BERNT JOHANSSON, L’OLIMPIONICO SVEDESE CHE SALI’ SUL PODIO AL GIRO D’ITALIA

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Bernt Johansson vince le Olimpiadi di Montreal 1976 – da teamrynkebyhelsingborg.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

Non sono in definitiva moltissimi gli atleti scandinavi che si sono distinti in materia ciclistica. A quelle latitudine, tra freddo e neve, è obbligatorio praticare con assiduità gli sport invernali, sci alpino e fondo, hockey su ghiaccio così come salto dal trampolino… ma se si tratta di mettersi in sella e magari esercitare la professione ad altissimi livelli, beh, la storia è un tantino più complessa.

Nondimeno campioni “vichinghi” ve ne sono stati, a cominciare da quel Harry Stenqvist, svedese, che trionfò nella prova individuale su strada ai Giochi di Anversa del 1920, per proseguire con Henry Hansen, danese, che otto anni dopo, ad Amsterdam 1928, fece altrettanto. Anche Knut Knudsen, norvegese, seppe cogliere l’oro a cinque cerchi nella cronometro individuale a Monaco 1972. Ma per trovare un corridore capace di primeggiare nelle grandi corse a tappe, bisogna attendere il 1971 quando Gosta Pettersson, altro svedese che a Messico 1968 era già salito sul podio olimpico assieme ai fratelli Sture, Tomas ed Erik ed aveva chiuso il Tour del France 1970 in terza posizione, sbanca sulle strade del Giro d’Italia, diventando il primo scandinavo a trionfare in una competizione a cinque stelle di prestigio. A questi campioni, pionieri o di più recente genesi, si aggiunge un altro svedese, Bernt Johansson, che se non eguagliò Gosta nel vincere la Corsa Rosa, figurò comunque tra i migliori tre, facendo meglio dell’illustre connazionale in sede olimpica, a sua volta mettendosi al collo la medaglia d’oro più blasonata, ovvero quella della prova individuale su strada. E questo è un exploit che pochi possono vantare .

Johansson pennella un percorso agonistico da vedette assoluta fra i “puri“, vincendo titoli nazionali, di Scandinavia e classiche internazionali con il piglio e la stoffa del corridore superiore. Nel 1974, a Montreal, in quella che diventerà la sua città preferita, conquista coi compagni Nilsson, Fagerlund, Filipsson il titolo mondiale nella cronosquadre battendo Urss e Germania Est e poi, singolarmente, la medaglia d’oro alle Olimpiadi nel 1976, proprio a Montreal, anticipando di 31″ l’azzurro Giuseppe Martinelli (colui che da direttore sportivo legherà la sua carriera al compianto ed indimenticabile Pantani e successivamente a Simoni e Cunego), nonché il polacco Nowicki e il belga, tanto talentuoso quanto svogliato, Alfons De Wolf.

Passato professionista nel 1977, in Italia, il paese dove consumerà praticamente tutta la sua breve carriera nell’elite del ciclismo, vestendo i colori della Fiorella-Mocassini, lo svedese è atteso all’esplosione, con l’illusione che possa diventare un grande interprete del pedale, come gli addetti ai lavori avevano previsto sul suo conto. Ma Johansson solo a sprazzi sarà capace di ripetere quelle giornate di abbacinante classe vissute fra i dilettanti. Belle vittorie, certo, anche una discreta regolarità nel novero dei migliori in corsa, ma niente da paragonare a quel passato che via via si allontanava.

Fra i suoi successi vanno segnalati il Giro del Levante, proprio all’esordio, nel 1977, quindi, sempre in quella prima stagione, il Trofeo Baracchi in coppia con Carmelo Barone, non prima però di aver terminato al 20esimo posto la prima esperienza al Giro d’Italia. L’anno dopo Johansson fa suo il Giro dell’Emilia e la Cronostaffetta con Giovanni Battaglin, cogliendo la doppietta al Gran Premio Industria e Commercio di Prato nel 1978 e 1979, con la ciliegina sulla torta del Giro del Lazio nel 1980. Nel 1978, dopo essersi classificato nono al Giro d’Italia, Johansson ha modo di confermare le sue doti di corridore abile su tutti i terreni sfiorando l’impresa al Giro di Lombardia, dove viene anticipato dal solo Francesco Moser.

L’annata 1979 è senza dubbio la migliore per Johansson: proprio sulle strade del Giro d’Italia vince le tappe di Voghera e Boscochiesanuova (con una stupenda azione di forza su Moser e Knudsen) e chiude la Corsa Rosa sul terzo gradino del podio, alle spalle dei due contendenti Saronni e Moser. Nello stesso anno si classifica terzo alla Freccia Vallone, piegato, non senza problemi, da Hinault e dallo stesso Saronni.

Johansson ha indubbie doti di cronoman, se è vero che nel biennio 1978-1979, partecipa ad ambedue le edizioni del GP Terme di Castrocaro contro il tempo e le vince entrambe. Nella prima occasione, battaglia a lungo con Carmelo Barone e nella seconda, niente popò di meno che con lo specialista olandese Roy Schuiten. E’ altrettanto abile nel costruire i suoi successi con condotte regolari senza pagare alla distanza lo sforzo richiesto dalla lunghezza e dalle difficoltà del percorso, trovandosi a suo agio in montagna così come sui tracciati vallonati. La flessione di rendimento, però, già avvertita nella stagione 1980, si amplifica nel 1981 e Bernt, classe 1953, di Goteborg, senza pensarci troppo, abbandona il ciclismo pedalato proprio alla fine di quell’anno, a soli 28 anni.

Arrivato alimentando curiosità, Bernt se ne esce di scena in silenzio, ma non si può dire abbia deluso, per la semplice ragione che nel ciclismo si chiede, troppo spesso e magari anche sbagliando, di rivedere e riprendere nella verità del professionismo gli echi del dilettantismo. Johansson, nell’elite ciclistica, avrebbe potuto fare di più, ma il raccolto non è per niente da disprezzare, anzi. Ed ancora oggi si attende un altro “vichingo” che come lui sappia fare altrettanto, vincere un’Olimpiade e salire sul podio al Giro d’Italia. Vi pare impresa da poco? 

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LUIGI MARCHISIO, IL GIOVANE CAMPIONE CHE VINSE IL GIRO D’ITALIA 1930 IN ASSENZA DI BINDA

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Marchisio e Giacobbo al Giro d’Italia 1930 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Parrebbe quasi riduttivo catalogare Luigi Marchisio tra i vincitori fortunati del Giro d’Italia, ma in parte ciò corrisponde a verità. Perché forse quell’edizione storica del 1930 della Corsa Rosa avrebbe quasi certamente ancor più impreziosito lo straordinario palmares di un fuoriclasse più grande di lui, il “campionissimoAlfredo Binda, che al sudore preferì soldi facili e se ne rimase fuori dai giochi.

Nondimeno, va dato merito a Marchisio di esser stato corridore di spessore in un periodo d’attività denso di figure di primissimo piano. Tecnicamente Luigi, nato a Castelnuovo Don Bosco il 26 aprile 1909, era un ciclista dal talento indiscutibile, abile su ogni terreno e dotato di una pedalata tanto bella e redditizia a dispetto dei mezzi, degli allenamenti e delle strada degli anni in cui ebbe la ventura di esercitare il mestiere di atleta. Certo, poteva e doveva partorire un segmento vittorioso più lungo, ma la storia del ciclismo, anzi dell’intero sport, è piena di questi casi, e se Marchisio, al di là dell’exploit del 1930, ha raccolto poi poco in relazione alle sue possibilità, beh… non importa, il suo posto nella storia del ciclismo è garantito.

La passione per il ciclismo entra molto presto nella mente del giovanissimo Luigi, il quale, come avvicina l’agonismo, brucia subito le tappe. Campione italiano nella categoria “liberi” nel 1926, poi campione italiano degli “indipendenti” nel 1928, quando giunge 2° nel Giro del Sestriere, dietro al dilettante Ambrogio Beretta, battuto invece nel Piccolo Giro di Lombardia, abbraccia il professionismo appena 20enne, nel 1929. Ad onor del vero quella prima stagione è frenata dalla leva militare che Marchisio spende nel corpo degli alpini, ma nonostante i pochi allenamenti l’astigiano si presenta alla partenza di qualche appuntamento importante, riuscendo a piazzarsi quarto al Giro di Romagna vinto proprio da Binda e decimo al Campionato Italiano, pure questo finito nella sterminata collezione del fuoriclasse di Cittiglio. 

