NEL CIELO DI AGRIGENTO SPLENDE L’ARCOBALENO DI LUC LEBLANC

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Luc Leblanc sul podio – da culturevelo.com

articolo di Emiliano Morozzi

Tre immagini raccontano, come diapositive, la parabola sportiva di un corridore come Luc Leblanc, scalatore dalla pedalata storta a causa di un terribile incidente stradale in gioventù.

La prima è del luglio 1994: dalla nebbia che avvolge l’inedita salita di Lourdes Hautacam, il corridore francese, in maglia Festina quell’anno, anticipa allo sprint nientemeno che il padrone del Tour de France Miguel Indurain, reggendone il terribile passo in salita. Alla fine di quella edizione della Grand Boucle, Leblanc chiuderà ai piedi del podio.

La seconda immagine invece è di quattro anni dopo: la nebbia avvolge ancora i corridori, siamo su una salita mitica del Tour, il Galibier, e Pantani è appena partito in quella che sarà un’impresa epica. Luc Leblanc ne segue le orme, Pantani si ferma per aspettarlo, ma anche pedalando con una gamba sola, il Pirata ha una velocità insostenibile per il francese, che rimbalza indietro e finirà soltanto 17esimo.

Leblanc che esce dalla nebbia e trionfa ad Hautacam, Leblanc che viene inghiottito dalla nebbia sul Galibier, tornando nell’oblio.

Nel mezzo, una terza immagine, questa volta sotto un sole feroce, il sole della gloria, colto nella città della Valle dei Templi. Torniamo infatti a quel 1994 che fu probabilmente l’anno migliore di Leblanc. Ad Agrigento si corre il Mondiale, é fine agosto, il clima è rovente e il percorso piuttosto duro, rischia di diventare una corsa ad eliminazione per via del gran caldo. Leblanc è uno dei favoriti alla vittoria finale, insieme al danese Sorensen, a Musseuw, a Riis, a Ugrumov. Tra i favoriti c’è anche l’americano Armstrong, campione in carica, che in corsa sarà comunque protagonista. Leblanc mantiene un basso profilo, giocando in casa gli italiani hanno il dovere di movimentare la corsa e essere presenti nei momenti salienti della sfida.

La nazionale azzurra però risente dell’assenza di Bugno e di malumori tra i corridori, con Bartoli e Pelliccioli scontenti di partire come riserve. La corsa, dopo la fuga del colombiano Montano, si movimenta dal quattordicesimo giro in poi, con un attacco condotto da Cassani, Virenque, Breukink e Sorensen, tutti nomi importanti, a cui si accoda lo svizzero Puttini. Nelle tornate successive le carte si rimescolano, all’ultimo giro si trovano in sette: l’Italia è rappresentata da Ghirotto e Chiappucci, la Francia risponde con Virenque e Leblanc, completano il gruppo Sorensen, Konyshev e il campione in carica Armstrong. Così si presentano ai piedi della salita che dalla Valle dei Templi conduce in città, una salita piuttosto dura, adatta agli scalatori. Chiappucci dovrebbe essere la punta, ma “El Diablo” ha qualche problema al cambio e teme di piantarsi nel momento meno adatto. Il peso dell’attacco ricade quindi su Ghirotto, meno esplosivo in salita ma molto brillante allo sprint. Sorensen anticipa tutti e scatta per primo, ma Ghirotto è bravissimo a muoversi per andare a riprenderlo. Sulle sue ruote si incolla però Leblanc, fino a quel momento rimasto in ombra, Ghirotto cerca di tenerlo buono per arrivare in cima allo strappo dove la strada spiana, ma il francese capisce che è il momento giusto per partire sul suo terreno, la salita, e ai -900 dal traguardo, lascia sul posto il nostro connazionale. Ghirotto prova a resistere, ma ha finito le energie, il francese invece sente profumo di maglia iridata e vola a cogliere la sua vittoria più prestigiosa. Una vittoria che ha i contorni dell’arcobaleno, nel cielo azzurro di Agrigento.

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GOSTA PETTERSSON, UNO SVEDESE SUL TETTO DEL GIRO D’ITALIA 1971

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Gosta Pettersson in maglia rosa – da prendas.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Certo che un ciclista svedese capace non solo di andar forte in bicicletta, ma pure di vincere una corsa tra le più prestigiose al mondo e di farlo in piena era di “cannibalismo“, è proprio una gran bella storia da raccontare.

In effetti Gosta Pettersson ha nel dna il talento per pestare come un forsennato sui pedali, a dispetto di una provenienza che lascerebbe pensare, magari, ad un orientamento verso altre discipline che a quelle latitudini hanno maggior appeal. Ma Gosta, classe 1940, ha un sogno a due ruote da perseguire, ed insieme ai tre fratelli più piccoli di lui, Sture, Erik e Tomas, compone un quartetto che nel corso degli anni Sessanta non solo domina il panorama nazionale con titoli a cronometro in serie, ma pure eccelle in sede iridata, cogliendo tre successi consecutivi alle rassegne mondiali di Heerlen 1967, battendo Danimarca ed Italia, Imola 1968, davanti a Svizzera ed ancora Italia, e Zolder 1969, quando ad inchinarsi sono Danimarca e Svizzera.

Nel frattempo, a far data 1964, i “Faglum brotherssalgono anche sul  terzo gradino del podio olimpico ai Giochi di Tokyo, quando a superarli sono il quartetto olandese e quello azzurro che ha in Severino Andreoli, Luciano Dalla Bona, Pietro Guerra e Ferruccio Manza i suoi componenti, per poi rinnovare l’appuntamento a cinque cerchi quattro anni dopo, a Città del Messico, quando i Pettersson sono ancora secondi nell’esecizio della 100 chilometri a squadre, sempre alle spalle degli olandesi, e Gosta si toglie la soddisfazione di mettersi al collo anche la medaglia di bronzo nella gara individuale che celebra il trionfo di Pierfranco Vianelli davanti ad un altro scandinavo forte e scaltro, il danese Leif Mortensen.

I Pettersson in generale e Gosta nello specifico hanno altresì l’Italia nel destino, non solo sui tracciati pedalabili in ogni spicchio di globo terrestre, ma anche nello sviluppo di una carriera professionistica se è vero che nel 1969 un certo Alfredo Martini, al soldo della Ferretti, un’azienda toscana che produce cucine, con pochi denari ed occhio attento ai ciclisti dilettanti che vengono da paesi con poca tradizione, mette in piedi una formazione che fa perno proprio sui quattro fratelli svedesi.

Gosta ha quasi 29 anni ed al primo anno non solo conquista l’ennesimo titolo nazionale a cronometro a cui aggiungere quello in linea, ma pure si mette particolarmente in luce al Tour de l’Avenir, una sorta di Tour de France per chi ancora deve scegliere la strada del professionismo, vincendo il prologo d’apertura e chiudendo terzo in classifica generale alle spalle di Joop Zoetemelk, che sarà un crack tra i “grandi“, e dello spagnolo Luis Zubero.

Il più grande dei fratelli Pettersson, ovviamente, è fortissimo a cronometro, si difende in salita ed è praticamente fermo in volata, il che gli negherà a fine carriera un bottino congruo di successi, a conforto di un talento fuori discussione. E Martini, che in quanto a campioni ne sa una più del diavolo, nel 1970 lo lancia, lui e i fratelli, nel firmamento del ciclismo professionistico, puntando su Gosta per le principali corse a tappe.

Ed in effetti lo svedese, alle soglie dei 30 anni, ripaga la fiducia del tecnico fiorentino, vincendo al primo anno non solo Coppa Sabatini, davanti a Sercu, e Trofeo Baracchi, in coppia con il fratello Tomas, battendo Ritter e Mortensen, ma si prende il lusso di essere il più forte di tutti sulle strade del Giro di Romandia, vincendo la cronometro di Losanna e lasciando i due più diretti inseguitori, Davide Boiafava e lo stesso Zoetemelk, a distanza di sicurezza.

Con il successo in Svizzera Pettersson si garantisce i gradi di capitano della Ferretti sia al Giro d’Italia, chiuso in sesta posizione a 9’20” da Merckx, che al Tour de France, dove coglie un sorprendente terzo posto alle spalle dell’imbattibile Merckx, che lo sopravanza di 15’54”, e dell’immancabile Zoetemelk, che per l’occasione ottiene la prima di sei piazze d’onore alla Grande Boucle.

Gosta diventa di colpo un corridore da tenere d’occhio, e per il 1971, stagione annunciata da un terzo posto alla Milano-Sanremo, battuto solo da Merckx e Gimondi, e dal secondo posto alla Parigi-Nizza alle spalle, ovviamente, di Merckx che lo anticipa di 58″, lo svedese ha in serbo il colpaccio al Giro d’Italia.

L’edizione numero 54 della Corsa Rosa si disputa dal 20 maggio al 10 giugno e se l’assenza di Merckx veste Felice Gimondi e Gianni Motta, campioni della Salvarani, del ruolo di favoriti, Gosta se ne sta inizialmente alla finestra a vedere quel che accade. E di cose, in un Giro d’Italia assolutamente folle, ne succedono, tante, dopo una prima tappa a cronometro che per la prima ed unica volta della storia veste a sera con le insegne del primato tutti e dieci i corridori proprio della Salvarani.

