VITO TACCONE, IL CAMOSCIO D’ABRUZZO CHE VOLAVA IN SALITA

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Vito Taccone – da pinterest.com

articolo tratto da Allez – Operazione Ciclismo

Eroe. Un termine che emoziona e fa riflettere. Un termine che abbraccia la memoria, troppo spesso svanita ed offuscata dal passare inesorabile del tempo. La memoria è componente fondamentale del ciclismo, uno sport fatto, appunto, di eroi. Storie di uomini, di muratori e spazzacamini, di calzolai e panettieri, che hanno scritto pagine indelebili nel romanzo di questo sport.

Tra i mille volti del ciclismo eroico, di quello fatto da bici pesanti come macigni, di strade sterrate in cui la polvere era il pane quotidiano, ce n’è uno strettamente legato alla Marsica, il perfetto erede del popolo dei Marsi, famoso per la propria tenacia. Vito Taccone, da Avezzano, divenuto campione all’ombra del Monte Salviano.

La carriera di Taccone ha inizio nel 1961 per concludersi definitivamente nove anni più tardi. Un decennio segnato dal boom economico che stava rivoluzionando e rilanciando il Bel Paese dopo i postumi tremendi del conflitto mondiale. Dalle imprese memorabili dei miti Coppi e Bartali, il Giro d’Italia ha scoperto nuovi eroi come il lussemburghese Charly Gaul, l’Angelo della Montagna che emozionò il mondo sotto la neve del Bondone, Gastone Nencini, il Leone del Mugello che conquistò anche il Tour de France 1960, e il talento francese Jacques Anquetil, uno dei giganti nella storia della bicicletta.

Negli anni ‘60, all’alba dell’epopea di Eddy Merckx e della storica rivalità con Felice Gimondi, i simboli della Corsa Rosa erano Arnaldo Pambianco, Franco Balmamion, Vittorio Adorni, Gianni Motta e Italo Zilioli. Tra questi, fece capolino uno sconosciuto corridore marsicano che riuscì a farsi notare già dalla sua stagione d’esordio tra i professionisti. Era il Giro d’italia 1961, sul traguardo di Potenza il giovane Taccone, dopo aver fatto il vuoto in salita, battè allo sprint il tedesco Junkermann, conquistando il primo grande successo della sua carriera. Al termine della corsa, Vito fece sua anche la maglia verde di miglior scalatore. Un semplice bluff? Affatto. Perchè al termine della stagione, Taccone si impose anche al Giro di Lombardia, una delle cinque classiche monumento del ciclismo mondiale. Una corsa mica banale, con il terribile Muro di Sormano da scalare prima del mitico Ghisallo; il Lombardia, la classica per gli uomini della montagna, aveva partorito un altro ennesimo predestinato.

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Una vittoria di Taccone – da terremarsicane.it

Dopo una stagione in affanno, al Giro 1963 nasce definitivamente la leggenda del Camoscio d’Abruzzo. Cinque tappe vinte, di cui quattro consecutive. Un dominio che non si vedeva dai tempi del grande Alfredo Binda, che di successi consecutivi ne conquistò 8 nel 1929. Un’altra epoca, un altro ciclismo. Gesta eroiche tornate prepotentemente in voga con le imprese del corridore avezzanese, ormai per tutti il Camoscio d’Abruzzo, proprio come il simbolo delle montagne nostrane. Coraggio, spavalderia e quel pizzico di follia che hanno contraddistinto i campioni in bianco e nero, i pionieri del ciclismo. Era come se il tempo si fosse fermato a cinquanta anni prima, quando “si correva per rabbia o per amore”, per citare i celebri versi di De Gregori. Per rabbia, per amore e per fame correva Taccone: “Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina”. Asti, Santuario di Oropa, Leukerbad e Saint-Vincent; quattro vittorie che valsero a Vito il biglietto d’ingresso nella storia del Giro d’Italia. Un poker da favola, più il trionfo nella penultima tappa di Moena, che non evitarono il sesto posto in classifica generale, a 11’50” dalla maglia rosa Franco Balmamion, che non ottenne nessun successo di tappa. La regolarità di Balmamion contro l’irriverenza di Taccone. Irriverenza che nel ciclismo è spesso nemica della vittoria ma che porta alla conquista di un traguardo ben più ambito: l’affetto della folla.

Il popolo del Giro amava quel modo di correre di Taccone, il coraggio nell’attaccare continuamente quando la strada saliva e gli avversari iniziavano ad arrancare. Il Camoscio era l’idolo della gente, di quel popolo cresciuto anch’esso nella povertà. Vito divenne l’alfiere di una Marsica, povera ed impoverita, che con il ciclismo ottenne il proprio riscatto. Il sogno di un garzone in bicicletta divenuto campione si tramutò nel sogno dell’intero popolo marsicano.

I Marsi, popolo che deve il proprio nome a Marte, dio della guerra, erano famosi per le grandi doti in battaglia. Indole battagliera che scorreva, inevitabilmente, anche nelle vene di Vito Taccone. Un carattere, spesso fuori dagli schemi, che avvicinava il Camoscio d’Abruzzo alla gente, proprio per quella sua normalità e genuinità, tipica di chi è cresciuto nella fame e nella voglia di rivalsa. Lontano dai campioni “ostriche e champagne”, Vito incarnava perfettamente l’animo marsicano e la rivincita sociale di un popolo sottomesso ed umiliato nella povertà dell’immediato dopoguerra. Poco avvezzo alla giacca ed alla cravatta, l’abito che più si prestava a Taccone era quello in verde, come la maglia di miglior scalatore che conquistò per ben due volte al Giro d’Italia, oltre a vestire le insegne del primato dopo la vittoria nella prima tappa di Diano Marina dell’edizione del 1966.

Il Giro d’Italia fa spesso tappa in Abruzzo nel ricordo dello scalatore marsicano, uno di quelli che ha impreziosito la Corsa Rosa, giunta quest’anno all’edizione numero 101. Una storia fatta di uomini ed eroi. Eroi del popolo che saranno ricordati al di là delle vittorie ottenute. Perché l’amore della gente può valere di più di una maglia rosa.

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QUANDO IL GIRO DI LOMBARDIA SI TINSE DI CELESTINO

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La vittoria di Mirko Celestino – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Mirko Celestino ricorderà a lungo quel Giro di Lombardia del 1999. In una carriera che ha visto il corridore ligure di Albenga, classe 1974, diventare, da under 23, campione europeo nel 1995 a Trutnov, in Repubblica Ceca, davanti a Romans Vainsteins e Giuliano Figueras, senza per altro poi confermare fino in fondo quelle che erano le attese sul suo conto per un percorso da professionista di livello, il 16 ottobre di quell’anno rimane il fiore all’occhiello.

Celestino ha debuttato tra i “grandi” del pedale nel 1996, in maglia Polti, agli ordini di quel Gianluigi Stanga che lo dirige da sempre, per attendere poi il 1998 per ottenere i primi successi, il Giro dell’Emila nella magnifica cornice della Madonna di San Luca ed il Regio Tour, con il corollario della seconda tappa in linea. Ma nientedipiù. L’anno in corso, 1999, è però di svolta nella carriera di Mirko, che mette in bacheca la Coppa Placci e si aggiudica con un colpo di mano nel finale la HEW Cyclassics di Amburgo, corsa valida per il circuito di Coppa del Mondo. Così come, ovviamente, lo è il Giro di Lombardia.

Lungo i 262 chilometri che vanno da Varese a Bergamo, con asperità che rendono la “classica delle foglie morte” una delle cinque corse monumento del ciclismo moderno, ovvero Ghisallo, Colle Aperto, Selvino, Forcella di Bura e Berbenno, prima dell’ascesa finale verso Bergamo Alta, va in scena l’ultima recita stagionale dei mammasantissima del pedale. C’è Oscar Freire, sorprendente campione del mondo qualche settimana prima a Verona; ci sono Andrei Tchmil e Michael Boogerd che si giocano il successo finale in Coppa del Mondo; c’è Oscar Camenzind che è l’ultimo vincitore in ordine di tempo; e ci sono talenti in divenire come Paolo Bettini e Danilo Di Luca, trionfatori del Tour de France come Jan Ullrich, volti nobili di casa nostra come Andrea Tafi, Francesco Casagrande, Gilberto Simoni e Gianni Faresin, campioni olimpici in carica come Pascal Richard, “vecchi” marpioni sempre col colpo in canna come Rolf Sorensen o in perenne ricerca del successo di una vita come Dmitri Konyshev. Insomma, una lista di pretendenti al successo da leccarsi i baffi… e poi c’è Celestino, che gioca il ruolo di outsider.

La sfida si infiamma da subito, perchè il percorso è esigente e perchè la giornata, fredda e nuvolosa, inevitabilmente provoca selezione. Proprio Richard ci prova ai piedi della salita della Madonna del Ghisallo, lassù dove Coppi e Bartali hanno scritto la leggenda del ciclismo, ma il suo tentativo è destinato a morire quasi sul nascere, perchè il traguardo è troppo lontano e perchè dietro fa buona guardia la Rabobank, che lavora compatta per capitan Boogerd. E’ la volta di Tafi e Nardello, che ci provano sul Colle Brianza, a loro volta risucchiati dal gruppo, con la maglia arcobaleno di Freire che sul Selvino si invola in compagnia di Sergio Barbero.

