due ore in classifica generale, e proprio nella tappa precedente, con arrivo a Perpignan, ha ottenuto il suo miglior piazzamento, quinto, vincendo lo sprint del gruppo, giunto al traguardo 16 minuti dopo il vincitore, Maurice Blomme. Fa un caldo soffocante, i corridori sono sopraffatti dall’asfissia, ed ogni pretesto sarebbe buono per fermarsi ad ogni punto in cui c’è dell’acqua. Insomma, non spira un alito d’aria e apparentemente non c’è voglia di darsi battaglia.

Zaaf, incredibilmente, ha un senso di vertigine, e viene trovato privo di conoscenza sdraiato sotto un platano. Giornalisti e servizio medico al seguito della corsa si precipitano a soccorrere l’algerino, che non sembra dare segni di riflesso. Anzi, il corridore esala un odore quasi insopportabile di vino. Stai a vedere che…?

Fatto è che Zaaf viene fatto rinvenire, e nel mentre riprende conoscenza, recupera anche quel vigore che lo contraddistingue, da sempre e da ciclista garibaldino quale lui è, e decide di risalire in bicicletta e rimettersi in marcia. Figurarsi, invece di intraprendere il senso ordinario della corsa, indirizza le ruote della parte opposta. Immediatamente nella carovana del Tour de France si diffonde la notizia che Zaaf, seppur mussulmano, ha bevuto del vino ed è in stato di ubriachezza palese. Sarebbe un reato gravissimo per le inviolabili leggi del Corano. Ma è uno storia che si spende bene, e la carta stampata ci ricama sopra, disinteressandosi poi dell’altro algerino Marcel Molines che porta in dote al paese africano il primo successo alla Grande Boucle, tagliando per primo il traguardo di Nimes.

Ma torniamo a Zaaf, che nel frattempo è costretto all’abbandono e la cui “sbornia” di vino verrà poi sgonfiata quando si verrà a sapere che mai aveva bevuto, ma semplicemente, semisvenuto sotto l’albero, era stato cosparso di sale liquido dagli spettatori lì presenti, preoccupati per il suo stato. E, guarda caso visto che il Tour stava passando in una zona nota per i vigneti, quel sale liquido era… vino!!!

L’anno dopo Zaaf torna al Tour de France e si guadagna l’appellativo di “casseur de baraque“, letteralmente “demolitore di baracche“, in buona sostanza però colui che rompe le uova nel paniere. Succede, infatti, che nel corso della 16esima tappa, tra Carcassonne e Montpellier, in un’altra giornata infuocata dal sole, l’algerino va in fuga sul Col d’Uscalts. Solo lo svizzero Koblet gli rimane a ruota, mentre Coppi non riesce ad accordarsi al gruppetto, formato anche da qualche altro temerario che si lancia all’attacco. Anzi, Fausto va totalmente in crisi, perde mezz’ora dallo stesso Koblet che vince la tappa e rinforza la sua maglia gialla, ed infine il calvario di quella giornata, incendiata dal caldo e dall’azzardo di Zaaf, gli costerà la vittoria finale.

Qualche giorno dopo, forse per farsi perdonare il maltolto, Zaaf per la tappa Gap-Briancon propone allo stesso Coppi, che ormai ha digerito la batosta di Montpellier, di tentare l’attacco in coppia, l’uno lanciandosi dalla destra della strada, l’altro dalla parte sinistra, anche per stabilire chi dei due sia il migliore! Fausto la prende a ridere ed accetta, ma dopo pochi chilometri si rende conto che l’algerino non ha potuto reggere il ritmo imposto, e si trova solo in avanscoperta. Manca molto all’arrivo ma ormai la sfida è lanciata e Coppi, quella tappa, finirà per vincerla. Zaaf, dal canto suo, diventerà il beniamino del pubblico francese ma infine sarà “lanterne rouge” del Tour de France, ultimo in classifica con il suo 66esimo posto a 4ore58minuti18secondi da Hugo Koblet.

Un anno ancora, 1952, e Zaaf partecipa una quarta ed ultima volta alla Grande Boucle, e se arriva ultimo nella tappa del Sestriere per poi ritirarsi nel corso della frazione che prevede il primo, storico arrivo all’Alpe d’Huez, poco importa. Abdel-Kader Zaaf un piccolo ma simpatico posto nella storia ultracentenaria del Tour de France se l’è proprio guadagnato… se poi quella sbornia galeotta non fu mai ufficialmente smentita per farsi un po’ di sana pubblicità, volete fargliene una colpa?

LA CINQUINA DI JAN RAAS ALL’AMSTEL GOLD RACE

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La vittoria di Raas nel 1980 in maglia iridata – da pezcyclingnews.com

articolo di Nicola Pucci

A noi italiani, diciamoci la verità, Jan Raas non è mai stato particolarmente simpatico. Sarà per quell’inattesa zampata giù dal Poggio alla Milano-Sanremo del 1977, l’anno in cui l’occhialuto olandese firmò il primo grande successo della sua carriera, che vanificò il tentativo di Giuseppe Saronni proprio in cima al colle che proietta al traguardo della “classicissima di primavera“; sarà soprattutto per le malefatte perpetrate, insieme al tedesco Thurau, ai danni di Giovanni Battaglian al Mondiale di Valkenburg del 1979, negando un possibile iride all’azzurro. Ma a dispetto di queste due perle che sono rimaste indigeste al ciclismo italiano, Raas si è costruito un palmares assolutamente d’eccellenza, collezionando vittorie di pregio in serie, tra cui ricordiamo anche due edizioni del Giro delle Fiandre, 1979 e 1983, ed una Parigi-Roubaix, 1982, eleggendo proprio la gara di casa, l’Amstel Gold Race, suo terreno di caccia preferito, tanto da farla sua ben cinque volte. Il che ne fa il corridore più titolato in quella classica che se ha storia recente essendo nata “solo” nel 1966, quando a vincere fu il francese Jean Stablinski, altresì ha acquisito velocemente gran lignaggio, sorridendo ai nostri colori una prima volta nel 1996, quando trionfò Stefano Zanini, per poi regalare gloria, in tempi recenti, a Michele Bartoli nel 2002, Davide Rebellin nel 2004, Danilo Di Luca nel 2005, Damiano Cunego nel 2008 ed Enrico Gasparotto, l’unico capace di domarla due volte, nel 2012 e nel 2016.

