CARLOS HUMBERTO CASZELY, IL FUORICLASSE CHE DISSE NO A PINOCHET

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Carlos Caszely ai Mondiali del 1982 – da zonacesarini.net

articolo di Roberto Brambilla tratto da Sport Sky

Per chi ama le curiosità del calcio Carlos Humberto Caszely è “soloil primo giocatore a cui venne mostrato un cartellino rosso ai Mondiali. Per i cileni sopra i 50 anni quest’uomo con i baffoni invece è un mito. Bandiera del Colo Colo, squadra più titolata del paese, colonna e trascinatore della nazionale. Ma per chi l’11 settembre 1973, quarant’anni fa, viveva il golpe di Augusto Pinochet dalla parte del governo di Salvador Allende, il baffuto attaccante è stato un eroe. Ecco la sua storia.

Socialista e amico di Allende – Classe 1950, Caszely, figlio di René ferroviere di origini ungheresi, esordisce in prima squadra con il Colo Colo nel 1967. Piedi raffinati, dribbling secco e un fiuto del gol invidiabile, tanto da guadagnarsi da parte dei tifosi il soprannome di “El Rey del metro cuadrado“. Un campione, fuori dal cliché del calciatore senza idee. Mentre gioca nelle giovanili del Colo Colo studia al liceo e si interessa di politica. Alle elezioni del 1970 è un sostenitore di Unidad Popular, la coalizione di centrosinistra che fa capo al socialista Salvador Allende. E quando il candidato progressista viene eletto Caszely ne appoggia apertamente le politiche, anche alle consultazioni del 1973 dove la stella del Colo Colo, in quell’anno capocannoniere della Copa Libertadores, partecipa alla campagna elettorale per la rielezione di due parlamentari del Partito Comunista cileno. Dal canto suo Allende in occasione della finale di Copa contro l’Independiente fa saltare il protocollo visitando a Buenos Aires il Colo Colo e facendosi fotografare abbracciato proprio a Caszely.

Il golpe e la partita della vergogna – Ma il sogno del nuovo Cile di Allende finisce qualche mese dopo. E’ l’11 settembre 1973 e un gruppo di militari guidati da Augusto Pinochet prende il potere, bombardando il palazzo presidenziale e trasformando lo Stadio Nazionale di Santiago in un campo di concentramento dove vengono rinchiusi e torturati molti sostenitori di Allende. Ma Carlos non c’è, in estate ha accettato l’offerta degli spagnoli del Levante e si è trasferito nella Spagna di Francisco Franco. Il suo primo impatto con la neonata dittatura è del 21 novembre, due mesi dopo il colpo di stato. All’Estadio Nacional è in programma il ritorno dello spareggio per l’accesso ai Mondiali 1974 contro l’Unione Sovietica. Una partita che non avrà mai luogo, perchè la nazionale di Oleg Blochin si rifiuta di giocare in quell’impianto. Un match che si trasforma in una farsa. Davanti allo stadio stracolmo la squadra cilena scende in campo senza avversari e con un copione preordinato. Al fischio d’inizio dell’arbitro, regolarmente designato, i giocatori della Roja si dovranno passare la palla e uno, il capitano Francisco Valdes segnare nella porta vuota. E così accadde. Con Valdes e Caszely, noti entrambi per le loro simpatie per Allende, che per paura e con vergogna non hanno la forza di interrompere la sceneggiata.

La stretta di mano negata – Una vergogna che Carlos proverà a cancellare qualche mese dopo, alla vigilia della Coppa del Mondo. Pinochet vuole vedere e salutare la Roja prima del Mondiale. Durante l’incontro il dittatore saluta e stringe la mano a tutti i componenti della squadra. A tutti. Meno che a uno. Carlos Caszely che le sue mani le tiene bene intrecciate dietro la schiena, quando Pinochet si presenta da lui. Un gesto, ripetuto ogni volta che incontrerà Pinochet che gli vale ancor di più l’etichetta del Rojo, del “Rosso” ma che ha anche una valenza personale. Mentre è in Spagna, la DINA, la Polizia politica del regime, arresta Olga Garrido, la mamma di Carlos. Per settimane è una dei molti desaparecidos della dittatura. Quando viene liberata racconta di vessazioni e torture.

Il cartellino rosso e l’esilio – Nonostante sia considerato un sovversivo “El rey del metro cuadradoin Germania per i Mondiali del 1974 ci va. Ma la sua avventura finisce dopo 67 minuti e con un mare di polemiche. Caszely viene espulso (il primo cartellino rosso della storia) nel match d’esordio contro la Germania Ovest e su di lui piovono critiche e sbeffeggi. “Caszely espulso per violazione dei diritti umani” scrive la stampa di regime. Si è fatto espellere per non giocare contro i comunisti della DDR, aggiungono. Il Cile esce (zero vittorie e due pareggi con Australia e Germania Est) e sono in due a pagare. Il tecnico e Caszely. L’attaccante è escluso dal nuovo selezionatore della Nazionale Caupolicán Peña . Per cinque anni la Roja la seguirà da tifoso e il suo essere “rosso“, secondo alcuni, gli precluse una maglia prestigiosa, la bianca ma franchista del Real Madrid.

Il ritorno e la fine con la RojaCarlos però è troppo forte. Nel 1979, appena tornato al suo Colo Colo dopo 5 anni in Spagna, Caszely viene richiamato e trascina il Cile in finale di Copa America e lo porta ai Mondiali spagnoli del 1982. Qui contro l’Austria sbaglia un rigore che di fatto elimina la sua nazionale. E otto anni dopo volano ancora le accuse. L’ha fatto apposta, dice qualcuno. Per il “Rey del metro cuadrado” è in pratica la fine della sua storia con la nazionale. Giocherà altri tre anni in nazionale, con un’ ultima partita e un ultimo supergol contro il Brasile. Ma con il calcio non si spegne la sua voglia di opporsi alla dittatura. E’ il 1985 e Caszely, ormai un ex della nazionale, incontra ancora Pinochet alla Moneda, il palazzo presidenziale. Si presenta e stavolta lo saluta (ma non gli stringe la mano). Ha una cravatta rossa vistosissima “Lei porta sempre la cravatta?” domanda il dittatore. “Sì, non me la tolgo mai. La porto dalla parte del cuore“. “Io gliela taglierei” è la risposta di Pinochet mimando le forbici con le dita.

Il no di Caszely – Ma la vera rivincita sul dittatore l’ormai ex attaccante del Colo Colo se la prende nell’autunno 1988. Il Cile, dopo 15 anni di dittatura sta decidendo il suo futuro attraverso un referendum che dovrà dire se Pinochet dovrà rimanere ancora al potere. Tra gli spot della campagna per il no, ce n’è uno in cui parla una signora sessantenne, racconta le torture e le vessazioni che ha subito. E alla fine della testimonianza appare lui, Carlos Caszely, “El Rey del Metro Cuadrado“. “Per questo il mio voto è No. Perché la sua allegria è la mia allegria. Perché i suoi sentimenti sono i miei sentimenti. Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere. Perché questa bella signora è mia madre“, sono le sue parole. Il no vincerà con il 55% dei voti ma Carlos Caszely rifiuterà di entrare in politica, scegliendo di raccontare il calcio come giornalista. Il lavoro che svolge ancora oggi.

L’ORO DI MORALES A BARCELLONA 1992

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Pablo Morales a Barcellona 1992 – da whateliteathleteseat.wordpress.com

articolo di Giovanni Manenti

Molto si discute sulle scelte, operate dalle federazioni Usa di atletica leggera e nuoto, di considerare gli “Olympic Trials” come prova inappellabile quale selezione per formare la rappresentativa che partecipa ai Giochi, con ciò escludendo anche primatisti mondiali qualora non si piazzino tra i qualificati od incombano in un infortunio e/o incidente in gara.

Questa impostazione è però condivisa dagli stessi atleti, basti sentire queste parole proferite da uno di essi: “molta gente contesta il nostro sistema di selezione perché non tutela i primatisti mondiali. Altri paesi garantiscono ai loro campioni un posto in squadra, ma la nostra impostazione garantisce ad ognuno un’opportunità, e ti pone in una condizione similare a quella che dovrai affrontare alle Olimpiadi, in quanto gli atleti devono abituarsi a gareggiare sotto pressione. E’ dentro o fuori, una questione di vita o di morte, ma questo è il tipo di atleta che gli Stati Uniti vogliono per competere ai Giochi olimpici!“.

Parole forti e chiare, peccato che a pronunciarle sia stato il farfallista Pedro Pablo Morales, il quale agli “Olympic Trials” di Austin, in Texas, per le selezioni ai Giochi di Seul 1988 incappa in quella che è stata definita come la più grande sorpresa nella storia dei Trials, venendo escluso dalla rassegna a cinque cerchi, ma per capirne appieno il significato occorre fare un passo indietro.

Pedro Pablo Morales nasce a Chicago, nell’Illinois, a dicembre 1964 da una famiglia di immigrati cubani, padre Pedro e madre Blanca, e viene introdotto al nuoto fin da bambino dalla madre in quanto la stessa aveva rischiato di affogare prima di giungere negli “States” e desiderava che il figlio non crescesse con la paura dell’acqua.

Ma il ragazzo dimostra sin da subito una grande dimestichezza con il nuoto, certificata dal suo primo anno alla “Stanford University” quando, a 19 anni, migliora il record mondiale del connazionale Matt Gribble sui 100 farfalla portandolo a 53″38 nel corso degli “Olympic Trials” di Indianapolis dove ottiene il “pass” olimpico anche sulla doppia distanza, nonché sui 200 misti.

Ed anche se i Giochi di Los Angeles 1984 risultano dimezzati a causa del contro boicottaggio dei paesi del blocco sovietico in risposta all’analogo atteggiamento tenuto dal presidente Usa Jimmy Carter quattro anni prima verso l’edizione di Mosca 1980, la gara principe di Morales, i 100 farfalla, non ne risente, dovendosi confrontare con il tedesco occidentale Michael Gross, considerato all’epoca come il miglior nuotatore al mondo, indipendentemente dalle specialità.

E, difatti, la finale non tradisce le attese, con Morales che migliora in 53″23 il proprio limite mondiale, solo per vedersi sconfiggere da Gross che tocca in un fantastico 53″08, per un argento cui unisce il quarto posto sui 200 farfalla – dove stavolta è il tedesco ad essere beffato dall’australiano John Sieben che conquista l’oro con tanto di primato mondiale –, un altro argento sui 200 misti e, finalmente, l’oro nella staffetta 4×100 mista con annesso record mondiale.

Per un ragazzo non ancora ventenne, l’esordio olimpico non è da disprezzare, potendo poi contare su quattro anni per prepararsi alle Olimpiadi di Seul dove spera di recitare la parte del protagonista, ed i preparativi in vista dei Giochi coreani sembra non possano procedere che per il meglio, dato che a livello di College conquista quattro titoli NCAA sia sui 100 che sui 200 farfalla, cui unisce tre successi sui 200 misti per un totale di 11 vittorie che lo rendono il nuotatore più medagliato nella storia dei College, superando il record di 10 titoli stabilito a metà anni ’70 da John Naber con la “University of South California“.

Ma i successi a livello universitario sono ben poca cosa rispetto a quanto Morales riesce ad ottenere a livello internazionale, a cominciare dai “Pan Pacific Games” di Tokyo 1985 dove precede con 53″69 sui 100 farfalla l’oro olimpico dei 200 John Sieben e l’astro nascente americano Matt Biondi, conquistando anche l’oro sui 200 misti nonché con la staffetta 4×100 mista che migliora in 3’38″28 il limite mondiale stabilito l’anno prima alle Olimpiadi di Los Angeles.

Oramai padrone assoluto dei 100 farfalla, Morales torna in possesso del record mondiale il 23 giugno 1986 alle selezioni per i Mondiali di Madrid, nuotando la distanza – primo uomo a scendere sotto il muro dei 53″00 netti – in un fantastico 52″84 che resterà insuperato per ben nove lunghi anni, cogliendo poi l’oro alla rassegna iridata in 53″54 precedendo Biondi, con Gross per una volta ai margini del podio, non meglio che quarto, pur se il tedesco conquista il titolo sui 200 stile libero e 200 farfalla, mentre Morales ottiene una seconda medaglia d’oro quale componente della staffetta 4×100 mista.

Il programma di avvicinamento a Seul 1988 prosegue con la partecipazione ai “Pan Pacific Games” di Brisbane 1987 dove, oltre allo scontato oro in staffetta, Morales giunge terzo sui 200 misti, confermando il titolo di due anni prima sui 100 farfalla, migliorando il tempo di finale in 53″37 per un identico podio con Sieben argento e Biondi terzo.

