HALIL MUTLU, IL SOLLEVATORE TURCO CHE EGUAGLIO’ IL MITO DI NAIM

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Halil Mutlu – da cnnturk.com

articolo di Nicola Pucci

Che la Bulgaria, e in seconda battuta la Turchia, siano terre di giganti e uomini forzuti, è dato certificato dagli albi d’oro più prestigiosi, ovvero quelli di Olimpiadi e Mondiali, in cui i due paesi compaiono ripetutamente al primo posto.

Halil Mutlu, ad esempio, sollevatore di pesi bulgaro, nato a Postnik ma poi naturalizzato turco (al pari di Naim Süleymanoğlu, altro “pesista” con tre medaglie d’oro olimpiche al collo), che a cavallo tra i due Millenni scrive pagine memorbili destinate a rimanere a lungo tra le più leggendarie dell’enciclopedia non solo pesistica, ma dello sport a cinque cerchi in generale.

Mutlu, classe 1973, è già presente a Barcellona nel 1992, allorché compete nella categoria dei pesi mosca (-54 kg.), ottenendo un lusinghiero quinto posto nella gara appannaggio del bulgaro, lui sì rimasto fedele alla bandiera, Ivan Ivanov. Halil, che nel corso di una carriera senza eguali si disimpegnerà egregiamente in tre diverse categorie di peso sommando qualcosa come ben dieci titoli europei (da Sokolov 1994 a Lignano Sabbiadoro 2008) e cinque vittorie mondiali (Istanbul 1994 davanti proprio ad Ivanov con il nuovo record del mondo di 290 kg., Lathi 1998 battendo il cinese Lan Shizhang, Atene 1999 anticipando il rumeno Jigau con un nuovo primato di  302,5 kg., Antalya 2001 superando il cinese di Taipei Wang Shin-Yuan e infine Vancouver 2003 sempre davanti al cinese di turno, stavolta Shi Zhiyong), diventa rapidamente uno dei sollevatori più quotati a livello internazionale e alle Olimpiadi di Atlanta, nel 1996, è pronto a sferrare il primo attacco personale alla medaglia d’oro.

Rientrando nei limiti di peso per la miseria di 9 grammi, Mutlu si trova a dovr fronteggiare la concorrenza, lui che è campione del mondo del 1994, di Ivanov e Zhang Xiangsen, a loro volta iridati nel 1993 e nel 1995, ma se il bulgaro non rispetta il pronostico terminando non meglio che sesto vedendosi così costretto a cedere il titolo, Mutlu realizza il record del mondo nello strappo, 132,5 kg., per poi essere il migliore anche nello slancio, 155 kg., rintuzzando così la sfida di Zhang Xiangsen per mettersi al collo il primo metallo prezioso della sua avventura olimpica.

La diminuzione delle classi imposta dalla Federazione internazionale costringe Mutlu a salire tra i pesi gallo (-56 kg.) ed in questa categoria instaura un vero e proprio dominio, se è vero che diventa campione del mondo nel 1998 a Lahti e nel 1999 ad Atene, presentandosi così alle Olimpiadi di Sydney del 2000 quale principale favorito alla vittoria finale.

E in effetti alla rassegna australiana Mutlu non fallisce l’appuntamento con il bis olimpico. Il turco è già in testa alla gara dopo la prova di strappo con 137,5 kg., ad eguagliare il primato del mondo da lui stesso realizzato ad Atene l’anno prima, precedendo il bulgaro Ivan Ivanov che solleva 130 kg. e la coppia di cinesi composta da Wu Wenxiong e Zhang Xiangxiang, mentre risultano più distanziati il cubano Sergio Alvarez e il rumeno Adrian Jigau, che alla kermesse iridata in Grecia salirono sui due gradini più bassi del podio.

Ma Mutlu tiene in serbo la sua miglior performance per la prova di slancio, in cui realizza 167,5 kg., migliorando il record del mondo di 166 kg., e totalizzando 305 kg. complessivi, unico oltre la soglia dei trecento chili ed ovviamente nuovo limite mondiale e medaglia d’oro. Il bulgaro Ivanov chiude al secondo posto con 292,5 kg. ma viene trovato positivo al furosamide ed è squalificato perdendo la medaglia d’argento. A beneficiarne sono così i due cinesi Wu Wenxiong e Zhang Xiangxiang che guadagnano una posizione e finiscono sul secondo e terzo gradino del podio.

