KNUT KNUDSEN, IL CRONOMAN CHE PERSE UN GIRO CADENDO IN DISCESA

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Knut Knudsen durante il Giro d’Italia 1979 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Certo che se Knut Knudsen ripensa a quel Giro d’Italia del 1979, che avrebbe potuto far suo ma che per colpa di una caduta giù per la Forcella del Monte Rest fu costretto a lasciare al rampante Giuseppe Saronni, non può certo fare a mano di covare qualche rimpianto.

Alto, poderoso, tenace, abile su tutti i tracciati ma con formidabili doti sul passo, ed una naturale predisposizione verso le corse a cronometro, nonché le brevi competizioni a tappe, Knudsen nasce a due passi dai fiordi, a Levanger in Norvegia, il 12 ottobre 1950. Un “vichingo dai modi gentili, fin da un’adolescenza in cui, pur di correre in bicicletta, si sottopone a non pochi sacrifici logistici, ma che prima o poi troveranno conforto in una pur eccellente carriera e nell’apprezzamento sincero degli appassionati.

Arrivato fra i dilettanti già con ottime credenziali, Knudsen comincia a dettare legge non solo fra i connazionali (vince ripetutamente i titoli nazionali su strada, su pista e a cronometro), ma anche nelle gare internazionali, fuori dai confini patrii e in giro per l’Europa. Nel 1972, su strada, vince proprio il Giro di Norvegia e i campionati di Scandinavia ma è su pista che ottiene le soddisfazioni principali. Ad esempio alle Olimpiadi di Monaco, che lo vedono mettersi al collo la medaglia d’oro nell’inseguimento individuale, grazie alla gentile concessione dei “cugini danesi” che gli prestano le ruote per la finale, dopo aver partecipato all’edizione messicana quattro anni prima (finì 11esimo) dominando, come fosse di un’altra categoria, avversari come lo svizzero Kurmann e il tedesco Lutz. L’anno successivo, 1973, a San Sebastian, nella medesima specialità, si veste anche della maglia arcobaleno di campione mondiale, ancora una volta surclassando gli avversari.

Passato professionista nel 1974 in Italia, nelle file della Jollyceramica capitanata da Giovanni Battaglin, Knudsen è atteso a recitare un ruolo da primattore nelle gare su pista e contro il tempo. Ma se il livello è sempre d’eccellenza, mancano gli acuti. E’ infatti finalista ai mondiali di inseguimento nel 1975 a Rocourt, ma l’olandese Schuiten è più veloce di lui, e nel 1977 a San Cristobal, quando viene superato da Gregor Braun, finendo invece sul terzo gradino del podio nel 1976 a Monteroni di Lecce, dietro a Francesco Moser e, ancora, Roy Schuiten. Ma se nei velodromi il norvegese non ottiene per quel che sono le sue attitudini e per quel che sono le sue ambizioni, ha altresì modo di rifarsi su strada, riuscendo ad impreziosire il suo palmares con vittorie importanti e una serie ragguardevole di piazzamenti di pregio, partendo, sempre o quasi, è bene dirlo, dal ruolo di gregario, certo di lusso, ma pur sempre luogotenente.

Nel 1975 vince a Fiorano la prima tappa del Giro battendo allo sprint Van Linden, Poppe, Sercu e Gavazzi (hai detto poco!), vestendo per due giorni la maglia rosa prima di cederla nell’ascesa a Prati di Tivo a Battaglin. L’anno successivo vince una tappa al Giro di Romandia e la cronostaffetta, disputata a Martinsicuro negli Abruzzi, per tornare poi protagonista sulle strade della Corsa rosa nel 1977, trionfando nella frazione a cronometro di Pisa, dove infligge significativi distacchi a Moser e a Michel Pollentier che poi quel Giro se lo metterà in tasca. Nel 1978 Knudsen passa alla Bianchi e il sodalizio si rivela subito vincente con il trionfo al Giro di Sardegna (era già giunto 3° nel 1975), al Trofeo Laigueglia, al Giro della Provincia di Reggio Calabria e al Trofeo Baracchi in coppia con Schuiten.

Il norvegese è ormai ospite fisso nelle posizioni che contano delle classifiche, addivenuto com’è a piena maturazione atletica e tecnica, e la stagione 1979, seppur segnata dalla sfortuna, conferma appieno i suoi progressi. Dopo aver chiuso la Milano-Sanremo in terza posizione, lanciandosi in volata per venir anticipato da due draghi dello sprint come De Vlaeminck e Saronni, vince infine la Tirreno-Adriatico (era già giunto 2° nel 1974 e  nel 1975 battuto da De Vlaeminck e nel 1978 alle spalle di Saronni) imponendosi nella cronometro finale di San Benedetto del Tronto il che gli consente di scavalcare Giovanni Battaglin e Giuseppe Saronni, per poi bissare al Giro del Trentino, dimostrando un chiaro miglioramento sulle lunghe salite ed approfittando, lui che viene dai paesi nordici, della avverse condizioni climatiche per battere Moser e De Vlaeminck. Il che ne fa un pretendente all’imminente Giro d’Italia che nel 1979 scatta da Firenze e a cui Knudsen si presenta puree con una coppia di successi al Giro di Romandia.

Moser e Saronni, enfant du pays, fanno meglio di lui nel prologo d’apertura nel capoluogo toscano, ma il nordico è in forma smagliante, e dopo il secondo posto di Perugia (battuto da Beccia), nella cronometro di Napoli, a 24 secondi da Moser che nelle prime tappe pare invincibile, e nella cronoscalata di San Marino, 32 secondi dietro a Saronni, regala una prestazione memorabile nella tappa contro il tempo da Lerici a Portovenere, battendo di 16 secondi lo stesso Saronni e di 40 secondi il promettente Visentini, balzando al secondo posto della classifica generale. Ma nella sfida a due per la vittoria finale con Saronni (18 secondi dividono i due contendenti e con ancora da correre la crono finale di Milano), Knudsen è costretto al ritiro per il capitombolo verso Pieve di Cadore, a soli tre giorni dall’epilogo, e il suo sogno rosa evapora.

Il treno da cogliere al volo è ormai passato, e nel 1980, dopo un 15esimo posto al Giro d’Italia che Knut aveva affrontato con ben altre ambizioni, trionfa di nuovo nella cronostaffetta, stavolta a Montecatini Terme, vincendo poi, a Bruxelles, il Gran Premio Eddy Merckx. Nel 1981 Knudsen torna prepotentemente protagonista al Giro d’Italia vincendo il prologo di Trieste (sui “nemici” della pista Moser e Braun) e le altre cronometro di Montecatini e Verona, rimanendo però ai margini della classifica che conta, solo 22esimo a 31’46” da Giovanni Battaglin  Trionfanella Ruota d’Oro e, di nuovo, nel Gran Premio Eddy Merckx. Dopo una stagione così ricca di soddisfazioni, e seppur ancora nel pieno delle sue forze, a fine anno decide nondimeno di appendere la bicicletta al chiodo. Da più parti si cerca di convincerlo a continuare l’attività, ma la decisione di Knudsen è irevocabile. In fondo, l’insistenza era legittima: al mondo nessuno lo valeva nel ruolo di luogotenente o di vero e proprio gregario, non solo per qualità, ma pure per la grande onestà che l’ha sempre contraddistinto.

