WALDEMAR BASZANOWSKI, IL SOLLEVATORE CHE RISCATTO’ CON I PESI LA TRAGEDIA DELLA VITA

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Waldemar Baszanowski in azione – da iwf.net

articolo di Nicola Pucci

Lo sport, fortunatamente oseremmo dire, non solo celebra i suoi campioni innalzandoli al rango di eroi, ma pure rappresenta, in alcuni casi, il veicolo primario per ammortizzare, od almeno riscattare, le tragedie che ne segnano l’esistenza.

Pensate, ad esempio, a Waldemar Baszanowski, che la sera dell’8 luglio 1969, alla guida dell’automobile assieme alla moglie Anita ed al figlioletto di 6 anni, finisce in un fosso provocando l’incidente che costa la vita alla consorte. Ebbene Baszanowski, che è già una leggenda del bilanciere, trae forza dall’accadimento luttuoso per continuare una carriera che pareva ormai declinare verso il capolinea, per inseguire, ed ottenere, altri successi ancora.

Ma andiamo per ordine, ricordando che Baszanowski nasce a Grudziądz, città polacca del voivodato della Cuiavia-Pomerania che si affaccia sulla Vistola, il 15 agosto 1935, e si avvicina alla pratica del sollevamento pesi quando, soldato 21enne dell’esercito, comincia ad allenarsi all’AWF di Varsavia. Il talento è naturale, e nel breve volgere di quattro anni Waldemar, che nel frattempo studia e si diploma come insegnante di educazione fisica al College of Physical Education di Varsavia, è pronto per le grandi competizioni internazionali, debuttando nella categoria dei pesi leggeri, -67,5 kg., proprio alle Olimpiadi di Roma del 1960, quando solleva un totale di 370 kg. terminando quinto nella gara vinta dal sovietico Bushuev che con 397,5 kg. segna il nuovo record del mondo.

E’ solo l’inizio di un’avventura agonistica che permetterà a Baszanowski non solo di entrare a pieno titolo nella Hall of Fame of IWF, ma anche di venir considerato, in un sondaggio della stessa Federazione Internazionale di Sollevamento Pesi fatto alla fine dello scorso Millennio, il terzo pesista più grande di sempre, alle spalle del turco Naim Suleymanoglu e dell’ungherese Imre Foldi.

Waldemar solleva con eleganza e velocità senza eguali, la sua tecnica è sopraffina e i risultati, in effetti, lo premiano a ripetizione. Nel 1961, a Vienna, batte il sovietico Sergey Lopatin e il connazionale Marian Zielinski e mette in bacheca il primo di una serie di cinque titoli mondiali, a cui aggiungere, in sede iridata, cinque medaglie d’argento, sempre nella categoria dei pesi leggeri, ad eccezione dell’edizione 1966, a Budapest, quando il polacco sconfina tra i pesi medi, -75 kg., terminando alle spalle dell’ennesimo sollevatore falce e martello, Viktor Kurentsov.

Ma la gloria attende Baszanowski, e alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 il sollevatore polacco è stavolta il migliore del lotto di 20 concorrenti, dando vita ad una sfida epica con il sovietico Vladimir Kaplunov, grande rivale nel corso degli anni Sessanta, con i due atleti che chiudono entrambi con il nuovo primato del mondo di 432,5 kg. ed infine la medaglia d’oro che cinge il collo di Baszanowski che alle operazioni di peso risulta 67,15 kg. contro i 67,50 kg. del rivale. Sul terzo gradino del podio sale, a completare il trionfo polacco, Zielinski, abbonato ai piazzamenti con l’eccezione dei due titoli mondiali del 1959, a Varsavia, e del 1963, a Stoccolma. 

E se nel 1965 Baszanowski è nuovamente campione del mondo, stavolta imponendosi proprio a Zielenski, ecco che ai Giochi di Città del Messico del 1968 Waldemar, atteso alla conferma a cinque cerchi, non fallisce il suo personalissimo appuntamento con la storia, seppur stavolta il successo sia ben più agevole, confortato dal nuovo primato olimpico di 437,5 kg. ed un vantaggio ampio sul secondo classificato, l’iraniano Parviz Jalayer.

Ce ne sarebbe abbastanza per appendere i pesi al chiodo e godersi una nuova pagina esistenziale volta all’insegnamento, ma il destino, crudele, attende al varco Baszanowski. Che su quella maledetta strada di provincia vede morire la moglie, a cui qualche settimana dopo, alla rassegna iridata nella sua Varsavia, dedica l’ennesimo titolo di una carriera monumentale, segnando uno dei suoi tanti record del mondo, 445 kg., che gli consente di avere la meglio dell’ungherese Janos Bagocs. Ironia della sorte, a fine 1969 Waldemar viene eletto pure Sportivo Polacco dell’Anno.

Dramma interiore ed amore per lo sport si associano, una volta ancora, e per Baszanowski, ormai 37enne, c’è tempo per un’ultima chance olimpica, a Monaco 1972, non prima aver colto due piazze d’onore ai Mondiali di Columbus del 1970 e a quelli di Lima del 1971, in entrambi i casi alle spalle del nuovo che avanza, ovvero l’altro polacco Zbigniew Kaczmarek. Ma la conclusione ai Giochi è amara, con un quarto posto alzando in totale 435 kg., di un soffio alle spalle dello stesso Kaczmarek che priva Waldemar del terzo gradino del podio in una competizione infine vinta dal sovietico Mukharby Kirzhinov.

Waldemar Baszanowski dice basta, e se i successi lo eleggono tra i grandissimi del sollevamento pesi, anche riscattano quei segni della sofferenza che nell’anima ci sono, eccome se ci sono, e sono terribilmente incisi a fondo.

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CARLO GALIMBERTI E L’ORO OLIMPICO SOLLEVATO A PARIGI 1924

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Carlo Galimberti – da vigilifuoco.it

articolo di Nicola Pucci

Probabilmente non facciamo torto a nessuno se consideriamo Carlo Galimberti il più forte sollevatore di pesi della storia italiana. E sì che di campioni, soprattutto nella prima metà del secolo, ne abbiamo avuti, a cominciare da quel Filippo Bottino che ai Giochi di Anversa del 1920 fu il primo a cingersi il collo della medaglia più pregiata, la prima delle cinque conquistate dagli azzurri in sede olimpica, per giungere poi a Norberto Oberburger che trionfò a Los Angeles nel 1984 .

Nato a Santa Fé in Argentina da genitori immigrati, Galimberti torna a Milano da ragazzo ed è con il Corpo dei Pompieri della città meneghina che si avvicina alla pratica sportiva, dedicandosi inizialmente alla lotta e al pugilato. Ma quando scopre il bilanciere, impara tanto alla svelta l’arte del sollevamento da conquistare, tra il 1921 e il 1939, ben 18 titoli nazionali consecutivi, disimpegnandosi principalmente nella categoria dei pesi medi, sconfinando talvolta tra i medio-massimi. Ed è proprio tra i meno 75 kg. che si presenta alle Olimpiadi di Parigi del 1924, ben deciso a far valere la sua classe tra i pesi medi, e la sua prestazione sarà tanto autorevole da meritargli la medaglia d’oro.

