GLI SCARRONZONI E LA LEGGENDA DEGLI OTTO UOMINI D’ARGENTO

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L’arrivo in volata alle Olimpiadi del 1936 – da mymilitaria.it

articolo di Nicola Pucci

In principio quel nome, gli Scarronzoni, non prometteva niente di buono. E non lasciava certo presagire quel che sarebbe potuta essere poi la loro storia agonistica, soprattutto in sede olimpica.

Nel giugno 1928, ai campioni toscani al lago di Massaciuccoli, nel lucchese, l’otto dell’Unione Canottieri Livornesi composto da Enrico Garzelli, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Mario Del Bimbo, Vittorio Cioni,  Renato Tognaccini, Enzo Favilla, Eugenio Nenci e il timoniere Mario Ghiozzi, dà sfoggio di ben poca eleganza ed estetica del gesto tecnico, abituato com’è alla pratica dell’esercizio a remi su imbarcazioni a sedile fisso. Usando un termine che si usa in marina, l’armo livornese scarroccia, che significa deviare lateralmente dalla rotta per azione del vento, e chi è presente all’evento, a bordo lago, conia appunto il termine che diverrà nel tempo un marchio di fabbrica. Fortunatamente vincente, perchè già quel titolo locale è loro, forti e brutali nel remare come sono e inavvicinabili agli avversari di turno, e già all’abbrivio la loro leggenda comincia a scriversi.

Gli Scarronzoni nascono qui, non lontano da casa, allenati da Carlo Mazzoni che forgia un gruppo destinto a far man bassa di successi. Si comincia agli Europei del 1929, a Bydgoszcz in Polonia, dove Mario Balleri, Renato Barbieri, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Vittorio Cioni, Eugenio Nenci, Enrico Garzelli, Roberto Vestrini e il timoniere Cesare Milani, che ha preso il posto di Ghiozzi, conquistano la medaglia d’oro battendo Jugoslavia e Polonia, per proseguire l’anno dopo, a Liegi, quando l’armo italiano è costretto ad accontentarsi del secondo posto alle spalle della Francia, così come nel 1931, quando Renato Bracci ha preso il posto di Roberto Vestrini ed ancora una volta i transalpini hanno la meglio.

Nel frattempo Mario Ghiozzi, livornese doc, è sceso dall’armo e ha preso il posto di Mazzoni in cabina di comando e darà l’impronta tecnica all’otto che da quel giorno diventerà un modello di compostezza e stile, diventando di fatto l’esempio da seguire per il futuro del canottaggio tricolore.

Ma se il campo di regata ha già premiato l’equipaggio labronico, c’è un altro risultato che sta a cuore a Ghiozzi e ai suoi ragazzi. Già, perchè in piena era fascista, in cui tutto ciò che viene da Livorno è deprecabile perchè ha chiara matrice comunista, gli Scarronzoni se vincono non sono certo popolari, anzi. Ed allora è necessaria la vetrina a cinque cerchi per guadagnarsi la stima e l’applauso di un’Italia che ha virato verso il regime. Los Angeles 1932, dunque, cade a fagiolo.

L’imbarcazione italiana si presenta alla kermesse californiana, dunque, con tre medaglie europee già al collo. Ma laggiù, oltreoceano, c’è da affrontare l’armo americano, ovvero quello dell’Università della California, Berkeley, e i britannici del Leander Club, che nel 1929 e nello stesso anno 1932 si sono imposti alla Henley Royal Regatta. Insomma, la concorrenza è agguerrita e per gli Scarronzoni l’impegno, oltrechè probante, è decisamente arduo.

Al Long Beach Marine Stadium, il 10 agosto, i livornesi gareggiano in prima batteria, battendo proprio i britannici e fermando il cronometro al miglior tempo, 6’28″2. L’onore dei sudditi di Sua Maestà è leso, al punto da dover passare per le forche caudine dei ripescaggi per guadagnare la finale, a cui accedono di diritto gli americani che nella seconda serie hanno la meglio del Canada con il tempo di 6’29″0. Gran Bretagna e nordamericani superano rispettivamente Nuova Zelanda e Brasile (che non si presenta) gli uni, Germania e Giappone gli altri e i quattro equipaggi, il 13 agosto, scendono in acqua per la sfida decisiva.