Mutlu completa la sua straordinaria carriera quattro anni dopo ad Atene 2004, quando ancora una volta si trova costretto a fare gli straordinari per non “ingrassare” troppo, risultando 55,93 kg. il giorno della gara, prevista per il 15 agosto. Sulle sue reali credenziali c’è qualche riserva, dopo esser stato fermo per un anno per un problema tendineo alla spalla, ma la vittoria ai Mondiali del 2003, seppur nella categoria dei pesi piuma (-62 kg.), lo hanno rassicurato e in Grecia è pronto a dare l’assalto alla tripletta d’oro, il che gli consentirebbe di diventare l’unico pesista a riuscire nell’impresa assieme, come detto, al suo idolo Naim Süleymanoğlu (anche lui di nascita bulgara), al georgiano Kakhiashvili (naturalizzato greco) e al greco Pyrros Dimas.

Il cinese Wu Meijin è il rivale più pericoloso, in virtù del titolo mondiale proprio nella categoria dei pesi gallo conquistato nella stessa edizione 2003 di Vancouver, ed in effetti i due campioni danno vita ad una sfida all’ultima alzata. Mutlu fa valere il peso della classe e dell’esperienza fin dalla prova di strappo, producendo uno sforzo che lo porta a sollevare 135 kg. contro i 130 kg. del rivale, ma è lo slancio ancora una volta a decidere chi debba fregiarsi della medaglia più pregiata. Il turco non tradisce le attese, alza 160 kg. rigettando il tentativo di Wu Meijin che non va oltre i 157,5 kg., per un totale infine di 295 kg., e il responso non può che premiarlo: è la terza medaglia d’oro olimpica, consecutiva, ed ora Mutlu può finalmente dire di aver realizzato il suo sogno.

Naim Süleymanoğlu non è più solo, ha trovato l’erede, e come lui Mutlu ora siede accanto ai giganti di Turchia.

CHUCK VINCI, L’ULTIMO SOLLEVATORE CHE PORTO’ L’ORO IN AMERICA

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Chuck Vinci sul gradino più alto del podio a Melbourne 1956 – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

E’ quanto mai sorprendente sfogliare l’enciclopedia olimpica. Può capitare di scoprire, ad esempio, che gli Stati Uniti, che capeggiano il medagliere con una collezione di trionfi che scavalca la barriera delle mille medaglie d’oro, siano altresì fermi all’edizione di Roma del 1960 nel veder sventolare la bandiera stelle-e-strisce sul pennone più alto del sollevamento pesi.

Già, ad eccezione di Tara Nott che esattamente 40 anni dopo vinse nella categoria riservata alle donne sotto i 48 kg., nessun forzuto è più riuscito da quel dì ad eguagliare quel che fu capace di fare Charles “Chuck” Vinci nella Grande Olimpiade capitolina. Eppure gli americani, sul primo gradino del podio con Oscar Osthoff ai Giochi “casalinghi” di Saint Louis nel 1904 e con Tony Terlazzo nei pesi piuma a Berlino nel 1936, hanno poi conosciuto l’era aurea del bilanciere, con 4 vittorie in 6 categorie a Londra 1948, 4 su 7 sia ad Helsinki 1952 che a Melbourne 1956, e quindi la desolazione olimpica del dopo ha quasi del clamoroso.

Ma torniamo a Chuck, che viene alla luce a Cleveland, nell’Ohio, il 28 febbraio 1933. Il ragazzo viene cresciuto in un ambiente permeato di sacro, se è vero che sarà devoto al punto da sostenere, una volta raggiunta gloria sportiva, che si devono alla volontà di Dio i suoi successi nel sollevare pesi. Vinci, che cresce poco in altezza tanto da non superare il 1m50, si avvicina alla pratica sportiva a 12 anni, sulle orme del fratello maggiore Billy, riuscendo ben presto a primeggiare nei concorsi locali. E dopo aver vinto una prima volta i campionati americani nel 1954 – si confermerà tale altre sei volte, nel biennio 1955/1956 e poi nel quadriennio dal 1958 al 1961 – debutta in una grande competizione internazionale ai Pan American Games del 1955, a Città del Messico, quando, gareggiando nei pesi gallo, sotto i 56 kg., è già il migliore battendo il panamense Angel Famiglietti.

