LA CINQUINA DI JAN RAAS ALL’AMSTEL GOLD RACE

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La vittoria di Raas nel 1980 in maglia iridata – da pezcyclingnews.com

articolo di Nicola Pucci

A noi italiani, diciamoci la verità, Jan Raas non è mai stato particolarmente simpatico. Sarà per quell’inattesa zampata giù dal Poggio alla Milano-Sanremo del 1977, l’anno in cui l’occhialuto olandese firmò il primo grande successo della sua carriera, che vanificò il tentativo di Giuseppe Saronni proprio in cima al colle che proietta al traguardo della “classicissima di primavera“; sarà soprattutto per le malefatte perpetrate, insieme al tedesco Thurau, ai danni di Giovanni Battaglian al Mondiale di Valkenburg del 1979, negando un possibile iride all’azzurro. Ma a dispetto di queste due perle che sono rimaste indigeste al ciclismo italiano, Raas si è costruito un palmares assolutamente d’eccellenza, collezionando vittorie di pregio in serie, tra cui ricordiamo anche due edizioni del Giro delle Fiandre, 1979 e 1983, ed una Parigi-Roubaix, 1982, eleggendo proprio la gara di casa, l’Amstel Gold Race, suo terreno di caccia preferito, tanto da farla sua ben cinque volte. Il che ne fa il corridore più titolato in quella classica che se ha storia recente essendo nata “solo” nel 1966, quando a vincere fu il francese Jean Stablinski, altresì ha acquisito velocemente gran lignaggio, sorridendo ai nostri colori una prima volta nel 1996, quando trionfò Stefano Zanini, per poi regalare gloria, in tempi recenti, a Michele Bartoli nel 2002, Davide Rebellin nel 2004, Danilo Di Luca nel 2005, Damiano Cunego nel 2008 ed Enrico Gasparotto, l’unico capace di domarla due volte, nel 2012 e nel 2016.

1977. 145 corridori prendono il via da Heerlen per l’edizione numero 12 della principale corsa olandese. Il campione del mondo Freddy Maertens, campione uscente proprio davanti ad un giovane Raas, è il favorito d’obbligo avendo dominato l’avvio di stagione con ben 15 vittorie nello spazio di poco più di un mese. La settimana precedente l’Amstel, il fuoriclasse della Flandria ha dato spettacolo al Giro delle Fiandre, dove ha letteralmente “torchiato” Roger De Vlaeminck fin sul traguardo; la conclusione però è stata amara, Freddy non ha disputato lo sprint in evidente polemica con i giudici di corsa che lo avevano squalificato per un cambio irregolare di bicicletta. Quattro giorni dopo Maertens si prende una pronta ed immediata rivincita alla Freccia Vallone, con una gara d’attacco conclusa con 3′ sui primi inseguitori. Questa vittoria, però, verrà successivamente vanificata per positività ad un test antidoping. Ma non è solo Maertens a catalizzare l’attenzione. C’è la sfida tra la Raleigh di Peter Post e il campione d’Olanda Jan Raas, passato all’inizio di stagione alla Frisol-Gazelle. Proprio Raas è il più atteso tra gli atleti di casa dopo la splendida e convincente vittoria nella Milano-Sanremo. Tra i favoriti sono annoverabili anche Roger De Vlaeminck, il cacciatore di classiche per antonomasia, vincitore, appunto, del Giro delle Fiandre, Merckx, ormai al tramonto, il campione d’Italia Moser e il vecchio, inossidabile Walter Godefroot. Al km 205 (-25 all’arrivo) in fuga c’è l’olandese Jos Schipper, raggiunto da Knetemann, ma il gruppo non è lontano e Raas parte a sua volta trascinandosi l’ex iridato Kuiper, compagno di squadra di Knetemann alla Raleigh. Ai piedi del Cauberg si forma un drappello di quattro atleti, composto da Knetemann, Kuiper, Raas e Schipper, con il gruppo attardato di 45″. A Valkenburg, Schipper viene staccato da Raas e dal tandem della Raleigh. Merckx e Bruyere tentano invano di organizzare la rincorsa, mentre Maertens prima non collabora, poi attacca con impeto seguito a ruota da Moser e De Vlaeminck, rivali di sempre. Lo scarto con i tre battistrada si assottiglia ad una ventina di secondi. In due contro uno, Knetemann e Kuiper scattano a turno per far fuori Raas, ma l’alfiere della Frisol risponde con irrisoria facilità e allo sprint si impone nettamente andando a cogliere il secondo successo in una classica in meno di un mese. A 20″ Schipper vince la volata dei primi inseguitori superando nell’ordine i ben più quotati Maertens, De Vlaeminck e Moser.

1978. Raas, ovviamente, veste lui, stavolta, i panni del grande favorito, tanto più che è tornato a gareggiare per la corazzata Ti-Raleigh. La corsa si snoda lungo il percorso ormai collaudato da Heerlen a Meersen. Cinque atleti allungano sul Fromberg e sono cinque campioni con la C maiuscola: Zoetemelk (Miko-Mercier), Moser (Sanson) in maglia iridata, Maertens (Flandria), Raas e Kuiper (Ti-Raleigh). Kuiper attacca una prima volta, ma viene ripreso da Moser. A Sibbe nuovo allungo di Kuiper ma, ancora una volta, è il campione del mondo a stoppare il tentativo dell’iridato di Yvoir ’75. Sul Cauberg Raas sferra il suo attacco, Moser, generosissimo, è stanco, toccherebbe a Maertens e Zoetemelk rispondere, ma il fiammingo e l’olandese restano sulle ruote. Raas guadagna in brevissimo tempo un minuto di vantaggio che conserva, anzi incrementa fin sul traguardo, conquistando il bis consecutivo. A 1’16” platonica soddisfazione per Moser che vince la volata per il posto d’onore precedendo nell’ordine Zoetemelk, Maertens e Kuiper. Alle spalle dei cinque che hanno caratterizzato questa 13esima edizione, il vuoto: Knetemann, sesto a 4’02” completa il trionfo della Ti-Raleigh, precedendo il tedesco Braun; a 4’36” Leo Van Vliet, a 5’04” Thurau, il gruppo a 6’10”. Solo 32 atleti concludono una corsa veramente selettiva. Una curiosità: sei campioni del mondo nei primi sei dell’ordine d’arrivo, ovvero Kuiper (’75), Maertens (’76 e ’81), Moser (’77), Knetemann (’78), Raas (’79) e Zoetemelk (’85).

1979. Un poker di fuoriclasse si è aggiudicato le prime classiche della stagione: Roger De Vlaeminck ha vinto con una volata strepitosa la sua terza Milano-Sanremo; Jan Raas si è imposto per distacco al Giro delle Fiandre; Francesco Moser nella Gand-Wevelgem ha bruciato allo sprint De Vlaeminck, Raas, Demeyer e Lubberding e poi ha dominato la Parigi-Roubaix; Bernard Hinault ha superato Saronni sul traguardo della Freccia Vallone. De Vlaeminck, Moser e Hinault non sono però al via della 14esima edizione della classica olandese. Raas invece, dopo le vittorie nelle ultime due edizioni, punta decisamente al bersaglio pieno, per un clamoroso tris consecutivo. Il capitano della Ti-Raleigh è annunciato in gran forma. Oltre al Giro delle Fiandre, ha vinto una tappa alla Parigi-Nizza, il G.P. di Harelbeke, più una kermesse a Bellegem un paio di giorni prima dell’Amstel. E l’occhialuto pupillo di Post non tradisce il pronostico, va in fuga con lo svedese Nilsson e il fido scudiero Lubberding e nel finale con un’azione di forza stacca i due compagni di fuga e si presenta tutto solo sul traguardo di Meersen. Come da copione, quindi, tripletta di fila per l’occhialuto campione “tulipano“, che si conferma come uno dei più forti cacciatori di classiche degli ultimi anni con una sequenza di vittorie davvero ragguardevole (sette in tre stagioni!): Milano-Sanremo e Amstel nel ’77; Amstel, Parigi-Bruxelles e G.P. d’Autunno nel ’78; Giro delle Fiandre e ancora Amstel nel ’79. A 39” da Raas, Henk Lubberding completa il trionfo della Ti-Raleigh superando Sven-Ake Nilsson; a 1’06” Teirlinck regola Zoetemelk e il francese Michel Laurent; a 1’13” Frits Pirard; a 1’40” Lucien Van Impe, Claude Criquielion (primo anno tra i professionisti e prima top-10 nelle classiche per il futuro campione vallone) e René Martens.

1980. Jan Raas è inevitabilmente il faro della 15esima edizione dell’Amstel Gold Race. Dopo il 2° posto nel ’76 (alle spalle di uno straripante Maertens) e soprattutto i 3 squillanti acuti nelle ultime tre annate, il capitano della Ti-Raleigh è più che mai deciso ad incrementare il bottino, questa volta con la maglia di campione del mondo indossata a Valkenburg qualche mese prima. Nelle classiche di apertura della stagione, Raas si è piazzato 3° alla Milano-Sanremo e al Giro delle Fiandre e 6° alla Gand-Wevelgem, vinta dal fido scudiero Henk Lubberding. Sul Keutenberg Raas, puntuale, attacca e allunga con Lubberding e Duclos-Lassalle (vincitore della Parigi-Nizza e 7° al Giro delle Fiandre). Il tentativo dei tre però si esaurisce sotto la spinta di Bernard Hinault che riporta sotto un gruppetto. Lubberding cede. Al comando restano in 13: Raas senza compagni di squadra, Hinault e Chassang (Renault-Gitane), Kuiper, Bossis e Duclos-Lassalle (Peugeot), Pollentier e Kelly (Splendor), Nilsson (Miko-Mercier), Fons De Wolf (Boule d’Or-Colnago), Daniel Willems (Ijsboerke), Maas (Daf-Trucks) e Jean-Philippe Vandenbrande (Safir-Ludo). A parte Zoetemelk, Knetemann e lo stesso Lubberding, ci sono tutti i migliori: di Raas si è già detto, Hinault è il numero 1 al mondo, Kuiper è tra i più costanti e piazzati in tutto l’arco della stagione e può contare sull’apporto di due coequipier come Duclos-Lassalle e Bossis. Tra gli outsider Pollentier (che ha vinto una settimana prima il Giro delle Fiandre beffando Moser e Raas), l’irlandese Kelly (ottimo inizio di stagione, 4° nella Milano-Sanremo e 1° nella Tre Giorni di La Panne), De Wolf e Willems, questi ultimi due talenti emergenti del ciclismo belga. Kuiper, che non ha alcuna chance di vittoria in volata, tenta più volte di staccare la compagnia, ma i tentativi del 31enne ex iridato e olimpionico vengono stoppati. Allunga ancora Raas ma senza fortuna. La vittoria si decide così allo sprint e Raas si produce in un meraviglioso ed imperioso acuto che annienta letteralmente i rivali. Ancora primo, per la quarta volta consecutiva!  L’Amstel Gold Race diventa a pieno titolo Amstel Gold Raas. Al secondo posto Fons De Wolf (2° pure alla Gand-Wevelgem), terzo Sean Kelly (primo podio in una grande corsa in linea per il futuro “re delle classiche” degli anni Ottanta); solo 5° Hinault, 11° Kuiper e 13° Pollentier.

