IL “TERRIBILE” HYPPOLITE AUCOUTURIER, CHE BATTE’ TUTTI SUL TRAGUARDO DI ROUBAIX

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Hyppolite Aucouturier – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Ciclismo dei pionieri, con la “p” maiuscola, quello che andiamo a riesumare oggi. Sì, perchè quando si narrano le gesta di Hyppolite Aucouturier, che si meritò l’etichetta di “terribile“, avremo a che fare con strade sterrate, chilometraggi fuori ordinanza e sfide combattute col coltello tra i denti. Quanto basta, ed avanza pure, per scrivere la leggenda del pedale.

Il nostro eroe nasce a La Celle, nel dipartimento dell’Allier della regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, il 17 ottobre 1876, non troppo lontano da quel Puy de Dome che a sua volta segnerà la storia del Tour de France, e il mestiere di ciclista, ad onor del vero, è ben lungi dall’esser tra i suoi obiettivi quando, ragazzo, esercita già la professione di commerciante in vini, prima, e di ispettore di ricevitori telegrafici utilizzati nelle filiali bancarie per seguire le classifiche del mercato azionario, poi. Ma nel 1900, all’alba del nuovo secolo, scopre che con la bicicletta si può non solo divertirsi e tenersi in forma, ma pure guadagnare somme importanti di denaro, ed è la svolta.

In effetti Hyppolite, con quei baffoni che tanto sembrano la riproposizione dei primi manubri di bicicletta, e con quello strabismo di Venere che con gli occhi riflette un’anima da guerriero, una corporatura massiccia e due gambe che sembrano prosciutti, comincia a farsi notare correndo da individuale, terminando quinto alla Bordeaux-Parigi vinta da quel Josef Fischer che qualche anno prima, 1896, fu il primo trionfatore nel Velodromo di Roubaix. Già, Roubaix, cittadina del Nord della Francia, la “Manchester francese” per il suo sviluppo nel tessile, pure architettonicamente di bell’aspetto tanto da venir insignita del riconoscimento di “Città dell’arte e della storia“, ma che tutti, proprio tutti, associano esclusivamente alla corsa ciclistica più prestigiosa, “L’inferno del Nord“.

E proprio lungo le strade lastricate di pavè che portano a Roubaix il nostro Aucouturier ha modo di confermare la sua forza nello stesso 1900, ottavo ad oltre quattro ore dal vincitore Emile Bouhours, ma la percezione che prima o poi quel traguardo finale sarà suo. Intanto, con quel ghigno che incute timore e rafforza la nomea di “terribile“, una determinazione tanto feroce da farlo andare ben oltre gli sforzi richiesti dalle corse e la potenza leonina scaricata sui pedali, l’anno dopo è secondo alla Bordeaux-Parigi alle spalle di Lucien Lesna, incassando un bell’assegno di 1000 franchi, per poi imporsi, il 9 giugno, nella prima edizione della Bruxelles-Roubaix e cogliere un terzo posto nella massacrante Parigi-Brest-Parigi, non prima però aver lottato fino all’ultima stilla di sudore con Maurice Garin, lo “spazzacamino“, lo stesso Lesna e Fischer. Insomma, i mammasantissima di quelle gare al Nord che richiedono forza, resistenza e una dose massiccia di coraggio. Tutti attributi che ad Aucouturier non mancano di certo.

Nel 1902 una febbre tifoide lo tiene lontano dalle gare ad inizio stagione, per poi andare a far cassetta nelle prove su pista, nondimeno trovando modo di classificarsi tra i migliori alla Luchon-Tolosa-Luchon, terzo, e alla Parigi-Rennes, ancora terzo, in entrambi i casi a distanza da Louis Trousselier che si impone da dominatore. Ma il bello deve ancora venire, ed è quanto Aucouturier ha riservato per il 1903, l’anno della consacrazione.

E quando si parla di consacrazione, ad inizio secolo, altro non può che trattarsi della Parigi-Roubaix, così come del Tour de France che sta per avviare la sua meravigliosa avventura. Nella classica delle pietre, il 12 aprile 1903, Aucouturier non è reclamizzato tra i favoriti, soprattutto da quel Geo Lefevre che cura la sezione ciclismo del quotidiano “L’Auto“, ma in corsa Hyppolite macina chilometri con rabbia tanto da dichiarare che “una cosa mi ha fatto particolarmente arrabbiare durante la gara e nei momenti di difficoltà, pensandoci tanto da esaltarmi: le tue previsioni, Mr. Lefevre“. Entra nel Velodromo con Claude Chapperon, pronto a cambiare bicicletta come è previsto dai regolamenti dell’epoca per compiere i tre giri di pista, ma l’avversario, per errore, prende il mezzo di Trousselier che sopraggiunge poco dopo e Aucouturier, mentre i due si contendono la bicicletta, da buon terzo gode, per infine imporsi con un vantaggio di due secondi. Qualche giorno dopo, il 10 maggio, trionfa anche alla Bordeaux-Parigi dopo i piazzamenti degli anni precedenti, rimontando quindici minuti a Leon Georget che chiude alle sue spalle, ed è quel giorno, trionfale, che il “terribile” diventa di fatto un campione tra i più acclamati dal pubblico francese.

Il 1 luglio Hyppolite si presenta, ora sì, tra i favoriti della prima edizione del Tour de France, organizzata proprio da “L’Auto“, montando la sua fiammante bicicletta Crescent, firmata dalla ditta americana ABC. Ma la prima tappa, lungo i 467 chilometri che vanno da Montegeron a Lione, costa cara ad Aucouturier, che prima ha un problema alla sella rimanendo attardato di un’ ora da Garin, poi viene colto da dolori allo stomaco. Lefevre lo incita a non arrendersi, Hyppolite lotta come un leone ma infine, all’altezza di Lapalisse, è costretto all’abbandono, di fatto così rinunciando fin dal primo giorno al sogno di far sua la Grande Boucle.

Il regolamento, nondimeno, consente a chi è stato costretto a ritirarsi nel corso di una tappa a poter partecipare alle frazioni seguenti, senza però poter competere per la classifica generale, ed Aucouturier, rimessosi in sesto, trova modo, il secondo giorno, di passare in testa alla prima asperità della storia del Tour de France, i 1.161 metri del Col de la Republique, inscenando poi la fuga decisiva nei tornanti in discesa per andare a trionfare allo sprint davanti a Georget a Saint-Antoine, nei pressi di Marsiglia. Vince anche a Tolosa, quando il direttore di corsa Henri Desgrange modifica il regolamento costringendo i corridori fuori classifica a partire scaglionati in un secondo gruppo, il che provoca la rabbia di Hyppolite che raggiunge i migliori, li stacca e si impone con 32 minuti di vantaggio. Ma la malasorte si accanisce ancora con Aucouturier, che nella tappa successiva, tra Tolosa e Bordeaux, in cerca del tris consecutivo, sbatte contro un cane che attraversa la strada al suo passaggio, cade facendosi male ad una gamba ed è infine costretto a lasciare definitivamente la carovana del Tour.

Il riscatto non si lascia attendere. Nel 1904 Aucouturier, assoldato dalla Peugeot, torna sulle strade della Parigi-Roubaix, e come l’anno prima ci torna da dominatore, assieme a Cesar Garin, fratello di Maurice che vinse la prima edizione del Tour de France. I due si lasciano alle spalle Lucien Pothier, distanziato di quasi tre minuti, ma nel Velodromo la ruota di Hyppolite è più veloce e vale il bis nella classica del pavè, come prima di lui erano riusciti a fare lo stesso Maurice Garin e Lesna.

Aucouturier sarà ancora protagonista a Roubaix, con il quarto posto nel 1905 e il sesto nel 1906, a cui andrà aggiunta nel 1905 una seconda vittoria alla Bordeaux-Parigi, ma è al Tour che adesso il “terribile” vuol cercare l’affermazione. E il 1904 potrebbe essere l’anno giusto, con quattro vittorie parziali a Marsiglia, Tolosa, Nantes e Ville d’Avray, infine classificandosi al quarto posto, preceduto dall’immancabile Maurice Garin, primo, Lucien Pothier, secondo, e Cesar Garin, terzo, ma i quattro ciclisti vengono declassati per una serie di infrazioni e per qualche aiuto di troppo da parte del pubblico, il che regala la vittoria al quinto classificato, Henri Cornet.

Nel 1905 Aucouturier sale finalmente sul podio del Tour, secondo alle spalle di Louis Trousselier che lo batte 35 punti a 61, vincendo ancora a Besançon, Tolone e La Rochelle, ma se per alcuni può sembrare l’antipasto di una futura vittoria, altro non è invece che l’inizio del viale del tramonto. Nei due anni successivi, infatti, il “terribile”, ormai alle soglie dei 30 anni, non è più così performante, cambia casacca passando alla Alcyon-Dunlop ma le due anonime partecipazioni al Tour de France, nel 1906 e nel 1908, concluse con due mesti ritiri, convincono Aucouturier che è giunto il momento di dire basta.

Quel ghigno guerrigliero e quel baffo provocatore che tanto avevano intimorito gli avversari lasciano il gruppo… e non sarà più lo stesso ciclismo dei pionieri di prima.

 

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FERMO CAMELLINI, IL PRIMO STRANIERO CHE TRIONFO’ ALLA FRECCIA VALLONE

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Fermo Camellini alla Milano-Sanremo 1948 – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Curiosa la storia esistenziale e sportiva di Fermo Camellini. Che nasce italiano, si sposta ancora adolescente in Francia, si guadagna l’etichetta di primo straniero a trionfare alla Freccia Vallone, infine acquisisce nazionalità transalpina quando ormai è pronto ad appendere la bicicletta al chiodo.

Conviene dunque partire dall’inizio, quando Camellini viene alla luce il 7 dicembre 1914 a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. L’esistenza, tra le nebbie della Val Padana, è ostica, e nel primo dopoguerra Fermo emigra in Francia, a Beaulieu-sur-Mer, ridente cittadella adagiata sulle acque turchese della Costa Azzurra tra Montecarlo e Nizza, assieme ai cinque fratelli, tra cui Guerino, di quattro anni più giovane di lui, che sarà a sua volta professionista dal 1947 al 1950. La famiglia Camellini non ha problemi ad integrarsi in quanto a Beaulieu abitano già alcuni familiari trasferiti parecchio tempo addietro, nondimeno si fa la fame, la vita continua ad esser difficile e Fermo è costretto a lavorare, esercitando la professione di idraulico-garzone. Il suo datore di lavoro lo manda in giro a fare commissioni e il ragazzo ha modo di spostarsi in bicicletta. Piano piano comincia a correre; si sveglia la mattina presto per allenarsi, due o tre volte la settimana quando c’è bel tempo, spingendosi fino a Cannes. Un giorno il padre, esasperato, gli getta la bicicletta, comprata con i primi risparmi, in mare, ma Fermo ne prende una in prestito, vince una corsa locale che si svolge al Victoria-Park di Nizza e come primo premio si merita una bicicletta tutta sua. Al papà, resistente, stavolta, tocca arrendersi, il figlio sarà corridore ciclista.