Il ghiaccio è rotto e per Chuck, che si allena sotto lo sguardo vigile di John Schubert, un ex-marine, si dischiudono le porte di una carriera che lo vedrà non solo collezionare un bottino massiccio di medaglie, pur anche ben 12 record del mondo. Questo gagarino alto un soldo di cacio, con una tempra di lottatore indomabile, e con l’aiuto del Padreterno, che Vinci non dimentica di onorare unendosi alla YMCA (Young Men’s Christian Association) che gli fornisce parte del supporto necessario per poter gareggiare in patria e fuori, diventa un sollevatore di fama internazionale e con i Mondiali di Monaco, ad ottobre 1955, inizia a battagliare con i campioni che in Europa e nel mondo hanno maggior blasone.

Tra questi c’è il leggendario Vladimir Stogov, russo di tre anni più anziano, che proprio alla kermesse iridata batte Chuck, relegando l’americano alla piazza d’onore e mettendosi in saccoccia il primo di una serie di ben cinque ori consecutivi. Ma se Vinci conoscerà l’onta della sconfitta anche nel 1958 a Stoccolma, per poi chiudere non meglio che quarto l’edizione mondiale del 1961 di Vienna preceduto anche dall’ungherese Imre Foldi e dal giapponese Yoshinobu Miyake, è consapevole nondimeno che uno sport come il sollevamento pesi regala l’immortalità solo con il successo a cinque cerchi, ed è proprio con quell’obiettivo che l’americano si prepara a dar battaglia alle Olimpiadi di Melbourne del 1956.

Vinci si presenta in Australia motivato come non mai, totalmente dedito all’attività sportiva. E con il miraggio della medaglia d’oro. Che poi tanto miraggio non è, visti i precedenti. Si allena, prega nei ritagli di tempo, e la sera va a letto presto, prototipo del campione perfetto. Ma corre il rischio di non potere competere nella categoria a lui congeniale, quella appunto dei pesi gallo, eccedendo di poco il limite dei 56 kg. Poco prima di scendere in pedana, dunque, si fa tagliare i capelli e con la “zavorra” in meno può infine affrontare gli altri pretendenti al titolo olimpico. In primis, ovviamente, Stogov, che detiene il record del mondo con complessivi 335 kg., e con il quale Vinci, fin da subito, dà vita ad una sfida appassionante. Si comincia con la distensione lenta, e per i due rivali è già record olimpico, 105 kg., si prosegue con lo strappo, record del mondo per entrambi, ancora 105 kg. Ma è con l’ultima serie di alzate, lo slancio, che Chuck mette il sigillo sulla vittoria, 132,5 kg. contro i 127,5 kg. del russo, per un nuovo record del mondo di 342,5 kg. che vale all’americano la medaglia d’oro.

La gloria perpetua è garantita, e nel quadriennio post-olimpico Vinci, se non riesce a mettere in cassaforte il titolo mondiale venendo, come detto, battuto da Stogov che a Stoccolma, nel settembre 1958, si prende la rivincita con un franco successo, 342,5 kg. contro 327,5 kg., conquista invece l’anno dopo il secondo trionfo ai Pan American Games, stavolta a Chicago ma sempre superando Famiglietti.

Il successo in patria è il preludio all’impresa realizzata alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove Vinci si presenta da detentore del titolo e che sono private di Stogov, nuovamente in possesso del primato del mondo con 345 kg., pure campione d’Europa, ma costretto a rinunciare alla rassegna capitolina per colpa di un infortunio. In assenza del sovietico, tocca a Miyake vestire i panni dello sfidante, ed è un avversario da prendere con le molle se è vero che in un prossimo futuro il nipponico sarà proprio il successori di Vinci sul gradino più alto del podio, a Tokyo 1964 così come a Città del Messico nel 1968. Nel frattempo, però, Chuck tiene fede al suo ruolo di favorito, già il migliore nella distensione lenta, 105 kg., stesso punteggio di quattro anni prima, con Imre Foldi e il portoricano Fernando Baez che alzano non più di 100 kg. Con l’alzata di strappo Vinci segna un nuovo record mondiale, 107,5 kg., tenendo a distanza proprio Miyake che con 105 kg. scavalca Foldi, per poi chiudere con uno slancio da 132,5 kg. a cui il rappresentante del paese del Sol Levante risponde con il record olimpico di 135 kg., non sufficiente però a scalzare l’americano dalla prima posizione. Vinci chiude con un totale di 345 kg., ad eguagliare il primato del mondo del grande assente e rivale Stogov, confermandosi così campione olimpico con un margine di 7,5 kg. su Miyake.

