ANDRE’ DARRIGADE, IL VELOCISTA CHE FECE PIANGERE COPPI

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Andrè Darrigade – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se i nostri cugini transalpini pensano a quel che ha vinto in carriera Andrè Darrigade e si rapportano allo stato attuale del loro ciclismo, beh, credo proprio che venga loro qualche fastidio pruriginoso. Già, perchè stiamo parlando di un tale capace di sfrecciare ben 142 volte davanti a tutti, il che, ve l’assicuro, per quei tempi era impresa non da poco.

Non a caso ho usato il termine sfrecciare, perché se Darrigade, “Dedè” per gli amici, era corridore completo e passista di buone qualità tanto da chiudere per tre volte il Tour de France in 16esima posizione, fu soprattutto grazie all’impareggiabile spunto veloce che ottenne i suoi principali successi. In un periodo in cui tra gli sprinter d’eccezione figuravano campioni del calibro di Van Looy, Van Steenbergen e Poblet, coi quali diede vita a sfide leggendarie.

Darrigade nasce a Narrosse, nelle Lande, il 24 aprile 1929, cominciando ben presto a primeggiare nelle gare su pista. Assurge agli onori della cronaca nel 1949, appena 20enne, quando al Velodrome d’Hiver di Parigi vince la prestigiosa Grande Final de la Medaille, battendo in volata quell’Antonio Maspes che poi della velocità sarà in seguito l’indiscusso dominatore per almeno un decennio. Ma se “Dedè” ha la dinamite nei polpacci per imporsi di forza, è pure dotato di determinazione rara, il che lo porterà ad ottenere risultati forse superiori alle aspettative, e di un sorriso e di una simpatia che conquista, il che gli garantirà sempre e comunque il sostegno dei connazionali, spesso invece inclini a dividersi nell’apprezzamento verso campioni come Bobet e Anquetil.

Ed è appunto sulle strade di Francia che Darrigade costruisce il suo palmares. Comincia con l’indossare la casacca di campione nazionale nel 1955, quando a Chateaulin batte proprio Bobet e Louis Caput, lo stesso anno in cui il fratello minore Roger vince tra gli juniores. Partecipa poi a quattordici edizioni del Tour de France, e alla Grande Boucle non solo ottiene 22 vittorie (più un successo nella cronometro a squadre nel 1957) vestendo la maglia gialla per 19 giorni, ma colleziona anche una serie di record che tutt’oggi resistono: per cinque volte si impone nella prima tappa ed è l’unico ciclista della storia ad aver vinto una tappa per almeno dieci edizioni consecutive. Se a questo aggiungiamo le due vittorie nella classifica a punti, 1959 e 1961, è quasi d’obbligo dover eleggere il Tour de France come suo principale territorio di caccia.

In verità la corsa gialla lascia anche tracce di disappunto nell’animo del gentile Andrè, quando nella frazione Luchon-Tolosa dell’edizione del 1956 fora e perde l’occasione della vita, lui pure gregario di lusso di Jacques Anquetil, di giocarsi le sue chances per la vittoria finale, e di disperazione, quando nel 1958 nel corso della volata conclusiva al Parco dei Principi urta violentemente la testa contro un giardiniere sportosi imprudentemente per vedere l’arrivo dei corridori, provocandone involontariamente la morte dopo 12 giorni di agonia.

La vita va avanti, e se Darrigade in Italia si fa vedere sulle strade del Giro nel 1959 (42esimo) e nel 1960 (64esimo) vincendo un’unica volta a Verona, lo fa fasciato della maglia arcobaleno conquistata qualche mese prima sul circuito di Zandvoort, in Olanda. E’ questa la vittoria più bella della carriera di “Dedè“, non solo per il valore tecnico della prova, ma anche perchè giunta al termine di una fuga-fiume, nata a 222 chilometri dalla meta e conseguita in una volata finale, particolarmente serrata, su Michele Gismondi, Noel Fore e Tom Simpson.

Ecco, proprio al Mondiale Darrigade firma un altro record destinato a resistere, ovvere chiudere quattro volte consecutivamente sul podio. Perchè il primo posto del 1959 segue le due medaglie di bronzo di Waregem 1957, dietro Van Steenbergen e Bobet, stavolta più veloci di lui, e di Reims 1958, quando Baldini vince in solitario ed ancora Bobet è secondo, ed anticipa la piazza d’onore del 1960, battuto in volata da Van Looy.

C’è di tutto, ovviamente, nel palmares di Darrigade. Che si fa rispettare anche nell’esercizio della cronometro, soprattutto in coppia, figurando nell’albo d’oro del Trofeo Baracchi nel 1956 assieme allo svizzero Rolf Graf, così come nel vecchio amore per la pista, imponendosi con l’amico/capitano Jacques Anquetil (e Ferdinando Terruzzi) alla Sei Giorni di Parigi nel 1957 e 1958, anni in cui è pure il migliore nella Roue d’Or, gara contro la lancette in cui fa coppia proprio con il fuoriclasse di Mont Saint-Aignan.

L’hanno chiamato anche “il levriero delle Lande” per il suo incedere fiero e la sua velocità d’azione. Ne volete una prova? Guardate l’arrivo al Velodromo Vigorelli del Giro di Lombardia del 1956, quando si presentò al traguardo in compagnia del “vecchioFausto Coppi con il quale diede vita ad una memorabile volata, anticipando di un soffio il “Campionissimo“. Che una volta sceso di bicicletta scoppiò in un pianto dirotto per la bruciante sconfitta… e statene certi, in carriera non sono molti quelli che possono vantarsi di aver dato un dispiacere a Coppi.

Questo era Andrè Darrigade, il velocista gentile che colse l’iride. Un grande. Ad averne uno così oggi in Francia…

 

CARMINE PREZIOSI, L’IMMIGRATO CHE SORPRESE TUTTI ALLA LIEGI-BASTOGNE-LIEGI 1965

 

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Carmine Preziosi – da gazzetta.it

articolo tratto da GPM ciclismo

In un momento come questo dove il tema dell’immigrazione è sempre più attuale, molte sono le storie drammatiche di uomini, donne e bambini costretti a fuggire dalla guerra, dalla fame, dalla povertà. Troppe volte ci siamo trovati, purtroppo, nel dovere morale di commentare l’ennesima tragedia dell’immigrazione, della condizione dell’uomo vittima e schiavo di un qualcosa più grande di lui.

Quella che raccontiamo oggi è, appunto, una storia di immigrazione, una storia fatta di fatica, disagio e di polvere, che tanto abbonda nelle miniere del Belgio. Una polvere che ad inizio Novecento era diventata persino un’ambizione, una via di fuga dalla povertà e da ogni difficoltà.

Questa è la storia che descrive la condizione di migliaia e migliaia di italiani emigrati nelle Ardenne per sfuggire ad una povertà estrema che toglieva persino la voglia di sognare.

La Liegi-Bastogne-Liegi è oggi per tutti la “corsa degli italiani“, la corsa dove in alcuni frangenti i corridori azzurri sembrano correre in casa. È forse anche per questo che la Doyenne è stata conquistata per ben dodici volte dai nostri connazionali. Un binomio quasi magico, quello tra la Liegi e l’Italia, iniziato nel lontano 1965, quando un giovane corridore azzurro trionfò nella Decana di tutte le corse. Il suo nome era Carmine Preziosi, uno dei tanti italiani in terra belga.