L’anno dopo, nel 1930, a soli ventuno anni, Marchisio è autore di quella che poi si rivelerà la sua stagione migliore. Dopo aver chiuso al sesto posto la Milano-Sanremo, partecipa per la prima volta al Giro d’Italia, passato alla storia per la decisione degli organizzatori di pagare il primo premio di ben 22.5000 lire ad Alfredo Binda, affinché non prenda il via con gli altri 115 concorrenti, rendendo incerta la lotta per la vittoria finale altrimenti destinata ad essere scontata visto il dominio nelle tre edizioni precedenti, e, di conseguenza, appassionare il pubblico. Il giovane piemontese, che corre per la Legnano dello stesso Binda, parte subito fortissimo vincendo le tappe di Messina (3a frazione) in solitario con 9″ su Guerra, pur procurandosi una ferita agli occhi per una scheggia vulcanica dell’Etna che lo costringerà a correre per qualche giorno con una benda, e Catanzaro (4a) precedendo Di Paco di 27″, conquistando il primo posto in classifica con oltre quattro minuti di vantaggio. Margine che il piemontese, regolando con parsimonia le proprie forze e pur dovendo fronteggiare il contrattacco di Luigi Giacobbo verso Salerno, sarà abilissimo a conservare fino alla conclusiva tappa di Milano, dove il Giro si conclude l’8 giugno, diventando a 21 anni 1 mese e 13 giorni il più giovane vincitore della Corsa Rosa, record che verrà battuto nel 1940 da Fausto Coppi. Sul secondo gradino del podio, a soli 52″, si classifica un grintosissimo Luigi Giacobbe, che difende i colori della Maino, e 3°, ad 1’49”, Allegro Grandi, in sella ad una bicicletta Bianchi.

Il sud porta evidentemente bene a Marchisio: lì aveva posto le basi per trionfare al Giro d’Italia e lì, nello stesso anno, vince anche il Giro di Reggio Calabria davanti al corregionale Marci Giuntelli. Poi, vicino casa, fa sua anche la Coppa Val Maira. 

Dopo un’annata così trionfale sembra spalancarsi davanti a Marchisio un avvenire radioso, ma non sarà così. Certo, Luigi riesce saltuariamente a confermare le belle premesse, mostrandosi tagliato soprattutto per le corse a tappe. Nel 1931, infatti, rischia di concedere il bis al Giro d’Italia, trovandosi dopo nove tappe in testa alla classifica generale con 28″ di vantaggio sullo stesso Giacobbo. Stavolta Binda c’è ed è pronto a vincere per la quinta volta ma una caduta lo taglia fuori, così come una serie incredibile di forature nella frazione che si conclude a Cuneo e prevede la scalata di Bocchetta, Colle del Giovo e Colle di Cadibona, costano a Marchisio la perdita della maglia rosa (è la prima edizione in cui il leader in classifica indossa l’indumento) e la possibilità di rivincere il Giro. Marchisio cede il primo posto allo stesso Giacobbo, a sua volta scalzato da Francesco Camusso, chiudendo comunque sul podio, 3°, con un ritardo di 6’15”.

Dopo un eccellente quarto posto al Giro di Lombardia, seppur distanziato di ben 18 minuti dal solitario Binda che trionfa per la quarta volta nella “classica delle foglie morte“, nel 1932 Marchisio passa dalla Legnano alla Bianchi e vince la classifica finale, nonché la 4° tappa della prestigiosa Barcellona-Madrid. Con la vittoria nella Coppa Arpinati, s’avvia però verso la china discendente della carriera, e da quel momento Luigi non sarà più capace di mettere la sua ruota davanti a quella degli avversari. Le sue ultime tre stagioni da professionista sono prive di acuti ed insignificanti, perlomeno per uno che aveva infiammato appassionati ed addetti ai lavori. Nel 1936, non ancora 27enne e con un’unica partecipazione al Tour de France, nel 1932, chiuso in un anonimo 26esimo posto seppur con qualche piazzamento tra i primi dieci, ad esempio a Nizza dove è terzo nel giorno della vittoria di Camusso (che sarà invece terzo in classifica alle spalle di Leducq e Stoepel), abbandona l’attività agonistica. Il suo nome, da quel giorno, si colloca accanto a quello dei grandissimi, ma se qualche dubbio resta, beh… gli assenti hanno sempre torto, vero Binda? 

ROGER WALKOWIAK, UN CARNEADE SUL PODIO PIU’ ALTO DEL TOUR DE FRANCE

 

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Roger Walkowiak in maglia gialla al Tour de France 1956 – da lastampa.it

articolo di Nicola Pucci

Certo che se devo esser etichettato come un carneade per poi riuscire a trionfare sulle strade del Tour de France, ecco… allora, ben vanga. E’ più o meno quel che è successo a Roger Walkowiak, onesto mestierante del pedale ma che è destinato, in perpetuo, ad appartenere alla leggenda del ciclismo per quel che fu capace di fare alla Grande Boucle nell’estate del 1956.

Figlio di un polacco di Lublino emigrato in Francia per lavorare l’acciaio, Roger vede i natali il 2 marzo 1927 a Montluçon, e per un incidente di lavoro si trova ad esercitare il mestiere di usciere nella ditta del padre, praticando ciclismo nei ritagli di tempo, sull’esempio dell’amico Roger Colas che ha già ottenuto qualche discreto risultato a livello locale. Ad onor del vero il giovane Walkowiak non pare essere un vincente nato, ma nel 1949 diventa campione regionale in Auvergne e con il secondo posto al Gran Premio Wolber, classica di antico lignaggio, si guadagna il passaggio al professionismo con la casacca della Riva Sport-Dunlop.

Corre l’anno 1950, ed il dado è tratto, ma la prima stagione per Roger è un martirio, se è vero che trascorre più tempo a curarsi i malanni che in sella al mezzo meccanico. L’anno dopo le cose migliorano, e con la vittoria nel gran premio della montagna al Circuito delle Sei Province si merita il plauso di Jean Bidot, selezionatore della nazionale francese, che lo cataloga tra i migliori prospetti del paese, così come quello di Andrè Leducq, vincitore del Tour de France nel 1930 e nel 1932, che lo ritiene in procinto di diventare un corridore di primo piano. Partecipa in effetti per la prima volta alla massima corsa ciclistica del mondo intruppato nella squadra Ouest Sud-Ouest, non andando oltre il 57esimo posto, ma per ottenere infine il primo successo da professionista bisogna attendere il 1952, quando fa sua la tappa di Quimper al Tour de l’Ouest, gara che peraltro conclude al secondo posto della classifica generale alle spalle del compagno di casacca alla Peugeot, Ugo Anzile.

Gli anni cominciano a sommarsi, l’uno maledettamente uguale all’altro, con Walkowiak che si disimpegna egregiamente su ogni terreno ma denuncia una scarsa attitudine alla vittoria, collezionando nondimeno alcuni piazzamenti che ne evidenziano le doti di ciclista battagliero. E’ ad esempio ottavo alla Milano-Sanremo del 1953, anno che lo vede anche secondo alla Parigi-Nizza, battuto dal connazionale Jean-Pierre Munch che lo precede di 3’18”, e questi risultati sono sufficienti per garantirsi una seconda partecipazione al Tour de France, stavolta difendendo i colori della squadra Nord-Est/Centre, in appoggio allo stesso Anzile, a Gilbert Bauvin e a Roger Hassenforder, che dopo la tappa di Caen ha l’onore di indossare la maglia gialla per quattro giorni. Roger, dal canto suo, è infine 47esimo in classifica generale ma con i compagni ha la soddisfazione di chiudere al terzo posto nella speciale classifica a squadre, dietro a Paesi Bassi e Francia.

L’anno 1954, così come il 1952, è segnato dall’unico acuto al Tour de l’Ouest, stavolta concluso sul terzo gradino del podio alle spalle di André Vlayen e Francis Anastasi, mentre nel 1955, con la nuova casacca della Gitane-Hutchinson, è protagonista sulle strade del Critérium du Dauphiné Libéré quando, attaccando prima nella tappa che si conclude a Lione e difendendosi poi come un leone sia nella frazione a cronometro che sulle rampe del Mont Ventoux, chiude al secondo posto dietro all’innavicinabile Louison Bobet per poi correre il Tour de France sempre con la squadra Nord-Est/Centre ma non prima di aver sognato di venire selezionato dal commissario tecnico Marcel Bidot per difendere i colori della Nazionale francese. E’ costretto al ritiro all’undicesima tappa per un’infezione al soprassella e all’alba dei suoi 29 anni sembra proprio che l’occasione di dire la sua nel consesso del grande ciclismo sia sfumata.

Macchè. Il carneade che ormai da sei anni si sbatte a destra e manca senza trovar soddisfazione, debutta l’anno 1956, con la maglia della Saint-Raphaël-R.Geminiani-Dunlop, in maniera del tutto inattesa, ovvero vincendo una corsa che conta. Sauveur Ducazeaux, suo direttore tecnico alla Nord-Est/Centre, per l’occasione guida la Francia all’edizione della Vuelta, e ricordandosi dell’affidabilità di uno dei suoi pupilli, inserisce in formazione Walkowiak che contribuisce al successo nella cronosquadre di Barcellona per poi, in solitario, andare ad imporsi a Pamplona, pagando infine dazio al ritiro del capitano Bobet e alla mancanza di stimoli della Nazionale, con lo stesso Roger ad abbandonare nel corso della sedicesima tappa suscitando l’ira dello stesso Ducazeaux che progetta di non convocarlo per il Tour de France. Figurarsi, Walkowiak al via da Reims, il 5 luglio, c’è, eccome se c’è, e la sua storia agonistica sta per cambiare. Garantendogli l’immortalità.