1982. L’anno prima Bernard Hinault ha interrotto l’egemonia di Raas, ma il campione olandese, che sei giorni prima ha conquistato per distacco la Parigi-Roubaix, è più che mai deciso a riprendersi lo scettro. Tutta la Ti-Raleigh è naturalmente al servizio del suo capitano storico e sul Raarberg è Gerrie Knetemann ad involarsi. L’ex campione del mondo rimane in testa per parecchi chilometri, poi, dopo il ricongiungimento, in testa si forma un gruppo di 16 unità, di cui ben 5 appartengono al dream-team di Peter Post (Raas, Knetemann, Lubberding, Ludo Peeters e Adrie Wijnands). Sul terribile muro del Keutenberg, Raas rompe gli indugi e spezza il gruppo. Con l’incontenibile Jan rimangono l’irlandese Sean Kelly (vincitore di quattro tappe e della classifica finale della Parigi-Nizza, 10° a Liegi e 8° alla Freccia), il sempre verde Kuiper, il tedesco Braun (1° alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne e 3° alla Parigi-Roubaix), l’australiano Phil Anderson e l’altro irlandese Stephen Roche. La corsa entra nella sua fase decisiva e Raas si muove col piglio del padrone, Anderson e Roche (alfieri della Peugeot) sono gli unici che possono fare gioco di squadra, mentre Kelly confida nel suo spunto veloce. Ma contro Raas c’è poco da fare. Così, all’ultimo chilometro, da finisseur eccezionale qual è, Raas piazza un irresistibile allungo che tramortisce gli avversari, Roche tenta invano di rispondere, ma l’olandese è incontenibile e conquista il quinto trionfo. A 2″ Roche è il primo dei battuti, poi a 7″ Braun supera Kelly, Anderson e Kuiper. Ancora una volta i riflettori sono tutti per Raas che si dimostra davvero imbattibile sulle sue strade; il micidiale uno-due Roubaix/Amstel in meno di una settimana, consente al fuoriclasse olandese di salire al 4° posto (con ben 12 vittorie) tra i plurivittoriosi di tutti i tempi nelle grandi classiche, alle spalle di tre straordinari campioni belgi: l’inarrivabile Merckx (32 successi!), Van Looy (18) e Roger De Vlaeminck (14).

Insomma, antipatico, senza ombre di dubbio, Jan Raas, ma campione vero e vincente nato, soprattutto quando si parla di Amstel Gold Race… anche se un certo Philippe Gilbert, già quattro volte in trionfo da quelle parti, magari tra qualche ora dismette i panni del degno successore per vestire quelli dell’egual campione.

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LA VITTORIA MULTINAZIONALE DI TCHMIL AL GIRO DELLE FIANDRE 2000

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L’arrivo di Tchmil – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Le grandi classiche targate anni Novanta, primi anni Duemila, portano tracce massicce di Grande Italia, con i nostri campioni spesso impegnati a darsi battaglia con i mammasantissima del ciclismo belga, olandese, tedesco, francese e spagnolo. Ma c’è un corridore, sovietico di nascita, successivamente battente bandiera russa, moldava ed ucraina, infine adottato proprio dal Belgio, che più di una volta ha messo il bastone tra le ruote, è proprio il caso di dirlo, agli uni e agli altri. Costruendosi un palmares di tutto rispetto, se è vero che nel 1994 fece sua la Parigi-Roubaix, nel 1997 battè tutti alla Parigi-Tours, nel 1999 domò la Milano-Sanremo e a fine anno venne celebrato quale corridore più costante del lotto iscrivendo il suo nome all’albo d’oro della Coppa del Mondo.

Andrei Tchmil, perché è di lui che stiamo parlando, quando sale in bicicletta diventa un cliente ostico da battere. Quello che si suol chiamare, un “cagnaccio“. E se nel 2000 ha già 37 anni sul groppone, ben portati ad onor del vero, tanto da sfiorare a fine stagione la vittoria al campionato del mondo di Plouay venendo ripreso a qualche centinaia di metro dal traguardo, e nel 2001 lasciando il segno in una corsa di enorme prestigio come il Gran Premio di Harelbeke seminando tutti e chiudendo con oltre un minuto di vantaggio sui più diretti inseguitori, per il 2 aprile 2000 ha in serbo un colpaccio che lo destinerà tra i grandi interpreti delle corse del pavè.

Si corre infatti l’edizione numero 84 del Giro delle Fiandre, corsa che per i belgi vale ben più di un campionato del mondo. E visto che Andrei ormai da due anni ha proprio cittadinanza fiamminga, quale migliore occasione per brindare alla nuova bandiera?

Si parte, come da tradizione, dalla bellissima Markt di Bruges, la Piazza del Mercato, e i 185 corridori allineati al via hanno da affrontare 270 km di corsa incarogniti da 16 muri (8 lastricati di duro pavé) ed altri 9 tratti pianeggianti di pietre. Van Petegem è il campione in carica e si merita cinque stelle in sede di pronostico, al pari di Johan Museeuw che ha già trionfato tre volte sul traguardo di Meerbeke. Erik Zabel porta in dote la recentissima vittoria alla Milano-Sanremo, terza di una serie di quattro, Michele Bartoli, Andrea Tafi e Franco Ballerini difendono i colori azzurri e lo stesso Tchmil, che nelle ultime sei edizioni ha collezionato tre terzi, un quarto, un sesto e un settimo posto, ha tutta l’intenzione di rompere il sortilegio con la Ronde.

Il primo tratto in pavé al km 90, Kanegem Neringstraat, ed il primo muro, in asfalto, al km 128, Den Ast, sono troppo lontani dal traguardo per stuzzicare la voglia di attaccare dei campioni più attesi, ed allora è solo al km 150 che la gara si vivacizza quando, scavalcati anche l’Achterberg, il Wolvenberg, il Molenberg e il Kluisberg, Eric De Clercq, già in fuga, viene raggiunto da Vierhouten, Skibby, Ortenzi e Michaelsen. Sul muro di Knokteberg si stacca De Clercq, mentre nel gruppo fa corsa di testa la Farm Frites di Van Petegem, che punta al bis dopo la vittoria dell’anno prima. Al km 205, sull’Oude Kwaremont, Skibby attacca e resta solo. Al km 209 si attacca il Paterberg, il muro più duro con punte di pendenza al 20% ed è ancora la Farm Frites ad allungare il plotone con Sergej Ivanov, che proprio su queste strade ha vinto qualche giorno prima il Gran Premio di Harelbeke ed è dunque il luogotenente più autorevole di Van Petegem, assieme a quel Geert Van Bondt che qualche giorno dopo, invece, farà sua la Gand-Wevelgem.

La corsa si incattivisce e gli attacchi si susseguono, anche se i favoriti corrono, per ora, al coperto. Tra Kortekeer, Taaienberg e Eikenberg cedono anche Michaelsen e Vierhouten mentre Ortenzi si riporta su Skibby, proprio mentre sui due piombano Tafi, Wauters e Serpellini.

Sul muro di Leberg cedono definitivamente Skibby e Ortenzi, ormai esausti per la lunga fuga, lasciando così un trio al comando. Tra i grandi si muove Spruch, quinto nel 1999, che stacca tutti sul Berendries al km 239, guadagnando poco meno di 15″. Arriva l’attesissimo muro di Tenbosse, reso celebre negli ultimi anni da Museeuw. Ma l’attacco non è dell’ex-campione del mondo, che stavolta non è in grado di fare la differenza, bensì dell’altro favoritissimo Van Petegem. Risponde prontamente Tchmil, seguito da Vainsteins e dallo stesso Museeuw. Superato il Tenbosse, rientrano Wesemann, Mengin e Van Dijck, mentre Spruch è riassorbito: il trio di testa composto da Tafi, Wauters e Serpellini è ora a soli 15″ dagli inseguitori. Poco dopo il grosso del gruppo rientra.

Poco prima dell’assalto al muro di Grammont, totem della corsa, Tchmil, Van Petegem e Spruch, scatenatissimi, attaccano in pianura, ma l’azione non riesce. Il trio di Tafi trova vento contrario e viene a sua volta riassorbito, e così, alle fasi decisive della corsa, si presentano 40 corridori, quando ormai all’orizzonte si profilano le pendenze risolutive del terribile Grammont.

Eccolo dunque, il Muur, e sul primo tratto in asfalto Johan Museeuw attacca. Van Petegem, che aveva per primo tentato l’allungo, si pianta. Ma sul tratto di pavé del Muur, che annebbia la vista, spacca le gambe e incrementa la fatica, Museeuw ha un inatteso cedimento. Wesemann lo raggiunge e lo passa, scollinando per primo davanti alla celebre Kapelmuur. Museeuw e Wesemann sono ora soli al comando.