Il dado è infatti tratto. Tesserato per l’ASM, l’Association Sportive Monegasque, Camellini si mette in luce nel 1936 con alcuni piazzamenti di prestigio tra gli amatori, come il secondo posto alla Journée cycliste de Bollène, e l’anno dopo diventa professionista con la Urago, trionfando subito nella corsa in salita Nice-La Turbie e al Gran Premio Guillaumont. Vince anche nei due anni successivi, gareggiando principalmente in corse della zona, ad esempio il Circuito delle Alpi nel 1938, e il Gran Prix Cote d’Azur e il Circuito del Mont Ventoux nel 1939 che ne evidenziano le doti di corridore possente, seppur piccolino di statura, ed anche abile in salita, ma sull’Europa soffiano venti di guerra e il secondo conflitto bellico ne rallenta, inevitabilmente, l’attività agonistica. Seppur siano gli anni della maturità fisica ed atletica, e una vittoria al Giro di Catalogna nel 1942 e il quinto posto alla Parigi-Tours del 1944 lo confermano, così come due 15esimi posti alla Parigi-Roubaix (gara che lo vedrà allinearsi al via per ben quattordici volte), il bello, fortunatamente, deve ancora venire. Ed è quel che Camellini ha in serbo per il secondo dopoguerra.

Nel 1946 si torna a competere a pieno regime e Fermo, che comunque è riuscito a correre nella Francia occupata, assoldato dalla Ray-Dunlop si mette subito in cassaforte un successo di spessore, la Parigi-Nizza, giungendo quinto nella seconda tappa di Roanne che gli consente di balzare al comando, vincendo infine con 1’43” su De Muer e 2’53” su Bonduel. Qualche settimana dopo partecipa per la prima volta al Giro d’Italia, e a termine della tappa Prato-Bologna vinta da Coppi veste la maglia rosa, che porta onorevolmente per altri tre giorni, prima di cederla a Vito Ortelli e ritirarsi in seguito alle conseguenze di una caduta che gli costa un doloroso infortunio alla spalla destra.

L’anno migliore di Camellini, che in Francia ormai hanno adottato come uno di loro ed è costantemente agli onori della cronaca, è il 1947 quando riesce a far sue due tappe al Tour de France, dopo aver vinto una frazione della prima edizione del Criterium du Dauphiné Liberé, prelibato antipasto della Grande Boucle, chiudendo la corsa al terzo posto in classifica generale alle spalle del polacco Klabinski e di Gino Sciardis. Nella corsa “giallatrionfa il 3 luglio nella tappa Grenoble-Briançon, di 185 km, transitando primo sui mitici colli della Croix de Fer, del Télégraphe e del Galibier ed arrivando al traguardo dopo una fuga solitaria con oltre otto minuti su Pierre Brambilla e Apo Lazarides, e tre giorni dopo concede il bis nella Digne-Nizza, di 255 km, con 2′ su Aldo Ronconi e lo stesso Lazarides, trovandosi a sera al secondo posto in classifica generale a 2’11” da René Vietto, ma con quasi 23′ di vantaggio su Jean Robic, che poi risulterà il vincitore finale. Potrebbe essere l’occasione della vita per Camellini, ma sfortunatamente l’italo-francese è intruppato nella squadra “Stranieri di Francia” ed al cospetto delle squadre nazionali più attrezzate deve fare i conti in formazione con olandesi, belgi e polacchi, non potendo dunque contare su una grande collaborazione. Per vincere il Tour ci vorrebbe una squadra forte e lui non può averla; perchè per i francesi è pur sempre italiano e per gli italiani è ormai francese. Chiude comunque settimo, a 24’08” da “testa di vetro” Robic, e l’anno dopo si confermerà tra i migliori piazzandosi ottavo, a 51’36” da Gino Bartali.

Manca a Camellini la vittoria che lo elevi al rango di campione, semprechè due successi di tappa al Tour non siano già sufficienti, ed allora basta attendere il 1948 quando Fermo, dopo esser salito sul podio alla Milano-Sanremo giungendo in coppia con Rossello a cinque minuti da un imbattibile Fausto Coppi che bissa alla “classicissima” la vittoria del 1946, sale al Nord per la doverosa consacrazione. E sceglie una corsa che ben si adatta alle sue caratteristiche di ciclista poderoso ma svelto sugli strappi, la Freccia Vallone, che tra Charleroi e Liegi mai ha visto trionfare, da quando si disputò una prima volta nel 1936, un corridore che non avesse passaporto belga. Il 21 aprile, lungo 234 chilometri incarogniti da vento persistente e côtes spaccagambe, Camellini domina la scena, fuggendo a quaranta chilometri dal traguardo in compagnia dei belgi Schotte e Beeckman e del francese Lauk, imprendibile per una concorrenza che annovera molti ciclisti di fama (non Coppi e Bartali però), tra cui anche fuoriclasse del calibro di Fiorenzo Magni e Sylvere Maes. La disfida tra i quattro uomini in avanscoperta si decide sulla Côte de Forges quando Schotte, beniamino del pubblico di casa e che ha patteggiato con i connazionali per far fuori i rivali stranieri, scatta con decisione. Fermo non molla, anzi, prende la ruota del campione fiammingo che tre giorni prima ha trionfato sulle strade del Giro delle Fiandre e che a fine stagione sarà pure campione del mondo, lo salta e prende il largo. A Liegi, sotto l’acqua che nel frattempo ha cominciato a scendere copiosa, Camellini trionfa davanti a tanti di quegli italiani che, come lui, non furono profeti in patria ma che la vita e le circostanze costrinsero a cercar fortuna altrove.

Già, proprio questa è la storia di Fermo Camellini, l’italiano che sconfisse i belgi a casa loro e che qualche mese dopo, ironia della sorte, francese lo diventò davvero. Con tanto di medaglia al valore “de 1ère classe de l’Education Phisyque et des Sports“. Correva l’anno 1951, e cotanta onorificenza gli fu concessa dal Principe Ranieri II di Monaco… hai detto poco!

 

ERNEST STERCKX, IL CAMPIONE BELGA CHE DISSE NO AL TOUR DE FRANCE

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Ernest Sterckx all’arrivo di una corsa – da krist.be

articolo di Nicola Pucci

Alzi la mano chi ricorda Ernest Sterckx? Certo, dovrà avere qualche capello bianco, o anche qualcuno di più, in testa, ed esser magari un bel pezzo avanti con la carta d’identità, ma è un errore, grossolano, perchè stiamo pur sempre parlando di un ciclista capace in carriera di vincere 151 gare tra strada e pista. E non mi pare proprio un dato numerico irrilevante.

Sterckx nasce il 19 novembre 1922 in quel Belgio che più di ogni altro ha conosciuto l’orrore e la distruzione della Grande Guerra. Sono anni difficili, la sopravvivenza è come una sfida a dadi, o la va o la spacca, nondimeno il piccolo Ernest, scoperto da un prete, può correre in bicicletta perchè è di famiglia benestante e può permettersi il mezzo meccanico a due ruote, e già da dilettante mette in mostra quella che sarà la sua dote principale, un formidabile spunto di velocità prolungata.

In effetti Sterckx avrebbe tutto per emergere ai più alti livelli, perchè la classe è innegabile e quando c’è da piazzare la zampata vincente sono ben pochi gli atleti in grado di tenergli testa. Ma alle doti offerte in dosi massiccia da Madre Natura bisognerebbe aggiungere un’altrettanta cattiveria agonistica, e quella, in verità, manca al belga che per tutta la carriera si accontenterà di essere sempre il migliore dei secondi. E questo gli impedirà di assurgere al rango di fuoriclasse tra i più grandi.

Nondimeno il suo palmares è decisamente interessante. E congruo. Sterckx è quel che si potrebbe dire un finisseur con la “effe” maiuscola, quando si arriva in rampa è praticamente imbattibile e tra le stradine del Belgio, lastricate di pavè, spazzolate dal vento e incarognite dai muri, ha modo di vincere a ripetizione. Certo, un’altra guerra gli tarpa le ali negli anni della giovinezza agonistica, ma nel 1946 il grande ciclismo riapre i battenti e Ernest è spesso tra i primi negli ordini di arrivo.

Ed allora ecco che proprio nel 1946 Sterckx si aggiudica la Gand-Wevelgem, battendo Maurice Desimpelaere, altro fiammingo abile nelle corse di casa, che vincerà l’edizione dell’anno dopo e che risulterà essere spesso il suo avversario più irriducibile. Nello stesso 1947, infatti, Sterckx lo batte sia sul traguardo della Freccia Vallone, dove giunge in solitario a Liegi in una giornata di freddo e pioggia per quel che rimane l’exploit di maggior prestigio della sua carriera, sia alla Parigi-Bruxelles, classica delle due capitali risolta in volata su un gruppetto di cinque fuggitivi dopo aver coperto una distanza di 325 chilometri in 9 ore 40 minuti di fatica.

Sterckx è un iradiddio nelle kermesse in Belgio, che se oggi vengono poco ricordate e menzionate, all’epoca avevano valore assoluto e in molti casi equivalevano a qualcosa di molto simile alle classiche, e per un triennio, 1946, 1947 e 1948, Ernest è il migliore di tutti. Mette in saccoccia anche un successo al Giro del Belgio nel 1949, superando Raymond Impanis di soli 6″, la Nokere-Koerse lo stesso anno battendo, indovinate chi?, Desimpelaere e un tris di successi alla Hel Volk, 1952, 1953 e 1956, che ne fanno ad oggi il recordman della corsa assieme a Joseph Bruyere e Peter Van Petegem. Avrebbe potuto vincere anche il Giro delle Fiandre, ma curiosamente perde due occasioni proprio sul suo terreno preferito, la volata, giungendo “soloquarto nel 1949 quando Fiorenzo Magni ottiene la prima delle sue tre vittorie e nono nel 1956 quando la corsa sorride al francese Jean Forestier, così come non ha fortuna nelle due edizioni dei campionati del mondo a cui prende parte, figurando tra i ritirati a Reims nel 1947 e a Valkenburg nel 1948.