La corsa alla maglia gialla, ad onor del vero, è orfana del vincitore delle tre precedenti edizioni, proprio Louison Bobet, così come del nuovo detentore del record dell’ora, quel Jacques Anquetil ritenuto ancora troppo giovane per un evento di tale portata, ma anche degli italiani Fausto Coppi e Gino Bartali e degli svizzeri Hugo Koblet e Ferdi Kübler. Sono altresì presenti Gaul e Bahamontes, draghi della montagna, Gemignani che guida la Francia assieme a Gilbert Bauvin e il campione del mondo Stan Ockers, ed è su questo quintetto che sono puntati gli occhi degli addetti ai lavori. Ma nessuno di loro avrà l’onore di sfilare in maglia gialla a Parigi il 28 luglio perché nel corso della settima tappa, tra Lorient e Angers, Walkowiak, che già nelle frazioni precedenti aveva mostrato buona attitudine alla battaglia, fa parte di una maxi-fuga di trentuno corridori che giunge al traguardo con 18 minuti e 46 secondi di vantaggio sul resto del gruppo: la vittoria di tappa arride al velocista italiano Alessandro Fantini, mentre è proprio Walkowiak a vestire la maglia gialla, scalzando André Darrigade. Il francese perde il simbolo del primato quattro giorni dopo a Bayonne, a favore dell’olandese Gerrit Voorting, anche su suggerimento di Ducazeaux che gli prospetta l’eventualità di risparmiare energie per poi provare sulle Alpi a portare un attacco deciso al podio di Parigi; a seguire la maglia passa nuovamente a Darrigade a Pau e poi a Jan Adriaensens a Luchon e, appunto sulle Alpi, a Wout Wagtmans.

Ma il bello deve ancora venire. Dopo che Jean Forestier ha vinto a Gap, Walkowiak, quinto in classifica generale con un ritardo di 4’27” da Wagtmans, regge bene il confronto con i grandi campioni della montagna nella tappa che si conclude a Torino e prevede la scalata dell’Izoard, giungendo quinto e trovandosi a sera secondo in classifica. E 24 ore dopo, esattamente come immaginato dal suo mentore in ammiraglia, lungo i 250 chilometri che uniscono il capoluogo piemontese a Grenoble Walkowiak piazza la zamapata vincente. Dopo che i migliori si sono controllati sul Moncenisio, le pendenze carogna della Croix de Fer accendono la miccia ed è proprio Walkowiak ad orchestrare l’attacco decisivo. Gaul, fuori classifica, ed Ockers, pure lui lontano in graduatoria generale, si accodano ed il terzetto, dopo aver fagocitato i temerari della prima ora, disintegra il plotone dei favoriti. Il lussemburghese arriverà da solo al traguardo, con 3’22” su Ockers e 7’29” su Gastone Nencini, ma Walkowiak, in difficoltà sull’ultima ascesa di giornata, il Col Luitel, ed infine aiutato da Bahamontes a limitare i danni, lascia a sua volta Wagtmans, in crisi nera, ad altri 8 minuti di margine tornando a vestire le insegne del primato, con 3’56” su Gilbert Bauvin.

Il giorno dopo Walkowiak sarà vittima di una caduta ma riuscirà a rientrare sul diretto avversario, che rosicchierà oltre due minuti nella lunga cronometro di Lione. E quando, a Parigi, potrà brindare a caviale e champagne all’ultima maglia gialla infine conquistata, ecco, quel 28 luglio 1956, Roger Walkowiak, il carneade del pedale, si guadagnò una fetta di gloria ciclistica. E se la buona sorte ebbe a dargli una mano, se la meritò tutta, ma proprio tutta, perché quell’edizione memorabile del Tour de France fu vinta da un campione. Altroché un usurpatore. Parole di Bernard Hinault, uno che di Grande Boucle se ne intende…

 

TOUR DE FRANCE 1910, L’ANNO DELLA PRIMA VOLTA DEL TOURMALET

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Octave Lapize sul Tourmalet – da it.wikipedia.org

articolo tratto da Allez operazione-ciclismo

A volte bisogna essere un po’ folli per guardare oltre la normalità e pensare cose che agli altri non verrebbero neanche in mente. Ci vuole un pizzico di follia per creare qualcosa di incredibile apparentemente oltre le possibilità umane; gli organizzatori del Tour de France del 1910 in realtà dovevano avere molto più che un pizzico di follia perché solo pensare che un ciclista, sulle strade di allora e con i mezzi di allora, potesse scalare una vetta pirenaica era un’idea folle, figuriamoci far passare la corsa ciclistica più famosa del mondo su Peyresurde, Aspin, Tourmalet e Aubisque; quella era un’idea da assassini.

Vous etes des assassins! Oui, des assassins“.

Queste sono le parole che Octave Lapize rivolse agli organizzatori del Tour de France, c’è chi dice in vetta al Tourmalet, chi sull’Aubisque e chi sul traguardo, ma poco importa. Queste parole sono rimate scolpite nella storia del ciclismo ed ogni volta che il Tour transita sui Pirenei vengono ricordate perché sono le uniche che possono rendere un’idea, seppur pallida, della fatica alla quale furono costretti i ciclisti.

Il Tour de France del 1910 partì già carico di polemiche: Adolphe Steinès, storico disegnatore del percorso della corsa aveva annunciato di voler far transitare i ciclisti sui Pirenei, l’idea sembrava folle e persino il direttore e fondatore del Tour Henri Desgrange, uno che poteva vantarsi di alcuni soprannomi come “massacratore di atleti” e “aguzzino di forzati“, era recalcitrante all’idea. Dopo molte insistenze però si arrivò ad un accordo, la corsa sarebbe passata su quelle montagne solo a patto che Steinès si fosse recato in loco per verificare personalmente la fattibilità del progetto. E qui la storia si mischia con la leggenda. Infatti si narra che lo stesso Steinès si recò sul Tourmalet nel mese di gennaio e nei pressi dell’inizio della salita si fermò in un’osteria dove alla richiesta di informazioni per la vetta ricevette una risposta sprezzante: “Il Tourmalet è a malapena transitabile in estate, figuriamoci in inverno“. Ma Steinès oramai aveva in mente un solo obiettivo e non intendeva scoraggiarsi, così si inerpicò con un’auto per la strada pietrosa che saliva verso la vetta del monte; a pochi chilometri dalla vetta la neve non permetteva più all’auto di procedere così che egli dovette continuare a piedi, ma la luce andava scomparendo e nel buio della sera l’incauto uomo si perse sulla montagna cadendo in un burrone. Venne ritrovato la notte stessa da una squadra di soccorso che lo rifocillò e lo rimise in sesto, in maniera da permettergli di recarsi il giorno successivo al più vicino ufficio postale per inviare il seguente telegramma a Desgrange: “Sono salito sul Tourmalet a piedi. Strada transtabile ai veicoli. Niente neve“.

La decisione era presa contro ogni regola del buonsenso e non appena venne comunicata agli atleti, 26 dei ciclisti che si erano iscritti alla corsa decisero di revocare la propria iscrizione.

La tappa con i Pirenei era la decima di quel Tour ma due giorni prima, durante la nona frazione furonoscalati per la prima volta i colli pirenaici, tra questi il Portet d’Aspet, sicuramente meno impegnativi di quelle che attendevano i partecipanti. Non erano i Pirenei ma erano abbastanza da creare così tanti problemi e sofferenze agli atleti da indurre Desgrange a lasciare il Tour per non guardare quello che stava per arrivare. Il 21 luglio, giorno della fatidica tappa da Luchon a Bayonne, Peyresurde e l’Aspin furono affrontati con relativa calma e con il timore del Tourmalet che sarebbe stato il punto più alto mai raggiunto da una corsa ciclistica fino ad allora. Lapize vi transitò per primo seguito da Gustave Garrigou che fu l’unico a riuscire nell’impresa di non metter mai piede a terra. L’ultima salita da affrontare fu l’Aubisque dove lo sconosciuto Francois Lafourcade riuscì a valicare proprio davanti a Lapize che forse proprio in questa occasione urlò la celebre frase alla macchina degli organizzatori che lo aspettava in vetta; pare che il giovane pensò anche di ritirarsi dalla gara ma cambiò idea durante la discesa andando a recuperare il corridore che lo precedeva ed arrivando al traguardo dopo 289km di gara con 18’ sul secondo classificato andando a conquistare una vittoria che poi gli risultò preziosa per la vittoria finale di quel Tour.

Quella edizione del Tour rimase storica perché aprì la strada alle corse a tappe come le conosciamo oggi, aprì la strada alle grandi salite, quel Tour entrò nella storia anche grazie ad Octave Lapize che diventò celebre non tanto per la vittoria finale quanto per quelle parole che oggi tutti ricordano. Il giovane francese vinse quell’anno il suo primo e unico Tour de France che va ad aggiungersi nella sua carriera alle tre Paris – Roubaix consecutive ottenute tra il 1909 e il 1911; la sua carriera fu poi interrotta bruscamente nel 1914 dalla guerra durante la quale Lapize trovò una tragica morte ma di lui ci rimangono le imprese e quelle parole che ci fanno pensare alla fatica e alla sofferenza patita da quei pionieri che ora però, grazie anche a queste testimonianze, sono paragonabili ad eroi del ciclismo.

