DON SCHOLLANDER, LA RINASCITA DEL NUOTO “MADE IN USA”

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Don Schollander – da olympic.org

articolo di Giovanni Manenti

Non era certo un clima favorevole quello che si respirava all’interno della squadra Usa di nuoto, “spazzata via” dagli australiani nell’edizione dei Giochi Olimpici di Melbourne del 1956 e che ancora aveva dovuto inchinarsi alla supremazia “Aussie” anche quattro anni dopo a Roma, cui poca gioia aveva dato il ritorno degli americani all’oro nella staffetta 4×200 stile libero.

Un’altra “debacle” ai Giochi di Tokyo, in programma dal 10 al 24 ottobre 1964, sarebbe stata difficilmente accettata dal Comitato Olimpico Usa e, in un programma che ancora vede limitate le specialità natatorie, le speranze di successo sono affidate ad un biondo diciottenne della North Carolina, ma che da anni si allena presso il Santa Clara Swim Club, in California e che risponde al nome di Donald “Don” Schollander, salito alla ribalta il 27 luglio 1963 per essere stato il primo uomo ad abbattere il muro dei 2 minuti sui m.200 stile libero – evento paragonabile al meno 4′ di Roger Bannister sul miglio in atletica – nuotando in 1’58″8.

Il problema per Schollander era che la sua distanza preferita non era prevista dal programma olimpico che, bontà sua, prevedeva per la prima volta la disputa anche della staffetta 4×100 stile libero, e pertanto, dovendo scegliere, rinuncia alla prova sui m.1.500 per concentrarsi, oltre che sui m.400, sulla distanza breve dei m.100 stile libero, prove nelle quali si classifica al secondo posto ai Trials Usa di agosto dove, a sorpresa, fallisce il pass olimpico per la gara individuale sui m.100 il favorito Steve Clark, giunto quarto e dunque selezionato per la sola staffetta.

Le sue “fatiche” alla “Yoyogi National Gymnasium” hanno inizio l’11 ottobre con batterie e semifinali dei m. 100 stile libero che vedono Schollander qualificarsi per la finale in programma il giorno seguente con il secondo miglior tempo di 54″0, preceduto di un solo decimo dal connazionale Ilman, mentre si distingue il britannico McGregor, vincitore della sua semifinale in 54″3 e, viceversa, non sembra brillante il primatista mondiale Alain Gottvalles.

Detta impressione viene confermata in finale, con il francese mai in lotta per il podio e solo quinto alla fine, mentre Schollander sfrutta la sua abilità sulle medie distanze aumentando nella vasca di ritorno l’intensità delle sue bracciate, grazie alla quale riesce a superare a cinque metri dalla piastra il britannico McGregor, andando a toccare col nuovo record olimpico di 53″4 davanti a McGregor che chiude in 53″5, mentre per la terza piazza vi è un arrivo allo sprint tra Ilman e il tedesco Klein che privilegia quest’ultimo, nonostante vengano entrambi accreditati del medesimo “crono” di 54″0.

Messosi al collo la medaglia più difficile, due giorni dopo, il 14 ottobre, Schollander (che in mattinata si era qualificato per la finale dei m.400 stile libero con un per lui comodo 4’15″8) non ha alcun problema a chiudere, quale ultimo frazionista, la staffetta 4×100 stile libero che gli Usa vincono disintegrando in 3’33″2 il loro stesso primato mondiale, con Steve Clark che, in prima frazione, sfoga la rabbia per la mancata qualificazione ai Trials eguagliando in 52″9 il record stabilito da Gottvalles esattamente un mese prima.

Già con due ori conquistati, Schollander si appresta ad affrontare, il 15 ottobre, la finale di quella che, sulla carta, è la gara più facile, vale a dire i m.400 stile libero di cui già detiene il record mondiale con 4’12″7 e nella quale si presenta ai blocchi di partenza, per la sua terza finale olimpica consecutiva, il giapponese Tsuyoshi Yamanaka, già argento sulla distanza sia ad Helsinki 1952 che a Melbourne 1956, e che, nonostante copra la distanza nel suo miglior tempo ai Giochi, non può competere con i più giovani avversari, chiudendo sesto in 4’19″1.

La lotta per l’oro non ha storia, con Schollander che si mantiene in testa senza però dare l’impressione di poter staccare nettamente i suoi avversari né, tantomeno, dare l’assalto al proprio primato, dato che alla virata dei m.300 ha un ritardo sulla tabella record di quasi tre secondi, ma il “biondo americano” sfodera due ultime vasche da urlo e, coprendo gli ultimi 100 metri in 1’01″7, riesce a “limare” il proprio limite di cinque decimi, toccando in 4’12″2 e lasciando a debita distanza il tedesco Wiegand e l’australiano Wood, divisi da soli due decimi rispettivamente in 4’14″9 e 4’15″1 per le medaglie d’argento e bronzo.

Ora Schollander ha eguagliato il record di tre medaglie d’oro che risaliva al “Tarzan cinematografico Johnny Weissmuller dalle Olimpiadi di Parigi 1924, avendo però altre due gare a disposizione – le staffette 4×100 mista e la 4×200 stile libero – per superarlo, cosa che, del resto, sarebbe più che legittima, dato che sua madre, Martha Dent Perry di origini inglesi, non era altri che la controfigura dell’attrice Maurice O’Sullivan nelle scene in acqua del famoso “Uomo Scimmia“.

C’è però un problema da risolvere in seno alla Federazione americana, e vale a dire su chi schierare nell’ultima frazione a stile libero della 4×100 mista in quanto per le “regole ferree” della Squadra Usa il posto spetterebbe a Schollander, vincitore della gara individuale, ma Clark ha eguagliato il record mondiale in prima frazione della staffetta 4×100 stile libero; a dirimere la questione, ci pensa proprio il biondo Don che, forte delle medaglie già conquistate, cede il posto al compagno che, ovviamente, porta gli Usa all’oro ed al relativo primato del mondo, mentre Schollander si concentra sulla sua ultima fatica, vale a dire la 4×200 stile libero, la cui finale è prevista per il 18 ottobre ed in cui può, finalmente, nuotare la sua distanza preferita.

Schierato in ultima frazione, Schollander piazza un “lanciato” da 1’55″6 che non ha eguali al mondo per uno strabiliante record mondiale di 7’52″1 che “straccia” di quasi nove secondi il precedente primato detenuto dalla formazione “a stelle e strisce” e consacra il biondo americano come l’indiscusso protagonista dell’edizione giapponese dei Giochi ed il primo nuotatore a vincere 4 medaglie d’oro (e, come visto, potevano essere addirittura cinque) nella storia delle Olimpiadi.