Capirete, pertanto, come, con tali credenziali, non sussistano molti dubbi circa la qualificazione di Morales per le Olimpiadi di Seul, quantomeno sui 100 farfalla dove è dominatore assoluto da un triennio, oltre che detentore del primato mondiale, anche se la riduzione voluta dal CIO da tre a due atleti per nazione nelle gare individuali lascia qualche legittimo timore.

Ed invece, con grande stupore, il “Lee & Joe Jamail Swim Center” di Austin – dove dall’8 al 13 agosto 1988 si svolgono le gare di selezione per i Giochi – diventa teatro di una delle più grandi sorprese nella storia dei Trials ed un incubo per Morales, che nuota i 100 farfalla in un non disprezzabile 53″52, ma che in tale contesto gli vale solo il terzo posto alle spalle di Matt Biondi (53″09) e Jay Mortenson (53″29) e la conseguente esclusione dalla squadra, così come avviene sui 200 farfalla, affrontati più per scommessa che per altro, dove ottiene analogo piazzamento alle spalle di Melvin Stewart e Mark Dean.

Con la testa confusa e la morte nel cuore, Morales non può che interrogarsi sul perché di tale clamorosa sconfitta e le domande, cui non è facile dare una risposta, son sempre le stesse: “Cosa mi è successo?“, “Perché sono andato più lento della mia ultima gara?” “Cosa ha cominciato a sfaldarsi proprio nel momento in cui dovevo essere al top della forma?“.

Per Morales, più che una risposta, c’è una sola cosa da fare, abbandonare il nuoto e lo sport e dedicarsi agli studi universitari, volendo laurearsi in giurisprudenza, cosa che in effetti fa, ritenendosi troppo anziano per i Giochi di Barcellona 1992 dove avrebbe quasi 28 anni.

E, nel successivo triennio, Morales non si avvicina più ad una piscina, non si cura più dell’alimentazione con conseguente aumento di peso e tutto lascia prevedere che con il nuoto abbia oramai chiuso del tutto, quando si verifica un evento luttuoso che lo porta a risvegliarsi dal torpore che lo aveva assolto, vale a dire la scomparsa dell’adorata madre Blanca, vittima di un tumore ad un anno di distanza dalle Olimpiadi catalane.

Per cercare di affogare il dolore per la perdita della madre, ed anche per una umana forma di rispetto verso colei che lo aveva indirizzato in piscina, Morales decide che deve provare a tornare a nuotare per scaricare tutta le tensioni che lo pervadono, rivolgendosi a Skip Kenney, suo allenatore al College e venendo incoraggiato dai positivi test che, oltre a riacquistare una adeguata forma fisica, lo vedono migliorare settimana dopo settimana le proprie prestazioni.

La mia più grande motivazione“, ammetterà successivamente Morales, “era verificare se stessi realizzando qualcosa in cui veramente credevo“, e con questo spirito si presenta agli “Olympic Trials” di Indianapolis dove, pur nuotando in oltre mezzo secondo più lento rispetto a quattro anni prima ad Austin, riesce con 54″05 a vincere i 100 farfalla davanti a Stewart, così staccando il “pass” per la Catalogna.

Certo, il riscontro cronometrico non è tale da far presupporre sfracelli in chiave olimpica, ma essendosi i Trials svolti ad inizio marzo, vi sono ancora cinque mesi in cui lavorare per cercare di migliorare la forma, e poi non va dimenticato che Gross si è ritirato e Biondi è iscritto solo sui 50 e 100 stile libero, nonché il fatto che nessuno è riuscito ancora a migliorare il suo primato mondiale.

Come sempre pompato dai media americani, il gran ritorno sulla scena olimpica di Morales riscuote gran seguito, con l’ormai maturo nuotatore chiamato più volte a rispondere alle domande dei giornalisti in merito a quanto successo quattro anni prima, alla morte della madre ed ai suoi sogni di vittoria, tutte domande alle quali il buon Pedro risponde con quella sua aria da bravo ragazzo affermando che “il passato non conta, sono qui per giocarmi la mia ultima carta olimpica, non so se vincerò, verrò sconfitto e neppure se riuscirò a qualificarmi per la finale, ma ci proverò, statene pur certi!“.

All’epoca non erano ancora previste le semifinali, e pertanto la gara si svolge con batterie al mattino e finale al pomeriggio ed il fatidico giorno della resa dei conti è fissato per il 27 luglio, con i migliori del ranking mondiale inseriti nelle tre ultime batterie, che qualificano per la finale Morales con il miglior tempo di 53″59 davanti al polacco e campione europeo in carica, Rafal Szukala (53″60) ed al giustiziere di Biondi a Seul, il rappresentate del Suriname Anthony Nesty (53″89), mentre resta sorprendentemente fuori dall’atto conclusivo l’australiano John Sieben, con appena il 14esimo tempo.

Divisi da un solo centesimo in qualificazione, Morales e Szukala si trovano fianco a fianco nelle corsie centrali per la finale del pomeriggio ed è proprio lì, con Nesty in terza, che si decide la gara, con Morales che prende un minimo vantaggio alla virata di metà gara per poi difenderlo nella vasca di ritorno dall’attacco del polacco, andando a toccare in 53″32, con 0″03 centesimi di vantaggio su Szukala e 0″09 su Nesty, il quale conferma che l’oro di Seul non era stato un caso.

Le lacrime di Morales sul podio, nel ricordo della madre scomparsa, sono più che ampiamente giustificabili, ben diversamente da quello che dichiara il suo grande rivale Michael Gross, affermando “ho pianto quando ha vinto, desideravo che vincesse la medaglia d’oro olimpica dal giorno in cui l’ho battuto ai Giochi di Los Angeles!“.

E crediamo che per Morales non potesse esserci riconoscimento più gradito di questo.

BARNEY ROSS, IL PUGILE EBREO CHE CONQUISTO’ TRE CINTURE

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Barney Ross – da boxingnewsonline.net

articolo d Nicola Pucci

Tra le tante storie di pugni avvolte nel mantello della leggenda e destinate a venir raccontate ai posteri in perpetuo, ce ne sono alcune che meritano qualche cenno fuori dalle righe. Quella che narra delle gesta di Barney Ross è una di queste.

Ad onor del vero Dov-Ber Rasofksy, perché è così che venne registrato all’anagrafe quando vide la luce il 23 dicembre 1909, figlio di Isidore, studioso di Talmud emigrato da Brest-Litovsk e sopravvissuto ad un pogrom, e di Sarah, aveva sangue ebreo nelle vene e portando la stella di David fu il primo boxeur a conquistare il titolo di campione del mondo. In giovane età il ragazzo, nel frattempo emigrato con la famiglia a Chicago, fu testimone dell’uccisione del padre, assassinato nel sua drogheria nel corso di una rapina, e quel che successe poi non poteva che indirizzarlo in palestra, così come in strada, a dar di pugni per guadagnarsi il necessario al sostentamento. Ma come vedremo tra breve, con guantoni e naso guercio andò ben oltre la semplice aspettativa di una dignitosa seppur pericolosa esistenza.

La madre non vedeva di buon occhio che il figlio Dov, terzo di una nidiata di sei eredi, si dedicasse al pugilato, e fu così che il giovanotto assunse il nome d’arte di Barney Ross, ignaro che un giorno questo avrebbe segnato con i crismi della vittoria gli albi d’oro di ben tre categorie della noble art, pesi leggeri, welter-junior e welter, perdipiù contemporaneamente.

Dopo aver conquistato diciassettenne il “Guanto d’oro” riservato ai dilettanti, Ross comincia a guardare con sempre maggior ambizione alla carriera professionistica, gareggiando nella categoria riservata ai pesi leggeri di cui ben presto diventa protagonista indiscusso, eroe degli ebrei che cercano di guadagnare l’integrazione sociale così come degli americani accattivati dal suo smisurato orgoglio così come dal suo disperato tentativo di affermazione.

Lo stile pugilistico non é certo sopraffino, con quell’incedere un po’ raccolto che porta Ross a combattere quasi frontalmente, ma non gli fanno certo difetto velocità, potenza dei colpi e soprattutto intuito che gli garantiscono, sempre, un margine di tempo sufficiente a giocare d’anticipo per affondare contro l’avversario di turno. E così, dopo alcune vittorie di spessore con Battling Battalino, campione del mondo dei pesi piuma dal 1929 al 1932, e Cameron Welter, ecco che il 23 giugno 1933 infine giunge la chance mondiale, sul ring di Chicago contro quel Tony Canzonieri, appunto detentore della cintura sia dei pesi leggeri che dei welter junior, che appartiene alla riservatissima cerchia dei fuoriclasse del guantone.

La sfida con Canzonieri si risolve ai punti, dopo dieci riprese intense e di rara bellezza, e Barney Ross addiviene a quella gloria pugilistica a lungo inseguita ed infine fatta sua. La rivincita con l’italoamericano, qualche mese dopo, ha eguale esito, così come Ross si conferma campione del mondo a spese di Sammy Fuller, Peter Nebo e Frankie Klick, per poi lanciarsi nel 1934 all’assalto della corona anche dei pesi welter, dove lo attende un tris di combattimenti con lo spumeggiante Jimmy McLarnin, il guerriero di Belfast che maschera ardore e potenza del pugno su un volto da ragazzino.

Le prime due puntate della trilogia, in quel di Long Island, al Madison Square Garden Bowl, si chiudono con una vittoria a testa, Ross conquista il titolo al termine di quindici riprese al primo tentativo, per poi cederlo al secondo, riprendendoselo ancora il 25 maggio 1935, stavolta al Polo Grounds di New York, e sempre con responso dei guidici dopo quindici round combattuti all’ultima stilla di sudore.

Nessuno ebbe l’onore e la forza di poter mettere al tappeto Barney Ross, che arriva al capolinea della carriera, carico di gloria, titoli e pure con un consistente conto in banca, contro un altro tri-campione del mondo, l’uragano nero Henry Armstrong, che lo sovrasta fisicamente e lo seppelisce sotto una gragnuola di colpi. Ma Barney resta in piedi, incurante dei secondi che lo vorrebbero gettare la spugna, e può consolarsi con un record senza macchie, 81 incontri di cui 74 vinti, 3 pareggiati e 4 soli persi, tutti per responso dei giudici.

Poi… poi la guerra e la dipendenza dalla droga, raccontata in “Monkey on my back” (la scimmia sulla mia schiena), al contempo autobiografia e monito sulla crudele inutilità dei conflitti armati. Ad amplificare il nome di Barney Ross, l’ebreo che salì sul tetto del mondo, in tre diverse categorie e nello stesso periodo, e che oggi riposa, appagato, tra gli eletti del pugilato: già, perché la International Hall of Fame lo ha riconosciuto fra i più grandi di ogni tempo.

BRIAN CLOUGH, TALMENTE ODIATO DA ESSERE VINCENTE

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Brian Clough con la Coppa dei Campioni – da dailyrecord.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Se oggi l’allenatore che maggiormente polarizza l’interesse dei media è sicuramente José Mourinho, non molti sanno che il “Vate di Setubal” ha avuto, nel corso degli anni ’70, chi lo ha preceduto in tale veste e, per certi versi, anche superato, dapprima nell’ambito strettamente britannico, ma poi allargando il suo orizzonte all’Europa intera.

Questo personaggio altri non è che Brian Clough, nativo di Middlesbrough, nel nord est dell’Inghilterra, dove vede la luce nel marzo 1935 e che sin dall’adolescenza dimostra un carattere ribelle ed una lingua tagliente, tant’è che, sesto di nove fratelli, combina molto poco a scuola, preferendo molto di più lo sport ed, in particolare, il cricket prima di dedicarsi al calcio nella squadra locale, militante in Second Division, nel mentre lavora come dipendente in una industria chimica.

E Clough ci sa fare, è un attaccante dal gol facile, ma nonostante per quattro anni consecutivi – dal 1957 al 1960 – realizzi 40 o più reti (!) a stagione, il “Boro” non riesce ad emergere dalla Second Division, ottenendo al massimo due quinti posti nel 1960 e nel 1961 (stagione in cui Clough si limita a 36 reti) a causa delle deludenti prestazioni della propria difesa, circostanza che, al termine di un pareggio per 6-6 contro il Charlton, fa sbottare l’attaccante – autore di tre reti – negli spogliatoi, rivolgendosi ai propri difensoriscusate, sapete mica dirmi quante reti dobbiamo realizzare affinché si vinca una partita ?“.

C’è tutto il Clough in questa uscita, anche se il suo miglior compagno di squadra – che poi risulterà determinante per la sua carriera da allenatore – è proprio il portiere, quel Peter Taylor con cui condividerà una serie impressionante di successi.