La storia di Preziosi, infatti, è una delle tante di numerosissimi connazionali fuggiti dal nostro Paese in cerca di fortuna, nella terra promessa del ciclismo. La famiglia Preziosi emigrò da Sant’Angelo all’Esca, in Campania, a Parceness, un piccolo paesino sperduto nelle colline delle Ardenne. Il padre di Carmine aveva trovato un’occupazione nella miniera di Charleroi. Dopo anni di stenti, finalmente era arrivata l’opportunità di dare un futuro concreto alla propria famiglia. Anche il giovane Carmine non era da meno e trascorse la sua adolescenza in terra vallone cimentandosi in diversi e umili lavori, da autista a vetraio fino a quello di cameriere.

Dall’Italia Carmine aveva portato con sé una grandissima passione per il ciclismo. Iniziò a correre giovanissimo per passare professionista nel 1963, a soli vent’anni.

Nella sua carriera una giornata in particolare rimane impressa nella mente. E’ la Liegi-Bastogne-Liegi del 1965, arrivo previsto al Velodromo di Roucourt. Nell’anello belga si invola solitario Vittorio Adorni. Il campione italiano ha una manciata di metri di vantaggio su un gruppetto di corridori che comprende, tra gli altri, anche il campione del mondo olandese Jan Janssen. La maglia iridata, presa dalla foga di rimontare Adorni, innesca una bruttissima caduta che coinvolge altri sette corridori facenti parte del gruppetto inseguitore. Dalla carambola si avvantaggia proprio Preziosi che, come un treno, si stava riportando su Adorni. A quel punto però succede quello che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il giovane italiano raggiunge il corridore della Salvarani (guidata da Luciano Pezzi), gli si affianca e con la mano sinistra si appoggia letteralmente su di lui. Adorni, sbilanciato, rallenta inesorabilmente la sua corsa rischiando inoltre di finire per terra favorendo il rivale. Preziosi dunque ha la strada spianata per il suo trionfo alla Decana. Adorni è costretto ad un secondo posto che sa molto di beffa. La giuria chiude un occhio (forse anche due) sostenendo che Preziosi è stato costretto a quel gesto per evitare di cadere. Adorni non riuscì mai ad accettare quel verdetto. Fatto sta che quella è stata la prima vittoria italiana alla Liegi, l’inizio di una storia unica.

La storia di Preziosi è una storia umile, che nasce da molto lontano, da una speranza di un futuro migliore.

La vittoria di Preziosi è la vittoria di ogni italiano che tra la polvere, il sudore e la fatica è riuscito a realizzare il suo sogno, è il riscatto di un popolo relegato all’emarginazione sociale.

Una favola da raccontare a chi fa finta di non ricordare; la storia dei minatori italiani fatta proprio di fatica, polvere e tragedie, si arricchisce dell’orgoglio, l’orgoglio di un giovane immigrato che trionfa nella Madre di tutte le classiche. Perché nessuna corsa più della Liegi-Bastogne-Liegi è un simbolo di memoria, di integrazione, di orgoglio, appunto.

La vittoria di Carmine Preziosi è avvenuta tra mille polemiche; la sostanza che ne viene fuori però è quella che basta per dare inizio a una storia magica come quella che si è instaurata negli anni tra la Decana e il Bel Paese. E, con buona pace di Vittorio Adorni, forse è giusto così.

ANDREA TAFI E LA PIETRA DI ROUBAIX INFINE CONQUISTATA

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Andrea Tafi in trionfo – da gazzetta.it

articolo di Emiliano Morozzi

Andrea Tafi nel corso della sua carriera ha corso al fianco di grandi campioni: da Michele Bartoli a Johan Museeuw, da Franco Ballerini a Paolo Bettini. Un gregario di lusso, sempre pronto ad aiutare il capitano di turno, a volte sacrificando pure le proprie ambizioni di vittoria. Un corridore a proprio agio nelle corse di un giorno, capace dopo i trenta anni di compiere imprese e record che lo hanno portato nell’Olimpo del ciclismo.

E’ suo un personalissimo record: quello di essere l’unico italiano ad avere vinto sia il Giro delle Fiandre che la Parigi-Roubaix. E uno dei pochi ad aver realizzare il trittico Fiandre, Roubaix e Lombardia al fianco di giganti del pedale come Bobet, Kuiper, Van Looy, Merckx e De Vlaeminck.

Andrea Tafi, come il compagno di squadra Ballerini, ama le pietre ed una corsa in particolare: la più difficile, la più infernale, la Parigi-Roubaix. Il toscano milita in uno squadrone, la Mapei di patron Squinzi, ma il suo ruolo di gregario spesso gli tarpa le ali quando potrebbe volare: corre l’anno 1996, Tafi è ormai già trentenne e vuole vincere la gara, si infila nel gruppo buono, forte di venti elementi, nel quale ci sono i compagni di squadra Museeuw, Ballerini, Bortolami e Leysen. Ballerini è campione in carica, ma quel giorno è bersagliato dalla sfortuna e fora tre volte, proprio quando i compagni di squadra tentano il forcing. Tafi si trova solo davanti, dietro arrivano Museeuw e Bortolami e l’ammiraglia Mapei lo ferma per aspettare il rientro dei compagni e regalare alla squadra un tris eccezionale. Pure il campione belga fora due volte, i due italiani sono costretti ad aspettarlo e al Velodromo di Roubaix lasciarlo vincere, in una scena che ha del surreale.

Tafi mastica amaro e il suo ruolo di gregario ancora una volta lo costringe a mordere il freno: siamo nel 1998, stavolta davanti c’è Ballerini, Tafi trattandosi del conterraneo ed amico stavolta accetta più serenamente l’ordine di scuderia ma si toglie lo sfizio di vincere lo sprint dei battuti ed arrivare secondo dietro il proprio capitano.

Il successo e la consacrazione arrivano un anno dopo: Tafi porta sulle spalle la maglia di campione italiano, Ballerini è andato alla Lampre e finalmente il fucecchiese veste i gradi di capitano. Ha voglia di vincere e lo dimostra nei punti chiave della corsa, dando una prima scrollata al gruppo nella Foresta di Arenberg. Una fuga con dentro il suo compagno di squadra Steels sembra potergli rovinare i piani: ancora una volta, Tafi teme di doversi inchinare agli ordini di scuderia, ma quando il gruppo riprende i fuggitivi, è lui a scappare a 36 chilometri dal traguardo.

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Tafi in azione – da pelotonmagazine.com

Il corridore della Mapei fa il vuoto, i compagni di squadra dietro rompono i cambi, ma la malasorte è in agguato: una foratura appieda Tafi, che è costretto a fermarsi e viene salvato dalla provvidenziale presenza di un uomo della squadra con la ruota di ricambio in mano. Passata la paura, l’azione dell’azzurro riprende vigore e il vantaggio si dilata fino a superare i due minuti: il giro di pista nel Velodromo gremito di Roubaix è solamente una passerella trionfale, con il pubblico in delirio che grida “Tafì, Tafì” consacrando l’eroe di giornata. L’ultimo eroe azzurro ad alzare le braccia al cielo e baciare la pietra trofeo della Roubaix.

LA TRIPLETTA SUI MURI DELLE FIANDRE DI JOHAN MUSEEUW

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La vittoria di Museeuw nel 1995 – da cyclingweekly.com

articolo di Nicola Pucci

Quassù, dove il ciclismo è religione, anzi meglio visto che non semina morte; quassù, dove si nasce e si cresce a birra e pedivelle; quassù, dove nei locali fumosi si contratta se l’uomo del pavè possa considerarsi “il cannibale” Eddy Merckx o “monsieur Roubaix Roger De Vlaeminck; ecco, tra queste lande grigie, spettinate dal vento, disseminate di viottoli che si arrampicano su per muri dalle pendenze micidiali si sono dati battaglia i giganti della strada. Benvenuti, cari amici del ciclismo, alla Ronde van Vlaanderen, ovvero il Giro delle Fiandre, che per i belgi, e magari ormai non solo loro, vale più di un campionato del mondo.