Per ironia della sorte, con il programma olimpico allargato a tutte le varie specialità e distanze a partire dai Giochi di Città del Messico di quattro anni più tardi, Schollander può finalmente cimentarsi nella “sua” distanza preferita dei m.200 stile libero, in cui si presenta da primatista mondiale avendo a più riprese migliorato il relativo record sino a portarlo a 1’54″3 ai Trials Olimpici, solo per vedersi soffiare l’oro da parte dell’australiano Mike Wenden che lo precede di sei decimi (1’55″2 ad 1’55″8), salvo poi prendersi la rivincita sul rivale nell’ultima frazione della staffetta 4×200 stile libero, quando ne rintuzza il tentativo di rimonta per il suo quinto oro (ed un argento) che lo colloca a pieno titolo nell’Olimpo dei partecipanti ai Giochi ed aprendo la strada al suo successore Mark Spitz che farà ancor meglio quattro anni dopo a Monaco 1972. Ma, come suol dirsi, questa è un’altra storia…

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ROY EMERSON, IL TENNISTA DA GRANDE SLAM

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Roy Emerson – da tennisworldusa.org

L’avremmo anche potuto soprannominare “l’uomo dai denti d’oro“… perché in effetti ne aveva così tanti che la sua bocca emetteva raggi luminosi ogni qualvolta rideva per una vittoria, o magari faceva smorfia per aver sbagliato una facile voleé.

C’è dell’alltro ovviamente, ad esempio il palmares di Roy Emerson nelle prove del Grande Slam rimane ineguagliato, sommando globalmente 28 titoli, di cui 12 in prove di singolare, a lungo traguardo di referenza per i grandi maestri della racchetta. Ma è un palmares degno del più grande “amatore” di tutti i tempi, essendo la maggior parte di questi successi acquisiti in un periodo in cui professionisti ed amatori appartenevano a due pianeti ben distinti. Se la maggior parte degli australiani dell’epoca, infatti, optarono per i riconoscimenti economici del professionismo, Emerson andò controcorrente, preferendo guadagnare somme comunque cospicue grazie ai salari fittizi e ai denari di sottobanco generosamente elargiti dalla sua Federazione. Poté così continuare a giocare in Coppa Davis e far collezione di titoli del Grande Slam.

Figlio di un fattore del Queensland, il piccolo Roy si affaccia alla vita il 3 novembre 1936, lontano dal mondo civilizzato. Sviluppa da piccolo la forza del polso trainando le vacche la mattina e giocando al pomeriggio a tennis con le sorelle nel campetto di famiglia. Ben presto diventa lo spauracchio della zona, vincendo a ripetizione le gare riservate per fascia d’età, e a 15 anni il ragazzo, a cui non fa certo difetto la deteminazione e l’audacia, sa già che dello sport con  racchetta e palline ne farà un mestiere. Il padre lo porta a Brisbane e qui Roy incrocia l’uomo che ha fatto le fortune del tennis australiano, Harry Hopman, che trascorsi due anni, nel 1954, lo associa agli altri campioncini in erba per la prima trasferta all’estero, Rosewall, Hoad, Fraser, Cooper e Anderson.

In verità il talento di Emerson è meno prodigioso di quello dei suoi compagni d’avventura, e pur con le esperienze maturate nel pellegrinaggio agonistico in giro per il mondo, Roy fatica a farsi strada. Tuttavia abnegazione e spirito di sacrificio pagano alla distanza, e nel tempo qualche buon risultato arriva comunque. Emerson si associa a Neale Fraser per le gare di doppio e i due si impongono nel 1959 a Wimbledon, anno in cui Emerson è pure semifinalista in singolare battuto da Olmedo, e Open Usa e nel 1960 al Roland-Garros e ancora negli Stati Uniti. Si guadagna anche le prime convocazioni in Coppa Davis e nel 1961, stavolta con Laver, vince ancora a Parigi e di nuovo con Fraser a Wimbledon.

Ma ormai il ghiaccio è rotto, Emerson è in rampa di lancio e anche la carriera individuale arriva ad una svolta. Ed è vincente. Roy trionfa nello Slam australiano nel 1961, e anche se gli addetti ai lavori attribuiscono questa prima vittoria più agli infortuni di suoi rivali, Laver al polso e Fraser al ginocchio, che alle sue qualità, tuttavia dimostra che a 25 anni infine ha superato l’asticella ed è entrato a far parte dell’elite. Batte ancora Laver in finale a Forest Hills, in tre set, ed è promosso titolare per la sfida decisiva di Coppa Davis contro l’Italia, poi sconfitta con un netto 5-0.

Nel 1962 Emerson è senza discussione alcuna il numero due del mondo, alle spalle dell’amico e rivale Rod Laver che realizza il primo Grande Slam della sua carriera. Emerson perde tre finali, Australia, Parigi e US Open, ma è ben lungi dal venir ridicolizzato dal “rosso“: al Roland-Garros, avanti due set a uno, sfiora la vittoria in quattro set prima di cedere, stremato, 6-2 al quinto, mentre a Wimbledon solo un infortunio lo costringe a lasciar via libera a Martin Mulligan ai quarti di finale.

Ma una volta che Laver si è dato al professionismo, per Emerson la strada verso la gloria tennistica è libera da ostacoli. Eccezionali qualità atletiche, velocità negli spostamenti e un repertorio completo, sia nei colpi di volo che nel gioco da fondocampo, lo rendono altamente competitivo su tutte le superfici, in singolare come in doppio, e se predilige l’erba, su cui si giocano tre Slam su quattro, non disdegna certo la terra battuta parigina. Non sarà bellissimo a vedersi, ma è maledettamente efficace, e nel 1963 è pronto a realizzare a sua volta il Grande Slam. Ma la sorpresa è dietro l’angolo, dopo aver vinto Open d’Australia contro Fletcher e Roland-Garros battendo il beniamino di casa Pierre Darmon, inciampa a Wimbledon nel tedesco Bungert che lo elimina in cinque set ai quarti di finale. L’anno dopo, 1964, il percorso è ancor più convincente, ma se si impone ancora in Australia, a Wimbledon e a New York, stavolta è Nicola Pietrangeli a negargli il poker battendolo a Parigi, sempre ad altezza quarti di finali. La stagione è comunque sontuosa, con 26 torni vinti sui 30 disputati e una striscia di 55 vittorie consecutive. Insomma, la palma di numero uno del mondo non gliela toglie proprio nessuno.

Nel 1965 vince per la quarta volta gli Open d’Australia, fa il bis a Wimbledon superando Fred Stolle che nel frattempo è diventato l’avversario più agguerrito ma rifiuta una montagna di denaro per passare professionista… che importa? La Phillip Morris lo foraggia profumatamente – non è il solo, chiedere a Manolo Santana che è al servizio della Marlboro – e può continuare a girare il mondo del tennis degli amatori facendo incetta di vittorie.

E infatto vince ancora. In Australia sale a quota sei, con due successi su un giovane Arthur Ashe, ed allora è già tempo di tirar le somme di una carriera che lentamente ma inesorabilmente entra nella sua fase discendente. Il suo stile di gioco non entusiasma i contemporanei, lo abbiamo detto, in virtù di un incessante serve-and-volley monocorde, a prescindere dal tipo di avversario e dalle sue caratteristiche tecniche, e nonostante la rapidità nel presentarsi a rete. Da fondocampo si fa rispettare, ma non eccelle in pazienza e quasi mai ha l’astuzia di variare tattica… della serie, “o la va o la spacca“. Ma quel che fa la differenza, nel gioco di Emerson, è l‘indomabile carica agonistica, il temperamento di lottatore che non si lamenta, che non accusa flessione fisica, che è pronto a combattere dal primo all’ultimo punto con la ferma convinzione di vincere. Lo stesso Laver afferma che “il mio vecchio amico Emerson è quello che mi ha fatto soffrire più di ogni altro, perché non accettava mai la resa!“. Nel 1966 non vinse a Wimbledon per un banale incidente ancora nel quarto di finale con Davidson, quando si infortunò sbattendo contro il seggiolone dell’arbitro, non disse una parola e concluse fieramente la partita, seppur soccombendo.