Ma il destino, brutale, incombe sui due capitani della Salvarani, con Gimondi che va in crisi nella tappa di Potenza incendiata da Dancelli e vinta da Enrico Paolini, perdendo quasi nove minuti, e con Motta che viene trovato positivo ad un controllo doping meritandosi dieci minuti di penalizzazione ed uscendo, entrambi, di fatto, dai giochi per la vittoria finale.

Lo scenario si apre ad orizzonti inattesi, e chi ha voglia di approfittare della mancanza di campioni di riferimento, si faccia avanti. Ed allora ci prova lo stesso Paolini, che se in futuro mostrerà di avere una particolare propensione alla maglia tricolore, nel frattempo tiene, per tre giorni, quella rosa; Ugo Colombo, che spodesta il pesarese sul Gran Sasso d’Italia che mette le ali allo spagnolo Lopez Carrill e, momentanemante, ricaccia indietro le illusioni di Pettersson; Aldo Moser, che a San Vincenzo, nel giorno del parziale riscatto di Gimondi, torna a capeggiare la classifica come già fu capace di fare nell’ormai lontano 1958; Claudio Michelotto, trentino pure lui, che si impossessa della rosa a Casciana Terme e la tiene ben salda sulle sue spalle di corridore tenace per le successive nove tappe.

Nel mezzo c’è spazio per i cacciatori di traguardi parziali, siano essi José Manuel Fuente, magnifico scalatore che si impone a Pian del Falco di Sestola, Patrick Sercu e Marino Basso, tanto veloci di spartirsi due volate a testa dopo che il vicentino a Bari, al secondo giorno, aveva vinto la prima tappa in linea, Davide Boifava, abile a battere tutti nella cronometro di Semiga di Salò, e proprio Pierfranco Vianelli, che sul Grossglockner grida al mondo che il successo olimpico di Città del Messico non fu solo l’isolato sprazzo di un giorno di gloria.

Zitto zitto, senza eccessi ma neppure senza troppi inciampi, Pettersson si è rifatto sotto, recuperando a Michelotto 1’43” nella cronometro e 2’35” proprio sul Grossglockner, complice un minuto supplementare di penalizzazione inflitto al leader per spinte, risalendo in terza posizione con un ritardo di 2’02”, dietro anche ad Aldo Moser che resiste con un passivo di 1’22”. Ma l’8 giugno, nella Lienz-Falcade di 195 chilometri e con le ascese, impervie, del Passo Tre Croci, del Falzarego, della “Cima Coppi” posta sul Pordoi, e del Valles, la corsa giunge alla resa dei conti. Gimondi attacca sul Pordoi provocando il crollo di Michelotto che rimbalza ad oltre dieci minuti, e portandosi a ruota Van Springel, capitano della Molteni orfana di Merckx ed infine secondo in classifica generale con un ritardo di 2’04”, Galdos, in maglia Kas, quarto a 4’27” alle spalle anche di Colombo che salirà sul terzo gradino del podio attardato di 2’35”, e lo stesso Pettersson, che si impossessa della maglia rosa.

Il giorno dopo, verso Ponte di Legno, lo svedese concede qualche secondo ed è fatto oggetto dei fischi ingenerosi e dell’incivile lancio di uova marce che “sporcano” quella meravigliosa maglia rosa che sarà definitivamente sua, 24 ore dopo, nella conclusiva cronometro di Milano vinta da Ole Ritter.

E così, lo svedese che scelse la bicicletta quale mezzo per andare più veloce di tutti, corona il suo sogno, e se oggi, a distanza di decenni, il suo nome è anche l’unico di matrice scandinava ad aver domato il Giro d’Italia… beh, vi sembra impresa da poco?

MARCEL KINT, LA MAGLIA DI CAMPIONE DEL MONDO PIU’ LUNGA DI SEMPRE

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Marcel Kint sulle strade del Tour de France del 1936 – da rtbf.be

articolo di Nicola Pucci

Quando tra qualche riga andremo a dar dettaglio del suo palmares, osserverete che Marcel Kint illustra vittorie tali da non aver dubbio alcuno sul suo status di fuoriclasse. Ma al belga appartiene un altro record, che a meno di cataclismi assolutamente non auspicabili è destinato a rimanere imbattuto, ovvero quello di aver portato più a lungo di tutti la maglia di campione del mondo.

In effetti questo ragazzo fiammingo nato a Zwevegem il 20 settembre 1914, ha le stimmate del predestinato, se è vero che già da juniores si distingue per la particolare predisposizione alle gare in linea, veloce e dotato di inventiva com’è, vincendo nel 1933 il titolo belga di categoria. Kint è corridore completo, sia tecnicamente che per consistenza fisica e mentale, ed è capace di disimpegnarsi egregiamente su ogni terreno. Con quel profilo allungato e quel fare distaccato che gli varranno il soprannome di “aquila nera“, il belga è protagonista un po’ ovunque, non eccellendo solo nelle corse su strada che gli regaleranno i massimi onori, ma cimentandosi con profitto anche nel cross, pagando dazio al fatto che ancora non sia stato istituito il campionato del mondo della specialità, e in pista, dove le sue esibizioni sono autentiche prove d’autore.

Se gli addetti ai lavori sostengono che senza la Seconda Guerra Mondiale Kint avrebbe potuto vantare un bottino di successi tanto congruo da poterlo un giorno annoverare tra i più grandi di sempre, nondimeno il campione fiammingo ha modo di approfittare degli anni antecedenti il conflitto bellico per competere con i migliori. Passato professionista nel 1935, appena 22enne, corre la prima stagione da indipendente, vincendo tra gli altri il Giro delle Fiandre e il Giro del Belgio riservati alla sua categoria.

La classe di Kint non può certo passare inosservata, ed è così che nel 1936 il belga si accasa alla Mercier, potendo infine gareggiare accanto ai campioni più acclamati e nelle corse più prestigiose. E’ infatti protagonista sulle strade del Tour de France, dove ha modo di imporsi sul traguardo di La Roche-sur-Yon, ottenendo infine un più che onorevole nono posto in classifica generale, che a conti fatti risulterà essere il miglior piazzamento in carriera, bissato due anni dopo nell’edizione del primo trionfo di Gino Bartali.

Kint si difende in salita, ma è nelle corse di un giorno che trova il terreno di caccia più congeniale ai suoi enormi mezzi atletici, e se nel 1937 si impone solo (si fa per dire, vista l’eccellenza del risultato) alla Gand-Wevelgem, vestendo poi per un giorno la maglia gialla in un Tour de France che lo vede abbandonare nel corso della 17esima tappa, ecco che nel 1938 Marcel esplode ai massimi livelli. A primavera, infatti, Kint è protagonista sia sui muri del Giro delle Fiandre, terzo in volata alle spalle di Edgard De Caluwe e Sylvere Maes, che sulle côtes della Liegi-Bastogne-Liegi, battuto solo dal connazionale Alfons Deloor.

Ma è al Tour de France che il suo nome assurge al rango di campione, vincendo ad Aix-les-Bains, Besançon e Metz e dando battaglia con l’intento di provare a scardinare la forza granitica di Gino Bartali. Kint termina nuovamente nono, a quasi un’ora dal toscano, ma la tempra è quella del vincente e quando a settembre c’è da giocarsi la maglia iridata sul circuito olandese di Valkenburg, Bartali, che parte con i favori del pronostico ed ha in progetto di attaccare da lontano, si trova invece ad inseguire un plotone in avanscoperta composto proprio da Kint, dai due svizzeri Leo Amberg e Paul Egli e dall’olandese Piet Van Nek. Il fiammingo mena le danze come un forsennato e al termine di 273 chilometri di fatica corsi in 7ore53minuti ha lo spunto veloce per battere i compagni di avventura e vestirsi delle insegne di campione del mondo.

Non appagato, Kint vince anche la Parigi-Bruxelles a coronamento di una stagione che sembra far da preludio ad una carriera monumentale. Ed in parte è così, perchè nel 1939 Marcel, dopo un promettente secondo posto alla Parigi-Roubaix anticipato solo da Emile Masson, è pure campione del Belgio e vince altre due tappe al Tour de France, a Salies-de-Bearn e quella prestigiosa di Parigi, dovendo altresì rinunciare ad ambizioni di classifica concludendo non meglio che 34esimo. Poi… poi scoppia la Seconda Guerra Mondiale e per Kint, così come tutti gli altri eroi del pedale, è tempo di riporre la bicicletta in cantina e mettere da parte le illusioni di grandezza.

Fin quando, nel 1943, le ostilità permettono al ciclismo, piano piano, di rimettersi in moto, e a Kint di cominciare a collezionare vittorie di pregio, come una fantastica tripletta consecutiva, dal 1943 al 1945, alla Freccia Vallone, proprio la Parigi-Roubaix e nuovamente la Bruxells-Parigi sempre nel 1943, il Circuito delle Ardenne nel 1945 ed una seconda edizione della Gand-Wevelgem quando ormai la guerra è ormai solo un ricordo doloroso, nel 1949.