Stufato da un simile andazzo, Clough insiste per un trasferimento, che avviene proprio ai rivali storici del Sunderland per £. 55,000 e con cui, realizzando 29 reti in 34 partite nella sua prima stagione, sfiora l’ambita promozione in First Division, sfumata per un solo punto a favore del Leyton Orient.

L’appuntamento sembra solo rinviato all’anno successivo, con il Sunderland a viaggiare nelle prime posizioni e che raggiunge il secondo posto nel mese di dicembre 1963, con Clough a mantenere la sua eccellente media realizzativa con 24 reti in altrettante presenze quando, proprio per il “Boxing Day“, tradizionale turno di campionato del 26 dicembre, il peggior regalo non poteva giungere al brillante attaccante che, in uno scontro con il portiere del Bury, si rompe il legamento crociato del ginocchio, che lo costringe ad interrompere a soli 28 anni una carriera che lo ha visto realizzare qualcosa come 251 reti in 274 gare – sia pur di Second Division – che lo fanno avere la miglior media di 0,916 gol a partita tra tutti gli attaccanti inglesi che abbiano superato quota 200 nella loro attività agonistica.

Per Clough è indubbiamente un brutto colpo, ma non è certo il tipo da abbattersi alle contrarietà della vita ed ecco che, chiuso un capitolo della propria vita professionale, ne apre immediatamente un altro nella veste di allenatore, iniziando dal modesto Hartlepool che vegeta in Quarta Divisione, chiamando con sé il fidato Peter Taylor, all’epoca tecnico dei dilettanti del Burton Albion.

Il binomio prende posto sulla panchina a novembre 1965 e, nonostante alcuni screzi con il presidente Ernest Ord, riesce a risollevare le sorti del club, che conclude ad un più che onorevole ottavo posto la stagione 1967, mettendo le basi per la promozione in Terza Divisione dell’anno successivo, quando Clough e Taylor sono passati alla guida del Derby County.

Per i “Rams” i bei tempi a cavallo della Seconda Guerra Mondiale sono un pallido ricordo, avendo disputato nel 1953 il loro ultimo torneo di First Division e, anche se l’esordio del nuovo tecnico non è dei migliori, concludendo la stagione al quint’ultimo posto in classifica, Clough mette le basi per il periodo d’oro del club, attraverso una vasta campagna di rinnovamento della rosa, di cui restano quali titolari solo il portiere Boulton, il difensore Webster, il centrocampista Durban ed il fortissimo attaccante Kevin Hector.

Con l’innesto di forze fresche quali McFarland, Dave MacKay , O’Hare, Hinton ed il fido John McGovern, prelevato dall’Hartlepool e che lo seguirà anche in seguito, Clough opera un “repulisti” alla sua maniera che coinvolge anche il segretario, l’addetto al campo, il capo degli osservatori e persino due hostess perché sorprese a ridere dopo una sconfitta del Derby, tipico atteggiamento che può essere sopportato solo se assistito dai risultati, che puntualmente avvengono con il tanto sospirato ritorno in First Division nel 1969 conquistando la promozione con ampio margine, grazie a nove vittorie consecutive nelle ultime giornate.

La sua convinzione di schierare sempre la formazione titolare in campo, ruotando pochissimo gli uomini a sua disposizione, porta il Derby ad un onorevole piazzamento al quarto posto – il migliore degli ultimi 20 anni – al suo rientro nell’elite del calcio inglese, ed anche se l’annata seguente si conclude in nona posizione, Clough ottiene il rinforzo tanto desiderato nel centrale difensivo Colin Todd, con cui può sfidare nel 1972 le grandi Leeds, Liverpool e Manchester City per la conquista del titolo, che avviene nel modo più rocambolesco che si possa immaginare – ma non una novità per il football dell’epoca – con il Derby che diventa campione per la prima volta nei suoi 88 anni di storia grazie ai negativi risultati di Leeds (a Wolverhampton) e di Liverpool (ad Highbury contro l’Arsenal) in match di recupero a campionato finito, mentre, immaginatevi un po’, Clough si trovava in vacanza in Sicilia con la famiglia.

Nonostante i successi conseguiti, i rapporti tra Clough e la dirigenza iniziano ad incrinarsi nel corso della stagione seguente, dapprima rifiutandosi di seguire la squadra in una serie di amichevoli in Olanda e Germania poiché non gli è consentito di portare con sé la famiglia e poi acquistando per la cifra record di £. 220,000 David Nish dal Leicester senza il preventivo consenso della proprietà, la quale precisa al tecnico che non intende effettuare altri costosi acquisti, cosa che porta Clough a sbottare in conferenza stampa dopo un successo per 2-1 sul Liverpool, prendendosela pure con i fans, accusati di “cantare solo verso la fine delle gare quando siamo in vantaggio, io voglio che ci incitino quando siamo in svantaggio, sono vergognosi!“.l

Chiaro che con certi atteggiamenti la prosecuzione del rapporto con il cub non può aver vita lunga, rincarando Clough la dose nel corso delle interviste rilasciate ai media in cui attacca violentemente sia la Federazione ed i suoi componenti che personaggi del calibro di Matt Busby, Alf Ramsey e, in particolare, il tecnico del Leeds United, Don Revie ed i suoi giocatori più rappresentativi quali Bremner, Hunter e Lorimer, nei cui confronti prova un odio profondo accusandoli di praticare un gioco sporco e scorretto.

E quando poi, dopo aver comunque condotto il Derby County – alla sua prima esperienza nella manifestazione – sino alle semifinali di Coppa dei Campioni, si rivolge ai giornalisti italiani dopo la sconfitta per 1-3 patita all’andata contro la Juventus a Torino, apostrofandoli con un “io non parlo con dei bastardi truffatori“, si capisce che la misura è colma e, dopo un provvedimento della dirigenza che vieta a Clough di scrivere articoli per i giornali e di rilasciare interviste televisive, lui ed il suo vice vengono licenziati ad ottobre 1973, lasciando dietro di loro apprezzamenti contrastanti tra la validità del loro operato in una piccola società come il Derby da una parte e l’immagine negativa data del club per le eccessive polemiche ed esternazioni dall’altra.

La parabola di Clough sembra prendere una china discendente quando si trova a dover ripartire dalla Terza Divisione con il Brighton, ma quando meno uno se lo sarebbe potuto aspettare, a luglio 1974 riceve la chiamata proprio dagli odiati rivali del Leeds United, appena laureatisi campioni d’Inghilterra, e la cui dirigenza punta su di lui per sostituire il manager Don Revie, divenuto direttore tecnico della nazionale.

I suoi appena 44 giorni alla guida del club passano alla storia, in quanto Clough – per una volta non seguito dall’amico Taylor, rimasto alla guida del Brighton, particolare questo che può aver inciso nella sua esperienza al Leeds –, fedele ai propri principi e coerente con il suo pensiero circa il modo di giocare della squadra, si presenta ai giocatori senza tanti giri di parole, apostrofandoli con “potete gettare le vostre medaglie nella spazzatura, perché non sono state vinte onestamente“, ed inimicandosi i “senatori” quali Billy Bremner, Norman Hunter e Johnny Giles.

Con un ruolino di marcia costituito, tra League, Charity Shield e League Cup, da una sola vittoria a fronte di quattro pareggi e tre sconfitte in otto incontri, la sorte di Clough è segnata e la dirigenza non può che licenziarlo con una buonuscita di circa £. 100,000, una cifra considerevole per l’epoca.

Un’esperienza così traumatica e negativa potrebbe, o forse dovrebbe, segnare la fine della carriera per qualsiasi tecnico, ma non è questo il caso di Clough che, ad inizio gennaio 1975, riceve la chiamata dal Nottingham Forest che non riesce a riemergere dai bassifondi della Second Division, una situazione per certi versi simile a quella trovata al Derby County e che il tecnico di Middlesbrough affronta più o meno allo stesso modo, acquistando alla chiusura del mercato di marzo 1975 i suoi fidati John O’Hare e John McGovern e, dopo aver concluso il suo primo torneo intero alla guida del club al settimo posto, riesce a convincere Taylor, che nel frattempo ha appena fallito la promozione in Second Division con il Brighton, a riformare uno dei binomi più vincenti nella storia del calcio inglese.

Con la ricostituzione della celebre coppia (e con Clough che ha fatto tesoro degli errori commessi, riducendo di molto interviste ed apparizioni in Tv), il Nottingham è pronto a stupire non solo l’Inghilterra, bensì l’Europa intera, conquistando nel 1977 la promozione in First Division cui fa seguito un’impressionante serie di successi del tutto inaspettati.

E’ quello, in Inghilterra, un periodo in cui vi è una sola squadra – il Liverpool di Bob Paisley – a monopolizzare la scena ed il fatto che nel 1978, alla sua prima stagione dal ritorno nell’elite del calcio nazionale, il piccolo Nottingham riesca nell’impresa sia di vincere il suo primo (e, sinora, unico) campionato con sette punti di vantaggio sui “Reds” dopo averli addirittura sconfitti nella finale di League Cup (0-0 a Wembley, 1-0 nella ripetizione ad Old Trafford, rete di Robertson su rigore) fa un notevole scalpore, pur se il Liverpool si consola vincendo la sua seconda Coppa dei Campioni consecutiva sconfiggendo 1-0 in finale il Bruges a Wembley.

Già, quella gloria europea che, dopo il dominio di Ajax e Bayern nella prima metà degli anni ’70, si sta orientando oltre Manica, e sono in molti a guardare con curiosità l’abbinamento che esce dall’urna di Nyon quando al primo turno dell’edizione 1979 i campioni in carica del Liverpool vengono sorteggiati proprio con il Nottingham Forest, il quale sorprende i più accreditati avversari con un secco 2-0 al “City Ground” targato Birtles e Barrett, poi difeso ad oltranza ad Anfield per una delle maggiori sorprese della manifestazione.

Con le gare ad eliminazione diretta dell’epoca, il Nottingham raggiunge senza eccessive difficoltà le semifinali – anche in questo caso ripercorrendo il cammino del Derby County – ma stavolta con esito diverso, compiendo l’impresa di andare ad espugnare per 1-0 (rete di Bowyer) il campo del Colonia dopo il pari interno per 3-3 e quindi salire sul trono europeo dopo la vittoria in finale per 1-0 sul Malmoe grazie alla rete siglata da Trevor Francis in avvio.

Il Nottingham diventa ora un fenomeno analizzato da ogni parte d’Europa, considerando che nella medesima stagione si era anche ripetuto nella League Cup superando 3-2 in finale il Southampton ed aveva conteso al Liverpool il successo in campionato giungendo secondo, ma il bello ha ancora da venire poiché l’anno seguente, pur concludendo al quinto posto in campionato, i ragazzi di Clough giungono per la terza volta consecutiva in finale di League Cup, stavolta per soccombere 0-1 di fronte al Wolverhampton, ma si riscattano in Coppa Campioni dove – dopo aver eliminato i tedeschi est della Dynamo Berlino ai quarti, ribaltando con un 3-1 esterno lo 0-1 patito all’andata – sconfiggono in semifinale l’Ajax ed hanno la meglio nella finale di Madrid dell’Amburgo di Kevin Keegan grazie ad una rete di Robertson alla mezz’ora.

Due Coppe dei Campioni conquistate con un solo titolo nazionale vinto rappresentano un record insuperabile, ma se chiedete a Clough di cosa vada più orgoglioso nella sua esperienza al Forest, lui vi risponderà “le 42 gare di imbattibilità in campionato tra il 26 novembre 1977 ed il 25 novembre 1978, un anno intero senza perdere, la maggiore soddisfazione per un allenatore!“.

Ed anche se la sua esperienza al Nottingham si arricchirà di altre due League Cup nel 1989 e nel 1990, chiaramente l’immagine vincente di Clough è legata ai tre anni con cui al Forest è giunto ai vertici europei, come uno dei tecnici più vincenti della storia del football d’oltremanica ed un solo nemico lo ha potuto veramente sconfiggere, vale a dire quell’alcool di cui ha abusato per 37 anni costringendolo a subire un trapianto di fegato a gennaio 2003, senza il quale avrebbe avuto poche settimane di vita.

L’operazione, perfettamente riuscita, gli consente altri 20 mesi in cui sembra essersi rimesso in sesto prima che in una seconda occasione il destino si accanisse contro di lui, sotto forma di un cancro allo stomaco, dal quale non riesce a riprendersi, spirando il 20 settembre 2004, a 69 anni di età.

La controversa figura di Brian Clough è stata successivamente immortalata nel film “The Damned United” (“Il Maledetto United“, riferendosi al Leeds United …), uscito nelle sale nel 2009 e che ha incontrato un notevole favore nel pubblico.