L’abilità nel gioco di volo, i suoi riflessi e il senso acrobatico in ogni zona del campo ne hanno fatto uno straordinario interprete del doppio, forse il giocatore più forte della storia. Ha vinto ovunque e con chiunque avesse a fianco, fosse Fraser, Laver, Stolle, Fletcher o Santana. La sua presenza in doppio, a Wimbledon, bastava ad eccitare il pubblico ed era proprio il caso di dire, così come sarebbe accaduto con Mc Enroe vent’anni dopo, “la miglior coppia del mondo? Emerson e… chiunque sia al suo fianco!“.

Nel 1968 il tennis avvia l’era open, e per Emerson, che nel 1967 ha vinto il suo ultimo Slam, al Roland-Garros, è la fine della parabola vincente. A sua volta firma contratti da professionista, oseremmo dire finalmente, torna a giocare con Laver, formando una coppia memorabile, ma in singolare ormai non è più tempo di vacche grasse. Regala ancora qualche prodezza, proprio negli Slam contro Laver, con Newcombe nei quarti di finale a Wimbledon nel 1970 dove esce sconfitto 11-9 al quinto set, infine nel 1971 con l’ultima, bruciante sconfitta a Melbourne con Rosewall.

L’ultima fotografia di una carriera comunque straordinaria è la finale di doppio a Wimbledon nel 1971, quando con l’amico di sempre, Rod Laver, battono Ashe-Ralston in cinque, drammatici set che si chiudono con l’ovazione del pubblico, che se saluta l’immensa classe di Rod, allo stesso tempo tributa un doveroso omaggio a Roy, il doppista più forte della storia. E re in singolare, dodici volte… mica poco.

WALTER GODEFROOT, IL VELOCISTA CHE BATTEVA MERCKX

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Godefroot batte Merckx a Francoforte nel 1974 – da cyclingrevealed.com

Godefroot è l’unico avversario che non sono mai riuscito a battere in un confronto diretto per la vittoria“… bellissime parole, niente da dire per carità, sanno tanto di promozione, ma se a pronunciarle non è un ciclista qualunque, bensì sua Maestà Eddy Merckx, beh, allora, assumono un valore particolare.

Walter Godefroot ha pedalato da professionista dal 1965 al 1979, ed è stato capace di metter la sua ruota davanti a tutti ben 155 volte. Era veloce, tanto da poter vincere sprint ristretti come volate di gruppo; spianava le pietre e andava a nozze sui tracciati induriti dai muri e incarogniti dal pavé; fu lottatore indomabile tanto da quadagnarsi l’etichetta di “bulldog delle Fiandre“, a dispetto del carattere gioviale e dei modi cortesi. Ed è riuscito a costruirsi un curriculum di tutto rispetto, pur quando imperversava proprio lui, “il cannibale” Merckx, che lasciava le briciole ai rivali, Godefroot tra questi, ma non solo lui.

Godefroot nasce a Gand, nel cuore delle Fiandre, il 2 luglio 1943, e se da quelle parti si decide di mettersi in sella, è naturale che poi si cresca a bicicletta e pavé. E Walter, da buon fiammingo che si rispetti, non si sottrae al copione. Anzi, vince molto, e bene, fin da dilettante (131 successi), con la ciliegina sulla torta di una medaglia olimpica di bronzo, Tokyo 1964, battuto dall’azzurro Mario Zanin e dal danese Rodian, ma davanti a Merckx, che non va oltre la dodicesima posizione. Ed è con buone aspettative che si affaccia al professionismo.

Certo, sventura vuole che lo stesso anno 1965 segni il debutto tra i “grandi” anche di Eddy, che vuole tutto, ma proprio tutto per sé, affatto disposto a spartire quel che di buono ha da regalare la vetrina ciclistica internazionale. Nondimeno Godefroot ha il piglio del protagonista, e sulle strade di casa coglie vittorie di prestigio. Come il campionato nazionale, alla prima partecipazione, battendo proprio Merckx in un primo, acceso testa-a-testa, così come avverrà anche nel 1972, per poi dirottare l’interesse sul trittico che vale gloria perpetua, ovvero Fiandre/Wevelgem/Roubaix che Godefroot mette tutte nella sua riservatissima bacheca.

Si comincia con la doppietta Fiandre/Wevelgem nel 1968, anno in cui Walter chiude nei primi dieci tutte le classiche di primavera; si prosegue con l’impresa eroica a Roubaix l’anno successivo, quando Godefroot semina tutti a quaranta chilometri dal traguardo, gli attoniti Merckx e Gimondi compresi; per tornare a trionfare al Giro delle Fiandre nel 1978, in uno sprint ristretto con Pollentier e il tedesco Braun. Ma il “bulldog“, se è specialista di pavé e muri, si fa rispettare tuttavia anche sulle coté ardennesi, a certificare classe cristallina, se è vero che l’ammissione tra i grandi del pedale avviene in precedenza, anno 1967, con il trionfale arrivo a braccia alzate sul traguardo della Liegi-Bastogne-Liegi. Il primo degli sconfitti? Merckx, naturalmente, in una volata a due.

Nel mezzo a siffatta qualità, anche tanta quantità. Il nome di Godefroot trova posto nell’albo d’oro di classiche forse oggi in declino, ma che all’epoca significavano la storia del ciclismo, come il Campionato di Zurigo nel 1970 e nel 1974, l’Henninger Turm sempre nel 1974 e la Parigi-Bordeaux, una sorta di maratona del ciclismo, nel 1969 e nel 1976.

Il belga non può competere per i grandi Giri, perché è uomo da corse di un giorno, seppur riesca ad ottenere un 20.esimo posto al Tour de France del 1970. Ed allora fa incetta di traguardi parziali: 10 vittorie alla Grande Boucle, di cui è maglia verde nel 1970 e che nel 1975, primo nella storia, lo vede sfrecciare sul rettilineo di chiusura dei Campi Elisi, 1 al Giro d’Italia e 2 alla Vuelta.

Che manca a questa collezione da leccarsi i baffi? Forse la Milano-Sanremo, che ha visto Godefroot per ben sette volte chiudere tra i primi dieci della classifica, ma mai sul podio, magari un campionato del mondo, ma in undici selezioni con la casacca del Belgio lavorò più per gli altri, Merckx e Maertens in primis, che per sé stesso: il settimo posto a Leicester, nel 1970, nel giorno in cui vinse il connazionale Monseré ma forse poteva toccare a lui, è la sua miglior prova iridata.