Guidato da Van Petegem e Tchmil, un altro gruppetto rientra sui 2 fuggitivi. Tra gli altri ci sono Vainsteins, Guesdon, Konyshev e Hoffman. Con tutti i migliori davanti a darsi battaglia, l’andatura cala e rientrano una ventina di atleti. All’attacco dell’ultimo muro, il Bosberg, prova Peers, senza fortuna. Vainsteins si incarica di fare l’andatura, per impedire scatti. Ci prova ugualmente Tchmil, ma senza fortuna. Si scollina ed il Giro delle Fiandre sembra doversi concludere con la volata di un gruppo numeroso, tra cui riemerge a sorpresa, dall’otto volante dei 16 muri, anche Erik Zabel. Ed il tedesco, in virtù della sua velocità, diventa il favorito assoluto, avendo già brindato allo sprint alla Milano-Sanremo.

Ai -10 km dall’arrivo Tchmil si sposta sulla sinistra e parte come una saetta. Uno scatto secco, irresistibile, contro il vento e l’asfalto. Dopo un paio di km ha già 20″ e l’ex-sovietico, russo, moldavo ed ucraino, ora belga, comincia a credere che la vittoria sia possibile. È una favola di vita, uno sforzo immenso che è il riassunto di una carriera. La Telekom si organizza: Zabel spedisce il generosissimo Wesemann a tirare a tutta, la Mapei piazza Peeters. Il duello sembra impari, due uomini contro uno, e Tchmil è al limite delle forze. La telecamera inquadra impietosa il suo volto arrossato, irrorato dal sangue di uno sforzo immane. La bocca è aperta, il suo respiro in apnea completa. Non è più il corridore che gareggia, è la sua anima mai doma. 3 km, poi 2, sembra impossibile: il gruppo è lì, a pochi metri. Tchmil si gira, il guerriero sa che i mastini lo stanno braccando sempre più vicini. Pochi, pochissimi metri! Ma sono sufficienti: il belga ce l’ha fatta, il suo volto si distende in un sorriso radioso, le braccia vanno al cielo, un urlo liberatorio scuote l’aankomst, il traguardo. Andrei Tchmil, corridore e campione multinazionale, ha vinto il Giro delle Fiandre!

Ma la storia di questa meravigliosa classica non è ancora finita: a pochi istanti, 4 secondi per l’esattezza, la volata del gruppo racconta il miracolo di Dario Pieri, più veloce di tutti e secondo a sorpresa. Le sue lacrime di delusione sono, insieme al volto sofferente di Tchmil, la più bella immagine della Ronde 2000.

MILANO-SANREMO 1910, NEVE E UN AMORE “HOT” PER LA VITTORIA DI EUGENE CHRISTOPHE

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Il passaggio sul Passo del Turchino – da it.wikipedia.org

articolo tratto da Allez – operazione ciclismo

Il 3 aprile 1910 la primavera fa ancora fatica a sbocciare. Alle 6 del mattino il cielo sopra Milano è tetro come non mai e le luci dell’alba si celano dietro le nubi nere che non lasciano presagire nulla di buono. L’avranno pensato anche i 63 folli che stanno per salire in bicicletta alla volta di Sanremo. Dopo i successi delle tre edizioni precedenti, la Milano-Sanremo si presenta in una nuova veste, quella più oscura che mette a dura prova i limiti del fisico umano. L’abito scuro calza alla perfezione i corridori francesi, abituati a correre e vincere in condizioni climatiche avverse: ne è già stata testimonianza la vittoria di Lucien Petit-Breton nella prima edizione della corsa in una giornata di freddo e pioggia.

La “Classicissima” ha inizio. A Pavia il cielo inizia a scaricare pioggia sui malcapitati ciclisti, a Tortona si scatena una forte grandinata. In avanscoperta c’è Cyrille Van Houwaert che da Ovada inizia una drammatica scalata al Passo del Turchino sotto una fitta nevicata. La strada è ricoperta da 25 centimetri di neve, il corridore belga incontra due sciatori lungo la via che sembrano dirgli “ma dove diavolo stai andando?“. Il battistrada prosegue a piedi di fianco alla sua bici. In vetta al Turchino transita con dieci minuti di vantaggio sul secondo, il francese Eugène Christophe. Soprannominato “Le Gaulois“, il gallo, per via della cura maniacale che riponeva per il proprio aspetto, in particolare per i lunghi baffoni, Christophe è caratterizzato da uno spiccato spirito avventuriero che lo porta ad intraprendere la carriera ciclistica e ad abbandonare il mestiere del fabbro. Amore per la bici, per i baffi ma anche per le donne. Le performance del corridore parigino sono apprezzabili anche lontano dalle gare, con “Cri-cri” che solitamente sfoggia orgogliosamente il proprio look per far colpo sul gentil sesso.

Lungo la discesa dal Turchino, il battistrada Van Houwaert è vicino al congelamento. Assiderato dal freddo, trova riparo in un’abitazione che gli offre da mangiare e una bevanda calda. Ormai rifocillato, il corridore non se la sente più di risalire sulla bici e sfidare nuovamente l’inferno. Anche Christophe è costretto alla sosta forzata in un albergo. Riceve una coperta, un maglione di lana, dell’acqua calda e un po’ di rhum, quanto basta per riscaldare i muscoli congelati. Date le precarie condizioni fisiche, “Cri-cri” decide di fermarsi a mangiare un boccone ed abbandonare la gara così come Van Houwaert. Poco prima del dessert, però, dalla finestra il francese scorge il passaggio di quattro corridori. “No, non mi ritiro. Vado avanti“.

Nel frattempo la proprietaria dell’albergo, allarmata dallo stato di salute del corridore, ha chiamato un medico che vieta categoricamente la ripartenza. “Nessun problema, vado in bici fino a Genova e da lì salgo sul treno per Parigi“, il dottore abbocca e Christophe riparte alla volta di Sanremo. In men che non si dica, raggiunge Luigi Ganna, vincitore l’anno prima e che, secondo al traguardo, verrà poi squalificato per aver percorso un tratto in macchina, e Pierino Albini ad Arenzano per poi staccarli a Varazze. Christophe arriva in solitaria al traguardo. Non ha vinto una gara qualsiasi ma una vera e propria corsa ad eliminazione. A Sanremo infatti arriveranno solo quattro dei sessantatré partenti.

Christophe arriva con i baffi congelati, beve un paio di caffè e si riscalda con un maglione di lana. Ad un tratto vede una donna, è bellissima, scatta il più classico dei colpi di fulmine. Uno sguardo, qualche sorrisetto provocatorio e l’arma seduttiva dei baffoni miete un’altra vittima. I due si ritrovano nella stanza della donna e fanno l’amore. “L’avrei portata via con me e sposata per quanto era bella“, ma di romantico c’è ben poco. La ragazza ricorda che a tutto c’è un prezzo. Christophe paga con quello che aveva con sè, la maglia della Alcyon-Dunlop ed un tubolare Palmer. Uscito dalla stanza, non vi è ancora traccia degli avversari. Ha dovuto aspettare tanto, un’ora e un minuto per la precisione, il tempo necessario a Giovanni Cocchi per giungere al traguardo. Mai nessuno vinse la Sanremo con un distacco simile sul secondo. Nel tempo dell’attesa Christophe prende ancor più freddo e termina la cerimonia di premiazione in ospedale per una polmonite.

Magnifiche le storia del ciclismo dei pionieri, vero?

LA ZAMPATA VELOCE DI VAN STEENBERGEN ALLA MILANO-SANREMO 1954

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Rik Van Steenbergen in trionfo – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Ad esser del tutto sinceri, non è proprio un’impresa semplice scegliere una tra le tante perle di una carriera da fuoriclasse come quella di Rik Van Steenbergen. Il corridore belga, in effetti, vanta qualcosa come 270 successi su strada, che ne fanno il quarto ciclista più vincente della storia alle spalle, ovviamente, del “cannibale” Eddy Merckx, del connazionale che qualche anno dopo ne avrebbe rilevato il testimone, Rick Van Looy, e di Francesco Moser.

E sono successi di pregio, come la memorabile tripletta al campionato del mondo (1949, 1956 e 1957), oppure le doppiette al Giro delle Fiandre (1944 e 1946) e alla Parigi-Roubaix (1948 e 1952), a cui aggiungere due volte la Freccia Vallone (1949 e 1958), la Parigi-Bruxelles (1950), e un bottino congruo di vittorie distribuite nella tre grandi corse a tappe, ben 25.

Insomma, un campione tra i più grandi di sempre, quasi imbattibile in volata, ma altrettanto valido anche sui percorsi misti e capace di difendersi in montagna, come certifica il secondo posto al Giro d’Italia del 1951, quando chiuse ad 1’46” da Fiorenzo Magni e si prese il lusso di precedere in classifica Ferdy Kubler, Fausto Coppi, Hugo Koblet, Louison Bobet e Gino Bartali, tutti decisamente più accreditati di lui nelle gare a tappe.

Tra queste perle, dunque, ne dobbiamo eleggere una, ed allora, visto che siamo un pizzico sciovinisti, scegliamo la Milano-Sanremo 1954, che Van Steenbergen vince dopo avervi partecipato già quattro volte. E se al debutto, nel 1950, il belga, in maglia iridata, fu solo settimo nonostante fosse il favorito in uno sprint ristretto che invece premiò Gino Bartali, astuto nel prendergli la ruota e saltarlo al momento opportuno, nei tre anni successivi rimase ai margini della battaglia per la vittoria, che arrise allo stesso Bobet nel 1951 e per due volte a Loretto Petrucci, ultimo italiano in ordine di tempo ad imporsi nella “Classicissima” prima di Michele Dancelli interrompesse il sortilegio ben 17 anni dopo, nel 1970.