IVANISEVIC, IL BOMBARDAMENTO VINCENTE A PARIGI-BERCY 1993

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Ivanisevic con il trofeo di Parigi-Bercy del 1993 – da tennis-forecast.com

articolo di Nicola Pucci

Prima di guadagnarsi l’ammissione all’Olimpo del tennis con la vittoria strappalacrime nella memorabile edizione di Wimbledon 2001, quando, ormai prossimo alla trentina, vinse in qualità di wild-card e con la non trascurabile 125esima posizione del ranking mondiale, Goran Ivanisevic si portava appiccicata addosso l’etichetta di eterno perdente, nonché di incompiuto, proprio sui parti londinesi, che lo avevano respinto all’atto finale nel 1992, nel 1994 e nel 1998, e di talentuoso mancino capace soprattutto di sparare bordate di servizio assolutamente vietate ai più. Nondimeno, il ragazzo di Spalato, figlio di quella Croazia capace di produrre campioni a getto continuo, più nel basket e nel calcio che nel tennis, ad onor del vero, aveva colto qualche affermazione di prestigio, leggi il titolo al Super 9 di Stoccolma nel 1992, così come a quello di Parigi-Bercy l’anno dopo. Ecco, proprio quest’ultimo successo merita che il vostro scriba spenda qualche riga di ricordo. Anche perché, oltre a celebrare il successo del nostro pupillo di oggi, scatenò a quei tempi la querelle sull’eccessiva violenza del tennis contemporaneo.

Ivanisevic si presenta al Palais Omnisports di Parigi-Bercy non certo reduce dalla sua miglior stagione. Già numero 4 del mondo l’anno prima, 1992, nella stagione in corso è retrocesso alla posizione numero 11, complice qualche scivolone non proprio preventivabile nei tornei del Grande Slam, ad esempio con Carlos Costa al terzo turno del Roland-Garros, quello sanguinoso con Todd Martin proprio a Wimbledon e sempre ai sedicesimi di finale, peggio ancora agli US Open, ancora con Carlos Costa e al secondo turno. Non che abbia fatto molto meglio nei tornei minori, anche se ai Super 9 di Roma e Stoccolma ha raggiunto la finale, perdendo poi da Courier, 6-1 6-2 6-2 al Foro Italico, e da Stich, 4-6 7-6 7-6 6-2 in Scandinavia dove era detentore del titolo. In bacheca vanta solo due trofei, sulla terra battuta di Bucarest contro Andrei Cherkasov, 6-2 7-6, e indoor a Vienna contro Thomas Muster, 4-6 6-4 6-4 7-6, curiosamente da settembre in poi, il che certifica che almeno in questo finale d’annata Goran ha ritrovato lo smalto di un tempo e se la cosa non ne fa il favorito numero uno dell’evento parigino, almeno lo candida ad un ruolo di outsider.

Il tabellone chiama alla battaglia tutti i migliori, da Sampras a Courier, da Becker a Stich, da Bruguera ad Edberg, da Chang a Medvedev, che capeggiano l’entry-list, e dei primi dieci giocatori del mondo manca solo Muster, impegnato in Florida in un processo per l’incidente da lui subito qualche anno prima a Key Biscane, a suggellare un’edizione sontuosa dell’evento che obbliga, pensate un po’, David Wheaton, numero 47 del mondo, a passare attraverso le qualificazioni, che altresì bocciano le speranze di Diego Nargiso, unico azzurro iscritto. Proprio Wheaton, dopo aver battuto il “vecchio” Lendl al debutto, 6-3 7-5, bagna poi l’esordio del numero uno del mondo, Pete Sampras, che col successo per 6-4 6-2 mostra di esser ben deciso a confermarsi tale. Ivanisevic occupa la metà di tabellone dell’americano, e dopo aver sofferto con Jonas Svensson che lo impegna fino al tie-break del set decisivo sprecando un match-point, fa fuori a suon di aces “Michelino” Chang, 7-6 7-5, mettendo così in saccoccia il primo scalpo di un top-ten. Non sarà di certo l’ultimo.

Nel frattempo Sampras ha la meglio di Rosset, elvetico che ben si adatta al tennis al coperto, ed assieme a Stich ed Edberg, oltre ad ovviamente Ivanisevic, completa di poker di qualificati au quarti di finale della parte superiore del tabellone. Sotto, invece, se Becker in qualità di detentore del titolo tiene fede al suo status di numero tre pur dovendo patire le proverbiali sette camicie per avere la meglio 7-6 al terzo set del russo Olhkovskiy rimontando al tie-break uno svantaggio di 4-1, si registra qualche eliminazione eccellente, con Jim Courier che si fa sorprendere da Gustafsson, poi eliminato da Woodforde agli ottavi, e Bruguera che proprio non è a suo agio sui tappeti indoor e paga dazio all’esaltazione transalpina di Arnaud Boetsch, numero 22 del mondo, che lo batte con un duplice 6-4 per poi arrampicarsi ai quarti con la successiva vittoria a spese dell’americano Palmer. Avanza ai quarti Medvedev, che ammutolisce il pubblico di casa eliminando il braccio geniale di Leconte, e così tra i primi otto abbiamo quattro sfide eccitanti: Sampras-Ivanisevic, Edberg-Stich, Becker-Boetsch e Medvedev-Woodforde.

Torniamo ad Ivanisevic, allora, che basando il suo tennis sull’incisività del servizio ma non disdegnando qualche sortita in avanti e cavando dal cilindro qualche buona risposta di rovescio, disarma un Sampras svogliato in due set, 7-6 7-5, battendo così il secondo top-ten nel cammino che lo porta ad incrociare in semifinale Edberg, che dopo aver perso quattro volte in stagione con Stich, infine sfata la maledizione e si impone 6-2 5-7 6-2. Ma se lo svedese rivela un’eccellente stato di forma, non parimenti si può dire del suo grande rivale di un tempo, Becker, che si fa irretire dal gioco di rimando e dall’entusiasmo giovanile di Boetsch, affatto appagato, che di rimonta si impone al tie-break decisivo, l’ennesimo del torneo, cogliendo l’affermazione più prestigiosa in carriera. Medvedev, di contro, che mai era andato oltre i quarti di finale in un torneo indoor, ancora una volta mostra evidenti segnali di tenuta alla distanza vincendo il terzo match in tre set contro Woodforde, maestro del doppio ma a cui non è certo fatto divieto un buon tennis individuale. E non è certo finita qui, perché il russo, che tanto somiglia nelle movenze e nel gioco a “gattone” Mecir, rimedia una situazione disperata con Boestch, sotto 6-2 5-3 in semifinale, per arrampicarsi al ti-break, vincerlo e sprintare 7-5 al terzo e guadagnare così l’accesso all’atto finale.

Dove, a completamento di una settimana senza macchie, si presenta anche Ivanisevic, che liquida Edberg in una sfida palpitante risolta 4-6 7-6 7-6, con lo scandinavo che per la seconda volta in carriera, dopo la semifinale persa con Stich in semifinale a Wimbledon nel 1991, mai cede il servizio ma soccombe alla mitragliata di aces inferti dal croato. Che fa tre top-ten eliminati d’infilata, che poi diventano quattro perché in finale Goran non trova resistenza in Medvedev, forse stanco per le maratone precedenti, di certo sepolto sotto una selva di servizi vincenti, ben 27, che portano il totale a 97 nel corso del torneo e valgono il 6-4 6-3 7-6 a referto. Con qualche fischio del non certo educatissimo pubblico del Palais Omnisports, perché c’è del violento nel gioco di Goran… ma prima del miracolo di Wimbledon 2001, questa rimane la prodezza di Ivanisevic, il conquistare di Parigi.

L’ETERNA SFIDA DI HARALD SCHMID AD EDWIN MOSES

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Harald Schmid ed Edwin Moses – da dfb.de

articolo di Giovanni Manenti

Se vi chiedete cosa abbiano in comune il tedesco Harald Schmid e lo statunitense Danny Harris, solo chi è esperto di atletica leggera potrà fornirvi la giusta risposta, nel senso che il primo è colui che ha inflitto alla leggenda degli ostacoli bassi, l’americano Edwin Moses, la sua ultima sconfitta, al meeting di Berlino del 26 agosto 1977, prima che questi inanellasse una “striscia” di qualcosa come 122 (!!!) vittorie consecutive, interrotta dal secondo, che riesce a sconfiggere Moses il 4 giugno 1987, al meeting di Madrid, in pratica una imbattibilità durata addirittura lo spazio di un decennio!

Quando si ha la sfortuna di convivere con un campione di tal calibro – viene da pensare ad un Merckx nel ciclismo o ad un Phelps nel nuoto, che hanno lasciato le briciole ai loro avversari – siamo convinti che la rivalità diventi una specie di ossessione, un qualcosa che da una parte ti spinge a dare sempre di più nella speranza di poter riuscire a sconfiggerlo, ma dall’altra può anche crearti quel complesso d’inferiorità da sfociare in una forma depressiva del tipo… “ma, tanto, non lo batterò mai!“.

E, comunque, poiché lo sport vive di rivalità e di sfide, e l’atletica leggera in particolare, è lo stesso Moses ad aver arricchito la propria leggenda proprio grazie al valore dei due citati avversari, contro i quali ha dato vita ad epici confronti a livello olimpico e mondiale che hanno infiammato le relative manifestazioni.

Nato ad Hanau, in Germania Ovest, a fine settembre 1957, di due anni più giovane di Moses, il tedesco Schmid, oltre a specializzarsi sui 400hs, è anche un più che discreto esponente della distanza piana, tant’è che viene regolarmente inserito a completare il quartetto della staffetta 4×400 della Germania Occidentale, con cui coglie il bronzo alla sua prima esperienza olimpica a Montreal 1976 all’età di 19 anni, non avendo potuto confrontarsi con Moses nella gara ad ostacoli, essendo stato squalificato nella prima delle due semifinali, gara che il ventunenne dell’Ohio si aggiudica con il record mondiale di 47″63.

Ma l’appuntamento con il fenomeno americano è solo rimandato di un anno, in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo, che si disputa proprio in Germania, a Dusseldorf, e che vede Schmid e Moses affrontarsi ad una settimana di distanza dalla ricordata ultima sconfitta di quest’ultimo, il quale rifila quindici metri di distacco al rivale, coprendo la distanza in 47″58 (che non è primato mondiale in quanto Moses aveva già migliorato il proprio limite correndo in 47″45 a Los Angeles l’11 giugno 1977), con Schmid che giunge terzo in 48″85, preceduto anche, per soli 0″02 centesimi, dal tedesco est Volker Beck.

Per il tedesco, un bagno di umiltà utile per concentrarsi sul panorama europeo, in attesa di confrontarsi con Moses nella seconda edizione della Coppa del Mondo – in programma a Montreal a fine agosto 1979 – ed occasione migliore non può esservi degli Europei di Praga 1978, dove Schmid si aggiudica i titoli continentali sia sui 400hs in 48″51 che con la staffetta 4×400 con il tempo di 3’02″03, in entrambi i casi record dei campionati.

La ricordata Coppa del Mondo di atletica – che negli anni a seguire perderà gran parte del suo significato a seguito dell’istituzione dei Campionati Mondiali, la cui prima edizione si disputa ad Helsinki nel 1983 – è una manifestazione ideata dal vulcanico presidente della IAAF Primo Nebiolo, ed alla quale partecipano gli Stati Uniti, rappresentanti delle Americhe, Asia, Africa ed Oceania, mentre per l’Europa sono presenti le prime due nazioni della Coppa Europa ed un’ulteriore selezione continentale, ovviamente senza atleti dei due citati paesi.

Per l’edizione 1979 della riferita Coppa Europa, la cui finale si disputa a Torino, la vittoria arride alla Germania Est con 125 punti davanti all’Unione Sovietica con 114 ed alla Germania Ovest con 110 e Schmid, che ha vinto la gara dei 400hs con l’eccellente tempo di 47″85 (nuovo record europeo che migliora il 48″12 del Britannico Hemery a Città del Messico 1968), nonché i 400 piani e la staffetta 4×400, ottiene la selezione per la Coppa del Mondo nella formazione dell’Europa.

Sulla stessa pista che lo ha visto per la prima volta fregiarsi dell’oro olimpico, Moses prosegue la sua striscia di imbattibilità facendo sua la gara in 47″53 (tempo inarrivabile per gli avversari), con Schmid che, in ogni caso, conferma la sua leadership in campo continentale piazzandosi secondo in 48″71 davanti al sovietico Arkhypenko ed al tedesco est Beck, così come avvenuto nella finale di Coppa Europa.