Nel frattempo, al di là dei piazzamenti al Giro delle Fiandre che mai riuscirà a far suo, Kint mette in palio nel 1946 sul circuito svizzero di Zurigo quella maglia iridata conquistata nel 1938 e che il campione belga ha custodito gelosamente per ben otto anni. Marcel è ancora una volta tra i grandi interpreti della corsa, assieme al collega di bandiera Rik Van Steenbergen che lo accompagnerà negli anni a seguire in alcune vittoriose Sei Giorni a Bruxelles e nella drammatica Sei Giorni di Parigi del 1947 quando Kint, cadendo per la rottura di un tubolare, si fratturerà il cranio, a conferma della classe anche in pista. I due belgi, assieme ad altri undici temerari tra cui Fausto Coppi, infiammano nel corso del 13esimo dei 14 giri la fuga risolutiva, per poi, a causa di una caduta del “Campionissimo“, rimanere soli al comando insieme allo svizzero Hans Knecht. Kint e Van Steenbergen potrebbero fare gioco di squadra, ma un attacco dell’elvetico provoca il cedimento di Rik, con la soluzione che dunque sembra doversi avere in volata. Sprint che invece non c’è perché all’atto di lanciarsi Kint viene bloccato da tre spettatori che hanno invaso la strada e lo trattengono per la sella permettendo a Knecht di tagliare il traguardo a braccia alzate.

A niente valgono le proteste di Marcel Kint, che dopo 8 anni si toglie la maglia con i colori dell’arcobaleno ma entra, di diritto, nella grande enciclopedia della storia del ciclismo. Lì dove trovano posto solo i campionissimi.

ERIC MAECHLER, IL GREGARIO DI LUSSO CHE FU MAGLIA GIALLA E VINSE A SANREMO

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Erich Maechler in maglia gialla al Tour de France 1987 – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Il ciclismo è sport di fatica, ma se si ha tenacia ed anche un pizzico di buona sorte, prima o poi stai pur certo che può ricompensarti con qualche bel momento di gloria. Chiedete, ad esempio, ad Eric Maechler, passistone svizzero nato a Hochdorf il 24 settembre 1960 e attivo tra i professionisti tra il 1982 e il 1995, con 25 vittorie ed alcune perle che meritano di venir ricordate.

Maechler è un corridore poderoso, azzarderemmo un “armadio” al servizio del pedale, dotato di una forza erculea che gli consente di tenere in salita ritmi impensabili per un atleta di tale stazza. Non è uno scalatore, ovviamente, ma se i doveri di squadra lo richiedono, Eric è capace di reggere sulle salite di media lunghezza, e se non gli capitano tra le ruote corridori con il patentino di grimpeur, se la può giocare con chiunque. Sul passo, se in compagnia, è il classico pedalatore fortissimo, ovvero ideale per una cronosquadre. Un po’ meno, quando si trova a dover competere in una cronometro individuale. In sostanza, come tanti passisti pur di grande valore, ha bisogno di particolari circostanze per mettere in funzione il suo motore. In volata, poi, non è fermo, ed anche lì, senza ruote veloci di livello, se la gioca. Se i suoi meriti non sono stati tradotti completamente nel palmares, lo si deve al ruolo di spalla e di gregario che, negli anni migliori, ha svolto per i suoi capitani. Ma quando ha potuto correre per se stesso, “il gregarione” come qualcuno lo chiamava, è stato indubbiamente tra i migliori. Insomma un corridore che sfogliando gli albi d’oro non lo si trova spesso, ma quando appare, appare bene.

Da ragazzino Maechler distribuisce equamente l’impegno fra ciclismo e lavoro in tipografia, poi, dopo un biennio 1980-1981 estremamente positivo fra i dilettanti, opera la scelta, a poco più di ventuno anni, di provare la strada del professionismo, accasandosi in una piccola formazione svizzera, la Royal Wrangler.

Ottiene subito buoni risultati, nel 1982, vincendo la Stausee Rundfahrt Klingnau, il Tour del Nord-Ovest e l’ottava tappa del Giro di Svizzera con arrivo a Berna, nell’anno del successo finale di Giuseppe Saronni. Davvero non male per un debuttante. L’anno seguente si accasa alla Cilo Aufina, la principale formazione professionistica elvetica, praticamente una nazionale. Si ripete, vincendo il Giro dei Sei Comuni e la sesta tappa del Giro di Svizzera, stavolta a Bellinzona, ma, soprattutto, dimostrando la sua completezza, senza mai risparmiarsi scortando i compagni.

Nel 1984 Maechler inizia la stagione col piede giusto, vincendo a Montenero della Bisaccia, con un colpo di mano nel finale, la seconda tappa della Tirreno-Adriatico, che poi lo vide secondo nella classifica finale, a soli 2″ dal vincitore Tommy Prim. A giugno, si laurea campione svizzero su strada, vincendo una corsa, davanti a Seiz e Glaus, a cui partecipano, con classifiche separate, anche i tedeschi dell’ovest.

Messosi particolarmente in luce quale uomo-squadra ma all’occorrenza anche come corridore vincente, nel 1985 entra a far parte di una delle squadre più competitive del mondo, la Carrera diretta da Davide Boifava, che poi diventerà la sua squadra storica.

Assoldato per ricoprire il ruolo di spalla e gregario, partecipa sia al Giro che al Tour e per lui, in tutta la stagione, non ci sono particolari occasioni per gioire, pur cogliendo qualche piazzamento significativo. Nel 1986, pur lavorando per il compagno Urs Zimmermann, vince la quinta tappa del Dauphine Liberé e, soprattutto, con un arrivo in solitudine, fa sua la tappa del Tour de France che si concludeva sul mitico Puy de Dome.

L’anno successivo, 1987, è il migliore delle carriera dell’elvetico e si apre col botto della vittoria alla Milano-Sanremo, quando Maechler azzarda la fuga a lunga gittata con altri otto compagni, rimane solo sulla Cipressa con Allan Peiper, lo stacca sul Poggio e giugse al traguardo con un margine esiguo di 6″ sul gruppo, conquistando infine quella vittoria di pregio che gli fa acquisire notorietà e spessore tecnico. Prosegue poi la stagione vincendo la Seetal Rundfahrt Hochdorf, il prologo e la quinta tappa del Dauphine Liberé, per poi presentarsi al via del Tour de France in forma smagliante. Sulle strade della Grande Boucle Maechler è protagonista della fuga nella tappa che si conclude a Stoccarda, e seppur battuto dal portoghese Acacio Da Silva, a sera indossa la maglia gialla, tenendola per i successivi sei giorni, per poi a cederla a Charly Mottet in un’edizione infine vinta dal compagno di squadra Stephen Roche.

Che le sue doti non siano solo quelle del semplice “gregarione” che aveva trovato la grande vittoria nella Classicissima, lo dimostra nel 1988, dove è autore, ancora una volta, di una grandissima primavera. Vince dapprima la Vuelta Camp di Morvedre, quindi 2 tappe e la classifica finale della Vuelta della Comunidad Valenciana, per poi, giunto in Italia, aggiudicarsi la principale corsa a tappe corsa sull’arco di una settimana, ovvero la Tirreno-Adriatico. Maechler domina al punto di aggiungere alla classifica generale anche due traguardi parziali, a Paglieta e la cronometro conclusiva di San Benedetto del Tronto, lasciando infine Tony Rominger a 16″. Alla Milano-Sanremo lotta strenuamente per concedere il bis, terminando ottavo. Durante il resto dell’anno esegue alla perfezione il ruolo per il quale è apprezzato dagli addetti ai lavori, quello di spalla di capitani più forti di lui e nel 1989, ancora, è protagonista alla Tirreno-Adriatico, corsa che dimostra di essere particolarmente congeniale ai suoi mezzi, trionfando nella tappa di Atri, e, per il resto, dando pieno sfoggio di coraggio ed abnegazione faticando, tanto, per i compagni di casacca.

Non altrimenti vanno le stagioni 1990 e 1991, quando Maechler ottiene due vittorie, la Kika Classic e la quarta tappa del Giro di Lussemburgo, entrambe colte nel 1990. A fine 1991 chiude il suo rapporto con la Carrera, società alla quale ha dato tantissimo, e ritorna in Svizzera, all’Helvetia, dove conquista nuovamente il Tour del Nord-Ovest. Chiusa la stagione, quando Eric medita ormai di ritirarsi dall’attività agonistica, una giovane formazione italiana, la Jolly Club 88, gli chiede di tornare al Giro e lui accetta, ma il corridore svizzero ha imboccato la china discendente della carriera e non riesce a rendere secondo le aspettative.

Maechler continua a gareggiare anche nel biennio 1994-1995, impegnandosi in una piccolissima formazione giapponese, l’Inoac, ma corre pochissimo, ed il suo è più che altro un impegno “divulgativo“. Il suo ultimo piazzamento, il secondo posto alla Japan Cup vinta da Chiappucci, suo vecchio capitano, certificano, caso mai ce ne fosse bisogno, che le doti di corridore comunque battagliero e preposto al colpaccio non sono definitivamente sopite.

In carriera lo svizzero è stato luogotenente di fiducia, oltre del “Diablo” varesino e dei già citati Zimmermann e Roche, anche di Roberto Visentini, Guido Bontempi, Djamolidine Abdujaparov, e se ancora oggi si cerca un modello di riferimento di gregario capace anche di vincere, ecco che il pensiero va ad Eric Maechler. Che fece fatica per altri ma seppe ritagliarsi momenti di gloria. Già, proprio come un campione.