E qui si fa la storia. Gli Scarronzoni, determinati, forti e con quello spirito battagliero che è proprio dei suoi componenti, di umili origine e che la vita obbliga alla fatica quotidiana per guadagnarsi la pagnotta, passano in testa a metà gara, con gli americani alle costole e canadesi e britannici leggermente staccati che librano tra loro la lotta per la medaglia di bronzo. Il testa a testa tra italiani e universitari californiani è eccitante, gli statunitensi sorpassano, ai 300 metri dal traguardo i livornesi sono di nuovo al comando, infine sulla linea d’arrivo sono gli americani a metter la prua davanti, per l’inezia di 2 decimi, 6’37″6 contro 6’37″8. Gli Scarronzoni sono d’argento e la gloria, almeno quella olimpica, è conquistata.

Passano quattro anni e gli Scarronzoni, reduci dall’ennesimo secondo posto agli Europei di Budapest del 1933 (vinceranno l’oro ad Amsterdam nel 1937 e il bronzo a Milano nel 1938, per un totale di sei metalli continentali), si presentano all’appuntamento con le Olimpiadi di Berlino del 1936 dove si rinnova il duello tra l’otto americano e quello livornese.

Si gareggia nel lago di Grunau, e i quattordici equipaggi iscritti alla gara entrano in lizza nelle tre batterie che promuovono direttamente alla finale gli Stati Uniti, rappresentati dall’equipaggio dell’Università di Washington, grandi favoriti, che segnano in 6’00″8 il miglior tempo, l’Ungheria, campione d’Europa, e la Svizzera. L’armo italiano è secondo alle spalle dei magiari ed è costretto a passare per i recuperi, dove prevale facilmente su Giappone, Jugoslavia e Brasile accedendo così all’atto finale, insieme alla Germania padrona di casa e alla Gran Bretagna. Rispetto a quattro anni prima sono rimasti Guglielmo Del Bimbo, Dino Barsotti, Enrico Garzelli e il timoniere Cesare Milani, mentre sono nuove reclute Oreste Grossi, Enzo Bartolini, Mario Checcacci, Dante Secchi e Ottorino Quaglierini. Ma la competitività dell’Italia è garantita comunque.

La finale si disputa il 14 agosto ed è appassionante. La Germania, che vuol vincere la medaglia d’oro per compiacere i gerarchi nazisti presenti all’evento, Hitler compreso, parte a spron battuto seguita dalla Svizzera. Gli Stati Uniti remano in fondo, in sesta posizione, con l’Italia che segue i due armi al comando della gara, per scavalcarli entrambi e balzare in testa. L’eccitazione è massima in tribuna, il pubblico incita la Germania (che domina le gare di canottaggio vincendo 5 delle 7 regate in programma e cogliendo inoltre un argento e un bronzo) ma sono gli Stati Uniti ad operare una clamorosa rimonta che li porta davanti ai 1.800 metri. L’arrivo è proprio al fotofinish, Stati Uniti, Italia e Germania piombano appaiate sul traguardo e il responso cronometrico premia infine gli americani, che col tempo di 6’25″4 bissano il successo di Los Angeles, con l’Italia come allora ancora una volta seconda, staccata di soli 6 decimi, altri 4 decimi davanti alla Germania che sale sul terzo gradino del podio.

Gli otto uomini d’argento del canottaggio italiano possono tornare a casa, soddisfatti seppur battuti: la loro leggenda è destinata a tramandarsi ai posteri ed oggi, quando si citano gli Scarronzoni, si ricordano quei ragazzi che sconfissero le ideologie di partito e diventarono degli eroi.