1977. 145 corridori prendono il via da Heerlen per l’edizione numero 12 della principale corsa olandese. Il campione del mondo Freddy Maertens, campione uscente proprio davanti ad un giovane Raas, è il favorito d’obbligo avendo dominato l’avvio di stagione con ben 15 vittorie nello spazio di poco più di un mese. La settimana precedente l’Amstel, il fuoriclasse della Flandria ha dato spettacolo al Giro delle Fiandre, dove ha letteralmente “torchiato” Roger De Vlaeminck fin sul traguardo; la conclusione però è stata amara, Freddy non ha disputato lo sprint in evidente polemica con i giudici di corsa che lo avevano squalificato per un cambio irregolare di bicicletta. Quattro giorni dopo Maertens si prende una pronta ed immediata rivincita alla Freccia Vallone, con una gara d’attacco conclusa con 3′ sui primi inseguitori. Questa vittoria, però, verrà successivamente vanificata per positività ad un test antidoping. Ma non è solo Maertens a catalizzare l’attenzione. C’è la sfida tra la Raleigh di Peter Post e il campione d’Olanda Jan Raas, passato all’inizio di stagione alla Frisol-Gazelle. Proprio Raas è il più atteso tra gli atleti di casa dopo la splendida e convincente vittoria nella Milano-Sanremo. Tra i favoriti sono annoverabili anche Roger De Vlaeminck, il cacciatore di classiche per antonomasia, vincitore, appunto, del Giro delle Fiandre, Merckx, ormai al tramonto, il campione d’Italia Moser e il vecchio, inossidabile Walter Godefroot. Al km 205 (-25 all’arrivo) in fuga c’è l’olandese Jos Schipper, raggiunto da Knetemann, ma il gruppo non è lontano e Raas parte a sua volta trascinandosi l’ex iridato Kuiper, compagno di squadra di Knetemann alla Raleigh. Ai piedi del Cauberg si forma un drappello di quattro atleti, composto da Knetemann, Kuiper, Raas e Schipper, con il gruppo attardato di 45″. A Valkenburg, Schipper viene staccato da Raas e dal tandem della Raleigh. Merckx e Bruyere tentano invano di organizzare la rincorsa, mentre Maertens prima non collabora, poi attacca con impeto seguito a ruota da Moser e De Vlaeminck, rivali di sempre. Lo scarto con i tre battistrada si assottiglia ad una ventina di secondi. In due contro uno, Knetemann e Kuiper scattano a turno per far fuori Raas, ma l’alfiere della Frisol risponde con irrisoria facilità e allo sprint si impone nettamente andando a cogliere il secondo successo in una classica in meno di un mese. A 20″ Schipper vince la volata dei primi inseguitori superando nell’ordine i ben più quotati Maertens, De Vlaeminck e Moser.

1978. Raas, ovviamente, veste lui, stavolta, i panni del grande favorito, tanto più che è tornato a gareggiare per la corazzata Ti-Raleigh. La corsa si snoda lungo il percorso ormai collaudato da Heerlen a Meersen. Cinque atleti allungano sul Fromberg e sono cinque campioni con la C maiuscola: Zoetemelk (Miko-Mercier), Moser (Sanson) in maglia iridata, Maertens (Flandria), Raas e Kuiper (Ti-Raleigh). Kuiper attacca una prima volta, ma viene ripreso da Moser. A Sibbe nuovo allungo di Kuiper ma, ancora una volta, è il campione del mondo a stoppare il tentativo dell’iridato di Yvoir ’75. Sul Cauberg Raas sferra il suo attacco, Moser, generosissimo, è stanco, toccherebbe a Maertens e Zoetemelk rispondere, ma il fiammingo e l’olandese restano sulle ruote. Raas guadagna in brevissimo tempo un minuto di vantaggio che conserva, anzi incrementa fin sul traguardo, conquistando il bis consecutivo. A 1’16” platonica soddisfazione per Moser che vince la volata per il posto d’onore precedendo nell’ordine Zoetemelk, Maertens e Kuiper. Alle spalle dei cinque che hanno caratterizzato questa 13esima edizione, il vuoto: Knetemann, sesto a 4’02” completa il trionfo della Ti-Raleigh, precedendo il tedesco Braun; a 4’36” Leo Van Vliet, a 5’04” Thurau, il gruppo a 6’10”. Solo 32 atleti concludono una corsa veramente selettiva. Una curiosità: sei campioni del mondo nei primi sei dell’ordine d’arrivo, ovvero Kuiper (’75), Maertens (’76 e ’81), Moser (’77), Knetemann (’78), Raas (’79) e Zoetemelk (’85).

1979. Un poker di fuoriclasse si è aggiudicato le prime classiche della stagione: Roger De Vlaeminck ha vinto con una volata strepitosa la sua terza Milano-Sanremo; Jan Raas si è imposto per distacco al Giro delle Fiandre; Francesco Moser nella Gand-Wevelgem ha bruciato allo sprint De Vlaeminck, Raas, Demeyer e Lubberding e poi ha dominato la Parigi-Roubaix; Bernard Hinault ha superato Saronni sul traguardo della Freccia Vallone. De Vlaeminck, Moser e Hinault non sono però al via della 14esima edizione della classica olandese. Raas invece, dopo le vittorie nelle ultime due edizioni, punta decisamente al bersaglio pieno, per un clamoroso tris consecutivo. Il capitano della Ti-Raleigh è annunciato in gran forma. Oltre al Giro delle Fiandre, ha vinto una tappa alla Parigi-Nizza, il G.P. di Harelbeke, più una kermesse a Bellegem un paio di giorni prima dell’Amstel. E l’occhialuto pupillo di Post non tradisce il pronostico, va in fuga con lo svedese Nilsson e il fido scudiero Lubberding e nel finale con un’azione di forza stacca i due compagni di fuga e si presenta tutto solo sul traguardo di Meersen. Come da copione, quindi, tripletta di fila per l’occhialuto campione “tulipano“, che si conferma come uno dei più forti cacciatori di classiche degli ultimi anni con una sequenza di vittorie davvero ragguardevole (sette in tre stagioni!): Milano-Sanremo e Amstel nel ’77; Amstel, Parigi-Bruxelles e G.P. d’Autunno nel ’78; Giro delle Fiandre e ancora Amstel nel ’79. A 39” da Raas, Henk Lubberding completa il trionfo della Ti-Raleigh superando Sven-Ake Nilsson; a 1’06” Teirlinck regola Zoetemelk e il francese Michel Laurent; a 1’13” Frits Pirard; a 1’40” Lucien Van Impe, Claude Criquielion (primo anno tra i professionisti e prima top-10 nelle classiche per il futuro campione vallone) e René Martens.