FRECCIA VALLONE 2000, IL FIORE ALL’OCCHIELLO DELLA CARRIERA DI CASAGRANDE

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Casagrande in trionfo – da oldsite.uci.ch

articolo di Nicola Pucci

Immaginate di esser capace di trionfare per ben due volte sotto il traguardo della Clasica di San Sebastian e di mettervi in saccoccia quella che viene considerata la quarta grande corsa a tappe per importanza, ovvero il Giro di Svizzera, battendo Laurent Jalabert e Gilberto Simoni, così come una Tirreno-Adriatico ed una Vuelta dei Paesi Baschi, che non mancano a loro volta di prestigio internazionale. Immaginate pure di terminare sul secondo gradino del podio al Giro d’Italia, dopo aver indossato la maglia rosa per dodici giorni ed averla dovuta cedere a sole 48 ore dalla conclusione, ed anche essersi classificato tra i primi tre al Giro di Lombardia, aver chiuso ai piedi del podio un’edizione del Campionato del Mondo ed essersi guadagnato a fine anno la palma di miglior corridore. Insomma… chiamatevi Francesco Casagrande ed illustrate agli occhi del pianeta ciclismo un palmares di tutto rispetto, vi mancherà solo il grande successo a mo’ di ciliegina sulla torta. Ed allora basta tornare all’anno 2000 sulle strade della Freccia Vallone ed il gioco è fatto.

E’ il 12 aprile e tra le colline della Vallonia va in scena la 64esima edizione di una corsa che ebbe gli albori nel 1936 e da sempre è la preferita dei corridori tricolori. L’albo d’oro, dal giorno in cui, a far data 1948, Fermo Camellini fu il primo italiano ad iscrivere il proprio nome all’elenco dei vincitori, ha poi registrato ben 12 successi azzurri, buon ultimo quello di Michele Bartoli dodici mesi prima a terminare una spettacolare fuga solitaria nata ad 80 chilometri dal traguardo. Che come di consueto è giudicato sulle rampe carogne del Muro di Huy.

Laurent Jalabert stesso, capitano della CSC-Tiscali, in cerca del tris dopo le vittorie del 1995 e del 1997, proprio Casagrande che difende i colori della Vini Caldirola e Davide Rebellin in maglia Liquigas sono i favoriti della vigilia, e come vedremo non tradiranno le attese. Alla partenza da Charleroi la temperatura è rigida ma in cielo, fortunatamente, splende un sole confortante. Dopo soli 12 km escono dal gruppo Boardman e Rumsas, ottimo passista il primo, buon scalatore il secondo, che rapidamente guadagnano un congruo vantaggio. Che al primo passaggio sul Muro di Huy (km 72) è già di 10′, per poi aumentare ancora al secondo passaggio (km108) a 12′.

Sulla côte de France (quinta salita di giornata) la Rabobank, che ha in Michael Boogerd la punta di diamante, prende decisamente in mano la situazione ed il vantaggio del duo al comando scende a 8’33”. Al km 140 (côte de Pailhe) il lavoro di rincorsa della squadra olandese si concretizza con lo scatto di Maarten Den Bakker, seguito da White.  I due contrattaccanti scollinano con 20″ sul gruppo e circa 7′ di ritardo dai fuggitivi. Den Bakker e White guadagnano sensibilmente terreno, portando il vantaggio sul gruppo a 1’20”, con Boardman e Rumsas che vedono a loro volta il loro margine ridursi a 5’25”.

Sulla Côte de Bellaire, al km 162 (36 all’arrivo), la corsa entra nel vivo: 3’56” dividono le due coppie di fuggitivi mentre in gruppo guidano la Liquigas di Rebellin e la Telekom di Aleksandr Vinokourov. Provano a uscire (senza alcun esito) Bettini, Rebellin, Elli e Sergeij Ivanov. 8 km dopo inizia la côte de Bohissau, con il vantaggio dei due battistrada che è sceso a 3’23”. La salita è breve ma la Telekom l’affronta a tutta, al punto che Den Bakker e White vengono riassorbiti. Scatta secco il belga Rik Verbrugghe, in maglia Lotto. Nessuno riesce a rispondergli e il fiammingo scollina con 2’22” dai fuggitivi. Il vantaggio di Verbrugghe sul gruppo dei migliori è di 10″. Nella discesa dalla Bohissau Axel Merckx si riporta su Verbrugghe e i due si involano decisi. Nel tratto pianeggiante che precede l’ultima côte, quella di Ahin, i due belgi si portano a soli 43″ dagli stremati Boardman e Rumsas ed hanno 27″ di vantaggio sul gruppo.

Sulla Côte d’Ahin la corsa esplode. Rumsas stacca Boardman che viene passato a velocità doppia anche da Merckx e Verbrugghe. Dal gruppo tenta l’attacco Vinokourov, subito ripreso. Tocca al basco Etxebarria accendere la miccia ma Rebellin e Boogerd lo marcano strettissimo. Ci prova Casagrande, ed è l’attacco decisivo: il toscano semina gli avversari e si lancia all’inseguimento dei fuggitivi. In pochi secondi il campione della Vini Caldirola piomba sui due belgi proprio mentre questi agganciano Rumsas ed in testa si forma un quartetto di atleti di valore. Ovviamente, però, Rumsas non ce la fa, ormai affaticato dalla lunga fuga, cede e si stacca. Restano in tre e scollinano con circa 20″. Nella discesa dall’Ahin tenta ancora Ivanov che si riporta a 16″, ma da solo non può farcela e viene riassorbito.

Al chilometro 197 il terribile e bellissimo Muro di Huy si erge di fronte ai fuggitivi per la terza volta. Il vantaggio è di 30″ grazie al forcing di Casagrande che ha tirato da solo per circa 10 km, e magari potrebbe risentire dello sforzo. I primi 500 metri sono morbidi, Casagrande scandisce il passo per poi, agli ultimi 800 metri, quando la pendenza supera il 15%, provare di forza, con Merckx e Verbrugghe che resistono alla sua ruota. La pedalata del rampollo di casa Merckx inizia a farsi faticosa e scomposta e nel tratto più duro, al 23% di pendenza, Casagrande si alza sui pedali, tira fuori l’anima e tenta la progressione risolutiva. Verbrugghe è una sfinge, incollato alla ruota dell’italiano. Merckx barcolla, sul suo volto una smorfia, ma non si arrende, provando a resistere. Si ha l’illusione ottica di scollinare quando la strada cessa di impennarsi, ma la salita c’è ancora e la pendenza supera sempre il 15%. Non è ancora finita, tutto può ancora accadere, il gruppo si avvicina e Merckx, allo stremo delle forze, scivola indietro, ormai costretto ad alzare bandiera bianca. Ai -200 metri dall’arrivo Casagrande scatta ancora e questa volta Verbrugghe può solo guardarlo andar via insieme ai suoi sogni. Casagrande taglia il traguardo a braccia alzate ed un sorriso di immensa soddisfazione illumina il suo volto. Verbrugghe arriva stremato a 6″ mentre a soli 8″ Jalabert conquista il podio su Rebellin, con il povero Merckx, ancora scattando, che salva un decimo posto amaro e commovente.

Infine Francesco Casagrande sale sul gradino più alto di un podio che conta ed ora, sì, può vantare il fiore all’occhiello della carriera.

IVAN GOTTI, UN GIRO D’ITALIA E MEZZO

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Ivan Gotti in maglia rosa – da lanuovasardegna.it

articolo di Emiliano Morozzi

Prima che arrivasse Pantani, il predestinato del ciclismo italiano era, secondo molti addetti ai lavori, uno scricciolo bergamasco di nome Ivan Gotti. Un corridore oscurato dall’irruenza e dalle vittorie del ciclista romagnolo, ma capace lo stesso di fare sue due edizioni del Giro d’Italia.

Tra i dilettanti il corridore bergamasco si mette subito in luce per le sue qualità di scalatore puro, capace di andare a velocità sostenute in salita e resistere allo sforzo nonostante un fisico minuto. Nel 1990 al Giro d’Italia dilettanti, fa suo l’arrivo in cima al Pordoi, ma chiude secondo in classifica generale alle spalle di Ivan Belli e davanti ad un’altra grande promessa del ciclismo italiano, appunto Marco Pantani.

Nel 1991 Gotti passa ai professionisti con la casacca della Gatorade e trascorre i primi anni tra problemi di ambientamento e guai fisici che ne limitano le potenzialità. Nel 1994 Gotti nella tappa Merano-Aprica che vede l’esplosione di Marco Pantani, sulle rampe del Mortirolo si getta all’inseguimento del romagnolo e di Indurain ma poi per ordini di scuderia viene fermato per aiutare il capitano Bugno alla deriva, e al traguardo accusa 10 minuti di ritardo. Anche il 1995 non è un anno fortunato per Gotti, che salta per influenza il Giro. Al Tour si prende la soddisfazione di indossare per qualche giorno la maglia gialla, ma il suo ottimo quinto posto finale viene oscurato dalle vittorie di Pantani, che sull’Alpe d’Huez lo stacca dopo pochi chilometri di duello.