Nel 1954, dunque, per l’edizione numero 45 del “mondiale di primavera“, 219 ciclisti si danno appuntamento ai nastri di partenza da Piazza Diaz a Milano. La messa in marcia è prevista per le 8.30, e se Petrucci vorrebbe tanto completare un tris consecutivo, come mai nessuno prima è stato capace di fare, bisogna altresì tener conto delle ambizioni dei due grandi del ciclismo italiano, ovviamente Coppi e Bartali, vincitori rispettivamente già tre e quattro volte a testa. Il piemontese sfoggia la sua bella maglia arcobaleno, conquistata qualche mese prima a Lugano, e quale migliore occasione di una Milano-Sanremo per darle lustro? Il toscano, invece, è all’ultima recita di una carriera memorabile e legittimamente ambisce a salutare con un colpo di coda che, ad onor del vero, in pochi pronosticano. Anche perché la concorrenza, soprattutto straniera, è numerosa e di livello, a cominciare proprio da Van Steenbergen che vuol infrangere il tabù, per proseguire con Louison Bobet, che con il successo del 1951 ha dimostrato di aver confidenza con la corsa in Riviera, per infine annotare le candidature autorevoli di Stan Ockers, Brik Schotte e dei due svizzeri Koblet e Kubler. Fiorenzo Magni, “il leone delle Fiandre” per le tre vittorie tra il 1949 e il 1951, infine, è il terzo incomodo tra i due galli nel pollaio, appunto Coppi e Bartali, e può vantare cinque piazzamenti tra i primi dieci all’arrivo, a cominciare dal quarto posto al debutto nell’edizione del 1941.

Alla partenza il cielo è grigio, come spesso può capitare nel marzo pazzerello, e se le strade sono in parte deserte, una spiacevole sorpresa attende Kubler, che vorrebbe giocare con un piccolo leoncino alla partenza rimediandone, invece, una zampata, che non è certo di buon auspicio per la gara che va a cominciare. E che per lo svizzero non sia proprio giornata è confermato dalla caduta che coinvolge l’elvetico e Nello Lauredi all’altezza di Pavia, con l’italo-francese costretto all’abbandono e a farsi medicare in ospedale. Tocca poi a Piazza, Gaggero, Medri, Gismondi e Gauthier animare una fuga a lunga gittata, con lo stesso Gaggero che sotto una pioggia battente transita per primo in vetta al Passo del Turchino, con il gruppo, trainato dal giovane Gastone Nencini, che accusa un ritardo di poco meno di un minuto.

La corsa è comunque bloccata, ed è solo in Riviera, in prossimità di Alassio, dopo che si è esaurita la fuga dei primi attaccanti, che la corsa si accende con un plotoncino di dieci corridori che si sgancia. Tra questi, Nencini è tra i più attivi con Pasqualino Fornara, Remy, Crespi, Ockers, Ciolli, Bartalini, Gianneschi, Grosso e quel Riccardo Filippi che è campione del mondo dei dilettanti in carica, titolo, come quello di Coppi, conquistato a Lugano battendo Nencini e Van Looy. Si entra nella zona dei Capi, e Filippi, che corre per la Bianchi, forza il ritmo sul Mele per poi rilanciare sul Berta, scremando il gruppetto e provocando la resa di Fornara e Crespi, investito da un auto. Davanti il giovane ciclista di Ivrea rimane con Remy, Ockers insegue a 56″ proprio mentre Coppi si scatena, seguito a ruota dal francese Francis Anastasi. Fausto, capitano di Filippi alla Bianchi, è però costretto a fare gioco di squadra ed in pianura viene riassorbito dal gruppo principale, così come Ockers, ad Imperia, rientra sul duo di testa.

A 20 chilometri dal traguardo Filippi, Remy ed Ockers hanno un vantaggio di 1’20” sul gruppo ma è qui, forse equivocando un ordine di Zambrini, patron della Bianchi, che si decide la corsa: Filippi smette di collaborare, nell’atto di favorire il rientro di Coppi, e la mossa, in effetti, produce l’effetto atteso. Ma non è Coppi a rifarsi sotto, bensì Bobet, accompagnato da Guido Messina e Donato Zampini, che ai meno tre agguantano i fuggitivi che ormai sembravano destinati a giocarsi tra loro la vittoria finale. Volata a sei dunque? Niente affatto, perché gli uomini al comando temporeggiano e proprio sul rettilineo d’arrivo si materializza la maglia Girardengo-ElDorado di Rik Van Steenbergen, che rinviene a velocità doppia, salta i sei al comando e, dopo 282 chilometri coperti in 7h10’03”, va a vincere, rigettando il tentativo di rimonta non solo di Coppi e Petrucci, che infine sono quarto e quinto, ma anche di Anastasi, che chiude in scia al belga, e Giuseppe Favero, altro uomo Bianchi, che sale sul terzo gradino del podio aggrappandosi, nello sforzo violento dello sprint risolutivo, ai pantaloncini di Petrucci.

Finalmente re a Sanremo, Van Steenbergen travolge in una abbraccio Costante Girardengo, il campione delle sei vittorie alla “Classicissima“, e non trattiene una lacrima: ne avrà vinte tante di corse, il grande Rik, ma questa Milano-Sanremo ha un sapore davvero speciale.

LA ZAMPATA ARCOBALENO DI OSCAR CAMENZIND AL MONDIALE DI VALKENBURG 1998

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L’arrivo a braccia alzate di Camenzind – da watson.ch

articolo di Nicola Pucci

Se ricordate Valkenburg ai ciclisti italiani di qualche anno addietro, rischiate come minimo di far andar loro di traverso il boccone. Già, perché tra quelle colline dispettose, spesso battute dal vento e quasi sempre con pioggia e cielo grigio a far da cornice, per quattro volte la nazionale azzurra ha provato a vestirsi con i colori dell’iride e per quattro volte se n’è tornata a casa con le pive nel sacco.

E se nel 1938 e nel 1948, pur con Bartali e Coppi in formazione, l’Italia rimase ai margini della disfida remando nelle retrovie tra scelte tattiche sbagliate, nel primo caso, ed un inutile dualismo, nel secondo caso, nel 1979 uno scatenato Giovanni Battaglin era nel quintetto che si giocò il titolo mondiale in volata, buttato infine a terra dalle malefatte della coppia Thurau-Raas che poi trionfò davanti al pubblico amico.

Nel 1998, per la quarta volta dunque, i Mondiali di ciclismo tornano nel Limburgo, ed ancora l’Italia ha tutte le carte in regola non solo per essere la nazionale di riferimento della corsa, ma pure per afferrare quella maglia con i colori dell’iride che sfugge dal bis di Bugno a Benidorm nel 1992. E stavolta sembra quasi sia fatto divieto di sbagliare, seppur in ammiraglia via sia, per l’occasione, un debuttante, Antonio Fusi, che ha preso il posto del commissario tecnico per antonomasia della nazionale italiana, Alfredo Martini.

Il grande favorito della corsa è Michele Bartoli, dominatore del circuito di Coppa del Mondo, fatta sua per la seconda volta consecutiva, che nel corso della stagione ha bissato il successo alla Liegi-Bastogne-Liegi e si è imposto in una classica esigente come il Campionato di Zurigo. Pisano classe 1970, Bartoli è in condizioni di forma smaglianti e può contare sull’appoggio, in qualità di seconda punta, di Andrea Tafi, sesto due anni prima a Lugano, e sull’opera di gregariato di campioni del calibro di Bugno stesso, all’ultima recita in carriera, di Paolo Bettini, non ancora “grillo” vincente, e di Davide Rebellin, adattissimo alle corse vallonate come appunto si presenta il tracciato di Valkenburg. A completare l’organico in gara, Celestino, Donati, Faresin, Nardello, Scinto, Simeoni (che proprio all’ultimo sarà costretto a dare forfait lasciando l’Italia in inferiorità numerica) e Zanini, tutti votati alla causa comune, con Frigo e Pinotti relegati al ruolo di riserve.

La concorrenza, nondimeno, è agguerrita, seppur manchi il campione del mondo in carica, il francese Laurent Brochard, così come non sia della partita l’altro Laurent del ciclismo transalpino, quel Jalabert che ha battagliato con Bartoli, e ne è uscito bastonato, nelle corse delle Ardenne. L’Olanda gioca in casa e affida le sue chances a Michael Boogerd, per le cui caratteristiche tecniche il percorso sembra disegnato su misura, in casa Belgio si punta su Van Petegem e Marc Wauters, la Francia non può far altro che sperare nell’effetto-sorpresa, e la Svizzera ha un quintetto temibilissimo composto dai più giovani Aebersold e Beat Zberg e dai “vecchi” Gianetti, Richard e Jaermann che in passato più di un dispiacere hanno inflitto ai corridori italiani. Lance Armstrong, di ritorno dopo esser sopravvissuto ad un tumore ai testicoli e non ancora l’uomo dei 7 Tour de France, veste i panni del guastatore, non dimenticando che nella prima parte della carriera fu già capace di vestire l’iride ad Oslo nel 1993. E poi… e poi c’è Oscar Camenzind, ma di lui nessuno si preoccupa eccessivamente, a dispetto di un eccellente quarto posto al Giro d’Italia, corso in appaggio a capitan Pavel Tonkov in maglia Mapei.

Domenica 11 ottobre 1998, dunque, 152 corridori si mettono in marcia per completare un anello, incarognito dallo strappo del Cauberg, che misura 17,2 chilometri da ripetere 15 volte per 258 chilometri complessivi. Come era nelle previsioni, il cielo è nero come la pece e piove in abbondanza. Il primo giro è coperto alla media oraria di 38,3 km/h ma lo status quo ovviamente non può durare e nel corso della seconda tornata iniziano gli scatti, con Zanini e Celestino che da buoni guardiani sono pronti a tamponare. Proprio Zanini, che nel 1996 vinse in Olanda l’Amstel Gold Race e probabilmente sarebbe capitano in qualsiasi altra nazionale che non fosse l’Italia, è intruppato nei 13 che al terzo giro tentano l’attacco da lontano, assieme ad un pimpante e motivatissimo Bugno, Andersson, De Jongh, Dierckxens, Jaermann, Kirsipuu, Hoj, Lino, Aebersold, Hondo, Voskamp e Guesdon. Il plotoncino in avanguardia accumula velocemente 2 minuti di vantaggio, ma è solo la prima schermaglia del giorno se è vero che al sesto giro il gruppo ricuce e si ricompatta.

Che la giornata sarà grigia anche più del cielo se ne ha sentore quando proprio Bartoli accusa un guaio meccanico ed è costretto a fermarsi ai box a cambiare la bicicletta che è dotata di freni che hanno una mescola che non va. Il pisano rientra prontamente con l’aiuto di quattro compagni di squadra e al giro successivo può riprende la sua bici che nel frattempo è stata sistemata a dovere.