Ad onor del vero qualche peccatuccio con le sostanze dopanti, Walter, ha da confessarlo… ma chi è senza macchia scagli la prima pietra. Quel che è certo, è che Merckx lo vedeva come il diavolo… perché Godefroot era forte, fortissimo, e spesso anche il “cannibale” ha dovuto alzare bandiera bianca.

LE MEDAGLIE NEI SALTI DA FERMO DI RAY EWRY, LA “RANA UMANA”

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Ray Ewry nel salto in alto – da britannica.com

Nel raccontare di Raymond Ewry, che fu chiamato la “rana umana“, e tra poco vi spiegherò perché, bisogna fare un bel salto nel passato, quando ancora i filmati erano ben lungi dal divenire e forse qualche foto d’epoca può venirci in soccorso.

Ray, come solitamente viene chiamato, appartiene alla storia olimpica più remota, quella che per conoscerla bisogna chiedere aiuto agli almanacchi e magari qualche notizia può pure peccare di precisione, perché da quel dì ne è passata di acqua sotto i ponti e le storie che viaggiano attraverso i secoli possono perder qualcosa per strada. Pur tuttavia, e questo è un dato che nessuno può confutare, il ragazzo americano fa bella mostra di otto medaglie d’oro conquistate in tre edizioni olimpiche diverse, ovvero otto vittorie in altrettante gare… e se non è record, poco ci manca. Anzi, è record di trionfi individuali, perché chi ha vinto più ori di lui ha necessitato dell’apporto dei compagni staffettisti.

Partiamo dal principio. Raymond “Ray” Clarence Ewry nasce a Lafayette, nello Stato dell’Indiana, il 14 ottobre 1873, ma da adolescente è affetto da poliomelite e niente lascia immaginare che un domani sarà un campione. Anzi, i medici non lasciano speranze al ragazzo, che pare destinato alla sedia a rotelle, e per Ray l’unico traguardo, più che l’asticella o l’asse di battuta, è il provare a rimettersi in piedi. Ci riesce, in verità, perché ha coraggio e dedizione, e saranno proprio gli esercizi quotidiani per recuperare prima l’uso, poi la forza delle gambe che paradossalmente saranno la sua base vincente. Infatti, imprimeranno potenza a quegli arti che sembravano persi.

Già, perché forse ancora non vi ho detto che Ewry è il campionissimo dei salti da fermo, disciplina olimpica che all’epoca si praticava per salto in alto, salto in lungo e salto triplo, e che solo negli Anni Trenta verrà definitivamente abbandonata. E in questo genere di esercizio, fondamentale è l’esplosività delle gambe, che ora sì, dopo gli anni bui, non fa proprio difetto all’americano.

Che nel frattempo studia ingegneria, pratica football e atletica con Perdue University, per poi affiliarsi presso il New York Athletic Club, dove coltiva la passione per i salti e dove scopre che forse l’illusione di partecipare ai Giochi Olimpici di Parigi del 1900 non è del tutto idea peregrina. E difatti Ewry in Francia ci va, ma non solo a fare il turista, anche a ritagliarsi una vetrina importante, partecipando alle tre competizioni di salti da fermo.

E qui, pur nel caos della kermesse a cinque cerchi che in terra di Francia fa da contorno all’Esposizione universale, Ray Ewry assurge agli onori della cronaca con tre medaglie d’oro nell’arco di una sola, per lui radiosissima giornata, alto, lungo e triplo, battagliando in ogni occasione con il rivale che gli darà del filo da torcere ma inevitabilmente gli finirà alle spalle, Irving Baxter, bravo nel salti con rincorsa tanto da guadagnarsi la palma del migliore nell’asta e in lungo, così come eterno battuto nelle prove da fermo. Sulle tribune l’eccitazione è grande, così come l’ammirazione dei parigini che tributano al fenomenale atleta giunto dalle lontane Americhe, appunto, l’etichetta di “rana umana“.

L’uomo è conosciuto, pertanto, quattro anni dopo, 1904, quando a St.Louis, e davanti al pubblico amico, Ray Ewry è chiamato a confermare le sue doti di eccellente saltatore da fermo. Stavolta lo sforzo è prolungato nel tempo, ovvero le prove sono distribuite in più giorni; si comincia col salto in lungo, ed è medaglia d’oro con record del mondo, 3 metri 47 centimetri che non verrà mai più superato da alcuno, si prosegue con il salto in alto, ed è medaglia d’oro senza troppi patemi, seppur con misura inferiore rispetto a Parigi, si completa il filotto con il salto triplo, ed è medaglia d’oro, superando ancora Charles King, già rivale qualche giorno prima. Contiamo? Certo, siamo a sei medaglie d’oro in sei gare, e non è davvero finita qui.

Già, perché Ewry non trova avversari nelle Olimpiadi intermedie ad Atene, 1906, che assommano altri due ori nel salto in lungo e nel salto triplo, seppur non valendo come conteggio olimpico, così come chiude la sua parabola di imbattibile nel 1908, ancora in Europa e ancora in una grande città come Londra. Se i francesi lo avevano elevato al rango di campione, gli inglesi lo accolgono nel regno delle leggende dello sport, con altre due magnifiche vittorie, salto in lungo e salto triplo, entrambe battendo l’erede designato, il giovane greco, appena diciannovenne, Kostas Tsiklitiras.

Resta il tempo per il conteggio definitivo. Dieci vittorie in dieci gare, di cui otto olimpiche ufficiali, record a tutt’oggi pressoché ineguagliabile. E pensare che Ray Ewry, che saltava meglio di una rana, non avrebbero neppure dovuto camminare… medici incapaci, o talento e determinazione smisurata? Io dico che l’americano di Lafayette era un fenomeno

DEPAILLER, VITTORIE E MORTE IN FORMULA 1

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Patrick Depailler a Montecarlo nel 1978 – da pinterest.com

articolo a cura di Cavalieri del rischio

Pilota francese, nato a Clermont Ferrand nel 1944, Patrick Depailler debuttò sul circuito del proprio paese natale nel 1972, alla guida della Tyrrell, con cui sfiorò la zona punti alla sua seconda presenza, a Watkins Glen, prova conclusiva del mondiale.

Ritornò al volante due anni dopo, con il team del boscaiolo orfano di Cevert e Stewart, nonchè avviato ad un lungo periodo di declino: Depailler ottenne comunque alcuni piazzamenti interessanti e una pole-position al gran premio di Svezia, concluso al secondo posto, con arrivo in scia al compagno di squadra Scheckter, vincitore della corsa. In quel periodo la Tyrrell non riuscì più a competere per il titolo, ma fu in grado di fornire ai propri piloti una vettura competitiva, così il francese, dopo un altro podio nel 1975 in Sudafrica in una stagione iniziata con piazzamenti regolari ma conclusa con un finale deludente, l’anno successivo concluse il mondiale al quarto posto, forte di cinque secondi posti e due terzi, chiudendo alle spalle del compagno di squadra Scheckter, nell’anno ricordato dai più per l’epico duello Lauda-Hunt.