Tedesco orientale e sovietico che hanno l’opportunità di giocarsi tra loro la medaglia d’oro ai Giochi di Mosca 1980 causa il boicottaggio imposto dal presidente Usa Jimmy Carter, cui aderiscono molti paesi del “blocco occidentale” (Germania Ovest inclusa) per una delle gare di minor valore della rassegna olimpica, basti pensare che se la aggiudica Beck in 48″70 davanti ad Arkhypenko (48″86), quando ai “Trials Usa“– disputati “pro forma” – Moses passeggia in un per lui normalissimo 47″90, per poi ritoccare il proprio limite mondiale portandolo a 47″13 il 3 luglio 1980 all’Arena di Milano.

Ma tant’è, non c’è niente di peggio di quando lo sport viene usato per fini politici ed alla terza edizione della Coppa del Mondo di Roma 1981 allo Stadio Olimpico – che sarà poi scenario della più serrata gara sui 400hs della storia – Moses è ancora il dominatore assoluto con 47″37, lasciando a debita distanza Beck, Schulting ed Arkhypenko, con Schmid non selezionato e che aveva subito da Beck una delle rare sconfitte (48″94 a 49″12) in finale di Coppa Europa a Zagabria.

Per Schmid l’occasione per riprendersi lo scettro di miglior ostacolista d’Europa, si presenta l’anno seguente agli Europei di Atene 1982 dove, oltre a confermare il doppio oro di Praga sia sui 400hs che nella staffetta 4×400 – specialità, i 400 piani, dove, giova ricordare, vanta un personale di 44″92 da fare invidia a molti specialisti puri – con tanto di miglioramento del record europeo all’eccellente tempo di 47″48, tale da poter impensierire anche un Moses in un’eventuale giornata di scarsa vena.

Con l’introduzione nel calendario della IAAF dei Mondiali, la prima edizione che si tiene ad Helsinki 1983 fornisce la possibilità ai due eterni rivali di anticipare quella che, verosimilmente, è attesa come la sfida principe dei Giochi di Los Angeles in programma l’anno seguente, ai quali, per ripicca, non partecipano stavolta le nazioni del “blocco sovietico“.

Con Beck ed Arkhypenko oramai fuori dalle competizioni, il duello per le prime due posizioni appare scontato, con Moses che fa sua la prima semifinale in 48″11 e Schmid la seconda in 48″57, per poi soccombere nettamente in finale contro lo strapotere dell’asso americano, che si impone in 47″50 lasciando ad oltre 1″ (48″61) il tedesco e, più staccati, il sovietico Kharlov che precede di appena 0″03 lo svedese Nylander nella lotta per il bronzo (49″03 a 49″06) ed i due americani André Phillips e David Lee.

C’è da rimanere sconsolati, ma Schmid non è tipo da arrendersi tanto facilmente e, persa un’occasione, si proietta subito alla successiva, in questo caso le ricordate Olimpiadi californiane di Los Angeles 1984, dove Moses si accorge, agli “Olympic Trials“, di aver un pericoloso nemico in casa, nelle sembianze del giovane 19enne Danny Harris, che lo impegna nella prova di selezione concludendo in un più che discreto 48″11 rispetto al 47″76 del campione, in una gara che vede escluso dai Giochi André Phillips, non meglio che quarto in 48″62.

Uno dei pochi vantaggi che ha Schmid – il quale, per inciso, era tornato a vincere in Coppa Europa nella finale di Londra 1983 superando nettamente (48″56 a 49″53) il sovietico Kharlov – è quello di non aver problemi di selezione, potendo conseguentemente prepararsi con tranquillità all’appuntamento a cinque cerchi che, al “Coliseum” di Los Angeles, non lo vede peraltro al massimo della forma, dato che, dopo aver vinto la propria batteria in 49″34, si piazza solo terzo, spalla a spalla (49″03 a 49″04) con lo svedese Nylander – la miglior espressione del suo paese nella specialità – nella seconda semifinale vinta da Harris in 48″92, mentre Moses, dal canto suo, fa sua la prima in 48″51 davanti al terzo americano, Wheeler, con 48″94 ed all’emergente senegalese Amadou Dia Ba.

Nonostante in finale Moses corra in sesta corsia, ideale punto di riferimento per Schmid in quinta ed Harris in quarta, diviene al contrario un obiettivo che si allontana sempre di più dal resto della concorrenza, per andare a trionfare in 47″75, con l’unica emozione fornita dalla lotta per l’argento che premia alla fine Harris, il quale rimonta Schmid per strappargli il secondo posto per soli 0″06 centesimi (48″13 a 48″19), con Nylander a precedere Dia Ba per le posizioni di rincalzo.

Schmid si consola con l’ennesima vittoria in Coppa Europa in 47″85 a Mosca 1985, ottenendo la selezione nella formazione europea per la quarta edizione della Coppa del Mondo di Canberra dove, peraltro, pur in assenza di Moses per gli Usa – rimpiazzato da André Phillips che fa sua la gara in 48″61 – non va oltre il terzo posto, battuto anche dal sovietico Vasilyev (48″61 a 48″83).

C’è poco da fare, come Schmid mette il naso fuori dal contesto continentale riesce a rimediare solo cocenti sconfitte, e buon per lui che un validissimo stimolo per proseguire – avvicinandosi alla soglia dei trent’anni – gli giunge dalla disputa sul territorio tedesco degli Europei di Stoccarda 1986, con l’opportunità di realizzare un tris di successi consecutivi mai riuscito a nessun altro atleta nella specialità.

Va anche riconosciuto come i 400hs siano una disciplina che non vive di veloci ricambi, ragion per cui, anche sulla pista del “Neckarstadion” le gerarchie vengono rispettate, con il tedesco che si impone nella prima semifinale in un tranquillo 49″17, mentre molto più tirata è la seconda, che vede Vasilyev prevalere in 48″80 su Nylander che, con 48″83 stabilisce il primato nazionale svedese.

Si presuppone una finale combattuta ed in effetti in parte lo è, ma Schmid riesce nell’impresa di completare la sua tripletta concludendo la prova in 48″65 con il solo Vasilyev ad impensierirlo sino all’ultimo (48″76), mentre delude dal punto di vista cronometrico Nylander, bronzo sì, ma con un mediocre 49″38.

Schmid sfiora anche un secondo storico tris con la staffetta 4×400 in cui, inserito in terza frazione, completa una rimonta che lo porta da terzo a consegnare per primo il testimone a Luebke, il quale resiste al recupero di Roger Black per la Gran Bretagna sin fino a metà del rettilineo di arrivo, per poi cedere di misura (2’59″84, record dei campionati, a 3’00″17, primato tedesco).

Gli anni scorrono inesorabili, ed il sogno di sconfiggere nuovamente Moses si allontana sempre di più, pur se l’appuntamento, ancora sul vecchio continente, dei Mondiali di Roma 1987 potrebbe forse rappresentare l’ultima occasione, specie dopo la notizia proveniente da Madrid, dove il 22enne Harris è riuscito finalmente ad interrompere la lunga striscia vincente del fenomeno, proponendosi però a propria volta come un altro serio pretendente al titolo iridato.

Alla rassegna mondiale non vi sono dubbi di sorta su chi siano i soli a contendersi il podio – Moses, Harris e Schmid – ma pochi avrebbero potuto prevedere di assistere alla più serrata e combattuta gara sugli ostacoli bassi della storia dell’atletica mondiale, ma andiamo per ordine.

Le sei batterie disputate il 30 agosto 1987 – e che qualificano per le semifinali i primi due più i quattro migliori tempi – non comportano alcuna difficoltà per i favoriti, con Harris a far registrare il miglior tempo in 48″74 rispetto al 49″03 di Moses ed al 49″28 di Schmid, con quest’ultimo che si riscatta il giorno seguente, precedendo di un soffio Harris (48″23 a 48″24) nella prima delle due semifinali, dove si mettono in luce il sempre valido svedese Nylander ed il nigeriano Amike che, con 48″46 e 48″50 (record nazionale) lasciano fuori dalla finale il terzo americano David Patrick ed il giamaicano Wintrop Graham, sfortunati nell’essere incappati nella serie più qualificata.

Moses, al contrario, non ha difficoltà a festeggiare il suo 32esimo compleanno imponendosi con facilità nella seconda semifinale, vinta in 48″38 davanti al senegalese Amadou Dia Ba ed al britannico Kriss Akabusi, uno dei migliori specialisti continentali della specialità, e che rileverà il testimone da Schmid dopo le Olimpiadi di Seul 1988.

L’attesa per la finale dell’1 settembre è palpabile, sia il pubblico che i media si domandano se il regno di Edwin Moses – il quale, ricordiamo, ha sinora messo in fila, in ordine cronologico, l’oro alle Olimpiadi di Montreal 1976, alle prime tre edizioni della Coppa del Mondo di Dusseldorf 1977, Montreal 1979 e Roma 1981, ai Mondiali di Helsinki 1983 ed ai Giochi di Los Angeles 1984 – potrà finalmente cadere sotto i colpi dell’agguerrita coppia formata da Schmid e dal giovane connazionale Harris.

Moses è perfettamente consapevole sia della forza dei suoi avversari che del fatto di non essere più quello che proprio quattro anni prima a Coblenza, nel giorno del suo 28esimo compleanno – il 31 agosto 1983 – aveva rischiato di essere il primo uomo a scendere sotto il muro dei 47″ netti, avendo fermato il cronometro sul nuovo record mondiale di 47″02 e, pertanto, schierato in quarta corsia, con interessanti punti di riferimento in Schmid ed Harris, rispettivamente in quinta e sesta, decide di giocare d’anticipo imponendo alla gara un ritmo elevato che lo porta ad annullare il “decalage” sul tedesco ben prima di affrontare la seconda curva, presentandosi con buon margine su Harris all’ingresso in rettilineo con Schmid in fase di rimonta.

Qui Moses comincia a pagare lo scotto dell’età, la sua azione si fa improvvisamente più pesante, cosa della quale si accorgono i due inseguitori che, alla stregua di un falco che individui la preda, si lanciano alla caccia dell’invincibile avversario al superamento della decima barriera e ci vuole tutta la classe e l’esperienza di Moses, la cui falcata è sì ampia, ma meno veloce, per catapultarsi sul filo di lana quasi contemporaneamente ai suoi rivali per un arrivo al fotofinish il cui esame sentenzia: 1. Edwin Moses, 47″46 (record dei campionati); 2. Danny Harris, 47″48 e 3. Harald Schmid, 47″48 che eguaglia il suo stesso record europeo.

E’ questo l’ultimo grande confronto tra i due amici/rivali, in quanto l’anno seguente, ai Giochi di Seul 1988 che segnano la loro definitiva uscita di scena, Moses subisce la sua unica sconfitta tra Olimpiadi e Mondiali, giungendo terzo in un comunque eccellente 47″56 nella gara vinta da André Phillips in 47″19 davanti al senegalese Dia Ba (47″23), con Schmid non meglio che settimo in 48″76, mentre Harris, non selezionato per le Olimpiadi in quanto giunto quinto ai “Trials” in 47″76 (!!!) – ma ci rendiamo conto? – giungerà poi solo quinto ai Mondiali di Tokyo 1991.

Tre volte campione europeo sui 400 ostacoli – più due ori ed un argento con la staffetta 4×400 nelle medesime rassegne continentali – non si può dire che la carriera di Schmid sia stata avara di soddisfazioni ed, anche se non è mai riuscito a sconfiggere Moses in sede olimpica o mondiale, crediamo che il miglior riconoscimento alle proprie qualità gli sia stato tributato proprio dal suo grande rivale, il quale ebbe a dichiarare che “mi svegliavo al mattino e, dato che in California siamo nove ore indietro rispetto all’Europa, il mio primo pensiero era sul fatto che Harald avesse già finito di allenarsi, ed era quindi tempo che anch’io mi sbrigassi! Sono stati grandi stleti come lui la mia vera motivazione!“.

AGOSTINI E LA CINQUINA AZZURRA A MONZA 1968

1968
Il via del Gran Premio delle Nazioni 1968 a Monza – da metzeler.com

articolo di Nicola Pucci

L’Autodromo di Monza è un’enclopedia motoristica che come tale ha una sterminata serie di storie, dolci o tragiche che siano, da raccontare. Una di queste, con inequivocabili colori bianco-rosso-verde, viene scritta il 15 settembre 1968 ed entra di diritto tra le vicende più memorabili della nostra storia sportiva.

Giacomo Agostini, in sella a quell’MV Augusta che già nei due anni precedenti lo ha visto campione del mondo in classe 500 nonché secondo al debutto nel 1965 alle spalle del grande rivale di quegli anni, il britannico Mike “The bike” Hailwood, altresì più abile di lui anche in classe 350 nel biennio 1966/1966 – mentre nel 1965  l’azzurro fu anticipato in classifica dal rhodesiano Jim Redman -, sta disegnando una stagione per lui senza precedenti e che mai nessuno sarà in grado di duplicare, se è vero che ha già in tasca il titolo delle due classi. Non solo, il 26enne bresciano ha colto il successo nelle sette gare a cui ha preso parte in 350, con l’aggiunta del giro più veloce, così come in 500 ha messo in bacheca un en-plein di nove vittorie e miglior tempo sul giro, instaurando una dittatura assoluta.