All’ottavo giro si registra un nuovo tentativo di 7 corridori, Van Heeswijk, Dietz, ancora l’attivissimo Jaermann, Nico Mattan, Vasseur, Peeters e l’azzurro Donati, al solito impeccabile uomo di fatica. Anche stavolta il vantaggio non supera i due minuti perché il gruppo non vuol certo rischiare di compromettere la gara lasciando spazio a fughe-bidone, e al nono giro  i battistrada vengono ripresi, propri nel momento in cui Dierckxens, che in casa Belgio è libero di giocarsi le sue chances da lontano, ci prova sul Cauberg. Nel corso del decimo giro Bartoli cade in discesa urtato da uno statunitense ed è costretto nuovamente a fermarsi per cambiare il mezzo meccanico ed infilare una scarpa nuova. Sbagliando tatticamente, Tafi in quel mentre attacca con Vasseur e Voigt, e Bartoli è costretto ad un supplemento di fatica per rientrare in gruppo con l’aiuto di Faresin, Scinto e Nardello. All’undicesimo giro l’Olanda, che fa blocco attorno a Boogerd, chiude la fuga di Tafi che riprova senza fortuna con Wauters alla tornata successiva.

Si entra così nelle fasi calde della gara, e stavolta ad uscire dal gruppo sono in 12: Armstrong, Magnien, Boogerd, Bolts, Garcia Acosta, Aebersold, Camenzind, Markus Zberg, Van Petegem, lo stesso Bartoli, Vainsteins e Rumsas, che riassorbono Tafi e Wauters. E’ l’azione decisiva, perché i capitani ci sono tutti, ad eccezione di Gianetti e Richard e la Francia non è rappresentata, e nel corso del tredicesimo giro ecco che la stoccata sul Cauberg di un brillantrissimo Armstrong, di Camenzind che sornione non perde mai di vista le prime posizioni, di Boogerd che è spinto da un paese intero e di Aebersold che è in giornata di grazia, subito raggiunti da Bartoli e Van Petegem, produce la selezione risolutiva.

All’ultimo giro in testa rimangono così in sei a giocarsi il titolo mondiale, con la Svizzera in superiorità numerica per la presenza di Aebersold e Camenzind. Ed è proprio Camenzind, ad 8 chilometri dal traguardo, dopo due tentativi andati a vuoto di Bartoli, a piazzare la zampata che vale l’arcobaleno. Nel gruppetto di testa c’è un attimo di indecisione. Bartoli, che ha speso più di tutti gli altri per i due inseguimenti a cui è stato costretto, pensa che Armstrong vada a chiudere lo strappo ma il texano non ha più energie, mentre Boogerd fora e rimane a piedi. All’inseguimento dello svizzero rimangono soltanto Bartoli e Van Petegem, ma la corsa ormai è andata.

Camenzind taglia il traguardo a braccia alzate ed è campione del mondo precedendo Van Petegem che in una volata a due priva Bartoli della medaglia d’argento, relegando il toscano sul terzo gradino del podio. Oscar diventa il terzo svizzero ad aggiudicarsi la maglia iridata dopo Hans Knecht nel 1946 a Zurigo e Ferdy Kubler nel 1951 a Varese, ma questo è solo un dettaglio che vale per le statistiche: quel che è certo è che Valkenburg porta proprio sventura ai colori azzurri. Provate a chiedere in giro…

OSCAR EGG, IL CICLISTA ECLETTICO CHE VINSE AL TOUR E BATTE’ IL RECORD DELL’ORA

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Oscar Egg – da classicrendezvous.com

articolo di Nicola Pucci

Quell’esercizio ciclistico del tutto particolare che è il tentativo di realizzare il record dell’ora rimanda ai tempi in cui fuoriclasse del calibro di Olmo, Coppi, Anquetil, Baldini e Riviere, in successione temporale, facevano l’uno meglio dell’altro sull’ormai dismessa pista del Vigorelli di Milano; oppure quando prima Eddy Merckx, poi Francesco Moser mettevano a frutto i privilegi garantiti da altura e sviluppo tecnologico per migliorare ancora una prestazione che oggi registra i nomi di due britannici, Chris Boardmann, 56.375 chilometri nel 1996 a Manchester, e Bradley Wiggins, 54.526 nel 2005 a Londra, quali atleti più veloci al mondo sui 60 minuti. E’ altresì doveroso ricordare che la specialità ebbe un precursore, eccellente, ai primordi dello sport del pedale, tale Oscar Egg che è il protagonista della storia di oggi.

Egg nasce a Schlatt, in Svizzera, il 2 marzo 1890, e quando il nuovo secolo è alle porte è già ragazzino in grado di disimpegnarsi sul mezzo a due ruote. Nel 1911 diventa professionista come individuale, per poi vestire nel corso di una carriera protrattasi fino al 1926 le casacche di Griffon, Peugeot e Bianchi, ed è tanto abile e potente nel pedalare che si rivela corridore estremamente eclettico, disimpegnandosi con risultati egregi sia in pista che su strada, spaziando dalle Sei Giorni alle prove contro il tempo, dalle grandi classiche in linea alle corse a tappe.

Il 1911, dunque, è l’anno del debutto nel ciclismo che conta, per Egg, e se è già capace di risultare il migliore tra gli indipendenti in tre tappe del Tour de France, comincia la sua battaglia a distanza con il francese Marcel Berthet per il record dell’ora, superando il rivale una prima volta il 22 agosto 1912, 42,122 km (poi aggiornato in 42,360), una seconda volta il 21 agosto 1913, 43,525 km, e una terza volta, definitiva, il 18 settembre 1914, 44,247 km, quest’ultima impresa dopo aver migliorato, 24 ore prima, anche il record mondiale del chilometro con partenza lanciata, portato a 1’10″2. Lo svizzero sceglie la pista in calcestruzzo del Velodrome Buffalo di Parigi per le sue imprese contro il tempo, fissando un chilometraggio destinato a durare fino al 1933 quando sarà l’olandese Jan Van Hout a far meglio coprendo in 60 minuti di fatica la distanza di 44,588 km.

Proprio su quest’impresa dell’olandese veglia l’occhio attento, e pure polemico, di Egg, che per non essere superato dall’olandese fa rimisurare la pista di Roermonds in maniera irregolare tanto che il record dell’olandese non viene inizialmente omologato. Quando si accerta la verità, il primato di Van Hout non viene comunque inserito poiché, nel frattempo, Maurice Richard ha già portato il limite a 44,777 km! Stessa cosa era successa nel 1913 quando, per non farsi detronizzare dal tedesco Rihcard Weise che aveva coperto la distanza di 42,276 km., Egg fece rimisurare la pista sulla quale lui stesso aveva stabilito il primato, proprio quella del Velodrome Buffalo, che risultò essere più lung di quella di Berlino su cui si era espresso il germanico, tanto da coprire appunto la distanza ritoccata di 42,360 km. E la cosa gli consentì di restare recordman dell’ora.

Nel frattempo, e siamo nel 1912, anno in cui Egg si accasa alla Griffon per poi passare alla Peugeot, lo svizzero si rivela corridore capace di competere con i migliori in classiche di gran lignaggio come la Parigi-Bruxelles, terzo alle spalle di Octave Lapize e Louis Luguet, e la Parigi-Tours, settimo in una corsa che lo vede trionfare due anni dopo, 1914, non prima aver colto un brillante quarto posto alla Parigi-Roubaix ed essersi allineato al via del Tour de France, concludendo al tredicesimo posto ed aggiudicandosi le due tappe-maratona Brest-La Rochelle di 470 km 470 e La Rochelle-Bayonne di 379 km. Se a questo popò di risultati su strada, a cui aggiungere le vittoria nel campionato nazionale, si sommano il titolo svizzero della velocità battendo il fortissimo Ernst Kaufmann, un vero e proprio drago della specialità, ed un terzo posto alla Sei Giorni di Parigi, altra disciplina che lo vedrà conquistare ben più di un successo in carriera, ecco che la versatilità di Oscar Egg quale corridore capace di disimpegnarsi bene, e pure di vincere, un po’ ovunque, è definitivamente certificata.

Per completare il quadro è giusto, infatti, ricordare che Egg, oltre a vincere un Gran Premio di Pasqua di velocità davanti al danese Thorvald Ellegaard, altro campionissimo delle volate, fu imbattibile nelle prove d’inseguimento perdendo una sola volta da Reg McNamara che sulla pista di Newark, nel New Jersey, lo raggiunse al termine di uno scontro memorabile. Brillò pure nel mezzofondo: dopo essere stato respinto come partecipante alla Bordeaux-Parigi del 1924, sfidò Leon Georget dietro motori nel Bol d’Or a Montrouge e lo vinse stabilendo il nuovo record con km 936,922 nelle 24 ore. A proposito di record, li ha ottenuti in tutte le distanze: 500 metri, chilometro, 5, 10, 30, 50, 100 chilometri e, appunto, l’ora.

E per non farsi mancare niente, ma proprio niente, Egg ebbe modo di farsi apprezzare anche in Italia quando nel 1917 vinse la Milano-Torino anticipando Leopoldo Torricelli e Luigi Lucotti, per poi allinearsi al via del Giro nel 1919 prendendosi il lusso di vincere la terza tappa, Trieste-Ferrara di 282 km, battendo in una volata ristretta a tre i due campionissimi dell’epoca, Costante Girardengo e Tano Belloni, che infine si contederanno la vittoria conclusiva.

Insomma, Oscar Egg è sì il prototipo del recordman dell’ora… ma sarebbe riduttivo considerarlo solo un corridore da lancette del cronometro, dico bene?

 

 

 

LE “ROI” RENE’ VIETTO, A CUI MANCO’ IL SUCCESSO AL TOUR DE FRANCE

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René Vietto in salita – da thetimes. co.uk

articolo di Nicola Pucci

Quel che caratterizza la figura di René Vietto è che si meritò l’etichetta di “roisenza aver mai portato la corona.