Dopo una stagione tra alti e bassi in cui il francese e il suo team non riuscirono a replicare i piazzamenti dell’anno precedente, nel 1978 arrivò finalmente la prima vittoria, ottenuta sull’insidioso tracciato di Montecarlo, da sempre una grande sfida per i piloti, precedendo Niki Lauda e Jody Scheckter; il resto del campionato fu impreziosito da due secondi e due terzi posti, ottenuti sempre con grande grinta e coraggio, caratteristiche tipiche della guida di Depailler.

Venne il momento di separarsi dalla scuderia inglese per accasarsi all’ambiziosa Ligier, in coppia con Jacques Laffite, che vinse le prime due prove del mondiale, portandosi in testa alla classifica del campionato; Depailler raccolse invece diversi piazzamenti e una vittoria in Spagna, davanti alle due Lotus di Reutemann e Andretti, restando in corsa per il titolo mondiale, fino a quando un incidente avvenuto durante un’esercitazione con il deltaplano non lo costrinse ad un lungo periodo di recupero con conseguente addio ai sogni di gloria.

Rimasto senza un volante, passò all’Alfa Romeo, team ancora a corto di chilometri (il debutto avvenne nel corso del 1979) ma con grandi obiettivi; purtroppo la stagione non iniziò nel migliore del modi e Depailler raccolse solamente una lunga serie di ritiri, fino al primo agosto del 1980, quando perse tragicamente la vita a causa di un terribile incidente nel corso di una sessione di prove private, in seguito ad un’uscita di pista alla Ostkurve di Hockenheim mentre transitava ad oltre 270 Km/h, riportando ferite fatali alla testa e alle gambe.

In seguito a questo incidente, la Ostkurve venne preceduta da una variante atta a ridurne la velocità di percorrenza, inoltre, la Federazione impose nel regolamento per la stagione successiva una regola sull’altezza minima delle vetture, per limitare l’effetto suolo. Le reti di protezione che al tempo rallentavano le vetture che uscivano di pista nei punti più pericolosi quel giorno non erano state installate: cominciò quindi a maturare anche la consapevolezza della sicurezza in occasione delle sessioni private.

In Formula 1 Depailler vinse due corse, ottenne una pole position e 19 podi, raccogliendo un totale di 141 punti nelle classifiche del campionato del mondo; riposa nel cimitero di Crevant-Laveine.

IL REAL MADRID E LA COPPA DEI CAMPIONI AL DEBUTTO DEL 1956

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Di Stefano in azione nella finale con il Reims – da encreviolette.unblog.fr

La Coppa dei Campioni fu il frutto dell’immaginazione feconda di Gabriel Hanot, caporedattore del quotidiano sportivo francese “L’Equipe”. Nel dicembre del 1954 il suo appello per l’organizzazione di una campionato per club fu accolto con entusiasmo dalla giovane Unione Europea del Football, ovvero l’UEFA, e nel settembre dell’anno successivo, 1955, la nuova competizione infine si mise in marcia.

Tra le sedici partecipanti alla prima edzione, si contavano sette squadre campioni nazionali: l’Anderlecht, l’AGF Arhus, il Djurgardens, il Milan, il Real Madrid CF, il Reims e il Rot-Weiss Essen, più il Saarbrucken, da anni la più forte del campionato della Zona d’Occupazione Francese della Germania. Nessuna squadra inglese era presente, per il grande rammarico di Hanot, che aveva confidato nella partecipazione del Wolverhampton, autoproclamatasi miglior squadra del continente dopo le vittorie in amichevole con la Honved Budapest e lo Spartak Mosca.

Il Real Madrid, al contrario, non aveva bisogno di presentazioni. Aveva già assaporato la gioia del successo internazionale in Coppa Latina, che dal 1949 vedeva opposti i campioni di Spagna alle squadre trionfatrici dei tornei nazionali di Francia, Italia e Portogallo. In effetti, la squadra di Santiago Bernabeu non si accontentava di prendere parte alla festa: dava spettacolo, iniziando con il sommergere i malcapitati svizzeri del Servette, eliminati d’entrata con un complessivo 7-0, che già valeva un’autorevole candidatura al successo finale.

Nei quarti di finale il Real Madrid affrontava gli yugoslavi del Partizan Belgrado, che nel turno precedente avevano avuto l’onore di giocare con i portoghesi dello Sporting Lisbona la prima partita della storia della Coppa dei Campioni, il 4 settembre 1955. Era finita 3-3, quella gara d’esordio, e Joao Baptista Martins aveva iscritto indelebile il suo nome come primo marcatore, al minuto 14. Il Partizan aveva vinto 5-2 in casa e si era qualificato, ma il giorno di Natale, a Madrid, aveva ceduto con un inequivocabile 4-0, parzialmente ribaltato con il 3-0 casalingo davanti ai 40.000 spettatori di Belgrado e nonostante la doppietta di un incontenibile Milos Milutinovic, fratello del ben più famoso Bora.

In semifinale, incrocio da leccarsi i baffi, Real Madrid-Milan. Forte dell’impronta data dai suoi internazionali svedesi, Gunnar Gren, Gunnar Nordhal e Nils Liedholm, i rossoneri erano all’altezza della loro reputazione. Per il suo debutto europeo, il Milan si era qualificato nonostante la sconfitta 4-3 concessa a domicilio contro il Saarbrucken, prima di rifilare otto reti al Rapid Vienna ai quarti di finale. Ma le speranze italiane si erano infrante al cospetto del fenomenale Alfredo Di Stefano, fuoriclasse argentino in maglia bianca, che aveva segnato il 4-2 finale nel match d’andata giocato al vecchio campo di Chamartin, solo in parte rimediato al ritorno con la doppietta di Dal Monte, per l’insufficiente 2-1.

Nell’altra metà di tabellone si metteva in evidenza, nel frattempo, il gioco spettacolare ed efficace dei francesi del Reims, che dopo i danesi dell’AGF Arhus e gli ungheresi del MTK Budapest, fatti fuori con un doppio pirotecnico 4-2 e 4-4 nonostante le reti di Peter Palotas, che fu primo triplettista nel match con l’Anderlecht, eliminavano in semifinale gli scozzesi dell’Hibernian, grazie alle reti del trio composto da Leblond, Bliard e Glovacki.

Finale, dunque, il 13 giugno 1956 al Parco dei Principi di Parigi. Non solo Real Madrid e Reims a competere per il primo titolo di campione d’Europa per club, ma anche il confronto a distanza tra Di Stefano, la “Saeta rubia“, e Raymond Kopa, il “numero 10” per antonomasia del calcio transalpino, almeno fino all’avvento di Michel Platini.

Giocare in Francia sembra agevolare la squadra allenata da Albert Batteux, che si porta inaspettatamente sul 2-0 grazie alla reti iniziali di Leblond al 6′ e Templin al 10′, ben servito da Bliard. Il Real Madrid, che ha potenziale enorme, non si arrende e proprio con Di Stefano e Rial ristabilisce l’equilibrio, prima del nuovo vantaggio del Reims firmato da quel Michel Hidalgo che avrà un futuro da direttore tecnico della Nazionale che tra il 1982 e il 1984 sarà prima quarta ai Mondiali di Spagna, poi vincitrice del titolo Europeo.