Lo spagnolo guadagna un vantaggio massimo di 1’45” ai meno settanta, ma in discesa Barbero cade e si ritira e Freire, senza troppe energie e desolatamente solo a competere contro il gruppo, viene riassorbito, appagato di aver messo il mostra la sua bella casacca di campione del mondo. Si entra nel vivo, ed è Celestino a dar fuoco alle polveri, attaccando sul Berbenno e rimanendo solo al comando. Il ligure, che da anni abita proprio a Bergamo dove ha imparato il mestiere ed è diventato grande, chiama allo scoperto i favoriti alla vittoria, costretti a dar fondo alle riserve per non rimanere fuori dai giochi.

Ecco allora che Richard, sempre attivissimo, Camenzind, che insegue il bis, e Di Luca ed Eddy Mazzoleni in rappresentanza della “new generation” del ciclismo italiano, l’uno classe 1976, l’altro 1973, escono dal gruppo, tengono Celestino nel mirino a 30″ per poi agganciarlo quando mancano 28 chilometri allo striscione d’arrivo. Dietro rinviene anche Konyshev, autore di una mirabile azione solitaria, e sei atleti, seppur non distanti dal plotone principale che comprende Tchmil (che si consolerà a sera con la vittoria della classifica generale di Coppa del Mondo), Boogerd, Ullrich (attardato da un guaio meccanico) e Bettini, vanno a giocarsi la vittoria finale.

Sulla salita che porta a Bergamo Alta, esattamente laddove aveva inferto il colpo vincente dodici mesi prima, Camenzind piazza l’allungo. Ma stavolta non è quello risolutore. Mazzoleni e Di Luca tengono botta agganciandosi all’elvetico, Richard cede, Konyshev e Celestino, boccheggianti, si accodano in un secondo momento e parrebbe senza troppa più benzina da spendere nell’ultima volata.

Ed invece… invece Celestino sa che la curva che immette nel rettilineo d’arrivo spesso premia chi l’abborda in testa, e temerario qual è, con una “piega” da centauro, anticipa i compagni e tiene la posizione fin sotto lo striscione. Primo, come ad Amburgo ed unico a riuscirvi nell’anno in due gare di Coppa del Mondo, e con Di Luca che è secondo (avrà modo di rifarsi nel 2001) e Mazzoleni terzo, è proprio il caso di dire che è… Celestino il cielo del Giro di Lombardia 1999!

LEARCO GUERRA, LA LOCOMOTIVA UMANA CHE VINSE L’IRIDE AI MONDIALI DEL 1931

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Learco Guerra – da runveg.it

articolo di Nicola Pucci

Quando l’Unione Ciclistica Internazionale assegna a Copenaghen, per l’anno 1931, l’undicesima edizione dei campionati del mondo, decide anche, per la prima ed unica volta nella storia del pedale, di far svolgere le due prove previste, dilettanti e professionisti, contro le lancette del cronometro. Ed in questa specialità l’Italia, che detiene il titolo con Alfredo Binda che si è imposto a Liegi l’anno prima bissando il successo già colto al Nurburgring nel 1927 quando i professionisti furono ammessi a partecipare per la prima volta, ha un asso nella manica da giocarsi al tavolo dei pretendenti alla maglia iridata.

Learco Guerra, mantovano di San Nicolò Po, classe 1902, è giunto tardi al ciclismo che conta, solo 26enne nel 1928, ma in quasi quattro anni di attività ha recuperato il tempo perso figurando spesso tra i primi nelle classifiche delle corse di maggior prestigio. Certo, è l’epoca in cui proprio Binda spopola facendo man massa di vittorie, obbligando addirittura gli organizzatori del Giro d’Italia a pagarlo profumatamente per tenerlo fuori dall’edizione del 1930 vista la sua superiorità, ma Guerra è corridore tenace, fortissimo sul passo e dopo un paio di stagioni senza grosse soddisfazioni, in maglia Maino vince due tappe proprio al Giro del 1930 chiudendo in nona posizione ed è secondo al Tour de France qualche settimana dopo, battendo tutti a Dinan, Cannes e Grenoble per vedersi infine anticipare in classifica dal solo André Leducq, vestendo la maglia gialla per sette giorni. Nel frattempo vince davanti a Binda il primo di una serie di cinque campionati nazionali consecutivi, accendendo una rivalità destinata a fare epoca, e con il terzo posto a fine anno al Giro di Lombardia alle spalle di Michele Mara e dello stesso Binda e la piazza d’onore al Mondiale di Liegi si presenta ai nastri di partenza del nuovo anno, 1931, con l’ambizione di far saltare il banco.

Ad onore del vero Guerra è costretto ad incassare la delusione del Giro d’Italia, nonostante vinca quattro tappe e sia il primo corridore della storia ad indossare la maglia rosa: cade nel corso della nona tappa tra Montecatini e Genova ed è costretto al ritiro quando pareva ormai destinato alla vittoria finale. Alla Milano-Sanremo si inchina ancora una volta a Binda che lo batte in volata, si conferma campione italiano davanti a Fabio Battesini e proprio con il suo delfino, così come con Binda, compone il terzetto che a Copenaghen è chiamato ad onorare la maglia azzurra.

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Guerra in maglia iridata – da usv1919.it

In Danimarca si corre il 26 agosto, ed il percorso, lungo i suoi 172 chilometri (!!!), ad onor del vero non presenta difficoltà altimetriche. Tra i diciassette iscritti alla prova ci sono avversari di valore. Ad esempio il belga Gaston Rebry che a primavera ha trionfato per la prima volta alla Parigi-Roubaix (coglierà infine tre successi al “Velodromo“, oltre ad aggiudicarsi pure il Giro delle Fiandre nel 1934); l’altro fiammingo Maurice Dewaele che ha vinto il Tour del France del 1929 dopo esser salito sul podio nelle due edizioni precendenti, secondo nel 1927 e terzo nel 1928; il terzo belga della serie, Jules Van Hevel, ormai 36enne, ma che può vantare in bacheca le vittorie al Fiandre nel 1920 e alla Roubaix nel 1924; il francese Ferdinand Le Drogo che è stato due volte campione nazionale; l’altro transalpino Armand Blanchonnet che alle Olimpiadi di Parigi del 1924 vinse la prova individuale e quella a squadre; l’austriaco Max Bulla che al Tour de France ha corso da indipendente riuscendo tuttavia, primo e unico caso nella storia della Grande Boucle, a vestire le insegne del primato, cogliendo altresì tre successi parziali; infine il promettente svizzero Albert Buchi che è a sua volta campione nazionale, così come l’olandese Cesar Bogaert.

Si comincia poco dopo l’alba, e alle 7 è Rebry ad avviarsi per primo, con gli atleti distanziati di due minuti l’uno dall’altro. Battesini è il quinto a partire, a Guerra è toccato il numero dodici e Binda, in qualità di campione in carica, si mette in moto per ultimo, fasciato della maglia arcobaleno. Ed è proprio sul dualismo Guerra-Binda che sembra doversi risolvere la questione, esattamente come successo dodici mesi primo a Liegi.

In effetti i due campioni sembrano fatti apposta per l’essere l’uno l’alternativa all’altro. Tanto è abile nell’esercizio in solitario sul passo Learco, così è una spanna superiore a tutti in montagna Alfredo; indomabile e talvolta scomposto il mantovano, dotato di classe sopraffina ed elegante il varesino; usato a fini propagandistici da Mussolini Guerra, convinto antifascista Binda. Ma a Copenaghen l’allievo, che poi tanto allievo non è, supera il maestro e domina la concorrenza dall’alto di una superiorità disarmante.

Già al 54esimo chilometro, infatti, Guerra ha già risucchiato quattro avversari partiti prima di lui, transitando in 1h18′ con due minuti di vantaggio sul transalpino Le Drago, con Binda e Battesini attardati invece di ben oltre tre minuti. La pedalata della “locomotiva umana“, etichetta coniata dal direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo, è come sempre potente ed efficace, e la media di 41,538 km/h la dice lunga sul ritmo imposto alla gara dal campione italiano. Al km 98 il margine sugli inseguitori è immutato, seppur la media oraria, inevitabilmente con il passare dei chilometri e con l’aumentare della fatica, sia destinata a scendere. Si entra nell’ultimo settore di gara, e Guerra vola incontrastato verso il trionfo, a dispetto del vento contrario che rende la corsa durissima nella sua fase discendente verso il traguardo.

Battesini balza al secondo posto con un ritardo di oltre sei minuti al 139esimo km, Binda è terzo a 6’50” scavalcando i due francesi Le Drago e Blanchonnet, mentre Rebry, Dewaele e Van Hevel navigano nelle retrovie. Il finale, però, rivoluziona la classifica alle spalle dell’irraggiungibile Guerra. Binda, ormai vistosi battuto, si ferma in un casolare a bere una bevanda e chiude, anonimo, in sesta posizione con un pesante fardello di 8’42”. Blanchonnet scoppia e si ritira, Rebry taglia per primo il traguardo ma non va oltre il settimo posto, Battesini ferma il cronometro sul tempo di 4h59’40” e sembra certo di salire sul podio. Non è così, perché dopo che Bulla ha chiuso in quinta posiziona, prima è Le Drago a scavalcare l’azzurro chiudendo in 4h58’20”, poi è l’inatteso Buchi ad anticipare Battesini di 1’11”, facendolo scivolare in quarta posizione, privato di una medaglia che aveva a lungo sognato di far sua.