Chiedete a Johan Museeuw, ad esempio, che fece tripletta, storica, divenne un eroe ed andò a sedersi a fianco di chi prima di lui era riuscito nell’impresa. Come Achiel Buysse, che si spaccò il cranio abbandonando la carriera nel 1948 ma scampò all’orrore delle Seconda Guerra Mondiale, e in quegli anni tragici, 1940, 1941, 1943 si impose da dominatore; come Fiorenzo Magni, primo ed unico a triplicare in successione, 1949/1950/1951, meritandosi l’etichetta di “leone delle Fiandre“; come Eric Leman, fiammingo di seconda fascia che quasi nessuno ricorda ma ebbe l’ardire di trionfare, 1970/1972/1973, quando la concorrenza si chiamava Merckx, De Vlaeminck e Goodefroot, mica corridori da ridere. Boonen e Cancellara sono storia recente, hanno fatto altrettanto, ma in attesa che qualcuno cali il poker rendiamo onore al campione di Vaersenare, classe 1965, che non a caso merita un posto tra gli specialisti più grandi delle corse di un giorno.

Museeuw, che ha tempra di combattente indomito (e lo dimostrerà su qualche pietra più lontano, a Roubaix, demolendosi un ginocchio ad Aremberg compromettendo la carriera e pure rischiando la buccia, per poi tornare e domare quel traguardo altre due volte) e a queste latitudini va a nozze, si affaccia alla ribalta nel 1989 in maglia ADR, terminando 62esimo al debutto, ritirandosi l’anno dopo, per poi evidenziare una particolare predisposizione, così come un amore da portare a soddisfazione, per il Muur, ovvero il muro di Grammont che in quegli anni, con le sue rampe arcigne, è trampolino di lancio per chi vuol giungere in solitario sul traguardo posto a Meerbeke, chiudendo secondo nel 1991 quando, difendendo i colori della Lotto, si lascia scappare Edwig Van Hooydonck sul Bosberg, ultima difficoltà di giornata, che coglie la seconda vittoria in carriera.

L’approccio è promettente, lasciando immaginare quel che potrà essere il futuro, ma la delusione del 1992, edizione che premia l’audacia di Jacky Durand dopo una fuga-fiume e annota Museeuw non meglio che 14esimo, consiglia Johan a cercar fortuna in altre formazioni che possano supportarlo nel suo sogno di far sua la Ronde. Detto, fatto, per due anni il belga si accasa alla GB-MG Boys, e il 4 aprile 1993 è l’occasione giusta per cogliere la prima vittoria. Museeuw, fasciato nella maglia di campione del Belgio, stavolta non sbaglia una mossa, sempre all’avanguardia del gruppo, per esser poi presente nel plotoncino di otto attaccanti che a 68 chilometri dal traguardo prende cappello e va a giocarsi la vittoria. Tra questi ci sono i due belgi Van Hooydonck e Sergeant, l’olandese Maassen, Maurizio Fondriest che è reduce dal trionfo alla Milano-Sanremo e porta la casacca di leader della classifica di Coppa del Mondo che farà sua a fine anno, Maximilan Sciandri che ha passaporto britannico, Dario Bottaro della Mecair e Franco Ballerini che di Museeuw è compagno di squadra. Johan è scatenato, sbaraglia la concorrenza a Brakel e solo Maassen tiene la ruota, non collaborando nel finale perchè in un arrivo in volata sarebbe battuto. E volata sia, Museeuw la prende di testa, la conduce lungo le transenne, infine si impone di potenza a braccia alzate. Il tabù è infranto e il Giro delle Fiandre accoglie il suo campione prediletto.

Che l’anno dopo, 1994, è il favorito d’obbligo e nel quartetto che si presenta sul rettilineo d’arrivo, dopo esser caduto sul Vecchio Kwaremont ed esser stato costretto ad un lungo inseguimento, a giocarsi la vittoria pare il più veloce, ma deve masticare amaro, per l’inezia di 7 millimetri, perchè lo beffa il miglior Bugno mai visto da queste parti. Museeuw cova vendetta, e il  2 aprile 1995 il raddoppio è forse il più agevole del trittico fiammingo. Johan veste ora i colori della corazzata Mapei, di cui è il capitano riconosciuto per le classiche del nord, una foratura anche stavolta lo costringe a dover rientrare sui primi ma un allungo di Fabio Baldato, a 33 chilometri dalla meta, ispira al belga l’azione decisiva, che rinviene sull’azzurro che si aggancia pur palesando tutta la difficoltà nel tener testa a Johan. Che sul Grammont piazza l’affondo nel tratto al 20% di pendenza, spiana la rampa e si invola a trionfare in beata solitudine, 1’27” prima che lo stesso Baldato anticipi nella volata a due il moldavo Tchmil, che nel frattempo aveva riagganciato l’italiano. E siamo a due.

Il 1996 è l’anno di Bartoli, il “leoncino“, con Museeuw che stavolta è respinto proprio dal Grammont, infine terzo all’arrivo, per poi chiudere in un anonimo 13esimo posto nel 1997 quando porta a spasso i colori dell’iride conquistato a Lugano nel 1996. Ma Buysse, Magni e Leman sono lì ad attendere l’erede, che li appai a quota tre vittorie, e l’ora scocca il 5 aprile 1998. Museeuw fa gioco di squadra con Zanini e Ballerini in casa Mapei, seleziona il gruppo in avanti sul Tenbosse ed ancora lì, nel piccolo centro abitato di Brakel, a 26 chilometri dall’arrivo, sfruttando la strada che si impenna sotto le ruote, saluta tutti e parte da solo. Da solo scala il Grammont, da solo abborda il Bosberg, da solo si presenta a Meerbeke per la tripletta che lo consacra definitivamente, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, principe delle Fiandre.

Il tris è servito, negli anni a seguire, con l’incidere del tempo che passa, Museeuw, che di pavè e muri se ne intende proprio, trova ancora la forza di esser terzo nel 1999, inchinandosi a Van Petegem e il povero Vandenbroucke nella sprint a tre, e addirittura secondo nel 2002, ormai quasi 37enne, quando solo Tafi con un allungo nel finale gli nega la soddisfazione di essere il primo a far quaterna.

La bella storia d’amore tra Museeuw e il Giro delle Fiandre si chiude nel 2004, con un 15esimo posto, ma quel che conta è che lassù, accanto agli eroi del passato che spianarono i muri, Johan c’è. E se vi avventurate nelle locande del posto e chiedete, state certi, vi racconteranno di lui.

CIPOLLINI, UNA MILANO-SANREMO DA “RE LEONE”

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L’arrivo a braccia alzate di Cipollini – da velonews.com

articolo di Emiliano Morozzi

Ci sono corridori che hanno vinto una quantità impressionante di corse, ma non sono quasi mai riusciti ad imporsi nelle gare di maggior prestigio, quelle che consacrano un corridore al livello di campione. Uno di questi ne ha vinte ben 191: 42 al Giro d’Italia, una in più di un campione come Binda (record che resisteva dagli anni Trenta), 12 al Tour de France, come un altro monumento del pedale, Gino Bartali, 3 alla Vuelta, per un totale di 57, otto gare in meno nientemeno che del cannibale Merckx. Indovinate chi é? Il signore assoluto delle volate negli anni Novanta, un tale Mario Cipollini. Dura la vita del velocista: pochi gli onori e tanti i dolori per chi decide di dedicare la propria carriera a primeggiare nelle volate di gruppo. Chi trionfa al termine di una tappa in cima a una montagna leggendaria vede il proprio nome scritto su un cartello tramandato ai posteri, chi vince al termine di un rettilineo piatto come un biliardo invece raccoglie gloria effimera, che si esaurisce al termine della premiazione.