Ma con giocatori del calibro di Di Stefano, che agisce da punta più avanzata del reparto offensivo, di Paco Gento, che affonda sulla fascia sinistra, e di Hector Rial, meraviglioso interprete del gioco di centrocampo, il Real Madrid ancora una volta ha la forza per recuperare il passivo. Tocca a Marquitos risolvere una mischia in area di rigore con la zampata del 3-3 al 67′, poi è proprio Rial al 79′ a trovare la rete vincente, che decide a favore delle merengues una sfida entusiasmante.

Qui si chiude la prima edizione della Coppa de Campioni, con Milutinovic eletto miglior marcatore con 8 reti, soprattutto però con il Real Madrid che sale sul tetto d’Europa. Sarà solo l’inizio di una dittatura, destinata a durare a lungo.

 

LA FAVOLA DI RIETI IN COPPA KORAC

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Rieti contro la Jugoplastika in semifinale – da basketrieti.com

Questa è la favola di Willie Sojourner, detto lo “zio“, che venne in Italia al posto del fratello Mike e fece innamorare una città intera; questa è la favola di Roberto Brunamonti, giovanotto di belle speranze, che in provincia gettò le basi di una carriera metropolitana di successo; questa è la favola di Lee Jonhson, una “cavalletta nera” di 210 centimetri, che ballò una sola stagione ma fu danza propiziatoria di vittoria; questa è la favola di Gianfranco Sanesi, detto “padella“, che quando tirava da lontano quasi mai falliva il bersaglio; questa è la favola di Giuseppe Danzi, che fece buca sulla via Salaria, ma che vide i sacrifici ripagati dalla gioia più grande; questa è la favola di Alberto Scodavolpe, eroe di una sera belga, una sola, ma quella giusta; questa è la favola di Elio Pentassuglia, che sta al basket di casa nostra come il cacio sta sui maccheroni, ovvero niente di meglio… insomma, lo avrete capito, questa è la favola della Sebastiani Rieti e di un manipolo di arditi che lottò per un traguardo, lo raggiunse ed oggi trova posto in un albo d’oro di prestigio.

Coppa Korac, anno di grazia 1979/1980. Rieti è da qualche anno realtà importante della pallacanestro tricolore, se è vero che ha raggiunto due semifinali play-off – nel 1978 addirittura quale vincitrice del campionato di Serie A2 – e ha perso nel 1979 con il Partizan Belgrado di Dalipagic e Kicanovic proprio una finale di Coppa Korac. Pentassuglia ha lavorato a fondo su un progetto che parte da lontano, e per il nuovo anno deve fare i conti con le cessioni di due colonne storiche della squadra, Domenico Zampolini che si è trasferito a Pesaro, e Cliff Meely, l’eroe della risalita dalla serie cadetta. Al suo posto arriva Lee Johnson, prima scelta degli Houston Rockets, che non sarà un fenomeno, che farà ammattire per l’incostanza di rendimento, ma che ha un’elevazione portentosa e in quanto a spettacolo è secondo a nessuno.

Ergo, la squadra è pronta a bissare il percorso dell’anno precedente, nella speranza magari di far meglio, il che vorrebbe dire alzare un trofeo europeo e guadagnare la finale-scudetto. Ma in Italia la concorrenza è forte, Rieti, che porta il marchio Arrigoni, giunge quarta in stagione regolare alle spalle di Milano, Virtus Bologna e Varese, ed inciampa ai quarti di finale in Cantù, perdendo 75-74 lo spareggio giocato al Palaloniano. Non rimane che l’obiettivo continentale, e qui si scrive un’altra favola ancora.

Rieti accede direttamente alla fase a gironi, al pari di Jugoplastika Spalato, Standard Liegi e Olympiacos Atene, saltando i due turni preliminari e trovandosi inserita in un gruppo che comprende proprio l’Olympiacos, il Badalona e i turchi del Tofas Bursa. La marcia è trionfale, la squadra di Pentassuglia vince sei partite su sei e si qualifica alle semifinali, dove l’attende la Jugoplastika. La doppia sfida con i croati è avvicente, Rieti vince facile in casa, 86-75, ma al ritorno, dopo aver allungato all’inizio, paga dazio alle dubbie decisioni arbitrali che la condannano nel finale di partita a dover guadagnarsi la finalissima ai tempi supplementari, cedendo solo di sette punti.

Il 26 marzo 1980 il Country Hall di Sart Tilman, alla periferia di Liegi, rigurgita passione bianco-rosso-verde; allo sparuto gruppetto di tifosi giunti dopo un avventuroso viaggio in aereo da Rieti si uniscono i tanti italiani residenti a Liegi, e per l’Arrigoni sembra quasi di giocare in casa. L’avversario è pericoloso, il Cibona Zagabria allenato da Mirko Novosel e che può contare su campioni del calibro di Aza Petrovic, Knego e Nakic. Da quattro anni la Jugoslavia domina in Coppa Korac, prima con la Jugoplastika, poi con il Partizan, ed è indubbio che il Cibona, che ha eliminato l’Hapoel Tel Aviv in semifinale, voglia proseguire la serie. Ma non ha fatto i conti con gli arditi reatini.

Il match, ad onor del vero, non decolla mai sul piano squisitamente tecnico. Il Cibona è giovane ma ha prestanza fisica, tiene il pallino del gioco nel primo tempo e comanda nel punteggio (40-35) affidandosi proprio a Knego, migliore dei suoi con 21 punti, Petrovic e Nakic. Rieti fatica ma rimane incollata nonostante la serata di scarsa vena di Sojourner, che segna solo 13 punti pur contribuendo con una buona difesa. Così l’eroe diventa Lee Johnson, che si ritaglia una serata da campione, 28 punti, ma sono gli italiani a fare la differenza in un secondo tempo tutto sostanza. Brunamonti è leader carismatico, Danzi va in doppia cifra e se per una volta “padella” Sanesi ha le polveri bagnate, Pentassuglia si gioca l’asso nella manica, Alberto Scodavolpe, buon tiratore, che dalla panchina entra, segna ed è protagonista inatteso a questi livelli. Il Cibona, che stava rinvenendo minacciosa, accusa il colpo, Brunamonti congela la palla e infine, 76-71, Rieti si prende la rivincita e sale sul tetto d’Europa, quinta squadra italiana a riuscire nell’impresa dopo Milano, Napoli, Varese e Cantù.

Questa è la favola di Pentassuglia e i suoi ragazzi… ed è una bellissima favola. Ad averne oggi di così da raccontare ai nipotini.

AL OERTER, IL DISCOBOLO MODERNO QUATTRO VOLTE RE D’OLIMPIA

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Al Oerter alle Olimpiadi di Roma 1960 – da welt.de

Una figura più di ogni altra, oltre al maratoneta, richiama alla mente l’ideale di atleta dei Giuochi dell’Antica Grecia. E’ quella del discobolo, nell’espressione del corpo contratto nello sforzo ma anche nella sua elastica armonia e nella perfezione del gesto. E quando si parla di disco, la memoria non altri può ricordare che Al Oerter, che ha tradotto quell’armonia ed interpretato quel gesto meglio di chiunque nella storia olimpica del XX secolo.