1980. Jan Raas è inevitabilmente il faro della 15esima edizione dell’Amstel Gold Race. Dopo il 2° posto nel ’76 (alle spalle di uno straripante Maertens) e soprattutto i 3 squillanti acuti nelle ultime tre annate, il capitano della Ti-Raleigh è più che mai deciso ad incrementare il bottino, questa volta con la maglia di campione del mondo indossata a Valkenburg qualche mese prima. Nelle classiche di apertura della stagione, Raas si è piazzato 3° alla Milano-Sanremo e al Giro delle Fiandre e 6° alla Gand-Wevelgem, vinta dal fido scudiero Henk Lubberding. Sul Keutenberg Raas, puntuale, attacca e allunga con Lubberding e Duclos-Lassalle (vincitore della Parigi-Nizza e 7° al Giro delle Fiandre). Il tentativo dei tre però si esaurisce sotto la spinta di Bernard Hinault che riporta sotto un gruppetto. Lubberding cede. Al comando restano in 13: Raas senza compagni di squadra, Hinault e Chassang (Renault-Gitane), Kuiper, Bossis e Duclos-Lassalle (Peugeot), Pollentier e Kelly (Splendor), Nilsson (Miko-Mercier), Fons De Wolf (Boule d’Or-Colnago), Daniel Willems (Ijsboerke), Maas (Daf-Trucks) e Jean-Philippe Vandenbrande (Safir-Ludo). A parte Zoetemelk, Knetemann e lo stesso Lubberding, ci sono tutti i migliori: di Raas si è già detto, Hinault è il numero 1 al mondo, Kuiper è tra i più costanti e piazzati in tutto l’arco della stagione e può contare sull’apporto di due coequipier come Duclos-Lassalle e Bossis. Tra gli outsider Pollentier (che ha vinto una settimana prima il Giro delle Fiandre beffando Moser e Raas), l’irlandese Kelly (ottimo inizio di stagione, 4° nella Milano-Sanremo e 1° nella Tre Giorni di La Panne), De Wolf e Willems, questi ultimi due talenti emergenti del ciclismo belga. Kuiper, che non ha alcuna chance di vittoria in volata, tenta più volte di staccare la compagnia, ma i tentativi del 31enne ex iridato e olimpionico vengono stoppati. Allunga ancora Raas ma senza fortuna. La vittoria si decide così allo sprint e Raas si produce in un meraviglioso ed imperioso acuto che annienta letteralmente i rivali. Ancora primo, per la quarta volta consecutiva!  L’Amstel Gold Race diventa a pieno titolo Amstel Gold Raas. Al secondo posto Fons De Wolf (2° pure alla Gand-Wevelgem), terzo Sean Kelly (primo podio in una grande corsa in linea per il futuro “re delle classiche” degli anni Ottanta); solo 5° Hinault, 11° Kuiper e 13° Pollentier.

1982. L’anno prima Bernard Hinault ha interrotto l’egemonia di Raas, ma il campione olandese, che sei giorni prima ha conquistato per distacco la Parigi-Roubaix, è più che mai deciso a riprendersi lo scettro. Tutta la Ti-Raleigh è naturalmente al servizio del suo capitano storico e sul Raarberg è Gerrie Knetemann ad involarsi. L’ex campione del mondo rimane in testa per parecchi chilometri, poi, dopo il ricongiungimento, in testa si forma un gruppo di 16 unità, di cui ben 5 appartengono al dream-team di Peter Post (Raas, Knetemann, Lubberding, Ludo Peeters e Adrie Wijnands). Sul terribile muro del Keutenberg, Raas rompe gli indugi e spezza il gruppo. Con l’incontenibile Jan rimangono l’irlandese Sean Kelly (vincitore di quattro tappe e della classifica finale della Parigi-Nizza, 10° a Liegi e 8° alla Freccia), il sempre verde Kuiper, il tedesco Braun (1° alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne e 3° alla Parigi-Roubaix), l’australiano Phil Anderson e l’altro irlandese Stephen Roche. La corsa entra nella sua fase decisiva e Raas si muove col piglio del padrone, Anderson e Roche (alfieri della Peugeot) sono gli unici che possono fare gioco di squadra, mentre Kelly confida nel suo spunto veloce. Ma contro Raas c’è poco da fare. Così, all’ultimo chilometro, da finisseur eccezionale qual è, Raas piazza un irresistibile allungo che tramortisce gli avversari, Roche tenta invano di rispondere, ma l’olandese è incontenibile e conquista il quinto trionfo. A 2″ Roche è il primo dei battuti, poi a 7″ Braun supera Kelly, Anderson e Kuiper. Ancora una volta i riflettori sono tutti per Raas che si dimostra davvero imbattibile sulle sue strade; il micidiale uno-due Roubaix/Amstel in meno di una settimana, consente al fuoriclasse olandese di salire al 4° posto (con ben 12 vittorie) tra i plurivittoriosi di tutti i tempi nelle grandi classiche, alle spalle di tre straordinari campioni belgi: l’inarrivabile Merckx (32 successi!), Van Looy (18) e Roger De Vlaeminck (14).