E’ altresì vero che alla fine del 1967 l’Honda ha annunciato il suo ritiro dai gran premi, lasciando il britannico a piedi, pur mantenendolo sotto contratto e negandogli così la possibilità di partecipare al Campionato del Mondo dell’anno successivo. Viene a mancare, così, la sfida che più di ogni altra ha acceso il circuito iridato nell’ultimo triennio, Italia contro Gran Bretagna, Agostini contro Hailwood, classe contro spregiudicatezza. Ma Hailwood, nostalgico dell’ebbrezza in pista, riappare al Gran Premio delle Nazioni, proprio a Monza il 15 settembre, ultima prova del calendario. Inizialmente il britannico sembra potersi accordare proprio con la MV Augusta, con la quale disputa la prima sessione di prove, in una sorta di tentativo della casa varesina, pare, di legittimare il successo iridato del suo pupillo con un avversario ben più competitivo dei due centauri Matchless che hanno provato ad impensire, senza riuscirci, Agostini, ovvero l’australiano Jack Findlay e lo svizzero di origini magiare Gyula Marsovszky.  Voci, queste, mai accertate ma che scatenano una ridda di polemiche alle quali lo stesso Hailwood infine si sottrae decidendo di correre la gara in sella alla Benelli, per la riedizione della sfida dell’anno prima quando sul circuito monzese Agostini e Hailwood lasciarono il resto della concorrenza a tre giri di distanza per andare poi a giocarsi la vittoria che infine arrise all’italiano, che ipotecò così il titolo mondiale.

La corsa è palpitante per le prime tre tornate, con i due campionissimi l’uno nella ruota dell’altro, Agostini a condurre in testa ed Hailwood affatto disposto a cedere di un metro. Poi, all’attacco della Parabolica, le ruote della Benelli del britannico si bloccano in fase di frenata complice l’asfalto reso viscido dalla pioggia ed Hailwood finisce la sua corsa, così come la sua carriera di immenso motociclista, nella sabbia della via di fuga. Già perché Mike “The bike“, che non mancherà certo di accusare Agostini di averlo deliberatamente chiuso in curva costringendolo così alla frenata e al capitombolo decisivo, prova disperatamente a rimettersi in pista ma il mezzo è irrimediabilmente danneggiato e le piste iridate del motociclismo mai più lo vedranno in lizza.

Agostini ha via libera… ma credete che la corsa abbia già detto tutto? Assolutamente no, perché le circostanze son sempre la benzina che accende la miccia della storia e quel che succede nei restanti 32 giri è altrettanto degno, se non di più, di venir raccontato. Succede infatti che gli stessi Findlay e Marsovszky sono costretti all’abbandono, e alle spalle del solitario Agostini, che andrà a cogliere il decimo successo su dieci gare stagionali in 500 con il corollario dell’immancabile giro veloce, si accende la battaglia per le altre posizioni sul podio. E in lotta tra loro ci sono solo italiani, con un “certoRenzo Pasolini, già secondo un paio d’ore prime alle spalle di Giacomo in classe 350, che infine giunge secondo distanziato di 34″6 ma senza l’onta di venire doppiato, come invece accade ad Angelo Bergamonti, terzo come l’anno prima, alla guida di una Paton a due tornate, Alberto Pagani su di una  Lino Tonti e l’altro motorizzato Paton Silvano Bertarelli, che con quattro giri di ritardo dal vincitore vanno a completare un clamoroso pokerissimo tutto bianco-rosso-verde, di un soffio davanti a Kel Carruthers, impossibilitato proprio poco prima del traguardo ad impedire lo storico risultato.

Sapete quanti anni dovranno trascorrere perché l’Italia abbia pari successo, o quasi, nella classe regina del motociclismo? Esattamente 37, quando l’erede di Agostini, “the doctor Valentino Rossi, il 5 giugno 2005 sulla pista amica del Mugello batterà nell’ordine Max Biaggi, Loris Capirossi e Marco Melandri. Ma questo è poker… la cinquina, anno 1968 sul circuito di Monza, è davvero tutta un’altra faccenda. Memorabile faccenda.

LA VITA DA ETERNO SECONDO DI FRANKIE FREDERICKS

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Frankie Fredericks – da arebbusch.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel 1990, la Namibia, stato africano prospicente l’Oceano Atlantico e confinante a nord con Angola e Zambia, ottiene l’indipendenza dal Sudafrica, il primo a beneficiarne – da un punto di vista sportivo – è un suo rappresentante che da tre anni vive e studia negli Stati Uniti, tale Frankie Fredericks, il quale ha anche una particolare predisposizione per la corsa, correndo veloce, oh sì, se corre veloce…

Nato nell’ottobre 1967, fisico perfetto (180cm. per 73kg) per l’atletica leggera, cui unisce anche un’espressione disincantata più da universitario (quale in effetti è) o “professorino” che non da”guerriero delle piste“, Fredericks si trasferisce negli Stati Uniti a vent’anni, avendo vinto una borsa di studio alla “Brigham Young University“, potendo così affinare le sue innate doti di velocista presso i famosi campus universitari dei college Usa, aggiudicandosi tre titoli NCAA.

E se la sua neonata patria avesse voluto cercare un ambasciatore universale, non avrebbe potuto trovare di meglio del suo longilineo conterraneo, dato che, grazie alle sue prestazioni, coronate anche da un eccellente stile di corsa e da una gentilezza e correttezza in pista fuori dal comune, la Namibia viene conosciuta ed apprezzata a livello mondiale, ma andiamo per ordine.

L’ottenuta indipendenza del proprio paese consente a Fredericks di poter gareggiare a livello internazionale, dato che sul Sudafrica pende ancora l’inibizione da parte del CIO per la politica razziale – la stessa verrà tolta solo a fine 1991 con l’ammissione ai Giochi di Barcellona 1992 – ed i suoi primi squilli avvengono in occasione dei Mondiali di Tokyo 1991 dove si piazza quinto nella fantastica finale dei 100 metri, stabilendo in 9″95 il record africano, in una gara vinta da Carl Lewis con l’allora primato mondiale di 9″86, precedendo i connazionali Leroy Burrell (9″88) e Denis Mitchell (9″91) ed il britannico Linford Christie (9″92, record europeo).

La spinta ricevuta dall’ottimo risultato cronometrico sui 100 porta Fredericks a confrontarsi sui 200 con colui che sarà il suo incubo negli anni a venire, vale a dire l’americano Michael Johnson, che lo supera in finale, peraltro con tempi relativamente modesti, un 20″01 rispetto al 20″34 di Fredericks, che comunque regala al proprio paese la prima medaglia – e non poteva essere altrimenti, data l’indipendenza ottenuta appena un anno prima – in una grande manifestazione internazionale.

La conquista dell’argento mondiale stuzzica Fredericks a voler assaporare il piacere dell’oro e del relativo gradino più alto del podio con annessa esecuzione dell’inno nazionale del proprio paese, agli “All Africa Games” che si disputano a fine settembre del medesimo anno al Cairo, ottenendo una agevole doppietta sui 100, vinti in 10″18 sul nigeriano Ezinwa (10″25), e sulla doppia distanza, dove il divario con il resto dei concorrenti è oltremodo schiacciante.

Tornato negli Stati Uniti, il 24enne namibiano cura scrupolosamente la preparazione per l’appuntamento clou della stagione successiva, vale a dire le Olimpiadi di Barcellona 1992, per le quali una buona notizia perviene dagli “Olympic Trials” di New Orleans che vedono l’eliminazione del primatista e campione del mondo in carica, Carl Lewis, in non buone condizioni fisiche nei giorni delle selezioni.

Ciò nondimeno, il lotto dei partecipanti è di assoluto rilievo, contando sul trio a stelle e strisce formato da Burrell, Mitchell e Witherspoon, il britannico due volte campione europeo Linford Christie, il riabilitato dopo aver scontato i due anni di squalifica Ben Johnson unitamente ai suoi due delfini Bruny Surin ed Atlee Mahorn, nonché gli esponenti di una sempre più emergente Nigeria, capitanati da Davidson Ezinwa, cui si uniscono Olapade Adeniken e Chidi Imoh, per una staffetta che conquisterà nella medesima rassegna olimpica una straordinaria medaglia d’argento, sconfitti solo dagli Stati Uniti di un ritrovato Carl Lewis.

Superate senza alcuna difficoltà le batterie, ai quarti di finale – dove si registra una sola relativa sorpresa con l’eliminazione del canadese Mahorn – Fredericks vince la propria serie in un convincente 10″13, tempo superato solo da Christie che, nella più serrata delle quattro prove, supera (10″07 a 10″08) Burrell, annunciando un possibile duello anche in finale.

Il giorno dopo, 1 Agosto 1992, vanno in scena le due semifinali, e la sfida tra Burrell e Christie si ripete, con stavolta l’americano a prevalere in 9″97 rispetto al 10″00 del britannico, in una serie che vede la malinconica uscita di scena di Ben Johnson, addirittura ultimo in 10″70, mentre anche Fredericks avanza la propria candidatura quantomeno ad una medaglia, facendo sua la seconda semifinale in 10″17 davanti a Surin.

Meno di tre ore dopo va in scena l’atto conclusivo, condizionato da una falsa partenza attribuita a Burrell che lo condiziona nel secondo avvio, non facendolo mai essere in gara, circostanza di cui approfitta Christie che, dopo aver raggiunto il piccolo Surin, specialista dei 60 metri indoor, va a vincere con ampio margine in 9″96, con Fredericks che resiste al ritorno di Mitchell (10″02 a 10″04) per portare alla Namibia la sua prima medaglia olimpica.

Argento che Fredericks replica cinque giorni dopo nella finale dei 200 metri, dove la concorrenza è sicuramente meno forte e che registra la clamorosa eliminazione in semifinale proprio di Michael Johnson (affetto da virus gastrointestinale), pur se nella prima l’altro americano Mike Marsh fa segnare uno sconvolgente 19″73 (!!!), ad appena un  centesimo dal record mondiale di Mennea, per poi far suo l’oro in 20″01 con il namibiano che conclude in seconda posizione in 20″13.

I due argenti olimpici consolidano in Fredericks la convinzione di essere sulla strada giusta ed il suo prossimo obiettivo sono le Olimpiadi di Atlanta 1996, per arrivare alle quali si rende però conto di dover migliorare i propri tempi se vuole avere speranze di vittoria, e ciò puntualmente avviene già ai Mondiali di Stoccarda 1993 dove, a dispetto di un sesto posto in 10″03 sui 100 vinti da Christie davanti al terzetto americano composto da Cason, Mitchell e Lewis, raggiunge il primo obiettivo della propria attività agonistica, con la bandiera della Namibia che sventola sul più alto pennone in occasione della premiazione dei 200 metri, da lui vinti in un eccellente 19″85, record dei campionati, pur in assenza di Johnson, iscritto solo sui 400 metri, da lui puntualmente vinti in 43″65.

La dimostrazione di superiorità fornita da Johnson sul giro di pista convince l’americano sulla possibilità di puntare ad una storica accoppiata 200/400 sia in chiave olimpica che mondiale, ed il banco di prova ideale è costituito dai Mondiali di Goteborg 1995, giusto un anno prima dell’appuntamento a cinque cerchi, ma se sui 400 la concorrenza è praticamente in casa – in special modo nel primatista mondiale Harry “Butch” Reynolds – sulla più corta distanza è il namibiano a destargli non poche preoccupazioni.

Quel Fredericks che, dal canto suo, si rende conto di come la concorrenza sui 100 sia molto più agguerrita rispetto ai 200, dove, in effetti, a parte Johnson, una medaglia è già quasi praticamente certa, e poi i 100 sono una gara dove non è concesso il benché minimo errore, mentre sulla doppia distanza anche un’eventuale partenza leggermente ritardata può consentire il recupero, ragion per cui affina la sua preparazione per migliorare sempre più il proprio rendimento sulla prova con curva.

E, difatti, i due rivali si presentano alla sfida nella finale sui 200 metri dell’11 agosto 1995 con Fredericks piazzatosi ai margini del podio sui 100, quarto in 10″07 nella gara vinta dal nuovo astro canadese Donovan Bailey in 9″97 davanti al connazionale Surin, mentre Johnson ha, dal canto suo, ha replicato l’oro iridato sui 400 sconfiggendo ancora una volta Reynolds ed avvicinandone in 43″39 il limite mondiale di 43″29 dal medesimo detenuto.