Alfred Adolf Oerter, per tutti “Al”, nasce ad Astoria, nello Stato di New York, il 19 settembre 1936, e da eccezionale competitore quale lui era è riuscito nell’impresa di vincere quattro medaglie d’oro in quattro edizioni olimpiche consecutive, come solo Carl Lewis sarà poi capace di fare nel salto in lungo tra Los Angeles 1984 e Atlanta 1996, senza mai presentarsi in veste di favorito. Generazioni di lanciatori del disco, dall’azzurro Adolfo Consolini al cecoslovacco Danek, passando per il tedesco orientale Milde, il polacco Piatkowski e tutti gli americani (Gordien, Koch, Babka, Cochran, Weill, Silvester), hanno dovuto inchinarsi nell’appuntamento a cinque cerchi, sempre battuti da Al Oerter.

Dopo aver approcciato football americano e basket in età giovanile, Oerter viene dirottato verso l’atletica ai tempi della Sewanaka High School, e solo casualmente – si racconta di un disco che gli capita tra i piedi mentre sta correndo ed un lancio che convince il coach Jim Fraley che forse è il caso di cambiar disciplina – si sposta dalla pista alla pedana. Si trasferisce alla Kansas University, dove pratica sport e studia matematica con eccellenti risultati, iniziando ad affinare la tecnica da discobolo e guadagnandosi con il secondo posto ai Trials la convocazione, neppure ventenne, per le Olimpiadi di Melbourne del 1956.

In Australia Oerter è al debutto in una grande manifestazione internazionale e non pare coltivare eccessive illusioni di vittoria, che magari invece è l’obiettivo dichiarato del suo connazionale Fortune Gordien, primatista del mondo già da qualche anno con la misura di 59 metri 28 centimetri. Ma il giovane Alfred segue alla lettera il consiglio dell’allenatore dell’epoca, Ducky Drake, che lo incita a concentrarsi sul primo tentativo, e da buon discepolo effettua d’entrata un lancio a 56 metri 36 centiemtri. La prodezza è decisiva, Gordien non riesce ad avvicinarlo, tanto meno il terzo americano del lotto, Desmond Koch, e per Oerter è già l’ora di mettersi al collo la medaglia più preziosa.

E’ solo l’inizio di una parabola olimpica senza precedenti. Quattro anni dopo, tra le statue di marmo dello Stadio Olimpico di Roma, nel 1960, Al non è più un ragazzino semi-sconosciuto, privo di esperienza, bensì atleta di fama mondiale pronto a difendere il titolo. Ad onore del vero stavolta i pronostici sono dalla parte dei due primatisti del mondo in coabitazione, il polacco Piatkowski e l’americano Richard Babka, che al primo lancio è davanti a tutti con 58 metri 2 centimetri. Oerter sembra accusare il caldo romano, non lavora di gambe, e quando Babka, abituale compagno d’allenamento nonché amico di sempre, gli fa rilevare l’aspetto tecnico Al non ci pensa due volte, spara il quinto disco a 59 metri 18 centimetri, nuovo record olimpico, scavalca il connazionale ed è nuovamente medaglia d’oro.

Quattro anni ancora, Tokyo 1964, e qui la faccenda si complica. Nel frattempo Oerter, che non è propriamente atleta da record del mondo, nondimeno per quattro volte migliora il limite mondiale, ma c’è un cecoslovacco, Ludvik Danek, invitto da 45 gare e nuovo primatista a 64 metri 55 centimetri, che è il pronosticato da tutti. Perdipiù Oerter si è infortunato ad una costola, scivolando sull’erba bagnata qualche giorno prima della finale, ma la tempra del fuoriclasse viene fuori nei momenti che contano e un Olimpiade val bene qualche sofferenza di troppo. Oerter lancia a livello di record olimpico nelle qualificazioni e il 15 ottobre, all’atto finale, dopo aver stazionato alle spalle di Danek con ampio margine, al quinto lancio coglie la misura di 61 metri ed il terzo trionfo olimpico è cosa fatta.

La parabola d’oro di Oerter arriva a compimento a Città del Messico, 1968. Appagato dai precedenti successi, con alcuni rivali che hanno credenziali importanti, come l’ennesimo americano di grido, Jay Silvester che detiene il primato del mondo, lo stesso Danek che in stagione ha lanciato lontano l’attrezzo del mestiere, e i due tedeschi dell’Est Milde e Losch, Oerter non ha grosse possibilità di vittoria. Ma la vetrina olimpica lo esalta, così come ha l’esperienza necessaria per gestire una finale disputata sotto la pioggia battente, e al terzo tentativo, con la misura di 64 metri 78 centimetri, ovvero nuovo record olimpico e primato personale, guadagna la testa del concorso per non lasciarla più. E’ la quarta medaglia d’oro consecutiva, “onestamente è stata la gara più facile della mia carriera” dirà a bocce ferme.

Fatto è che Oerter entra nell’Olimpo dello sport, per non uscirne più. Gareggerà ancora, longevo al punto da rintrare alle gare dopo un’assenza di otto anni, nel 1976; a 44 anni lancerà il disco più lontano che mai, 69 metri 46 centimetri, e solo il boicottaggio lo terrà lontano dai Giochi di Mosca dove avrebbe potuto andare ancora a medaglia. Una tendinite gli negherà Los Angeles 1984 e il simbolico passaggio del testimone di eroe moderno dell’atletica proprio a Carl Lewis. Ma può bastare anche così… quattro medaglie d’oro olimpiche, per di più consecutive, son sufficienti, che ne dite?

CHIOCCIOLI E L’APOCALISSE DEL GAVIA 1988

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Chioccioli in maglia rosa sul Gavia – da fr.pinterest.com

articolo di Emiliano Morozzi

Giro d’Italia 1988, 3 giugno: sui ripidi tornanti che portano al comune bergamasco di Selvino, un giovane scalatore americano, Andrew Hampsten, già vincitore per due volte del Giro di Svizzera, si impone davanti a Pedro Delgado. Le luci della ribalta sono però tutte per Franco Chioccioli, che dopo anni di onesti piazzamenti sembra finalmente aver trovato la gamba giusta per fare un impresa degna del campione a cui lo lega una incredibile somiglianza fisica, nientemeno che il “Campionissimo” Fausto Coppi. La Gazzetta dello Sport loda le gesta di “Coppino acclamandone la prima maglia rosa, e nella tappa successiva, un’altra frazione di montagna con arrivo a Chiesa Valmalenco, il corridore aretino conferma il proprio primato, tenendo a bada gli avversari.

Ci sono ancora tante montagne da scalare e il 5 giugno la carovana affronta la temibile e terribile salita del Gavia, un’ascesa che odora di ciclismo eroico, con i suoi quindici chilometri in gran parte sterrati e le pendenze arcigne che sfiorano in alcuni punti il 16%. A complicare le cose, ci si mette il maltempo: il passo è coperto di neve, ma la strada è libera e dopo un lungo conciliabolo gli organizzatori della corsa decidono di dare il via alla tappa. A Ponte di Legno, all’imbocco della salita, i corridori sono accolti da un tempo da lupi: cielo plumbeo, nuvole basse, pioggia gelida che si trasforma prima in nevischio e poi in neve.