LA FUGA DI HINAULT E LA VITTORIA DI ZOETEMELK AL TOUR DE FRANCE 1980

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Zoetemelk in maglia gialla al Tour de France 1980 – da rouleur.cc

articolo di Nicola Pucci

La notte del 9 luglio 1980, torturato dal dolore ad un ginocchio, Bernard Hinault fugge di soppiatto dall’albergo di Pau dove alloggia e si ritira da un Tour de France fin lì dominato aprendo la strada a chi avrà forza e voglia di approfittare delle sue disavventure fisiche.

In effetti il fuoriclasse bretone, apparso sulle strade della Grande Boucle due anni prima, 1978, come il nuovo messia del ciclismo transalpino, imprime da quei giorni il suo marchio alla corsa più importante del mondo, conquistando una prima vittoria finale con 3’56” sull’olandese Joop Zoetemelk, per poi bissare dodici mesi, sempre davanti al campione che difende i colori della Miko-Mercier, eterno secondo, stavolta distanziato di ben 13’07”. E per l’anno in corso Hinault, che qualche settimana prima ha debuttato al Giro d’Italia, ovviamente vincendo, è ben deciso non solo a calare il tris, ma pure firmare quella doppietta, appunto Giro/Tour, che lo innalzerebbe al rango di grandissimo tra i grandissimi, laddove siedono già Fausto Coppi,  Jacques Anquetil ed Eddy Merckx..

Per l’edizione numero 67 del Tour de France, dunque, si parte dalla Germania con una cronometro di 7,6 chilometri a Francoforte, ed il “tasso” è già maglia gialla battendo per cinque secondi quel Gerrie Knetemann che nel 1978 soffiò la maglia iridata a Moser nello sprint a due del Nurburgring. Capitano della Renault-Gitane ed indiscusso favorito della corsa, Hinault lascia che qualcun altro lo sollevi dell’onere di portare le insegne del primato nelle prime, transitorie tappe, con lo stesso occhialuto olandese che lo rimpiazza dopo la cronometro a squadre di Francoforte vinta dalla Ti-Raleigh, e con il belga Rudy Pevenage che vince la tappa di Metz portando a termine una fuga chilometrica con Pierre Bazzo e Yvon Bertin, scudiero di Hinault che veste a sera la maglia gialla per perderla il giorno dopo sul traguardo di Liegi che regala la testa della classifica, appunto, a Pevenage.

Il fiammingo tiene il comando per nove giorni, e se nel frattempo Hinault ha modo di confermarsi l’uomo da battere vincendo la cronometro corsa sul circuito automobilistico di Spa-Francorchamps distanziando Zoetemelk di 1’16” e la tappa del giorno dopo a Lilla andando in fuga con Hennie Kuiper per poi infilarlo allo sprint e guadagnare oltre due minuti sul resto del plotone, ecco che la storia della Grande Boucle 1980 sembra già segnata.

Ragionevolmente, chi può pensare di mettere il bastone tra le ruote dell’imbattibile Bernard? Sicuramente proprio Zoetemelk, che è coriaceo, ha esperienza da vendere e sa come si corre sulla strade assolate di Francia se è vero che nelle precedenti nove partecipazioni è giunto cinque volte secondo (!!!), due volte quarto, una volta quinto ed una volta ottavo; l’altro tulipano Hennie Kuiper, capitano della Peugeot-Esso, secondo nel 1977 alle spalle di Bernard Thevenet, quarto nel 1979 e che ha fantasia per dar battaglia, come testimoniano i successi alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e al Mondiale di Yvoir del 1975; forse anche il portoghese Joaquim Agostinho, che veste i colori della Puch, che ha completato il podio nelle due precedenti edizioni, sempre terzo accanto ad Hinault e Zoetemelk. Stop, tutti gli altri sembrano destinati a correre solo per un onorevole piazzamento nei primi dieci della classifica generale.

La vincenda agonistica va avanti, nel frattempo, e se la Ti-Raleigh, ancora, è la più abile nell’esercizio della cronosquadre vincendo anche la prova di Beauvais, con il campione del mondo Jan Raas che si impone sui traguardi di Rouen e Nantes, ecco che un’altra tappa contro il tempo, quella individuale di 51,8 chilometri tra Damazan e Laplume, l’8 luglio, vinta a sorpresa da Zoetemelk che rifila 46″ a Kuiper, 1’09” ad Agostinho ed addirittura 1’39” ad Hinault, certifica che il campionissimo francese, indubbiamente, ha qualche problema.

Un ginocchio ballerino, preda della tendinite, in effetti limita il rendimento di Bernard che, seppur vesta a sera la maglia gialla con 21″ su Zoetemelk scalzando Pevenage destinato a retrocedere definitivamente in classifica, ecco che a Pau, ancora primo in classifica ma probabilmente impossibilitato a difendere le sue chances quando la strada inizierà a salire il giorno dopo lungo le rampe di Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyrasourde, e per non compromettere un finale di stagione che propone un Mondiale da correre sul difficilissimo tracciato savoiardo di Sallanches, che farà suo, prende cappello dalla carovana del Tour de France ed abbandona con la “fuga” notturna.

Lo scenario, improvvisamente e sorprendentemente, si apre per gli sfidanti che si pensava fossero relegati allo scomodo ruolo di eterni battuti dal “tasso” bretone, e tra questi proprio Zoetemelk e Kuiper, i più accreditati, diventano di colpo i principali favoriti alla vittoria finale, avendo nel mirino l’occasione della vita. La tappa pirenaica che conduce i corridori a Bagneres de Luchon regala vittoria e terzo posto provvisorio in classifica a Raymond Martin, scalatore francese che ha rilevato proprio Zoetemelk quale capitano della Miko-Mercier, che porta a compimento con tre minuti di vantaggio una fuga a lunga gittata, nel mentre i due leader si controllano e a sera, complice la dipartita di Hinault, Zoetemelk si impossessa della maglia gialla con 1’10” sul diretto avversario.

In verità il capitano della Ti-Raleigh, supportato da compagni assolutamente all’altezza della situazione, è una spanna sopra Kuiper proprio in salita, e se a Pra Loup allunga ancora portando il vantaggio ad 1’34”, il 14 luglio, festa nazionale francese, sfrutta le ascensioni di Galibier, Madeleine e Joux-Plane per allontanare il campione della Peugeot, che a sera accusa un passivo di 3’05” che appare difficilmente rimediabile.

Anzi, ventiquattro ore dopo, verso l’arrivo in salita di Prapoutel, scalando Colombiere, Aravis, Champlaurent e Barioz, Zoetemelk attacca ancora in compagnia di Alban, Agostinho, Van Impe, Willmann e Van der Velde provocando la resa di Kuiper, che aggiunge altri due minuti e mezzo al suo ritardo, vedendo così svanire il sogno di finire in giallo a Parigi e venendo scavalcato in graduatoria da Martin.

Restano da registrare le prime due vittorie al Tour di Sean Kelly, a St.Etienne e Fontenay-sous-Bois, inframmezzate dall’ennesima tappa a cronometro che Zoetemelk stesso fa sua con 45″ sul compagno di squadra Knetemann, mettendo la ciliegina sulla torta su un trionfo che nessuno, ma proprio nessuno può più negargli.

E così, dopo cinque secondi posti, a cui ne aggiungerà un altro nel 1982 dietro, guarda caso, Bernard Hinault, Joop Zoetemelk, complici i malanni del fuoriclasse bretone, sale infine sul gradino più alto del podio, 6’55” meglio di Kuiper che supera definitivamente Martin, terzo a 7’56”, grazie alla maggior abilità contro le lancette. Ma come dice il proverbio? Ah sì, gli assenti hanno sempre torto… ergo, onore a Joop Zoetemelk, delfino di Francia diventato re per un giorno.

 

 

IL TOUR DE FRANCE DELLA VITA DI CARLOS SASTRE NEL 2008


Tour de France 2008 21e etappe
Carlos Sastre in maglia gialla sul podio del Tour de France 2008 – da cyclingtips.com

articolo di Nicola Pucci

Ventesimo, decimo, nono, ottavo, ventunesimo, quarto nel 2006 (poi diventato terzo per la squalifica postuma del vincitore Floyd Landis), ancora quarto (poi diventato, anche in questo caso, terzo per l’ennesima squalificata comminata ad un presunto campione, in questo caso Levi Leipheimer, giunto appunto terzo). Questi sono i piazzamenti in serie ottenuti da Carlos Sastre al Tour de France, a far data dal 2001 quando l’iberico, vestendo la maglia della Oncedebuttò sulle strade assolate della Grande Boucle.

In effetti questo scalatore madrileno di 173 centimetri, classe 1975, è da anni ormai uno dei corridori più costanti, e piazzati, nelle grandi corse a tappe, se è vero che nelle ultime quattro stagioni non è mai sceso oltre il sesto posto alla Vuelta, salendo sul terzo gradino del podio nel 2005 alle spalle di Roberto Heras e Denis Menchov, rimanendone ai piedi nel 2006 quando a beffarlo, per l’inezia di 23″, fu il kazako Andrej Kasetkin, infine risultando secondo nel 2007 battuto dallo stesso Menchov. E se si considera che dall’anno dell’esordio tra i professionisti, 1997, lo spagnolo ha collezionato ben poche, seppur buone vittorie, conquistando una frazione alla Vuelta Burgos del 2001, due tappe proprio al Tour de France, nel 2003 ad Aix 3 Domaines e nel 2006 a Morzine, la scalata del Montjuic nel 2005, e la Klasica di Primavera del 2006, ecco che nel 2008 non è certo l’uomo più accreditato alla vittoria finale del Tour de France.