Già, perché questo ragazzo che ebbe i natali a Le Cannet, nel distretto di Rocheville, il 17 febbraio 1914, figlio di un camionista, si appassiona ben presto al ciclismo, attratto dalle gesta di Alfredo Binda. E quando, con i risparmi raccolti con il lavoro di fattorino al Majestic Hotel di Cannes prima, come dipendente del Casino di Palm Beach poi, può infine comprare una bicicletta, ecco che la strada maestra è tracciata. E Vietto, ignaro di quel che sarà il suo futuro agonistico, sta per diventare l’icona del ciclismo francese a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, seppur non conquistando mai la vittoria della consacrazione a campione.

In effetti Vietto, nel 1931, firma senza autorizzazione dei genitori la sua prima licenza ciclistica con L’Etoile Sportive di Cannes, e i risultati, per questo ragazzo che mostra subito di aver un rapporto preferenziale con le salite, non tardano ad arrivare. Tanto che a fine stagione entra a far parte del ristretto novero degli aspiranti professionisti.

L’anno dopo è altrettanto promettente, e se la vittoria al Gran Premio di Cannes davanti all’italiano Luigi Barral conferma le doti di Vietto in montagna, un paio di infortuni nel corso della stagione rischiano di comprometterne il definitivo passaggio al professionismo, operato nel 1933 come individuale.

Vietto bissa subito il successo al Gran Premio di Cannes, stavolta battendo Fernand Cornez, ma è la trionfale vittoria nella Corsa in salita del Mont Faron, ancora una volta su Barral, a destare l’interesse di Tano Belloni, che ha dismesso i panni del campione per vestire quelli di dirigente della Olympia. Vietto accetta la proposta ed ecco che il corridore della Costa Azzurra ha modo, subito, di farsi conoscere in Italia, terminando 13esimo alla Milano-Sanremo ed ottenendo un non disprezzabile 22esimo posto al Giro d’Italia, piazzandosi quinto nella prima tappa ed illustrandosi con una fuga in compagnia proprio del grande Binda nella penultima frazione.

I risultati ottenuti in Italia gli garantiscono alcune offerte interessanti per accasarsi nel nostro paese, ma se la contropartita è quella di prendere la cittadinanza italiana, Vietto risponde “no, grazie” e se ne torna in Francia. Per disegnare un 1934 che, appena 20enne, lo farà assurgere al rango di beniamino del pubblico transalpino. Dopo esser stato protagonista sfortunato alla Parigi-Nizza infine vinta del belga Gaston Rebry, viene assoldato dalla Helyett e vince il Gran Premio Wolber, corsa riservata alle promesse del ciclismo francese e che vale come prova di selezione per il Tour de France.

E alla Grande Boucle, Vietto esplode come corridore di grande classe. Dopo le difficoltà delle prime tappe che lo vedono accusare oltre un ora di ritardo da Antonin Magne, suo capitano con la maglia della Francia, vince quattro tappe, a Grenoble, a Digne les Bains, a casa sua a Cannes e a Pau, scavalcando per l’occasione in testa due colli mitici come il Tourmalet e l’Aubisque. Ed è proprio sulle strade assolate dei Pirenei che Vietto entra nella leggenda del Tour de France quando, nel corso della 15esima tappa che da Perpignan porta ad Ax les Thermes, il capitano cade e fora una ruota nella discesa del Col de Puymorens e René gli passa la sua, permettendogli così di far fronte all’attacco di Giuseppe Martano, che lo segue in classifica. Il giorno dopo, verso Luchon, la sfortuna colpisce ancora la maglia gialla, a cui salta la catena, e Vietto, solitario in testa nella discesa dal Col de Portet d’Aspet, si ferma, torna indietro e cede la sua bicicletta a Magne, che a fine tappa conserva le insegne del primato. Terzo in classifica generale alle spalle degli stessi Magne e Martano, Vietto, diventato di colpo un eroe popolare, cede poi il passo nella lunghissima cronometro di Nantes, 90 chilometri, per ottenere infine un eccellente quinto posto alla prima partecipazione al Tour de France. E Magne ha modo di rendergli grazie con un giro d’onore al Parco dei Principi a chiusura della corsa, a cui aggiungere anche la vittoria nella speciale classifica riservata agli scalatori.

Vietto, ormai una stella di prima grandezza, e pure giovanissimo, si accasa definitivamente alla Helyett e per gli anni a seguire sembra poter diventare un pretendente autorevole alla vittoria al Tour de France. Ma se nel 1935, dopo il promettente successo alla Parigi-Nizza ed un quarto posto alla Parigi-Roubaix in una corsa che lo avrebbe anche potuto acclamare vincitore se non avesse perso quattro minuti preziosi in attesa ad un passaggio a livello nella zona di Wattignies, non è meglio che ottavo al Tour de France vincendo sì le tappe di Aix les Bains, dopo una fuga solitaria di 125 chilometri e, come l’anno precedente, a Digne les Bains, ma mancando di quel colpo di pedale che lo avevano reso celebre nel 1934, nel trienno tra il 1936 e il 1938 Vietto, complici anche una lunga serie di cadute ed infortuni, rimane ai margini del grande ciclismo, collezionando due ritiri al Tour de France e vincendo solo la Polymultiplié, corsa in salita di indubbio pregio all’epoca, del 1938.

Seppur ancora molto giovane, i bei tempo sembrano andati per Vietto, che nondimeno ha il grande merito di non mollare, tornando gran protagonista nel 1939. Il francese, dopo un paio di piazzamenti sul podio in corse che prevedono l’arrivo in salita al Mont Ventoux e al Mont Faron, è nuovamente quel grande scalatore che gli appassionati avevano imparato a conoscere ed amare negli anni precedenti, ed infine sorretto da una condizione ottimale, che si sposa con un ritrovato ardore e quel magnifico senso estetico che mai gli è mancato, Vietto per poco non fa saltare il banco sulle strade, nuovamente amiche, del Tour de France. Qui si impossessa della maglia gialla a Lorient, dopo essere entrato nella fuga che regala il successo di giornata a Raymond Louviot, la tiene per ben 16 tappe e se stavolta è la montagna a tradirlo quando, verso Briancon, cede di schianto sull’Izoard lasciando via libera al belga Sylvere Maes, infine trova posto sul secondo gradino del podio, con un ritardo di 30’38”.

Il secondo conflitto bellico incombe, e con il suo fetore putrido di morte spazza via le illusioni di competere, e vincere, di migliaia di giovani sportivi. Tra questi lo stesso Vietto, che nondimeno si impone nel 1941 al campionato nazionale delle zone non occupate e nel 1942 si allinea al via della Vuelta mettendosi in saccoccia le tappe di Bilbao e Vigo. E quando, nel 1947, il ciclismo così come la vita riprende il suo corso, ecco che di Vietto la gente non si è certo dimenticata e può tornare ad applaudire le “roi” sulle strade del Tour de France.

In effetti Vietto, che l’anno prima ha dimostrato di non aver perso l’antico smalto classificandosi quarto al Giro di Svizzera con un ritardo di 20’11” da Gino Bartali e vincendo numerose corse del panorama nazionale, è nuovamente competitivo ai massimi livelli nella prima edizione del dopoguerra della Grande Boucle. Va in fuga, vince in solitario e indossa la maglia gialla al termine della seconda tappa a Bruxelles, cede le insegne del primato dopo cinque tappe a Grenoble ad Aldo Ronconi, trionfa ancora, per la terza volta in carriera, a Digne les Bains e si veste nuovamente di giallo, tiene il comando della classifica per altre dieci tappe per poi arrendersi, a due giorni dalla fine, nella cronometro di 139 chilometri (!!!) da Vannes a Saint Brieuc che lancia Pierre Brambilla prima del colpo di mano di “testa di vetro” Jean Robic nella tappa conclusiva di Parigi. Terminerà quinto, per poi essere 17esimo e 28esimo nelle due ultime apparizioni dei due anni successivi.

René Vietto, bello, bravo ed amato dalle folle come un vero “roi“, rimane senza corona di Francia, ma che importa? Quel che conta è il cuore e quello dei francesi, da quei giorni di gloria, gli appartiene. Per sempre.

LA FOLLE CRISI DI CADEL EVANS AL GIRO D’ITALIA 2002

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Cadel Evans in maglia rosa – da allezmagazine.altervista.org

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo 

Giro d’Italia 2002, omaggio ciclistico all’Unione Europea e al neonato Euro. Si parte da Groninga, nei Paesi Bassi, per poi attraversare Germania, Belgio, Lussemburgo e Francia, ovvero i paesi fondatori dell’UE insieme all’Italia. Sulla strada la piaga è sempre la stessa: il doping. Dopo i primi quattro casi accertati di Chiesini, Romano, Zakirov e Sgambelluri, la corsa viene devastata dalle squalifiche dei due favoritissimi Stefano Garzelli (positività ad un diuretico) e Gilberto Simoni (il famoso caso delle caramelle alla cocaina).

Un Giro senza padroni si appresta alla mesta conclusione tra la delusione e l’amarezza di pubblico e addetti ai lavori. Dalla sesta tappa, la maglia rosa veste sulle spalle del tedesco Jens Heppner, che ha strappato a Garzelli il simbolo del primato dopo la fuga di Varazze (vittoria di Giovanni Lombardi). Heppner, sulla cui carta d’identità figura come professione “passistone gregario di Ullrich”, riesce a mantenere la Rosa per ben dieci frazioni, favorito anche dalle squalifiche di Simoni e Garzelli e, successivamente, di Francesco Casagrande (per volata scorretta).

Tra uno scandalo e l’altro si arriva alla sedicesima tappa, traguardo a Corvara di Badia dopo Forcella Staulanza, Fedaia, Pordoi e Campolongo. La meteora messicana rispondente al nome di Julio Alberto Peréz Cuapio taglia per primo il traguardo, sfruttando la libertà concessagli dagli uomini di classifica per via del forte ritardo accumulato nei confronti della maglia rosa. Lungo le affascinanti e tremende Dolomiti, Heppner va letteralmente alla deriva. Il tedesco accumula un ritardo di circa 7 minuti dal vincitore. A comandare le operazioni sono i favoriti della vigilia Dario Frigo, Paolo Savoldelli, Aitor Gonzalez e Tayler Hamilton. Oltre a questi, si è messo in luce anche un giovane australiano della Mapei al primo anno da pro’ dopo ottimi trascorsi in mountain-bike. Cadel Evans da Katherine, estremo nord dell’Australia. Un corridore dell’altro mondo, verrebbe da dire. In quelle latitudini, il movimento ciclistico stenta ancora a decollare.