La carriera dello sprinter lucchese è costellata di centinaia di vittorie, ma al palmares di Cipollini manca una classica monumento. Il corridore ha il grande limite di patire anche le salite meno proibitive, e questo lo taglia fuori da classiche come la Liegi-Bastogne-Liegi o il Giro di Lombardia, non ama le pietre sconnesse della Roubaix, sul pavè se la cava ma sui “muri” del Giro delle Fiandre finisce per piantarsi, anche se vince la Harelbeke nel 1993, la corsa che fa da antipasto alla sorella più nobile. L’unica grande classica a cui può ambire è la Milano-Sanremo, che presenta un finale impegnativo ma non proibitivo: le pendenze del Poggio non sono impossibili e con una squadra che sappia tenere cucito il gruppo l’impresa si può tentare.

Cipollini ci prova una prima volta nel 1994, nel pieno della sua carriera, ma a scombinare i suoi piani è Giorgio Furlan, che riesce a fare la differenza proprio sul Poggio con uno scatto imperioso, scollina con una manciata di secondi e anticipa la volata di gruppo, nella quale è proprio “Supermario” ad imporsi. Negli anni successivi Cipollini non si avvicina nemmeno all’impresa, piazzandosi quasi sempre lontanissimo dai migliori, anche negli arrivi in volata che premiarono un velocista come Zabel.

Proprio nel 2001, ormai agli sgoccioli della carriera, Cipollini coglie un altro secondo posto ancora più amaro: l’arrivo è di quelli che piacciono a lui, volatona di gruppo, il treno Saeco fa il suo dovere, ma una scorrettezza di Planckaert lo costringe ad arrendersi a Zabel. Invece che considerare svanita la possibilità di trionfare finalmente in una grande classica, Cipollini dà appuntamento ai suoi tifosi all’anno successivo e stavolta non fallisce: la sua nuova squadra, l’Acqua e Sapone, tiene cucita la corsa fino al Poggio, sulla salita finale che domina Sanremo provano un’azione temeraria Bettini e Figueras, ma all’ultimo chilometro vengono inghiottiti dal gruppo. La gara si chiude con una volata a ranghi compatti, i compagni di squadra fanno il proprio dovere e ai meno 300 Cipollini mette le ruote davanti a tutti e finalmente arriva sul lungomare di Via Roma a braccia alzate.

Re Leoneconquista la grande classica che mancava al suo curriculum e qualche mese dopo, all’apogeo della carriera, trionferà anche al Mondiale di Zolder. Mai dire mai…

ALFONSINA STRADA, UNA DONNA… SULLA STRADA DEL GIRO D’ITALIA

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Alfonsina Strada – da podiumcafe.com

articolo tratto da GPM ciclismo

Il ciclismo è uno di quegli sport nei quali la passione e la volontà possono portare a raggiungere obbiettivi altissimi, superando ogni previsione e portando la vita di una persona direttamente nel sogno. Come nella storia di questa pioniera del ciclismo, all’alba del secolo scorso.

Alfonsina Strada nasce nelle campagne emiliane il 16 marzo 1891, fa parte di una famiglia numerosa e non ha molto tempo per i giochi, ma, quando un giorno suo padre porta a casa una vecchia bicicletta tutta arrugginita, la sua vita cambia. Si innamora di quelle due ruote ed inizia a passarci tutto il tempo che può, è stata contagiata da quella malattia incurabile che è la passione per la bicicletta. Ci va sempre, in bicicletta, e va anche forte, tanto che qualche anno dopo inizia a partecipare ad alcune gare di nascosto dai genitori, che non condividono questa sua passione. Ma certi segreti difficilmente rimangono a lungo tali. Infatti, quando il padre e la madre vengono a sapere delle sue gare, non sono affatto contenti, e a quel punto “Fonsina” si trova davanti ad un bivio: o la bicicletta o la sua famiglia.

Per Alfonsina l’amore per la sua bici è troppo grande, e così, appena sedicenne, decide di trasferirsi a Torino, dove il movimento ciclistico è molto forte e dove una donna che vuole gareggiare è quantomeno tollerata. Lì inizia a competere contro le altre donne, ed è un dominio assoluto: viene proclamata “la migliore ciclista italiana“. A Torino conosce un ciclista famoso a quell’epoca, un tale Messori, un uomo grande e grosso con una potenza strepitosa, che gli permette di realizzare il record mondiale dei 500 metri da fermo. Messori la prende a ben volere, la segue negli allenamenti, le dà consigli e le fa anche da “manager“. La porta con sé ad una gara a San Pietroburgo, e gli Zar sono talmente impressionati da questa donna che corre contro gli uomini che le donano una medaglia; nel 1911 realizza anche il record di velocità femminile con 37 km/h.

Proprio nel 1911 si trasferisce a Milano, ma di fatto è sempre in giro per partecipare a qualche gara. E’ particolarmente apprezzata in Francia, dove le donne che gareggiano in bici sono quasi la normalità, mentre in Italia è vista con scetticismo e non le vengono risparmiate critiche pungenti. Nel 1915 l’Italia entra in guerra, molte manifestazioni sportive vengono cancellate, ma alcune corse ciclistiche più importanti rimangono per dare al popolo un motivo di svago dalla guerra. E’ proprio in una di queste occasioni che Alfonsina realizza uno dei suoi sogni. E’ il 2 novembre del 1917, è passato meno di un mese dalla disfatta di Caporetto e si corre il giro di Lombardia. Gli iscritti sono pochi, ma la gara si deve correre lo stesso, perché si deve dare una sensazione di serenità al paese, come scrive il direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo: “una gara ciclistica si svolge mentre il nemico, varcato un tratto della patria frontiera, crede con orgoglio offensivo di avere fiaccato ogni energia italiana e di avere la nostra Nazione alla sua mercé …“. Alfonsina si presenta al via tra lo stupore dei presenti, tra gli avversari c’è il mitico Girardengo, che negli anni avrà parole di stima per la ragazza. La corsa termina con la vittoria del belga Philippe Thys, che ha la meglio in una volata ai limiti del regolamento sul francese Hénri Pelissier e l’italiano Leopoldo Torricelli. Alfonsina arriva dopo un’ora e mezza e si classifica all’ultimo posto, ventinovesima ma su più di quaranta iscritti, alcuni dei quali non terminano affatto la corsa.

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Sulle strade del Giro – da it.wikipedia.org

Gli anni successivi sono pieni di soddisfazioni per lei, partecipa alla Milano-Modena e ancora al Giro di Lombardia nel 1918, ma la gioia più grande arriva nel 1924, quando realizza il grande sogno di ogni ciclista italiano: correre il Giro d’Italia. Il tutto è frutto di una serie di circostanze favorevoli, oltre che della caparbietà di Alfonsina: infatti, quell’anno ci sono problemi a trovare iscritti, in quanto le squadre più blasonate decidono di non partecipare alla corsa in aperta polemica con l’organizzazione, che si rifiuta di assegnare ricompense ai partecipanti. Allora, alla richiesta di iscrizione da parte della ragazza, Emilio Colombo risponde in maniera affermativa, poiché non c’è nel regolamento niente che impedisce la partecipazione di una donna. Inoltre, ritiene ciò una mossa promozionale, che può suscitare un certo interesse nella corsa. Per evitare polemiche, però, si decide di scriverla sulla lista dei partenti con il nome di “Alfonsin Strada“, il che inizialmente trae in inganno più di qualcuno. Il trucco viene svelato il giorno della partenza, e Alfonsina prende il via tra le opinioni contrastanti degli appassionati. La Strada conclude tutte le tappe a diverse ore dai vincitori, ma solo due volte all’ultimo posto. Durante la quartultima tappa, la L’Aquila-Perugia, complice il maltempo e numerosi problemi tecnici, arriva fuori tempo massimo, ma nonostante questo le viene permesso di concludere la corsa fuori classifica. Alfonsina dunque, dei novanta partiti da Milano, risulta una degli appena trenta partecipanti riusciti a percorrere tutti i 3613 km di quel Giro d’Italia.