Il 22 e il 23 luglio al Velodrome d’Hiver il favorito della gara è l’estone Alfred Neuland, che quattro anni prima ad Anversa trionfò nella categoria dei pesi leggeri, di cui poi è stato pure campione del mondo nel 1922 a Tallinn. Ed in effetti il baltico comincia bene, realizzando subito il record del mondo nello strappo con un braccio, 82,5 chili. Galimberti è pronto a rispondere con la miglior prestazione nello slancio con un braccio, 95 chili, per poi prendere il largo realizzando il record del mondo nella prova di distensione lenta a due braccia, 97,5 chili, ben 20 chili più del rivale estone.

Il vantaggio ormai è rassicurante, Galimberti segna 95 chili nello strappo a due braccia, mentre l’ultima prova, lo slancio a due braccia, serve solo a definire i due gradini più bassi del podio, con Galimberti che realizza ancora un record del mondo, 127,5 chili. L’altro estone Jaan Kikkas realizza lo stesso exploit, che gli permette di scavalcare l’egiziano Ahmed Samy e conquistare la medaglia di bronzo, con un totale di 450 chili, di poco dietro al connazionale Neuland che chiude con 455 chili.

Galimberti, che di mestiere appunto è arruolato nei Vigili del Fuoco, vince la medaglia d’oro con un punteggio globale di 492,5 chili, che è nuovo primato del mondo, ed avvia una carriera che gli regalerà la medaglia d’argento sia ai Giochi di Amsterdam nel 1928, battuto dal francese Roger François, che davanti al pubblico di casa è solo sesto, che a quelli di Los Angeles nel 1932, dove terminerà alle spalle del tedesco Rudolf Ismayr. Nella capitale olandese Galimberti avrà pure l’onore di essere il portabandiera dell’Italia e chiuderà con le Olimpiadi di Berlino del 1936, con un onorevole settimo posto.

Purtroppo, Galimberti troverà la morte nel 1939, a soli 45 anni, dopo cinque giorni di agonia all’Ospedale Maggiore di Milano, nel tentativo fallito di evitare lo scoppio di una caldaia in procinto di distruggere tutto un fabbricato; riuscì a fare evacuare lo stabile ma non a evitare l’esplosione, e sarà un estremo gesto di eroismo, il suo, che gli varrà la Medaglia d’argento al valor civile. Tanto per gradire… 

LIU CHUNHONG, LA SOLLEVATRICE D’ORO TRAVOLTA DALLO SCANDALO DOPING

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Liu Chunhong alle Olimpiadi di Pechino 2008 – da scmp.com

articolo di Nicola Pucci

Presente come disciplina ai Giochi fin dalla sua prima edizione dell’era moderna del 1896, il sollevamento pesi ha accolto le ragazze nell’arengo olimpico solo all’affaccio del nuovo Millennio, a Sydney 2000, quando sette fanciulle hanno avuto l’onore di iscrivere per la prima volta il loro nome nell’albo d’oro a cinque cerchi. E se a quell’edizione la Cina la fece da padrona con quattro vittorie, quattro anni dopo ad Atene le orientali ottennero tre medaglie d’oro, confermandosi nazione leader di uno sport che associa tecnica e forza bruta. Ma se le imprese sportive vanno celebrate come è giusto che sia, altrettanto va ricordato che qualche volta, a tali imprese, si accompagnano pratiche dopanti che gettano ben più di qualche ombra sull’intero movimento. Come è successo alla protagonista della nostra storia odierna.

Siamo a Pechino, sede delle Olimpiadi del 2008, ed appunto il sollevamento pesi femminile è presente ai Giochi per la terza volta, dopo l’esordio a Sydney nel 2000 e l’edizione di Atene del 2004. In un panorama che vede le atlete di casa non solo competere nelle vesti di favorite in quasi tutte le categorie ma mettersi al collo anche ben quattro medaglie d’oro sulle sette disponibili, la gara riservata alle sollevatrici fino a 69 kg. ha nella russa Oxana Slivenko la pretendente più accreditata alla vittoria finale, in virtù dei due titoli iridati conquistati nel 2006 a Santo Domingo e nel 2007 a Chiang Mai, rassegna quest’ultima che ha visto salire sul secondo gradino del podio la cinese Liu Chunhong, campionessa olimpica ad Atene nel 2004 ed iridata a sua volta nel 2004 a Vancouver e nel 2005 a Doha, seppur questa seconda vittoria conseguita nella categoria fino a 75 kg.

E le due grandi avversarie rinnovano la loro sfida ai Giochi del 2008, con la russa che è pure primatista del mondo con 276 kg.totali ma che già nello strappo, lei che ha un record di 123 kg., non ottiene che 115 kg. contro i 128 kg. della cinese che migliora il limite e si pone nettamente in testa alla classifica, con l’ucraina Nataliya Davydova al terzo posto provvisorio a sua volta con 115 kg.. La Slivenko è solo lontana parente della sollevatrice che negli ultimi due anni ha sbaragliato il campo ai Mondiali, rimanendo ben al di sotto dei suoi standard tanto che nello slancio, dopo aver realizzato 136 e 140 kg., rinuncia al terzo tentativo, surclassata dalla Liu Chunhong che con 158 kg. ottiene un secondo primato del mondo, che poi diventano tre grazie ai 286 kg. totali che gli valgono, ovviamente, la seconda medaglia d’oro consecutiva. La Slivenko deve accontentarsi dell’argento con 255 kg., un disavanzo di 31 chilogrammi che pure questo è record in sede olimpica, mentre la Davydova con 250 kg. conserva la terza posizione. Liu Chunhong entra nella storia del sollevamento pesi femminile e ad oggi è riconosciuta tra le più grandi campionesse di sempre.

Ecco… tutto ciò sarebbe solo una bellissima storia olimpica, come tante altre ha da raccontare la grande enciclopedia a cinque cerchi, se non fosse che ben nove anni dopo quei memorabili giorni di Pechino 2008, la Commissione Disciplinare del CIO, presieduta dal presidente Denis Oswald, da Juan Antonio Samaranch e da Ugur Erdener, decide di squalificare la stessa Liu Chunhong in quanto, dal riesame delle urine prelevate in sede olimpica, è stata accertata nel campione analizzato la presenza di sostanze vietate, la GHRP-2 e il suo metabolita GHRP-2 M2, e la sibutramina. E così, quella medaglia d’oro che era costata fatica, sudore e qualche sacrificio non consentito, va ad impreziosire la bacheca di Oxana Slivenko. A Liu Chunhong resta l’oro di Atene 2004, ma la domanda sorge spontanea: fu vera gloria?