LE REGATE D’ORO DI EKATERINA KARSTEN

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Ekaterina Karsten – da orrlabda.hu

articolo di Nicola Pucci

Credo sia giunto il momento di lasciar spazio anche a qualche donzella, quando si parla di canottaggio. Perchè se è vero che la disciplina ha debuttato in sede olimpica solo a Montreal, nel 1976, è altrettanto vero che il tempo è già sufficiente abbastanza per innalzare al rango di leggenda alcune campionesse. Ed Ekaterina Karsten è una di queste.

Già medaglia di bronzo nel quattro di coppia ai Giochi di Barcellona del 1992, la ragazza bielorussa, classe 1972, nata a Minsk e che proprio in Catalogna gareggia per la bandiera della CSI (la Comunità di Stati Indipendenti, nata sulle ceneri della defunta Unione Sovietica), diventa nel corso degli anni la più formidabile interprete della prova di singolo del canottaggio femminile.

Il suo palmares, in effetti, conosce già la gloria a cinque cerchi ad Atlanta, nel 1996, quando si trova a dover fronteggiare il tentativo della rumena Elisabeta Lipa di difendere il titolo conquistato quattro anni prima e quello della belga Annelies Braedael e della canadese Silken Laumann di salire nuovamente sui due gradini più bassi del podio. Le due ultime iridate della specialità, la danese Trine Hansen e la svedese Maria Brandin, sono altre due autorevoli candidate alle medaglie ed in batteria, firmando i due migliori tempi, confermano le loro credenziali. La Karsten blocca il cronometro a 8’03″73 in una serie che boccia la Lipa e obbliga la Braedael ai ripescaggi, per poi piazzarsi seconda in semifinale alle spalle della Laumann, garantendosi nondimeno la qualificazione alla finale con il quinto tempo tra le sei ammesse. Non sembra dunque esser lei la favorita nella corsa all’oro, ma la bielorussa ha riservato per l’atto decisivo le energie migliori e disegna un capolavoro. Nelle acque del Lago Lanier la Karsten prende il comando della gara fin dai primi metri, tenendo a distanza la Laumann, che corre con una gamba lesionata da un terribile incidente che prima dei Giochi di Barcellona ne ha fortemente messo in dubbio il preseguimento della carriera, e chiude trionfante con tre secondi di vantaggio, margine che le vale la medaglia d’oro.

Lanciata ormai nel firmamento internazionale del canottaggio, la Karsten, che ha poco più di 24 anni, comincia una raccolta di successi che la vedono vestirsi della maglia arcobaleno di campionessa del mondo nel 1997 al Lago di Aiguebelette e nel 1999 a St.Catharines in Canada, due affermazioni che ne fanno la logica favorita anche alle Olimpiadi di Sydney del 2000. Dove si presenta con la dichiarata intenzione di concedere il bis.

In Australia la Karsten si trova a dover competere con la tedesca Katrin Rutschow, due volte medaglia d’argento iridata nel 1998 e nel 1999, e con la bulgara Rumyana Neykova, che ai Mondiali del 1999 è salita sul terzo gradino del podio. La campionessa del mondo del 1998 a Colonia, la russa Irina Fedotova, ha invece optato a Sydney per il quattro di coppia (vincerà il bronzo), mentre dal pronostico non è esclusa la Brandin che seppur ormai 37enne ha all’attivo il Mondiale vinto a Tampere nel 1995, due terzi posti alle rassegne iridate del 1997 e del 1998, oltre ad esser stata quinta a Barcellona e quarta ad Atlanta. Inoltre, può vantare le vittorie alla prestigiosa Henley Royal Regatta dal 1993 al 1998, ad eccezione dell’edizione del 1994.

In effetti la prova non riserva sorprese, con la neozelandese Sonia Waddell che si impone nella prima batteria mentre Neykova, Karsten e Rutschow vincono le altre tre serie, con la tedesca che fa segnare il miglior tempo, 7’32″80, mentre la Brandin è costretta ai ripescaggi per accedere alle semifinali che la elimineranno definitivamente. La Neykova vince facilmente la prima semifinale con il tempo di 7’28″34, precedendo l’australiana Douglas e la Waddell, che si qualificano a loro volta per la finale, mentre la Rutschow batte la Karsten nella seconda semifinale, 7’37″77 contro 7’40″36, con il terzo posto, ultimo utile per accedere alla finale, appannaggio della russa Yulia Alexandrova.