Così, a trentun anni, quando ancora sarebbe in grado di scrivere pagine importanti di ciclismo, Knut Knudsen, l’uomo che veniva dai fiordi e dalla simpatia che conquista, mette la parola fine alla sua onorevole carriera.

IL POKER DI PASQUALE FORNARA AL GIRO DI SVIZZERA

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Pasquale Fornara – da tourdesuisse.ch

articolo di Nicola Pucci

Visto che vincere al Giro d’Italia negli anni Cinquanta era un sogno praticamente proibito per la qualità e quantità di fuoriclasse che vi prendevano parte, Pasquale Fornara, che non aveva le stimmate del campionissimo ma era annoverabile tra i migliori specialisti per le gare a tappe, elesse la Svizzera a suo terreno di caccia. E la scelta si rivelò azzeccata.

Nato a Borgomanero il 29 marzo 1925, Fornara trova proprio nel paese dei Cantoni terreno fertile, se è vero che oltre al Giro di Romandia messo in saccoccia nel 1956 battendo quel Carlo Clerici che due anni prima aveva colto la Rosa finale con la fuga-bidone nella Napoli-L’Aquila, soprattutto detiene ad oggi il record di successi proprio al Giro di Svizzera, ben quattro.

Si comincia nel 1952, edizione numero 16 della corsa elvetica che ha nella coppia di campioni di casa, i “due KFerdi Kubler e Hugo Koblet, i principali pretendenti alla vittoria, il primo in virtù dei tre successi nel 1942, 1948 e 1951, il secondo sull’onda lunga del trionfo al Tour de France del 1951. Si gareggia dal 14 al 21 giugno, otto tappe con conclusione a Zurigo e una distanza totale di 1.608 chilometri. Il belga Desiré Keteleer e il lussemburghese Jean Goldschmit sono i protagonisti delle prime quattro frazioni vincendo a Basilea e Monthey e vestendo entrambi le insegne del primato, Koblet è affetto da un’infezione renale e contro la sua volontà e a sua insaputa gli vengono somministrate anfetamine Akzedron che danneggeranno irrimediabilmente la salute del suo cuore. Il 18 giugno Fornara piazza l’acuto decisivo nella cronometro di 81 chilometri da Monthey a Crans, lasciando gli avversari ad oltre tre minuti e impadronendosi della casacca di leader della classifica. Kubler da lepre diventa cacciatore, il giorno dopo vince a Locarno ma ad Arosa Fornara, che oltre ad avere ottima attitudine contro il tempo è pure abilissimo in montagna, vince guadagnando altri 46″ sul rivale e consolidando la sua maglia oro, infine sua definitivamente con un vantaggio di 4’57”, con Clerici che conferma di non essere proprio un carneade chiudendo suil terzo gradino del podio con un ritardo di 6’56”.

Fornara, che nel frattempo è terzo al Giro d’Italia del 1953 alle spalle dei mostri scari Coppi, di cui in gioventù è stato fedele gregario, e proprio Koblet, rinnova l’appuntamento con la vittoria al Giro di Svizzera due anni dopo, nel 1954, presentandosi al via con l’intento di riscattare il quinto posto dell’edizione del 1953 vinta dallo stesso Koblet. Si corre stavolta ad agosto, dal 7 al 14, sette tappe e 1.477 chilometri complessivi, e se anche Coppi è della partita chiudendo infine in una per lui non certo soddisfacente quinta posizione, la corsa è dominata dagli italiani che si aggiudicano ben cinque successi parziali. Tocca al laziale Bruno Monti aprire le danze a Winterthur, davanti proprio a Fornara, per vestire poi la maglia oro per tre giorni, con “l’airone” primo a Davos e nella cronometro di Lugano che proietta Fornara, pur battuto di oltre cinque minuti, al comando. Domenico Zampini aveva a suo tempo trionfato in solitudine nello sconfinamento a Lecco, Primo Volpi fa suo il traguardo di Friburgo ma a Zurigo Fornara chiude la sfida con 2’54” su Agostino Coletto e 3’36” su Giancarlo Astrua.

Passano tre anni ancora e nel 1957 Fornara è pronto per il terzo assalto alla vittoria finale. Il piemontese ormai ha consolidato la sua buona fama di corridore tenace e adatto alle corse a tappe, con il quarto posto al Tour de France del 1955 e con i sette giorni in maglia rosa al Giro d’Italia del 1956, quando è costretto all’abbandono nella tappa del Monte Bondone che sbriciola i suoi sogni e proietta invece Charly Gaul nella storia. In Svizzera si torna a competere nel mese di giugno, dal 12 al 19, edizione numero 21 che propone otto frazioni che porteranno i corridori a Zurigo dopo 1.567,6 chilometri. Max Schellenberg è il primo titolare della casacca di leader vincendo a Thalwil davanti proprio a Fornara, staccato di 30″. Pasquale è in forma e pure attento quando al terzo giorno, verso La Chaux de Fonds, entra nella fuga a sei assieme a Stefano Gaggero, poi vincitore al traguardo, Friedrich, il belga Edgard Sorgeloos, Junkermann e Attilio Moresi, che guadagna quel margine che veste Fornara della maglia oro. Proprio il fiammingo è l’avversario più tenace del portacolori della Cilo, costretto a rintuzzarne l’attacco nella tappa che si conclude a Lugano vinta dallo svizzero Rolf Graf, detentore del titolo ma fuori classifica. A Zurigo Fornara mette in curriculum il terzo successo con 1’21” su Sorgeloos e 1’42” su Moresi, facendo sua pure la classifica di miglior scalatore della competizione.

Appaiati i due eroi di casa Kubler e Koblet a quota tre successi e scavalcato Gino Bartali che in Svizzera si impose a due riprese nel 1946 e nel 1947, Fornara insegue il poker e questo è l’obiettivo per il 1958, anno in cui si presenta ai nastri di partenza dopo aver concluso sul secondo gradino del podio la Vuelta, alle spalle del francese Jean Stablinski, per poi essere stato nono al Giro d’Italia appannaggio di Ercole Baldini. Tre grandi corse a tappe consecutive non sembrano comunque penalizzare “Pasqualino” che, dopo le vittorie di Nino Defilippis a Bregenz e Rino Benedetti a Rheinfelden, si impone nella cronometro di 82 chilometri di Soletta, lasciando Graf a 15″ e lo stesso Defilippis a 1’24”, balzando al comando della corsa. La classifica muta volto nei due giorni successivi con il bis di Benedetti a Berna e il successo di Keteleer a Serre, con Defilippis e Junkermann ad alternarsi in testa alla classifica, ma Fornara è in agguato e se demolisce la concorrenza nella sesta tappa trionfando dopo una fuga in cui si sbarazza di Antonio Catalano, nuova maglia oro, per distanziare Defilippis di oltre quattro minuti e il resto del plotone di dieci minuti, a Klosters se ne va con Junkermann a cui lascia la vittoria accontentandosi del primo posto in graduatoria. Il poker è servito e a Zurigo, dopo 1.511 chilometri di fatica, Fornara si impone con 7’06” di vantaggio su Junkermann e 8’55” su Catalano, per un trionfo tricolore che vede lo stesso Catalano miglior scaltore e Defilippis primo nella classifica a punti.