I corridori arrancano lungo gli stretti tornanti del Passo di Gavia, e ben presto sotto le loro ruote l’asfalto bagnato si trasforma in fanghiglia, mentre le sottili mantelline riparano dalla pioggia ma nulla possono contro il freddo sempre più pungente. Comincia così una pagina di ciclismo epico, o sarebbe meglio dire tragico, perchè la tappa diventa una corsa ad eliminazione: mentre in testa il temerario Van der Velde sfida la tormenta indossando soltanto la maglia ciclamino, senza alcuna protezione contro il freddo, dietro i big arrancano, infreddoliti e sfiancati dall’aspra salita. Hampsten, che si è premunito più degli altri, anche se la neve gli fa da copricapo, tenta la sorte e il suo scatto fa la differenza: tornante dopo tornante, il vantaggio sui diretti concorrenti per la maglia rosa si dilata. Chioccoli avanza sbandando sempre più, Visentini e Saronni vanno in crisi nera e vengono soccorsi dai tifosi, la salita diventa per i più un calvario.

Il peggio deve però ancora venire: in cima al Gavia gli organizzatori cercano di fermare la tappa, ma l’invasato Van der Velde non ci sta e dopo essersi fatto largo tra la folla a spintoni, inforca di nuovo la bicicletta e imbocca la discesa, senza mantellina nè niente addosso: si fermerà dopo qualche tornante, semicongelato, soccorso dagli spettatori, e taglierà il traguardo soltanto dopo quarantasette minuti. Dietro di lui a un minuto Hampsten scollina tallonato da vicino da un altro olandese, Erik Breukink. La neve inzuppa le mantelline, il freddo gela le gambe e le ruote, la discesa è ripida e i due rischiano più volte di finire a terra. Agli avversari va ancora peggio: in cima al Gavia, molti si fermano cercando di scaldarsi le membra, e c’è chi fa la discesa a piedi per paura di cadere. Chioccioli in cima al Gavia ha ancora addosso per pochi secondi la maglia rosa, ma lungo la discesa andrà in crisi nera.

Arrivati vicino a Bormio, pure Hampsten accusa un cedimento, e si lascia sfuggire Breukink che vince la tappa, ma il distacco accumulato sugli avversari è enorme: il terzo, Roberto Tomasini, arriva dopo 4’39, la maglia rosa Chioccioli, preceduto da Giupponi e Giovannetti, accusa un ritardo di cinque minuti e sviene poco dopo aver superato il traguardo. Anche Hampsten viene portato di peso sul palco delle premiazioni perchè non si regge in piedi: soltanto qualche ora dopo si renderà conto di aver fatto un’impresa storica, che porterà qualche giorno dopo il primo corridore statunitense sul gradino più alto del Giro d’Italia.

FRANCIA-MESSICO 4-1, LA PRIMA PARTITA MONDIALE DEL 1930

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La Francia ai Mondiali del 1930 – da unehistoiremondiale.fr

Apriamo il dizionario del calcio all’anno 1930 e alla lettera F, come Francia, per rivivere un momento epocale del gioco con la palla ai piedi.

La squadra di football della Francia è in viaggio verso il primo campionato del mondo in Uruguay a bordo del “Conte Verde“, un magnifico piroscafo italiano di 170 metri di lunghezza e 22 di larghezza. Poco propensi a prender parte all’evento, infine i transalpini hanno accettato l’invito della Federazione sudamericana poco più di un mese prima dell’apertura della manifestazione, convinti proprio da Jules Rimet, presidente della FIFA. La Francia non è l’unica squadra imbarcata sul battello in transito per l’Oceano Atlantico, “les Bleus” preparano la Coppa del Mondo a fianco di rumeni e belgi, pure loro in viaggio verso Montevideo. Tra gli altri, abbiamo in nave anche l’arbitro John Langenus, che sarà chiamato a dirigere la finalissima. Per questa prima edizione della competizione, creata dallo stesso Jules Rimet, la Francia allenata da Jacques Caudron è inserita nel gruppo A insieme a tre formazioni del continente americano, ovvero Messico, Argentina e Cile, assolutamente competitive soprattutto le due sudamericane.

Dopo quattordici giorni di traversata, infine la Francia arriva a destinazione il 4 luglio, accolta da una folla oceanica in festa e il 13 luglio 1930, alle ore 15, allo Stadio Pocitos di Montevideo, l’arbitro uruguaiano Domingo Lombardi fischia il calcio d’inizio della gara inaugurale della Coppa del Mondo.

Francia-Messico, dunque, prima partita della storia dei Mondiali. Dopodiché sarà un’avventura affascinante. La Francia si schiera con il 4-3-3, Thepot in porta, Capelle e Mattler difensori centrali, Chantrel e capitan Villaplane sulla fascia, Delfour, Pinel, Laurent a centrocampo, Liberati all’ala destra, Maschinot punta centrale, Langiller attaccante di sinistra. Il Messico si affida al blocco composto dai giocatori del CF Atlante e del Club America. Sotto qualche fiocco di neve, a dar forza all’epica della sfida, Lucien Laurent, centrocampista che presta servizio nel Sochaux, sblocca il punteggio al minuto 19 raccogliendo un passaggio di Ernest Liberati. Non sarà un fenomeno, Laurent, avrà carriera non rivelante, ma rimarrà in eterno il primo marcatore della storia del Mondiali e il suo nome è destinato all’immortalità.

La squadra di Jacques Caudron subisce due colpi non da poco, l’infortunio del portiere Alexis Thépot al minuto 26, rimpiazzato tra i pali dall’esterno sinistro Augustin Chantrel, anche perché all’epoca le sostituzioni ancora non sono consentite. E non lo saranno ancora per molto. Il secondo handicap è il colpo preso da Edmond Delfour che malgrado il dolore resta in campo seppur fisicamente menomato. Tuttavia i francesi non demordono, tanto meno si rassegnano all’inferiorità numerica e prima dell’intervallo vanno altre due volte a bersaglio con i due attaccanti Marcel Langiller, minuto 40, assistito da Mattler e André Maschinot, minuto 43, imbeccato dal claudicante Delfour.

Il Messico, dominato per buona parte dell’incontro, riesce a ridurre il passivo al minuto 70 grazie a Carreno. Ma non può bastare a riaprire la sfida, la Francia è impeccabile e a tre minuti dal fischio finale ancora Maschinot sigilla una prestazione da incorniciare con la doppietta personale che incide il 4-1 definitivo a referto.

Non andrà oltre questa vittoria, la squadra transalpina, battuta in seguito di misura prima dall’Argentina in virtù di un gol di Luis Monti che verrà in Italia a far la fortuna della Juventus, e poi dal Cile, condannata da una rete di Subiabre. Ma la Francia, così come gli Stati Uniti che in contemporanea battono il Belgio 3-0, apre la favola secolare dei campionati del mondo di calcio, e Lucien Laurent – che ha impiegato quattro minuti meno dell’americano Bart McGhee – è titolare di un record che nessuno batterà mai. E questa è già enciclopedia del calcio.