Insomma, un portento quando c’è da mettere la sua ruota davanti a quella degli altri. Ma Sterckx, lo abbiamo detto, non ha ambizione sfrenata, quel che gli altri avrebbero desiderato oltre ogni cosa per lui non è invece un’ossessione ed allora, fedele al suo personaggio, per due volte rifiuta la selezione per il Tour de France con la nazionale del suo paese, affermando in un caso che “ci sono corridori più meritevoli, ed io non sono all’altezza” e, sibillinamente, una seconda volta motivando il rifiuto con un “non mi interessa!“.

Ma si può? Certo, basta chiamarsi Ernest Sterckx, ed essere un campione fuori dal comune. Per lo status di fuoriclasse basta rivolgersi altrove, in verità senza andare troppo lontano…

TOUR 1997, LA PRIMA E UNICA CAVALCATA TRIONFALE DI JAN ULLRICH

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Jan Ullrich inseguito da Virenque al Tour 1997 – da spox.com

articolo di Emiliano Morozzi

Primavera 2006: l’Operacion Puerto mette fine alla carriera di uno dei più forti corridori di quel periodo, il tedesco Jan Ullrich. Una stella, quella del corridore di Rostock, che comincia a brillare subito e si illumina per la prima volta sotto il cielo plumbeo di Oslo, quando nel 1993 Ullrich conquista il titolo mondiale su strada dilettanti.

Ha appena vent’anni il corridore venuto dall’ex Germania Est e su di lui si dice un gran bene: ha un fisico possente, è fortissimo a cronometro e l’anno successivo si ripete arrivando terzo nella prova a cronometro del mondiale, mettendo in riga tanti professionisti. L’esordio tra i big del pedale è questione di qualche mese e nel 1995 Ullrich approda alla corazzata Deutsche Telekom e partecipa alla sua prima grande corsa a tappe, la Vuelta di Spagna, dove però è costretto a ritirarsi a causa del mal di denti.

Il 1996 è l’anno che lo porta alla ribalta internazionale: nel Tour che segna l’improvvisa e inaspettata crisi di Miguel Indurain, il suo capitano Riis altrettanto inaspettatamente conquista la maglia gialla e la rafforza sgretolando la concorrenza sulle dure pendenze di Lourdes Hautacam, che scala tirando rapporti impossibili. In salita Ullrich non è da meno, si dimostra ottimo gregario e in certi momenti della corsa Riis fatica a tenere il passo del giovane delfino. Si arriva alla crono di Saint Emilion, penultima tappa: il danese pensa di avere ormai la vittoria già in tasca, ma Ullrich vola fin quasi a strappare la maglia gialla dalle spalle del proprio capitano. Un probabile intervento dell’ammiraglia frena le ambizioni del tedesco, che rallenta il proprio passo, ma l’appuntamento con la gloria è rimandato soltanto di dodici mesi.

Arriva il Tour 1997 e anche se i gradi di capitano sono ancora sulle spalle di Riis, i favori del pronostico sono tutti per Ullrich, che qualcuno dipinge già come l’erede di Indurain. Il senno di poi ci dirà che la gloria del tedesco fu solo effimera, ma in quella calda estate del 1997, Ullrich corre il suo trionfale Tour de France come sua maestà Miguel Indurain, ovvero da dominatore.

Gli avversari non mancano: Rominger e Berzin desiderosi di riscatto dopo la beffa dell’anno precedente, Zulle e Virenque, un Pantani che dopo lo sfortunato ritiro cerca di scacciare via i fantasmi delle cadute e degli infortuni. Il Tour però non è disegnato per gli scalatori: quasi 125 chilometri a cronometro sono troppi per i camosci e Ullrich nelle gare contro il tempo bastona gli avversari senza pietà. Boardman gli toglie la gioia di poter indossare la maglia gialla precedendolo nel cronoprologo, poi, come da tradizione, sono i velocisti a prendersi le luci della ribalta e soprattutto Mario Cipollini che si veste di giallo. La sfortuna toglie di mezzo avversari ingombranti come Rominger e Berzin e Ullrich può godersi un periodo tutto sommato tranquillo nella pancia del gruppo.

Le montagne stavolta arrivano prima della cronometro, ma tutto ciò non serve a cambiare un copione già scritto: nella prima tappa pirenaica con arrivo a Loudenvielle, Ullrich si limita a tenere la ruota di Pantani e Virenque e nel successivo arrivo in salita di Arcalis, sopra Andorra, mentre tutti aspettano un’impresa del “Pirata“, è Ullrich a scattare, demolendo la resistenza di Virenque prima e del romagnolo poi. Dopo la cronometro di Saint Etienne, Virenque prende altri tre minuti e Pantani quattro ed i distacchi si fanno abissali: il francese è a quasi sei minuti, Pantani a più di nove.

In cima all’Alpe d’Huez Ullrich vuole strafare e vuole tenere a tutti i costi le ruote di un Pantani scatenato, finisce per staccarsi e concedere un minuto all’avversario, ma nelle tappe successive i due avversari del tedesco, Virenque e il “Pirata“, invece di coalizzarsi per sconquassare la classifica, si fanno la guerra, perdendo altro terreno e favorendo Ullrich che si incolla alle ruote dell’attaccante di turno e accumula altro vantaggio.

Nella tappa di Courchevel è Virenque a partire all’attacco, portandosi dietro il tedesco e lasciando andare alla deriva un Pantani molto stanco che perde più di tre minuti, il giorno dopo a Morzine il romagnolo restituisce il favore staccando Virenque e vincendo la tappa con 1’17” sul francese e sulla maglia gialla.

Arriva la crono e Ullrich tira il freno: al termine della lunghissima prova contro le lancette intorno a Disneyland, il tedesco arriva secondo alle spalle di un altro specialista, Olano. Gli Champs-Elysees salutano la vittoria in giallo e Parigi incorona quello che in quel momento sembra un corridore imbattibile: qualcuno azzarda a dire che Ullrich potrebbe finalmente battere il record delle cinque vittorie al Tour. Al ragazzo di Rostock il talento non manca: quello che gli manca è la disciplina. Quando d’inverno le gare sono ferme, Ullrich non riesce proprio a fare la vita da atleta, anche se si ripresenterà ai nastri di partenza del Tour 1998 con i favori del pronostico. Ma nel buio e nel freddo del Galibier, sarà qualcun altro a fare l’impresa e su quelle dure rampe comincerà un’altra storia, quella dell’Ullrich eterno secondo.

LA CARRIERA DA GREGARIO DI LUSSO E I TITOLI DA COMMISSARIO TECNICO DI ALFREDO MARTINI

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Alfredo Martini guida il gruppo davanti a Fausto Coppi al Giro d’Italia 1955 – da ilnapoletano.org

articolo di Nicola Pucci

Nel tratteggiare il profilo di quel grande uomo di sport, nonchè inesauribile fonte di ciclismo vissuto e squisita figura umana che è Alfredo Martini, risulta oltremodo difficile scindere il prima e il dopo.

Già, perchè questo toscano tutto di un pezzo nato a Sesto Fiorentino, alle porte di Firenze, il 18 febbraio 1921, ha scritto una meravigliosa pagina del ciclismo di casa nostra per ben oltre mezzo secolo, dai giorni di un’eccellente carriera da dilettante avviata negli anni Trenta alla chiusura di una leggendaria epopea da direttore tecnico della Nazionale italiana protrattasi fin quasi all’alba del nuovo Millennio.

Alfredo, figlio di Pietro operaio fuochista alla Ginori, scopre la bicicletta il giorno del suo settimo compleanno quando il padre gliene fa dono, e qualche settimana dopo, appostato alle Croci di Calenzano per il passaggio della carovana del Giro d’Italia per la tappa Pistoia-Modena dell’edizione 1928, si innamora del mestiere di ciclista, ammirato dal fascino di Alfredo Binda che quel Giro farà suo per la terza volta. Comincia a correre e nel 1936 debutta come aspirante con l’Unione Operaia Luigi Ganna. Vince spesso, e pure bene, e nel 1941 diventa professionista, pur in piena emergenza Seconda Guerra Mondiale.

I soldi scarseggiano, ma la passione è tanta, così come il coraggio, e a libro-paga della Bianchi Martini debutta al Giro di Lombardia, in verità con un capitombolo nella discesa del Ghisallo che lo costringe all’abbandono. L’anno dopo, 1942, già prova a far saltare il banco alla Milano-Sanremo azzardando la fuga da lontano con Piero Ferrari e Alfio Leoni, ma una crisi di fame lo penalizza e all’arrivo è solo 24esimo, tanta fatica per pochissima gloria.

La gloria, nondimeno, Martini se la conquista comunque, con i denti e con l’abnegazione, che è tanta, al servizio di capitani più forti e vincenti di lui. In effetti Alfredo diventa ben presto uno degli uomini-squadra più apprezzati del plotone, anche se il suo temperamento audace, la solidità, le notevoli doti di recupero e l’intelligenza tattica in corsa gli consentono di togliersi pure qualche meritatissima soddisfazione personale. E che soddisfazioni.

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Un primo piano di Martini – da gazzetta.it

Come ad esempio al Giro dell’Appenino del 1947, al termine di una lunghissima azione in solitario, e al Giro del Piemonte del 1950, battendo in volata Sergio Pagliazzi, oppure quando nella sua Firenze, sempre nel 1950, al Giro d’Italia, anticipa Fritz Schar e Silvio Pedroni trionfando davanti agli amici, e l’anno dopo nella prima frazione del Giro di Svizzera, ad Aarau, lascia gli avversari ad oltre cinque minuti. Sono le occasioni più significative della carriera, ma giova sottolineare che Martini guadagna reputazione e stima nelle grandi corse a tappe, Giro d’Italia e Tour de France soprattutto, quasi mai invece avventurandosi alla Vuelta dove è solo 46esimo nell’unica partecipazione del 1955.