BEGHETTO & BIANCHETTO, UN TANDEM D’ECCEZIONE

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Il tandem di Beghetto e Bianchetto in finale – da leolimpiadiditalia.it

Le Olimpiadi romane del 1960 regalano soddisfazioni a gogò all’Italia del ciclismo, capace di imporsi in cinque del sei gare programmate (sfugge solo la prova in linea, con Livio Trapè battuto in volata dal sovietico Viktor Kapitonov).

Sull’onda lunga del doppio oro conquistato da Sante Gaiardoni nella velocità e nel Km. da fermo, la squadra azzurra spera di poter completare un fantastico tris nelle prove di velocità affidandosi ad una coppia di ventunenni veneti, Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto, entrambi della provincia di Padova, coetanei essendo entrambi classe 1939 ed iscritti nella disciplina olimpica del tandem.

Rispetto a Gaiardoni, il duo Italiano non parte con i favori del pronostico, che vanno viceversa agli australiani, vincitori delle ultime due edizioni dei Giochi e che stavolta si affidano a Browne, già presente a Melbourne 1956, e Smith, e, in subordine, agli olandesi Paul e Gerritsen, ma la prima grossa sorpresa si ha nel turno iniziale, quando entrambi vengono superati, rispettivamente dai tedeschi Simon e Staber e dai sovietici Vasilyev e Leonov, dovendo ricorrere al “ripescaggio” che premia il tandem “orange” a spese della delusa coppia australe.

I due italiani, che erano stati esentati dal primo turno, superano agevolmente nei quarti gli americani Hartman e Sharp con due volate da 10″2 e 10″5 negli ultimi 200 metri e, in semifinale, si trovano di fronte proprio gli olandesi, a loro volta vincitori a fatica in tre prove dei francesi Surrugue e Scob, mentre l’altro abbinamento mette di fronte tedeschi e sovietici, a dimostrazione che l’exploit iniziale non era dovuto al caso.

Beghetto e Bianchetto danno una ulteriore dimostrazione di forza regolando in due manches la coppia formata da Paul e Gerritsen, mentre Simon e Staber superano anch’essi in due prove Vasilyev e Leonov che si aggiudicano il bronzo per forfait, in quanto i due olandesi erano caduti nella seconda manche contro l’Italia e non si presentano alla finale per il 3. posto.

Resta quindi un ultimo “gradino” verso l’oro per Beghetto e Bianchetto che, preparati al fatto che i tedeschi avevano sinora vinto tutte le prove disputate andando in testa e resistendo al ritorno degli avversari, “anticipano” le loro mosse scattando in testa all’inizio dell’ultimo giro e, sfruttando la loro velocità di base, riescono, con due frazioni di 200 metri corse rispettivamente in 10″7 e 10″8, a rintuzzare il tentativo di rimonta dei rivali e consegnare all’Italia la terza medaglia d’oro al Velodromo Olimpico.

Le strade dei due alfieri azzurri si dividono poi a partire dal 1963, con Bianchetto che si fregierà dell’oro olimpico anche a Tokyo 1964 in coppia con Angelo Damiano, cui unirà l’argento nella velocità individuale dietro all’altro italiano Giovanni Pettenella, mentre Beghetto opterà per il passaggio tra i professionisti dove raccoglierà l’eredità di Maspes, conquistando tre ori ed un argento nella velocità in quattro edizioni consecutive (dal 1965 al 1968) dei Mondiali.

Due giganti del tandem, Beghetto & Bianchetto, e le notti romane celebrarono la loro corsa veloce verso la gloria.

QUANDO PANTANI E GUERINI SPIANARONO LA MARMOLADA

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Pantani e Guerini in fuga sul Passo Fedaia – da stefano-vda.blogspot.com

articolo di Emiliano Morozzi

Qualche giorno fa il Giro del Centenario è salito al Santuario di Oropa, teatro di una delle più celebrate imprese di Pantani. Ma un’altra montagna ha segnato il destino dello scalatore romagnolo in maniera profonda: la Marmolada. Un nastro d’asfalto dritto e infinito, dalle pendenze micidiali, dove Pantani ha scritto la prima pagina dell’epopea che l’ha portato, nel corso dello stesso anno, 1998, a vincere sia il Giro d’Italia che il Tour de France.

Lo scalatore di Cesenatico arriva al Giro in cerca di riscatto dopo i tanti, troppi infortuni degli anni precedenti, ma la situazione al via del primo tappone alpino è tutt’altro che positiva: Zulle è avanti di quasi quattro minuti dopo la vittoria nella crono di Trieste e in montagna non sembra mostrare segni di cedimento, il coriaceo Tonkov sopravanza Pantani di quasi due minuti. Arrivano però le grandi montagne e le grandi pendenze, un terreno sul quale il “Pirata” può e deve fare la differenza.

Il tappone dolomitico offre come menù la Marmolada, affrontata dal durissimo versante di Malga Ciapela, e il Passo Sella, lato Canazei, salita meno impegnativa ma comunque dura, specialmente nei chilometri finali dopo il bivio per Passo Pordoi. Ai piedi della Marmolada, nulla si muove: in fuga ci sono il colombiano Chepe Gonzalez, il connazionale Buenahora e lo svizzero Camenzind. il gruppo viaggia a più di due minuti e nessuno sembra voler provare l’attacco.

Gli alberghi di Malga Ciapela preannunciano che la parte più dura della salita sta per arrivare. Lì comincia l’epopea di Marco Pantani, e subito fioriscono le leggende. In diretta televisiva, il leader della Mercatone Uno, ben visibile con addosso la maglia verde di miglior scalatore, si volta verso il fido gregario Roberto Conti e gli domanda: “Ma quand’è che comincia questa Marmolada?“. Neanche il tempo di dirlo e Tonkov scatena la bagarre con uno scatto secco là dove le pendenze sono più dure. Zulle non reagisce e sembra inizialmente voler salire del suo passo, Pantani dopo qualche attimo d’esitazione, rinviene portandosi alla ruota Giuseppe Guerini e subito si mette in testa a fare il ritmo.