Niente da fare, la prova generale in prospettiva Atlanta 1996 riesce molto meglio all’americano che spazza via la concorrenza andando a vincere in un eccellente 19″79, nuovo record dei campionati, con l’ex sudafricano che coglie l’ennesimo argento, ma con un distacco abissale (20″12), precedendo di 0″06 centesimi l’altro statunitense, Jeff Williams.

In accordo con il proprio allenatore, Fredericks comprende benissimo che non può competere con Johnson, il quale ha una maggiore resistenza provenendo dal “giro della morte“, se non migliora la sua velocità di base, dato che i suoi tempi sui 100 sono sì buoni ma non eccezionali se vuole aspirare alla gloria olimpica, ed il lavoro fatto nel periodo invernale dà i suoi buoni frutti quando “l’ingegnerefa fermare i cronometri sul 9″86 al meeting di Losanna del 3 luglio 1996, appena un 0″01 centesimo superiore al limite mondiale di Leroy Burrell, anche se le notizie che giungono dagli “Olympics Trials” di Atlanta sono tali da demoralizzare chiunque, con Johnson che, dopo aver vinto il 19 giugno i 400 in 43″44, quattro giorni dopo migliora il record di Pietro Mennea che resisteva dalle Universiadi di Città del Messico 1979, portandolo ad uno stratosferico 19″66!

Perfetto, ma se c’è da vendere cara la pelle, Fredericks non è il tipo che si tira indietro, avendo ora nelle proprie corde (o gambe, per meglio dire) chances di vittoria su entrambe le distanze, ed è ben deciso a giocarsele sin dalla gara inaugurale, quella che certifica l’uomo più veloce al mondo ed alla quale si presenta da leader stagionale in forza del ricordato 9″86.

Come di consueto, la prova si disputa in due giornate, con batterie al mattino e quarti di finale il 26 luglio, semifinali e finale nel tardo pomeriggio del giorno seguente, e Fredericks non ha alcun problema a qualificarsi per le semifinali, vincendo la sua serie nel miglior tempo di 9″93 così come fa il suo amico/rivale Ato Boldon, che ferma i cronometri sul 9″95, mentre l’interessante sfida della terza serie tra il campione olimpico e quello mondiale in carica, vede prevalere (10″03 a 10″05) Christie su Bailey.

Le due semifinali, che vanno in scena alle 18,30 del 27 luglio, vedono Fredericks e Boldon confermarsi nella loro veste di pretendenti alle medaglie, con il primo che vince la prima in 9″94 davanti a Bailey ed all’americano Mike Marsh, ed il secondo che lo imita facendo sua la seconda in 9″93 precedendo Mitchell e Linford Christie, che non appare al meglio della forma.

Talmente fuori condizione, Christie, che quando due ore e mezza dopo gli otto finalisti si presentano sui blocchi di partenza per la disputa dell’atto conclusivo, incappa in due false partenze – inframezzate da una terza di Ato Boldon – che ne determinano la squalifica e la gara la perdita di uno dei suoi partecipanti più attesi.

Quando, finalmente, al quarto tentativo, la partenza viene data buona, il più veloce a mettersi in moto è Mitchell, seguito da Boldon, con Fredericks che li supera a metà gara mentre Bailey, come al solito, è il più lento a mettersi in moto, ma quando le lunghe leve del canadese (alto 185 cm.) si mettono in moto la sua rimonta è talmente imperiosa da andare a trionfare togliendo anche a Burrell (assente in quanto giunto appena sesto ai “Trials“) il record mondiale con il tempo di 9″84 ed a Fredericks non resta che il rammarico di conquistare l’argento con il miglior crono di 9″89 che gli avrebbe dato l’oro olimpico (al netto della squalifica di Ben Johnson a Seul 1988), in qualsiasi precedente edizione dei Giochi, con Boldon bronzo in 9″90 e Mitchell che può consolarsi (si fa per dire) per essere il primo atleta a correre sotto i 10″ netti in una finale olimpica senza salire sul podio.

Il terzo argento in due rassegne olimpiche non è da disprezzare, ed il riscontro cronometrico dà fiducia a Fredericks, il quale spera che i quattro turni sui 400 metri possano influire sul rendimento di Johnson nella sfida sui 200, americano che, dal canto suo, ha dato un’ulteriore dimostrazione di superiorità sul giro di pista da lasciare esterrefatti, lasciando a quasi 1″ di distacco il britannico Roger Black nello sfiorare nuovamente il limite mondiale di Reynolds, coprendo la distanza nel nuovo record olimpico di 43″49.

Nella vita, ma soprattutto nello sport, le sfide vanno sempre accettate e mai darsi per vinti in partenza, questo deve essere stato il pensiero di Fredericks, dopo che i primi due turni eliminatori sono stati poco più di una passeggiata, nell’affrontare alle ore 18 dell’1 agosto 1996 la sua seconda semifinale, dopo che Johnson ha conquistato il “pass” per la finale in un comodo per lui 20″27, in una serie che ha fatto come vittime il nigeriano Obikwelu (che poi correrà sotto i colori del Portogallo) ed il britannico John Regis.

Fredericks non si risparmia come ha fatto il rivale, intenzionato forse a ricevere un’iniezione di autostima, ed il responso cronometrico lo premia con un 19″98 davanti a Boldon (20″05) che ne rafforza la convinzione di poter puntare forse a qualcosa di più di una semplice medaglia.

Due ore dopo, gli otto finalisti sono schierati ai blocchi di partenza per dar vita ad una delle più appassionanti gare della storia dei Giochi, in cui Michael Johnson – il “Waco Express” come è soprannominato – fornisce una straordinaria dimostrazione di potenza che sembra far andare lentamente i propri avversari, tagliando il traguardo in un fantascientifico (almeno sino a quando non si presenta sulle piste di tutto il mondo un certo Usain Bolt) 19″32 di fronte al quale il 19″68 di Fredericks – solo altro atleta al aondo ad andare sotto il limite di Mennea del 1979 – sbiadisce, così come il pur eccellente 19″80 di Ato Boldon, che si piazza al terzo posto.

Certo, per l’amor di Dio, se la Namibia compare nel medagliere assoluto dei Giochi lo deve esclusivamente ai 4 argenti conquistati da Fredericks, ma ad aver corso due finali in 9″89 e 19″68 e non aver vinto l’oro c’è di che rammaricarsi e neppure poco, considerato poi che Fredericks ha corso nell’intera carriera per 27 volte i 100 metri sotto i 10″ e per 24 i 200 sotto i 20″.

Quando si dice, un perdente di successo

GUIDO BONTEMPI E LA DOPPIETTA ALLA GAND-WEVELGEM

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Guido Bontempi alla Gand-Wevelgem 1984 – da sport.be

articolo di Nicola Pucci

La prima metà degli anni Ottanta sono tempi oscuri, per l’Ital-bici che si presenta all’appuntamento con le classiche del pavé. Francesco Moser ha esaurito le cartucce da sparare sulle pietre sconnesse tra Parigi e Roubaix nel triennio che va dal 1978 al 1980, Saronni ha poca simpatia, e ancor meno dimestichezza, per quelle strette stradine battute dal vento, e Argentin deve ancora illustrarsi principe, seppure qualche chilometro più in là e tra le colline delle Ardenne, meno infide ma più adatte agli scalatori-scattisti. Fiandre, Wevelgem e Roubaix, ecco il trittico che infiamma i cuori dei fiamminghi e non invita certo alla battaglia le genti italiche… eccezion fatta per un gigante bresciano che a queste latitudini dimostrerà di andarci a nozze.

Guido Bontempi, classe 1960, che vide i natali a Gussago, è professionista dal 1981 e con la casacca bianco-rossa con marchio Inxopran prima, Carrera-Jeans poi è velocista tra i più poderosi del plotone, a conferma di quelle doti innate già evidenziate nelle categorie giovanili. Già il debutto alla Vuelta 1981, con i successi ad Aviles e Salamanca, avverte gli sprinter dell’epoca che in circolazione c’è un nuovo adepto della categoria, con dichiarate stimmate del predestinato, che poi vengono certificate dai successi al Giro d’Italia a Bibione (1981), Urbino (1982), Comacchio e Terracina (1983) nel triennio successivo, che gli valgono l’appellativo di “ciclone“. Le classiche per ruote veloci lo chiamano e così, forte del secondo posto alla Milano-Sanremo del 1983 quando, 44″ dopo il fuggitivo Saronni in maglia iridata, batte Raas, Vanderaerden e Kelly, ovvero i mammasantissima dello sprint, è l’ora, l’anno dopo, di testarsi sulle strade del Nord che del ciclismo fanno la leggenda.

Il 4 aprile 1984, tre giorni dopo che l’olandese Johan Lammerts in maglia Panasonic ha beffato Kelly al Giro delle Fiandre, i campione della velocità su strada si danno appuntamento alla Gand-Wevelgem, classica di eccellente lignaggio che da sempre fa da cuscinetto spartiacque tra la gara dei muri e quella del pavé ma che da quando venne corsa la prima volta, 1934, ha visto trionfare solo un azzurro, ovviamente Francesco Moser, anno del Signore 1979. Davide Boifava, che siede in ammiraglia per la Carrera-Jeans, confida nel suo puledro di razza, poco più che 24enne, che non avrà una gran squadra a disposizione, nonostante ardore di Lualdi, Leali, Perini, Ghirotto e Fraccaro ma punta a far gioco sulla strategia di corsa della corazzata olandese Panasonic, formazione di riferimento da queste parti. E che vuol vincere, con il gioellino Eric Vanderaerden che ha mal digerito il decimo posto al Giro delle Fiandre ed ha tutta l’intenzione di prendersi la rivincita. Pierino Gavazzi, che difende i colori dell’Atala Campagnolo diretta da Franco Cribiori e che fu settimo l’anno prima, è l’altra punta del ciclismo azzurro, che ha nella  Metauro-Mobili Pinarello di Johan Van der Velde e nell’Alfa Lum le altre compagini in lizza.

Al passaggio sul Kemmelberg, da sempre l’unica asperità di rilievo della corsa, 1 chilometro in pavé con punte al 23%, la Panasonic scatena la bagarre, con Vanderaerden in testa assieme ai compagni di squadra Phil Anderson, Eddy e Walter Planckaert. La corsa si decide qui, davanti rimangono i più avvezzi alla battaglia, 20 uomini tra cui il campione del mondo Greg Lemond è tra i più brillanti, e proprio Bontempi che si aggancia e veste i panni dello spauracchio in previsione del probabile arrivo allo sprint. Pancia a terra, la Panasonic mena a tutta fino al traguardo, nell‘illusione che Vandearerden possa imbroccare la sparata vincente. Ma sul rettilineo finale il belga si imbatte nell’esplosività di Bontempi, ciclone fino in fondo, che parte lungo, sembra aver vita facile, devia leggermente di traiettoria e trionfa di una spanna sul fiammingo, che nel dopocorsa non le manda certo a dire per l’epilogo burrascoso. Che lo condanna al secondo posto e consacra Guido velocista di punta del ciclismo mondiale, con il trionfo azzurro che si completa con il terzo posto di Pierino Gavazzi. Ma il bello deve ancora venire.

Due anni dopo, 9 aprile 1986, stesse strade, stesso chilometraggio, metro più metro meno, 250, e stessi avversari, o quasi. Sì, perché stavolta la Panasonic non è così performante come in un recente passato, Vanderaerden, che l’anno prima si è finalmente imposto – davanti al compagno Anderson e con Bontempi non oltre il quindicesimo posto -, stavolta rimane attardato e sono altri i rivali che Bontempi si trova a dover affrontare. E’ altresì vero che il ciclone bresciano non si limita a giocare di rimessa in attesa della volata, è anzi tra i più pronti a dar battaglia, rintuzzando gli attacchi portati dalla Hitachi di Jean-Marie Wampers, Rudy Dhaenens e Jan Wijnats e dalla Kwantum di Ludo Peeters, Adri Van der Poel e Twan Poels, nonché del solito Greg Lemond che a Wevelgem conferma di trovarsi a suo agio. Proprio Wampers e Poels si involano e quando sembra che la questione si debba risolvere in un duello a due, poco oltre il triangolo rosso dell’ultimo chilometro Bontempi, liberato dall’ingombro di Vanderaerden così come degli immancabili Anderson ed Eddy Planckaert, i soli della Panasonic a trovar posto tra i 21 che si giocano la vittoria, piomba accoppiato allo svizzero Heinz Imboden sui due uomini al comando, troppo impegnati a guardarsi per preoccuparsi di chi rinviene da dietro. I quattro fuggiaschi si presentano all’arrivo, ma non c’è storia, Bontempi è tre spanne superiore e trionfa a braccia alzate davanti a Wampers, a coronamento di una prova degna di un fuoriclasse.