Ma la bielorussa, al solito e con impeccabile senso tattico, ha riservato il meglio per l’atto decisivo, e quella che va in scena il 23 settembre è una finale tra le più entusiasmanti della storia del canottaggio olimpico. Le tre campionesse infatti battagliano tra loro sul filo dei centesimi, spalla a spalla, ed infine è solo il fotofinish a decretare la vittoria della Karsten con il tempo di 7’28″14, un solo centesimo meglio della Neykova (pari a 40 centimetri!) che si deve accontentare di un amaro secondo posto, mentre la Rutschow è a sua volta medaglia di bronzo con un ritardo di ottantacinque centesimi. La Karsten si conferma campionessa olimpica… ma stavolta che fatica!

E va a realizzare una doppietta ad oggi ancora ineguagliata, provando poi in altre tre occasioni a migliorare il suo bottino olimpico. Ma ad Atene, nel 2004, la Rutschow avrà la sua rivincita imponendosi nettamente nel duello a due e quattro anni dopo ancora, a Pechino 2008, la Karsten dovrà accontentarsi della medaglia di bronzo, battuta stavolta in un arrivo serrato dalla stessa Neykova e dall’americana emergente Michelle Guerette.

Le fatiche olimpiche della bielorussa non sono però ancora finite, perchè Ekaterina si ripresenta anche a Londra nel 2012, ormai 40enne, forte dell’argento iridato conquistato a Bled l’anno prima, seconda solo alla ceca Miroslava Knapkova per la sua quindicesima (!!!) medaglia ai Mondiali, distribuite tra il 1997 e il 2013, terminando però la sua avventura ai Giochi con un onorevole seppur insoddisfacente quinto posto nella gara vinta dalla stessa Knapkova.

Ma può bastare così, cinque podi consecutivi alle Olimpiadi fanno di Ekaterina Karsten la canottiera più blasonata della storia. Avete qualcosa da obiettare in proposito?

BOBBY PEARCE E LA DOPPIETTA OLIMPICA D’ORO DA SINGOLO

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Bobby Pearce – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Curiosa la storia di Henry “Bobby” Pearce. Tanto che i tratti essenziali della sua carriera sono maledettamente simili a quelli del collega di remo di cui ha rilevato il testimone, John Brendan Kelly, il papà di Grace, che prima di lui fu rifiutato alla competizione più prestigiosa per poi prendersi una sonora rivincita meritandosi la gloria olimpica.

In realtà Pearce è australiano, esattamente di Double Bay, un sobborgo di Sydney dove la famiglia, da almeno tre generazioni, si distingue particolarmente nel mettere in acqua e guidare con perizia un’imbarcazione a remi. Il bisnonno di Bobby, emigrato dall’Inghilterra a metà secolo Ottocento, avvia questa tradizione sportiva, trasmettendola poi al nonno di Bobby, Harry Pearce sr. che diventa campione australiano di canottaggio, e al padre, Harry Pearce jr. che nel 1911 e nel 1913 chiude due volte secondo ai Campionati del Mondo alle spalle del neozelandese Richard Arnst e del britannico Ernest Barry.

E visto che buon sangue non mente, il nostro Henry, classe 1905, evidenzia precocemente eccellenti doti, tanto da venir iscritto e giungere secondo a soli sei anni ad una competizione con canottieri più grandi di lui. Lascia dunque ben presto la scuola per lavorare come carpentiere e poi insieme al padre nella fabbrica di pesce, entra nell’Esercito del suo paese, svolge con successo anche attività pugilistica e nel 1926 è pronto a gareggiare ai massimi livelli difendendo i colori del Sydney Rowing Club. Forte anche di un corpo da fustacchione, 188 cm per 92 kg…. una sorta di granatiere prestato al canottaggio!