La corsa esplode: la maglia rosa Zulle rotola indietro e va in crisi, anche il russo Tonkov, già respinto dalla Marmolada due anni prima, si stacca e dimostra ancora una volta di patire le pendenze troppo arcigne, mentre davanti Pantani sembra volare e rifila in soli quattro chilometri distacchi impressionanti. In cima al Passo Fedaia, lo scalatore romagnolo ha già guadagnato un minuto su Tonkov e quasi due su Zulle. Nella veloce discesa che porta a Canazei, Guerini, che veste i colori del Team Polti, dà il cambio a Pantani e sulle rampe del Passo Sella i due riagganciano il battistrada Chepe Gonzalez. Il colombiano non regge a lungo il ritmo dei due italiani: Pantani è scatenato, sente odore di impresa e si alza costantemente sui pedali per rilanciare la propria azione, Guerini tiene botta e quando può offre il cambio al romagnolo per farlo rifiatare. In mezzo a due ali di folla, Pantani vola verso la maglia rosa: in cima al Sella il “Pirata” è già virtualmente primo, con Tonkov che accusa un paio di minuti, Zulle è alla deriva e prende più di quattro minuti e mezzo.

La sfortuna sembra ancora una volta voler colpire Pantani, che a pochi chilometri dall’arrivo sbaglia una curva, ma stavolta il “Pirata” rimane in piedi e spinge fino all’arrivo: la gloria della vittoria di tappa, a Selva  va a Guerini, bravissimo nel tenere l’indiavolato ritmo del romagnolo, la gloria di avere scritto una pagina epica del Giro d’Italia va a Pantani. Un’impresa davvero straordinaria quella dello scalatore di Cesenatico, capace con una audace fuga di far saltare il banco e vestire per la prima volta quella maglia rosa che porterà con onore fino al traguardo di Milano.

1935, L’ESORDIO DELLA VUELTA E’ DEL BELGA DELOOR

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Una fase della corsa – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Se il Tour de France nasce con l’abbrivio del nuovo secolo, 1903, e il Giro d’Italia segue a ruota di qualche anno, 1909, la terza grande prova a tappe in ordine di importanza, la Vuelta, ha genesi più complessa e si lascia desiderare a lungo.

Nella prima metà degli anni Trenta la Spagna, non diversamente da quel che sta accadendo altrove, è scossa da fremiti nazionalisti che contrastano con l’orientamento sociale dei partiti della sinistra, ed è in questo contesto che il ciclismo tarda a decollare come disciplina di massa. Certo, qualche atleta di buon livello si è già illustrato sulle strade di Francia, ad esempio Salvador Cardona che nel 1929 sfiora il podio giungendo quarto ad un soffio dal belga Jef Demuysere che gli soffia la terza piazza, o Vicente Trueba, la leggendaria “pulce dei Pirenei” che nel 1933, dopo esser stato l’anno precedente eletto miglior scalatore della Grande Boucle, si guadagna la vittoria nella classifica dei Gran Premi della Montagna, introdotta dal direttore della corsa Henri Desgrange. Ma tocca attendere il 1935 perchè anche la Spagna possa sedurre i ciclisti con una grande competizione, ed è un evento che se parte con il botto, nondimeno avrà vita dura ad affermarsi, vittima dei venti di guerra che stanno per insanguinare il paese con la guerra civile prima, l’Europa con la Seconda Guerra Mondiale poi.

Il merito del nuovo parto è da ascrivere a Clemente Lopez Doriga, patron della Vuelta, e all’intuizione, neppure troppo geniale ad onor del vero, di Juan Pujol, ultranazionalista di destra, direttore del quotidiano di chiara tendenza fascista Informaciones, che prende spunto dai buoni introiti garantiti ai giornali L’Auto e La Gazzetta dello Sport che sponsorizzano Tour de France e Giro d’Italia, per fare altrettanto.

E così, alle 8 del mattino del 29 aprile 1935, la carovana della Vuelta per la prima volta si mette in marcia da Madrid, sotto gli occhi incuriositi di una moltitudine di appassionati, civili come non lo saranno di lì a qualche mese complice la guerra. Sono da percorrere 14 tappe per complessivi 3425 chilometri, e tra i 50 corridori allineati al via ci sono proprio Salvador Cardona e Vicente Treba, favoriti della prova e pure ben pagati dall’organizzazione per partecipare all’evento, così come Mariano Canardo, forte del nono posto nel 1934 al Tour de France, c’è l’olandese Marinus Valentijn, che vanta un terzo posto ai Mondiali di Montlhery, in Francia, nel 1933, c’è il belga François Adam che si è già ben distinto sulle strade vallonate della Liegi-Bastogne-Liegi, c’è il piemontese Luigi Barral, ottavo al Giro e nono al Tour nel 1932, nonchè secondo al Giro di Lombardia del 1933 alle spalle di Domenico Piemontesi, c’è il viennese Max Bulla già quattro volte consecutivamente nella top-ten ai campionati del mondo in linea, c’è lo svizzero Leo Amberg che sarà terzo al Tour de France del 1937. E poi c’è una coppia di fratelli che vengono dalle Fiandre, Alfons il maggiore e Gustaaf il minore Deloor, pronti a far saltare il banco.

Già, perchè nei sedici giorni in cui la corsa si sviluppa, appunto dal 29 aprile al 15 maggio, il tempo non è tipicamente iberico, ovvero sole e cielo azzurro, ma molto più fiammingo del previsto, pioggia e temperature basse, che se da una parte penalizza i corridori di casa dall’altra, inevitabilmente, favorisce proprio i belgi. E i due Deloor, soprattutto Gustaaf, ne approfittano.

Si parte dunque dall’Atocha di Madrid, per concludere la prima, storica frazione a Vallodolid dopo 185 chilometri che consegnano all’altro belga Antoine Dignef la prima maglia di leader, di sgargiante colore arancione. Gli appassionati spagnoli vorrebbero infiammarsi per i due beniamini più accreditati, ma se Trueba è costretto al ritiro perchè debilitato dalla “solitaria” che lo avvinghia allo stomaco, Cardona non è competitivo, ad eccezione della vittoria parziale a Murcia, se è vero che chiuderà in un’anonima 11esima posizione finale.

Tocca allora a Canardo vestire i panni del protagonista, seppur costretto ad inseguire fin dal terzo giorno quando, dopo che Antonio Escuriet ha vinto a Santander rilevando Dignef in testa alla classifica, accusa a Bilbao un distacco di nove minuti da Gustaaf Deloor che balza al comando della garduatoria. Nessuno più sarà in grado di scalzarlo.

In effetti la gara si riduce ad una sfida tra il belga e il navarro, con Deloor che si impone ancora a Siviglia e Canardo che prova a recuperare lo svantaggio, vincendo a sua volta a Saragozza prima che un capitombolo rovinoso nella penultima tappa tra Caceres e Zamora, che gli costa altri cinque minuti di ritardo, lo escluda definitivamente dalla battaglia per la vittoria finale.