Il giovane Evans è partito dall’Olanda come scudiero di Garzelli, ma ben presto la situazione cambia. Dopo l’abbandono del capitano, l’ex biker acquisisce i gradi di leader della formazione italiana. Il “pivellino” ci sa fare, eccome. Già ottavo nella tappa di Liegi, secondo a San Giacomo e terzo nella cronometro di Numana, Evans incanta anche a Corvara: il settimo posto all’arrivo vale un’inattesa maglia rosa. E’ la prima volta che un australiano comanda il Giro d’Italia. Il giovane Cadel è entusiasta, quasi spaesato. Non aveva mai visto le Dolomiti: “Un panorama da National Geographic”, le definirà dopo averle ammirate in sella alla sua Colnago. Dall’altra parte del mondo, un Paese intero ha iniziato a seguire le gesta del suo campione; “Tutti noi ti seguiamo” recita un fax arrivato direttamente dal Primo Ministro australiano. Cadel è nel bel mezzo di un sogno, quel 29 maggio. “A tutto ero pronto meno che alla maglia rosa”, una dichiarazione che sa quasi di presagio.

30 maggio, 227 km da Corvara a Passo Coe, Folgaria. Nel mezzo, Gardena e Sella in avvio di tappa, Santa Barbara e Bordala prima dell’ascesa finale. La Mapei ha tutto sotto controllo, Evans pedala tranquillamente nelle prime posizioni del plotone. In fuga comandano Pavel Tonkov e quell’indemoniato di Peréz Cuapio. La strada fa già due vittime illustri: Dario Frigo e Aitor Gonzalez. Con due dei rivali più pericolosi fuori dai giochi, gli uomini Mapei approcciano la salita verso il Coe a tutta, o quasi. La maglia rosa manda a tirare il fido Andrea Noè, il quale ha l’arduo compito di scremare il gruppo fino ai meno 10. Ad un tratto parte Hamilton, solo Savoldelli risponde. Evans non reagisce. Anzi, il giovane leader si fa sfilare non riuscendo ad accennare la minima reazione. Boom. La bomba sul Giro 2002 esplode definitivamente. Come ad un tratto, l’espressione di Evans si trasforma in una maschera di sofferenza, la pedalata diventa un esercizio quanto più estremo di fatica, la bicicletta sembra incollata all’asfalto. E’ passato solo un giorno e la favola di Cadel conosce già la parola fine. Al traguardo, il giovane alfiere Mapei accusa un ritardo di 17’11” dal vincitore Tonkov e 15’ da Paolo Savoldelli, che conquista la maglia rosa per poi portarla indenne sino a Milano.

A Cadel Evans resta solo un sogno di una mezza estate. “Ad un tratto mi sono sentito svuotato”, ammette a caldo l’australiano dopo una delle crisi più brutali della storia del ciclismo. Un sogno di color rosa svanito a 10mila metri dal traguardo, come se il destino avesse mandato un segnale a colui che, di lì a pochi anni, verrà considerato a tutti gli effetti un eterno secondo. Fino a quando il Leone Cadel non conquista un Tour de France ed un Campionato del Mondo, trionfi che sanno di rivincita, di vendetta, se vogliamo. Anche se il destino è avversario duro da battere, spietato, crudele ma anche benevolo. Evans ha un conto aperto con il Giro d’Italia. Soltanto nel 2010 l’australiano riuscirà a vestire nuovamente di rosa. Un sogno svanito tra Zoncolan e Mortirolo, ma anche in quell’occasione Cadel darà tutto. Non basterà. Perchè il conto con la fortuna è sempre stato aperto da quel 30 maggio di Folgaria, lì dove svanì il sogno di una mezza estate italiana di un corridore venuto dall’altro mondo.

LA VOLATA A SORPRESA DI JOSEPH GROUSSARD ALLA MILANO-SANREMO 1963

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La volata di Groussard – da alinou-is-grumpy.skyrock.com

articolo di Nicola Pucci

Joseph Groussard non è certo stato un mammasantissima del ciclismo. Assolutamente no, ma ha un paio di perle in carriera che già bastano ad inserirlo, di diritto, tra i corridori che non possono certo affermare di aver sbagliato mestiere.

In effetti il francese, classe 1934 e che esercitò l’attività di professionista dal 1954 al 1967, si mise particolarmente in luce nelle nove partecipazioni al Tour de France, che se chiuse non meglio che 25esimo nel 1958, perché era un buon passista con eccellenti doti in volata ma soffriva quando la strada si impennava, nel 1959 si tolse l’enorme soddisfazione di trionfare sul prestigioso traguardo finale degli Champs Elysees, indossando poi l’anno dopo la maglia gialla per un giorno, a Dieppe, quando si infilò nella fuga giusta che regalò il successo a Nino Defilippis.

Fu un onore senza precedenti, e senza un seguito, perché poi Groussard, nel 1965, chiuse la Grande Boucle quale poco confortante lanterne rouge, ovvero ultimo dei partecipanti, in 96esima posizione. E se colse qualche altra affermazione come la Parigi-Camambert del 1957 e del 1960, il Midi-Libre del 1961 e il Criterium International e la Quattro Giorni di Dunkerque del 1962 certificando, soprattutto in patria, di essere corridore di buona levatura, fu gran protagonista sulle strade della Parigi-Nizza del 1961 quando vinse la tappa di St.Etienne, tenne la maglia di leader della classifica generale per due giorni e risultò infine il principale avversario di Jacques Anquetil, terminando secondo con un ritardo di 1’59”.

Ma le doti di passista-veloce erano, per Groussard, il lasciapassare per potersi illustrare, soprattutto, nelle classiche di un giorno, e se nel 1957 colse un promettente nono posto alla Parigi-Roubaix, l’anno dopo fu decimo nella volata di gruppo alla Milano-Sanremo che vide la vittoria di Rick Van Looy su Miguel Poblet e André Darrigade, iniziando quel corteggiamento alla Classicissima di Primavera che di lì a qualche anno, passando per un 12esimo posto nel 1961, lo avrebbe infine reso celebre.

Il 19 marzo 1963 va infatti in scena l’edizione numero 54 della Milano-Sanremo, che respinge gli italiani da ormai dieci anni, da quando cioè, nel 1953, Loretto Petrucci firmò la doppietta in Via Roma. Ed anche stavolta la lista dei pretendenti di lusso alla vittoria, tra i 200 partenti dal capoluogo lombardo, è ricca di campioni. Van Looy, re appunto nel 1958, è il favorito d’obbligo, al pari di quel Raymond Poulidor che nel 1961 anticipò “l’imperatore di Herentals“. E’ assente Emile Daems, l’ultimo vincitore che ha puntato il mirino sulla Parigi-Roubaix, ma dalle Fiandre, così come dalla Francia, scendono in Riviera tutta una serie di ciclisti particolarmente adatti alla corsa italiana. E per gli azzurri, in primis Vittorio Adorni, l’impegno si annuncia particolarmente severo.

Pronti, via, e dopo 11 chilometri allunga Franco Balmamion, che altri non è che il vincitore dell’ultimo Giro d’Italia, seguito a ruota da Denson, Willy Schroeders, che vanta un quarto posto a Sanremo nel 1962 e Tom Simpson, trionfatore al Giro delle Fiandre del 1961. Insomma, fin dai primi chilometri la corsa entra nel vivo e a provarci sono già corridori di prima fascia. Nei pressi del Turchino i tre battistrada sono raggiunti da un gruppetto di una ventina di corridori tra i quali il campione d’Italia Nino Defilippis, proprio Adorni, quel Gastone Nencini che ha in bacheca la vittoria al Giro d’Italia del 1957 e al Tour de France del 1960 e vorrebbe tanto aggiungere una classica di prestigio, il tedesco Rolf Wolfshohl, iridato di ciclocross, e due francesi, Jean Graczyk che fu già secondo a Sanremo nel 1960, e Joseph Groussard, l’ospite un po’ a sorpresa del plotone in avanguardia. In vetta passa per primo Giorgio Zancanaro, il gruppone accusa già un ritardo di 7’50” che sale a 8’28” al rifornimento di Savona, a 9’24” all’altezza di Pietra Ligure, a 10’33” ad Alassio, uscendo praticamente dai giochi per la vittoria finale.

Si entra nella zona dei Capi, e se sul Mele le acque sono ancora quiete, Adorni ci prova sul Cervo e poi sul Berta, quando è raggiunto da Wolfshohl, dallo stesso Groussard, e da Balmamion, Schroeders e Bocklant. I sei battistrada si giocano tutto sul Poggio, dove il primo ad attaccare è Wolfshohl, seguito da Groussard e Schroeders, che in discesa si stacca per una sbandata in curva. Si giunge così a Sanremo, e al culmine di 288 chilometri percorsi in quasi sette ore di battaglia, a decidere il vincitore sarà una volata a due: Wolfshohl parte ai 250 metri, ma Groussard rimonta, affiancando il rivale e tagliando la linea del traguardo praticamente appaiati. Per stabilire il vincitore sono necessari parecchi minuti, finché il verdetto del fotofinish dà ragione a Groussard. Per la sesta volta nelle ultime sette edizioni, non ci sono italiani sul podio: il primo è infatti Adorni, quinto a 53″, ma quel che rimane, di un’edizione lottata fin dal via, è il nome del vincitore. Joseph Groussard, che non sarà un campionissimo, ma che con una Milano-Sanremo in saccoccia può proprio dire di aver realizzato i suoi sogni.

IL GIRO FINALMENTE ROSA DI MOSER DEL 1984

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Moser in trionfo a Verona – da inzonacesarini.wordpèress.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginate voi cosa deve aver provato Francesco Moser quel 10 giugno 1984 quando, dopo un lungo ed ormai quasi vano corteggiamento, sale sul podio allestito nel magnifico scenario dell’Arena di Verona per vestire la maglia rosa, l’ultima, quella definitiva, che lo consacra infine re del Giro d’Italia. Goia e soddisfazione senza pari, per un successo che suggella una carriera tra le più mirabili non solo del panorama italiano, ma di tutta la storia del ciclismo internazionale.