Insomma, antipatico, senza ombre di dubbio, Jan Raas, ma campione vero e vincente nato, soprattutto quando si parla di Amstel Gold Race… anche se un certo Philippe Gilbert, già quattro volte in trionfo da quelle parti, magari tra qualche ora dismette i panni del degno successore per vestire quelli dell’egual campione.

LA VITTORIA MULTINAZIONALE DI TCHMIL AL GIRO DELLE FIANDRE 2000

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L’arrivo di Tchmil – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Le grandi classiche targate anni Novanta, primi anni Duemila, portano tracce massicce di Grande Italia, con i nostri campioni spesso impegnati a darsi battaglia con i mammasantissima del ciclismo belga, olandese, tedesco, francese e spagnolo. Ma c’è un corridore, sovietico di nascita, successivamente battente bandiera russa, moldava ed ucraina, infine adottato proprio dal Belgio, che più di una volta ha messo il bastone tra le ruote, è proprio il caso di dirlo, agli uni e agli altri. Costruendosi un palmares di tutto rispetto, se è vero che nel 1994 fece sua la Parigi-Roubaix, nel 1997 battè tutti alla Parigi-Tours, nel 1999 domò la Milano-Sanremo e a fine anno venne celebrato quale corridore più costante del lotto iscrivendo il suo nome all’albo d’oro della Coppa del Mondo.

Andrei Tchmil, perché è di lui che stiamo parlando, quando sale in bicicletta diventa un cliente ostico da battere. Quello che si suol chiamare, un “cagnaccio“. E se nel 2000 ha già 37 anni sul groppone, ben portati ad onor del vero, tanto da sfiorare a fine stagione la vittoria al campionato del mondo di Plouay venendo ripreso a qualche centinaia di metro dal traguardo, e nel 2001 lasciando il segno in una corsa di enorme prestigio come il Gran Premio di Harelbeke seminando tutti e chiudendo con oltre un minuto di vantaggio sui più diretti inseguitori, per il 2 aprile 2000 ha in serbo un colpaccio che lo destinerà tra i grandi interpreti delle corse del pavè.

Si corre infatti l’edizione numero 84 del Giro delle Fiandre, corsa che per i belgi vale ben più di un campionato del mondo. E visto che Andrei ormai da due anni ha proprio cittadinanza fiamminga, quale migliore occasione per brindare alla nuova bandiera?

Si parte, come da tradizione, dalla bellissima Markt di Bruges, la Piazza del Mercato, e i 185 corridori allineati al via hanno da affrontare 270 km di corsa incarogniti da 16 muri (8 lastricati di duro pavé) ed altri 9 tratti pianeggianti di pietre. Van Petegem è il campione in carica e si merita cinque stelle in sede di pronostico, al pari di Johan Museeuw che ha già trionfato tre volte sul traguardo di Meerbeke. Erik Zabel porta in dote la recentissima vittoria alla Milano-Sanremo, terza di una serie di quattro, Michele Bartoli, Andrea Tafi e Franco Ballerini difendono i colori azzurri e lo stesso Tchmil, che nelle ultime sei edizioni ha collezionato tre terzi, un quarto, un sesto e un settimo posto, ha tutta l’intenzione di rompere il sortilegio con la Ronde.

Il primo tratto in pavé al km 90, Kanegem Neringstraat, ed il primo muro, in asfalto, al km 128, Den Ast, sono troppo lontani dal traguardo per stuzzicare la voglia di attaccare dei campioni più attesi, ed allora è solo al km 150 che la gara si vivacizza quando, scavalcati anche l’Achterberg, il Wolvenberg, il Molenberg e il Kluisberg, Eric De Clercq, già in fuga, viene raggiunto da Vierhouten, Skibby, Ortenzi e Michaelsen. Sul muro di Knokteberg si stacca De Clercq, mentre nel gruppo fa corsa di testa la Farm Frites di Van Petegem, che punta al bis dopo la vittoria dell’anno prima. Al km 205, sull’Oude Kwaremont, Skibby attacca e resta solo. Al km 209 si attacca il Paterberg, il muro più duro con punte di pendenza al 20% ed è ancora la Farm Frites ad allungare il plotone con Sergej Ivanov, che proprio su queste strade ha vinto qualche giorno prima il Gran Premio di Harelbeke ed è dunque il luogotenente più autorevole di Van Petegem, assieme a quel Geert Van Bondt che qualche giorno dopo, invece, farà sua la Gand-Wevelgem.

La corsa si incattivisce e gli attacchi si susseguono, anche se i favoriti corrono, per ora, al coperto. Tra Kortekeer, Taaienberg e Eikenberg cedono anche Michaelsen e Vierhouten mentre Ortenzi si riporta su Skibby, proprio mentre sui due piombano Tafi, Wauters e Serpellini.

Sul muro di Leberg cedono definitivamente Skibby e Ortenzi, ormai esausti per la lunga fuga, lasciando così un trio al comando. Tra i grandi si muove Spruch, quinto nel 1999, che stacca tutti sul Berendries al km 239, guadagnando poco meno di 15″. Arriva l’attesissimo muro di Tenbosse, reso celebre negli ultimi anni da Museeuw. Ma l’attacco non è dell’ex-campione del mondo, che stavolta non è in grado di fare la differenza, bensì dell’altro favoritissimo Van Petegem. Risponde prontamente Tchmil, seguito da Vainsteins e dallo stesso Museeuw. Superato il Tenbosse, rientrano Wesemann, Mengin e Van Dijck, mentre Spruch è riassorbito: il trio di testa composto da Tafi, Wauters e Serpellini è ora a soli 15″ dagli inseguitori. Poco dopo il grosso del gruppo rientra.

Poco prima dell’assalto al muro di Grammont, totem della corsa, Tchmil, Van Petegem e Spruch, scatenatissimi, attaccano in pianura, ma l’azione non riesce. Il trio di Tafi trova vento contrario e viene a sua volta riassorbito, e così, alle fasi decisive della corsa, si presentano 40 corridori, quando ormai all’orizzonte si profilano le pendenze risolutive del terribile Grammont.