La meravigliosa storia agonistica di Vinci si chiude qui, così come, senza ovviamente esserne al corrente, gli Stati Uniti salgono per l’ultima volta sul gradino più alto del podio del sollevamento pesi al maschile. Chuck, dopo esser rimasto fuori dal gioco delle medaglie ai Mondiali di Vienna del 1961 proprio per merito di Miyake, si eclissa per un triennio, prima di tentare la strada delle partecipazione olimpica a Tokyo 1964. Ma uno strappo ai legamenti contratto all’inizio dell’anno mentre si sta allenando nel garage di casa lo costringe all’abbandono del sogno della tripletta ai Giochi e al ritiro dell’attività.

Charles “Chuck” Vinci, alto quanto un soldo di cacio ma forzuto come un ciclope, mette a terra il bilanciere ed entra nell’enciclopedia della pesisitica. E’ lui l’ultimo americano, in attesa di un erede d’oro.

PIERINO GABETTI, IL PESO PIUMA CHE SOLLEVO’ IL MONDO

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Pierino Gabetti – da wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Ricordate la citazione da noi proposta all’atto di raccontare di Filippo Bottino? Per chi ha memoria corta… l’Italia è terra di santi, navigatori e poeti, ma pure di qualche sollevatore, soprattutto dalle parti del genovese. E le Olimpiadi di Parigi del 1924 confermano, anzi rafforzano, quanto l’Italia seppe fare quattro anni prima ad Anversa, ovvero issare sul pennone olimpico più alto il tricolore (con stemma sabaudo), allungando l’era d’oro del bilanciere (e pure del medagliere, scusate la rima) azzurro.

Pierino Gabetti, 20enne appunto nato a Sestri Ponente, di mestiere fa il marinaio ma a tempo perso, che poi tanto perso non è, si esercita nel sollevare pesi. E pure con buon profitto, se è vero che nel 1923 conquista il primo dei suoi sette titoli italiani (quattro tra i pesi piuma e tre tra i pesi leggeri), convincendo così Enrico Taliani, guru della pesistica di casa nostra, ad inserirlo nella squadra che difenderà i colori azzurri ai Giochi parigini.

E qui Gabetti non tradisce le attese, seppur non sia certo tra i più accreditati della pattuglia azzurra che ha nello stesso Bottino, Giuseppe Tonani e Carlo Galimberti gli uomini di punta. Il 21 luglio, in quello splendido impianto che è il Velodrome d’Hiver, costruito nel 1910, Pierino entra in lizza nella categoria dei pesi piuma, fino a 60 kg., con tutto l’ardore della sua giovane età e l’ambizione dettata da un temperamento battagliero, addirittura un chilo in meno del limite richiesto.

Sono cinque le prove in programma: strappo e slancio ad un braccio e a due braccia, distensione lenta a due braccia, e per ciascuna sono previste tre alzate, con la classifica che viene compilata sulla somma delle alzate migliori. Gabetti domina il lotto dei partecipanti, realizzando il punteggio migliore in quattro prove, terminando quinto solo nella distensione lenta. L’austriaco Andreas Stadler, campione del mondo in carica per il titolo conquistato nel 1923 a Vienna, è l’avversario più temibile nella corsa alla medaglia d’oro, anche se riesce infine a mettersi l’argento al collo solo dopo l’ultima prova, quella dello slancio a due braccia, quando con lo stesso punteggio di Gabetti, 105 chili, scavalca lo svizzero Reinmann, che chiude terzo con un punteggio complessivo di 382,5 chili.