GIUSEPPE TONANI E IL SOLLEVAMENTO D’ORO ALLE OLIMPIADI DI PARIGI 1924

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Giuseppe Tonani – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Dopo che Filippo Bottino, quattro anni prima, aveva rotto il ghiaccio cogliendo, lui sollevatore nella categoria dei pesi massimi, il primo oro azzurro nella specialità, alle Olimpiadi di Parigi del 1924 l’Italia triplica il… bottino, e se chiude con un bilancio complessivi di otto metalli preziosi, ben tre di questi appunto cingono il collo dei forzuti del bilanciere. E se di Pierino Gabetti, il migliore tra i pesi piuma, abbiamo già parlato, e di Carlo Galimberti, trionfatore tra i pesi medi, lo faremo in un prossimo futuro, oggi raccontiamo le gesta di Giuseppe Tonani, che proprio da Filippo Bottino raccoglie il testimone, eguagliandolo sul gradino più alto del podio tra i pesi massimi.

Trentaquattrenne di Lodi Vecchio, Giuseppe Tonani, classe 1890, è in effetti atleta versatile ed estremamente duttile, se è vero che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 aveva gareggiato nel tiro alla fune, terminando quinto con la rappresentativa tricolore. Ma il poderoso sollevatore lombardo, che sarà noto anche per l’iscrizione all'”Associazione Proletaria di Educazione Fisica“, detta “la fucina dei muscoli rossi“, tanto da meritarsi l’appellativo di “l’Ercole proletario” e non esser proprio graditissimo al regime fascista che ne oscurerà, in parte, il successo a cinque cerchi, ai Giochi di Parigi del 1924 si presenta per competere appunto nella categoria dei pesi massimi del sollevamento pesi. Non è lui il favorito della prova, a dispetto dei suoi 109 kg.di peso che ne fanno una sorta di “gigante buono“, sempre pronto al sorriso, anche perché in lizza c’è pure Filippo Bottino, che difende il titolo olimpico conquistato ad Anversa.

Ma il campione in carica è solo lontano parente del sollevatore che in Belgio sbaragliò il campo, tanto da non andare oltre il sesto posto finale, ed è quindi l’austriaco Franz Aigner, campione del mondo in carica a Vienna nel 1923 dove ebbe la meglio del connazionale Josef Leppelt, pure lui presente ai Giochi, a capeggiare la lista dei pretendenti alla medaglia d’oro, tra i quali si annoverano anche l’estone Harald Tammer e l’altro baltico Karlis Leilands, lettone, che alla rassegna iridata di Tallinn del 1922 occuparono i primi due gradini del podio.

La competizione, al Velodrome d’Hiver di Parigi, è decisamente equilibrata ed aperta, con il lussemburghese Jos Alzin, sconfitto quattro anni prima da Bottino, a capeggiare la classifica con 87,5 kg. dopo lo strappo ad un braccio. Ma è con la prova successiva, lo slancio ad un braccio, che Aigner, che solleva 97 kg., e proprio Tonani, a sua volta abile nel tirar su 95 kg., così come Tammer e il francese Louis Dannoux, allungano sul resto dei concorrenti.

L’austriaco e l’italiano sono pari in tre delle cinque prove, sollevando entrambi 112,5 kg. nella distensione lenta, ma è con lo strappo a due braccia che Tonani si avvantaggia di cinque chili, 100 a 95, prendendo il comando della gara per poi, con lo slancio a due braccia, contenere il tentativo di Aigner di scavalcarlo in classifica, con i due contendenti a sollevare 130 kg.

Tonani, tanto longevo da gareggiare fino a 47 anni vincendo, tra gli altri, ben otto titoli nazionali, è così medaglia d’oro con 517,5 chili complessivi, che equivalgono pure al nuovo record mondiale ed olimpico; Aigner chiude con 515 chili in seconda posizione ed è necessario uno spareggio a tre per definire la medaglia di bronzo: infine il metallo cinge il collo proprio dell’estone Tammer, che batte il francese Dannoux e il lettone Leilands, come lui capaci di sollevare nel corso dei cinque esercizi 497,5 kg., in una prova di slancio a due mani completata con 142,5 kg.

E così l’Italia, non certo nota per esser terra di uomini nerboruti, bissa il successo nella categoria dei pesi massimi, e se Bottino e Tonani aprono la strada verso l’oro, bisognerà poi attendere il 1984 per vedere il bianco-rosso-verde sventolare nuovamente sul pennone più alto dei Giochi nella categoria dei pesi massimi. L’onore toccherà a Norberto Oberburger, ma di lui, promesso, parleremo un’altra volta.

 

I TRE ORI OLIMPICI DEL DIO GRECO PYRROS DIMAS

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Pyrros Dimas ad Atene 2004 – da iefimerida.gr

articolo di Nicola Pucci

Ai greci va ascritto l’enorme merito di aver non solo ideato i Giochi in epoca antica, ma anche di aver riallacciato, nel 1896, i fili con una tradizione che era andata perduta nei secoli, ospitando in quell’anno la prima edizione delle Olimpiadi dell’era moderna, aprendo quella meravigliosa enciclopedia a cinque cerchi che porta con se storie indimenticabili.

Una di queste riguarda una disciplina, il sollevamento pesi, che troppo spesso passa in second’ordine, ma quando entra nell’arengo olimpico assurge agli onori della cronaca non solo per l’indubbia valenza tecnica del gesto agonistico, ma anche per aver regalato la gloria a campioni assoluti. Come ad esempio Pyrros Dimas, che nasce a Himara, in Albania, il 13 ottobre 1971, registrato all’anagrafe come Pirro Dhima, membro della minoranza greca di quel paese, e che fin dalla tenera età di undici anni si avvicina alla pratica del sollevamento pesi, denunciando tecnica e forza non comuni. Alto quanto basta, 173 centimetri, e pesante altrettanto, quasi 83 chilogrammi, per competere nella categoria sotto gli 82,5 chilogrammi, Pirro, che si avvale dell’insegnamento di Zef Kovaci, vince due titoli nazionali albanesi consecutivi, nel 1989 e nel 1990, guadagnandosi allo stesso tempo il riconoscimento di “Master of Sport” dal Governo del suo paese e quello di “European Master” dalla Federazione internazionale di sollevamento pesi.

Nel corso delle due stagioni disputate sotto la bandiera albanese, Pirro prende parte ai Mondiali del 1989 ad Atene terminando 12esimo nella gara appannaggio del bulgaro Kiril Kounev, per poi sfiorare il podio l’anno dopo agli Europei di Aalborg, in Danimarca, dove a precederlo sono solo i tre medagliati, nell’ordine il sovietico Altimurat Orazdurdiev, lo stesso Kounev e il polacco Krzysztof Siemion. Ma a margine della competizione sportiva, proprio ad Alborg, Pirro entra in contatto con Giannis Sgouros e Hristos Iakovou, membri della squadra greca, palesando il suo desiderio di cambiare nazionalità, e quando la situazione in Albania, con la fine ormai prossima del regime comunista al potere, deflagra, ecco che il 7 febbraio 1991 Pirro fugge con il fratello dal paese e dopo un viaggio estenuante arriva ad Atene. Dove rimane e dove, l’anno dopo, ottiene la cittadinanza greca.