Eccolo dunque, il Muur, e sul primo tratto in asfalto Johan Museeuw attacca. Van Petegem, che aveva per primo tentato l’allungo, si pianta. Ma sul tratto di pavé del Muur, che annebbia la vista, spacca le gambe e incrementa la fatica, Museeuw ha un inatteso cedimento. Wesemann lo raggiunge e lo passa, scollinando per primo davanti alla celebre Kapelmuur. Museeuw e Wesemann sono ora soli al comando.

Guidato da Van Petegem e Tchmil, un altro gruppetto rientra sui 2 fuggitivi. Tra gli altri ci sono Vainsteins, Guesdon, Konyshev e Hoffman. Con tutti i migliori davanti a darsi battaglia, l’andatura cala e rientrano una ventina di atleti. All’attacco dell’ultimo muro, il Bosberg, prova Peers, senza fortuna. Vainsteins si incarica di fare l’andatura, per impedire scatti. Ci prova ugualmente Tchmil, ma senza fortuna. Si scollina ed il Giro delle Fiandre sembra doversi concludere con la volata di un gruppo numeroso, tra cui riemerge a sorpresa, dall’otto volante dei 16 muri, anche Erik Zabel. Ed il tedesco, in virtù della sua velocità, diventa il favorito assoluto, avendo già brindato allo sprint alla Milano-Sanremo.

Ai -10 km dall’arrivo Tchmil si sposta sulla sinistra e parte come una saetta. Uno scatto secco, irresistibile, contro il vento e l’asfalto. Dopo un paio di km ha già 20″ e l’ex-sovietico, russo, moldavo ed ucraino, ora belga, comincia a credere che la vittoria sia possibile. È una favola di vita, uno sforzo immenso che è il riassunto di una carriera. La Telekom si organizza: Zabel spedisce il generosissimo Wesemann a tirare a tutta, la Mapei piazza Peeters. Il duello sembra impari, due uomini contro uno, e Tchmil è al limite delle forze. La telecamera inquadra impietosa il suo volto arrossato, irrorato dal sangue di uno sforzo immane. La bocca è aperta, il suo respiro in apnea completa. Non è più il corridore che gareggia, è la sua anima mai doma. 3 km, poi 2, sembra impossibile: il gruppo è lì, a pochi metri. Tchmil si gira, il guerriero sa che i mastini lo stanno braccando sempre più vicini. Pochi, pochissimi metri! Ma sono sufficienti: il belga ce l’ha fatta, il suo volto si distende in un sorriso radioso, le braccia vanno al cielo, un urlo liberatorio scuote l’aankomst, il traguardo. Andrei Tchmil, corridore e campione multinazionale, ha vinto il Giro delle Fiandre!

Ma la storia di questa meravigliosa classica non è ancora finita: a pochi istanti, 4 secondi per l’esattezza, la volata del gruppo racconta il miracolo di Dario Pieri, più veloce di tutti e secondo a sorpresa. Le sue lacrime di delusione sono, insieme al volto sofferente di Tchmil, la più bella immagine della Ronde 2000.

MILANO-SANREMO 1910, NEVE E UN AMORE “HOT” PER LA VITTORIA DI EUGENE CHRISTOPHE

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Il passaggio sul Passo del Turchino – da it.wikipedia.org

articolo tratto da Allez – operazione ciclismo

Il 3 aprile 1910 la primavera fa ancora fatica a sbocciare. Alle 6 del mattino il cielo sopra Milano è tetro come non mai e le luci dell’alba si celano dietro le nubi nere che non lasciano presagire nulla di buono. L’avranno pensato anche i 63 folli che stanno per salire in bicicletta alla volta di Sanremo. Dopo i successi delle tre edizioni precedenti, la Milano-Sanremo si presenta in una nuova veste, quella più oscura che mette a dura prova i limiti del fisico umano. L’abito scuro calza alla perfezione i corridori francesi, abituati a correre e vincere in condizioni climatiche avverse: ne è già stata testimonianza la vittoria di Lucien Petit-Breton nella prima edizione della corsa in una giornata di freddo e pioggia.

La “Classicissima” ha inizio. A Pavia il cielo inizia a scaricare pioggia sui malcapitati ciclisti, a Tortona si scatena una forte grandinata. In avanscoperta c’è Cyrille Van Houwaert che da Ovada inizia una drammatica scalata al Passo del Turchino sotto una fitta nevicata. La strada è ricoperta da 25 centimetri di neve, il corridore belga incontra due sciatori lungo la via che sembrano dirgli “ma dove diavolo stai andando?“. Il battistrada prosegue a piedi di fianco alla sua bici. In vetta al Turchino transita con dieci minuti di vantaggio sul secondo, il francese Eugène Christophe. Soprannominato “Le Gaulois“, il gallo, per via della cura maniacale che riponeva per il proprio aspetto, in particolare per i lunghi baffoni, Christophe è caratterizzato da uno spiccato spirito avventuriero che lo porta ad intraprendere la carriera ciclistica e ad abbandonare il mestiere del fabbro. Amore per la bici, per i baffi ma anche per le donne. Le performance del corridore parigino sono apprezzabili anche lontano dalle gare, con “Cri-cri” che solitamente sfoggia orgogliosamente il proprio look per far colpo sul gentil sesso.

Lungo la discesa dal Turchino, il battistrada Van Houwaert è vicino al congelamento. Assiderato dal freddo, trova riparo in un’abitazione che gli offre da mangiare e una bevanda calda. Ormai rifocillato, il corridore non se la sente più di risalire sulla bici e sfidare nuovamente l’inferno. Anche Christophe è costretto alla sosta forzata in un albergo. Riceve una coperta, un maglione di lana, dell’acqua calda e un po’ di rhum, quanto basta per riscaldare i muscoli congelati. Date le precarie condizioni fisiche, “Cri-cri” decide di fermarsi a mangiare un boccone ed abbandonare la gara così come Van Houwaert. Poco prima del dessert, però, dalla finestra il francese scorge il passaggio di quattro corridori. “No, non mi ritiro. Vado avanti“.