Coppi lo ha fedelissimo gregario nelle sue due trionfali spedizioni del 1949 e del 1952 in Francia, Magni è il suo capitano nel vittorioso Giro del 1948 e a quello del 1955, e Alfredo, pur prodigandosi a favore dei leader che nel corso della sua storia agonistica lo hanno a fianco con Welter, Wilier Triestina, Taurea, Nivea e Chlorodont, oltre che con la squadra nazionale, riesce a sua volta a disimpegnarsi egregiamente, trovando buoni piazzamenti in classifica generale. Partecipa a nove edizioni del Giro d’Italia, chiudendo nono nel 1946, sesto nel 1947, decimo nel 1948, ancora sesto nel 1949 e salendo sul terzo gradino del podio nel 1950, alle spalle di due fuoriclasse come Hugo Koblet e Gino Bartali ma davanti a Ferdi Kubler per l’inezia di 4″, vestendo a Locarno la maglia rosa.

Si mette in luce anche al Giro di Svizzera, che per importanza è la quarta grande corsa a tappe e negli anni Cinquanta diventa terreno fertile per epiche battaglie tra Koblet e Kubler, terminando settimo nel 1947 e terzo nel 1951, proprio dietro ai due grandi elvetici, vantando in palmares anche un piazzamento d’onore al campionato italiano del 1950, quando a batterlo, sul percorso delle Tre Valli Varesine, è Antonio Bevilacqua che lo anticipa di 2’22”, e alla prima edizione della Parigi-Tours corsa in autunno, nel 1951, quando è Jacques Dupont ad infrangere il suo sogno di cogliere l’affermazione in una grande classica.

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Martini con Giuseppe Saronni – da teatrometropolis.myblog.it

Dismessi i panni del corridore nel 1957, Martini sale in ammiraglia qualche anno dopo con la Ferretti, guidando Gosta Pettersson a diventare il primo svedese a vincere il Giro d’Italia, nel 1971, e la Sammontana, per poi assumere nel 1975 la guida della Nazionale italiana. E qui si apre un altro capitolo meraviglioso.

Alfredo è uomo carismatico, di doti non comuni, che conosce la forza delle parole e il significato del silenzio, che sprona e corregge, e con lui la parabola iridata dell’Italia del pedale conosce un’era trionfale. Martini tiene le redini della Squadra Azzurra per 22 anni, fino al 1997, e con lui si vestono dei colori dell’arcobaleno Moser a San Cristobal nel 1977 vendicando la beffa dell’anno prima a Ostuni con Freddy Maertens, Saronni a Goodwood nel 1982 affermando “di non aver mai visto una volata così“, Argentin a Colorado Springs nel 1986, un giovane Fondriest a Renaix nel 1988, la classe sopraffina di Bugno, due volte, a Stoccarda nel 1991 e a Benidorm nel 1992. Aggiungete a questi successi altri tredici piazzamenti sul podio, e ditemi voi se l’eredità tecnica di Martini commissario tecnico non sia pesante da dover sopportare?

Giù il cappello: uomo, gregario o comandante che sia, uno come Alfredo Martini sarà difficile da trovare di nuovo

 

JACQUES ANQUETIL, CHE VINSE, VISSE E MORI’ COME UN SEMIDIO

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Jacques Anquetil – da thecyclist.co.uk

articolo tratto da Allez – Operazione ciclismo

Gli organizzatori del Gran Premio di Lugano si sono stancati di assistere al solito monologo con cui Jacques Anquetil domina quella corsa. Nelle prove contro il tempo è il più forte per distacco e si vede. Il francese ha vinto tre delle ultime sei edizioni. Bisogna inventarsi qualcosa altrimenti questa gara va a morire. C’è solo un modo: pagare Jacquot per non correre, proprio come l’organizzazione del Giro d’Italia fece con Binda nel 1930. Anquetil, che sa gestire e indirizzare dove vuole situazioni di questo tipo, strappa il doppio del compenso che gli era stato offerto con la promessa di arrivare secondo lasciando vincere Ercole Baldini. Ovviamente Jacques vuole essere pagato in anticipo e così, dopo aver riscosso il lauto ingaggio che aveva fatto ritoccare ulteriormente proprio poco prima della partenza, va da Baldini e lo informa sostanzialmente che la vittoria è già sua. Al traguardo però la situazione è clamorosamente capovolta: primo Jacques Anquetil, che si porta a casa anche il premio che spetta al vincitore. Così facendo, ha guadagnato cinque volte tanto. Rimangono tutti letteralmente di sasso. Baldini lo venera con lo sguardo. Nessuno dei membri dell’organizzazione riesce a proferire parola. Sono troppo ammaliati ed incantati da quella figura. E’ come se Lupin, il ladro più grande di sempre, riuscisse a rubare il diamante più brillante ed inaccesibile al mondo. Come se Botticelli “imbrattasse” un muro. Davanti alla grandezza si può fare una e una sola cosa: la si osserva.

Sul traguardo del Grand Prix des Nations regna lo stupore più assoluto. Il fatto che abbia vinto un diciannovenne desta scalpore già di per sé ma il problema principale è un altro. Il secondo, tale Roger Creton, è lontano sei minuti. Jacques Anquetil, il dominatore di quel giorno di settembre del 1953, si presenta così al grande pubblico del ciclismo. Vincerà quella corsa per altre otto volte, quindi fanno nove edizioni in meno di quindici anni. Nelle prove contro il tempo, d’altronde, è il migliore di sempre. In corsa è il “Grande Normalizzatore“, soprannome che rispecchia alla perfezione la sua condotta di gara. In salita soffre Gaul e Bahamontes, gli antesignani di Marco Pantani, trovandosi quindi costretto a limitare i danni per uccidere poi la corsa nelle cronometro. Uno Wiggins ante litteram, anche se colui che lo ha ricordato più di tutti è stato Miguel Indurain e proprio come il navarro non brillava magari per estro, fantasia e coraggio. Preferiva la certezza e la concretezza che solo il cronometro gli poteva dare. Anquetil è un autentico fascio di nervi. Non è rachitico alla Froome, anzi, ha due gran bei pistoni al posto delle cosce, ma sprigiona una potenza che non sembrava possibile potesse provenire da quel fisico. E’ asciutto, elastico, tirato al punto giusto. Eppure, nonostante le sue impareggiabili doti di passista, Jacquot ha sempre tralasciato il mondo delle classiche, quello più affascinante e ricco di magia. Si limita ad una Gand-Wevelgem e ad una Liegi-Bastogne-Liegi. La Sanremo, col suo trionfo primaverile, non lo ha mai attratto. Stesso esito anche per la Roubaix, che lui stesso definì “una maledetta lotteria per belgi che si corre sulle pietre“.

Questa avversione per le corse in linea lo terrà lontano anche da fantasie mondiali, il miglior risultato infatti è un secondo posto nell’edizione del 1966, che si corse al Nurburgring e premiò l’idolo di casa, Rudi Altig. Nelle corse a tappe però comanda lui. Cinque Tour de France, due edizioni del Giro d’Italia, una Vuelta e cinque volte la Parigi-Nizza su tutte, alle quali vanno aggiunti diversi altri successi. Partecipa a sei edizioni della Corsa Rosa e non fa mai peggio del terzo posto. E’ protagonista, tra l’altro, di due storiche doppiette: nel ’64 conquista Giro e Tour, solo Coppi è arrivato prima di lui, mentre nel ’63 si toglie lo sfizio di trionfare anche alla Vuelta alla quale, pochi mesi dopo, si sarebbe aggiunto l’ennesimo successo sulle strade della Boucle. Vederlo pedalare dà un senso di completezza che a parole non si può spiegare. Il suo non è mai un gesto atletico nervoso, scomposto, sgangherato, nemmeno quando gli fa visita la crisi più nera. Jacques Anquetil è la prova lampante che qualcuno che nasce per pedalare su una bici da corsa allora esiste. Soltanto Coppi regge il confronto.

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Anquetil in maglia gialla – da rouleur.cc

Partecipa per la prima volta al Tour de France nel 1957 e si ritrova al centro dello scandalo fin da subito. Questo giovane debuttante pretende che Louison Bobet, tre volte maglia gialla dal ’53 al ’55, venga lasciato a casa. I tecnici, totalmente persi nello sguardo glaciale del ragazzo normanno, acconsentono. Nemmeno un mese più tardi, Anquetil conquista il suo primo Tour con un quarto d’ora su Marcel Janssens, il secondo classificato. Una personalità del genere non poteva non avere nulla a che fare col doping, al quale ricorrerà più di una volta in carriera ma uscendone fuori con una maestria tale da farlo sembrare un semplice, stupido e banale incidente di percorso. E’ il primo corridore della storia che riesce a trionfare in cinque edizioni del Tour de France, di cui quattro consecutive. Nessuno riuscirà a fare meglio. Nemmeno Merckx e Hinault. Soltanto Indurain farà sua la maglia gialla per cinque edizioni consecutive ma non saprà andare oltre. Lance Armstrong, per riuscirci, sarà costretto a realizzare la truffa del secolo.

Nelle cronometro, come già detto, è la Stella Polare. In carriera ne ha conquistate una sessantina ma la prova regina della specialità non è una crono del Tour e nemmeno il Grand Prix des Nations. E’ il record dell’ora. Nel 1956, Jacques Anquetil dà l’assalto al famigerato record che per il momento è firmato da Fausto Coppi. Scende in pista al Vigorelli ma stecca clamorosamente non solo il primo ma anche il secondo tentativo. Nel caos più totale che era venuto a crearsi intorno a lui, il francese scappa in macchina verso Como, si rifugia in un locale e passa delle ore piuttosto interessanti sulle quali è meglio glissare. Le sostanze che entrano quella sera nel suo corpo non hanno nulla a che fare con lo sport eppure il giorno dopo, con appena due ore di sonno, Jacquot si presenta al Vigorelli e riscrive l’ora del ciclismo. Quando proverà a rifarlo suo qualche anno più tardi, l’UCI non omologherà il risultato del campione francese perchè lui si rifiuterà di sottoporsi all’antidoping. “Che qualcuno mi spieghi prima dove finisce la medicina e dove inizia il doping“, fu la velenosa polemica di Anquetil. Queste parole, col tempo, si sarebbero trasformate in un “in alcuni momenti della mia carriera avevo le gambe che assomigliavano ad un colabrodo“, che comunque nulla toglie all’epopea di questo primattore dato che a quei tempi si faceva uso perlopiù di sostanze che alleviavano la sensazione di fatica e non di alteratori di prestazioni.