Il ragazzo, nel frattempo, si è fatto uomo, e sta per aprire la pagina d’oro della sua carriera. Coglie la prima medaglia agli Europei di Szekszárd del 1992, dove è bronzo alle spalle di Ibragim Samadov e di Siemion, ed è con loro che di divide i favori del pronostico per le Olimpiadi di Barcellona, in onda qualche mese dopo. E in Catalogna Pyrros Dimas, che ha cambiato nome prendendo la dizione greca, sbaraglia il campo al termine di una sfida leggendaria. Al Pavelló de l’Espanya Industrial, Dimas è già il migliore nello strappo con 167,5 kg., al pari del bulgaro Plamen Bratoychev e di Samadov, ma nello slancio si vede agganciare nel punteggio complessivo di 370 kg. non solo da Samadov, ma anche da Siemion, che è il migliore con 205 kg. parziali. La fortuna, nondimeno, aiuta gli audaci, e Dimas, che dopo la terza ed ultima alzata ha incendiato la folla gridando “Για την Ελλάδα!” (“Per la Grecia!“), viene premiato con la vittoria perché pesa 5 grammi meno di Samadov, che getterà a terra la medaglia di bronzo e per questo verrà squalificato, ed ha sollevato i suoi 202, 5 kg. prima che Siemion, che invece lo eguagliava alla bilancia, abbia fatto altrettanto con i suoi 205 kg..

Acclamato al ritorno in patria come un eroe, con 60.000 ateniesi in delirio che accolgono lui e Voula Patoulidou, regina dei 100 metri ostacoli, nel magnifico scenario dello Stadio del Panathinaikon, Dimas inizia la sua collezione di successi, trionfando ai Mondiali del 1993 a Melbourne (davanti al tedesco Marc Huster e a Kounev che nel frattempo ha preso la cittadinanza australiana) e a quelli del 1995 a Guangzhou (precedendo ancora Huster e il moldavo Vadim Vacarciuc), dove con 212,5 kg. segna nello slancio uno dei suoi undici record del mondo in carriera. E se dopo il bronzo di Sofia nel 1993 vince la kermesse europea di Varsavia del 1995 battendo il beniamino locale,  Andrzej Cofalik, e il turco Dursun Sevinc, ecco che Pyrros è il logico favorito alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando la categoria è innalzata ai -83 kg.

Huster è l’avversario più temibile, ma ancora una volta, al Georgia World Congress Center, il tedesco, abbonato al secondo posto, deve arrendersi alla superiorità di Dimas, onorato con l’esser stato scelto quale portabandiera della Grecia nella Cerimonia di Apertura, che domina la competizione già nello strappo, alzando 180 kg. che è record del mondo, ben 10 chilogrammi rispetto ad Huster, Cofalik, Kounev e all’armeno Sergo Chakhoyan. Al greco, nello slancio, è sufficiente contenere il tentativo di ritorno di Huster, che fa meglio di solo mezzo chilo, 213,5 kg. primato del mondo, ed infine con uno score finale di 393 kg., altro record del mondo, contro 383,5 kg., è nuovamente campione olimpico.

Ce ne sarebbe già a sufficienza per innalzare Dimas tra i più grandi sollevatori della storia, ma al greco fa tremendamente gola eguagliare il tris d’oro ai Giochi del leggendario Naim Suleymanoglu, e visto che è ancora giovane, punta l’obiettivo a Sydney 2000, con la possibilità di allungare fino ad Atene 2004.

La categoria è quella, ora, dei -85 kg., e se ai Mondiali di Lahti, nel 1998, Dimas si mette dietro, per l’ennesima volta, Huster, che lo tiene nel mirino riducendo il gap, l’anno dopo, davanti al pubblico di casa, al Pireo, Pyrros conosce l’inattesa onta della sconfitta quando lo batte l’iraniano Shahin Nassirinia, al miglior risultato di una carriera da comprimario che lo vedrà, in seguito, solo quarto alle Olimpiadi di Atene, seppur nella categoria riservata ai -94 kg.. Poco importa, comunque, perché le Olimpiadi chiudono il quadriennio ed è lì che Dimas ha il suo personale appuntamento con la storia del sollevamento pesi.

Al Sydney Convention and Exhibition Centre si rinnova il duello con l’avversario di sempre, Huster, che vorrebbe tanto riuscire a scalzare il re ai Giochi dopo averlo sconfitto, infine, agli Europei casalinghi di Riesa nel 1998. E per poco, stavolta, non ci riesce, con l’intrusione nella lotta a due del georgiano Giorgi Asanidze che qualche mese prima ha segnato il nuovo record del mondo nello strappo, alzando 181 kg.. La battaglia tra i tre campioni, in effetti, è serrata, con Asanidze che prende la testa della gara strappando 180 kg., con Huster che rimane in corsa con 177,5 kg. e Dimas che con 175 kg. sembra stavolta destinato a dover soccombere. Mai sottovalutare, tuttavia, l’orgoglio del fuoriclasse, e Pyrros fuoriclasse lo è davvero, tanto che nella prova di slancio porta il bilanciere a 215 kg. contro i 210 kg. del georgiano e i 212,5 kg. del teutonico, confezionando così una graduatoria che infine vede i tre rivali appaiati con 390 kg.. Ancora una volta, come a Barcellona otto anni prima, tocca al regolamento olimpico definire il podio, e visto che Dimas esibisce 16 grammi meno di Huster e 64 grammi meno di Asanidze, può salire sul gradino più alto del podio e vedersi cingere il collo con la terza medaglia d’oro.

Resta solo il tempo, a questo punto, per un addio in grande stile, ed il calendario olimpico offre a Dimas l’opportunità di poterlo fare a casa sua, ad Atene 2004. In verità all’appuntamento con la sua quarta partecipazione ai Giochi Pyrros rischia di non presentarsi proprio, operato al ginocchio e vittima pure di una ferita al polso, ma la voglia di esserci è grande e quando c’è da sfilare nello Stadio Olimpico di Maroussi, Dimas si fa trovare pronto ed anche stavolta ha l’onore di capeggiare la comitiva ellenica portando la bandiera della Grecia. Nuovi campioni, ormai, occupano la scena, tra questi Asanidze è il più forte e lo dimostra ampiamente, recuperando nello slancio il disavanzo che lo divideva dal bielorusso Andrej Rybakou, 382,5 kg. contro 380 kg., ma sul terzo gradino del podio, forse anche inaspettatamente visto che nel quadriennio dopo Sydney 2000 non ha collezionato medaglie nelle grandi rassegne internazionali, sale proprio Dimas, che è costante nel rendimento tanto da sollevare 175 kg. e 202,5 kg., che gli consentono di tenere agevolmente a distanza il quarto classificato, che altri non è che il connazionale Georgios Markoulas, ben più giovane ma molto meno forte di lui.