Dopo un 1996 nel quale Gotti vince all’Aprica, stabilendo anche il record di scalata del Mortirolo e chiudendo la corsa rosa al quinto posto, il 1997 è l’anno della consacrazione per il corridore bergamasco che milita nella Saeco. Gotti alla partenza della corsa rosa non ha certo i favori del pronostico dalla sua parte. Pur essendo un ottimo scalatore, i bookmakers lo relegano al ruolo di outsider e anche i giornali si concentrano sul duello tra i due favoriti alla vittoria finale, il russo Tonkov, trionfatore l’anno prima, e il miracolato Pantani, tornato alle corse dopo il gravissimo incidente nella Milano-Torino. Gotti corre in appoggio al capitano Berzin, che cerca conferme dopo un 1995 deludente. Tonkov cala subito le sue carte, andando a vincere la cronoscalata di San Marino, su un terreno che non sarebbe propriamente il suo: lascia a 21″ il connazionale Berzin, Gotti perde quasi un minuto, Pantani è a un minuto e mezzo. Al termine della tappa, Tonkov si veste di rosa, mentre Berzin va sul secondo gradino del podio, ad un solo secondo. La quinta tappa termina con l’ascesa del Terminillo: Tonkov fa ancora la voce grossa, rimanendo incollato agli scalatori in salita e vincendo la tappa davanti a Pantani e Gotti, mentre Berzin va in crisi ed esce mestamente di scena. In salita Tonkov sembra inattaccabile, a cronometro è molto più forte degli avversari e come se non bastasse, un gatto nero che gli attraversa la strada toglie di scena Pantani che cade rovinosamente lungo la discesa del Valico di Chiunzi. Serve un’impresa per scalzare il russo dal gradino più alto del podio e a compierla ci pensa il talento bergamasco: Gotti parte a pochi chilometri dalla vetta del Saint Pantaleon, si tuffa in discesa e poi fa un ritmo infernale lungo la salita che porta a Cervinia. Tonkov arranca ma non naufraga, a fine giornata il corridore di San Pellegrino si prende la rosa e una dote di un minuto di vantaggio sul russo. Nella cronometro di Cavalese Gotti fa la seconda impresa: Tonkov è forte a cronometro, ma lungo i quaranta chilometri impegnativi che si snodano nella valle di Fiemme non vive una delle sue giornate migliori e rosicchia soltanto 14 secondi al rivale. Superato lo scoglio della cronometro, il terreno diventa favorevole al bergamasco: da lì a Milano ci sono soltanto le montagne, e sulle montagne Gotti ha una marcia in più. Nella tappa di Falzes la maglia rosa prende un altro minuto di vantaggio sul russo, sul Mortirolo lo controlla, lasciandogli la gloria di giornata e l’abbuono ma prendendosi il premio più importante, la maglia rosa.

Le speranze di vedere Gotti competitivo al Tour si infrangono alla settima tappa, e l’anno successivo il corridore bergamasco si ritira al Giro alla diciassettesima tappa. Il 1998 non è un anno fortunato per Gotti che salta anche il Tour a causa di prolungati acciacchi fisici, ma nel 1999 si presenta ai nastri di partenza del Giro come principale sfidante di quello che tutti danno come possibile vincitore, ovvero Marco Pantani. A onor del vero, la sfida tra i due scalatori italiani si risolve a favore del corridore di Cesenatico, che già sulle rampe del Gran Sasso stacca un Gotti stoico ma incapace di reggere fino in fondo il tremendo ritmo imposto da Pantani. Il bergamasco accusa 33″ di ritardo al traguardo e 45″ in classifica, ne prende altri 30 nella cronometro di Ancona che vede terzo un sorprendente Marco Pantani. Gotti sul Colle Fauniera rimane attaccato alla ruota di Pantani nella tappa vinta da un sorprendente Savoldelli, fortissimo in discesa, ma ad Oropa è ancora Pantani a staccare il rivale, lasciandolo indietro pure a Lumezzane, nella cronometro di Treviso (ancora una volta Pantani, che certo non è uno specialista, vola), all’Alpe di Pampeago e a Madonna di Campiglio. Proprio quel giorno, arriva il terremoto: Pantani ha l’ematocrito alto, oltre il 50%, e per ragioni di sicurezza viene escluso dal Giro, ventiquattro ore prima del tappone con il Mortirolo. In un clima surreale, la carovana riparte con Savoldelli, secondo in classifica, che non indossa la maglia rosa in segno di rispetto per Marco Pantani. “Il Falco” (così è soprannominato il corridore di Clusone) è forte in discesa, ma non può tenere il passo di uno scatenato Ivan Gotti in salita: quest’ultimo ancora una volta doma il Mortirolo, arriva al traguardo insieme ad Heras e Simoni e si prende la maglia rosa. Una vittoria che passa in sordina rispetto al clamore mediatico dell’esclusione di Pantani, per il corridore bergamasco un trionfo dal sapore decisamente agrodolce, l’ultimo di rilievo della carriera di Gotti.

 

TANO BELLONI, UN CAMPIONE FUORI DAL TEMPO

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Tano Belloni – da mondopadano.it

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo

Un autentico campione, tra i più forti del suo tempo, capace di grandi imprese e straordinarie prestazioni, ammirato dai tifosi e temuto dagli avversari, una bacheca piena di trofei ma… pur sempre un campione fuori tempo.

E’ cosi che abbiamo voluto definire il fortissimo Gaetano Belloni, perché è stato un grande ma purtroppo per lui ha vissuto nell’epoca sbagliata. Era l’epoca di Costante Girardengo, il Campionissimo, e di Alfredo Binda, due atleti fenomenali, tra i più grandi di sempre ciclismo. Tano Belloni ha avuto la sfortuna ma ancor più l’onore di correre sia con l’uno che con l’altro nel loro momento di massimo splendore. Un terzo incomodo del quale si parla poco ma che in quegli anni, gli anni del ciclismo eroico, fu grande protagonista di tutte le corse italiane, conquistandone diverse tra cui due Milano- Sanremo (1917 e 1920), tre giri di Lombardia (1915, 1918 e 1928) e un Giro d’Italia (1920).

Ma allora perché eterno secondo? Una carriera così luminosa non merita di essere sminuita con un appellativo del genere, tuttavia quando il direttore della “Gazzetta dello sport” Emilio Colombo gli diede quest’appellativo fu, è vero, poco generoso ma non aveva tutti i torti, infatti Belloni secondo le cronache ha ottenuto più di 100 secondi posti, secondo alcuni è arrivato addirittura a 150, numeri che ci perdonerà ma per lui giustificano un appellativo del genere.

Nato a Pizzighettone, nei dintorni di Milano, il 27 agosto 1892, Belloni cominciò fin da piccolo ad andare in bicicletta perché il ciclismo era la sua passione, ma gli albori della sua carriera non furono affatto luminosi fino al 1914, anno nel quale vinse il piccolo giro di Lombardia e il campionato italiano dilettanti. Quei successi lo proiettarono tra i professionisti nel 1916 e negli anni successivi, complice il fatto che non fu richiamato alle armi in quanto gli mancava una falange di una mano persa in uno dei numerosi lavori in cui fu impiegato da ragazzo, poté fare il suo esordio tra i più forti conquistando già nel 1915, ancora da dilettante, il suo primo Giro di Lombardia battendo Paride Ferrari e nel 1917 la Milano-Sanremo, lasciando Girardengo a oltre 11 minuti.

Terminata la guerra, le cose tornarono alla normalità e ripresero le corse tutti coloro che erano stati al fronte. Nel 1918 vinse ancora il Giro di Lombardia su Alfredo Sivocci ma nel 1919 arrivò secondo nella classifica generale del Giro, battuto dallo stesso Girardengo, secondo alla Roma-Trieste, secondo al Giro di Piemonte e ancora secondo al Giro di Lombardia sempre dietro a Costante Girardengo, ed ebbe così inizio il mito dell’eterno secondo, così come nacque la rivalità tra i due campioni che si protrasse per oltre un decennio. Non si può appunto parlare di Belloni senza citare il suo rapporto con Costante Girardengo, Belloni arrivò per 26 volte dietro al campionissimo di Novi Ligure ma il loro rapporto non si fermava alla mera rivalità sulle strade, si dice infatti che i due fossero grandi amici tanto che spesso Tano ospitò Costante più volte prima della partenza delle corse da Milano. Trascorrevano insieme la sera prima e la mattina della gara, poi una volta dato il via se le davano di santa ragione in bicicletta cercando ognuno di staccare l’altro, spesso però senza riuscirci e arrivando sovente in volata quando a risultare vincitore quasi sempre era Girardengo. Il 1920 per Tano fu forse l’anno più bello, quello in cui, oltre ad una nuova affermazione alla Milano-Sanremo in casa del rivale Girardengo, battendo in un arrivo a cinque Pelissier, Girardengo, Azzini e Brunero, riuscì a vincere il Giro d’Italia lasciando Angelo Gremo ad oltre 32 minuti ed imponendosi sui traguardi di Lucca, Roma e Trieste, ma quella vittoria non gli servì per scrollarsi di dosso l’etichetta di eterno secondo che gli rimase perennemente attaccata anche negli anni successivi nonostante le numerosissime soddisfazioni che riuscì a togliersi. L’ultimo grande successo della sua carriera, nel 1928, seppur ormai 36enne, fu un terzo Giro di Lombardia, vinto battendo i compagni di fuga Allegro Grandi, Pietro Fossati e Ambrogio Beretta dopo quasi nove ore di fatica!