La doppietta a è cosa fatta,  Bontempi è “ciclone” per sempre e diventa l’italiano più temuto dalle parti di Wevelgem. Qualche anno dopo verrà SuperMario Cipollini… ma questa, davvero, è proprio un’altra storia.

EUROPEI DI HELSINKI 1971, L’ANNO DI GLORIA DI FRANCO ARESE

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Franco Arese agli Europei di Helsinki 1971 – da atleticanet.it

articolo di Giovanni Manenti

Gli anni ’60 sono avari di soddisfazioni – per quanto attiene alle gare in pista, poiché nella marcia possiamo sempre contare sull’immenso Abdon Pamich, oro europeo sui 50km. a Belgrado 1962 e Budapest 1966, nonché olimpico a Tokyo 1964 – per la nostra atletica, eccezion fatta per il settore ostacoli, dove Eddy Ottoz conquista l’oro agli Europei di Budapest 1966 ed Atene 1969 sui 110hs, cui unisce il bronzo olimpico a Città del Messico, mentre sulle barriere basse sono i cognati Salvatore Morale e Roberto Frinolli a portare l’Italia sul gradino più alto del podio, trionfando sui 400hs rispettivamente agli Europei di Belgrado 1962 e di Budapest 1966, pur deludendo poi in sede olimpica.

In particolare regresso è il settore del mezzofondo per il quale, in chiave europea, siamo fermi all’ante guerra, con l’argento ed il bronzo di Mario Lanzi sugli 800 metri nelle due prime edizioni dei campionati di Torino 1934 e Parigi 1938, nei quali il leggendario Luigi “Nini” Beccali conquista l’oro nel 1934 ed il bronzo nel 1938 sui 1.500, che fanno seguito al trionfo olimpico di Los Angeles 1932.

Poi, più nulla, il buio assoluto non solo a livello di medaglie, ma anche di piazzamenti in finale, dato che sia sugli 800 che sui 1.500 metri nessun atleta azzurro è più apparso tra i finalisti a partire dall’edizione di Oslo 1946 per finire a Budapest 1966, addirittura un ventennio di pillole amare.

Un tenue raggio di luce sembra squarciare le tenebre in cui è piombato il mezzofondo nostrano alla metà degli anni ’60, con la comparsa sulle scene di un longilineo piemontese di Centallo, in provincia di Cuneo, tal Francesco “Franco” Arese, il quale si mette in evidenza nel 1966 interrompendo il monopolio di titoli tricolori che Francesco Bianchi deteneva da quattro stagioni, facendo sua la gara sui 1.500 metri.

Ventiduenne all’epoca, essendo nato nell’aprile 1944, alto 180cm per 73kg., e condizionato da una precoce calvizie, Arese inizia a far parlare di sé anche a livello internazionale l’anno seguente, quando si aggiudica la prova dei 1.500 metri nella semifinale di Ostrava della “Coppa Europa – Bruno Zauli“, manifestazione molto sentita in quegli anni, non essendovi il proliferare di eventi come al giorno d’oggi, dove mette in fila, coprendo la distanza in 3’46″8, campioni ben più affermati come il cecoslovacco Josef Odlozil ed il francese Jean Wadoux.

Purtroppo l’exploit di Arese – cui si uniscono le scontate vittorie di Ottoz e Frinolli negli ostacoli – non è sufficiente all’Italia, che chiude al quarto posto dietro Polonia, Francia e Cecoslovacchia, per qualificarsi per l’atto conclusivo di Kiev, ma è sufficiente per il piemontese per scalare posizioni nel ranking mondiale, che conclude all’undicesimo posto a fine anno 1967 in virtù del 3’40″5 ottenuto il 20 agosto al meeting di Viareggio.

Arese parte fiducioso per la sua prima esperienza olimpica a Città del Messico 1968, dove vi giunge forte del primato italiano di 3’39″0 ottenuto a luglio a Schio e con la speranza di riuscire a strappare almeno un posto in finale, data l’agguerrita concorrenza costituita dai “milers” americani – con il primatista mondiale Jim Ryun in testa – e dall’apparizione sulla scena internazionale degli atleti degli altipiani africani.

Dei tre atleti azzurri iscritti alla gara – oltre ad Arese, anche Renzo Finelli e Gianni Del Buono – supera le batterie il solo Arese, giungendo quinto nella prima serie in un peraltro modesto (ma dobbiamo tener conto dell’altitudine di Città del Messico) 3’51″86, con grande rammarico per Del Buono, il quale conclude sesto (passano alle semifinali i primi cinque di ogni serie) con il tempo di 3’48″41 nella quarta batteria vinta da Ryun in 3’45″40.

Con questo pizzico di fortuna dalla sua parte, Arese si presenta alla prima delle due semifinali (che qualificano all’atto conclusivo i primi sei di ogni serie), sfiorando l’impresa, con un settimo posto a soli 0″16 centesimi dal keniano Ben Jipcho (3’54″69 a 3’54″85).

Pur non avendo raggiunto l’obiettivo prefissato, l’aver respirato l’aria olimpica fa bene ad Arese che si presenta tra i pretendenti per una medaglia agli Europei di Atene 1969 (la Federazione europea aveva scelto di far disputare i campionati continentali negli anni dispari, iniziativa poi abbandonata dopo l’edizione di Helsinki 1971 per tornare alla consueta cadenza quadriennale), tanto più che a fine luglio corre la distanza in 3’37″6 che, oltre a migliorare il record italiano, è anche la terza miglior prestazione mondiale dell’anno.

Sulla pista ateniese, Arese sembra confermare le ottimistiche previsioni della vigilia, affermandosi con autorità nella prima delle tre batterie che qualificano i dodici finalisti per l’atto conclusivo che va in scena il 20 settembre 1969 dove, però, il ritmo elevato imposto alla gara lo tradisce tanto da finire non meglio che ottavo in 3’42″2 in una gara vinta dal britannico John Whetton nel nuovo record dei campionati di 3’39″45 davanti all’irlandese Frank Murphy (3’39″51) ed al polacco Szordykowski (3’39″87).

E’ una delusione cocente per Arese, dato altresì che il tempo del vincitore era assolutamente alla sua portata, e l’impressione che se ne ricava è che all’asciutto mezzofondista azzurro serva un’affermazione in una gara importante per acquistare quella fiducia in sé stesso che gli è finora mancata nei grandi appuntamenti, e l’occasione gliela fornisce, ancora una volta, la Coppa Europa, calendarizzata nel 1970 per la ricordata scelta di inserire negli anni dispari i campionati europei.

Una prima spinta deriva dal successo nella semifinale di Sarajevo, dove l’1 agosto 1970 fa suoi i 1.500 metri in 3’47″6 davanti al ceco Blaha ed al tedesco ovest Maasch, bissando poi tale successo con la vittoria sui 5.000 metri il giorno dopo in 14’16″8 sul quotato tedesco occidentale Harald Norpoth, portando alla squadra azzurra punti preziosi che le consentono, unitamente ai primi posti di Erminio Azzaro nell’alto, Renato Dionisi nell’asta e Giuseppe Gentile nel triplo, di concludere la due giorni al secondo posto, assicurandosi il biglietto per le finali di Stoccolma di fine mese.

Il 29 agosto 1970, sulla pista del vecchio Stadio Olimpico della capitale svedese, Arese si pone in testa al gruppo a fare l’andatura per i primi 700 metri, rilevato al penultimo giro dal sovietico Zhelobovskiy che si incarica di aumentare il ritmo sino alla campana dell’ultimo giro, quando è il francese Jean Wadoux ad allungare, seguito dal polacco Szordykowski, da Arese e dal tedesco ovest Norpoth, con l’azzurro che si pone alle spalle del francese all’imbocco dell’ultima curva, per poi affiancarlo all’ingresso in rettilineo e quindi superarlo agevolmente a 60 metri dal traguardo, che taglia in 3’42″3, mentre alle sue spalle Szordykowski riesce a sopravanzare Wadoux, con Zhelobovskiy quarto ed un deluso Norpoth non meglio che quinto.

Purtroppo, quella di Arese resta l’unica (nonché la prima, in una finale di Coppa Europa) vittoria dell’Italia che conclude la rassegna sconsolatamente all’ultimo posto con 47 punti, rispetto ai 102 con cui la Ddr fa sua la competizione, ma per il mezzofondista piemontese è la molla giusta per far scattare un irripetibile anno seguente, il 1971, in cui si dimostra insuperabile su tutte le distanze del mezzofondo, con obiettivo primario i campionati europei in programma ad Helsinki dal 10 al 15 agosto 1971.

Il piano congegnato per la rassegna continentale parte da un maggior lavoro sulla resistenza, certificato da Arese nel corso del mese maggio 1971, quando corre proprio il primo del mese i 10.000 metri in 28’27″0, un tempo straordinario per l’epoca in casa azzurra, visto che migliora di quasi 23″ il record nazionale di Giuseppe Cindolo e che resterà imbattuto per quasi quattro anni, per poi far suo anche il primato sui 5.000 metri il 20 dello stesso mese, coprendo la distanza in 13’40” netti, quasi 11″ in meno del precedente limite ancora di Cindolo.

Dopo aver sistemato la resistenza, tocca ora alla velocità, con Arese che il 22 giugno migliora il suo stesso primato sugli 800 metri correndo a Praga in 1’47″1 e solo nove giorni più tardi, l’1 luglio all’Arena di Miano, porta il limite Italiano sui 1.500 metri ad un 3’36″3 che, oltre a rappresentare la seconda miglior prestazione mondiale assoluta, resterà primato nazionale per oltre 10 anni, sino al 3’35″93 di Fontanella al “Weltklasse” di Zurigo del 19 agosto 1981.

Chiaro che, con questi tempi nelle gambe, il mezzofondista piemontese assuma la veste dell’uomo da battere nella rassegna continentale, per poter finalmente coronare – a 27 anni, nel pieno della maturità fisico agonistica – il sogno di riportare l’Italia all’oro sulla distanza, anche se la concorrenza è alquanto agguerrita, a cominciare dal suo rivale numero uno, vale a dire il più volte citato polacco Szordykowski, mentre la Germania e la Francia schierano Wellmann e Boxberger in luogo di Norpoth e Wadoux, dirottati sui 5.000 metri, circostanza che non dispiace affatto al nostro Arese.

Nelle tre batterie, in programma il 13 agosto 1971 e che qualificano per la finale i primi quattro senza tener conto di tempi da ripescaggi, delude Del Buono, desolatamente ultimo nella seconda serie vinta da Boxberger in 3’43″6 davanti all’emergente atleta di casa, Pekka Vasala, mentre Finelli ha la sfortuna, pur correndo in un discreto 3’43″9, di incappare nella più veloce delle tre batterie, vinta dal sovietico Vladimir Panteley in 3’42″2, davanti al solito Szordykowski in 3’42″3.

Arese ha la possibilità di passare il turno senza sprecare troppe energie, giungendo secondo in 3’52″1 dietro al tedesco Wellmann nella terza ed ultima serie, per una finale che, due giorni dopo, vede alla partenza due britannici, due francesi e due sovietici e che l’atleta azzurro ha studiato bene a tavolino per non sprecare la sua grande occasione.

Cosa che, puntualmente, avviene, con una tattica di gara accorta volta più che altro a controllare il temibile Szordykowski, al cui allungo nel corso dell’ultimo giro – dopo una gara corsa su ritmi niente affatto disprezzabili, considerato quanto viceversa spesse accade quando in palio di vi sono medaglie da conquistare – Arese replica d’autorità, sopravanzando nettamente il polacco sul rettilineo finale e andando a vincere addirittura a braccia alzate con il riscontro cronometrico di 3’38″43, nuovo record dei campionati,  davanti al polacco, argento in 3’38″73 ed al britannico Brendan Foster, bronzo con 3’39″24.

Quella di Arese resta altresì l’unica medaglia d’oro per l’Italia agli Europei del 1971, ed anche se, ai successivi Giochi di Monaco del 1972, al cui appuntamento arriva dopo aver eguagliato l’11 agosto a Viareggio il proprio limite italiano sugli 800 metri, non mantiene fede alle aspettative, venendo eliminato in semifinale con il tempo di 3’41″1, solo per poi migliorare, appena 8 giorni dopo, il suo primato sugli 800 al meeting di Rieti portandolo ad 1’46″6, il “miler” piemontese appare nell’immaginario nazionale come colui che ha aperto la strada al successivo periodo d’oro del mezzofondo azzurro, da Venanzio Ortis a Francesco Panetta, da Alberto Cova a Stefano Mei…