La sua impresa più incredibile però è del 1965 ed è quasi sconosciuta. Alle diciassette Anquetil vince il Giro del Delfinato, alle otto e trenta è a Bordeaux e poche ore più tardi prende il via alla Bordeaux-Parigi, indimenticabile maratona notturna di oltre cinquecentocinquanta chilometri. Fino a quel giorno, i francesi rimproveravano eccome ad Anquetil di uccidere le corse senza renderle per niente appassionanti. Quando però lo vedono entrare in prima posizione nel Parco dei Principi, sede d’arrivo di quella storica follia, sono costretti a ricredersi. Jacques vince anticipando Stablinski e Simpson. Non c’è un francese che non stia gridando il suo nome.

Jacques Anquetil è aristocrazia. Aristocrazia allo stato puro. Questa componente, nei francesi, è particolarmente marcata, basti pensare a Platini o Zidane. Jacquot ha un qualcosa in più rispetto a tutti gli altri, fluttua ad un livello superiore che ai suoi avversari è sconosciuto. Non è un bonaccione alla Bartali nè tantomeno un ingenuotto come il primo Merckx. E’ praticamente l’opposto del bravo ragazzo, Sagan per intenderci, mentre dei tratti in comune si iniziano a scorgere se lo si accosta a Coppi e Hinault. Del Campionissimo ha l’eleganza e la forza magnetica, anche se può contare su un fisico meno gaglioffo del Fausto giù dalla bici da corsa e sul carisma che emana e che attrae. Come Hinault invece, di cui è il precursore francese, ha la lingua lunga, pungente, malandrina, caratteristica però che si ritrova piuttosto spesso oltralpe. Anquetil non fa paura come Armstrong ma impone rispetto. E’ furbo, tavolta sfocia anche nella mancanza di rispetto ma si salva sempre. Non è di manica larga ma la cattiveria non gli appartiene. Ha dei valori, altrimenti non avrebbe scelto come territorio prediletto le corse a tappe, dove vince sempre chi lo merita di più. E’ naif, infatti uno dei suoi soprannomi quando smonta dal suo destriero è “il Sultano“. Conosce la forza della parola e la sa usare molto bene. Non parla mai a sproposito ma quando lo fa il suono che esce dalla sua bocca ha il rumore di una stoccata, secca e sorda. Talvolta è anche arrogante, rigorosamente senza soluzione di continuità, ma se lo può permettere.

Al Parco dei Principi, al termine del Tour de France 1961 dove ha indossato la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno, viene fischiato. Col premio della corsa compra una barca e come la chiama? Sifflets, fischi. Vince troppo spesso, per l’esattezza duecentocinque volte in carriera, e anche quando non è lui a trionfare rischia di rubare la scena con un graffio dei suoi o magari con la sua sola presenza. Il pubblico riesce a stento ad amarlo perchè lo ammira troppo. Come il Cannibale in gara, Anquetil è un sole che copre ed eclissa tutto quello che gli ruota intorno, tanto in corsa quanto fuori. Sembra impossibile che una bellezza così pura e limpida possa passare svariate ore al giorno a versare litri di sudore su delle vere e proprie mulattiere. Avrebbe potuto essere scrittore, poeta o attore, Jacquot, e invece è stato una grandissima personalità sportiva. Era sicuro di sé, lo dimostra il fatto che aspettava sempre le cronometro consapevole che la corsa l’avrebbe vinta lì, e non si è quasi mai sbagliato. Come rivelerà lui stesso dopo aver lasciato l’agonismo, “Géminiani mi diceva che ero un errore dietro l’altro“.

Se si guarda allo stile di vita di Jacques, Gém ne aveva ben donde a sostenere ciò. Anquetil era un vizio itinerante. Mangiava, beveva, fumava. Lui stesso ve l’avrebbe spiegata così: “Signori, non è che fare il corridore sia proprio una passeggiata. Mi piace, mi piace da morire, ma soffro, soffro altrettanto“. Quando non pedala vive come vuole, senza regole. Si concede tutto quello che la umile bicicletta gli preclude. Si dice che la mattina, Jacques, sia pressoché inavvicinabile. A dire il vero non sa nemmeno cosa sia la mattina, dato che la sua giornata inizia a mezzogiorno per terminare a notte inoltrata. Quando prepara una corsa invece, si trasforma. Le luci di casa Anquetil si spengono ad orari umani e le tentazioni si fanno più sopportabili. Un collega col quale Jacques va piuttosto d’accordo a tavola è Eddy Merckx. La classe innata d’altronde sopperisce ad un allenamento mancato e quindi non è raro trovarli faccia a faccia a giocarsi l’onore e la fama di numero uno davanti ad un bel piatto di ostriche o ad una partita di poker. Colleghi, certo, e il rispetto non manca, anzi. Amici, però, mai. Anquetil è quello che si suol dire un pozzo senza fondo. Ama il buon cibo e il buon vino, lo champagne ancor di più. La consuetudine, al Giro di Sardegna, era quella di cenare al ristorante più rinomato della zona e ad ogni arrivo di tappa seguivano luoghi e leccornie diverse. In barba a tutte le teorie e gli studi sull’alimentazione che un atleta avrebbe dovuto tenere specialmente in corsa. Ovviamente, al termine della corsa, il vincitore è “Maitres” Jacques, il Maestro. E quante volte il suo adorato champagne lo ha salvato da una crisi!

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Anquetil e Poulidor – da rtl.fr

Poulidor, il suo storico rivale, stava quasi per spodestarlo dal trono del Tour de France ma Anquetil riuscì a salvarsi proprio grazie al suo amico a bollicine. Che corridore, Poulidor. E’ passato alla storia come l’eterno secondo per antonomasia, e i motivi sono ovvi, eppure stiamo parlando di un fior fiore di campione. Ha vinto una Vuelta, una Freccia Vallone, una Sanremo, la Parigi-Nizza, il Delfinato, sette tappe al Tour de France e si è piazzato per quindici anni in tutte le corse che vi vengono in mente. Più secondo anche di Gimondi. Di questo grande ciclista bisognerebbe divulgare non tanto lo sfortunato destino di cui è stato impietoso protagonista ma il piglio e la forza mentale a cui si è appellato per ritagliarsi il suo glorioso angolo di successo nell’era di Jacques Anquetil, un autentico fuoriclasse. E Jacques lo temeva perchè sapeva che Raymond era un campione vero. Alla vigilia del Tour 1965, al quale Jacquot non poteva partecipare perchè infortunato, invitò a cena tutti i capitani di quella Boucle tranne lui, Poulidor, l’acerrimo rivale. A pasto consumato, Jacques tirò fuori un blocchetto di assegni lasciando tutti sbigottiti. “Carissimi, io non verserò una goccia d’inchiostro su questa pagina bianca. Lo farete voi. Qualunque cifra apporrete, io la rispetterò. Qualsiasi cosa purché non vinca Raymond“. Vinse un giovane di belle speranze e di nostra conoscenza, si chiamava Felice Gimondi. Poulidor chiuse ancora al secondo posto. Talmente tanto elegante e composto sotto sforzo che c’è chi giura che se un bicchiere di champagne fosse stato appoggiato sulla sua schiena, non ne sarebbe schizzata fuori nemmeno una goccia anche dopo chilometri e chilometri.

La “sindrome di Stendhal” è una cosiddetta affezione psicosomatica che causa vertigini, tachicardia e addirittura allucinazioni in soggetti che si trovano davanti ad opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se compresse in spazi limitati. Stendhal, pseudonimo di Marie-Henri Beyle, fu lo scrittore francese che per primo ne rimase vittima. Questa affezione è nota anche come “sindrome di Firenze“, città in cui si è spesso manifestata e dove essa si verificò per la prima volta. Se Stendhal si fosse trovato davanti Jacquot invece che la Basilica di Santa Croce, oggi parleremmo della “sindrome di Anquetil“.

Una figura del genere non poteva certo passare inosservata nell’universo femminile. Questo suo essere un po’ leggiadro e un po’ arrogante ma mai insicuro, faceva di Jacques il sogno proibito di molte signore del tempo. Il portamento e il fisico modellato ad hoc, nemmeno a dirlo, contribuivano e non poco. Anquetil è un po’ Nureyev e un po’ James Dean. Uno così non è replicabile. La donna che per prima rapisce il cuore del giovane Jacquot però non è una delle tante, nossignore: è Jeanine, la moglie del suo medico. Ha sei anni in più del francese ed è bella, bella da morire. Intelligente e perspicace, insieme a Jacques forma una coppia regale degna del mondo delle fiabe. Un problema però c’è eccome: Jeanine è madre di due pargoli, Annie e Alain, che rimangono attratti da Anquetil praticamente fin da subito. La donna non è la Claudine di Eddy Merckx, anzi, assomiglia più alla Dama Bianca di Coppi. Dopo diverse peripezie e un lungo corteggiamento da parte del fuoriclasse transalpino, Jeanine e Jacquot escono allo scoperto e vivono il loro sogno ad occhi aperti. Sono sempre insieme. Jeanine è fondamentale per Jacques. Se alla partenza non la scorge o se l’organizzazione della corsa osa opporre resistenza alla presenza dell’amata, Anquetil non ci pensa due volte: “Signori, se lei non può starmi accanto io non parto“. Dopo annate magiche e pressoché perfette, qualcosa però si rompe. Jeanine accusa la mancanza dei figli, ai quali è stata costretta a rinunciare nel momento in cui ha scelto Jacquot. Il campione intanto, chiusa la sua stupenda parabola ciclistica, passa molto più tempo nella sua tenuta a Ambreville-sous-les-Monts. Vivono in una splendida villa. Il parco che circonda l’edificio ha un nome magico, Parc des Elfes, perfetto per la carriera da favola di Anquetil. In lui, giorno dopo giorno, si fa strada il più naturale ed umano dei desideri che possano maturare in uomo: quello di diventare padre. Il dramma familiare si consuma in fretta. A causa di un intervento irreversibile, Jeanine non può regalare un figlio all’amato compagno. Jacques perde il senno tanto da voler quasi lasciare la donna. Lei però, che farebbe di tutto pur di non perdere anche Jacquot, ricorre ad un ultimo disperato tentativo: offre Annie, la figlia, al fuoriclasse francese. La giovane, stregata dal fascino del patrigno, acconsente. Anquetil entra così nel letto della figliastra. Si consuma così uno degli incesti più scandalosi nella storia dello sport. Il frutto di queste notti d’amore e peccato è Sophie. La situazione degenera in fretta. Jeanine, dilaniata dalla gelosia, si allontana da Parc des Elfes. Farà così anche sua figlia, Annie, che aveva portato avanti la focosa relazione che era nata con Jacques in quelle ore di notturna passione ma che si è ormai resa conto della follia di tutto questo. Questa sorta di opera teatrale non è finita qui. L’ultima a cadere tra le braccia di Jacquot è Dominique, la moglie di Alain, il fratello di Annie e l’altro figlio di Jeanine. Da questa ennesima clamorosa unione vedrà la luce Christopher. E’ il 1986. Il tempo, tra uno scandalo e l’altro, è volato. Anche Dominique fuggirà dalla villa, lasciando il despota solo e cieco. Molto presto, Parc des Elfes assisterà anche all’uscita definitiva del suo padrone. Ad Anquetil viene diagnosticato un tumore allo stomaco. E’ la fine.