Quattro medaglie in quattro edizioni consecutive dei Giochi, di cui tre d’oro, è impresa che mai nessun sollevatore è stato capace di realizzare, e quando Pyrros Dimas si toglie le scarpe dopo l’ultima alzata e le colloca sul parquet della Nikaia Olympic Weightlifting Hall, meritandosi la standing ovation del suo pubblico, è il segno che è giunta l’ora di salire nell’Olimpo. Laddove siedono gli dei dell’Ellade.

IRENEUSZ PALINSKI, IL POLACCO CHE SOLLEVO’ L’ORO AI GIOCHI DEL 1960

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Ireneusz Palinski a Tokyo 1964 – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Non si può certo affermare che la Polonia, almeno fino ai Giochi di Roma del 1960, abbia un medagliere tanto ricco da annoverarla tra i grandi paesi in sede olimpica. Soprattutto nel sollevamento pesi, ferma com’è al solo bronzo colto quattro anni prima a Melbourne da Marian Zielinski nei pesi medi. Ma i tempi sono maturi per incrementare lo score ed infine salire sul tetto del mondo, ed artefice dell’impresa è Ireneusz Palinski, 28enne di Nuzewie, figlio primogenito di contadini, che nella capitale sbaraglia il campo.

Già medaglia di bronzo ai Mondiali di Stoccolma nel 1958 battuto dal sovietico Lomakin e dall’americano George, e argento alla rassegna iridata dell’anno successivo a Varsavia alle spalle dell’altro sovietico Plyukfelder, Palinski debutta ai Giochi romani competendo nella categoria dei pesi massimi-leggeri, riservata ai sollevatori fino a 82,5 kg. Qui si trova a dover battagliare proprio con George, che fa meglio di lui nella prova di distensione lenta, 132,5 kg. a 130 kg., per poi invece essere il migliore del lotto dei concorrenti sia nello strappo, 132,5 kg. come lo stesso George, sia nello slancio, ottenendo la misura di 180 kg. che non solo è il nuovo record del mondo ma gli consente di scavalcare l’americano in classifica, che si è esibito prima di lui, e mettersi al collo la medaglia d’oro, 442,5 kg. totali contro 430 kg., primo polacco a riuscirci nel sollevamento pesi. E che la giornata sia radiosa per il paese dell’Est Europa è certificato dal terzo posto di Jan Bochenek, con Palinski pure onorato dal venir premiato da Adam Rapacki, Ministro degli Affari Esteri, che lo proclama miglior atleta polacco della rassegna olimpica.

Quattro anni dopo Palinski, che nel frattempo è diventato campione del mondo a Vienna nel 1961 nella categoria dei pesi medio-massimi a cui si è ormai convertito per l’impossibilità di rientrare nei limiti di peso dei massimi-leggeri, battendo il britannico Louis Martin e il sovietico Arkady Vorobyov, autentica leggenda della categoria con quattro titoli mondiali e due olimpici tra il 1954 e il 1960, risultando altresì secondo sia nel 1962 che nel 1963 battuto in entrambe le occasioni dallo stesso Martin che gli impartisce due severe lezioni, è in gara alle Olimpiadi di Tokyo. Pure stavolta il polacco si trova a dover recuperare dopo la prova di distensione lenta, che vede il sovietico Vladimir Golovanov migliorare il record olimpico con 165 kg., con Palinski non meglio che quarto per aver sollevato 150 kg, preceduto anche dal solito Martin e dall’americano William March, provvisoriamente secondi con 155 kg. di alzata. E se Golovanov è di una spalla sopra il lotto e sbaraglia la concorrenza con un altro record olimpico nello strappo, 142,5 kg. per totalizzare infine 487,5 kg. che equivalgono al nuovo record del mondo, i tre rivali si giocano gli altri due gradini del podio, con Martin che si accontenta della medaglia d’argento con 475 kg. e Palinski che con il record olimpico di 182,5 kg. nello slancio riesce a soffiare a March il terzo posto, mettendosi al collo la medaglia di bronzo grazie al minor peso corporeo rispetto all’americano. 

L’avventura a cinque cerchi di Palinski termina qui, nondimeno il sollevatore polacco, che aprirà una strada verso l’oro percorsa anche da Waldemar Baszanowski nei pesi leggeri a Città del Messico 1968, da Zygmunt Smalcerz nei pesi mosca a Monaco 1972, da Szymon Kołecki nella categoria dei -94 kg.a Pechino 2008 e da Adrian Zielinski a Londra 2012 tra i -85 kg., ha ancora qualche cartuccia da spendere nel consesso delle grandi rassegne pesistiche. Come ad esempio ai Mondiali di Berlino del 1966 quando, 34enne, sale sul secondo gradino del podio alle spalle dell’ungherese Geza Toth con il suo primato personale di 477,5 kg., mettendo il sigillo ad una carriera alle prese con il bilanciere tanto grande da meritarsi, nel 1961, la palma di atleta dell’anno in Polonia.

E per una disciplina che da quelle parti, almeno all’epoca, non riscuoteva grande successo, quest’impresa vale quanto una medaglia d’oro olimpica. Vero Ireneusz Palinski?

 

ISRAEL MILITOSYAN, L’ARMENO CHE SOLLEVO’ L’ORO E PIANSE SUL PODIO PER I MORTI DEL TERREMOTO

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Israel Militosyan – da sport.news.am

articolo di Nicola Pucci

Probabilmente il nome Gyumri a quasi tutti voi dice poco o niente. Sappiate, allora, che trattasi di una cittadina dell’Armenia, la più industrializzata del paese, tanto cara a Charles Aznavour che nel 1988 il popolare cantautore francese (di origine armene, appunto) intervenne con una massiccia raccolta fondi. Già, perché in quell’anno disgraziato, esattamente il 7 dicembre, Gyumri venne sconvolta, e pure profondamente toccata nel suo profilo urbanistico, da un terribile terremoto che provocò, tra gli altri, la morte di un fratello, una sorella e uno zio di Vardan e Israel Militosyan.

Orbene, ecco che il protagonista della storia sportiva, e non solo, di oggi è proprio Israel Militosyan, che alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, gareggiando sotto la bandiera della Comunità degli Stati Indipendenti, conquista la medaglia d’oro nella categoria pesi leggeri del sollevamento pesi.

Già medaglia d’argento quattro anni prima a Seul alle spalle dell’atleta della DDR Joachin Kunz, Militosyan, appunto, è cugino di quel Vardan che fu a sua volta secondo nei medi a Montreal 1976, primo armeno della storia a cinque cerchi a vincere una medaglia nel sollevamento pesi, e che lo avvia alla passione per il bilanciere. Iridato nel 1989 ad Atene davanti al bulgaro Yoyo Yotov, che poi lo ha battuto nelle tre edizioni successive degli Europei nonché ai Mondiali del 1991 a Donaueschingen, Israel si prende una clamorosa rivincita proprio a Barcellona. In effetti la vittoria di Militosyan è decisamente netta e meritata. Al Pavelló de l’Espanya Industrial, il 29 luglio, l’armeno è già il migliore nello strappo, realizzando il record olimpico con 155 kg. mentre Yotov si ferma a 150 kg., con il tedesco Andreas Behm che non va oltre i 145 kg. Le tre prime posizioni vengono confermate anche nello slancio, con lo stesso Militosyan che è il solo a sollevare 182,5 kg., con il rivale bulgaro che deve accontentarsi di 177,5 kg. La classifica finale vede dunque Militosyan conquistare la medaglia d’oro, curiosamente l’ultima del suo paese alle Olimpiadi nel sollevamento pesi, con complessivi 337,5 kg., dieci in più di Yotov che è secondo, a sua volta davanti a Behm che totalizza 320 kg.