Ah già, quasi dimenticavamo: dopo aver raggiunto e sperato otto corridori partiti prima di lui, Learco Guerra taglia il traguardo con lo stupefacente tempo di 4h53’43”, alla media oraria di 35,137 km/h. La “locomotiva umana” ha viaggiato a velocità supersonica, proibita agli avversari, e a fine giornata, sbuffante ma felice, si veste dei colori dell’iride.

MONSERE’, LA MAGLIA IRIDATA PRELUDIO DI UN TRAGICO DESTINO

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Monseré campione del mondo – da cyclingtime.it

articolo di Nicola Pucci

Lo sport, e il ciclismo in questo caso specifico, ha chiesto sovente un tributo altissimo di sangue per elevare al rango di eroi leggendari atleti destinati comunque, a carriera conclusa, a meritarsi le stimmate di campione. Senza dover scomodare Coppi e Pantani, piuttosto che Casartelli e ultimo in ordine di tempo Michele Scarponi, viene a mente la tragica fatalità che ha privato il pedale del talento sconfinato di Jean-Pierre Monseré, a cui, come vedremo, è da aggiungere una coda tanto fatale e drammatica da consacrarlo quale campione più disgraziato della storia del ciclismo.

Monseré nasce a Roeselare, nelle Fiandre Occidentali, l’8 settembre 1948, epoca storica decisamente prolifica di prodigi in bicicletta. E non solo il “cannibale” Eddy Merckx. E che il ragazzo abbia talento cristallino è palese fin dal nascere della sua attività su due ruote, veloce allo sprint, abile nei colpi di mano, scintillante su muri e rampe, tosto quanto basta anche in salite non troppo lunghe e pendenti. Insomma, il prototipo del corridore fiammingo in grado di primeggiare su ogni terreno.

E che Monseré sia forte, addirittura fortissimo, gli addetti ai lavori se ne rendono conto fin dai primi passi tra i dilettanti, tra i quali il giovanotto colleziona un successo dopo l’altro, terminando altresì secondo ai Mondiali di Brno del 1969, ad agosto, quando solo il danese Leif Mortensen riesce a batterlo riportando in patria un titolo che mancava dal 1931, quando ad imporsi fu Henry Hansen.

Appena 21enne Monseré, che ha preso parte alla prova su strada alle Olimpiadi di Città del Messico terminando sesto nella gara vinta da Pierfranco Vianelli davanti all’immancabile Mortensen, si guadagna l’interessamento e la stima di Alberic Schotte, ex-campione del mondo nel 1948 e nel 1950, che dirige la Flandria che ha in Walter Godefroot, Eric Leman e Roger De Vlaeminck campioni già affermati. Jean-Pierre passa professionista già con grandi aspettative e non tarda ad incamerare il primo successo di una carriera tra i “grandi” che si annuncia luminosa. L’11 ottobre 1969, sotto un bel sole autunnale, si corre il Giro di Lombardia, e dopo un tentativo iniziale del portoghese Agostinho, sono Gianni Motta e Michele Dancelli ad incendiare la corsa con un attacco a lunga gittata. I due temerari, inzialmente accompagnati dal belga Huysmans che è il primo a cedere, resistono fino al colle di San Fermo della Battaglia, quando il loro tentativo si esaurisce e nove contrattaccanti si presentano allo Stadio Sinigaglia a Como a giocarsi la vittoria. Franco Bitossi entra per primo in pista ma è infine l’olandese Gerben Karstens a tagliare il traguardo a braccia alzate davanti a Monseré. Trovato positivo qualche giorno dopo, al neerlandese viene tolta la vittoria, che va invece a impreziosire il giovane palmares di Monseré.

Il dado è tratto. Monseré entra nel ciclismo che conta dalla porta principale, subito legittimando le aspettative riposte sulle sue enormi potenzialità e l’anno successivo, 1970, il fiammingo si conferma ad altissimi livelli. Se alla Milano-Sanremo è solo 22esimo, conquista invece un promettente sesto posto al Giro delle Fiandre vinto dal compagno di casacca Leman, per poi piazzarsi in decima posizione alla Parigi-Roubaix, in cui gli stessi De Vlaeminck e Leman chiudono alle spalle di Merckx, figurando in ottava posizione sia alla Gand-Wevelgem che alla Freccia Vallone. Vince diciannove corse, tra cui due tappe alla Vuelta Andalusia e una al Giro del Lussemburgo, è terzo ai campionati nazionali su strada alle spalle di Merckx e Van Springel, e il 16 agosto è convocato per i Mondiali che nel 1970 trovano ospitalità al Mallory Park di Leicester, in Inghilterra.

In Gran Bretagna Monseré è ovviamente al servizio di sua maestà Eddy Merckx, iridato nel 1967 ma poi battuto, senza attenuanti, dalla cavalcata trionfale di Vittorio Adorni l’anno dopo a Imola e dall’inatteso olandese Ottenbros a casa sua, a Zolder, nel 1969. E il “cannibale“, che in stagione ha fatto suoi Parigi-Roubaix, Giro e Tour, sembra non voler lasciare nulla di intentato per tornare a vestire la maglia arcobaleno. Manda Monseré a tenere a bada il quartetto di azzurri che anima la corsa fin dal 100esimo chilometro, ovvero Gimondi, Motta, Dancelli e Santambrogio, ricuce lui stesso lo strappo a meno 50 dal traguardo ma all’atto di risolvere la vicenda a suo favore, Eddy viene a mancare. Nei chilometri finali restano davanti l’attentissimo Monseré, i due francese Vasseur e Rouxel, il beniamino locale Les West, proprio Gimondi e  quel Leif Mortensen che tra i dilettanti anticipò Jean-Pierre. Felice ci prova ai 500 metri ma esausto per gli sforzi profusi in una lunga giornata alla garibaldina viene saltato dalla stoccata vincente di Monseré che va a cogliere la vittoria davanti allo stesso Mortensen, secondo a 2″, vendicando con gli interessi la delusione di Brno dell’anno prima. Terzo, e con il volto rigato non solo dalla fatica ma anche dal disappunto, un impagabile e generosissimo Gimondi.

Con ancora 22 anni da compiere, Monseré, Jempi per gli amici, è già sul tetto del mondo, bello, estroso, simpatico e vincente tanto da farne il candidato più autorevole al ruolo di anti-Merckx. E dire che i rivali di classe non mancano di certo. Pure felicemente sposato con Annie, padre del piccolo Giovanni, a Jean-Pierre la vita pare un lusso e lo sport una meravigliosa componente… ma il destino, bastardo come solo lui sa essere, è maledettamente in agguato.

In effetti Monseré comincia la stagione 1971 esattamente come aveva terminato la precedente, ovvero vincendo, ad esempio quella Vuelta Andalusia che se l’anno prima l’aveva visto primattore in due frazioni, stavolta, oltre ai traguardi parziali di Cordoba e Jerez de la Frontera, lo vede trionfare nella classifica generale, con il collega di squadra De Vlaeminck in terza posizione. Il campione del mondo è l’emblema perfetto del corridore universale, in grado di vincere una gara facile ma tatticamente complessa come la Milano-Sanremo, di dominare sui muri e il pave delle Fiandre e della Roubaix, così come sulle Cotes delle Ardenne, per poi presentarsi nei panni di pretendente autorevole anche al Mondiale e in una corsa esigente come il Lombardia. Insomma, per l’anno in corso Monseré può essere l’alternativa a Merckx, ovunque, e il confronto si annuncia memorabile.

Sono gli anni, in verità, in cui i campioni non centellinano le energie dirottandosi solo sui grandi appuntamenti, bensì, soprattutto se belgi, sono impegnati quasi quotidianamente nelle tante kermesse che aiutano a far salvadanaio ed allenare la gamba. Soprattutto se si indossa la maglia con i colori dell’arcobaleno. E Monseré non si sottrae certo al suo nuovo status di campione. Il 15 marzo, pertanto, il fiammingo si presenta al via di un circuito locale, il Gran Premio Retie, utile sgambatura in preparazione del primo grande obiettivo stagionale, la Milano-Sanremo, la corsa dei suoi sogni, programmata per quattro giorni dopo (la vincerà Merckx, quarta della serie). Ed invece, a quell’appuntamento, Monserè non arriverà mai.

Jean-Pierre, che è campione a tutto tondo, tanto da voler onorare fino in fondo la maglia che indossa pur in una competizione di nessuna rilevanza, comanda la corsa e qui, voltandosi indietro nel controllare chi lo insegue, cambia traiettoria spostandosi verso il lato sinistro della strada. In quel mentre, inopportunamente, sulla Nazionale 140 nei pressi di Anversa, tra il villaggio di Sint-Pieters Lille e quello di Gierle, sopraggiunge in senso contrario un’auto, ignara del blocco imposto dagli addetti alla sicurezza: alla guida Josephine Van Rooy-Lammens, che invece di accodarsi alle macchine ferme, esce dalla fila. L’impatto tra Monseré e la vettura è violentissimo, il corridore batte la testa e muore sul colpo, sotto gli occhi dell’amico De Vlaeminck che tenta un inutile soccorso, e con lui si spenge l’illusione di aver trovato il volto nuovo del ciclismo moderno.