Nel frattempo la proprietaria dell’albergo, allarmata dallo stato di salute del corridore, ha chiamato un medico che vieta categoricamente la ripartenza. “Nessun problema, vado in bici fino a Genova e da lì salgo sul treno per Parigi“, il dottore abbocca e Christophe riparte alla volta di Sanremo. In men che non si dica, raggiunge Luigi Ganna, vincitore l’anno prima e che, secondo al traguardo, verrà poi squalificato per aver percorso un tratto in macchina, e Pierino Albini ad Arenzano per poi staccarli a Varazze. Christophe arriva in solitaria al traguardo. Non ha vinto una gara qualsiasi ma una vera e propria corsa ad eliminazione. A Sanremo infatti arriveranno solo quattro dei sessantatré partenti.

Christophe arriva con i baffi congelati, beve un paio di caffè e si riscalda con un maglione di lana. Ad un tratto vede una donna, è bellissima, scatta il più classico dei colpi di fulmine. Uno sguardo, qualche sorrisetto provocatorio e l’arma seduttiva dei baffoni miete un’altra vittima. I due si ritrovano nella stanza della donna e fanno l’amore. “L’avrei portata via con me e sposata per quanto era bella“, ma di romantico c’è ben poco. La ragazza ricorda che a tutto c’è un prezzo. Christophe paga con quello che aveva con sè, la maglia della Alcyon-Dunlop ed un tubolare Palmer. Uscito dalla stanza, non vi è ancora traccia degli avversari. Ha dovuto aspettare tanto, un’ora e un minuto per la precisione, il tempo necessario a Giovanni Cocchi per giungere al traguardo. Mai nessuno vinse la Sanremo con un distacco simile sul secondo. Nel tempo dell’attesa Christophe prende ancor più freddo e termina la cerimonia di premiazione in ospedale per una polmonite.

Magnifiche le storia del ciclismo dei pionieri, vero?

LA ZAMPATA VELOCE DI VAN STEENBERGEN ALLA MILANO-SANREMO 1954

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Rik Van Steenbergen in trionfo – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Ad esser del tutto sinceri, non è proprio un’impresa semplice scegliere una tra le tante perle di una carriera da fuoriclasse come quella di Rik Van Steenbergen. Il corridore belga, in effetti, vanta qualcosa come 270 successi su strada, che ne fanno il quarto ciclista più vincente della storia alle spalle, ovviamente, del “cannibale” Eddy Merckx, del connazionale che qualche anno dopo ne avrebbe rilevato il testimone, Rick Van Looy, e di Francesco Moser.

E sono successi di pregio, come la memorabile tripletta al campionato del mondo (1949, 1956 e 1957), oppure le doppiette al Giro delle Fiandre (1944 e 1946) e alla Parigi-Roubaix (1948 e 1952), a cui aggiungere due volte la Freccia Vallone (1949 e 1958), la Parigi-Bruxelles (1950), e un bottino congruo di vittorie distribuite nella tre grandi corse a tappe, ben 25.

Insomma, un campione tra i più grandi di sempre, quasi imbattibile in volata, ma altrettanto valido anche sui percorsi misti e capace di difendersi in montagna, come certifica il secondo posto al Giro d’Italia del 1951, quando chiuse ad 1’46” da Fiorenzo Magni e si prese il lusso di precedere in classifica Ferdy Kubler, Fausto Coppi, Hugo Koblet, Louison Bobet e Gino Bartali, tutti decisamente più accreditati di lui nelle gare a tappe.

Tra queste perle, dunque, ne dobbiamo eleggere una, ed allora, visto che siamo un pizzico sciovinisti, scegliamo la Milano-Sanremo 1954, che Van Steenbergen vince dopo avervi partecipato già quattro volte. E se al debutto, nel 1950, il belga, in maglia iridata, fu solo settimo nonostante fosse il favorito in uno sprint ristretto che invece premiò Gino Bartali, astuto nel prendergli la ruota e saltarlo al momento opportuno, nei tre anni successivi rimase ai margini della battaglia per la vittoria, che arrise allo stesso Bobet nel 1951 e per due volte a Loretto Petrucci, ultimo italiano in ordine di tempo ad imporsi nella “Classicissima” prima di Michele Dancelli interrompesse il sortilegio ben 17 anni dopo, nel 1970.

Nel 1954, dunque, per l’edizione numero 45 del “mondiale di primavera“, 219 ciclisti si danno appuntamento ai nastri di partenza da Piazza Diaz a Milano. La messa in marcia è prevista per le 8.30, e se Petrucci vorrebbe tanto completare un tris consecutivo, come mai nessuno prima è stato capace di fare, bisogna altresì tener conto delle ambizioni dei due grandi del ciclismo italiano, ovviamente Coppi e Bartali, vincitori rispettivamente già tre e quattro volte a testa. Il piemontese sfoggia la sua bella maglia arcobaleno, conquistata qualche mese prima a Lugano, e quale migliore occasione di una Milano-Sanremo per darle lustro? Il toscano, invece, è all’ultima recita di una carriera memorabile e legittimamente ambisce a salutare con un colpo di coda che, ad onor del vero, in pochi pronosticano. Anche perché la concorrenza, soprattutto straniera, è numerosa e di livello, a cominciare proprio da Van Steenbergen che vuol infrangere il tabù, per proseguire con Louison Bobet, che con il successo del 1951 ha dimostrato di aver confidenza con la corsa in Riviera, per infine annotare le candidature autorevoli di Stan Ockers, Brik Schotte e dei due svizzeri Koblet e Kubler. Fiorenzo Magni, “il leone delle Fiandre” per le tre vittorie tra il 1949 e il 1951, infine, è il terzo incomodo tra i due galli nel pollaio, appunto Coppi e Bartali, e può vantare cinque piazzamenti tra i primi dieci all’arrivo, a cominciare dal quarto posto al debutto nell’edizione del 1941.

Alla partenza il cielo è grigio, come spesso può capitare nel marzo pazzerello, e se le strade sono in parte deserte, una spiacevole sorpresa attende Kubler, che vorrebbe giocare con un piccolo leoncino alla partenza rimediandone, invece, una zampata, che non è certo di buon auspicio per la gara che va a cominciare. E che per lo svizzero non sia proprio giornata è confermato dalla caduta che coinvolge l’elvetico e Nello Lauredi all’altezza di Pavia, con l’italo-francese costretto all’abbandono e a farsi medicare in ospedale. Tocca poi a Piazza, Gaggero, Medri, Gismondi e Gauthier animare una fuga a lunga gittata, con lo stesso Gaggero che sotto una pioggia battente transita per primo in vetta al Passo del Turchino, con il gruppo, trainato dal giovane Gastone Nencini, che accusa un ritardo di poco meno di un minuto.