Gabetti è nettamente il migliore, prendendo la testa del concorso fin dall’avvio con il nuovo primato del mondo nello strappo ad un braccio (il destro) con 65 kg., eguagliando lo stesso Stadler, per poi allungare con lo slancio col braccio sinistro, 77,5 kg., contenere con la distensione lenta, 72,5 kg., il tentativo di recupero di Reinmann, e chiudere con due nuovi record olimpici, 82,5 e 100 kg. nello strappo e nello slancio a due braccia, totalizzando 402,5 chiliPer Gabetti è l’apoteosi olimpica, a cui manca solo la ciliegina sulla torta quando, fuori gara, prova con 108,5 kg. a battere il record del mondo, fallendo di un soffio, pure dello slancio a due braccia, detenuto dallo svizzero Heinrich Graf, assente alla competizione perchè passato professionista. Non certo un forzuto, Pierino è nondimeno celebrato per la “muscolatura di una statuetta d’arte“, tanto che Stadler, pur favorito alla vigilia, deve accontentarsi dell’argento, distanziato di ben 17,5 kg.

Quattro anni dopo, ad Amsterdam, Gabetti prova a concedere il bis, nel frattempo impadronitosi di due record del mondo riconosciuti dalla Federazione pesistica internazionale, quando solleva 90 e 92,5 kg. nello strappo a due braccia. Pur confermandosi tra i più forti, stavolta Pierino è solo, si fa per dire, medaglia d’argento alle spalle di un altro austriaco, Franz Andrysek, che all’ultimo sforzo, lo slancio, lo sopravanza di cinque chilogrammi complessivi, 287,5 a 282,5.

Ma va bene anche così, oro ed argento olimpici, quanti possono dire di aver fatto altrettanto?

 

FILIPPO BOTTINO, SOLLEVATORE D’ORO E IL DUELLO CON ALDO NADI

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Filippo Bottino – da howold.co

articolo di Nicola Pucci

Diciamocela tutta, l’Italia sarà un paese di santi, poeti e navigatori, indubbio, ma non certo di sollevatori. Eppure qualche ciclope è apparso sulla scena anche nello Stivale.

Filippo Bottino, ad esempio, genovese classe 1888. Che nasce in tempi in cui far di ginnastica, così come di lotta e pesi, non sarà cosa comune, nondimeno in Riviera è esercizio che ha un buon numero di praticanti. E il Filippo, che già in età adolescenziale accumula centimetri e chilogrammi in dosi sufficienti seppur non esagerate, dopo aver provato con gli esercizi ginnici, si dirotta al bilanciere e la cosa, oltre a piacergli parecchio, pare riuscirgli decisamente bene, se è vero che nel corso dell’anno 1913 diventa campione italiano nella categoria dei pesi massimi, all’epoca riservata a chi porta in dote non più di 82,5 chilogrammi.

Il ragazzo si è fatto uomo, nel frattempo, la Grande Guerra incombe e se la sussistenza è un’esigenza primaria difficile da soddisfare, il Filippo lavora in qualità di operaio alla Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente, perché di soli pesi non si campa proprio. Lo sport ben venga, ovviamente, e il Filippo di titoli tricolori ne colleziona a bizzeffe, altre sei volte nel corso del decennio, spesso battendo il milanese Giuseppe Tonani che ne raccoglierà l’eredità olimpica.

Già, perché il Filippo, dopo la fine del primo conflitto mondiale, torna a competere nelle rassegne internazionali e per il 1920 è pronto all’appuntamento con i Giochi d’Olimpia, assegnati per quell’anno alla belga Anversa, a mo’ di parziale risarcimento per i disastri prodotti dalla barbarie della guerra. Mancano all’appello, è bene dirlo, i campioni di Germania e Austria, nazioni tenute fuori dalla kermesse olimpica per aver perduto, ed è così che sul prato del “Beerschoot Stadium“, sede eletta per le cinque gare di sollevamento pesi, il Filippo gareggia con cinque altri specialisti, tra questi il lussemburghese Joseph Alzin è il suo rivale più pericoloso, con i due francesi Louis Bernot e Joseph Duchateau, il danese Ejnar Niels Christian Juul Jensen e lo svedese Otto Rikard Brunn relegati al ruolo di comprimari.