Durante gli anni successivi, ad Alfonsina non viene più permesso di partecipare al Giro, ma oramai ha lasciato il suo segno indelebile nella storia della “Corsa Rosa“. Continua a gareggiare fino a che può, togliendosi molte soddisfazioni e riuscendo anche a battere in diverse occasioni i suoi colleghi uomini.

Di sicuro, a noi rimarrà il ricordo e la stima per una donna che ha inseguito la sua passione e i suoi sogni fino a realizzarli, anche a costo di dover andare a sbattere contro le convenzioni sociali dell’epoca, e di come, una volta di più, la bici sia simbolo di libertà dai pregiudizi.

TOUR 1953, L’INIZIO DEL TRIS GIALLO DI BOBET

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Louison Bobet sulle strade del Tour 1953 – da cycling-passion.com

articolo di Nicola Pucci

Tra i mammasantisima del ciclismo, a Louison Bobet è riservato un posto tra i primissimi. Questo è fuori di dubbio. E se può vantarsi di aver cantato vittoria alla Milano-Sanremo e al Giro di Lombardia (1951), al Giro delle Fiandre (1955), alla Parigi-Roubaix (1956), addirittura al Campionato del Mondo (Solingen, in Germania, 1954), nondimeno somma una tripletta gialla al Tour de France da collocarlo, ed è un mio personalisimo parere, subito alle spalle di Bernard Hinault, e magari davanti a Jacques Anquetil, sul podio virtuale dei grandi transalpini in bicicletta.

La storia d’amore tra  Bobet e la Grande Boucle ha inizio nel 1947, quando il bretone (già, proprio come Hinault) di Saint-Méen-le-Grand debutta ritirandosi alla nona tappa nella prima edizione del secondo dopoguerra, vinta dal connazionale Jean “testa di vetro” Robic. Louison negli anni successivi è quarto nel 1948 del bis di Bartali e sale per la prima volta sul podio, terzo, nel 1950, preceduto da Kubler e Ockers, per esser poi solo ventesimo nel 1951 ed esser costretto alla rinuncia l’anno dopo, operato alle vie nasali per un problema respiratorio.

1953. Infine è l’anno di infrangere il tabù del Tour de France. La nazionale transalpina ha in Lucien Teisseire e Raphael Gemignani gli uomini di punta, ma Bobet non può certo accontentarsi di giocare il ruolo di terzo incomodo tra i due compagni di bandiera, e la sua ambizione verrà premiata. In assenza di Fausto Coppi, che vinse nel 1952, l’Italia ha in Giancarlo Astrua il numero 1 di pettorale e Bartali e Magni, quarto e sesto rispettivamente l’anno prima, i due leader, mentre la Svizzera si affida a Koblet, trionfatore nel 1951, un giovanissimo Charly Gaul debutta con la maglia del Lussemburgo, Close e Impanis proveranno a non far rimpiangere Ockers per il Belgio e Olanda a Spagna, prive di un campione di riferimento, hanno il compito di scombussolare i piani dei favoriti giocando d’azzardo.

Nell’anno del cinquantenario della Grande Boucle, che cominciò il suo meraviglioso racconto agonistico nel 1903 con la vittoria dello “spazzacamino” Maurice Garin, si parte da Strasburgo il 3 luglio, ci sono da disputare 22 tappe e da percorrere 4.479 chilometri, con meta finale, al solito, fissata al Parco dei Principi di Parigi.

Lo svizzero Fritz Schaer, che fu il primo elvetico in maglia rosa e che a fine Tour avrà l’onore di indossare la definitiva maglia verde appena introdotta a premiare il capoclassifica della graduatoria a punti, vince le prime due frazioni a Metz e Liegi, in entrambi i casi anticipando l’olandese Wagtmans ed in entrambi in casi coronando due tentativi dalla distanza che gli permettono di vestire pure le insegne del primato con i favoriti tenuti a distanza di sicurezza. A Caen si impone Jean Mallejac, regionale della squadra Ouest che ha nel “vecchio” Robic il capitano, e a sera il connazionale Roger Hassenforder, altro regionale che corre per la squadra Nor-Est/Centre, scalza Schaer dalla vetta della classifica.

In realtà le prime frazioni, prive di difficoltà altimetriche, consentono a corridori di seconda fascia di meritarsi la vetrina, tra questi il pesarese Livio Isotti che trionfa nella settima tappa con arrivo a Nantes, mentre Fiorenzo Magni legittima le sue aspirazioni conquistando di forza la frazione chi si conclude a Pau, anticipando avversari del calibro di Koblet, Robic, Schaer che riconquista la maglia gialla, e Bartali. Proprio da Pau si avvia la decima tappa, che porta infine i protagonisti a scalare le rampe pirenaiche del Col d’Aubisque, per una frazione breve, solo 103 chilometri, ma che in conclusione a Cauterets assegna la vittoria allo spagnolo Lorono, permette a Schaer di avvantaggiarsi ancora di qualche secondo sui diretti concorrenti per la classifica generale, certifica la competitività di Robic, legittima l’aspirazione di Bobet di poter infine rivaleggiare per la vittoria a Parigi e boccia Koblet, costretto all’abbandono da una caduta scendendo proprio dall’Aubisque. Tanto più che il giorno dopo, 14 luglio, la festa nazionale si risolve, verso Luchon e con le asperità proposte, Tourmalet, Aspin, Peyresourde, in un duello tra i due transalpini più in forma, Robic che stravince e indossa la sua prima maglia gialla in carriera, e lo stesso Bobet che chiude secondo distanziato di 1’27” ma a sua volta ben davanti agli altri campioni, risalendo in graduatoria al quinto posto seppur con oltre nove minuti di ritardo da “testa di vetro” che precede di 18″ Schaer, l’altro francese Bauvin di 1’50” e Astrua di 7’12”.

Lo sappiamo, sono gli anni del Tour de France degli eroi, delle azioni garibaldine, delle cotte e delle improvvise risalite, e non sono certo i minuti al passivo ad aver già designato chi il Tour lo vincerà e chi invece lo perderà. In effetti, dopo le vette dei Pirenei, la tappa di Albi, di complessivi 228 chilometri, infiamma l’ardore di chi ha voglia di contrattaccare, e tra questi è la volta di un gruppo di temerari che lascia il plotone a oltre venti minuti permettendo a Darrigade di conquistare la vittoria parziale e a François Mahé di guadagnare la vetta della graduatoria. Neanche il tempo di prender fiato che 24 ore dopo, pedalando in direzione di Beziers, un drappello di nove corridori rende pan per focaccia a Mahé, venti minuti di distacco, e tra questi al comando ci sono Lauredi, che trionfa, Bobet, che incendia la tappa ispirato dal suo direttore sportivo Marcel Bidot, Gemignani, Mallejac, che indossa la casacca gialla, Astrua, Close, Bauvin, Rolland e Wagtmans, selezionando così gli atleti che da qui al termine del Tour si daranno battaglia per l’ultima maglia, quella della consacrazione. Tra questi, ahimè, non c’è più Robic, che cade nella discesa del Col de Fauredon, perde 45 minuti, riesce ad arrivare al traguardo sanguinante ma il giorno dopo non si presenta al via.