C’è spazio anche per gli italiani, in questa prima Vuelta: Edoardo Molinar, 28enne di Rocca Canavese che se la cava su tutti i terreni, vince proprio la tappa di Zamora per poi concludere in quarta posizione della generale, con un distacco di 22’42” da Deloor e a poco più di tre minuti dal terzo gradino del podio su cui infine sale Dignef; Paolo Bianchi è settimo, ma soprattutto Luigi Barral capeggia la graduatoria degli scalatori, meritandosi l’etichetta di miglior camoscio di Spagna.

E se si pensa che dei 50 corridori al via solo 17 sono stranieri ma ben 9 di loro occupano la top-ten della classifica generale finale a Madrid, ecco che questa prima edizione della Vuelta è proprio una vicenda curiosa. Che si chiude con la trionfale passarella nella capitale di Gustaaf Deloor, che davanti a 100.000 spettatori acclamanti si impone anche nell’ultima tappa su Canardo e Bulla, per far sua la corsa con 12’33” di vantaggio sullo stesso Mariano Canardo, comunque secondo nonostante le disavventure.

La Vuelta si mette in marcia, e seppur ben presto costretta a cedere il passo alla tragicità degli eventi bellici, è proprio una bellissima stroria ciclistica che va a cominciare.

Ah, dimenticavo… Gustaaf Deloor ci prenderà gusto e vincerà pure la seconda edizione, anno 1936.

BLOCKHOUSE 1967, LA PRIMA VOLTA DI MERCKX AL GIRO D’ITALIA

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Merckx sulle rampe del Blackhouse al Giro d’Italia 1967 – da flickr.com

articolo tratto da GPM Ciclismo

In occasione della sua centesima edizione, il Giro d’Italia avrà una delle sue giornate campali in Abruzzo con la tappa che prevede l’arrivo in cima al Blockhaus, che verrà affrontato dal versante di Roccamorice. Altimetrie alla mano la salita abruzzese si presenta come una delle più difficili di questa edizione del Giro, con i suoi 13.2km di ascesa dall’inizio ufficiale (in realtà sono qualcuno in più), 8.5% di pendenza media e una pendenza massima che raggiunge il 14%, ma soprattutto un dislivello di 1128m che porterà i corridori fino ad oltre 1600m sul massiccio della Majella.

La storia del Blockhaus al Giro, però, non inizia certo ora. Infatti, quella del 2017 sarà la settima edizione della corsa rosa che transiterà sulle strade di Passo Lanciano e della Maielletta, con un esordio nel 1967 (guarda caso con la cinquantesima edizione) che fu quello di una salita destinata a fare la storia della corsa, poiché coincise con la prima vittoria di Eddy Merckx sulle strade del Giro d’Italia.

Come detto, è il 1967 e la tappa da Caserta al Blockhaus, di 220km, è la più attesa della prima parte del Giro. I ciclisti infatti dovranno scalare il Macerone e passare per Rionero Sannitico e Roccaraso, prima di poter affrontare questo nuovo spauracchio sconosciuto alla maggior parte degli atleti e degli addetti ai lavori. Sembra quasi una tappa alpina spostata sugli Appennini e sembra proprio disegnata per Vito Taccone, l’avezzanese beniamino dei tifosi abruzzesi tra i più temuti in gruppo quando la strada inizia a salire. Alla partenza in maglia rosa c’è lo spagnolo José Perez Frances, ma i vari Anquetil, Motta, Gimondi, Adorni, Zilioli e compagnia bella sono pronti a combattere per sfilargliela o quantomeno per conquistare la prestigiosa frazione. Dopo i primi chilometri di studio, percorsi più che altro con la premura da parte degli atleti di non stancarsi troppo in vista della salita finale, è proprio Vito Taccone ad aprire le danze. Il Camoscio d’Abruzzo non è più quello che tre anni prima era riuscito a vincere cinque tappe al Giro, ma vuole onorare la tappa che si corre nella sua terra e tutti i tifosi accorsi sulle strade per sostenerlo. Quindi, fedele al suo animo sanguigno, si lancia in fuga solitaria tra le urla di incitamento dei suoi conterranei. La fuga di Taccone però termina a circa 13km dal traguardo, sotto l’impulso dei corridori più forti che nel frattempo continuano a studiarsi e si studiano fin quasi all’arrivo, senza attaccarsi e senza fare selezione. Ai 2000m dallo striscione d’arrivo Schiavon e Zilioli rompono gli indugi scattando verso la vittoria, ma dopo poco, tra lo stupore generale, esce dal gruppo l’uomo meno atteso. E’ il ventiduenne Eddy Merckx, che aveva già vinto due Milano-Sanremo ed ottenuto piazzamenti importanti, ma che era considerato un velocista, tutt’al più un uomo da corse di un giorno, e non si pensava che potesse battersi in salita con i più forti. Merckx scatta intorno all’ultimo chilometro e nessuno ha la forza di rispondere, arriva al traguardo nel vento gelido con 10” su Zilioli e sulla maglia rosa Perez Frances, conquistando così la sua prima vittoria al Giro d’Italia in un Giro che lo vedrà solo nono al traguardo finale a causa di una bronchite, ma che dimostrerà a tutti che, sì, quel giovane belga della Peugeot può far bene anche nelle corse a tappe.

Ci saranno altri vincitori su questa salita negli anni successivi che ne accresceranno la reputazione: Franco Bitossi nel 1968, Jose Manuel Fuente nel 1972, Moreno Argentin nel 1984, Ivan Basso nel 2006 e Franco Pellizzotti nel 2009. Tanti ce ne saranno anche in futuro, ma il battesimo è stato di quelli che lasciano il segno nella storia del ciclismo, è stato il battesimo del Blockhaus e quello di Eddy Merckx al Giro d’Italia.

ANDRE’ DARRIGADE, IL VELOCISTA CHE FECE PIANGERE COPPI

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Andrè Darrigade – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se i nostri cugini transalpini pensano a quel che ha vinto in carriera Andrè Darrigade e si rapportano allo stato attuale del loro ciclismo, beh, credo proprio che venga loro qualche fastidio pruriginoso. Già, perchè stiamo parlando di un tale capace di sfrecciare ben 142 volte davanti a tutti, il che, ve l’assicuro, per quei tempi era impresa non da poco.

Non a caso ho usato il termine sfrecciare, perché se Darrigade, “Dedè” per gli amici, era corridore completo e passista di buone qualità tanto da chiudere per tre volte il Tour de France in 16esima posizione, fu soprattutto grazie all’impareggiabile spunto veloce che ottenne i suoi principali successi. In un periodo in cui tra gli sprinter d’eccezione figuravano campioni del calibro di Van Looy, Van Steenbergen e Poblet, coi quali diede vita a sfide leggendarie.