Sul podio Israel festeggia, in lacrime, tra le braccia del cugino Vardan: i due dedicano il trionfo ai parenti che trovarono la morte proprio sotto le macerie di Gyumri in quel maledetto 7 dicembre 1988. Che magari voi non conoscevate ma ahimé oggi vi diviene tristemente nota.

LOUIS HOSTIN, L’ERCOLE FRANCESE DEL SOLLEVAMENTO PESI

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Louis Hostin a Berlino – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Fate un salto in Francia, occupatevi di sport e chiedete in giro se qualcuno si interessi di sollevamento pesi. Probabilmente non troverete soddisfazione alla vostra curiosità di appassionati di uomini forzuti, eppure… eppure i nostri cugini transalpini hanno eccellente tradizione che si perde, se gli albi d’oro non ingannano, ai primordi olimpici della disciplina, se è vero che l’ultima medaglia bleu-blanc-rouge risale al 1976 quando a Montreal Daniel Senet fu argento nella categoria dei pesi leggeri, battuto all’atto decisivo dal sovietico Pyotr Korol.

Louis Hostin nasce a St.Etienne il 21 aprile 1908 e benchè sia attratto dall’atletica, al punto da costruirsi una buona reputazione di lanciatore di peso, conosce gloria perenne grazie al bilanciere. Che scopre tardi, nel 1927, quando, lavorando come venditore ambulante ai mercati e allevato al circolo Omnium stephanoise prima, al Coquelicot poi, in un Criterium Interregional è già il più abile, tanto da guadagnarsi la selezione per le Olimpiadi di Amsterdam del 1928, gareggiando tra i pesi massimi-leggeri, sotto gli 82,5 chilogrammi.

La Francia ha blasone e pedigree importante nella categoria, avendo conquistato il titolo sia ad Anversa nel 1920 con Ernest Cadine, sia a Parigi nel 1924 con Charles Rigoulot, e per Hostin l’impegno è quello di non far uscire la medaglia d’oro dai confini patrii. L’uomo ha temperamento gagliardo, estroverso e indisciplinato, caciarone e dedito al divertimento ben più che alle sessioni di allenamento, spaccone tanto da far stampare cartoline postali con la sua foto portante la didascalia “campione olimpico 1928“. Ma ha il fuoco dentro, a dispetto di una tenuta nervosa che qualche volta gli fa difetto: si dice che in alcuni frangenti di capitale importanza impiegasse diversi minuti nel sollevare l’attrezzo, ipnotizzato dal bilanciere! E ad Amsterdam è pronto a dar battaglia.

L’avversario è nondimeno ostico, l’egiziano El Sayed Nosseir, che infatti equivale Hostin nella distensione lenta (100 kg.) e nello slancio (142,5 kg.), risultando invece migliore del francese nello strappo di quel tanto che basta, 112,5 kg. a 110 kg., per assicurarsi il titolo olimpico. Hostin esce in lacrime dal Krachtsportgebouw, ancora una volta penalizzato sul piano emotivo, e i connazionali si chiedono se a dispetto delle doti naturali che ne fanno un fuoriclasse sarà mai in grado di far suo quel metallo prezioso.

Basta attendere quattro anni, lasso di tempo in cui Hostin, inizialmente più un peso medio che un peso massimo-leggero, guadagna qualche chilo riuscendo comunque a migliorarsi (il che è raro in una disciplina in cui si tende a perdere di tecnica con il crescere del peso). A Los Angeles, nel 1932, il francese rinnova la sfida a cinque cerchi, ma in California, a dover di cronaca, Hostin, campione europeo nel frattempo a Monaco nel 1930, è favorito anche dal fatto che solo quattro concorrenti competono nella prova olimpica, con il campione d’Europa in carica, l’altro egiziano Hussein Moukhtar, che è assente e lascia la veste di sfidante al danese Svend Olsen, che proprio alla kermesse continentale del 1931 è salito sul terzo gradino del podio. Gli americani Duey e Good sono gli altri sollevatori in lizza, senza però impensierire i due pretendenti alla vittoria finale.

L’evento, al solito, prevede tre esercizi: distensione lenta, strappo e slancio, con tre alzate per prova e la migliore che viene conteggiata per la classifica finale. Hostin e Olsen fanno gara parallela nella distensione lenta (102,5 chili) e nello slancio (150 chili), ma è lo strappo, che ad Amsterdam aveva infranto i suoi sogni di gloria olimpica, a decidere l’assegnazione della medaglia d’oro stavolta a favore di Hostin, che solleva 112,5 chili, ben cinque in più dell’avversario: con il punteggio globale di 365,0 chili è lui il nuovo campione olimpico.

Quattro anni dopo ancora, a Berlino, con un altro titolo europeo messo in bacheca a Parigi nel 1935 e una moltitudine di record del mondo infranti, con un campo di partecipanti ben più congruo e tutti i migliori in lizza, Hostin è chiamato a confermarsi il più forte sollevatore della categoria dei pesi massimi-leggeri. Si trova a dover gareggiare in condizioni di estrema difficoltà, per l’ostilità del pubblico germanico che parteggia senza troppi freni per l’idolo locale, Eugen Deutsch, battuto proprio agli Europei dell’anno prima, ma strappo e distensione lenta sono già sufficienti al francese, ormai in grado di controllare il nervosismo che ne ha contrassegnato l’inizio della carriera, per assicurarsi quel margine di vantaggio rassicurante che il tedesco, pur con uno slancio da 150 kg. contro i 145 kg. del rivale, riesce solo a ridurre. Per Hostin è il trionfo, oscurato dall’inno egiziano maldestramente, o volontariamente?, preparato preventivamente per la premiazione di Ibrahim Wasif, infine terzo. La delegazione francese non gradisce, come è logico che sia, e l’indomani la medaglia d’oro è al collo di Hostin, in uno Stadio Olimpico “onorato” dalla presenza di Adolf Hitler.

C’è ancora tempo per un paio di medaglie iridate, argento a Parigi nel 1937 alle spalle dell’austriaco Fritz Haller e bronzo l’anno dopo a Vienna quando a batterlo sono l’americano John  Davis e lo stesso Haller, poi l’orrore della Seconda Guerra Mondiale mette fine alla carriera del pesista più forte di Francia. Che nel 1994 verrà consacrato con l’ammissione alla Hall of Fame del sollevamento pesi per la categoria d’appartenza, quella dei massimi-leggeri. Chapeau.