In punto di morte lo va a trovare l’avversario di mille battaglie, Raymond Poulidor. Non può credere ai suoi occhi, Pou Pou. Il Sultano, il Grande Normalizzatore, il ciclista più brillante di sempre, si sta spegnendo. Raymond non sa cosa dire, è visibilmente impacciato: non puoi commiserare con qualche banale parola un essere umano del genere. Ci pensa Jacquot, geniale come sempre, a toglierlo d’impiccio: “Vedi Raymond, anche stavolta arrivi secondo…“. Al suo funerale, nella chiesa, non si riusciva ad entrare da quanta gente c’era. Subito dietro al feretro tutte le sue donne, una scena faraonica. Prima su tutte, ovviamente, Jeanine: la prima, la più vera, la più pura. Tra la folla, quel giorno, c’era anche Apo Lazaridès, onesto corridore tra la fine degli anni ’40 e l’inizio del decennio successivo. Forse, ripensando a quello che aveva pronosticato a Jacques oltre quarant’anni prima, sul suo volto sarà spuntato un mezzo sorriso, uno di quelli che nascono spontaneamente quando si ricordano i bei tempi andati. Apo, nel gennaio del 1954, stava seguendo i routiers francesi che si stavano allenando in Costa Azzurra. Anche Jacquot si sarebbe dovuto unire e a dir la verità è quello che fece, peccato che arrivò con un giorno di ritardo dopo aver guidato per una notte intera. Non ancora pago, pensò bene di saziare il suo appetito mattutino con ostriche, la langouste mayonnaise e del bianco secco, salvo poi salire in sella con un’ora di ritardo e riprendere, senza fatica, i suoi colleghi. Apo, letteralmente sbigottito da quell’atteggiamento a dir poco maleducato ed irrispettoso, sentenziò: “Questo signorino ha fatto la sua entrata nel mondo della bicicletta ma la porta d’ uscita non gli è di molto lontana. Ma chi mi avete mandato?!“. Ti avevano mandato Jacques Anquetil, caro Apo. Un semidio.

VITO TACCONE, IL CAMOSCIO D’ABRUZZO CHE VOLAVA IN SALITA

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Vito Taccone – da pinterest.com

articolo tratto da Allez – Operazione Ciclismo

Eroe. Un termine che emoziona e fa riflettere. Un termine che abbraccia la memoria, troppo spesso svanita ed offuscata dal passare inesorabile del tempo. La memoria è componente fondamentale del ciclismo, uno sport fatto, appunto, di eroi. Storie di uomini, di muratori e spazzacamini, di calzolai e panettieri, che hanno scritto pagine indelebili nel romanzo di questo sport.

Tra i mille volti del ciclismo eroico, di quello fatto da bici pesanti come macigni, di strade sterrate in cui la polvere era il pane quotidiano, ce n’è uno strettamente legato alla Marsica, il perfetto erede del popolo dei Marsi, famoso per la propria tenacia. Vito Taccone, da Avezzano, divenuto campione all’ombra del Monte Salviano.

La carriera di Taccone ha inizio nel 1961 per concludersi definitivamente nove anni più tardi. Un decennio segnato dal boom economico che stava rivoluzionando e rilanciando il Bel Paese dopo i postumi tremendi del conflitto mondiale. Dalle imprese memorabili dei miti Coppi e Bartali, il Giro d’Italia ha scoperto nuovi eroi come il lussemburghese Charly Gaul, l’Angelo della Montagna che emozionò il mondo sotto la neve del Bondone, Gastone Nencini, il Leone del Mugello che conquistò anche il Tour de France 1960, e il talento francese Jacques Anquetil, uno dei giganti nella storia della bicicletta.

Negli anni ‘60, all’alba dell’epopea di Eddy Merckx e della storica rivalità con Felice Gimondi, i simboli della Corsa Rosa erano Arnaldo Pambianco, Franco Balmamion, Vittorio Adorni, Gianni Motta e Italo Zilioli. Tra questi, fece capolino uno sconosciuto corridore marsicano che riuscì a farsi notare già dalla sua stagione d’esordio tra i professionisti. Era il Giro d’italia 1961, sul traguardo di Potenza il giovane Taccone, dopo aver fatto il vuoto in salita, battè allo sprint il tedesco Junkermann, conquistando il primo grande successo della sua carriera. Al termine della corsa, Vito fece sua anche la maglia verde di miglior scalatore. Un semplice bluff? Affatto. Perchè al termine della stagione, Taccone si impose anche al Giro di Lombardia, una delle cinque classiche monumento del ciclismo mondiale. Una corsa mica banale, con il terribile Muro di Sormano da scalare prima del mitico Ghisallo; il Lombardia, la classica per gli uomini della montagna, aveva partorito un altro ennesimo predestinato.

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Una vittoria di Taccone – da terremarsicane.it

Dopo una stagione in affanno, al Giro 1963 nasce definitivamente la leggenda del Camoscio d’Abruzzo. Cinque tappe vinte, di cui quattro consecutive. Un dominio che non si vedeva dai tempi del grande Alfredo Binda, che di successi consecutivi ne conquistò 8 nel 1929. Un’altra epoca, un altro ciclismo. Gesta eroiche tornate prepotentemente in voga con le imprese del corridore avezzanese, ormai per tutti il Camoscio d’Abruzzo, proprio come il simbolo delle montagne nostrane. Coraggio, spavalderia e quel pizzico di follia che hanno contraddistinto i campioni in bianco e nero, i pionieri del ciclismo. Era come se il tempo si fosse fermato a cinquanta anni prima, quando “si correva per rabbia o per amore”, per citare i celebri versi di De Gregori. Per rabbia, per amore e per fame correva Taccone: “Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina”. Asti, Santuario di Oropa, Leukerbad e Saint-Vincent; quattro vittorie che valsero a Vito il biglietto d’ingresso nella storia del Giro d’Italia. Un poker da favola, più il trionfo nella penultima tappa di Moena, che non evitarono il sesto posto in classifica generale, a 11’50” dalla maglia rosa Franco Balmamion, che non ottenne nessun successo di tappa. La regolarità di Balmamion contro l’irriverenza di Taccone. Irriverenza che nel ciclismo è spesso nemica della vittoria ma che porta alla conquista di un traguardo ben più ambito: l’affetto della folla.

Il popolo del Giro amava quel modo di correre di Taccone, il coraggio nell’attaccare continuamente quando la strada saliva e gli avversari iniziavano ad arrancare. Il Camoscio era l’idolo della gente, di quel popolo cresciuto anch’esso nella povertà. Vito divenne l’alfiere di una Marsica, povera ed impoverita, che con il ciclismo ottenne il proprio riscatto. Il sogno di un garzone in bicicletta divenuto campione si tramutò nel sogno dell’intero popolo marsicano.

I Marsi, popolo che deve il proprio nome a Marte, dio della guerra, erano famosi per le grandi doti in battaglia. Indole battagliera che scorreva, inevitabilmente, anche nelle vene di Vito Taccone. Un carattere, spesso fuori dagli schemi, che avvicinava il Camoscio d’Abruzzo alla gente, proprio per quella sua normalità e genuinità, tipica di chi è cresciuto nella fame e nella voglia di rivalsa. Lontano dai campioni “ostriche e champagne”, Vito incarnava perfettamente l’animo marsicano e la rivincita sociale di un popolo sottomesso ed umiliato nella povertà dell’immediato dopoguerra. Poco avvezzo alla giacca ed alla cravatta, l’abito che più si prestava a Taccone era quello in verde, come la maglia di miglior scalatore che conquistò per ben due volte al Giro d’Italia, oltre a vestire le insegne del primato dopo la vittoria nella prima tappa di Diano Marina dell’edizione del 1966.

Il Giro d’Italia fa spesso tappa in Abruzzo nel ricordo dello scalatore marsicano, uno di quelli che ha impreziosito la Corsa Rosa, giunta quest’anno all’edizione numero 101. Una storia fatta di uomini ed eroi. Eroi del popolo che saranno ricordati al di là delle vittorie ottenute. Perché l’amore della gente può valere di più di una maglia rosa.

QUANDO IL GIRO DI LOMBARDIA SI TINSE DI CELESTINO

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La vittoria di Mirko Celestino – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Mirko Celestino ricorderà a lungo quel Giro di Lombardia del 1999. In una carriera che ha visto il corridore ligure di Albenga, classe 1974, diventare, da under 23, campione europeo nel 1995 a Trutnov, in Repubblica Ceca, davanti a Romans Vainsteins e Giuliano Figueras, senza per altro poi confermare fino in fondo quelle che erano le attese sul suo conto per un percorso da professionista di livello, il 16 ottobre di quell’anno rimane il fiore all’occhiello.

Celestino ha debuttato tra i “grandi” del pedale nel 1996, in maglia Polti, agli ordini di quel Gianluigi Stanga che lo dirige da sempre, per attendere poi il 1998 per ottenere i primi successi, il Giro dell’Emila nella magnifica cornice della Madonna di San Luca ed il Regio Tour, con il corollario della seconda tappa in linea. Ma nientedipiù. L’anno in corso, 1999, è però di svolta nella carriera di Mirko, che mette in bacheca la Coppa Placci e si aggiudica con un colpo di mano nel finale la HEW Cyclassics di Amburgo, corsa valida per il circuito di Coppa del Mondo. Così come, ovviamente, lo è il Giro di Lombardia.