Belloni fu un formidabile ciclista ma anche un personaggio istrionico e la sua fama di grande sciupa-femmine lo precedeva ovunque egli andasse. Il fisico robusto, il petto ampio e il volto sempre sorridente, uniti alla passione per le donne che mantenne fino a tarda età, ne facevano un autentico playboy, ed era famoso tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti, dove spesso si recava per correre le Sei Giorni che, lontano dai suoi rivali italiani, lo vedevano spesso vincitore.

Nei ricordi degli appassionati, come detto, la sua figura è quasi sempre legata a quella di Girardengo ma è messa in secondo piano rispetto al campionissimo. Combattè nondimeno ad armi pari tanto con lui quanto con Binda nella parte finale della carriera, fu per entrambi avversario tra i più coriacei e i due fuoriclasse faticavano non poco per riuscire ad avere la meglio su di lui; i tifosi dell’epoca gli rimproveravano di essere troppo “passivo” e silenzioso in corsa ma lui rispondeva dicendo, con il suo fare gioviale, che era troppo impegnato a soffrire per fare altro, e questa è la miglior rappresentazione del tipo di corridore che era, ovvero un atleta che dava tutto quando montava in sella alla sua bicicletta, su quelle strade che erano vere e proprie mulattiere, su quei mezzi che erano poco più che cancelli in ferro battuto, lasciando sul terreno di gara ogni stilla di energia, cercando di rispondere agli attacchi degli avversari ed arrivando sempre con i migliori. E’ proprio per questo che Tano Belloni è stato un autentico campione, uno dei più forti di ogni epoca ma sfortunatamente, un campione fuori tempo.

GIRO D’ITALIA 1975, SULLO STELVIO L’EPICA SFIDA TRA BERTOGLIO E GALDOS

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Bertoglio in trionfo al Giro d’Italia 1975 – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Fausto Bertoglio ha poco più di 26 anni ed ancora deve brindare al primo successo da professionista, quando si allinea al via del Giro d’Italia del 1975, edizione numero 58 di una memorabile avventura nata nel 1909. In carriera vanta una sola altra partecipazione alla Corsa Rosa, nel 1973, quando fu 46esimo, per poi l’anno dopo mettersi in gioco al Tour de France con un altrettanto anonimo 23esimo posto. Insomma, per il ragazzo bresciano che veste i colori della Jolly Ceramica sono ben lungi dall’accendersi le luci della ribalta. Almeno così parrebbe.

Ma chi sono i favoriti lungo le 23 tappe che dal 17 maggio al 7 giugno condurranno i forzati del pedale da Milano all’arrivo in salita del Passo dello Stelvio, prima volta nella storia del Giro, sommando 3.963 chilometri di fatica e sudore? Non c’è Eddy Merckx, il trionfatore delle tre edizioni precedenti, costretto a dare forfait insieme a tutta la Molteni per un attacco influenzale contratto al Giro di Romandia e che deve così rinviare l’assalto ad una sesta vittoria “rosa“; non c’è neppure Francesco Moser, che ha dirottato energie ed ambizioni sul Tour de France; non c’è José Manuel Fuente, che l’anno prima ha dato spettacolo in montagna e forte dei due trionfi alla Vuelta del 1972 e del 1974 sarebbe potuto figurare come principale pretendente alla vittoria finale. Ed allora il pronostico è rivolto verso quel Gianbattista Baronchelli che proprio nel 1974, poco più che 20enne, si prese l’ardire di mettere in seria difficoltà il “cannibale” terminando alle sue spalle per la miseria di 12″, il margine più ridotto mai registrato a chiusura del Giro, l’altro iberico Francisco Galdos, già sul terzo gradino del podio nel 1972, l’inossidabile Felice Gimondi che in assenza del rivale numero uno vorrebbe tanto rinnovare l’appuntamento con la vittoria, Miro Panizza e Giovanni Battaglin, eccellenti l’uno sulle strade del Tour dove fu quarto nel 1974, l’altro su quelle del Giro stesso che lo ha visto terzo nel 1973. Ma su Bertoglio, statene certi, non punta davvero proprio nessuno.

In effetti la corsa ha svolgimento lineare, con le prime due vittorie in volata di Knut Knudsen, che veste la maglia rosa a Fiorano Modenese diventando il primo norvegese a compiere l’impresa, e Patrick Sercu, che si impone sul traguardo di Ancona, prima dell’assolo di Battaglin a Prati di Tivo dove il vicentino dà un saggio della sua classe in salita staccando Galdos di 21″ e relegando il resto del plotone ad oltre due minuti. Lo stesso Galdos il giorno dopo, verso Campobasso, approfitta di una foratura del capitano della Jolly Ceramica che cede 44″ per indossare le insegne del primato nel giorno della prima di una serie di sette vittorie di Roger De Vlaeminck, che metterà poi la sua ruota davanti a tutti anche a Castrovillari, Potenza, Tivoli, Orvieto, Baselga di Piné e Alleghe.

C’è gloria anche per Rik Van Linden, che dopo qualche secondo posto di troppo vince infine a Bari infilando Sercu, Basso e lo stesso De Vlaeminck, ma è tra Castrovillari e Padula, il 23 maggio, che davanti fa capolino la figura di Fausto Bertoglio, che sulle rampe del Valico di Campotenese e poi del Monte Fortino è in avanscoperta con Domingo Perurena, Chinetti, Bellini e Riccomi per risalire in classifica al terzo posto, a 1’24” da Galdos e alle spalle del capitano Battaglin. Un trio, questo, che sembra dare la sua impronta al Giro anche il giorno dopo, quando verso Sorrento stacca il gruppo sul Monte Faito di un minuto e mezzo e seppur a distanza dal vincitore Marcello Osler, incrementa sensibilmente il vantaggio in classifica, con Gimondi, Baronchelli e Panizza che si trovano nella complessa situazione di dover recuperare oltre tre minuti.

Si arriva così al primo confronto probante, il 29 maggio, ovvero la cronometro di Forte dei Marmi, 38 chilometri che dovrebbero servire a far luce su chi veramente sia il più serio candidato alla vittoria finale. Ed il responso, in effetti, non ammette repliche, con Battaglin ad imporsi con 13″ su un coriaceo Gimondi, 18″ su De Vlaeminck, 36″ su Baronchelli e 41″ su Bertoglio e Knudsen, con Galdos che crolla ad oltre tre minuti, complice una caduta, perdendo la maglia rosa che torna saldamente sulle spalle di Battaglin. E a sera, con il compagno di casacca Bertoglio in seconda posizione in classifica generale con un ritardo di 1’42”, il campione di Marostica può dormire sonni tranquilli in vista delle montagne che dovrebbero favorirlo ancora.

Dovrebbero, ma non sarà così. Perché dopo il giorno di riposo, il calendario propone un’altra prova contro il tempo, stavolta salendo verso Il Ciocco, 13 chilometri che mettono le ali a Bertoglio che vince la prima corsa della sua carriera lasciando Perletto a 43″ e Baronchelli a 59″, con Galdos che cede poco più di un minuto e Battaglin che a sua volta accusa 1’48” di disavanzo, venendo scalzato dalla vetta della classifica per soli 6″ da quel ragazzo che doveva aiutarlo a vincere il Giro e che ora, invece, il Giro si trova a poterlo vincere in prima persona. Per Battaglin è una mazzata psicologica inattesa, ed il conto da pagare è salatissimo. L’indomani si va da Il Ciocco ad Arenzano, 203 chilometri sotto la pioggia che se registrano la vittoria parziale di “cuore matto” Bitossi, pure rappresentano un calvario per Battaglin che va in crisi nera sulla Foce dei Resinelli, non tiene le ruote, rema con oltre nove minuti di ritardo e a sera dice addio ai suoi sogni di classifica. Mancano sette tappe alla fine e Fausto Bertoglio, il corridore che nessuno aspettava, si trova a comandare il Giro con due minuti su Galdos e tre su Gimondi e Baronchelli, loro sì attesi protagonisti della vigilia, con Perletto e De Vlaeminck ad oltre quattro minuti e Panizza, non ancora nel pieno delle sue forze, a 5’04”.

La tattica della Jolly Ceramica, a questo punto, è palesemente scontata. Difesa ad oltranza del vantaggio maturato in classifica, sperando che Bertoglio non accusi una responsabilità a cui non era preparato. In effetti Fausto passa indenne le tappe di Orta e Pontoglio, mentre a La Maddalena, palesando sicurezza, è secondo alle spalle di Panizza, tenendo le ruote di Baronchelli e rosicchiando altri 4″ a Galdos. Sul Monte Bondone i migliori si guardano a vista con il solo Perletto a cedere il passo, ed allora, dopo altri 5″ aggiunti a Pordenone, saranno le due ultime, terribili tappe a definire il podio finale del Giro d’Italia.