Qualche anno dopo la cattiva sorte, assetata di vite umane, nel luglio del 1976 si prenderà anche il piccolo Giovanni di soli 7 anni, che troverà la morte mentre scorrazzava con la piccola bici regalatagli per la sua prima comunione da Freddy Maertens (grande amico di Jean-Pierre) per le strade di Rumbeke. E così, per un tragico scherzo del destino, Monseré padre e figlio si ritrovano in cielo, a pedalare tra gli angeli… perché è quello il posto che spetta a chi è stato strappato troppo presto alla vita.

 

 

 

GIOVANNETTI E LA VUELTA CHE NESSUNO SI ASPETTAVA NEL 1990

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Giovannetti in maglia amarillo alle spalle di Indurain – da museodelmaillot.com

articolo di Nicola Pucci

Quando si presenta ai nastri di partenza della Vuelta 1990, Marco Giovannetti altri non è che il vincitore della cronometro a squadre – sui 100 km – alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, associato a Marcello Bartalini, Eros Poli e Claudio Vandelli.

Da quei giorni illuminati di gloria a cinque cerchi il gigante milanese, classe 1962, è passato professionista con la casacca dell’Ariostea nel 1985 e nel 1987 ha colto a Tasch al Giro di Svizzera e in due prove del Trofeo dello Scalatore le uniche vittorie in carriera. Certo, ha pure evidenziato buone doti non solo di  passista, ma pure di scalatore, a dispetto della stazza, se è vero che nei quattro anni precedenti, dopo il 14esimo posto al debutto proprio nel 1985, ha chiuso per quattro volte consecutive nei primi dieci della classifica generale del Giro d’Italia, sesto nel 1987 e nel 1988 e ottavo nel 1986 e nel 1989, ma da qui a farne un pretendente autorevole all’ultima maglia “amarillo” di Madrid ne deve scorrere di acqua sotto i ponti…

L’edizione 1990 della Vuelta va in scena dal 24 aprile, con partenza programmata da Benicasim, al 15 maggio, quando appunto i sopravvissuti taglieranno l’ultimo traguardo nella capitale spagnola, a termine di 3.711 chilometri di fatica. C’è un grande favorito, e risponde al nome di Pedro Delgado, campione in carica e vincitore anche nel 1985, che potrebbe essere il primo ad imporsi tre volte nella storia della principale corsa a tappe iberica. “Perico” capeggia la corazzata Banesto, che ha tra le sue file un giovanotto di sicuro avvenire, tale Miguel Indurain, cui spetteranno compiti di luogotenenza, ed avrà come principali avversari un paio di illustri connazionali, quali Alvaro Pino e Anselmo Fuerte, piuttosto che il veterano Marino Lejarreta e Federico Echave, ed una nutrita schiera di ciclisti venuti da lontano. Ad esempio il talentuoso francese Jean-François Bernard, che vuol ripetere i fasti che lo videro sul podio al Tour de France del 1987, terzo; lo svizzero Tony Rominger, che dopo aver sbancato il Lombardia ed essersi imposto sulle strade della Tirreno-Adriatico qualche settimana prima, vuol testarsi in una corsa a tappe di tre settimane; soprattutto i colombiani Parra, Vargas ed Herrera, i primi due delfini sul podio di Delgado l’anno primo, il terzo campione nel 1987. Ci sarebbe anche Giuseppe Saronni, in seno alla Diana-Colnago, ma ormai il buon Beppe ha imboccato da tempo il viale del tramonto e l’unico obiettivo praticabile, seppur senza farsi troppe illusioni ad onor del vero, è quello di qualche successo parziale.

Ruiz Cabestany, uno che con le lancette del cronometro ha eccellente dimestichezza ed è intruppato in quella Once che ha in Fuerte e Lajerreta gli altri due capitani, vince il prologo d’apertura vestendo la prima maglia di leader, ma già la prima semitappa del secondo giorno scombussola i piani della squadre più accreditate, con la fuga a tre che vede vincitore Cuadrado davanti al polacco Kulas e all’ucraino Klimov, che diventa capoclasifica con un vantaggio considerevole di 8 minuti, liberando le formazioni che puntano al successo finale dell’ingombro di controllare la corsa. Almeno fino alla quarta tappa quando, dopo i successi parziali della Lotus nella cronometro a squadre e di Silvio Martinello ed Erwin Nijboer a Murcia ed Almeria, l’arrivo in quota a Sierra Nevada chiama i campioni al primo scontro diretto. Vince il francese Patrice Esnault al termine di una fuga nata in partenza, ma non conta per la generale; i colombiani scatenano la bagarre ma se sono Farfan e Jaramillo ad occupare le prime posizioni e Klimov perde inevitabilmente buona parte del vantaggio accumulato, Herrera e Parra non riescono a staccare Delgado e Fuerte, con Julian Gorospe che il giorno dopo entra nell’attacco che gli consente di guadagnare quanto basta per impossessarsi dell’insegne del primato.

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Marco Giovannetti – da pinterest.com

E chi c’è insieme all’iberico, tra Loja e Ubrique? Proprio Marco Giovannetti, che veste la maglia di una squadra di casa, la Seur, che scala posizioni in classifica e si prepara a piazzare un colpo inatteso, confidando in una regolarità di rendimento destinata a dare frutti copiosi. A San Isidro, infatti, Gorospe va in crisi e perde la maglia, che cambia padrone e va a depositarsi sulle spalle poderose del milanese, abile il giorno dopo a difendersi dagli attacchi dei colombiani che nell’arrivo in quota al Alto del Naranco si impongono con Alberto Camargo. Delgado e Fuerte provano ad attaccare il corridore milanese, ma Giovannetti è duro a morire e con l’entusiasmo prodotto dal primo posto in classifica moltiplica le forze e regge l’urto. Bernard vince la cronoscalata di Valdezcaray ma i migliori si equivalgono, si vira verso i Pirenei e le due tappe di Jaca ed Estacion de Cerler, appannaggio di Echave e Farfan, non mutano volto alla classifica con Delgado che recupera qualcosa grazie anche all’aiuto di uno scatenato Indurain che comincia a illustrare doti non comuni, ma non abbastanza per scalzare Giovannetti dalla vetta.

Manca un solo tassello all’apoteosi trionfale, ovvero la cronometro di Saragozza, 39 chilometri che sorridono al capitano della Seur. Vince Cabestany, che lascia Delgado a 36 secondi risalendo in seconda posizione della classifica generale a soli 24″ dal leader italiano, Giovannetti limita i danni ad 1’08” approfittando di un esercizio, la cronometro, a lui congeniale e a sera mette in cassaforte il successo alla Vuelta, resistendo con qualche affanno il giorno dopo, lungo le rampe del Navacerrada, agli ultimi, disperati tentativi di Delgado di sovvertire la graduatoria nella tappa che si conclude a Palazuelos del Eresma, nei pressi della sua Segovia. Cabestany, forse affaticato, non regge il ritmo e scivola al quarto posto, addirittura giù dal podio.

Madrid, il 15 maggio, accoglie Marco Giovannetti nella passarella finale che certifica la superiorità del tedesco Uwe Raab allo sprint: il milanese diventa il quarto italiano a vincere la Vuelta, dopo Angelo Conterno nel 1956, Felice Gimondi nel 1968 e Giovanni Battaglin nel 1981. Delgado lo accompagna sul podio, secondo a 1’28”, mentre Fuerte completa la triade di campioni, con un disavanzo di 1’48”. Non appagato, Giovannetti sarà terzo al Giro d’Italia di lì a qualche settimana ancora… l’avresti detto mai?

CINO CINELLI, IL RE DI LOMBARDIA E SANREMO CHE DIVENNE COSTRUTTORE

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Cino Cinelli vince la Milano-Sanremo 1943 – da valdelsasportiva.it

articolo di Nicola Pucci

Pensate voi cosa dovesse significare guadagnarsi la pagnotta e magari anche qualche trofeo importante negli anni compressi dalla Seconda Guerra Mondiale e con avversari del calibro di un Gino Bartali già affermato e di un Fausto Coppi in rampa di lancio.

Cino Cinelli, ad esempio, che nasce il 9 febbraio 1916 nelle campagne attorno a Firenze, esattamente a Montespertoli, settimo di una nidiata di dieci fratelli. Il padre, piccolo proprietario terriero che fatica a sfamare le bocche che ha messo al mondo, intrattiene rapporti con i fascisti al potere così come con i comunisti condannati ad un’opposizione fuorilegge, e la cosa, oltremodo imbarazzante se non pericolosa, costringe la numerosa famiglia a continui spostamenti, seppur sempre nella zone alle porte del capoluogo toscano, e per il piccolo Cino l’adolescenza ha i tratti della turbolenza.

Il ragazzo scopre la bicicletta in età infantile, quando con i due fratelli maggiori Gino ed Arrigo deve macinare chilometri per andare a scuola a Firenze, e la loro natura competitiva trasforma sovente la quotidiana routine su due ruote in vere e proprie sfide all’ultimo colpo di pedale. Con qualche pugno, talvolta, a definire la tenzone familiare. Gino e Arrigo rivelano buone doti, e, a dispetto della resistenza del padre, cominciano a gareggiare a livello locale, al punto che il giovane Cino racconterà con orgoglio il giorno in cui fu testimone del primo successo di Gino.