Darrigade nasce a Narrosse, nelle Lande, il 24 aprile 1929, cominciando ben presto a primeggiare nelle gare su pista. Assurge agli onori della cronaca nel 1949, appena 20enne, quando al Velodrome d’Hiver di Parigi vince la prestigiosa Grande Final de la Medaille, battendo in volata quell’Antonio Maspes che poi della velocità sarà in seguito l’indiscusso dominatore per almeno un decennio. Ma se “Dedè” ha la dinamite nei polpacci per imporsi di forza, è pure dotato di determinazione rara, il che lo porterà ad ottenere risultati forse superiori alle aspettative, e di un sorriso e di una simpatia che conquista, il che gli garantirà sempre e comunque il sostegno dei connazionali, spesso invece inclini a dividersi nell’apprezzamento verso campioni come Bobet e Anquetil.

Ed è appunto sulle strade di Francia che Darrigade costruisce il suo palmares. Comincia con l’indossare la casacca di campione nazionale nel 1955, quando a Chateaulin batte proprio Bobet e Louis Caput, lo stesso anno in cui il fratello minore Roger vince tra gli juniores. Partecipa poi a quattordici edizioni del Tour de France, e alla Grande Boucle non solo ottiene 22 vittorie (più un successo nella cronometro a squadre nel 1957) vestendo la maglia gialla per 19 giorni, ma colleziona anche una serie di record che tutt’oggi resistono: per cinque volte si impone nella prima tappa ed è l’unico ciclista della storia ad aver vinto una tappa per almeno dieci edizioni consecutive. Se a questo aggiungiamo le due vittorie nella classifica a punti, 1959 e 1961, è quasi d’obbligo dover eleggere il Tour de France come suo principale territorio di caccia.

In verità la corsa gialla lascia anche tracce di disappunto nell’animo del gentile Andrè, quando nella frazione Luchon-Tolosa dell’edizione del 1956 fora e perde l’occasione della vita, lui pure gregario di lusso di Jacques Anquetil, di giocarsi le sue chances per la vittoria finale, e di disperazione, quando nel 1958 nel corso della volata conclusiva al Parco dei Principi urta violentemente la testa contro un giardiniere sportosi imprudentemente per vedere l’arrivo dei corridori, provocandone involontariamente la morte dopo 12 giorni di agonia.

La vita va avanti, e se Darrigade in Italia si fa vedere sulle strade del Giro nel 1959 (42esimo) e nel 1960 (64esimo) vincendo un’unica volta a Verona, lo fa fasciato della maglia arcobaleno conquistata qualche mese prima sul circuito di Zandvoort, in Olanda. E’ questa la vittoria più bella della carriera di “Dedè“, non solo per il valore tecnico della prova, ma anche perchè giunta al termine di una fuga-fiume, nata a 222 chilometri dalla meta e conseguita in una volata finale, particolarmente serrata, su Michele Gismondi, Noel Fore e Tom Simpson.

Ecco, proprio al Mondiale Darrigade firma un altro record destinato a resistere, ovvere chiudere quattro volte consecutivamente sul podio. Perchè il primo posto del 1959 segue le due medaglie di bronzo di Waregem 1957, dietro Van Steenbergen e Bobet, stavolta più veloci di lui, e di Reims 1958, quando Baldini vince in solitario ed ancora Bobet è secondo, ed anticipa la piazza d’onore del 1960, battuto in volata da Van Looy.

C’è di tutto, ovviamente, nel palmares di Darrigade. Che si fa rispettare anche nell’esercizio della cronometro, soprattutto in coppia, figurando nell’albo d’oro del Trofeo Baracchi nel 1956 assieme allo svizzero Rolf Graf, così come nel vecchio amore per la pista, imponendosi con l’amico/capitano Jacques Anquetil (e Ferdinando Terruzzi) alla Sei Giorni di Parigi nel 1957 e 1958, anni in cui è pure il migliore nella Roue d’Or, gara contro la lancette in cui fa coppia proprio con il fuoriclasse di Mont Saint-Aignan.

L’hanno chiamato anche “il levriero delle Lande” per il suo incedere fiero e la sua velocità d’azione. Ne volete una prova? Guardate l’arrivo al Velodromo Vigorelli del Giro di Lombardia del 1956, quando si presentò al traguardo in compagnia del “vecchioFausto Coppi con il quale diede vita ad una memorabile volata, anticipando di un soffio il “Campionissimo“. Che una volta sceso di bicicletta scoppiò in un pianto dirotto per la bruciante sconfitta… e statene certi, in carriera non sono molti quelli che possono vantarsi di aver dato un dispiacere a Coppi.

Questo era Andrè Darrigade, il velocista gentile che colse l’iride. Un grande. Ad averne uno così oggi in Francia…

 

CARMINE PREZIOSI, L’IMMIGRATO CHE SORPRESE TUTTI ALLA LIEGI-BASTOGNE-LIEGI 1965

 

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Carmine Preziosi – da gazzetta.it

articolo tratto da GPM ciclismo

In un momento come questo dove il tema dell’immigrazione è sempre più attuale, molte sono le storie drammatiche di uomini, donne e bambini costretti a fuggire dalla guerra, dalla fame, dalla povertà. Troppe volte ci siamo trovati, purtroppo, nel dovere morale di commentare l’ennesima tragedia dell’immigrazione, della condizione dell’uomo vittima e schiavo di un qualcosa più grande di lui.

Quella che raccontiamo oggi è, appunto, una storia di immigrazione, una storia fatta di fatica, disagio e di polvere, che tanto abbonda nelle miniere del Belgio. Una polvere che ad inizio Novecento era diventata persino un’ambizione, una via di fuga dalla povertà e da ogni difficoltà.

Questa è la storia che descrive la condizione di migliaia e migliaia di italiani emigrati nelle Ardenne per sfuggire ad una povertà estrema che toglieva persino la voglia di sognare.

La Liegi-Bastogne-Liegi è oggi per tutti la “corsa degli italiani“, la corsa dove in alcuni frangenti i corridori azzurri sembrano correre in casa. È forse anche per questo che la Doyenne è stata conquistata per ben dodici volte dai nostri connazionali. Un binomio quasi magico, quello tra la Liegi e l’Italia, iniziato nel lontano 1965, quando un giovane corridore azzurro trionfò nella Decana di tutte le corse. Il suo nome era Carmine Preziosi, uno dei tanti italiani in terra belga.

La storia di Preziosi, infatti, è una delle tante di numerosissimi connazionali fuggiti dal nostro Paese in cerca di fortuna, nella terra promessa del ciclismo. La famiglia Preziosi emigrò da Sant’Angelo all’Esca, in Campania, a Parceness, un piccolo paesino sperduto nelle colline delle Ardenne. Il padre di Carmine aveva trovato un’occupazione nella miniera di Charleroi. Dopo anni di stenti, finalmente era arrivata l’opportunità di dare un futuro concreto alla propria famiglia. Anche il giovane Carmine non era da meno e trascorse la sua adolescenza in terra vallone cimentandosi in diversi e umili lavori, da autista a vetraio fino a quello di cameriere.