L’onore di uomo da battere per l’edizione numero 95 della corsa più prestigiosa al mondo, spetta, o almeno spetterebbe, ad Alberto Contador, capitano dell’Astana, squadrone kazako, che ha vinto l’anno precedente, se non fosse che in virtù del coinvolgimento di alcuni atleti della squadra in affari di doping, quali Matthias Kessler, Aleksandr Vinokourov e lo stesso Kasetkin, l’ASO, società che organizza il Tour, nega l’invito alla formazione del Kazakistan, togliendo così all’iberico la possibilità di difendere il titolo, aprendo così lo scenario a chi abbia voglia e forze per raccoglierne il testimone. E Carlos Sastre, sempre puntuale quando c’è da figurare tra i migliori, stavolta, in assenza di un vero padrone, non spreca l’occasione d’oro offertagli dalle circostanze.

Si parte il 5 luglio da Brest, non con il consueto prologo come avviene ormai dal 1967, bensì con una tappa in linea di 197,5 chilometri verso Plumelec che regala vittoria e prima maglia gialla ad Alejandro Valverde, altro autorevole pretendente al trono lasciato vacante da Contador, bravo ad anticipare sul traguardo posto al termine di una rampa al 6,2% Philippe Gilbert e Jerome Pineau. E se il fuoriclasse murciano, il giorno dopo, conserva le insegne del primato nella frazione di Saint-Brieuc che esalta lo spunto veloce del norvegese Thor Hushovd, un quartetto in fuga nella terza tappa consente a Romain Feillu di scalzarlo dalla vetta della classifica ed impossessarsi a sua volta della maglia gialla.

Si attende con trepidazione la quarta tappa, una cronometro di 29,5 chilometri che dovrebbe cominciare a scremare la classifica, e se in effetti il responso è tale da indicare nel lussemburghese Kim Kirchen, vincitore a primavera della Freccia Vallone, nell’australiano Cadel Evans, che vestì per un giorno la maglia rosa al Giro d’Italia del 2002, e nel russo Denis Menchov, ultimo vincitore della Vuelta, i principali favoriti a vestire l’ultima maglia gialla, altresì apre la parentesi più buia della corsa, iniziando a mietere vittime, complice l’uso smodato di sostanze illecite.

La tappa, infatti, viene vinta da quel Stefan Schumacher che se a sera veste pure la maglia gialla, come farà pure 24 ore dopo a Chateauroux, e che farà sua anche l’altra frazione contro il tempo di Saint-Amand Montrond, verrà poi trovato positivo alla CERA (un attivatore continuo del recettore dell’eritropoietina) in ottobre incappando in una squalifica inevitabile e perdendo i risultati conquistati al Tour de France. Stessa cosa accade ai due italiani della Saunier Duval, Riccardo Riccò e Leonardo Piepoli, che dominano in montagna vincendo l’uno a Super Besse e a Bagneres-de-Bigorre e l’altro a Hautacam. Ma se il “cobra“, talento emergente del ciclismo non solo tricolore, viene messo fuori dalla corsa la sera del 17 luglio, il “trullo volante“, proprio come Schumacher, viene colto in fallo solo ad ottobre, pur avendo a sua volta abbandonato il Tour de France al termine della 12esima tappa.

Non saranno questi gli ultimi casi di malefatte di un’altra edizione maledetta della Grande Boucle, comunque sia lo spettacolo deve andare avanti ed allora, dopo che Schumacher ha perso la maglia gialla complice una caduta proprio a Super Besse venendo rilevato in testa alla classifica da Kirchen che accumula 6 secondi di vantaggio su Evans, ecco che l’Italia si accende per le imprese pirenaiche, fasulle, non solo di Riccò, ma anche dello stesso Piepoli, appunto, che vince su un traguardo, Hautacam, che anni prima mise le ali al grande Miguel Indurain, e che stavolta, passando per la scalata del mitico Tourmalet che con i sui 2.115 metri è la vetta più alta del Tour de France 2008, rivoluziona la classifica generale. Evans infatti approfitta del cedimento di Kirchen per sfilargli la maglia gialla, con 1 solo secondo di vantaggio su un altro lussemburghese, Frank Schleck, protagonista della fuga di giornata con Piepoli e con lo spagnolo Juan José Cobo.

Il 14 luglio, festa nazionale francese, la classifica dice dunque Evans primo, Schleck secondo ad 1″, l’americano Christian Vande Velde terzo a 38″, l’austriaco Bernhard Kohl quarto a 46″ e Menchov quinto a 57″, con i Pirenei ormai alle spalle e con la decisione, risolutiva, rimandata alle tappe alpine. Ed Evans diventa l’uomo da battere.

E Sastre, vi starete chiedendo? Ebbene, il madrileno, zitto zitto, è sempre lì, sesto ad 1’28” ma in verità gli addetti ai lavori pensano che, al solito, i suoi sforzi verranno confortati dall’ennesimo piazzamento. Ed invece…

Invece accade che, dopo che l’inglese Mark Cavendish si è confermato il velocista più forte del lotto imponendosi, dopo Chateauroux e Tolosa, anche a Narbonne e Nimes, ed Oscar Freire ha piazzato la zampata del campione, quale lui è, a Digne-les-Baines, verso Prato Nevoso, dopo aver scavalcato il Colle dell’Agnello, e nel giorno della vittoria di Simon Gerrans a chiusura di un attacco da lontano, ecco che Kohl e proprio Sastre staccano il gruppetto dei migliori, in cui si registra il parziale cedimento nei chilometri finali di Evans, che perde 9″ da Frank Schleck che gli strappa la maglia gialla, disegnando a sera una classifica generale che vede sei corridori in meno di 1 minuto.

Ma se la tappa Cuneo-Jausiers ricaccia indietro Menchov e infrange le illusioni di Vande Velde di dire la sua nella lotta alla vittoria finale, sono i ventuno terribili tornanti salendo verso il traguardo dell’Alpe d’Huez, con l’aggiunta, in precedenza del Col du Galibier e del Col de la Croix de Fer, disseminati lungo 210, 5 chilometri di enorme fatica, a decidere le sorti del Tour de France 2008. E’ il giorno in cui Carlos Sastre, che dal 2002 ha cambiato casacca per passare al soldo del Team CSC-Saxo Bank, decide che non è più il caso di limitarsi a tenere il passo dei migliori, ma di diventare lui stesso il più forte di tutti. Il madrileno attacca fin dalle prime rampe dell’ascesa finale, e fa il vuoto. Alle sue spalle Evans, che parrebbe favorito dalla cronometro del penultimo giorno di 53 chilometri, rimane solo a tentare di limitare i danni, pagando dazio ai limiti di una squadra, la Silence-Lotto, assolutamente inadeguata per appoggiare i suoi sogni di gloria. E così, mentre l’australiano vede lentamente ma inesorabilmente allontanarsi quell’ultima maglia gialla tanto agognata, e che comunque farà sua di lì a tre anni, nel 2011, aggiungendola a quella iridata conquistata a Mendrisio nel 2009, Sastre si invola non solo verso la vittoria parziale, infine sua con un vantaggio di 2’03” su Samuel Sanchez e sul compagno di squadra Andy Schleck, fratello minore di Frank, pure lui corridore della CSC, ma anche verso, appunto, la maglia gialla. Che a sera veste per la prima volta in carriera, con 1’24” su Frank Schleck, ottimo nel fare gioco di squadra, 1’33” sull’inatteso Bernhard Kohl, ed 1’34” su un avvilito Cadel Evans.

Il 23 luglio 2008 Carlos Sastre non indossa solo un simbolo del primato, ma veste pure, infine, i panni del campione, dismettendo quelli del piazzato di rango. Già, perché di lì a quattro giorni, il 27 luglio, tocca a lui l’enorme onore di salire sul gradino più alto del podio del Tour de France nel magnifico scenario degli Champs-Elysees. Resistendo nello cronometro al tentativo di rimonta di Evans, che rosicchia solo 29″, e rigettando l’amico Frank Schleck ad oltre 4 minuti.

A proposito. Sapete che fine ha fatto Bernhard Kohl, il terzo uomo della foto del podio finale, per l’occasione fasciato della “maglia a pois” di miglior scalatore? Venne pure lui trovato positivo alla CERA e perse il terzo posto. Eh sì, quell’edizione 2008 del Tour de France portò fortuna a Carlos Sastre, ma rimane per sempre una corsa segnata dall’epidemia del doping.