HALIL MUTLU, IL SOLLEVATORE TURCO CHE EGUAGLIO’ IL MITO DI NAIM

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Halil Mutlu – da cnnturk.com

articolo di Nicola Pucci

Che la Bulgaria, e in seconda battuta la Turchia, siano terre di giganti e uomini forzuti, è dato certificato dagli albi d’oro più prestigiosi, ovvero quelli di Olimpiadi e Mondiali, in cui i due paesi compaiono ripetutamente al primo posto.

Halil Mutlu, ad esempio, sollevatore di pesi bulgaro, nato a Postnik ma poi naturalizzato turco (al pari di Naim Süleymanoğlu, altro “pesista” con tre medaglie d’oro olimpiche al collo), che a cavallo tra i due Millenni scrive pagine memorbili destinate a rimanere a lungo tra le più leggendarie dell’enciclopedia non solo pesistica, ma dello sport a cinque cerchi in generale.

Mutlu, classe 1973, è già presente a Barcellona nel 1992, allorché compete nella categoria dei pesi mosca (-54 kg.), ottenendo un lusinghiero quinto posto nella gara appannaggio del bulgaro, lui sì rimasto fedele alla bandiera, Ivan Ivanov. Halil, che nel corso di una carriera senza eguali si disimpegnerà egregiamente in tre diverse categorie di peso sommando qualcosa come ben dieci titoli europei (da Sokolov 1994 a Lignano Sabbiadoro 2008) e cinque vittorie mondiali (Istanbul 1994 davanti proprio ad Ivanov con il nuovo record del mondo di 290 kg., Lathi 1998 battendo il cinese Lan Shizhang, Atene 1999 anticipando il rumeno Jigau con un nuovo primato di  302,5 kg., Antalya 2001 superando il cinese di Taipei Wang Shin-Yuan e infine Vancouver 2003 sempre davanti al cinese di turno, stavolta Shi Zhiyong), diventa rapidamente uno dei sollevatori più quotati a livello internazionale e alle Olimpiadi di Atlanta, nel 1996, è pronto a sferrare il primo attacco personale alla medaglia d’oro.

Rientrando nei limiti di peso per la miseria di 9 grammi, Mutlu si trova a dovr fronteggiare la concorrenza, lui che è campione del mondo del 1994, di Ivanov e Zhang Xiangsen, a loro volta iridati nel 1993 e nel 1995, ma se il bulgaro non rispetta il pronostico terminando non meglio che sesto vedendosi così costretto a cedere il titolo, Mutlu realizza il record del mondo nello strappo, 132,5 kg., per poi essere il migliore anche nello slancio, 155 kg., rintuzzando così la sfida di Zhang Xiangsen per mettersi al collo il primo metallo prezioso della sua avventura olimpica.

La diminuzione delle classi imposta dalla Federazione internazionale costringe Mutlu a salire tra i pesi gallo (-56 kg.) ed in questa categoria instaura un vero e proprio dominio, se è vero che diventa campione del mondo nel 1998 a Lahti e nel 1999 ad Atene, presentandosi così alle Olimpiadi di Sydney del 2000 quale principale favorito alla vittoria finale.

E in effetti alla rassegna australiana Mutlu non fallisce l’appuntamento con il bis olimpico. Il turco è già in testa alla gara dopo la prova di strappo con 137,5 kg., ad eguagliare il primato del mondo da lui stesso realizzato ad Atene l’anno prima, precedendo il bulgaro Ivan Ivanov che solleva 130 kg. e la coppia di cinesi composta da Wu Wenxiong e Zhang Xiangxiang, mentre risultano più distanziati il cubano Sergio Alvarez e il rumeno Adrian Jigau, che alla kermesse iridata in Grecia salirono sui due gradini più bassi del podio.

Ma Mutlu tiene in serbo la sua miglior performance per la prova di slancio, in cui realizza 167,5 kg., migliorando il record del mondo di 166 kg., e totalizzando 305 kg. complessivi, unico oltre la soglia dei trecento chili ed ovviamente nuovo limite mondiale e medaglia d’oro. Il bulgaro Ivanov chiude al secondo posto con 292,5 kg. ma viene trovato positivo al furosamide ed è squalificato perdendo la medaglia d’argento. A beneficiarne sono così i due cinesi Wu Wenxiong e Zhang Xiangxiang che guadagnano una posizione e finiscono sul secondo e terzo gradino del podio.

Mutlu completa la sua straordinaria carriera quattro anni dopo ad Atene 2004, quando ancora una volta si trova costretto a fare gli straordinari per non “ingrassare” troppo, risultando 55,93 kg. il giorno della gara, prevista per il 15 agosto. Sulle sue reali credenziali c’è qualche riserva, dopo esser stato fermo per un anno per un problema tendineo alla spalla, ma la vittoria ai Mondiali del 2003, seppur nella categoria dei pesi piuma (-62 kg.), lo hanno rassicurato e in Grecia è pronto a dare l’assalto alla tripletta d’oro, il che gli consentirebbe di diventare l’unico pesista a riuscire nell’impresa assieme, come detto, al suo idolo Naim Süleymanoğlu (anche lui di nascita bulgara), al georgiano Kakhiashvili (naturalizzato greco) e al greco Pyrros Dimas.

Il cinese Wu Meijin è il rivale più pericoloso, in virtù del titolo mondiale proprio nella categoria dei pesi gallo conquistato nella stessa edizione 2003 di Vancouver, ed in effetti i due campioni danno vita ad una sfida all’ultima alzata. Mutlu fa valere il peso della classe e dell’esperienza fin dalla prova di strappo, producendo uno sforzo che lo porta a sollevare 135 kg. contro i 130 kg. del rivale, ma è lo slancio ancora una volta a decidere chi debba fregiarsi della medaglia più pregiata. Il turco non tradisce le attese, alza 160 kg. rigettando il tentativo di Wu Meijin che non va oltre i 157,5 kg., per un totale infine di 295 kg., e il responso non può che premiarlo: è la terza medaglia d’oro olimpica, consecutiva, ed ora Mutlu può finalmente dire di aver realizzato il suo sogno.

Naim Süleymanoğlu non è più solo, ha trovato l’erede, e come lui Mutlu ora siede accanto ai giganti di Turchia.

CHUCK VINCI, L’ULTIMO SOLLEVATORE CHE PORTO’ L’ORO IN AMERICA

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Chuck Vinci sul gradino più alto del podio a Melbourne 1956 – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

E’ quanto mai sorprendente sfogliare l’enciclopedia olimpica. Può capitare di scoprire, ad esempio, che gli Stati Uniti, che capeggiano il medagliere con una collezione di trionfi che scavalca la barriera delle mille medaglie d’oro, siano altresì fermi all’edizione di Roma del 1960 nel veder sventolare la bandiera stelle-e-strisce sul pennone più alto del sollevamento pesi.