Dall’Italia Carmine aveva portato con sé una grandissima passione per il ciclismo. Iniziò a correre giovanissimo per passare professionista nel 1963, a soli vent’anni.

Nella sua carriera una giornata in particolare rimane impressa nella mente. E’ la Liegi-Bastogne-Liegi del 1965, arrivo previsto al Velodromo di Roucourt. Nell’anello belga si invola solitario Vittorio Adorni. Il campione italiano ha una manciata di metri di vantaggio su un gruppetto di corridori che comprende, tra gli altri, anche il campione del mondo olandese Jan Janssen. La maglia iridata, presa dalla foga di rimontare Adorni, innesca una bruttissima caduta che coinvolge altri sette corridori facenti parte del gruppetto inseguitore. Dalla carambola si avvantaggia proprio Preziosi che, come un treno, si stava riportando su Adorni. A quel punto però succede quello che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il giovane italiano raggiunge il corridore della Salvarani (guidata da Luciano Pezzi), gli si affianca e con la mano sinistra si appoggia letteralmente su di lui. Adorni, sbilanciato, rallenta inesorabilmente la sua corsa rischiando inoltre di finire per terra favorendo il rivale. Preziosi dunque ha la strada spianata per il suo trionfo alla Decana. Adorni è costretto ad un secondo posto che sa molto di beffa. La giuria chiude un occhio (forse anche due) sostenendo che Preziosi è stato costretto a quel gesto per evitare di cadere. Adorni non riuscì mai ad accettare quel verdetto. Fatto sta che quella è stata la prima vittoria italiana alla Liegi, l’inizio di una storia unica.

La storia di Preziosi è una storia umile, che nasce da molto lontano, da una speranza di un futuro migliore.

La vittoria di Preziosi è la vittoria di ogni italiano che tra la polvere, il sudore e la fatica è riuscito a realizzare il suo sogno, è il riscatto di un popolo relegato all’emarginazione sociale.

Una favola da raccontare a chi fa finta di non ricordare; la storia dei minatori italiani fatta proprio di fatica, polvere e tragedie, si arricchisce dell’orgoglio, l’orgoglio di un giovane immigrato che trionfa nella Madre di tutte le classiche. Perché nessuna corsa più della Liegi-Bastogne-Liegi è un simbolo di memoria, di integrazione, di orgoglio, appunto.

La vittoria di Carmine Preziosi è avvenuta tra mille polemiche; la sostanza che ne viene fuori però è quella che basta per dare inizio a una storia magica come quella che si è instaurata negli anni tra la Decana e il Bel Paese. E, con buona pace di Vittorio Adorni, forse è giusto così.

ANDREA TAFI E LA PIETRA DI ROUBAIX INFINE CONQUISTATA

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Andrea Tafi in trionfo – da gazzetta.it

articolo di Emiliano Morozzi

Andrea Tafi nel corso della sua carriera ha corso al fianco di grandi campioni: da Michele Bartoli a Johan Museeuw, da Franco Ballerini a Paolo Bettini. Un gregario di lusso, sempre pronto ad aiutare il capitano di turno, a volte sacrificando pure le proprie ambizioni di vittoria. Un corridore a proprio agio nelle corse di un giorno, capace dopo i trenta anni di compiere imprese e record che lo hanno portato nell’Olimpo del ciclismo.

E’ suo un personalissimo record: quello di essere l’unico italiano ad avere vinto sia il Giro delle Fiandre che la Parigi-Roubaix. E uno dei pochi ad aver realizzare il trittico Fiandre, Roubaix e Lombardia al fianco di giganti del pedale come Bobet, Kuiper, Van Looy, Merckx e De Vlaeminck.

Andrea Tafi, come il compagno di squadra Ballerini, ama le pietre ed una corsa in particolare: la più difficile, la più infernale, la Parigi-Roubaix. Il toscano milita in uno squadrone, la Mapei di patron Squinzi, ma il suo ruolo di gregario spesso gli tarpa le ali quando potrebbe volare: corre l’anno 1996, Tafi è ormai già trentenne e vuole vincere la gara, si infila nel gruppo buono, forte di venti elementi, nel quale ci sono i compagni di squadra Museeuw, Ballerini, Bortolami e Leysen. Ballerini è campione in carica, ma quel giorno è bersagliato dalla sfortuna e fora tre volte, proprio quando i compagni di squadra tentano il forcing. Tafi si trova solo davanti, dietro arrivano Museeuw e Bortolami e l’ammiraglia Mapei lo ferma per aspettare il rientro dei compagni e regalare alla squadra un tris eccezionale. Pure il campione belga fora due volte, i due italiani sono costretti ad aspettarlo e al Velodromo di Roubaix lasciarlo vincere, in una scena che ha del surreale.

Tafi mastica amaro e il suo ruolo di gregario ancora una volta lo costringe a mordere il freno: siamo nel 1998, stavolta davanti c’è Ballerini, Tafi trattandosi del conterraneo ed amico stavolta accetta più serenamente l’ordine di scuderia ma si toglie lo sfizio di vincere lo sprint dei battuti ed arrivare secondo dietro il proprio capitano.

Il successo e la consacrazione arrivano un anno dopo: Tafi porta sulle spalle la maglia di campione italiano, Ballerini è andato alla Lampre e finalmente il fucecchiese veste i gradi di capitano. Ha voglia di vincere e lo dimostra nei punti chiave della corsa, dando una prima scrollata al gruppo nella Foresta di Arenberg. Una fuga con dentro il suo compagno di squadra Steels sembra potergli rovinare i piani: ancora una volta, Tafi teme di doversi inchinare agli ordini di scuderia, ma quando il gruppo riprende i fuggitivi, è lui a scappare a 36 chilometri dal traguardo.

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Tafi in azione – da pelotonmagazine.com

Il corridore della Mapei fa il vuoto, i compagni di squadra dietro rompono i cambi, ma la malasorte è in agguato: una foratura appieda Tafi, che è costretto a fermarsi e viene salvato dalla provvidenziale presenza di un uomo della squadra con la ruota di ricambio in mano. Passata la paura, l’azione dell’azzurro riprende vigore e il vantaggio si dilata fino a superare i due minuti: il giro di pista nel Velodromo gremito di Roubaix è solamente una passerella trionfale, con il pubblico in delirio che grida “Tafì, Tafì” consacrando l’eroe di giornata. L’ultimo eroe azzurro ad alzare le braccia al cielo e baciare la pietra trofeo della Roubaix.

LA TRIPLETTA SUI MURI DELLE FIANDRE DI JOHAN MUSEEUW

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La vittoria di Museeuw nel 1995 – da cyclingweekly.com

articolo di Nicola Pucci

Quassù, dove il ciclismo è religione, anzi meglio visto che non semina morte; quassù, dove si nasce e si cresce a birra e pedivelle; quassù, dove nei locali fumosi si contratta se l’uomo del pavè possa considerarsi “il cannibale” Eddy Merckx o “monsieur Roubaix Roger De Vlaeminck; ecco, tra queste lande grigie, spettinate dal vento, disseminate di viottoli che si arrampicano su per muri dalle pendenze micidiali si sono dati battaglia i giganti della strada. Benvenuti, cari amici del ciclismo, alla Ronde van Vlaanderen, ovvero il Giro delle Fiandre, che per i belgi, e magari ormai non solo loro, vale più di un campionato del mondo.