I TRE MESI DA RECORD DI EDDY MERCKX NEL 1974

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Merckx sul Tourmalet al Tour de France 1974 inseguito da Poulidor – da velopeloton.com

articolo di Nicola Pucci

Nel ciclismo robotizzato di oggi, pieno zeppo di campioni, o presunti tali, che centellinano con attenzione gli impegni stagionali puntando il mirino su uno, al massimo due grandi obiettivi, vien quasi da sorridere nel ricordare quelle che furono le imprese su due ruote dei fuoriclasse di un passato non troppo recente, capaci di esprimersi ai massimi livelli per un lasso di tempo ben più consistente. Se poi quel corridore risponde al nome del fenomenale Eddy Merckx, ecco che quel che il fiammingo riuscì a compiere tra il 16 maggio e il 25 agosto 1974 ha del sensazionale. Che poi tanto sensazionale non è, se è vero che si sta pur sempre parlando di “cannibalismo” in bicicletta.

Nel 1974 il campionissimo di Meensel ha 29 anni, e se può già vantare un palmares come nessuno prima di lui e nessuno dopo, con 2 maglie di campione del mondo, 4 Giri d’Italia, 4 Tour de France, 1 Vuelta, 5 Milano-Sanremo, 1 Giro delle Fiandre, 3 Parigi-Roubaix, 4 Liegi-Bastogne-Liegi e 2 Giri di Lombardia, è altresì nel pieno della maturità atletica e tecnica, ed è pronto ad approfittarne. Per incrementare, ancora, ancora ed ancora, il suo bottino di vittorie di pregio.

Merckx difende per la quarta stagione consecutiva i colori della Molteni, e se a primavera, dopo il successo al Trofeo Laigueglia e in tre tappa alla Parigi-Nizza poi chiusa in terza posizione alle spalle della coppa Gan-Mercier composta da Joop Zoetemelk, che lo batte nelle due cronoscalate del Mont Faron e del Col d’Eze, e Alain Santy, è rimasto all’asciutto, per la prima volta in carriera, nelle grandi classiche non andando oltre il secondo posto alla Liegi, superato allo sprint da Roger De Vlaeminck, attende con trepidazione, ed immutata fiducia, di presentarsi al via dei grandi giri per confermarsi il numero 1 del mondo del pedale. E prendersi la rivincita su chi ha azzardato previsioni di declino imminente.

In effetti, dal 16 maggio all’8 giugno, il belga è il grande favorito sulle strade del Giro d’Italia che lo hanno visto vincitore già quattro volte, di cui le due ultime, 1972 e 1973, consecutive. E per completare un tris in successione riuscito solo ad Alfredo Binda tra il 1927 e il 1929, Merckx si trova a dover battagliare con un giovanotto di meravigliose speranze, Gianbattista Baronchelli, neoprofessionista in maglia Scic, che in un’edizione della Corsa Rosa infarcita di montagne lo mette in seria difficoltà. In verità è lo spagnolo José Manuel Fuente a comandare la classifica generale per 12 tappe dopo la vittoria a Sorrento, con Merckx che rimane in corsa grazie al successo nella cronometro di Forte dei Marmi per poi impadronirsi della maglia rosa proprio a Sanremo quando lo spagnolo, che poi vestirà la maglia verde, introdotta quell’anno, di miglior scalatore, ha una crisi di fame, perde dieci minuti ed esce dai giochi. Per Eddy sembra fatta, ma Baronchelli e Gimondi sono in agguato, e a Monte Generoso, così come nella tappa con arrivo alle Tre Cime di Lavaredo, entrambe vinte dallo stesso Fuente, il “cannibale“, che si impone anche a Bassano del Grappa, va a sua volta in crisi dovendo subire l’attacco dei due diretti avversari che riducono il margine di disavanzo rispettivamente a 12″ e 33″, salvando l’ultima maglia rosa con il margine di distacco più esiguo della storia del Giro.

La rivincita è attesa sulle strade del Tour de France ma prima, senza fare troppi calcoli e puntando, sempre, al massimo risultato, Merckx si presenta ai nastri di partenza anche del Giro di Svizzera, dal 13 al 21 giugno. Strano ma vero, è l’unica grande corsa del panorama ciclistico internazionale, insieme alla Parigi-Tours, che il fiammingo non ha mai vinto, ma Eddy ha gran voglia di rompere il sortilegio, e domina la competizione fin dal prologo del primo giorno, a Gippingen, quando lascia lo svedese Gosta Pettersson a 9″. Veste la maglia oro e non la lascia più, concedendo a Franco Bitossi ed Enrico Paolini di far razzia di successi parziali, ben quattro a testa, vincendo il toscano sui traguardi di Lenzerheide, Tgantieni, Losanna e Olten, facendo altrettanto il pesarese, giungendo a braccia alzate a Diessenhofen, Bellinzona, Grenchen e Fislisbach. Nel frattempo Merckx vince a sua volta ad Eschenbach e la cronometro conclusiva di Olten ed in classifica generale, infine, è il migliore con 58″ su Pettersson, sempre in scia ma mai in grado di anticipare il campionissimo belga.

E con il conforto delle due vittorie in Italia e Svizzera, Merckx è pronto all’appuntamento con il Tour de France, dal 27 giugno al 21 luglio, reduce da un intervento chirurgico al sopra-sella ma con la dichiarata intenzione di far cinquina dopo il poker consecutivo tra il 1969 e il 1972 e la volontaria assenza del 1973 che ha concesso a Luis Ocaña di farne le veci in qualità di dominatore. Complici le assenze proprio di Ocaña e Joop Zoetemelk (entrambi incidentati prima della grande corsa a tappe), di Bernard Thevenet e di Felice Gimondi, il belga trova strada spianata. Dopo aver conquistato la maglia gialla nel prologo di Brest, la cede al suo gregario Joseph Bruyere, la riprende a Caen nel giorno della vittoria di Patrick Sercu e la perde nuovamente 24 ore dopo a Dieppe, per poi reindossarla dopo aver vinto lo sprint di gruppo a Chalons-sur-Marne, nella settima tappa. Da lì in poi nessuno è più in grado di togliergli il primato, aggiudicandosi, sulle Alpi, due frazioni, a Gaillard ed Aix-les-Bains, senza però staccare né l’ormai trentottenne Poulidor né lo spagnolo Gonzalo Aja. Merckx viene poi battuto da Vicente Lopez Carril nel tappone che prevede le scalate di Telegraphe e Galibier che costano a Poulidor quasi sei minuti di ritardo. Sui Pirenei Merckx vince ancora, nella tappa di La Seu d’Urgell, battendo allo sprint tutti i migliori; durante le due giornate seguenti perde però quasi tre minuti dallo scatenato Poulidor, capace di staccarlo sia sull’erta di Pla d’Adet che sul Tourmalet. Le tappe finali sono però un monologo del campione belga, vincitore di tre delle ultime cinque frazioni, compresa quella conclusiva al Velodromo di Vincennes. Pur non dominando, insomma, Merckx mette in saccoccia, come nel 1970, otto frazioni, per ventidue giorni veste la maglia gialla, lascia ad oltre otto minuti il secondo e il terzo classificato, appunto “Poupou” Poulidor e Lopez Carril, divisi da soli cinque secondi, e può infine festeggiare il quinto successo in cinque partecipazioni alla Grande Boucle, eguagliando Jacques Anquetil.

Sfatate le Cassandre che profetizzano sia impossibile vincere, uno dopo l’altro, Giro d’Italia, Giro di Svizzera e Tour de France vista la concentrazione dello sforzo in poco più di un mese, Merckx, che dissipa così i dubbi sull’ipotetica fase discendente della carriera dopo una primavera all’asciutto, si appresta a piazzare la zampata del poker. Che altro non è che la riconquista di quella maglia arcobaleno già sua a Heerlen nel 1967 e a Mendrisio nel 1971, per un tris mondiale che lo eleverebbe al rango di supercampionissimo, caso mai non lo sia già, laddove già siedono Binda e Van Steenbergen, gli unici ad aver vinto per tre volte il Campionato del Mondo.

E così a Montreal, il 25 agosto, nella prima edizione extraeuropea della corsa iridata, Eddy raccoglie il guanto di sfida lanciato dalla nazionale francese che manda all’attacco Bernard Thevenet, bravo ad involarsi al tredicesimo dei ventuno giri del percorso, guadagnare quasi tre minuti sul gruppo guidato dallo scatenato belga, infine vedersi costretto a cedere il passo all’azione di forza del “cannibale” che lo riassorbe e lo stacca sulle rampe del Mount Royal. Per Merckx si profila una vittoria in pompa magna, e questo a dispetto del coraggio del solito Poulidor, che rileva il testimone dal compagno di bandiera nel tentativo di arginare lo strapotere del fuoriclasse fiammingo. Che al termine di una sfida che vede infine classificati solo 18 dei 70 corridori alla partenza, si presenta alla volata risolutiva con troppe più carte da giocare rispetto al francese, in primis una punta di velocità nettamente superiore che gli permette di tagliare il traguardo a braccia alzate con un margine di 2″. Poulidor, guarda che strano!, è ancora una volta secondo e sale sul podio assieme all’altro transalpino Mariano Martinez, abile nel rigettare il tentativo di Giacinto Santambrogio di tornare sotto per giocarsi quella vittoria che l’anno prima aveva arriso a Felice Gimondi, stavolta limitato da una caduta di qualche settimana prima alla Coppa Bernocchi e costretto ad alzare bandiera bianca al penultimo giro.