Pearce gareggia da singolo, perchè è nell’esercizio in solitario che può esprimere al massimo quel senso di rivalsa a cui una vita di fatiche quotidiane lo ha relegato. Tanto da vedersi preclusa la chance di partecipare alla gara più prestigiosa, la Diamond Sculls alla Henley Royal Regatta, perchè “operai, artigiani o lavoratori di braccio” non sono ben accetti a quel consesso di campioni. Già, esattamente quel che venne negato a Kelly.

Nel frattempo Bobby fa incetta di titoli australiani, e per il 1928 è selezionato dall’Australia per gareggiare alle Olimpiadi di Amsterdam, unico canottiere ma già noto al punto da aver l’onore di far da portabandiera per il suo paese nel corso delle cerimonia di apertura dei Giochi. 15 concorrenti sono allineati al via della gara di singolo, nel bacino di Sloten, e Pearce è già il migliore al primo turno quando con il tempo di 7’55″8 batte il tedesco Flinsch. Il responso del cronometro premia Pearce anche con il danese Schwartz, 7’28″0, ma è nella sfida dei quarti di finale con il francese Victor Saurin che l’australiano dà prova non solo di superiorità disarmante, 7’42″8, ma anche di rispetto per la vita animale quando si ferma per far passare una fila di anatre per poi riprendere a vogare e tagliare il traguardo con un buon margine di vantggio sul transalpino. David Collet, britannico, nulla può in semifinale ed allora, all’atto decisivo per l’assegnazione del titolo olimpico, Pearce si trova a battagliare con il veterano Ken Myers, americano che già nel 1920 aveva colto l’argento nel quattro con e che nel 1932 sarà infine trionfatore nel due di coppia. Non c’è praticamente partita, Bobby fa corsa di testa e con il tempo di 7’11″0, dieci meno del rivale, sale sul gradino più alto del podio.

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Pearce con la sua imbarcazione – da en.wikipedia.org

Garantita la gloria sportiva, Bobby vorrebbe assicurarsi un buon futuro lavorativo. Ma se la Grande Depressione del 1929 spazza via le illusioni, sue e quelle di qualche centinaia di milioni di altri poveri cristi travolti dal crollo di Wall Street, obbligandolo alla disoccupazione, nel 1930 la dea bendata giunge in suo aiuto. Impegnato ai Giochi del Commonwealth ad Hamilton, in Canada, non importa che Pearce vinca come da pronostico la competizione battendo quel Jack Beresford che non solo ha già trionfato in carriera quattro volte alla Henley Royal Regatta e ai Giochi di Parigi del 1924 ma è stato il fiero avversario di Brendan Kelly, già proprio lui, bensì che un certo Lord Dewar, magnate del whisky, gli offra un impiego come venditore. E sa lo cosa lo aliena dalla povertà di quegli anni, nondimeno gli consente di acquisire lo status necessario per accedere alla Diamond Sculls.

Cosa che puntualmente avviene nel 1931 quando, ormai cittadino canadese, affiliato al Leander Boat Club di Hamilton, può finalmente gareggiare e vincere, assurgendo a pieno titolo al rango di canottiere più forte del mondo. E se caso mai ci fosse bisogno di rafforzare il proprio balsone, così come di incrementare il palmares, ecco che nel 1932 si rinnova l’appuntamento con le Olimpiadi di Los Angeles.

In verità ai Giochi californiani la concorrenza non è particolarmente agguerrita, tanto meno folta con soli 5 canottieri, anche se questi rispondono al nome dei due americani William Miller, argento ad Amsterdam nel quattro di coppia, e Joseph Wright jr., vincitore della Diamond Sculls nel 1928, del britannico Dick Southwood, che a Berlino nel 1936 vincerà l’oro nel due di coppia con lo stesso Beresford, e dell’uruguaiano Guillermo Douglas.

Ed è proprio Miller a render dura la vita a Pearce, che abbisogna di tutta la sua classe e del suo temperamento da indomabile per aggiudicarsi prima la sfida di semfinale, 7’27″0 contro 7’29″0, poi imporsi all’atto conclusivo in 7’44″4, a tagliare il traguardo otto decimi prima dell’irriducibile avversario. Il terzo classificato, Douglas, rema a distanza siderale, 29 secondo, ma regala all’Uruguay la prima medaglia olimpica che non sia il gioco del calcio. E questo ne farà un eroe in patria.