La prova obbliga i forzuti a tre alzate: strappo con un braccio, slancio con l’altro e slancio a due braccia. Il Filippo è già il migliore con 70 chilogrammi al primo tentativo, record olimpico (ah già, dimenticavo, il sollevamento pesi è presente ai Giochi per la prima volta nella versione standard della suddivisione per categorie di peso, dopo che ad Atene nel 1896 e a St.Louis nel 1904 si erano disputate gare di sollevamento ad una mano, due mani e all-round), per poi alzare 75 e 120 chilogrammi nelle due prove successive, per un totale di 265 chilogrammi che valgono al pesista azzurro l’ambita medaglia d’oro, cinque chili oltre la somma messa a referto da Alzin. Il lussemburghese rifiuterà la medaglia d’argento per aver visto respinto il ricorso verso un’alzata del Filippo, ma questo è dettaglio che niente toglie all’impresa del gigante genovese. L’albo d’oro reca il nome di Filippo Bottino primo campione olimpico dei pesi massimi ed è quanto basta per garantirsi gloria perpetua.

Il Filippo, perché così mi piace chiamarlo, ha fattezze ingombranti ma, si dice, animo gentile, buona educazione ed atteggiamenti pacioccosi. Sarà, fatto è che nel cortile di “Casa Italia” dove alloggiano gli atleti il Filippo addiviene a singolar tenzone con Aldo Nadi, schermidore fratello del nientepopodimeno Nedo Nadi che ad Anversa assurge al rango di leggenda con ben cinque medaglie d’oro. Sembrerebbe che il Filippo abbia apostrofato i campioni che tirano di spada come “atleti di modesta muscolatura“, al quale il più giovane dei Nadi abbia risposto con l’invito a duello. Il Filippo armeggia una trave mentre Aldo un frustino, e nel mentre il sollevatore… solleva, lo schermidore fa sibilare la sua arma colpendo il gigante ad una mano. Il duello, appena iniziato, è già terminato e l’onta, per Aldo, è lavata.

Chiuso il capitolo olimpico, è l’ora di tornare alla quotidianità della vita, e se per il Filippo ciò significa lavoro duro ed abnegazione nell’allenamento sportivo, nondimeno i risultati lo ripagano di cotanto sacrificio. Nel corso di una manifestazione a Genova, il 5 giugno 1922, il Filippo batte il record del mondo proprio di Alzin nella distensione a due braccia, 116 chilogrammi, per poi presentarsi alla difesa del titolo ai Giochi di Parigi del 1924.

Ma qui, in terra di Francia, il genovese ormai è l’ombra di se stesso, 36enne che altro non può fare che classificarsi sesto, seppur stavolta in un lotto qualificato di diciannove sollevatori tra cui lo stesso Alzin, ed assistere al brillare della stella lucente di Giuseppe Tonani, lui sì molto più di un gigante di 109 chilogrammi, che sale sul gradino più alto del podio.

Appunto… Italia terra di santi, poeti e navigatori, ma i sollevatori sanno farsi rispettare. O no?

NAIM SULEYMANOGLU, IL TRIS D’ORO DEL PICCOLO ERCOLE

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Naim Seleymanoglu – da lafsozluk.com

articolo di Giovanni Manenti

Nessun sollevatore di pesi, sino all’edizione del centenario di Atlanta 1996, era mai riuscito a conquistare tre medaglie d’oro consecutive in una stessa categoria, e l’impresa la compie proprio il più piccolo tra di loro, vale a dire il turco Naim Suleymanoglu – di 147cm. di altezza per 64kg. – tra i pesi piuma.

Storia particolare, quella del “piccolo Ercole“, come viene ribattezzato, nato in Bulgaria da genitori turchi e con il cognome Suleimanov, il quale si mette in luce appena sedicenne, conquistando l’argento ai Mondiali di Mosca 1983 nella categoria dei pesi gallo, non potendo però partecipare ai Giochi di Los Angeles 1984 a seguito del boicottaggio dei paesi del “blocco sovietico”.

Il piccolo, ma forzuto Naim, al quale nel frattempo il regime comunista ha imposto di modificare il proprio cognome in un più “bulgaro” Shalamanov, non si perde d’animo ed ai successivi Mondiali di Sodertalje 1985 e Sofia 1986, conquista il titolo nella categoria dei pesi piuma (sino a 60kg.), stabilendo, nell’edizione di casa, il record mondiale nello “strappo” con 147,5 kg. ed “assoluto” con 335,0 kg.