Mallejac, che compie 24 anni il 19 luglio, tiene il comando della corsa nelle quattro tappe che a Nimes, Marsiglia, Monaco e Gap celebrano le vittorie in successione di Quennehen, Quentin, Van Est e Wagtmans, ed è l’ora di affrontare le Alpi che presumibilmnte rivoluzioneranno il volto della classifica. Almeno secondo le attese degli addetti ai lavori.

Il 22 luglio tra Gap e Briançon c’è da scalare il Col de l’Izoard, ed è qui che si scrive la storia del Tour de France 1953. E’ il giorno eletto da Bobet e Marcel Bidot per scatenare l’offensiva risolutiva, e Louison non spreca l’occasione. Sul Col du Vars semina il plotone, raggiunge il compagno di squadra Adolphe Deledda spedito in avanguardia, insieme incrementano il vantaggio, rimane solo sull’Izoard e va a conquistare vittoria e maglia gialla. Nolten e Loroño, che non competono per la generale, accusano un ritardo di oltre cinque minuti, Mallejac, Astrua, Bartali e Gemignani quasi undici minuti.

Gioco, partita, incontro, Bobet è infine re di Francia e la vittoria al Parco dei Principi ha il suggello anche della vittoria, netta e senza appello, nella cronometro del terz’ultimo giorno, 70 chilometri tra Lione e St.Etienne che il campione bretone domina relegando Mallejac ed Astrua a quattro minuti. A Parigi Magni fa passerella dopo quasi dieci ore di corsa (!!!), ultima fatica di un Tour de France che se penalizza Bartali e Fiorenzo, non meglio che undicesimo e quindicesimo in classifica generale, altresì regala ad Astrua la soddisfazione di salire sul terzo gradino del podio, seppur staccato di 15’01″dal capoclassifica.

Bobet batte Mallejac di 14’18” per la doppietta francese, ed è il primo successo in giallo per Louison. Non sarà l’ultimo… ma questa è proprio un’altra storia, e profuma di leggenda. La leggenda del Tour de France e degli eroi del pedale.

 

ROMANS VAINSTEINS, UNA METEORA MONDIALE NEL CIELO GRIGIO DI PLOUAY 2000

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L’arrivo di Vainsteins al Mondiale di Plouay – da photos.grahamwatson.com

articolo di Nicola Pucci

La caduta del comunismo e del veto da questo imposto ai suoi atleti di acquisire lo status professionistico apre le porte del ciclismo che conta, anno 1989, ad una selva di campioni che hanno trovato poi modo di apparire nell’albo d’oro delle classiche ciclistiche più prestigiose. Penso ad Andrei Tchmil, autore di un trittico da antologia a Roubaix (1994), Sanremo (1999) e Giro delle Fiandre (2000), penso ad Evgenij Berzin che nel suo anno di grazia, 1994, spianò lo cotes della Liegi-Bastogne-Liegi e iscrisse il suo nome al lotto dei vincitori in maglia rosa al Giro d’Italia, così come fu capace di fare Pavel Tonkov nel 1996, penso a Piotr Ugrumov che nello stesso 1994 salì sul podio, secondo, al Tour de France, battuto solo da sua maestà Miguel Indurain che già lo aveva anticipato dodici mesi prima sulle strade del Giro d’Italia 1993, infine penso anche a Vladislav Bobrik, che a completare un 1994 all’insegna del ciclismo targato CCCP, beffò Chiappucci e Richard al Giro di Lombardia. Ergo, le cinque classiche monumento e i due principali Giri (aggiungete il terzo posto di Tonkov alla Vuelta 2000) hanno indelebili tracce di falce-e-martello tra coloro che ne hanno fatta la storia.

Ma il Mondiale è un’altra cosa, lì c’è ancora da firmare la fatidica “prima volta“. E’ vero che proprio l’anno del debutto vide il talentuosissimo Dmitrij Konyshev inchinarsi a Chambery solo al secondo Greg Lemond in maglia iridata, per poi chiudere in terza posizione la gara 1992 che celebrò pure qui il secondo trionfo di Gianni Bugno davanti a Laurent Jalabert, ma la corsa di un giorno che assegna una maglia per un anno ancora è negata ai ciclisti in provenienza dalla “grande madre Russia“. Fino all’apparire sulla scena di un giovanotto lettone, Romans Vainsteins, che avrà l’onore di rompere il sortilegio.

Nato a Talsi, in Curlandia, il 3 marzo 1973, Vainsteins si mette in luce nelle categoria giovanili, dotato di un eccellente spunto veloce e di abilità nel leggere tatticamente le corse più impegnative. La classe è indubbia e non sfugge all’occhio attento di Gianni Savio, che nel 1998 lo assolda alla sua Kross-Selle Italia dopo un anno di apprendistato al Team Polti diretto da Gianluigi Stanga. Mette in bacheca il successo al Gran Premio Industria ed Artigianato, che ha nelle rampe del San Baronto le difficoltà altimetriche più importanti, per poi già essere undicesimo alla sua prima esperienza mondiale a Valkenburg, evidenziando un feeling con la corsa iridata che di lì a due anni troverà clamorosa conferma.

Se il 1999, passato a difendere i colori della Vini Caldirola di Roberto Amadio che crede ciecamente in lui, in effetti è la stagione che certifica l’intromissione di Vainsteins tra i più validi pretendenti alla vittoria nelle grandi classiche, mettendo la firma in due tappe della Tirreno-Adriatico, vincendo la Settimana Ciclistica Internazionale, imponendosi sul traguardo di Foggia al Giro d’Italia e chiudendo la stagione con la trionfale escursione alla Parigi-Bruxelles, l’anno dopo è nono alla Milano-Sanremo, terzo al Giro delle Fiandre e quattordicesimo alla Parigi-Roubaix, preludio della prodezza di ottobre sulle strade bretoni di Plouay, annunciata anche da un’altra vittoria alla Tirreno-Adriatico, corsa a lui congeniale, e al successo alla Coppa Bernocchi.

15 ottobre 2000, giorno della prova il linea riservata ai professionisti. Oscar Freire è il detentore del titolo, frutto dell’inattesa sparata all’ultimo chilometro a Verona l’anno prima, ed è il favorito di una gara che se ha nello spagnolo l’uomo forte, nondimeno ha nella Nazionale italiana diretta da Antonio Fusi la formaziona di riferimento. Gli azzurri schierano la coppia Bartoli-Bettini di punta, con luogotenenti del calibro di Rebellin e Casagrande, Simoni e Celestino sono liberi di giocare le loro carte alla distanza, Scinto, Zanette, Barbero e Faresin operano in aiuto dei capitani e due promettenti come Di Luca e Petacchi completano i dodici tricolori all’assalto del sogno arcobaleno. Gli avversari, lungo i 268,9 chilometri previsti di un tracciato vallonato ma non esageratamente selettivo distribuito su 19 giri, tra i 156 partenti sono parecchi: di Freire già sappiamo, la Svizzera si affida a Camenzind che nel 1998 vinse tra i mulini di Valkenburg, Jalabert insegue una corsa per lui stregata e divide con Brochard, campione del mondo nel 1997 a San Sebastian, i gradi di capitano della Francia, Van Petegem guida il Belgio ben supportato proprio da Tchmil che ha preso la cittadinanza fiamminga, Boogerd è la carta migliore in casa Olanda e il polacco Spruch, il russo Konyshev, i danesi Rolf Sorensen e Hamburger, Maximilan Sciandri che batte bandiera britannica e il kazako Vinokourov sono gli altri attesi protagonisti.