Già, ad eccezione di Tara Nott che esattamente 40 anni dopo vinse nella categoria riservata alle donne sotto i 48 kg., nessun forzuto è più riuscito da quel dì ad eguagliare quel che fu capace di fare Charles “Chuck” Vinci nella Grande Olimpiade capitolina. Eppure gli americani, sul primo gradino del podio con Oscar Osthoff ai Giochi “casalinghi” di Saint Louis nel 1904 e con Tony Terlazzo nei pesi piuma a Berlino nel 1936, hanno poi conosciuto l’era aurea del bilanciere, con 4 vittorie in 6 categorie a Londra 1948, 4 su 7 sia ad Helsinki 1952 che a Melbourne 1956, e quindi la desolazione olimpica del dopo ha quasi del clamoroso.

Ma torniamo a Chuck, che viene alla luce a Cleveland, nell’Ohio, il 28 febbraio 1933. Il ragazzo viene cresciuto in un ambiente permeato di sacro, se è vero che sarà devoto al punto da sostenere, una volta raggiunta gloria sportiva, che si devono alla volontà di Dio i suoi successi nel sollevare pesi. Vinci, che cresce poco in altezza tanto da non superare il 1m50, si avvicina alla pratica sportiva a 12 anni, sulle orme del fratello maggiore Billy, riuscendo ben presto a primeggiare nei concorsi locali. E dopo aver vinto una prima volta i campionati americani nel 1954 – si confermerà tale altre sei volte, nel biennio 1955/1956 e poi nel quadriennio dal 1958 al 1961 – debutta in una grande competizione internazionale ai Pan American Games del 1955, a Città del Messico, quando, gareggiando nei pesi gallo, sotto i 56 kg., è già il migliore battendo il panamense Angel Famiglietti.

Il ghiaccio è rotto e per Chuck, che si allena sotto lo sguardo vigile di John Schubert, un ex-marine, si dischiudono le porte di una carriera che lo vedrà non solo collezionare un bottino massiccio di medaglie, pur anche ben 12 record del mondo. Questo gagarino alto un soldo di cacio, con una tempra di lottatore indomabile, e con l’aiuto del Padreterno, che Vinci non dimentica di onorare unendosi alla YMCA (Young Men’s Christian Association) che gli fornisce parte del supporto necessario per poter gareggiare in patria e fuori, diventa un sollevatore di fama internazionale e con i Mondiali di Monaco, ad ottobre 1955, inizia a battagliare con i campioni che in Europa e nel mondo hanno maggior blasone.

Tra questi c’è il leggendario Vladimir Stogov, russo di tre anni più anziano, che proprio alla kermesse iridata batte Chuck, relegando l’americano alla piazza d’onore e mettendosi in saccoccia il primo di una serie di ben cinque ori consecutivi. Ma se Vinci conoscerà l’onta della sconfitta anche nel 1958 a Stoccolma, per poi chiudere non meglio che quarto l’edizione mondiale del 1961 di Vienna preceduto anche dall’ungherese Imre Foldi e dal giapponese Yoshinobu Miyake, è consapevole nondimeno che uno sport come il sollevamento pesi regala l’immortalità solo con il successo a cinque cerchi, ed è proprio con quell’obiettivo che l’americano si prepara a dar battaglia alle Olimpiadi di Melbourne del 1956.

Vinci si presenta in Australia motivato come non mai, totalmente dedito all’attività sportiva. E con il miraggio della medaglia d’oro. Che poi tanto miraggio non è, visti i precedenti. Si allena, prega nei ritagli di tempo, e la sera va a letto presto, prototipo del campione perfetto. Ma corre il rischio di non potere competere nella categoria a lui congeniale, quella appunto dei pesi gallo, eccedendo di poco il limite dei 56 kg. Poco prima di scendere in pedana, dunque, si fa tagliare i capelli e con la “zavorra” in meno può infine affrontare gli altri pretendenti al titolo olimpico. In primis, ovviamente, Stogov, che detiene il record del mondo con complessivi 335 kg., e con il quale Vinci, fin da subito, dà vita ad una sfida appassionante. Si comincia con la distensione lenta, e per i due rivali è già record olimpico, 105 kg., si prosegue con lo strappo, record del mondo per entrambi, ancora 105 kg. Ma è con l’ultima serie di alzate, lo slancio, che Chuck mette il sigillo sulla vittoria, 132,5 kg. contro i 127,5 kg. del russo, per un nuovo record del mondo di 342,5 kg. che vale all’americano la medaglia d’oro.

La gloria perpetua è garantita, e nel quadriennio post-olimpico Vinci, se non riesce a mettere in cassaforte il titolo mondiale venendo, come detto, battuto da Stogov che a Stoccolma, nel settembre 1958, si prende la rivincita con un franco successo, 342,5 kg. contro 327,5 kg., conquista invece l’anno dopo il secondo trionfo ai Pan American Games, stavolta a Chicago ma sempre superando Famiglietti.

Il successo in patria è il preludio all’impresa realizzata alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove Vinci si presenta da detentore del titolo e che sono private di Stogov, nuovamente in possesso del primato del mondo con 345 kg., pure campione d’Europa, ma costretto a rinunciare alla rassegna capitolina per colpa di un infortunio. In assenza del sovietico, tocca a Miyake vestire i panni dello sfidante, ed è un avversario da prendere con le molle se è vero che in un prossimo futuro il nipponico sarà proprio il successori di Vinci sul gradino più alto del podio, a Tokyo 1964 così come a Città del Messico nel 1968. Nel frattempo, però, Chuck tiene fede al suo ruolo di favorito, già il migliore nella distensione lenta, 105 kg., stesso punteggio di quattro anni prima, con Imre Foldi e il portoricano Fernando Baez che alzano non più di 100 kg. Con l’alzata di strappo Vinci segna un nuovo record mondiale, 107,5 kg., tenendo a distanza proprio Miyake che con 105 kg. scavalca Foldi, per poi chiudere con uno slancio da 132,5 kg. a cui il rappresentante del paese del Sol Levante risponde con il record olimpico di 135 kg., non sufficiente però a scalzare l’americano dalla prima posizione. Vinci chiude con un totale di 345 kg., ad eguagliare il primato del mondo del grande assente e rivale Stogov, confermandosi così campione olimpico con un margine di 7,5 kg. su Miyake.

La meravigliosa storia agonistica di Vinci si chiude qui, così come, senza ovviamente esserne al corrente, gli Stati Uniti salgono per l’ultima volta sul gradino più alto del podio del sollevamento pesi al maschile. Chuck, dopo esser rimasto fuori dal gioco delle medaglie ai Mondiali di Vienna del 1961 proprio per merito di Miyake, si eclissa per un triennio, prima di tentare la strada delle partecipazione olimpica a Tokyo 1964. Ma uno strappo ai legamenti contratto all’inizio dell’anno mentre si sta allenando nel garage di casa lo costringe all’abbandono del sogno della tripletta ai Giochi e al ritiro dell’attività.

Charles “Chuck” Vinci, alto quanto un soldo di cacio ma forzuto come un ciclope, mette a terra il bilanciere ed entra nell’enciclopedia della pesisitica. E’ lui l’ultimo americano, in attesa di un erede d’oro.