Uno, due, tre e quattro, Eddy Merckx firma in tre mesi un poker da record e se qualche anno dopo, a far data 1987, anche Stephen Roche riuscirà nell’impresa di vincere in successione Giro, Tour e Mondiale, beh… il “cannibale” è sempre il cannibale e, statene certi, non c’è proprio paragone.

ARIE DEN HARTOG, IL PASSISTA VELOCE CHE SPEZZO’ IL SORTILEGIO OLANDESE A SANREMO

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Arie Den Hartog in maglia Bic – da 1limburg.nl

articolo di Nicola Pucci

La bicicletta, in Olanda, è una sorta di migliore amica dell’uomo, se è vero che da quelle parti c’è un culto del tutto particolare del mezzo a due ruote. Ed il ciclismo in quanto disciplina sportiva trova tra quella lande piatte, spettinate dal vento e raramente incarognite da tratti in salita, una delle sue culle materne più care. Eppure… eppure tra tante vittorie ed un numero congruo di campionissimi, c’è qualche corsa che raramente ha visto i “tulipani” protagonisti, prima tra tutte la Milano-Sanremo che se ha celebrato ben 20 successi dei cugini belgi, altresì ha dovuto attendere addirittura il 1965 per iscrivere all’albo d’oro della “Classicissima di Primavera” il primo atleta battente bandiera arancio-bianco-bu, per poi salutare solo Jan Raas nel 1979 ed Hennie Kuiper nel 1985 capaci di bissare l’impresa.

Arie Den Hartog, perché è lui il ciclista deputato a spezzare il sortilegio che impediva agli olandesi di imporsi in Riviera, nasce il 23 aprile 1941 a Zuidland, e se è stato professionista per un breve lasso di tempo, dal 1964 al 1970, nondimeno ha incamerato 29 successi di discreto lignaggio. Già da dilettante ha modo di evidenziare interessanti qualità di passista-veloce, garantendosi un ruolino di marcia di tutto rispetto, all’insegna di una crescita costante che lo vede piazzarsi sul terzo gradino del podio Mondiali di Salò del 1962, dietro Bongioni e Ritter, ed essere per oltre un biennio un punto fermo della Nazionale olandese, con la quale gareggia in tutta Europa.

Ragazzo dotato di classe ma taciturno e poco propenso all’intrattenimento, è spesso presente alle corse italiane, e quando nel 1964 decide di compiere il grande salto al professionismo, a farlo debuttare non è una squadra del suo paese, bensì la fortissima francese Saint Raphael-Geminiani che, attorno alle ammiraglie de “Le grand Fusil” che ebbe salva la vita dalla malaria che invece condannò Coppi ad una morte precoce, annovera niente popodimeno che un fuoriclasse del calibro di Jacques Anquetil.

Il giovane Den Hartog, la cui smorfia sotto sforzo, i capelli color stoppa e il naso all’insù lo rendono facilmente individuabile in seno al plotone, si mostra subito un atleta di sicuro affidamento. Non un campione di prima grandezza, è vero, ma uno di quelli in grado di lasciare un traccia di un certo spessore. Ed infatti, al primo anno tra i grandi vince tredici corse, fra le quali il Giro del Lussemburgo con annesse due tappe, il Gran Premio del Belgio, il Tour de l’Herault, e una classica del panorama transalpino come la Parigi-Camembert battendo corridori accreditati come Rudi Altig e Jan Janssen.

La primavera del 1965 porta in dote ad Arie De Hartog, che corre ora con il marchio Ford France, il traguardo più prestigioso della sua non lunghissima carriera, la Milano-Sanremo. Con una condotta che sublima forza e furbizia l’olandese si lascia alle spalle due campioni del ciclismo di casa nostra, Vittorio Adorni e Franco Balmamion, che si involano con lui pagando poi dazio in volata. Nel corso della stagione Den Hartog fa suo anche il Circuit d’Auvergne e l’allora prestigiosa Beaulac-Bernos, una gara con un albo d’oro da leccarsi i baffi. Nell’occasione, supera l’ex-iridato del 1963 a Ronse Benoni Beheyt e colui che poi diverrà “Monsieur Tour de France“, ovvero Jean Marie Leblanc.

Il Giro di Catalogna dove, alla tappa di La Massana, aggiunge la classifica generale finale davanti al proprio capitano Jacques Anquetil staccato di 1’23”, è il successo di maggior prestigio nel 1966, anno in cui l’olandese vince fra le altre gare,anche il Gran Premio Gerard Saint e la tappa di Wellin del Giro del Belgio, finito nel palmares proprio di Adorni.

Den Hartog è veloce ed abile anche nelle corse contro il tempo, prototipo dunque del perfetto corridore da classiche. E dopo la Milano-Sanremo, l’Amstel Gold Race del 1967 è la ciliegina sulla torta di una stagione per altri versi non troppo brillante. Nella corsa olandese più importante, alla seconda edizione di una storia nata l’anno prima con il trionfo del francese Jan Stablinski, Den Hartog, in maglia Bic, si impone in volata superando i connazionali Cees Lute e Harrie Steevens, ma i risultati modesti nei mesi successivi sono forse il segno che il viale del tramonto è già avviato?

La risposta viene nella stagione subito seguente, e non è certo positiva. Den Hartog si impone solo al Circuito di Genk, in Belgio e, nonostante nel 1969, chiuso il rapporto con Geminiani, venga assoldato dalla Caballero, una squadra olandese, la china discendente non si arresta. Nel palmares del “tulipano” finisce solo il Criterium Ulestraten e seppur ad inizio 1970 mostri qualche segnale di risveglio ottenendo qualche piazzamento promettente e conquistando pure la di miglior scalatore al Giro di Svizzera, non cambia quella che è una decisione maturata da tempo. A soli 29 anni, Arie Den Hartog, che oggi vive a Nieuwstadt, nel Limburgo, gestendo, guarda caso, un negozio di biciclette, dice basta con l’agonismo, portando in dote l’exploit di aver sventolato, primo tra tutti, la bandiera d’Olanda nel cielo di Sanremo. Vi pare impresa di poco conto?

ITALO ZILIOLI, L’ETERNO PIAZZATO DEL GIRO D’ITALIA

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Zilioli al Giro d’Italia 1969 – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Talvolta succede che alcuni corridori, pur dotati di classe certa, tentino in ogni modo di sedurre una corsa, senza poi riuscire mai a conquistarla. E’ quel che succede, ad esempio, a Italo Zilioli, più volte prossimo a vincere il Giro d’Italia ma infine incapace di cogliere l’ultima Rosa, quella che ne avrebbe celebrato il trionfo.

Torinese classe 1941, Zilioli ha modo di illustrarsi fin da ragazzo, denunciando doti non comuni che avrebbero dovuto, in prospettiva, innalzarlo al rango di fuoriclasse, come poi invece non avverrà. Già nel 1959, infatti, vince un titolo italiano allievi, confermandosi, per stile e facilità di pedalata, uno dei giovani più promettenti del panorama ciclistico italiano, tanto che Vincenzo Giacotto, suo mentore, lo fa ben presto debuttare tra i professionisti nelle file della Carpano.

Corre l’anno 1962 e Zilioli, accompagnato dalla pesantissima etichetta di “nuovo Coppi“, si mette in luce subito, al Giro dell’Appennino, incendiando la corsa con un tentativo solitario sotto la pioggia sulla temibile salita della Bocchetta, che di quella corsa è totem e trampolino di lancio per chi la vuol vincere. E che sia destinato a vincerla Zilioli pare ormai certo, se una caduta non gli precludesse la possibilità di tagliare per primo il traguardo di Pontedecimo.

Malinconico, con un velo di tristezza sempre disegnato sul volto da gran signore quale lui è, Zilioli rimanda l’appuntamento con la vittoria all’anno successivo, quando si impone in successione in quattro classiche del ciclismo di casa nostra, ovvero Tre Valli Varesine (battendo Cribiori), Giro del Veneto (davanti a De Rosso), Giro dell’Emilia (lasciando Ciampi a tre minuti) e appunto Giro dell’Appennino (stavolta sotto il sole cocente e Diego Ronchini attardato di oltre due minuti), aggiungendo la prima tappa di un Giro di Svizzera disputato da protagonista con un confortante sesto posto finale in classifica.

Nel frattempo Italo ha modo di partecipare per la prima volta al Giro d’Italia, chiudendo 18esimo, ed è proprio sulle strade della Corsa Rosa che Zilioli segna la sua avventura professionistica con le stimmate dell’eterno piazzato. Tanto che nel 1964 il torinese punta il suo obiettivo, legittimamente ad onor del vero, sulla classifica generale del Giro.

In effetti Zilioli, che nel corso dell’anno si impone in altre tre corse di gran lignaggio quali Coppa Sabatini, Coppa Agostoni e Giro del Veneto confermando, caso mai ce ne fosse bisogno, che non solo è capace di azzardare l’azione risolutiva ma pure di portarla a termine, si trova a battagliare sulle strade del Giro d’Italia con quel Jacques Anquetil già quattro volte vincitore al Tour de France e in trionfo nella Corsa Rosa del 1960. La sfida pare impari, vista la caratura dell’avversario, ma Zilioli non si arrende, mai, staccando il campione francese a Lavarone, Pedavena, Roccaraso e Santa Margherita Ligure, per poi tentare l’ultimo assalto nella Cuneo-Pinerolo, la tappa resa celebre nel 1949 dall’impresa di Fausto Coppi. Il colpaccio non riesce, complice anche una crisi di fame, ma infine Zilioli è secondo, staccato di 1’22”.