Fa fresco alla partenza, per la pioggia battente del giorno prima, anche se il sole fa capolino e ispira al terzo giro l’attacco del belga Marichal sulla Cote de Lezot, subito seguito a ruota da due francesi, Beneteau e Moreau, due spagnoli, Diaz Justo e Jimenez, un italiano, Di Luca, un russo, Lelekin, un olandese, Pronk, e uno svizzero, Beuchat. Moreau e Lelekin si sbattono perché il vantaggio assuma proporzioni interessanti, circa sei minuti, mentre Marichal e Di Luca, passivi, agiscono a protezione dei capitani che entreranno in lizza nelle tornate decisive.

In gruppo è la Polonia a tirare, per favorire Spruch e Wadecki, e il vantaggio dei fuggiaschi scende a 3’30” con poco più di 100 chilometri ancora da percorrere. Di Luca forza i tempi sulla Cote de Ty-Marrec e rimane in avanscoperta con Moreau, Beuchat, Pronk e Marichal, ma il destino dei cinque è naturalmente segnato. Danilo in avanti è scatenato, proprio mentre la Nazionale italiana comincia a stazionare in testa al plotone nel disegno tattico del commissario tecnico Fusi di selezionare i migliori. Brochard e Zubeldia ci provano ma non hanno spazio, ed è Luca Scinto, all’approccio del Circuito Perron, a scremare in avanti i corridori che andranno a giocarsi la vittoria e a vanificare, dopo 170 chilometri di fuga, il tentativo dei garibaldini della prima ora.

Qui si fa la storia del Mondiale di Plouay 2000. A 38 chilometri dall’arrivo Bartoli azzarda l’attacco, consapevole di poter fare il vuoto da lontano come già in passato gli è riuscito alla Liegi, al Fiandre, alla Freccia Vallone e proprio alla premondiale disputata a Plouay, seppur con chilometraggio inferiore, il 30 agosto. Ma stavolta al pisano l’azzardo non paga. Tchmil e Brochard non gli lasciano spazio, e quando mancano due giri al termine la contesa è ancora tutta da definirsi. Ci prova allora Axel Merckx, figlio d’arte di un grandissimo impossibile da eguagliare, che guadagna 10″ ma viene risucchiato da Faresin e Beltran, che con lui corrono abitualmente in maglia Mapei. Entra in gioco Rebellin sull’ultima ascesa della Cote de Lezot, e per qualche istante il buon Davide, che a distanza di anni è ancora in gruppo, sembra poter frantumare il gruppo, ma gli spagnoli non mollano la presa, Beltran e Rubiera su tutti, compattati in nome di Oscar Freire.

Bum, ecco la sparata di Tchmil, che ha la dinamite nei polpacci e magari potrebbe azzeccare il colpaccio come già fece a Sanremo l’anno prima. Il moldavo diventato belga acquisisce un margine di 6″ ma non è ancora giunto l’attimo fuggente, così come non è quello di Simoni, che attacca ma poi si pianta sulla Cote de Ty-Marrec, e di Casagrande che ai 1.500 metri è in testa sulla sinistra della strada per poi vedersi scavalcare dal gruppo che rinviene a velocità doppia sulla destra. Bum, altra sparata di Tchmil, sotto la banderuola rossa dell’ultimo chiloemtro, e stavolta sembra proprio che sia quella giusta, con Rebellin che prova ad agganciarsi ma non ci riesce.

Il finale è cardiopalmatico. Tchmil pesta sui pedali, sente sul collo il fiato del gruppo che lo risucchia infine a poche decine di metri dal traguardo, dove Bartoli e Bettini non fanno gioco di sqaudra, Freire vede il bis iridato, Spruch rimane ad un soffio dall’impresa di una vita ed infine a tagliare per primo la linea d’arrivo è lui, Romans Vainsteins, che non ti aspetti proprio, sempre al riparo nella pancia del gruppo per le 6 ore 15 minuti 28 secondi di sviluppo della corsa, ma veloce quanto basta per trionfare a braccia alzate.

L’incantesimo è rotto, tracce di falce-e-martello salgono sul gradino più alto del podio, e per Vainsteins si aprono le porte di una carriera che si annuncia promettente. Non sarà così, ed allora è giusto che si parli di una meteora nel cielo grigio di Plouay. Correva l’anno 2000.

 

ALBERT RICHTER,IL TEDESCO “A OTTO CILINDRI” UCCISO DAL NAZISMO

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Albert Richter si rifiuta di fare il saluto nazista – da emergenzeweb.it

articolo tratto da GPM ciclismo

La storia che tratteremo oggi è una di quelle come solo lo sport sa regalarci. Ci racconta di un ciclista, un pistard tra i più forti degli anni 30, ma ci narra anche di amicizia, di coraggio, forza e libertà, quella libertà che una bicicletta rappresenta meglio di qualsiasi altro oggetto.

Questa è la storia di un uomo che per la sua libertà e per quella degli altri ha saputo rinunciare ad ambizioni personali e vittorie, fino alla fine: nell’inseguire i suoi ideali, è stato privato persino della vita; ed è proprio dalla fine, tragica, che inizieremo a raccontare.

E’ il 2 gennaio del 1940 e su tutti i giornali nazisti appare la notizia che Albert Richter è stato trovato morto in una cella del carcere di Lorrach, una cittadina tedesca al confine con la Svizzera. Richter era stato arrestato il 9 dicembre, si dice grazie alla spia fatta da due sue rivali che venivano regolarmente battuti, ma questo non si saprà mai con certezza. Quel che è certo è che fu arrestato mentre cercava di varcare il confine con 13.000 marchi nascosti nella sua bicicletta. I giornali, per screditarlo, diranno che sono soldi rubati, ma in realtà sono i risparmi di una famiglia ebrea di suoi amici che dovevano essere salvati dal regime. Gli stessi giornali diranno anche che Albert si è suicidato per la vergogna: falso, è stato ucciso dalla polizia tedesca perché era un personaggio scomodo.

Albert Richter è stato ucciso perché aveva un allenatore ebreo e perché era un antinazista. In realtà lui non si definì mai tale, il buon senso al tempo prescriveva di non farlo, ma si è sempre rifiutato di indossare la maglia con la svastica durante le gare, preferendone una più classica con disegnata l’aquila simbolo della Germania. Inoltre, non amava fare il saluto nazista dopo le sue vittorie, si rifiutava di fare la spia di ritorno dai frequenti viaggi che faceva per gareggiare e per finire rifiutò la chiamata alle armi dichiarando, dopo aver passato buona parte della sua carriera sfrecciando sui velodromi francesi, “io non sparo ai miei amici“.

La storia di Richter è simile a quella di molti ciclisti del suo tempo: fa il garzone in una bottega, e a tempo perso si reca al velodromo di Colonia per allenarsi di nascosto dal padre che riteneva la bicicletta una perdita di tempo. Lo fa solo per passione, ma un giorno viene notato da Ernst Berliner, un mobiliere, ex corridore di origine ebraica malvisto dalle camice brune ma con la fama di ottimo preparatore di ciclisti. Da quel giorno, tra i due nasce oltre ad un rapporto professionale un sentimento di amicizia che Albert non rinnegherà mai. Sotto la guida di Berliner, il giovane Albert comincia ad avere i suoi primi successi, si reca spesso in Francia, dove il ciclismo su pista è più all’avanguardia, e nel 1932 a Roma conquista la medaglia d’oro ai mondiali dilettanti su pista.