Ispirato dai fratelli il minore dei tre Cinelli vorrebbe a sua volta correre in bicicletta, ma la realtà racconta di un padre che si oppone, che in difficoltà economica obbliga Cino a lasciare la scuola per trovare, 14enne, un impiego come aiutante di un medico, non proprio disposto ad “ospitare” nel suo studio un aspirante ciclista. Metteteci poi un fisico non troppo robusto e resistente, ed è pure ovvio che l’attività agonistica gli sia inizialmente preclusa.

La fortuna, si sa, aiuta gli audaci. Almeno così direbbe il proverbio. Ed ecco che Cino, un bel giorno, alla guida di una bicicletta un po’ troppo grande per lui, carambola contro un automobile in una strada di campagna, ad onor del vero fatto insolito per quei tempi. Prontamente rimessosi in piedi, senza danni ma temendo l’ira dell’uomo al volante, si imbatte invece in un conducente gentiluomo, che non solo lo consiglia come riparare la bicicletta e di prestare maggior attenzione in futuro, ma gli elargisce pure qualche generosa banconota. Il dado è tratto, Cino può comprarsi la bicicletta da corsa che ha sempre sognato e la sua avventura di ciclista vincente nasce quel giorno.

Lascia il lavoro presso lo studio medico per impegnarsi con un editore, che ne forgia la passione per la lettura e ne asseconda l’inclinazione sportiva, lasciandogli il tempo necessario per allenarsi. Debutta tra gli amatori e nel 1931 si toglie lo sfizio di anticipare per il secondo posto di una gara locale un fiorentinaccio dal naso irregolare e il temperamento gagliardo, un tale Gino Bartali. Non sarà l’ultima volta che riuscirà nell’impresa.

Negli anni successivi Cino riesce a sposare efficacemente l’impiego con la casa editrice con l’attività di ciclista amatore, fino al 1937 quando, ormai 21enne, la vita, sotto forma di una nuova direzione dell’azienda, lo mette davanti ad un bivio: o il lavoro o lo sport. Avrebbe dovuto optare per una professione in un momento in cui l’economia stentava, oppure diventare professionista senza la certezza di avere un futuro da ciclista, privo di sponsor e con i soli premi come eventuale fonte di guadagno. Ma Cino confida nel sostegno del fratello Gino e nelle sue capacità atletiche, ed ancora una volta la fortuna è dalla sua parte: lascia il lavoro e da individuale vince subito due corse, la Coppa Andrea Boero e il Circuito dell’Appennino.

Nel 1938 viene assoldato dalla Frejus, debuttando sulle strade del Giro d’Italia che lo vedono trionfare nelle tappe con arrivo a Roma (davanti ai compagno di squadra Olimpio Bizzi) e Ravenna (battendo Raffaele Di Paco), per concludere in una onorevolissima 12esima posizione.

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Cino Cinelli – da icon.panorama.it

Il ragazzo ci sa fare, decisamente. Veloce allo sprint, abile passista, se la cava anche quando la strada si impenna sotto le ruote, e per dimostrarlo sceglie l’appuntamento più prestigioso, il Giro di Lombardia del 1938. Qui ritrova l’amico/rivale da lui battuto in età adolescenziale, Gino Bartali, di due anni più anziano, che nel frattempo è già diventato una stella di prima grandezza, vincendo due Giri d’Italia e vestendo qualche mese prima l’ultima maglia gialla del Tour de France. Il 23 ottobre, lungo i 232 chilometri che vanno da Milano a… Milano, sotto il cielo grigio, “Ginettaccio” è il grande favorito, già primo nel 1936, terzo nel 1935 e secondo nel 1937, ma Cinelli è più sveglio, non lascia la sua ruota e infine sul traguardo del “Vigorelli” lo brucia di un soffio cogliendo una vittoria che lo eleva al rango di campione.

La scommessa di Cino è vinta. Il ciclismo diventa il suo pane, la Bianchi non se lo lascia sfuggire e seppur in concomitanza con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, Cinelli mette in bacheca un discreto numero di successi di prestigio. Come ad esempio il Giro di Campania del 1939, ancora battendo Bartali, o la tappa di Pisa al Giro d’Italia dello stesso anno, concluso in 9a posizione a 26’10” da Giovanni Valetti, vestendo pure la maglia rosa per sette giorni, oppure ancora la Tre Valli Varesine del 1940 quando costringe Fausto Coppi al terzo posto, e il Giro del Piemonte, sempre del 1940, quando ad arrendersi è Aldo Bini.

Ma se c’è una corsa che più di ogni altra certifica la classe di Cino Cinelli nel condurre una bicicletta e nel forzare sui pedali, quella è senza dubbio, per stessa ammissione del diretto interessato, la Milano-Sanremo del 1943. Il 19 marzo il tempo è più che buono e la temperatura accettabile quando alle otto e un quarto le autorità meneghine danno il via ai cinquantacinque partenti. Al seguito della corsa c’è solamente un ristrettissimo numero di vetture, perchè son tempi di guerra e il ciclismo non è proprio una priorità. Ma si corre e gli atleti si danno battaglia, con la selezione che lungo i 281,5 chilometri e le 8 ore di fatica si ha nella zona dei Capi. Qui i più freschi tentano di sparare le loro ultime cartucce, ma ormai tutti hanno capito che si va verso uno sprint di gruppo. Una ventina di corridori si attrezzano, infatti, per arrivare nelle migliori condizioni possibili sotto lo striscione d’arrivo. Diventa allora determinante il gioco di squadra. La Bianchi non chiede di meglio che prendere in mano le operazioni, ma anche la Legnano è ottimamente rappresentata con Favalli, Ricci e Bartali. L’uomo più temuto è il velocista Quirino Toccaceli che corre per il giovane gruppo della Olmo, trovandosi però senza compagni di squadra. Ad un paio di chilometri dal traguardo, Fiorenzo Magni, Leoni e Servadei si sacrificano per la causa bianco-celeste e tirano magistralmente la volata per Cinelli che non si lascia sfuggire l’occasione mettendo la sua ruota davanti a tutti.

E’ l’apoteosi per Cino, la guerra però impone il suo tributo fermando i giochi sul più bello e la carriera del ragazzo di Montespertoli si chiude praticamente qui. Pur non ancora 30enne, Cinelli decide che è il caso di mettere a frutto le conoscenze acquisite in materia di componenti per bicicletta, dismettendo le vesti del corridore per assumere quelle prima di ideatore, poi di imprenditore di se stesso, dando il proprio nome a tondini in acciaio e barre e stringendo una proficua collaborazione con Tullio Campagnolo. Per poi costruire a sua volta biciclette. Diventando pure il primo presidente dell’Associazioni dei Corridori, da lui stesso fondata. Un vincente, insomma, così come vincente è stato sotto i traguardi di Lombardia e Sanremo.

1994, LA ROSA COLTA DA EVGENIJ BERZIN IN VETTA AL GIRO D’ITALIA

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Berzin e Indurain al Giro d’Italia 1994 – da anniversary.campagnolo.com

articolo di Emiliano Morozzi

Molti lettori leggendo del Giro d’Italia 1994 ripenseranno alle mirabolanti imprese in salita di Marco Pantani, alla tappa del Mortirolo, forse la più spettacolare degli ultimi trent’anni, ma dopo tre settimane di emozioni, la gloria del vincitore non toccò al ciclista di Cesenatico ma ad un altro giovane venuto dall’Est, meno pirotecnico in corsa ma dotato di un talento naturale: il russo Evgenij Berzin.

Campione del mondo d’inseguimento nella categoria dilettanti, il giovane atleta arrivato in Italia pochi anni prima si presenta alla partenza del Giro 1994 al fianco di campioni come Argentin e Ugrumov nella fortissima Gewiss e con due corse importanti in bacheca: il Giro dell’Appennino e soprattutto la Liegi-Bastogne-Liegi. Ai nastri di partenza ci sono i migliori corridori del momento: il campione in carica Indurain, che punta alla terza doppietta Giro-Tour, e i suoi eterni rivali Bugno e Chiappucci, che vogliono provare per l’ennesima volta a impensierire il navarro.

Il pronostico pende come non mai dalla parte di Indurain: i suoi antagonisti l’anno precedente sono apparsi piuttosto appannati sulle strade del Giro e del Tour, e il percorso sembra fatto apposta per esaltare le doti dello spagnolo: una lunga cronometro per mettere terreno fra sè e gli avversari, prima di quattro tappe di montagna molto dure ma sulle quali Indurain può difendere il vantaggio accumulato nella sfida contro il tempo.

Si parte da Bologna e subito arriva la prima sorpresa: dopo una prima semitappa per velocisti, nel breve cronoprologo a spuntarla è il francese De Las Cuevas, che precede di due secondi il russo Berzin e di cinque Indurain. Il primo momento chiave del Giro 1994 è alla quarta tappa con l’arrivo in salita a Campitello Matese: ci si attende un arrivo di un gruppo ristretto, ma il russo Berzin anticipa tutti e con uno scatto imperioso fa il vuoto. Indurain non reagisce e si limita a controllare gli avversari di sempre, gli altri vanno su con il proprio passo e il russo non solo vince la tappa, ma conquista pure la rosa mettendo quasi un minuto tra sè e i suoi avversari.

Il russo mantiene la maglia con l’aiuto della squadra e di un percorso che non facilita le imboscate, e all’ottava tappa, la cronometro di Follonica, lascia ancora una volta tutti a bocca aperta: in 44 chilometri di percorso, rifila distacchi molto pesanti agli avversari: 1’16” a De Las Cuevas, 1’41” a un discreto Bugno e addirittura 2’34” allo specialista Indurain.