Si comincia il 6 giugno con la Pordenone-Alleghe di 179 chilometri, che prevede la scalata di Staulanza, San Lucia, Marmolada e Pordoi, ed è proprio su quest’ultimo che Galdos sferra l’attacco deciso alla maglia rosa. Assieme a De Vlaeminck, che vince a Baselga di Piné, e un eccellente Constantino Conti, lo spagnolo stacca Bertoglio che accusa il colpo e sembra andare in crisi. Fausto sbuffa e pedala scomposto, ma ha la fortuna di trovare in Gimondi, pure lui in difficoltà, un prezioso alleato e i due italiani, dandosi il cambio, riescono a contenere il ritardo in poco meno di un minuto e mezzo e a sera Bertoglio, per soli 41″, è ancora in testa alla graduatoria generale.

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Galdos vince sullo Stelvio – da gazzetta.it

L’epilogo appartiene alla leggenda, e meriterebbe un capitolo a parte. Vincenzo Torriani, che in quanto a fantasia è un direttore d’orchestra senza pari, ha scelto il Passo dello Stelvio quale arena finale del Giro, con la speranza che al mattino dell’ultimo giorno i giochi siano ancora aperti e due contendenti siano ancora in grado di darsi battaglia. Esattamente quel che accade con Bertoglio e Galdos, con Gimondi e Baronchelli invece ormai tagliati fuori ad oltre tre minuti. E lungo i 48 tornanti di questo totem del ciclismo mondiale, dopo aver già spianato San Pellegrino e Costalunga con la tacita promessa di rimandare la decisione allo Stelvio, i due primattori librano un duello all’ultima stilla di energia, con Galdos che mette Pozo e Lasa a menare in testa a quel che resta del gruppo fin dai primi metri di ascesa e Bertoglio che vigila nelle prime posizioni, con lo scontro frontale che si accende sui tratti al 16% di pendenza uscendo da Trafoi, con i soli Perletto e Panizza, poi attardato da un guasto meccanico, a reggere l’urto dello spagnolo. E quando poi, in un tripudio di folla affascinata dallo sforzo dei giganti della strada e fra due pareti di neve a dare un tocco di magia all’impresa sportiva, anche Perletto è costretto ad arrendersi all’incedere senza indugi dei due campioni, giunge infine il momento della resa dei conti. Il grande iberico spinge in progressione con decisione, l’eroico italico vestito di rosa non molla un centimetro, anzi affiancando il rivale ad ogni tornante a voler significare di essere per niente intenzionato ad arrendersi. E col passare dei metri, se si affievolisce la speranza di Galdos, prende corpo il sogno di Bertoglio di portare a compimento, lui l’uomo della fatica e del sacrificio, la prodezza destinata all’albo d’oro.

Al traguardo è Galdos a passar per primo ma Bertoglio gli è a ruota e sotto il cartello che inneggia “Fausto come Coppi“, perché proprio qui il Campionissimo realizzò una delle sue imprese più grandi, l’accostamento che parrebbe irriverente, mai stavolta è più azzeccato. Il Giro d’Italia si tinge d’azzurro. Correva l’anno 1975.

LIEGI-BASTOGNE-LIEGI 2000, IL GIORNO IN CUI BETTINI DIVENTO’ UN CAMPIONE

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La vittoria a braccia alzate di Paolo Bettini – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Questa è la storia di un ragazzo di provincia, simpatico, esuberante, non proprio un colosso e che lavorava per gli altri, che un bel giorno prese cappello, dismise i panni del gregario, vinse e diventò campione. Benvenuti sulle strade della Liegi-Bastogne-Liegi, cari amici del pedale, ed ecco a voi Paolo Bettini.

Già, proprio lui, il “grillo” di La California, che il 16 aprile del 2000 si allinea ai nastri di partenza della decana tra le classiche-monumento (appunto, la “Doyenne“), fresco di un successo nel Memorial Cecchi Gori (oggi si chiama Settimana Coppi&Bartali) con il conforto di due traguardi parziali, che se da un lato ne evidenziano l’eccellente stato di forma, dall’altro non lo investono di certo del ruolo di favorito, seppur intruppato in quella corazzata che risponde al nome della Mapei Quick-Step.

In verità Bettini, che fu quarto al Mondiale Under-23 di Lugano del 1996 nella trionfale giornata tricolore che vide Figueras, Sgambelluri e Sironi occupare i tre gradini del podio, ed ebbe Michele Bartoli come capitano nonché campione di riferimento agli esordi all’MG Boys e all’Asics, per poi seguirlo nell’avventura con Patron Squinzi, scalpita per mostrare al ciclismo che conta che non si vive di solo gregariato e portaborracce. E per farlo, sceglie un teatro d’eccezione.

Sono da percorrere 264 chilometri, incarogniti da 9 côtes spaccagambe che chiamano alla battaglie pretendenti autorevoli quali Laurent Jalabert, già un paio di volte costretto ad alzare bandiera bianca nel duello senza esclusione di colpi proprio con Bartoli, re nel 1997 e nel 1998, stavolta però assente, che capeggia la ONCE ed ha nel basco David Etxebarria un valido luogotenente; l’olandese Michael Boogerd, capitano della Rabobank, che è reduce dal secondo posto del 1999 alle spalle di un altro ciclista talentuoso che non è della partita, Frank Vandenbroucke; l’esperto Mauro Gianetti in casacca Vini Caldirola che già la fece sua nel 1995 beffando Bugno e gli stessi Bartoli e Jalabert; l’altro elvetico Oscar Camenzind, casa Lampre, che ha le doti essenziali per primeggiare nelle Ardenne; magari anche Francesco Casagrande, collega di Gianetti, che ha trionfato alla Freccia Vallone quattri giorni prima, e Davide Rebellin, che veste Liquigas, in cerca entrambi del colpo risolutore che li elevi al rango di fuoriclasse per le corse di un giorno. E Bettini figura tra gli outsiders, in virtù del quinto posto di dodici mesi addietro che ha confermato che da queste parti può legittimamente pensare di dire la sua.

186 temerari si avviano alle ore 10, ed in vista della prima asperità di giornata, la côte de Saint-Roch, 1,1 km all’11,5% di pendenza media, è Richard Virenque a scatenare la bagarre, seguito da Andrea Tafi, altro uomo Mapei, che dopo lo scollinamento imposta l’azione che chiama diciotto corridori in avanscoperta. Il plotoncino di attaccanti guadagna 2’50” di vantaggio, il toscano di Fucecchio è scatenato ma se si stacca sulla côte de Wanne, 2,7 km al 7,4% di pendenza media, rientra in pianura.  Al chilometro 170 si abborda la côte de Stockeau, la più dura della corsa con i suoi 1000 metri al 12,5% di pendenza media, con il gruppo che riduce il passivo sotto i due minuti prima che sulla côte du Rosiers, 3,9 km al 6,1% di pendenza media, Tafi, che era nuovamente rimasto attardato, rientri sul gruppetto di testa, tra i quali Bolts, Julich e Van de Wouwer sono i più attivi.

I fuggitivi ci danno dentro, al chilometro 193 vantano ancora tre minuti sul plotone, ma la gara, al solito, si decide negli ultimi quaranta chilometri, quando la difficoltà del tracciato comincia a pesare nelle gambe dei corridori. Tocca alla côte de la Redoute, la salita più famosa della corsa, che sta alla Liegi come il Grammont sta al Fiandre, il Poggio alla Sanremo, la Foresta di Aremberg all Roubaix e il Ghisallo al Lombardia, ovvero le quattro salite delle quattro grandi classiche per antonomasia; lungo i 2 km da percorrere all’8,9% di pendenza media con una punta massima al 20%, è da attendersi la selezione e davanti rimarranno i migliori.

In effetti, seppur Tafi abbia coraggio da vendere e provi l’azione solitaria, il primo dei favoriti a dar fuoco alle polveri è Camenzind, seguito da Aebersold, ma è qui che Bettini decide di salire al proscenio. Il 26enne toscano risponde all’ex-campione del mondo, Tafi viene risucchiato, e sulle ruote del “grillo“, scatenato, rimane Jalabert, mentre Camenzind cede. Da dietro rientrano Casagrande, Rebellin e Dario Frigo, leader della Fassa Bartolo, e allo scollinamento, dei cinque uomini al comando, ben quattro battono bandiera bianco-rosso-verde.

Parrebbe la fuga decisiva, con alcuni favoriti della vigilia all’attacco, ma dietro è la Rabobank di Boogerd, rimasto attardato, a menare l’inseguimento. Che ha successo, rimescolando le carte ed ispirando Den Bakker, Spruch e Etxebarria che provano a loro volta il contrattacco. Si scala la côte du Sprimont, poco più di 1000 metri al 6,3% di pendeza media, ed i tre al comando diventano cinque, con Wladimir Belli, altro azzurro in casa Fassa Bortolo, e Aleksandr Vinokourov, maglia Deutsche Telekom, che agganciano il terzetto in testa. Belli insiste, Etxebarria gli resiste e dal gruppo esce Rebellin seguito da Bettini. I due italiani passano senza difficoltà Den Bakker e Vinokourov riportandosi sui due corridori al comando, mentre Spruch rimbalza indietro. Si scollina quindi con quattro uomini in avanscoperta, ed è ancora l’Italia a fare la parte del leone.