Non ancora 23enne, quindi giovanissimo, Zilioli avrebbe tutto il tempo per cogliere quell’affermazione “rosa” negata dal grande transalpino, ed in effetti per il 1965 Italo rinnova la sfida, motivato dal cambio di casacca, difendendo ora i colori della Sanson, a cui regala alcune perle come la vittoria nella corsa in salita Nizza-Mont Angel e nel Giro del Ticino. Al Giro d’Italia, però, ancora una volta il corridore piemontese si trova a dover fare i conti con un avversario più in forma e, in definitiva, più forte di lui, Vittorio Adorni, che si impossessa della maglia di leader al termine della cronometro di Taormina e, lui sì, domina la concorrenza, lasciando Zilioli, nuovamente secondo, ad oltre 11 minuti di ritardo e con la parziale consolazione della vittoria di tappa a Saas-Fee.

Dodici mesi ancora, anno 1966, e Zilioli si stacca definitivamente di dosso l’etichetta di “nuovo Coppi” per calzare quello più veritiero, ed in parte beffardo, di eterno piazzato del Giro d’Italia. Già, perché se nel corso della stagione Italo coglie al Campionato di Zurigo la vittoria di maggior pregio in carriera, da aggiungere al Gran Premio Industria e Commercio di Prato, ecco che alla Corsa Rosa, ed è la terza volta consecutiva, si deve arrendere al mammasantissima di turno, questa volta quel Gianni Motta che ha classe da vendere quanto, se non di più, di lui e lo lascia con l’amaro in bocca di 3’57” di ritardo, togliendosi altresì lo sfizio, ironia della sorte, di precedere di soli 43″ proprio Anquetil.

Giro d’Italia maledetto, dunque, per Italo Zilioli, che se nel 1967 è costretto all’abbandono, torna competitivo ai  massimi livelli nei tre anni successivi, collezionando un quarto posto nel 1968, a 9’17” da Eddy Merckx e vincendo la tappa di Sanremo, salendo sul terzo gradino del podio nel 1969, a 4’48” da Felice Gimondi e un nuovo successo parziale a Folgaria, e quinto nel 1970, a 8’14” dall’imbattibile Merckx ed una terza vittoria a Rivisondoli.

I bei tempi sono ormai andati, però, e se “il cannibale” imprime il suo marchio al ciclismo mondiale lasciando men che le briciole ai rivali, Zilioli, che sta al Giro d’Italia come il Tour de France sta a Raymond Poulidor, ovvero eterno secondo senza neppure la soddisfazione di vestire almeno un giorno le insegne del primato, ecco che Italo nondimeno si toglie qualche altra soddisfazione importante, che se non ne legittima lo status di fuoriclassse, almeno danno lustro ad una carriera comunque di prima fascia.

Nel 1970, infatti, Zilioli vince la tappa di Angers al Tour de France vestendo a sera, e per altre cinque tappe, la maglia gialla, mettendo nella stessa stagione altresì la sua firma alla Settimana Catalana, al Giro delle Marche e al Giro del Piemonte, vincendo Trofeo Laigueglia e Tirreno-Adriatico nel 1971, infine collezionando un’altra tappa al Monte Argentario al Giro d’Italia nel 1972 e completando il palmares personale con Coppa Placci e Giro dell’Appenino nel 1973 e due ultima vittorie nella “Corsa dei Due Mari”, a Pescasseroli nel 1974 e a Monte Livata nel 1975.

Certo, Italo Zilioli corse, e corse bene, per almeno un decennio, ma il Giro d’Italia lo respinse, sempre, e quell’etichetta di eterno piazzato, se è difficile da digerire, comunque rende giustizia ai suoi meriti di ciclista di rango.

LA SCALATA DA LEGGENDA DI PANTANI AD OROPA AL GIRO D’ITALIA 1999

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Pantani supera Jalabert nella scalata verso il Santuario di Oropa – da video.gazzetta.it

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo

E’ facile parlare di persone come Marco Pantani. E’ facile perché fa parte di un ristretto rango di esseri umani in grado di suscitare emozioni forti, che toccano le corde più intime dell’animo di ognuno di noi. Il Pirata era così, gli bastava un colpo di pedale per esaltare lo spirito di chi stava attaccato al televisore o alle transenne sulle strade. Con personaggi così, è altrettanto facile scadere nella retorica. Per questo, vi raccontiamo un episodio che racchiude in sé tutto quello che Marco rappresentava e rappresenta per gli appassionati, un vero capolavoro fatto di fatica, talento, rabbia, inquietudine, forza, cuore.

Siamo nel 1999, si corre la Racconigi-Santuario di Oropa, tappa numero 15 di un Giro d’Italia che sembra avere già il suo padrone. Marco Pantani pedala in maglia rosa, con la consapevolezza della sua straripante superiorità. I vari Gotti, Camenzind, Zulle, Heras e Jalabert sanno bene che anche oggi è dura restare aggrappati alla ruota del Pirata, e solo un miracolo può permetter loro di raccogliere un risultato di peso. Un miracolo, o un inconveniente tecnico.

La tappa scorre liscia fino all’erta finale, che in poco più di 12 chilometri conduce a 1159 metri di altitudine, dove sorge il Santuario votato alla Madonna di Oropa. La Mercatone detta il ritmo e tiene la corsa chiusa, nessun big ha la possibilità e la forza di prendersi una licenza di libera uscita. Sembra solo una lunga passerella che porta alla sfilata finale, dove Marco può indossare il vestito buono. Tutti se lo aspettano: gli appassionati, che non vedono l’ora, e gli avversari, che sono rassegnati. Ma, proprio quando sta per arrivare l’assolo dell’uomo in rosa, ecco il beffardo colpo di scena, degno di una grande sceneggiatura hollywoodiana: Pantani rallenta, si ferma sul ciglio della strada… la bicicletta ha un problema! Negli attimi concitati, in cronaca ognuno prova a dire la sua: foratura! No, salto di catena! I secondi corrono veloci e il gruppo scappa via, poi arriva un uomo dell’assistenza Shimano, che finalmente aiuta Marco a rimediare all’inconveniente e lo rimette di nuovo in sella. I fidi gregari della Mercatone fanno qualcosa di straordinario. Dopo aver tirato come forsennati per tutta la tappa, hanno ancora la forza e la voglia di aspettare il loro condottiero e di ripartire a tutta.

Il Pirata sembra scosso, nervoso, arranca nelle retrovie. Pare quasi fare fatica a tenere le ruote di Garzelli e Velo. Cassani dalla cabina di commento sentenzia che oggi Marco non è per nulla brillante. E’ praticamente ultimo, con tutto il gruppo davanti e con 8 chilometri ancora da percorrere. In testa, i rivali per la classifica non si lasciano pregare, e scattano a turno per sfruttare questa concessione che la sorte ha voluto riservare loro. Ma ancora non sanno che quegli ottomila metri stanno per entrare di diritto nella storia del ciclismo.

Pantani, a poco a poco, recupera lucidità e gamba. Inizia a crescere, si accende, e con rabbia comincia a macinare pedalate vigorose. La progressione diventa disumana, l’asfalto sembra quasi sbriciolarsi sotto le sue ruote. E’ così che il Pirata si avventa su chiunque gli si pari davanti. Li supera tutti, uno per uno. Va a riprendere i suoi nemici che, attoniti, lo vedono risalire famelico dal fondo dove era caduto. Nessuno è in grado di opporre resistenza, neanche Laurent Jalabert, che ai -3 dall’arrivo è l’ultimo ad arrendersi alla folle rimonta del campione romagnolo.

Eccolo, il traguardo. Il Santuario si affaccia lì, maestoso, e contribuisce alla grandiosità dell’impresa, che ormai assume connotati quasi divini. Marco giunge sul rettilineo finale in piena trance agonistica, rilancia l’azione fin sulla linea, vuole guadagnare secondi in ogni maledetto e sudato metro. Alla fine, non ha nemmeno la forza di levare le braccia al cielo, ma dentro di sé sta assaporando il gusto dolcissimo di un momento destinato a diventare leggenda, un simbolo di caparbietà e coraggio.

Tutti ricordiamo come poi è finito quel Giro del 1999: Marco precipita in poche ore da eroe nazionale a mostro da sbattere in prima pagina, ed inizia il suo personale calvario, che 5 anni dopo lo porterà alla fine. Sui responsabili, sui perché, sui risvolti sportivi e umani, ognuno è libero di farsi la propria idea. Noi siamo e sempre saremo dalla sua parte, a costo di essere smentiti. A noi basta sapere che quel giorno, su quella salita assolata, abbiamo assistito ad uno degli spettacoli ciclistici più belli e appassionanti di tutti i tempi. Le classifiche possono essere riscritte e le pagine dei giornali riempite di inchiostro al veleno. Ma le emozioni che abbiamo vissuto erano autentiche, purissime, e a regalarcele è stato lui, il Pirata. E, al di là delle parole, alla fine, sono le emozioni a contare per davvero.