Nello stesso anno non gli viene permesso di partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles, ufficialmente per mancanza di fondi, ma forse perché un atleta allenato da un ebreo non poteva rappresentare la Germania. Negli anni successivi partecipa a parecchie corse vincendone più di una e meritandosi il soprannome di “tedesco ad otto cilindri“, perché dicevano che sembrava che avesse un motore nella sua bici. Arriva sul podio ai mondiali e la sua carriera sembra andare per il verso giusto, ma il suo allenatore è costretto a fuggire dalla Germania e lo esorta a fare altrettanto. Lui inizialmente si rifiuta, nonostante abbia numerose occasioni, e torna l’ultima volta a Berlino nel 1939, partecipando al Grand Prix e vincendolo. Rientrato nella sua Colonia, si rende conto che per lui rimanere nella Germania nazista non è più possibile, allora decide di scappare portando con se quel denaro che gli sarà fatale.

Il resto è storia, la propaganda nazista non vuole che lui diventi un martire, e allora cerca di infangare la sua figura, cerca di farlo apparire come un ladruncolo qualsiasi, cerca di far dimenticare le sue vittorie, perché un esempio come il suo può risultare pericoloso. Inizialmente ci riescono, ma dall’altra parte dell’oceano c’è qualcuno che non ci sta. È il suo amico Ernst Berliner, che nel frattempo, passando per l’Olanda, è fuggito fin negli Stati Uniti, ma non lo ha mai dimenticato e allora si prodiga per cercare la verità e per riabilitare il nome del suo amico, del suo campione, che è stato infangato. E alla fine ci riuscirà.

Oggi il velodromo di Colonia si chiama “Albert Richter” e tutti in Germania conoscono la vera storia di questo uomo coraggioso, che non si è piegato al regime ed ha dovuto pagare il prezzo più alto per la sua libertà, ma che, in conclusione, come in un lieto fine sarà ricordato nei secoli a venire come un grande atleta ma soprattutto come un grande uomo.

TONKOV E LA ROSA CONQUISTATA DEL 1996

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Tonkov in maglia rosa al Giro d’Italia 1996 – da photos.grahamwatson.com

articolo di Emiliano Morozzi

Ci sono stati pochi corridori in grado di staccare Pantani nel 1998, l’anno magico del Pirata, e uno di questi è il russo Pavel Tonkov. Un corridore venuto dalle pendici dei Monti Urali con le stimmate del campione, brillante su tutti i terreni e dotato di una costanza di risultati che solo i grandi corridori hanno.

La carriera di Tonkov comincia alla grande: al primo Giro da professionista nel 1992 si piazza settimo e negli anni successivi il suo rendimento rimane eccellente, con la quinta piazza nel 1993, la quarta nel 1994 e la sesta nel 1995. Al russo però manca qualcosa per arrivare al livello dei grandi del ciclismo: la capacità di fare la differenza, di piazzare l’attacco che fa saltare il banco. C’è sempre qualcuno che va più forte di lui: l’inarrivabile Indurain prima, la sorpresa Berzin e uno scatenato Pantani nel 1994, lo svizzero Rominger, padrone dell’edizione 1995. I limiti di Tonkov vengono a galla: va forte in salita, ma soffre le pendenze troppo dure, va forte a cronometro, ma di fronte agli specialisti paga dazio.

Sembra destinato a una carriera da eterno piazzato, ma il 1996 è l’anno della riscossa. La Gazzetta dello Sport, da sempre organizzatrice della corsa rosa, festeggia i cento anni, così come le Olimpiadi moderne: il Giro parte da Atene con una nutrita pattuglia di pretendenti al trono. Mancano è vero i big del pedale: Pantani ha una gamba distrutta dopo l’incidente alla Milano – Torino, Indurain vuole prepararsi al meglio per vincere il sesto Tour, Rominger, campione uscente, cerca la rivincita contro l’imbattibile navarro sulle strade di Francia.

Ci sono però nomi importanti: Berzin, vincitore nel 1994 e secondo l’anno dopo, l’attempato ma sempre temibile Ugrumov, Olano, giovane spagnolo fortissimo a cronometro che veste la casacca di campione del mondo e che qualcuno dipinge già come l’erede di Indurain. E ovviamente Tonkov, che stavolta non si accontenta del ruolo di comprimario.

Le tappe elleniche scorrono via senza scossoni alla classifica, e fino alla sesta frazione gli arrivi sono tutti preda dei velocisti: Martinello, Magnusson, Lombardi, Cipollini ed Edo nell’ordine. L’arrivo in leggera salita di Catanzaro porta Hervè a vincere la tappa e vestire la rosa, ma il giorno dopo, sulle ostiche rampe di Monte Sirino, la classifica è rivoluzionata, anche se con distacchi minimi: Rebellin conquista tappa e maglia, Tonkov però è subito dietro e distanza gli avversari di una manciata di secondi.

Il percorso non è particolarmente selettivo e bisogna aspettare la tredicesima tappa, con l’ascesa di Pratonevoso, per vedere la classifica subire un’altra variazione, e stavolta la scossa la dà Tonkov, che molla la ruota degli avversari e si mette in prima fila a fare selezione: in cima alla salita, il russo batte in volata il lettone Ugrumov e lascia Zaina a 21 secondi, Olano a 33 e Berzin a quasi un minuto. Il colpo però non è decisivo: Ugrumov, che in salita va forte, è a soli 20 secondi, e ad un minuto e mezzo ci sono Olano e Berzin, che a cronometro volano.

Il giorno dopo si sconfina in Francia e la tappa è di quelle che fanno paura: Maddalena, Vars e Izoard in fila, ma il russo difende la maglia rosa dagli attacchi e la tiene fino alla cronometro di Marostica. Qui vengono fuori i limiti di Tonkov, che pur piazzandosi quarto, becca un minuto e mezzo da Berzin e Olano, salva la maglia rosa per un solo secondo su Olano ma ha un vantaggio risicatissimo sugli avversari da proteggere nella durissima tappa dolomitica.

Sul Fedaia, salita dalle pendenze decisamente dure, il russo soffre (come soffrirà due anni dopo contro la coppia Pantani – Guerini) ma a metterlo in difficoltà non sono i diretti avversari ma il sorprendente Enrico Zaina, compagno di squadra di Pantani, che quel giorno sulla tremenda dritta che sale verso la Marmolada vola. Tonkov gli va dietro, staccando un Berzin alla canna del gas e un Olano palesemente in difficoltà, ma dopo qualche chilometro pagherà egli stesso lo sforzo nello stare dietro agli scatti dello scatenato corridore della Carrera. Passato il Fedaia, sulla seconda ascesa del Pordoi, Olano rientra e prova ad alungare sul russo, lo stacca di pochi metri nel finale e gli strappa la maglia rosa.

Tonkov non si arrende: il giorno dopo c’è un’altra tappa di montagna che fa paura: Mendola, Tonale, il temibile Gavia e l’ancor più duro Mortirolo prima della passerella sull’Aprica. E’ proprio sul Mortirolo che Tonkov fa suo il Giro: prima risponde agli attacchi combinati di Zaina e Ugrumov, poi si mette in testa a scandire il passo e quando Gotti scatta, gli va dietro distanziando gli avversari. Il bergamasco vince sul traguardo dell’Aprica, il russo lascia Olano a quasi tre minuti e dopo quattro anni di infruttuosa caccia conquista finalmente la maglia rosa.