Pearce bissa l’oro olimpico per un’impresa che verrà prima eguagliata, poi migliorata dal sovietico Vyacheslav Ivanov che farà tripletta tra il 1956 e il 1964. Ma Bobby non se ne farà un cruccio, lui come Kelly fu rifiutato dagli spocchiosi inglesi e poi consumò la sua vendetta. Perchè è così che fanno i campioni.

THOMAS LANGE, QUANDO EST OD OVEST NON FA DIFFERENZA

537124107articolo di Giovanni Manenti

Anche se ciò non è in linea con quello che dovrebbe essere lo spirito alla base delle singole discipline sportive – pur se il pensiero di decoubertiana memoria è sempre suonato utopistico sin dall’inizio – troppo spesso la politica ha fatto uso dello sport per affermare la propria superiorità.

Negli anni ’60 e ’70 si è assistito, in piena epoca di “Guerra Fredda” tra i due opposti blocchi, ad una accesa rivalità che vedeva il medagliere olimpico quale simbolo di superiorità delle due rispettive ideologie, con uso più che sovente di additivi per migliorare le prestazioni dei singoli atleti per il “bene del paese”.

Ciò nondimeno, le due decadi successive, pur vivendo il culmine di questa acerrima contesa con i due opposti boicottaggi delle Olimpiadi Giochi di Mosca 1980 e di Los Angeles 1984 – con il senno di poi è evidente come, in un clima del genere, sia stata poco felice la scelta del CIO di assegnare a dette città l’organizzazione dei Giochi – hanno altresì visto la disgregazione dell’impero sovietico, con conseguente riunificazione della Germania, da un lato, e la proliferazione di nuove realtà indipendenti, dall’altro.

In detto scenario, alcuni atleti si sono ritrovati in scomode posizioni, vuoi per dover rinunciare al più importante appuntamento della loro carriera causa boicottaggio, così come nel veder sparire un apparato che sino ad allora li aveva accolti, e doversi, conseguentemente, adeguare ad una nuova realtà.

Uno di questi casi è quello del canottiere Thomas Lange, nato a fine febbraio 1964 ad Eisleben, ridente cittadina della Bassa Sassonia, nota per aver dato i natali a Martin Lutero, all’epoca facente parte della Germania Est.

Come molti ragazzi della sua epoca, Lange sviluppa una particolare predisposizione per il canottaggio, sport molto in voga nell’ex Ddr, tanto da mettersi in evidenza ad appena 16 anni quando, unitamente a Roland Schroeder, si aggiudica la medaglia d’oro ai Campionati mondiali juniores di Hazewinkel nel due di coppia, superando di un soffio l’armo britannico, composto, pensate un po’, da Adam Clift e da un “certo” Steve Redgrave, il quale resta talmente ammaliato dal modo di remare del giovane tedesco est, uscendosene con un “Thomas ha un talento unico, si vede che è nato per praticare questo sport …”, il che vale molto di più di un semplice attestato di stima.

L’abitudine a salire sul gradino più alto del podio non viene persa da Lange neppure nelle due successive edizioni dei Mondiali juniores, quando si aggiudica l’oro nel singolo sia a Sofia 1981 che a Piediluco 1982, circostanza che lo fa considerare pronto dalla federazione tedesco orientale per l’esordio coi “grandi” alla rassegna iridata 1983 che si svolge in Germania, a Duisburg, ed in cui viene iscritto nel due di coppia assieme ad Uwe Heppner.

Opposti ai campioni mondiali in carica, i norvegesi Rolf Thorsen ed Alf Hansen, che l’anno prima a Lucerna avevano sconfitto proprio la coppia della Germania Est formata da Kroppelien e Dreifke, Lange & Heppner riscattano l’onore del proprio paese infliggendo all’equipaggio nordico una dura lezione, staccandolo di oltre 3″ (6’20″170 a 6’23″430).