Ai -17 chilometri dal traguardo il quartetto al comando, all’atto di scalare la côte de Sart Tilman, lunga 2,5 km per una pendenza media del 6,3%, accumula un vantaggio di poco più di un minuto, ed è su queste rampe che Bettini ed Etxebarria iniziano la sfida all’ultima pedalata che durerà fin sulla linea d’arrivo. Lo spagnolo, liberato dai compiti di gregariaro di Jalabert, rimasto intruppato in quel che resta del plotone principale, rifiuta di tirare e Bettini lo rimprovera con enfasi forse eccessiva che non manca di venir ripresa dagli operatori tv. Tra gli inseguitori Vinokourov e Den Bakker riescono finalmente a staccare il resto del plotone, presto raggiunti da Gianetti e Merckx. Jalabert e Casagrande danno l’impressione di marcarsi stretto, ma il francese non è brillante.

Sulla côte de Saint Nicolas, chilometro 258, che qui chiamano “la salita degli italiani“, 1,2 km all’8,6% di pendenza media, Rebellin prova a forzare l’andatura. Belli si pianta, entrando in una crisi nera. Bettini e Etxebarria non soffrono nel reggere il ritmo del capitano della Liquigas, che, sbagliando completamente tattica (e stupisce in un corridore esperto che di classiche ne ha già vinte), continua a tirare a testa bassa, trascinando la fuga verso il successo. Nel frattempo, dalle retrovie, rinviene a sorpresa Axel Merckx, figlio d’arte (e di chi, se non del “cannibale” Eddy?) rimasto solo all’inseguimento: vola sulla côte de Saint Nicolas riavvicinandosi pericolosamente ai primi.

Siamo ormai all’epilogo. Sull’erta finale, lo strappo di Ans, lungo e pedalabile ma che può far la differenza dopo oltre sei ore di corsa tirata, tra i tre battistrada è quasi surplace, tanto che Belli, pur con il serbatoio della benzina ormai vuoto, si riaggancia e Merckx si porta a soli 10″. Rebellin riparte, Belli rimane sui pedali ed è ormai chiaro che la tenzone si risolverà in una volata a tre. Agli ultimi 150 metri, parte secco ancora Rebellin con il solo effetto di tirare la volata ai compagni di fuga. Bettini esce dalla scia di Etxebarria, spinge sui pedali, rimonta il basco con rabbia e determinazione, dandogli più di una bicicletta, e trionfa a braccia alzate, con Rebellin e Belli, rispettivamente terzo e quarto, a completare la giornata da incorniciare del ciclismo italiano.

E se la vittoria spoglia Paolo Bettini dei panni del luogotenente di lusso per vestirlo di quelli del campione, quel che verrà poi avrà le stimmate del fuoriclasse. Assoluto, come nel ciclismo non se ne sono visti molti.

 

PARIGI-ROUBAIX 1981, LA VITTORIA DI HINAULT NELLA CORSA CHE DETESTAVA

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La volata vincente di Hinault alla Parigi-Roubaix del 1981 – da gazzetta.it

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo

Il giorno della Parigi-Roubaix ha un sapore speciale per il ciclismo: quel dì il tempo sembra improvvisamente spostare le sue lancette indietro e tornare ai tempi dei pionieri di questo sport, ed è possibile vedere nuovamente gli atleti con le facce sfigurate dal fango e dalla fatica che si cimentano su percorsi che di stradale hanno ben poco. Si possono ammirare i ciclisti che saltano di pietra in pietra cercando di non perdere la ruota di chi li precede e si può godere senz’altro uno spettacolo che per chi ama questo sport è unico. Il giorno della Parigi-Roubaix è un giorno speciale per il ciclismo, molti appassionati sono innamorati di questa corsa e lo cerchiano in rosso sul calendario come un appuntamento assolutamente da non perdere; per molti non ci sono feste comandate che possano reggere il confronto, la gara richiama in quelle zone della Francia un’infinità di tifosi oltre a tenere milioni di telespettatori incollati alla tv ed anche tra gli atleti c’è chi sembra vivere la propria stagione solo in funzione di quella gara.

Ci sono però ciclisti che non hanno mai amato questa corsa, alcuni non lo dicono o lo fanno sottovoce per non sembrare blasfemi, ma c’è chi nella sua grandezza l’ha potuto urlare ai quattro venti e a dispetto di ciò continua ad essere osannato da tutto il mondo del ciclismo. Stiamo parlando di Bernard Hinault: “Una maledetta lotteria per belgi che si corre sulle pietre“.

Questo pensava Hinault della Roubaix, nel 1981, e tecnicamente non aveva tutti i torti, d’altronde al Belgio sono andate ben cinquantacinque delle edizioni disputate fino ad ora; le pietre sono croce e delizia di questa gara, ne sono in sostanza l’essenza, ne regalano addirittura una al vincitore e forse Hinault ignorava il fascino di questa corsa. In effetti può sembrare difficile percepirlo, mentre si viene sballottati tra le pietre durante il tempo che intercorre tra una caduta e una foratura.

Hinault era quasi obbligato a correre questa corsa, dagli sponsor che lo spingevano a farlo per avere maggiore visibilità, dalla critica che sosteneva che nell’albo d’oro di un grande campione come lui non poteva mancare proprio la classica più suggestiva, e dai tifosi francesi che bramavano di vederlo cimentarsi sul pavé insieme a De Vlaeminck e Moser, e gli rimproveravano lo scarso feeling con la Roubaix. Proprio a proposito di questo Hinault dichiarò: “Gli italiani mi osannano, in patria vanno a cercare il pelo nell’uovo. Tra i miei difetti avrei quello di non amare la Parigi-Roubaix ed è la verità perché si tratta di una corsa troppo pericolosa, dove una caduta può significare l’addio all’attività. Comunque disputerò una Roubaix con l’obiettivo della vittoria e poi basta, perché insistere su quei maledetti sentieri potrebbe provocarmi danni irreparabili“.

Nel 1980 tentò il suo primo serio attacco alla vittoria e arrivò quarto, ai piedi del podio ma a sei minuti dal vincitore Francesco Moser. L’anno successivo Hinault si presentò ai nastri di partenza da outsider, pur indossando la maglia arcobaleno conquistata l’anno prima al Mondiale di Sallanches, in quanto i favoriti erano considerati il vincitore delle tre edizioni precedenti Moser e Roger De Vlaeminck, recordman di vittorie in questa corsa con quattro trionfi. Come da copione la giornata era piovosa, a rendere la gara ancora più dura come se la strada non lo fosse abbastanza; Hinault cadde cinque volte, ad un certo punto si trovò dietro ad un’ammiraglia che ebbe un incidente occupando tutta la sede stradale, fu costretto a prendere la sua bicicletta, mettersela sulle spalle e aggirare l’auto passando attraverso i campi; nonostante ciò riuscì a mantenersi sempre nel gruppo dei migliori ma a circa dieci chilometri dall’arrivo un cane gli tagliò la strada facendolo cadere. Il bretone non si diede per vinto, raccolse la bicicletta e rimontò immediatamente in sella raggiungendo in poco tempo il gruppetto, con loro entrò nel velodromo di Roubaix e appena iniziato l’ultimo giro, nonostante la stanchezza supplementare causata dall’aver dovuto recuperare il gruppo ed il dolore prodotto dalle numerose cadute, lanciò una volata lunghissima che riuscì a portare fino alla linea d’arrivo, resistendo al rientro di De Vlaeminck, Moser, Van Calster, Demeyer e Kuiper che assieme a lui si erano presentati a giocarsi la vittoria allo sprint, e risultando il primo francese dopo venticinque anni dal trionfo di Louison Bobet nel 1956 a conquistare la Roubaix.

Neanche questa vittoria riuscì tuttavia a riconciliare il francese con la corsa, infatti subito dopo l’arrivo dichiarò: “Questa non è una corsa! Questa è una porcheria! Non la farò mai più!“.

In realtà Hinault non mantenne del tutto la sua promessa; infatti, si presentò per un’ultima volta alla partenza l’anno successivo per difendere il titolo ma arrivò solo nono a 37″ dal vincitore Raas e non tornò mai più sull’odiato pavé. Ai giornalisti che gli chiedevano di rendere conto ai suoi tifosi di questa decisione rispose nella maniera diretta che lo contraddistingueva dicendo: “Io non vado negli uffici a dire alle persone di lavorare più duramente, ma la gente mi chiede di andare più forte sulle pietre“.

Insomma abbiamo voluto raccontarvi una storia diversa sulla Roubaix, di un campione che l’ha vinta, ma non l’ha mai digerita, un francese che ha ricusato la classica più famosa del suo paese e la più amata dai suoi conterranei.