Lungo i 262 chilometri che vanno da Varese a Bergamo, con asperità che rendono la “classica delle foglie morte” una delle cinque corse monumento del ciclismo moderno, ovvero Ghisallo, Colle Aperto, Selvino, Forcella di Bura e Berbenno, prima dell’ascesa finale verso Bergamo Alta, va in scena l’ultima recita stagionale dei mammasantissima del pedale. C’è Oscar Freire, sorprendente campione del mondo qualche settimana prima a Verona; ci sono Andrei Tchmil e Michael Boogerd che si giocano il successo finale in Coppa del Mondo; c’è Oscar Camenzind che è l’ultimo vincitore in ordine di tempo; e ci sono talenti in divenire come Paolo Bettini e Danilo Di Luca, trionfatori del Tour de France come Jan Ullrich, volti nobili di casa nostra come Andrea Tafi, Francesco Casagrande, Gilberto Simoni e Gianni Faresin, campioni olimpici in carica come Pascal Richard, “vecchi” marpioni sempre col colpo in canna come Rolf Sorensen o in perenne ricerca del successo di una vita come Dmitri Konyshev. Insomma, una lista di pretendenti al successo da leccarsi i baffi… e poi c’è Celestino, che gioca il ruolo di outsider.

La sfida si infiamma da subito, perchè il percorso è esigente e perchè la giornata, fredda e nuvolosa, inevitabilmente provoca selezione. Proprio Richard ci prova ai piedi della salita della Madonna del Ghisallo, lassù dove Coppi e Bartali hanno scritto la leggenda del ciclismo, ma il suo tentativo è destinato a morire quasi sul nascere, perchè il traguardo è troppo lontano e perchè dietro fa buona guardia la Rabobank, che lavora compatta per capitan Boogerd. E’ la volta di Tafi e Nardello, che ci provano sul Colle Brianza, a loro volta risucchiati dal gruppo, con la maglia arcobaleno di Freire che sul Selvino si invola in compagnia di Sergio Barbero.

Lo spagnolo guadagna un vantaggio massimo di 1’45” ai meno settanta, ma in discesa Barbero cade e si ritira e Freire, senza troppe energie e desolatamente solo a competere contro il gruppo, viene riassorbito, appagato di aver messo il mostra la sua bella casacca di campione del mondo. Si entra nel vivo, ed è Celestino a dar fuoco alle polveri, attaccando sul Berbenno e rimanendo solo al comando. Il ligure, che da anni abita proprio a Bergamo dove ha imparato il mestiere ed è diventato grande, chiama allo scoperto i favoriti alla vittoria, costretti a dar fondo alle riserve per non rimanere fuori dai giochi.

Ecco allora che Richard, sempre attivissimo, Camenzind, che insegue il bis, e Di Luca ed Eddy Mazzoleni in rappresentanza della “new generation” del ciclismo italiano, l’uno classe 1976, l’altro 1973, escono dal gruppo, tengono Celestino nel mirino a 30″ per poi agganciarlo quando mancano 28 chilometri allo striscione d’arrivo. Dietro rinviene anche Konyshev, autore di una mirabile azione solitaria, e sei atleti, seppur non distanti dal plotone principale che comprende Tchmil (che si consolerà a sera con la vittoria della classifica generale di Coppa del Mondo), Boogerd, Ullrich (attardato da un guaio meccanico) e Bettini, vanno a giocarsi la vittoria finale.

Sulla salita che porta a Bergamo Alta, esattamente laddove aveva inferto il colpo vincente dodici mesi prima, Camenzind piazza l’allungo. Ma stavolta non è quello risolutore. Mazzoleni e Di Luca tengono botta agganciandosi all’elvetico, Richard cede, Konyshev e Celestino, boccheggianti, si accodano in un secondo momento e parrebbe senza troppa più benzina da spendere nell’ultima volata.

Ed invece… invece Celestino sa che la curva che immette nel rettilineo d’arrivo spesso premia chi l’abborda in testa, e temerario qual è, con una “piega” da centauro, anticipa i compagni e tiene la posizione fin sotto lo striscione. Primo, come ad Amburgo ed unico a riuscirvi nell’anno in due gare di Coppa del Mondo, e con Di Luca che è secondo (avrà modo di rifarsi nel 2001) e Mazzoleni terzo, è proprio il caso di dire che è… Celestino il cielo del Giro di Lombardia 1999!

LEARCO GUERRA, LA LOCOMOTIVA UMANA CHE VINSE L’IRIDE AI MONDIALI DEL 1931

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Learco Guerra – da runveg.it

articolo di Nicola Pucci

Quando l’Unione Ciclistica Internazionale assegna a Copenaghen, per l’anno 1931, l’undicesima edizione dei campionati del mondo, decide anche, per la prima ed unica volta nella storia del pedale, di far svolgere le due prove previste, dilettanti e professionisti, contro le lancette del cronometro. Ed in questa specialità l’Italia, che detiene il titolo con Alfredo Binda che si è imposto a Liegi l’anno prima bissando il successo già colto al Nurburgring nel 1927 quando i professionisti furono ammessi a partecipare per la prima volta, ha un asso nella manica da giocarsi al tavolo dei pretendenti alla maglia iridata.

Learco Guerra, mantovano di San Nicolò Po, classe 1902, è giunto tardi al ciclismo che conta, solo 26enne nel 1928, ma in quasi quattro anni di attività ha recuperato il tempo perso figurando spesso tra i primi nelle classifiche delle corse di maggior prestigio. Certo, è l’epoca in cui proprio Binda spopola facendo man massa di vittorie, obbligando addirittura gli organizzatori del Giro d’Italia a pagarlo profumatamente per tenerlo fuori dall’edizione del 1930 vista la sua superiorità, ma Guerra è corridore tenace, fortissimo sul passo e dopo un paio di stagioni senza grosse soddisfazioni, in maglia Maino vince due tappe proprio al Giro del 1930 chiudendo in nona posizione ed è secondo al Tour de France qualche settimana dopo, battendo tutti a Dinan, Cannes e Grenoble per vedersi infine anticipare in classifica dal solo André Leducq, vestendo la maglia gialla per sette giorni. Nel frattempo vince davanti a Binda il primo di una serie di cinque campionati nazionali consecutivi, accendendo una rivalità destinata a fare epoca, e con il terzo posto a fine anno al Giro di Lombardia alle spalle di Michele Mara e dello stesso Binda e la piazza d’onore al Mondiale di Liegi si presenta ai nastri di partenza del nuovo anno, 1931, con l’ambizione di far saltare il banco.

Ad onore del vero Guerra è costretto ad incassare la delusione del Giro d’Italia, nonostante vinca quattro tappe e sia il primo corridore della storia ad indossare la maglia rosa: cade nel corso della nona tappa tra Montecatini e Genova ed è costretto al ritiro quando pareva ormai destinato alla vittoria finale. Alla Milano-Sanremo si inchina ancora una volta a Binda che lo batte in volata, si conferma campione italiano davanti a Fabio Battesini e proprio con il suo delfino, così come con Binda, compone il terzetto che a Copenaghen è chiamato ad onorare la maglia azzurra.

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Guerra in maglia iridata – da usv1919.it

In Danimarca si corre il 26 agosto, ed il percorso, lungo i suoi 172 chilometri (!!!), ad onor del vero non presenta difficoltà altimetriche. Tra i diciassette iscritti alla prova ci sono avversari di valore. Ad esempio il belga Gaston Rebry che a primavera ha trionfato per la prima volta alla Parigi-Roubaix (coglierà infine tre successi al “Velodromo“, oltre ad aggiudicarsi pure il Giro delle Fiandre nel 1934); l’altro fiammingo Maurice Dewaele che ha vinto il Tour del France del 1929 dopo esser salito sul podio nelle due edizioni precendenti, secondo nel 1927 e terzo nel 1928; il terzo belga della serie, Jules Van Hevel, ormai 36enne, ma che può vantare in bacheca le vittorie al Fiandre nel 1920 e alla Roubaix nel 1924; il francese Ferdinand Le Drogo che è stato due volte campione nazionale; l’altro transalpino Armand Blanchonnet che alle Olimpiadi di Parigi del 1924 vinse la prova individuale e quella a squadre; l’austriaco Max Bulla che al Tour de France ha corso da indipendente riuscendo tuttavia, primo e unico caso nella storia della Grande Boucle, a vestire le insegne del primato, cogliendo altresì tre successi parziali; infine il promettente svizzero Albert Buchi che è a sua volta campione nazionale, così come l’olandese Cesar Bogaert.

Si comincia poco dopo l’alba, e alle 7 è Rebry ad avviarsi per primo, con gli atleti distanziati di due minuti l’uno dall’altro. Battesini è il quinto a partire, a Guerra è toccato il numero dodici e Binda, in qualità di campione in carica, si mette in moto per ultimo, fasciato della maglia arcobaleno. Ed è proprio sul dualismo Guerra-Binda che sembra doversi risolvere la questione, esattamente come successo dodici mesi primo a Liegi.

In effetti i due campioni sembrano fatti apposta per l’essere l’uno l’alternativa all’altro. Tanto è abile nell’esercizio in solitario sul passo Learco, così è una spanna superiore a tutti in montagna Alfredo; indomabile e talvolta scomposto il mantovano, dotato di classe sopraffina ed elegante il varesino; usato a fini propagandistici da Mussolini Guerra, convinto antifascista Binda. Ma a Copenaghen l’allievo, che poi tanto allievo non è, supera il maestro e domina la concorrenza dall’alto di una superiorità disarmante.

Già al 54esimo chilometro, infatti, Guerra ha già risucchiato quattro avversari partiti prima di lui, transitando in 1h18′ con due minuti di vantaggio sul transalpino Le Drago, con Binda e Battesini attardati invece di ben oltre tre minuti. La pedalata della “locomotiva umana“, etichetta coniata dal direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo, è come sempre potente ed efficace, e la media di 41,538 km/h la dice lunga sul ritmo imposto alla gara dal campione italiano. Al km 98 il margine sugli inseguitori è immutato, seppur la media oraria, inevitabilmente con il passare dei chilometri e con l’aumentare della fatica, sia destinata a scendere. Si entra nell’ultimo settore di gara, e Guerra vola incontrastato verso il trionfo, a dispetto del vento contrario che rende la corsa durissima nella sua fase discendente verso il traguardo.