Berzin con due colpi di mano passa dal ruolo di comprimario a quello di protagonista del Giro d’Italia, bastonando sul suo terreno nientemeno che sua maestà Indurain, padrone assoluto dei precedenti due Giri d’Italia e tre Tour de France. Le montagne aspettano con trepidazione l’arrivo della carovana, ma il primo tappone alpino è una delusione: Bugno rimane sempre a ruota, Chiappucci non ha più la gamba dei giorni migliori, Indurain è forte anche in salita ma non accenna uno scatto. Stalle, Furcia, Erbe, Eores passano senza emozioni, e solo all’ultimo chilometro del Passo del Giovo uno sconosciuto scalatore romagnolo, distante in classifica più di sei minuti, accende la miccia: tutti pensano che il suo sia uno scattino per prendere punti del Gpm, ed invece l’attacco continua anche in discesa e lo porta al suo primo successo al Giro d’Italia, la prima vittoria di Marco Pantani.

Sulle pagine della Gazzetta dello Sport il corridore di Cesenatico si lamenta che gli altri portino Berzin in carrozza a Milano e in vista di un altro terribile tappone, medita dove attaccare per far saltare il banco. La miccia stavolta viene accesa sul terribile Mortirolo, la salita più dura di quel Giro, e lo scatto arriva già dalle prime rampe. Nessuno lo segue, tranne Berzin, ma la maglia rosa, dopo qualche pedalata con Pantani, si pianta di brutto. Indurain va su del suo passo e recupera piano piano lo svantaggio riprendendo in discesa lo scalatore romagnolo, Berzin invece fiaccato dallo sforzo patisce terribilmente le rampe del Mortirolo e in cima accusa un ritardo di 1’31”, staccato anche da Indurain. Sul Santa Cristina arrivano altri scossoni: Indurain va in crisi e viene staccato da Pantani, Berzin cerca di contenere il distacco dall’indiavolato romagnolo e conserva la maglia rosa per poco più di un minuto.

Mentre i tifosi italiani osannano Pantani, il Giro d’Italia è sempre più nelle mani di Berzin: c’è la cronoscalata del Passo del Bocco, ma i primi quindici chilometri sono di pianura e in quel tratto di strada Berzin costruisce il suo successo, vincendo la tappa e rifilando altri venti secondo a Indurain e un minuto e mezzo a Pantani. Terreno per attaccare ci sarebbe e Pantani medita di far saltare il banco nel primo tappone alpino: il romagnolo parte in solitaria sul Colle dell’Agnello e si fa da solo anche l’Izoard, ma Berzin mette alla frusta la squadra e recupera il terreno perduto sulle più dolci pendenze del Lautaret, arrivando insieme ai suoi avversari in cima all’arrivo di Les Deux Alpes. C’è ancora un’altra tappa di montagna, ma le energie di tutti sono ormai al lumicino e i migliori arrivano tutti insieme. Per la prima volta il Giro d’Italia parla russo, per la prima, ultima e unica volta, Berzin conquista una grande corsa a tappe.

MARIA CANINS, LA SIGNORA IN GIALLO DEL CICLISMO ITALIANO

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Maria Canins in maglia gialla – da ciclismo.it

articolo di Nicola Pucci

Dallo sci di fondo, che gli ha regalato la bellezza di quindici titoli italiani, un successo nella prestigiosa Vasaloppet e dieci vittore consecutive all’altrettanto leggendaria Marcialonga, ai trionfi sulle strade del Tour de France, che l’incoronarono regina nel 1985 e nel 1986. Amici appassionati del ciclismo, ecco a voi Maria Canins, la signora in giallo del pedale tricolore.

La “mammina volante della Val Badia“, così chiamata per i natali avuti a La Villa, il 4 giugno 1949, dopo i trascorsi alpini, inevitabili vista la nascita dolomitica, scopre le due ruote, agonisticamente parlando, a 33 anni, quando è già moglie e madre di Concetta, affermandosi fin da subito come scalatrice di livello mondiale e passista altrettanto abile, a dispetto invece di un modesto spunto veloce. Nel 1982 debutta vincendo subito il titolo italiano su strada davanti a Francesca Galli, per poi conquistare la medaglia d’argento ai Mondiali di Goodwood, il giorno prima della “fucilata” di Beppe Saronni, battuta dalla britannica Mandy Jones che scappa in discesa e l’anticipa di 10″.

E’ solo l’inizio di una collezione importante di successi di spessore, ad esempio facendo sua la maglia tricolore altre cinque volte nella prova in linea e quattro nella prova a cronometro, per poi onorare la casacca azzurra in sede iridata quando sale sul terzo gradino del podio ad Altenrhein nel 1983 e a Chambery nel 1989, giungendo invece seconda nell’edizione casalinga del Montello nel 1985, battuta dall’altra grande interprete del ciclismo femminile degli anni Ottanta (e non solo, vista la longevità agonistica che l’ha vista primeggiare fino al nuovo Millennio), Jeannie Longo, con cui la Canins dà vita ad alcuni duelli di grande valenza tecnica.

Ma è nelle grandi corse a tappe che l’atleta della Val Badia ha modo di legittimare la sua superiorità, non solo sulla transalpina, vincendo l’edizione inaugurale del Giro d’Italia nel 1988 e giungendo poi seconda nel 1990, ormai 41enne, quando è costretta ad inchinarsi all’altra francese di classe mondiale, Catherine Marsal. La Corsa Rosa, ad onor del vero, è solo la punta dell’iceberg di una carriera che la vede conquistare grandi gare come il Giro del Colorado nel 1984 e nel 1985 e il Giro di Norvegia nello stesso 1985, successo scandinavo bissato poi nel 1986.

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La Canins con Bernard Hinault al Tour de France 1985 – da telegramme.fr

Proprio il 1985 è l’anno di grazia di Maria Canins, che assurge a popolarità senza frontiere grazie al primo successo di una ciclista italiana al Tour de France, in una serie di cinque edizioni consecutive che vedono l’azzurra ingaggiare un duello rusticano con la Longo. Maria sbaraglia la concorrenza, dominando le cronometro di Reims e Saint-Nizier e facendo suoi gli arrivi in salita di Morzine, Lans en Vercors e Luz Ardiden, per chiudere in classifica generale con ben 22’11” sull’acerrima rivale, con Cecile Odin che è terza a 34’49”. L’anno dopo, 1986, il copione non cambia, la Canins si impone ancora una volta su cinque traguardi parziali, tra questi il prologo di Granville, a Luchon, Serre Chevalier, St.Etienne e sul Le Puy de Dome, lasciando stavolta la Longo a leccarsi le ferite con un passivo di 15’31” mentre l’americana Inga Thompson completa il podio con un ritardo di 22’09”. Il bis è servito e Maria, che porta a casa anche la maglia a pois di miglior scalatrice, diventa a tutti gli effetti “la signora in giallo” del ciclismo italiano.

Nei tre anni successivi la Longo aggiusta la mira, ovvero migliora in salita, e il rendimento della Canins è meno performante, ovvero perde un po’ di smalto sulle rampe alpine e pirenaiche, e il risultato si ribalta: la francese si impone alla Grande Boucle nel 1987 (tre vittorie per Maria che paga dazio nella cronometro di Morzine ed è seconda con un ritardo finale di 2’52”, consolandosi con la terza maglia a pois consecutiva), nel 1988 (vittorie per la Canins a Strasburgo e al Le Puy de Dome, per una piazza d’onore in classifica a 1’20” dalla francese, e quarta vittoria nella speciale graduatoria della montagna) e nel 1989 (prima volta all’asciutto, per un secondo posto stavolta a distanza di sicurezza, 8’44”).

E se in sede olimpica la Canins deve accontentarsi del quinto posto di Los Angeles nel 1984 (vittoria dell’americana Connie Carpenter) e di un anonimo 32esimo posto a Seul 1988 dove a trionfare è l’olandese Monique Knol, vestendo altresì quella maglia arcobaleno, sempre sfuggita nella prova individuale, nella gara a squadre nel 1988 a Renaix, in Belgio, quando con Monica Bandini, Roberta Bonanomi e quella Francesca Galli che ne aveva battezzato l’esordio nel 1982, superando l’Urss in un appassionante testa-a-testa, nondimeno può legittimamente aspirare a venir considerata la ciclista italiana più forte di sempre. E chi mai ha avuto l’onore di festeggiare sugli Champs-Élysées insieme a due leggende come Bernard Hinault e Greg Lemond? Roba da fuoriclasse, e Maria Canins lo è stata. Davvero.

1982-1988, IL SETTEBELLO DI KELLY ALLA PARIGI-NIZZA

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Sean Kelly in maglia bianca alla Parigi-Nizza – da chroniqueduvelo.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

Ancor prima di diventare quel meraviglioso interprete di classiche-monumento, dominatore per buona parte degli anni Ottanta e primi anni Novanta, con un palmares ricco tanto da poter vantare due Milano-Sanremo (1986 e beffando Argentin nel 1992), due Parigi-Roubaix (1984 e 1986), due Liegi-Bastogne-Liegi (1984 e 1989) e tre Giri di Lombardia (1983, 1985 e 1991), a cui aggiungere una Vuelta nel 1988 e seppur respinto sempre dal campionato del mondo che mai lo ha visto vestirsi della maglia iridata, Sean Kelly ha guadagnato gloria ciclistica eleggendo le strade della Parigi-Nizza quale suo territorio di caccia preferito. Vedere per credere.