Già, perché Moser, classe 1951 di Palù di Giovo, è professionista ormai dal lontano 1973 e in undici anni di attività agonistica ha messo in bacheca una collezione invidiabile di trionfi di pregio. Come il Mondiale di San Cristobal del 1977, come tre Parigi-Roubaix consecutive tra il 1978 e il 1980, come due Giri di Lombardia nel 1975 e nel 1978, classiche come la Parigi-Tours del 1974, la Freccia Vallone e il Campionato di Zurigo del 1977 e la Gand-Wevelgem del 1979, così come due edizioni della Tirreno-Adriatico, 1980 e 1981, e ben tre maglie tricolori di campione d’Italia, 1975, 1979 e 1981. Insomma, è il campione di riferimento del ciclismo di casa nostra, ma ha da sfatare un tabù, appunto quello del Giro d’Italia, che troppo spesso lo ha visto allinearsi ai nastri di partenza quale favorito alla vittoria finale ma altrettanto spesso lo ha respinto, talvolta anche in maniera inattesa.

Come ad esempio nel triennio 1977/1979, quando si è trovato a dover soccombere prima allo sgraziato belga Michel Pollentier, poi all’altro fiammingo, costante seppur privo di acuti, Johan De Muynck, ed infine al nuovo, grande rivale Giuseppe Saronni, col quale da qualche anno si spartisce la scena del ciclismo tricolore. E questo, sebbene abbia più volte messo la sua ruota davanti a tutti, ben 15 volte, fin da quando, alla partecipazione d’esordio del 1973, si impose a Firenze, vestendo altresì la maglia rosa per complessivi 38 giorni.

Nel corso degli anni Moser ha confermato sempre più la sua particolare attitudine alle corse di un giorno così come alle gare contro il tempo, pur non disdegnando di gareggiare nei grandi giri con ambizioni di altissima classifica. Come avvenne anche al Tour de France del 1975, unica sua partecipazione alla Grande Boucle, quando si impose nel prologo di Charleroi e nella tappa di Angouleme, vestendo la maglia gialla per una settimana e chiudendo al settimo posto, risultando pure il miglior giovane prospetto della corsa con ben 16 minuti di vantaggio sull’olandese Kuiper.

Ma il tempo scorre inesorabile, le stagioni si assommano così come le fatiche iniziano ad accumularsi nelle gambe, e se nei quattro anni che vanno dal 1980 al 1983 Moser deve fare i conti con un evidente declino nelle prestazioni che lo vedranno, al Giro d’Italia, non meglio che ottavo nel 1982 a fronte del 21esimo posto del 1981 e ai due ritiri del 1980 e del 1983, ecco che sopraggiunge  l’anno di grazia 1984, che segnerà indelebilmente con tratti d’oro la carriera del ciclista trentino.

Il sodalizio con il prof.Francesco Conconi ed il dott.Michele Ferrari porta Moser ad abbracciare il progetto record dell’ora, che prevede l’applicazione allo sforzo atletico della metodologia scientifica. Il trentino si getta anima e corpo nella realizzazione dell’impresa, che puntualmente si compie in altura, a Città del Messico, dove nel giro di cinque giorni, dal 19 al 24 gennaio, prima abbatte il muro dei 50 chilometri all’ora (50,909 a far meglio del 49,431 stabilito da Merckx nel 1972), poi porta il limite a 51,151.

La strada è segnata, e se a primavera gli effetti di una preparazione così mirata consentono a Moser, che di suo è gran combattente nonchè fuoriclasse con la F maiuscola, di sfatare il tabù Milano-Sanremo, facendo sua la “classicissima” che solo nel 1975 aveva sfiorato giungendo secondo alle spalle di Merckx, per poi partecipare per la prima ed unica volta in carriera alla Vuelta, dove si impone nel prologo di Jerez de la Frontera indossando la maglia amarilla per sette giorni e chiudendo con un dignitoso decimo posto in classifica generale, non prima aver fatto sua anche la tappa di Santander, ecco che all’orizzonte va profilandosi l’opportunità di capitalizzare anche sulle amate strade del Giro d’Italia.

L’edizione numero 67 della Corsa Rosa è onorata dalla presenza ai nastri di partenza di Laurent Fignon, giovane e rampante delfino di Bernard Hinault, che ha egregiamente sostituito vincendo nel 1983 un Tour de France segnato dall’assenza del fuoriclasse bretone e che qualche settimana dopo si prenderà il lusso di battere sonoramente, lasciando l’ex-capitano ad oltre 10 minuti per un clamoroso bis alla Grande Boucle. Ma in Italia il “professore“, con quell’aspetto un po’ naif e i modi raffinati, deve fare i conti con la voglia di Moser di cogliere forse l’ultima occasione di vincere la corsa che lo ha sempre respinto, e dal 17 maggio al 10 giugno, appunto, i due rivali librano un duello memorabile.

Si parte con il prologo di Lucca, che consente a Moser di indossare la prima maglia rosa, per venir scalzato il giorno dopo proprio da Fignon che prende per mano la sua Renault-Elf trascinandola alla vittoria nella cronometro a squadre di Marina di Pietrasanta. Il francese comanda la classifica per quattro giorni, incrementando leggermente il vantaggio sul San Luca, ma il primo appuntamento probante è sulle rampe del Blockhaus, la montagna che nel 1967 fece conoscere al mondo il talento sterminato di Eddy Merckx, ed è qui che Moser, rimanendo agganciato al treno di Moreno Argentin e del portoghese Acacio Da Silva, stacca la maglia rosa, in crisi di fame, di 1 minuto, tornando a vestire le insegne del primato.

Tonificato dall’impresa in montagna, terreno che almeno sulla carta dovrebbe favorire Fignon, il giorno dopo il campione trentino vince in volata a Foggia aggiungendo al suo vantaggio i 20″ di abbuono garantiti al primo classificato, prima che la corsa lasci spazio ai velocisti, con lo svizzero Urs Freuler a rivelarsi il più veloce a Pisticci, Agropoli e Rieti, agli attaccanti di giornata, con il danese Pedersen ed il francese Gayant ad imporsi sui traguardi di Cava dei Tirreni e di Isernia, e a quel Roberto Visentini che non nasconde l’ambizione di giocare il ruolo di terzo incomodo tra i due grandi favoriti, trionfando in solitario nella tappa più lunga del Giro, quella di Lerici, che consente al capitano della Carrera-Inoxpran di collocarsi in seconda posizione a soli 10″ da Moser, con Argentin e Fignon rispettivamente terzo e quarto a 34″ e 39″ prima dell’importantissima cronometro lungo i 38 chilometri che vanno dalla Certosa di Pavia a Milano.

E qui, inevitabilmente, Moser fa valere la legge del più forte, volando la distanza in 47’39”, ben 53″ meglio di Visentini, uno che a cronometro ci sa a sua volta fare, con Fignon costretto a concedere 1’27”, scivolando a sera a 2’07” dal trentino.

Seppur atteso, il successo a cronometro mette Moser nella condizione di poter far gioco sugli avversari diretti, quando all’orizzonte vanno profilandosi Alpi e Dolomiti. Ma se a Bardonecchia il solo Jaffereau non può fare la differenza a favore degli scalatori, e sul Tonale, verso Merano, i grandi si controllano, il 7 giugno il Giro propone in calendario, dopo un secondo giorno di riposo, la prima delle due temutissime frazioni dolomitiche, la Merano-Selva di Val Gardena, che prevede la scalata dello Stelvio, proclamata Cima Coppi del Giro. Ma per le condizioni atmosferiche, con i tornanti dello Stelvio incorniciati da cumuli di neve, e a dispetto della volontà del patron del Giro, Vincenzo Torriani, che riteneva praticabile il passo, viene deciso di non salire sullo Stelvio e ridurre la tappa a soli 74 chilometri dei 245 originariamente previsti, con Tonale e Palade da scavalcare e veloce discesa su Merano. Fignon, denunciando quella sportività che ne faranno un idolo anche degli appassionati italiani, fa buon viso a cattiva sorte, accetta la sfida ed attacca, strappando un minuto a Moser e dando appuntamento al giorno successivo quando, nella Selva di Val Gardena-Arabba di 169 chilometri, i corridori sono attesi da Campolongo, da scavlacare du volte, Pordoi, Sella e Passo Gardena.

Quella che va in scena l’8 giugno è una tappa leggendaria, con Fignon che attacca sul Pordoi senza che più nessuno sia in grado di contenerlo. L’incedere del francese è entusiasmante mentre alle sue spalle si consuma il dramma di Moser che cede ma non si arrende, perde secondo su secondo e sul traguardo si vede sfilare la maglia rosa dal francese che guadagna 2’19” e si presenta all’ultima cronometro di Verona con 1’31” di vantaggio.

Per Francesco sembra che la maledizione Giro d’Italia debba ancora una volta prendere forma, perché se è vero che Moser è praticamente imbattibile a cronometro, è altrettanto vero che la maglia rosa potrebbe mettere le ali a Fignon che si trova ad un passo da completare la doppietta Tour-Giro, seppur non nello stesso anno solare.

Ma i 42 chilometri tra Soave e l’Arena di Verona, come le Dolomiti erano state il trampolino di lancio di Fignon, si trasformano in una cavalcata trionfale di Moser che, utilizzando una bicicletta con ruote lenticolari così come aveva fatto in Messico, chilometro dopo chilometro rosicchia i secondi di svantaggio, che a Treviso aveva limato di 10″ piazzandosi terzo in volata conquistando l’abbuono, annulla il passivo ed infine, in una sorta di passerella al suono dell’Aida, va a trionfare con 2’24” sull’affranto Fignon.

Moser infine conquista l’ultima maglia rosa, quella che suggella una carriera, e se quel 10 giugno 1984 il campione trentino realizzò un’impresa destinata per sempre nell’enciclopedia del Giro d’Italia, non fu certo un caso. Fu o non fu quello l’anno d’oro di Francesco?