Le vessazioni però del regime nei confronti della minoranza turca inducono Naim a fuggire durante una tournée nel medesimo anno a Melbourne, rifugiandosi in Turchia, suo paese d’origine, ed acquisendone la relativa cittadinanza, circostanza che, però, rischia di non fargli disputare le Olimpiadi di Seul 1988 senza il beneplacito del suo vecchio Paese, dato che non sono ancora trascorsi i tempi canonici per poter partecipare alla rassegna a cinque cerchi per la sua nuova nazione.

Un vecchio adagio sostiene che non può esservi cosa al mondo che non possa essere comprata con il denaro, ed in questa fattispecie ricade anche il sollevatore di pesi turco che, dietro un risarcimento di 1.250.000 dollari ottiene il necessario nulla osta da parte della Federazione bulgara, e così Naim, che a questo punto non si può certo negare “che non valga tanto oro quanto pesa“, può presentarsi in Corea difendendo i colori turchi.

E Suleymanoglu – con il cognome per la terza volta variato in lingua turca – non tradisce le attese, ricompensando la propria Federazione dell’esborso finanziario con una superba prestazione che lo porta a sollevare 152,5 kg. nello “strappo” e 190,0 kg. nello “slancio“, per un nuovo record olimpico e mondiale di 342,5 kg., con l’ulteriore soddisfazione di lasciare nettamente staccato, con 312,5 kg, proprio il rappresentante bulgaro, Stefan Topurov.

Dopo il successo ai Mondiali di Atene 1989, Naim annuncia il ritiro, ma il richiamo dei giochi a cinque cerchi è troppo forte e, dopo un anno di inattività, si ripresenta vincente ai Mondiali in Germania e, pur con una prestazione complessiva di 310,0 kg., largamente inferiore alle sue potenzialità, essa è sufficiente a mettere in riga il sovietico Sarkysian ed il cinese He Yingqiang.

Alle Olimpiadi di Barcellona 1992 si migliora rispetto alla rassegna iridata, ed i suoi 320 chili complessivi nei due esercizi sono ampiamente sufficienti a garantirgli il secondo oro consecutivo, precedendo ancora il rappresentante bulgaro Peshalov ed il bronzo mondiale He Yingqiang.

Stavolta, il piccolo Naim ci ha preso gusto e, nel quadriennio “post olimpico” che precede i Giochi di Atlanta 1996, si aggiudica altri tre titoli mondiali consecutivi a Melbourne 1993, Istanbul 1994 (dove oramai è un idolo) e Guangzhou 1995, dando vita in queste due ultime edizioni ad un epico duello con il greco Valerios Leonidis che si ripete sulla pedana olimpica.

Suleymanoglu, che si presenta ad Atlanta per un peso di 63,90 kg. rispetto ai 63,22 kg. del suo avversario (particolare importante, poiché a parità di misura, la vittoria viene assegnata all’atleta dal peso minore), si porta in vantaggio dopo lo “strappo” con 147,5 kg rispetto ai 145,0 kg. sollevati da Leonidis, il quale, dopo che nello “slancio” il turco ottiene 187,5kg., si lascia l’ultimo dei tre tentativi a sua disposizione con il bilanciere tarato a 190 kg., una misura che gli consentirebbe di eguagliare il totale di 335 kg. di Suleymanoglu, ma di aggiudicarsi l’oro per i motivi suddetti.

Con il “Georgia World Congress Center” a fare un tifo assordante con le due fazioni greche e turche equamente distribuite, pronto ad esplodere qualora il tentativo riesca, Leonidis fallisce viceversa la prova, finendo in un pianto dirotto e venendo cavallerescamente consolato proprio da Suleymanoglu che si consacra così come il più forte sollevatore di pesi della storia, non solo per i 3 ori olimpici e 7 mondiali conquistati, ma anche per essere stato l’unico in grado di sollevare, nello “strappo“, un bilanciere pari a 2,5 volte il proprio peso, nonché uno dei soli sette atleti capaci di tirar su, nello “slancio“, un bilanciere pari a tre volte il proprio peso!!!

Davvero un “piccolo Ercole“, non c’è che dire …