Irlandese di Waterford, classe 1956, Kelly debutta nel professionismo nel 1977, lanciato da Jean de Gribaldy, gran scopritore di talenti, che vede in lui un futuro campione. Ma se le prime stagioni non rispondono appieno alle attese su di lui riposte, ad eccezione di un quarto posto alla Vuelta del 1980, a soli 31″ dal terzo gradino del podio occupato dal belga Claude Criquielion, nel 1982 Kelly, essenzialmente etichettato come velocista-passista, sboccia infine ad altissimi livelli. E lo fa proprio imponendosi alla Parigi-Nizza. Sarà solo l’inizio di una lunga e fortunata storia d’amore, durata sette anni.

1982. L’edizione numero 40 della corsa che dalla capitale porta in Costa Azzurra va in scena dall’11 al 18 marzo, orfana del suo storico organizzatore Jean Leulliot, deceduto qualche settimana prima e sostituito al comando della corsa dalla figlia Josette, supportata da André Hardy. Kelly, che vanta già quattro vittorie parziali al Tour de France e ben sette alla Vuelta, veste la casacca della Sem-France Loire, e dopo che l’olandese Bert Oosterbosch, uno che contro il tempo ci sa fare, si è imposto nel prologo di Luingne e Jean-François Chaurin, autore di una fuga in solitario di 156 km. che gli consente di lasciare il plotone a più di 6 minuti, lo ha rilevato al comando della corsa, l’irlandese vince a St.Etienne, battendo De Vlaeminck allo sprint e conquistando a sua volta la vetta dalla graduatoria, per poi consolidare il primato con il bis a La Seyne-sur-Mer, davanti a Duclos-Lassalle. Proprio il transalpino è il rivale più temibile nella lotta per la vittoria finale, a Mandelieu-la-Napoule scavalca Kelly per 4″ e costringe l’avversario alla rincorsa. Infine portata a termine vittoriosamente, con la volata sulla Promenade des Anglais a Nizza e con la decisiva cronoscalata conclusiva al Col d’Eze. Kelly trionfa con 40″ su Duclos-Lassalle e 1’12” sul belga Jean-Luc Vandenbroucke e per il pupillo di Jean de Gribaldy è infine il primo grande successo in carriera.

1983. Kelly, forte del successo dell’anno prima, è il logico favorito nella corsa ormai scelta definitivamente, in alternativa alla Tirreno-Adriatico, come probante banco di prova in vista della Milano-Sanremo. Eric Vanderaerden è il nuovo gioiello del ciclismo belga e dopo la vittoria nel prologo di Issy-les-Moulineaux veste la maglia bianca di leader prima di cedere il testimone a Joop Zoetemelk. Nel frattempo Kelly, che ha perso 48″ nel corso della prima tappa per colpa di una caduta, vince a Tournon e Miramas, per poi scalzare l’olandese dal primo posto a Mandelieu-la-Napoule. A Nizza Vanderaerden èancora il più veloce, ma come esattamente l’anno prima è il Col d’Eze a porre il sigillo sulla seconda vittoria dell’irlandese, che stavolta precede in classifica i due scudieri Jean-Marie Grezet, secondo a 1’03”, e Steven Rooks, terzo a 1’14”.

1984. Nel suo personale cammino verso lo status di fuoriclasse, Kelly, ora in maglia Skil-Reydel, ha chiuso l’anno con il successo al Giro di Lombardia, prima grande classica da aggiungere al suo palmares, e per la stagione a venire si trova a dover difendere il titolo dall’assalto di Bernard Hinault, che è in lizza con la dichiarata intenzione di voler far sua la corsa. Oosterbosch, Vandenbroucke e Jos Lammertink, che detengono il primato, sono comprimari destinati a venir deposti, ed è lo scozzese Robert Millar, che ha dimestichezza con le montagne, a guadagnare il comando della corsa in cima al Mont Ventoux, spianato da Eric Caritoux. La tappa tra Miramas e La Seyne-sur-Mer prevede la scalata del Col de l’Espigoulier:  a 40 km dall’arrivo i manifestanti bloccano la corsa e all’arrivo del plotone sbarrano la strada a Hinault che cade, si rialza e reagisce colpendo uno dei manifestanti con un pugno. Planckaert vince in volata davanti a Kelly, già vincitore a Bourbon-Lancy, che balza in testa alla classifica e allo stesso Hinault, Millar rimane attardato e il giorno dopo l’altro irlandese, Stephen Roche, precedendo gli stessi Hinault e Kelly di 23″ a Mandelieu-la-Napoule, si rifà sotto a soli 11″ dal connazionale. La corsa si decide nella scalata al Col d’Eze e qui Kelly, in ritardo di 10″ all’intermedio e sentendosi braccato, produce lo sforzo risolutivo che lo vede infine vincere la tappa con 1″ su Roche, completando il tris consecutivo. Hinault sale sul terzo gradino del podio finale con un ritardo di 1’46” e di lì a qualche giorno Kelly, in rampa di lancio, vincerà pure la sua prima Milano-Sanremo.

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Una vittoria di Sean Kelly – da pezcyclingnews.com

1985. La strada verso il poker consecutivo alla Parigi-Nizza, per Kelly, è disseminata di ostacoli, oltrechè dal maltempo che imperversa glaciale nei primi giorni. Quello più arduo da scavalcare è decisamente inatteso, perchè proposto dal francese Frederic Vichot, compagno di squadra alla Skil-Sem, che a Gréoux-les-Bains veste le insegne del primato. Sean non può attaccare e si limita a tenere le ruote dell’altro pretendente alla vittoria finale, pure quest’anno Stephen Roche, più autoritario di Laurent Fignon, altro big in corsa, definendo la contesa a due all’ultimo appuntamento, come da tradizione la scalata al Col d’Eze. Esattamente come l’anno prima 1″ divide i due irlandesi, ma se Roche vince la tappa, Kelly primeggia in classifica. E il poker è servito, seppur stavolta senza successi parziali.

1986. Kelly, in maglia Kas, ormai è uno dei big del gruppo (e lo sarà ancor più tra qualche settimana, dopo i successi alla Sanremo e a Roubaix), e dopo Hinault e Fignon si trova a dover stavolta fronteggiare la concorrenza di Greg Lemond, pronto a rilevare il testimone dal bretone. Ma l’irlandese è superiore di una spanna al lotto dei partecipanti, come ben si evidenzia fin dal prologo di Parigi che Kelly fa suo per la prima volta battendo due superspecialisti come Oosterbosch e l’ex-campione del mondo dell’inseguimento Alain Bondue. Kelly rinnova l’appuntamento con il successo a Le Rouret, sul Mont Ventoux cede 35″ all’elvetico Urs Zimmermann che lo segue in classifica, sul Mont Faron si difende ed infine al Col d’Eze piazza l’ultima zampata vincente che gli consente di realizzare il pokerissimo con un margine di 1’50” sullo stesso Zimmermann e 2’27” su Lemond.

1987. Probabilmente è l’edizione più emozionante nonchè più sofferta tra le sette portate vittoriosamente a termine da Kelly. Vandenbroucke vince il prologo, ma Roche, in quello che sarà il suo anno di grazia con Giro, Tour e Mondiale, prende la maglia di leader vincendo la cronosquadre con la sua Carrera Jeans. Fignon e Jean-François Bernard sono gli altri due autorevoli pretendenti al successo, e i quattro corridori librano un duello serrato. Kelly batte Roche in uno sprint a due sul Mont Ventoux, Stephen tiene la maglia per tre giorni prima dello stupefacente colpo di mano di Bernard sul Mont Faron. A St.Tropez è Fignon a imporsi in solitario, Bernard cede e Roche torna al comando. Sembra il colpo risolutivo, ma verso Nizza una foratura blocca l’irlandese, Fignon anticipa Kelly che ritrova il primato e sul Col d’Eze la vittoria parziale di Roche serve solo a mitigare la delusione per la vittoria sfumata. E siamo a sei.

1988. L’ultima perla alla Parigi-Nizza è altrettanto, se non più sofferta della precedente. Almeno per quel che riguarda il riscontro cronometrico. L’inglese Sean Yates vince la prima tappa a St.Etienne, frazione in linea che sostituisce il prologo, soppresso per le nuove normative UCI che impongono solo sei giorni di corsa, resistendo poi sul Mont Faron dove ad imporsi è l’americano Andrew Hampstean che qualche mese dopo sbancherà pure il Giro d’Italia nella bufera del Gavia. Kelly si deve accontentare di tre piazzamenti d’onore consecutivi, quello di St.Tropez gli vale il sorpasso in classifica, vestendo la maglia bianca di leader per poi respingere il tentativo di recupero di Ronan Pensec. Il Col d’Eze è testimone dell’ultima vittoria parziale di Kelly, 13esima totale, che batte proprio il francese di 2″ e cala il settebello. Pensec chiude secondo a 18″, lo spagnolo Julian Gorospe è terzo con un ritardo di 36″.

E questa adesso è storia del ciclismo. In attesa che qualcuno possa far meglio. Ma parrebbe da quei giorni ormai lontani impresa poco probabile, perchè di quel record di sette vittorie alla Parigi-Nizza il buon Kelly è proprio geloso.