La corsa è comunque bloccata, ed è solo in Riviera, in prossimità di Alassio, dopo che si è esaurita la fuga dei primi attaccanti, che la corsa si accende con un plotoncino di dieci corridori che si sgancia. Tra questi, Nencini è tra i più attivi con Pasqualino Fornara, Remy, Crespi, Ockers, Ciolli, Bartalini, Gianneschi, Grosso e quel Riccardo Filippi che è campione del mondo dei dilettanti in carica, titolo, come quello di Coppi, conquistato a Lugano battendo Nencini e Van Looy. Si entra nella zona dei Capi, e Filippi, che corre per la Bianchi, forza il ritmo sul Mele per poi rilanciare sul Berta, scremando il gruppetto e provocando la resa di Fornara e Crespi, investito da un auto. Davanti il giovane ciclista di Ivrea rimane con Remy, Ockers insegue a 56″ proprio mentre Coppi si scatena, seguito a ruota dal francese Francis Anastasi. Fausto, capitano di Filippi alla Bianchi, è però costretto a fare gioco di squadra ed in pianura viene riassorbito dal gruppo principale, così come Ockers, ad Imperia, rientra sul duo di testa.

A 20 chilometri dal traguardo Filippi, Remy ed Ockers hanno un vantaggio di 1’20” sul gruppo ma è qui, forse equivocando un ordine di Zambrini, patron della Bianchi, che si decide la corsa: Filippi smette di collaborare, nell’atto di favorire il rientro di Coppi, e la mossa, in effetti, produce l’effetto atteso. Ma non è Coppi a rifarsi sotto, bensì Bobet, accompagnato da Guido Messina e Donato Zampini, che ai meno tre agguantano i fuggitivi che ormai sembravano destinati a giocarsi tra loro la vittoria finale. Volata a sei dunque? Niente affatto, perché gli uomini al comando temporeggiano e proprio sul rettilineo d’arrivo si materializza la maglia Girardengo-ElDorado di Rik Van Steenbergen, che rinviene a velocità doppia, salta i sei al comando e, dopo 282 chilometri coperti in 7h10’03”, va a vincere, rigettando il tentativo di rimonta non solo di Coppi e Petrucci, che infine sono quarto e quinto, ma anche di Anastasi, che chiude in scia al belga, e Giuseppe Favero, altro uomo Bianchi, che sale sul terzo gradino del podio aggrappandosi, nello sforzo violento dello sprint risolutivo, ai pantaloncini di Petrucci.

Finalmente re a Sanremo, Van Steenbergen travolge in una abbraccio Costante Girardengo, il campione delle sei vittorie alla “Classicissima“, e non trattiene una lacrima: ne avrà vinte tante di corse, il grande Rik, ma questa Milano-Sanremo ha un sapore davvero speciale.

LA ZAMPATA ARCOBALENO DI OSCAR CAMENZIND AL MONDIALE DI VALKENBURG 1998

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L’arrivo a braccia alzate di Camenzind – da watson.ch

articolo di Nicola Pucci

Se ricordate Valkenburg ai ciclisti italiani di qualche anno addietro, rischiate come minimo di far andar loro di traverso il boccone. Già, perché tra quelle colline dispettose, spesso battute dal vento e quasi sempre con pioggia e cielo grigio a far da cornice, per quattro volte la nazionale azzurra ha provato a vestirsi con i colori dell’iride e per quattro volte se n’è tornata a casa con le pive nel sacco.

E se nel 1938 e nel 1948, pur con Bartali e Coppi in formazione, l’Italia rimase ai margini della disfida remando nelle retrovie tra scelte tattiche sbagliate, nel primo caso, ed un inutile dualismo, nel secondo caso, nel 1979 uno scatenato Giovanni Battaglin era nel quintetto che si giocò il titolo mondiale in volata, buttato infine a terra dalle malefatte della coppia Thurau-Raas che poi trionfò davanti al pubblico amico.

Nel 1998, per la quarta volta dunque, i Mondiali di ciclismo tornano nel Limburgo, ed ancora l’Italia ha tutte le carte in regola non solo per essere la nazionale di riferimento della corsa, ma pure per afferrare quella maglia con i colori dell’iride che sfugge dal bis di Bugno a Benidorm nel 1992. E stavolta sembra quasi sia fatto divieto di sbagliare, seppur in ammiraglia via sia, per l’occasione, un debuttante, Antonio Fusi, che ha preso il posto del commissario tecnico per antonomasia della nazionale italiana, Alfredo Martini.

Il grande favorito della corsa è Michele Bartoli, dominatore del circuito di Coppa del Mondo, fatta sua per la seconda volta consecutiva, che nel corso della stagione ha bissato il successo alla Liegi-Bastogne-Liegi e si è imposto in una classica esigente come il Campionato di Zurigo. Pisano classe 1970, Bartoli è in condizioni di forma smaglianti e può contare sull’appoggio, in qualità di seconda punta, di Andrea Tafi, sesto due anni prima a Lugano, e sull’opera di gregariato di campioni del calibro di Bugno stesso, all’ultima recita in carriera, di Paolo Bettini, non ancora “grillo” vincente, e di Davide Rebellin, adattissimo alle corse vallonate come appunto si presenta il tracciato di Valkenburg. A completare l’organico in gara, Celestino, Donati, Faresin, Nardello, Scinto, Simeoni (che proprio all’ultimo sarà costretto a dare forfait lasciando l’Italia in inferiorità numerica) e Zanini, tutti votati alla causa comune, con Frigo e Pinotti relegati al ruolo di riserve.