Battesini balza al secondo posto con un ritardo di oltre sei minuti al 139esimo km, Binda è terzo a 6’50” scavalcando i due francesi Le Drago e Blanchonnet, mentre Rebry, Dewaele e Van Hevel navigano nelle retrovie. Il finale, però, rivoluziona la classifica alle spalle dell’irraggiungibile Guerra. Binda, ormai vistosi battuto, si ferma in un casolare a bere una bevanda e chiude, anonimo, in sesta posizione con un pesante fardello di 8’42”. Blanchonnet scoppia e si ritira, Rebry taglia per primo il traguardo ma non va oltre il settimo posto, Battesini ferma il cronometro sul tempo di 4h59’40” e sembra certo di salire sul podio. Non è così, perché dopo che Bulla ha chiuso in quinta posiziona, prima è Le Drago a scavalcare l’azzurro chiudendo in 4h58’20”, poi è l’inatteso Buchi ad anticipare Battesini di 1’11”, facendolo scivolare in quarta posizione, privato di una medaglia che aveva a lungo sognato di far sua.

Ah già, quasi dimenticavamo: dopo aver raggiunto e sperato otto corridori partiti prima di lui, Learco Guerra taglia il traguardo con lo stupefacente tempo di 4h53’43”, alla media oraria di 35,137 km/h. La “locomotiva umana” ha viaggiato a velocità supersonica, proibita agli avversari, e a fine giornata, sbuffante ma felice, si veste dei colori dell’iride.

MONSERE’, LA MAGLIA IRIDATA PRELUDIO DI UN TRAGICO DESTINO

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Monseré campione del mondo – da cyclingtime.it

articolo di Nicola Pucci

Lo sport, e il ciclismo in questo caso specifico, ha chiesto sovente un tributo altissimo di sangue per elevare al rango di eroi leggendari atleti destinati comunque, a carriera conclusa, a meritarsi le stimmate di campione. Senza dover scomodare Coppi e Pantani, piuttosto che Casartelli e ultimo in ordine di tempo Michele Scarponi, viene a mente la tragica fatalità che ha privato il pedale del talento sconfinato di Jean-Pierre Monseré, a cui, come vedremo, è da aggiungere una coda tanto fatale e drammatica da consacrarlo quale campione più disgraziato della storia del ciclismo.

Monseré nasce a Roeselare, nelle Fiandre Occidentali, l’8 settembre 1948, epoca storica decisamente prolifica di prodigi in bicicletta. E non solo il “cannibale” Eddy Merckx. E che il ragazzo abbia talento cristallino è palese fin dal nascere della sua attività su due ruote, veloce allo sprint, abile nei colpi di mano, scintillante su muri e rampe, tosto quanto basta anche in salite non troppo lunghe e pendenti. Insomma, il prototipo del corridore fiammingo in grado di primeggiare su ogni terreno.

E che Monseré sia forte, addirittura fortissimo, gli addetti ai lavori se ne rendono conto fin dai primi passi tra i dilettanti, tra i quali il giovanotto colleziona un successo dopo l’altro, terminando altresì secondo ai Mondiali di Brno del 1969, ad agosto, quando solo il danese Leif Mortensen riesce a batterlo riportando in patria un titolo che mancava dal 1931, quando ad imporsi fu Henry Hansen.

Appena 21enne Monseré, che ha preso parte alla prova su strada alle Olimpiadi di Città del Messico terminando sesto nella gara vinta da Pierfranco Vianelli davanti all’immancabile Mortensen, si guadagna l’interessamento e la stima di Alberic Schotte, ex-campione del mondo nel 1948 e nel 1950, che dirige la Flandria che ha in Walter Godefroot, Eric Leman e Roger De Vlaeminck campioni già affermati. Jean-Pierre passa professionista già con grandi aspettative e non tarda ad incamerare il primo successo di una carriera tra i “grandi” che si annuncia luminosa. L’11 ottobre 1969, sotto un bel sole autunnale, si corre il Giro di Lombardia, e dopo un tentativo iniziale del portoghese Agostinho, sono Gianni Motta e Michele Dancelli ad incendiare la corsa con un attacco a lunga gittata. I due temerari, inzialmente accompagnati dal belga Huysmans che è il primo a cedere, resistono fino al colle di San Fermo della Battaglia, quando il loro tentativo si esaurisce e nove contrattaccanti si presentano allo Stadio Sinigaglia a Como a giocarsi la vittoria. Franco Bitossi entra per primo in pista ma è infine l’olandese Gerben Karstens a tagliare il traguardo a braccia alzate davanti a Monseré. Trovato positivo qualche giorno dopo, al neerlandese viene tolta la vittoria, che va invece a impreziosire il giovane palmares di Monseré.

Il dado è tratto. Monseré entra nel ciclismo che conta dalla porta principale, subito legittimando le aspettative riposte sulle sue enormi potenzialità e l’anno successivo, 1970, il fiammingo si conferma ad altissimi livelli. Se alla Milano-Sanremo è solo 22esimo, conquista invece un promettente sesto posto al Giro delle Fiandre vinto dal compagno di casacca Leman, per poi piazzarsi in decima posizione alla Parigi-Roubaix, in cui gli stessi De Vlaeminck e Leman chiudono alle spalle di Merckx, figurando in ottava posizione sia alla Gand-Wevelgem che alla Freccia Vallone. Vince diciannove corse, tra cui due tappe alla Vuelta Andalusia e una al Giro del Lussemburgo, è terzo ai campionati nazionali su strada alle spalle di Merckx e Van Springel, e il 16 agosto è convocato per i Mondiali che nel 1970 trovano ospitalità al Mallory Park di Leicester, in Inghilterra.

In Gran Bretagna Monseré è ovviamente al servizio di sua maestà Eddy Merckx, iridato nel 1967 ma poi battuto, senza attenuanti, dalla cavalcata trionfale di Vittorio Adorni l’anno dopo a Imola e dall’inatteso olandese Ottenbros a casa sua, a Zolder, nel 1969. E il “cannibale“, che in stagione ha fatto suoi Parigi-Roubaix, Giro e Tour, sembra non voler lasciare nulla di intentato per tornare a vestire la maglia arcobaleno. Manda Monseré a tenere a bada il quartetto di azzurri che anima la corsa fin dal 100esimo chilometro, ovvero Gimondi, Motta, Dancelli e Santambrogio, ricuce lui stesso lo strappo a meno 50 dal traguardo ma all’atto di risolvere la vicenda a suo favore, Eddy viene a mancare. Nei chilometri finali restano davanti l’attentissimo Monseré, i due francese Vasseur e Rouxel, il beniamino locale Les West, proprio Gimondi e  quel Leif Mortensen che tra i dilettanti anticipò Jean-Pierre. Felice ci prova ai 500 metri ma esausto per gli sforzi profusi in una lunga giornata alla garibaldina viene saltato dalla stoccata vincente di Monseré che va a cogliere la vittoria davanti allo stesso Mortensen, secondo a 2″, vendicando con gli interessi la delusione di Brno dell’anno prima. Terzo, e con il volto rigato non solo dalla fatica ma anche dal disappunto, un impagabile e generosissimo Gimondi.

Con ancora 22 anni da compiere, Monseré, Jempi per gli amici, è già sul tetto del mondo, bello, estroso, simpatico e vincente tanto da farne il candidato più autorevole al ruolo di anti-Merckx. E dire che i rivali di classe non mancano di certo. Pure felicemente sposato con Annie, padre del piccolo Giovanni, a Jean-Pierre la vita pare un lusso e lo sport una meravigliosa componente… ma il destino, bastardo come solo lui sa essere, è maledettamente in agguato.

In effetti Monseré comincia la stagione 1971 esattamente come aveva terminato la precedente, ovvero vincendo, ad esempio quella Vuelta Andalusia che se l’anno prima l’aveva visto primattore in due frazioni, stavolta, oltre ai traguardi parziali di Cordoba e Jerez de la Frontera, lo vede trionfare nella classifica generale, con il collega di squadra De Vlaeminck in terza posizione. Il campione del mondo è l’emblema perfetto del corridore universale, in grado di vincere una gara facile ma tatticamente complessa come la Milano-Sanremo, di dominare sui muri e il pave delle Fiandre e della Roubaix, così come sulle Cotes delle Ardenne, per poi presentarsi nei panni di pretendente autorevole anche al Mondiale e in una corsa esigente come il Lombardia. Insomma, per l’anno in corso Monseré può essere l’alternativa a Merckx, ovunque, e il confronto si annuncia memorabile.

Sono gli anni, in verità, in cui i campioni non centellinano le energie dirottandosi solo sui grandi appuntamenti, bensì, soprattutto se belgi, sono impegnati quasi quotidianamente nelle tante kermesse che aiutano a far salvadanaio ed allenare la gamba. Soprattutto se si indossa la maglia con i colori dell’arcobaleno. E Monseré non si sottrae certo al suo nuovo status di campione. Il 15 marzo, pertanto, il fiammingo si presenta al via di un circuito locale, il Gran Premio Retie, utile sgambatura in preparazione del primo grande obiettivo stagionale, la Milano-Sanremo, la corsa dei suoi sogni, programmata per quattro giorni dopo (la vincerà Merckx, quarta della serie). Ed invece, a quell’appuntamento, Monserè non arriverà mai.

Jean-Pierre, che è campione a tutto tondo, tanto da voler onorare fino in fondo la maglia che indossa pur in una competizione di nessuna rilevanza, comanda la corsa e qui, voltandosi indietro nel controllare chi lo insegue, cambia traiettoria spostandosi verso il lato sinistro della strada. In quel mentre, inopportunamente, sulla Nazionale 140 nei pressi di Anversa, tra il villaggio di Sint-Pieters Lille e quello di Gierle, sopraggiunge in senso contrario un’auto, ignara del blocco imposto dagli addetti alla sicurezza: alla guida Josephine Van Rooy-Lammens, che invece di accodarsi alle macchine ferme, esce dalla fila. L’impatto tra Monseré e la vettura è violentissimo, il corridore batte la testa e muore sul colpo, sotto gli occhi dell’amico De Vlaeminck che tenta un inutile soccorso, e con lui si spenge l’illusione di aver trovato il volto nuovo del ciclismo moderno.

Qualche anno dopo la cattiva sorte, assetata di vite umane, nel luglio del 1976 si prenderà anche il piccolo Giovanni di soli 7 anni, che troverà la morte mentre scorrazzava con la piccola bici regalatagli per la sua prima comunione da Freddy Maertens (grande amico di Jean-Pierre) per le strade di Rumbeke. E così, per un tragico scherzo del destino, Monseré padre e figlio si ritrovano in cielo, a pedalare tra gli angeli… perché è quello il posto che spetta a chi è stato strappato troppo presto alla vita.