A 20 anni da poco compiuti, per Lange si aprirebbe quello che per un ragazzo della sua età sembra un sogno coltivato da piccolo non appena tornava a casa dagli allenamenti, vale a dire il suo primo appuntamento olimpico, se non fosse che deve per la prima (e non sarà l’ultima, purtroppo) volta in vita sua fare i conti con la politica che, causa il contro boicottaggio dei Paesi del “blocco sovietico” ai Giochi di Los Angeles 1984, non gli consente di prendere parte alla rassegna a cinque cerchi.

Una probabile medaglia d’oro persa, come dimostra l’esito dei Mondiali di Hazewinkel 1985 dove la coppia Lange/Heppner bissa il titolo di due anni prima in una finale in cui, per rendere l’idea, l’armo belga composto da Crois e De Loof, argento l’anno prima ai Giochi californiani, si piazza ai margini del podio ma con un distacco di quasi 7″ (!!!) dall’equipaggio dell’ex Ddr.

Per un vincente del suo calibro, Lange avverte l’avventura nel due di coppia come un qualcosa di limitativo delle proprie potenzialità, decidendo di dedicarsi al singolo anche per potersi confrontare con due mostri sacri come il finnico Pertti Karppinen ed il connazionale di sponda occidentale Peter-Michael Kolbe, i quali si stanno dividendo da anni la scena internazionale, con il finlandese a prevalere in sede olimpica ed il tedesco in occasione delle rassegne iridate.

Una sfida che però, a causa di una malattia che ne impedisce l’attività agonistica nel corso del 1986, Lange deve rimandare ai Mondiali di Copenhagen 1987 dove il 23enne sassone – di 11 anni più giovane dei coetanei Kolbe e Karppinen – infligge agli storici rivali una memorabile sconfitta, concludendo la prova in 7’37″480 con oltre 3″ di distacco sugli stupefatti avversari, cui non resta che sprintare per l’argento, con Kolbe a spuntarla per l’inezia di appena 0″14 centesimi (7’40″76 a 7’40″90).

Lange è oramai pronto per aggiungere l’alloro olimpico alla sua fama e, dopo aver dovuto rinunciare a Los Angeles per motivi indipendenti dalla sua volontà, non si lascia stavolta sfuggire la grande occasione costituita dai Giochi di Seul 1988, mettendo in mostra una superiorità talmente schiacciante da relegare lo sbalordito Kolbe – che pure conclude la gara in un 6’54″77 che gli vale l’argento – ad un distacco di quasi 5″!

L’impresa che vale a Lange il “passaggio del testimone” è ben riassunta nelle parole del coach tedesco orientale Jurgen Grobler, il quale evidenzia come “Thomas abbia una particolare predisposizione per il canottaggio, i suoi remi entrano in acqua con una incredibile velocità, al pari di Ivanov, il sovietico che vinse tre medaglie d’oro olimpiche a cavallo degli anni ’60; ma rispetto agli altri, Lange ha una qualità in più, vale a dire quella di saper leggere la gara e capire quando è il momento di forzare il ritmo“.

All’apice della successo, Lange non ha difficoltà a confermarsi campione mondiale sul lago di Bled in Slovenia nell’edizione 1989 della rassegna iridata, ma fosche nubi stanno per addensarsi sulla sua famiglia per effetto della caduta del muro di Berlino nel novembre del medesimo anno.

Difatti il padre, che risulterà essere stato un membro della Stasi (la famigerata polizia segreta dell’ex Ddr), si suicida ed il 25enne Thomas riprende gli studi in medicina dedicando meno tempo al canottaggio, circostanza che induce la federazione ad iscriverlo ai Mondiali 1987 in Tasmania nuovamente nel duo di coppia assieme a Stefan Ullrich, ottenendo comunque un significativo argento a poco più di mezzo secondo di distacco dagli austriaci Jonke e Zerbst.