Chiedete a Johan Museeuw, ad esempio, che fece tripletta, storica, divenne un eroe ed andò a sedersi a fianco di chi prima di lui era riuscito nell’impresa. Come Achiel Buysse, che si spaccò il cranio abbandonando la carriera nel 1948 ma scampò all’orrore delle Seconda Guerra Mondiale, e in quegli anni tragici, 1940, 1941, 1943 si impose da dominatore; come Fiorenzo Magni, primo ed unico a triplicare in successione, 1949/1950/1951, meritandosi l’etichetta di “leone delle Fiandre“; come Eric Leman, fiammingo di seconda fascia che quasi nessuno ricorda ma ebbe l’ardire di trionfare, 1970/1972/1973, quando la concorrenza si chiamava Merckx, De Vlaeminck e Goodefroot, mica corridori da ridere. Boonen e Cancellara sono storia recente, hanno fatto altrettanto, ma in attesa che qualcuno cali il poker rendiamo onore al campione di Vaersenare, classe 1965, che non a caso merita un posto tra gli specialisti più grandi delle corse di un giorno.

Museeuw, che ha tempra di combattente indomito (e lo dimostrerà su qualche pietra più lontano, a Roubaix, demolendosi un ginocchio ad Aremberg compromettendo la carriera e pure rischiando la buccia, per poi tornare e domare quel traguardo altre due volte) e a queste latitudini va a nozze, si affaccia alla ribalta nel 1989 in maglia ADR, terminando 62esimo al debutto, ritirandosi l’anno dopo, per poi evidenziare una particolare predisposizione, così come un amore da portare a soddisfazione, per il Muur, ovvero il muro di Grammont che in quegli anni, con le sue rampe arcigne, è trampolino di lancio per chi vuol giungere in solitario sul traguardo posto a Meerbeke, chiudendo secondo nel 1991 quando, difendendo i colori della Lotto, si lascia scappare Edwig Van Hooydonck sul Bosberg, ultima difficoltà di giornata, che coglie la seconda vittoria in carriera.

L’approccio è promettente, lasciando immaginare quel che potrà essere il futuro, ma la delusione del 1992, edizione che premia l’audacia di Jacky Durand dopo una fuga-fiume e annota Museeuw non meglio che 14esimo, consiglia Johan a cercar fortuna in altre formazioni che possano supportarlo nel suo sogno di far sua la Ronde. Detto, fatto, per due anni il belga si accasa alla GB-MG Boys, e il 4 aprile 1993 è l’occasione giusta per cogliere la prima vittoria. Museeuw, fasciato nella maglia di campione del Belgio, stavolta non sbaglia una mossa, sempre all’avanguardia del gruppo, per esser poi presente nel plotoncino di otto attaccanti che a 68 chilometri dal traguardo prende cappello e va a giocarsi la vittoria. Tra questi ci sono i due belgi Van Hooydonck e Sergeant, l’olandese Maassen, Maurizio Fondriest che è reduce dal trionfo alla Milano-Sanremo e porta la casacca di leader della classifica di Coppa del Mondo che farà sua a fine anno, Maximilan Sciandri che ha passaporto britannico, Dario Bottaro della Mecair e Franco Ballerini che di Museeuw è compagno di squadra. Johan è scatenato, sbaraglia la concorrenza a Brakel e solo Maassen tiene la ruota, non collaborando nel finale perchè in un arrivo in volata sarebbe battuto. E volata sia, Museeuw la prende di testa, la conduce lungo le transenne, infine si impone di potenza a braccia alzate. Il tabù è infranto e il Giro delle Fiandre accoglie il suo campione prediletto.

Che l’anno dopo, 1994, è il favorito d’obbligo e nel quartetto che si presenta sul rettilineo d’arrivo, dopo esser caduto sul Vecchio Kwaremont ed esser stato costretto ad un lungo inseguimento, a giocarsi la vittoria pare il più veloce, ma deve masticare amaro, per l’inezia di 7 millimetri, perchè lo beffa il miglior Bugno mai visto da queste parti. Museeuw cova vendetta, e il  2 aprile 1995 il raddoppio è forse il più agevole del trittico fiammingo. Johan veste ora i colori della corazzata Mapei, di cui è il capitano riconosciuto per le classiche del nord, una foratura anche stavolta lo costringe a dover rientrare sui primi ma un allungo di Fabio Baldato, a 33 chilometri dalla meta, ispira al belga l’azione decisiva, che rinviene sull’azzurro che si aggancia pur palesando tutta la difficoltà nel tener testa a Johan. Che sul Grammont piazza l’affondo nel tratto al 20% di pendenza, spiana la rampa e si invola a trionfare in beata solitudine, 1’27” prima che lo stesso Baldato anticipi nella volata a due il moldavo Tchmil, che nel frattempo aveva riagganciato l’italiano. E siamo a due.

Il 1996 è l’anno di Bartoli, il “leoncino“, con Museeuw che stavolta è respinto proprio dal Grammont, infine terzo all’arrivo, per poi chiudere in un anonimo 13esimo posto nel 1997 quando porta a spasso i colori dell’iride conquistato a Lugano nel 1996. Ma Buysse, Magni e Leman sono lì ad attendere l’erede, che li appai a quota tre vittorie, e l’ora scocca il 5 aprile 1998. Museeuw fa gioco di squadra con Zanini e Ballerini in casa Mapei, seleziona il gruppo in avanti sul Tenbosse ed ancora lì, nel piccolo centro abitato di Brakel, a 26 chilometri dall’arrivo, sfruttando la strada che si impenna sotto le ruote, saluta tutti e parte da solo. Da solo scala il Grammont, da solo abborda il Bosberg, da solo si presenta a Meerbeke per la tripletta che lo consacra definitivamente, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, principe delle Fiandre.

Il tris è servito, negli anni a seguire, con l’incidere del tempo che passa, Museeuw, che di pavè e muri se ne intende proprio, trova ancora la forza di esser terzo nel 1999, inchinandosi a Van Petegem e il povero Vandenbroucke nella sprint a tre, e addirittura secondo nel 2002, ormai quasi 37enne, quando solo Tafi con un allungo nel finale gli nega la soddisfazione di essere il primo a far quaterna.

La bella storia d’amore tra Museeuw e il Giro delle Fiandre si chiude nel 2004, con un 15esimo posto, ma quel che conta è che lassù, accanto agli eroi del passato che spianarono i muri, Johan c’è. E se vi avventurate nelle locande del posto e chiedete, state certi, vi racconteranno di lui.