LA SORPRESA ROGER PINGEON AL TOUR DE FRANCE 1967

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Roger Pingeon in maglia gialla al Tour de France 1967 – da lastampa.it

articolo di Nicola Pucci

Di Roger Pingeon si parla sempre molto poco. Lo abbiamo ricordato qualche mese fa, esattamente il 19 marzo, perchè Nostro Signore ha deciso che fosse giunto il  momento di chiamarlo a sè. Ma siamo in errore, e dobbiamo correre ai ripari, perchè stiamo pur sempre parlando di un corridore che fu capace di trionfare al Tour de France (1967), giungendo sul secondo gradino del podio due anni dopo, così come di far sua la Vuelta (1969). Insomma, un fior di campione.

Ed allora riavvolgiamo il nastro della storia e torniamo all’estate di 50 anni fa esatti, 1967, quando la Grande Boucle si avvia il 29 giugno, per la prima volta con una breve cronometro ad Angers che garantisce una sorta di presentazione al pubblico degli atleti, per concludersi, come da tradizione, al Velodromo del Parco dei Principi di Parigi il 23 luglio, per l’ultima volta ad onor del vero visto che verrà demolito subito dopo, a conclusione di 22 tappe per complessivi 4.779 chilometri di faticosa disfida.

L’organizzazione ha deciso di riproporre la soluzione delle squadre nazionali, come non accadeva dal 1961, e il direttore tecnico della Francia, Marcel Bidot, ha tra le mani tre assi da poter giocare al tavolo della vittoria finale: c’è Lucien Aimar, campione in carica, che può contare su quattro compagni della sua formazione di appartenenza, la Bic, ovvero Lemeteyer, Novak, Riotte e Stablinski; c’è proprio Roger Pingeon che della Peugeot è l’unico rappresentante e che dopo aver annunciato un precoce ritiro dalle corse nel 1966 per gli scarsi risultati ottenuti è giunto poi ottavo alla Grande Boucle; soprattutto c’è Raymond Poulidor, il beniamino del pubblico transalpino, già quattro volte sul podio e che si avvale della speciale protezione di due colleghi di casa Mercier, Foucher e Genet. La Francia è la formazione di riferimento, e a lei cercheranno di render la vita difficile l’Italia di Felice Gimondi, re al debutto nel 1965, l’Olanda che ha in Jan Janssen, secondo nel 1966 e fresco di successo alla Vuelta, l’alfiere di punta, il Belgio che si affida al promettente Herman Van Springel e la Spagna capitanata da Julio Jimenez, alla ricerca del primo podio in una grande corsa a tappe. Sono della partita anche il “vecchio” Henry Anglade, secondo nel 1959, che corre per la Coqs de France, il due volte vincitore del Giro d’Italia Franco Balmamion, che difende i colori della squadra Primavera, e l’inglese Tom Simpson, campione del mondo nel 1965 a Lasarte, in Spagna, compagno di Pingeon alla Peugeot e che punta ad esser competitivo in un grande giro. Ma se tutti loro saranno protagonisti, proprio una sorte maledetta attenderà al varco il povero britannico.

Dunque un prologo di 5,8 km. apre l’avventura del Tour de France 1967, e se a sorpresa la vittoria arride allo spagnolo Josè-Maria Errandonea, che veste le insegne del primato, la maledizione della casacca gialla colpisce ancora “Poupou“, che fallisce l’assalto al primo posto per la miseria di sei secondi. Il Belgio, nei giorni successivi, raccoglie tre successi parziali con Walter Godefroot, uno che di classiche se ne intende proprio e spesso in carriera batterà Merckx, a St.Malò, Willy Van Neste a Caen e Guido Reybrouck a Roubaix, mentre l’Italia esulta con Marino Basso che si impone ad Amiens a chiusura di una frazione, la terza, che veste lo stesso Giancarlo Polidori della maglia gialla, ceduta 24 ore dopo al fiammingo Joseph Spruyt.

Il 4 luglio la corsa va inconsapevolmente incontro al primo momento di svolta. Lungo i 172 chilometri che uniscono Roubaix a Jambes, Pingeon azzecca la fuga giusta, prendendo cappello dal gruppo all’atto di scavalcare il Mur de Thuin e coprendo 57 chilometri in solitario che gli consentono non solo di vincere la tappa e di strappare la maglia gialla a Spruyt, ma pure di lasciare gli altri favoriti alla vittoria parigina ad oltre sei minuti di distacco. Nessuno pare aver dato troppo credito all’azione del corridore di Hauteville-Lompnes, sarà invece il colpo risolutivo.

Già, perchè una volta al comando della graduatoria, e con gli avversari più accreditati relegati a distanza di sicurezza, Marcel Bidot impone agli altri due campioni di casa, Aimar e Poulidor stesso, di fara quadrato attorno al capoclassifica, anteponendo l’interesse comune alle ambizioni personali. In effetti Pingeon è padrone assoluto della situazione, anche se a Strasburgo è costretto a cedere la casacca di leader al compagno di nazionale Raymond Riotte che ha il merito di inserirsi nella fuga a lunga gittata che vede infine vincitore il britannico Michael Wright.

Ma è una deposizione, quella di Strasburgo, che ha vita breve, se è vero che il giorno dopo, con l’arrivo posto al Ballon d’Alsace, Aimar vince la tappa precedendo Balmamion di otto secondi e Pingeon, pure approfittando di una caduta che mette fuori gioco Poulidor che taglia il traguardo con otto minuti di passivo, torna a vestire la maglia gialla con 1’44” sul tenace Polidori, con Van Springel, Janssen, Simpson, lo stesso Aimar e Balmamion ad oltre 5′. Il gioco è fatto e Roger quella casacca non se la toglierà più.

Anche perchè avere da ora in avanti un certo Poulidor come gregario in montagna è proprio un bell’aiuto, soprattutto quando a Briancon, dopo 243 chilometri che regalano in pasto ai corridori le ascensioni di Telegraphe e Galibier, a vincere è Felice Gimondi davanti a Julio Jimenez, due campioni che diventano i più pericolosi rivali di Pingeon sulla strada che porta a Parigi. Seppur con un bel fardello di minuti da recuperare in classifica.

E poi… e poi venne il dramma del Mont Ventoux. Quando il “monte calvo“, il 13 luglio, si prende la vita di Tom Simpson, che collassa sulle sue rampe assolate, complice l’uso del doping che miete la prima vittima della storia del Tour de France. Mentre Janssen va a cogliere il successo parziale a Carpentras davanti a Gimondi, Pingeon, Balmamion, Aimar, Jimenez e Latour, ovvero i primi sette della classifica generale in un arrivo reale, Simpson muore, ucciso da un mix letale di anfetamine e cognac.

La corsa non sarà più la stessa, perchè davanti alla morte non c’è storia sportiva che tenga. Il giorno dopo il gruppo neutralizza la tappa, permettendo a Barry Hoban, compagno di squadra di Simpson, di tagliare per primo il traguardo a Sete. Ci sarebbero ancora i Pirenei da scavalcare, luogo eletto da Gimondi per provare a recuperare il tempo perso su Pingeon, ma il bergamasco si ammala e invece di attaccare il podio retrocede a quasi 16 minuti nella tappa che a Luchon, dopo il Portet d’Aspet, il Mente e il Portillon, celebra la doppietta spagnola con Fernando Manzaneque che vince e Julio Jimenez che rinviene a 2’03” dal leader francese.

Il giorno dopo, 17esima tappa, le vette mitiche del Tourmalet e dell’Aubisque mettono le ali a Raymond Mastrotto ma cloroformizzano, invece di incendiare, le velleità dei migliori che rimangono l’uno incollato all’altro, prima del bis di Basso a Bordeaux e dell’exploit, ormai inutile, di un Gimondi che sul traguardo del Puy de Dome ritrova lo smalto dei bei tempi che furono per distanziare il gruppo di 5 minuti, salvare l’onore personale e risalire in una seppur per lui anonima settima posizione.

C’è solo il tempo di salutare il successo di Paul Lemeteyer nell’interminabile tappa di Fontainebleau, 359 chilometri che richiedono al vincitore ben 11h12m47sec di immane fatica, poi è l’apoteosi per Roger Pingeon. Il 23 luglio, per l’ultima volta nel magnifico scenario del Parco dei Principi ricco di storia e di ricordi, Poulidor vince la cronometro finale in cui Pingeon, abilissimo nell’esercizio contro il tempo con quelle lunghe leve da trampoliere, si assicura l’ammissione all’Olimpo dei campioni del pedale. Jimenez è secondo a 3’40”, con Balmamion che proprio all’ultimo tuffo scavalca Latour in classifica per salire sul terzo gradino del podio, a 7’23”.

Si parlò di sorpresa, in quel luglio 1967 funestato dalla morte del “baronetto” Simpson. Ma il seguito della storia certificherà che Roger Pingeon non era una meteora. Anzi, si merita la stima concessa ai campioni.

Classifica genarale finale:

1 Roger Pingeon
2 Julio Jiménez                       a 3 min 40 s
3 Franco Balmamion            a 7 min 23 s
4 Désiré Letort                       a 8 min 18 s
5 Jan Janssen                          a 9 min 47 s
6 Lucien Aimar                      a 9 min 47 s
7 Felice Gimondi                   a 10 min 14 s
8 Jos Huysmans                     a 16 min 45 s
9 Raymond Poulidor            a 18 min 18 s
10 Fernando Manzaneque  a 19 min 22 s