La concorrenza, nondimeno, è agguerrita, seppur manchi il campione del mondo in carica, il francese Laurent Brochard, così come non sia della partita l’altro Laurent del ciclismo transalpino, quel Jalabert che ha battagliato con Bartoli, e ne è uscito bastonato, nelle corse delle Ardenne. L’Olanda gioca in casa e affida le sue chances a Michael Boogerd, per le cui caratteristiche tecniche il percorso sembra disegnato su misura, in casa Belgio si punta su Van Petegem e Marc Wauters, la Francia non può far altro che sperare nell’effetto-sorpresa, e la Svizzera ha un quintetto temibilissimo composto dai più giovani Aebersold e Beat Zberg e dai “vecchi” Gianetti, Richard e Jaermann che in passato più di un dispiacere hanno inflitto ai corridori italiani. Lance Armstrong, di ritorno dopo esser sopravvissuto ad un tumore ai testicoli e non ancora l’uomo dei 7 Tour de France, veste i panni del guastatore, non dimenticando che nella prima parte della carriera fu già capace di vestire l’iride ad Oslo nel 1993. E poi… e poi c’è Oscar Camenzind, ma di lui nessuno si preoccupa eccessivamente, a dispetto di un eccellente quarto posto al Giro d’Italia, corso in appaggio a capitan Pavel Tonkov in maglia Mapei.

Domenica 11 ottobre 1998, dunque, 152 corridori si mettono in marcia per completare un anello, incarognito dallo strappo del Cauberg, che misura 17,2 chilometri da ripetere 15 volte per 258 chilometri complessivi. Come era nelle previsioni, il cielo è nero come la pece e piove in abbondanza. Il primo giro è coperto alla media oraria di 38,3 km/h ma lo status quo ovviamente non può durare e nel corso della seconda tornata iniziano gli scatti, con Zanini e Celestino che da buoni guardiani sono pronti a tamponare. Proprio Zanini, che nel 1996 vinse in Olanda l’Amstel Gold Race e probabilmente sarebbe capitano in qualsiasi altra nazionale che non fosse l’Italia, è intruppato nei 13 che al terzo giro tentano l’attacco da lontano, assieme ad un pimpante e motivatissimo Bugno, Andersson, De Jongh, Dierckxens, Jaermann, Kirsipuu, Hoj, Lino, Aebersold, Hondo, Voskamp e Guesdon. Il plotoncino in avanguardia accumula velocemente 2 minuti di vantaggio, ma è solo la prima schermaglia del giorno se è vero che al sesto giro il gruppo ricuce e si ricompatta.

Che la giornata sarà grigia anche più del cielo se ne ha sentore quando proprio Bartoli accusa un guaio meccanico ed è costretto a fermarsi ai box a cambiare la bicicletta che è dotata di freni che hanno una mescola che non va. Il pisano rientra prontamente con l’aiuto di quattro compagni di squadra e al giro successivo può riprende la sua bici che nel frattempo è stata sistemata a dovere.

All’ottavo giro si registra un nuovo tentativo di 7 corridori, Van Heeswijk, Dietz, ancora l’attivissimo Jaermann, Nico Mattan, Vasseur, Peeters e l’azzurro Donati, al solito impeccabile uomo di fatica. Anche stavolta il vantaggio non supera i due minuti perché il gruppo non vuol certo rischiare di compromettere la gara lasciando spazio a fughe-bidone, e al nono giro  i battistrada vengono ripresi, propri nel momento in cui Dierckxens, che in casa Belgio è libero di giocarsi le sue chances da lontano, ci prova sul Cauberg. Nel corso del decimo giro Bartoli cade in discesa urtato da uno statunitense ed è costretto nuovamente a fermarsi per cambiare il mezzo meccanico ed infilare una scarpa nuova. Sbagliando tatticamente, Tafi in quel mentre attacca con Vasseur e Voigt, e Bartoli è costretto ad un supplemento di fatica per rientrare in gruppo con l’aiuto di Faresin, Scinto e Nardello. All’undicesimo giro l’Olanda, che fa blocco attorno a Boogerd, chiude la fuga di Tafi che riprova senza fortuna con Wauters alla tornata successiva.

Si entra così nelle fasi calde della gara, e stavolta ad uscire dal gruppo sono in 12: Armstrong, Magnien, Boogerd, Bolts, Garcia Acosta, Aebersold, Camenzind, Markus Zberg, Van Petegem, lo stesso Bartoli, Vainsteins e Rumsas, che riassorbono Tafi e Wauters. E’ l’azione decisiva, perché i capitani ci sono tutti, ad eccezione di Gianetti e Richard e la Francia non è rappresentata, e nel corso del tredicesimo giro ecco che la stoccata sul Cauberg di un brillantrissimo Armstrong, di Camenzind che sornione non perde mai di vista le prime posizioni, di Boogerd che è spinto da un paese intero e di Aebersold che è in giornata di grazia, subito raggiunti da Bartoli e Van Petegem, produce la selezione risolutiva.

All’ultimo giro in testa rimangono così in sei a giocarsi il titolo mondiale, con la Svizzera in superiorità numerica per la presenza di Aebersold e Camenzind. Ed è proprio Camenzind, ad 8 chilometri dal traguardo, dopo due tentativi andati a vuoto di Bartoli, a piazzare la zampata che vale l’arcobaleno. Nel gruppetto di testa c’è un attimo di indecisione. Bartoli, che ha speso più di tutti gli altri per i due inseguimenti a cui è stato costretto, pensa che Armstrong vada a chiudere lo strappo ma il texano non ha più energie, mentre Boogerd fora e rimane a piedi. All’inseguimento dello svizzero rimangono soltanto Bartoli e Van Petegem, ma la corsa ormai è andata.

Camenzind taglia il traguardo a braccia alzate ed è campione del mondo precedendo Van Petegem che in una volata a due priva Bartoli della medaglia d’argento, relegando il toscano sul terzo gradino del podio. Oscar diventa il terzo svizzero ad aggiudicarsi la maglia iridata dopo Hans Knecht nel 1946 a Zurigo e Ferdy Kubler nel 1951 a Varese, ma questo è solo un dettaglio che vale per le statistiche: quel che è certo è che Valkenburg porta proprio sventura ai colori azzurri. Provate a chiedere in giro…