Superato il comprensibile shock derivante dalla tragedia familiare, Lange riprende ad allenarsi con continuità e l’anno seguente, tornato a cimentarsi nel singolo, mette ancora la prua della sua imbarcazione davanti a tutti ai Mondiali di Vienna 1991, rifilando quasi 4″ di distacco al cecoslovacco Chalupa, argento anche l’anno precedente in Australia, preparandosi così a difendere il titolo olimpico alle Olimpiadi di Barcellona 1992, stavolta sotto i colori della Germania unificata.

Con Kolbe fuori dai giochi, sia per raggiunti limiti di età che per l’unico posto a disposizione, ovviamente assegnato a Lange, e con il 39enne Karppinen alla sua quinta ed ultima Olimpiade, l’unico serio antagonista per l’oro è ancora il già citato Vaclav Chalupa, con il quale “incrocia i remi” già in semifinale, che il tedesco si aggiudica con un vantaggio di circa 1″50, con Karppinen che giunge quarto e fallisce l’entrata in finale, mentre l’argentino Sergio Fernandez ottiene il miglior tempo di 6’53″40 facendo sua la seconda serie.

Ma il canottiere sudamericano ha evidentemente sprecato tutte le sue energie in qualificazione, non entrando mai in gara nella finale dell’1 agosto 1992 sul lago di Banyoles e concludendo staccatissimo all’ultimo posto, mentre, come da pronostico, la medaglia d’oro è un affare a due tra Chalupa e Lange, con il cecoslovacco che cerca di sorprendere il rivale forzando il ritmo in avvio, tanto da transitare in testa a metà gara con un vantaggio di 0″38 centesimi sul tedesco, il quale, da par suo, ben lungi dal farsi intimorire, aumenta la frequenza dei colpi nella seconda parte, portandosi nettamente in testa già ai 1500 metri per poi contenere il tentativo di rimonta di Chalupa ed andare a trionfare in 6’51″40 rispetto al 6’52″93 del suo tenace avversario.

Il bis olimpico rappresenta l’apice della carriera di Lange che, bronzo l’anno successivo ai Mondiali di Racice, in Repubblica ceca – dove il “povero” Chalupa, nelle acque del bacino amico, riesce finalmente a sopravanzarlo solo per vedersi beffare dal canadese Derek Porter, incrementando così la sua collezione di secondi posti – si dedica agli studi completando nel 1994 il corso di laurea in Medicina, così saltando l’appuntamento con i Mondiali di Indianapolis.

Ripresa l’attività per inseguire il sogno del tris olimpico ad Atlanta 1996 – impresa già riuscita al sovietico Vyacheslav Ivanov tra Melbourne 1956 e Tokyo 1964, nonché al più volte ricordato Karppinen da Montreal 1976 a Los Angeles 1984 (pur con il vantaggio dei due boicottaggi) – Lange viene per la prima volta escluso dal podio nella rassegna iridata di Tampere 1995, giungendo quinto nella gara che vede trionfare lo sloveno Iztok Cop, per poi vendere cara la pelle in occasione della rassegna a cinque cerchi, dove conclude una eccezionale carriera con il terzo posto alle spalle dello svizzero Xeno Muller, vittorioso in 6’44″85, con l’argento a sfuggirgli per soli 0″27 centesimi a beneficio del citato canadese Porter.

Al ritiro, Lange ottiene nel 1997 dalla Federazione Internazionale (FISA) il prestigioso riconoscimento della “Medaglia Thomas Keller, premio istituito nel 1990 alla memoria del monegasco Thomas Keller, presidente federale dal 1958 sino alla sua morte, avvenuta nel 1989, in una cerimonia che vede altresì salire sul palco i “fratelloni d’Italia” Giuseppe e Carmine Abbagnale, per poi dedicarsi alla professione di medico in Ratzeburg, lasciando all’ex compagno di squadra Peter Hoeltzenbein il compito di completarne il profilo con le parole “sono sempre stato profondamente impressionato da come questo fantastico atleta abbia potuto passare in un attimo dalle competizioni al suo studio medico in Ratzeburg!“.

Forse, il buon Peter non rammenta che quando si è campioni con la “C maiuscola”, lo si è in ogni aspetto ed in qualunque situazione!

JOHN KELLY, IL PAPA’ DI GRACE CHE FU CAMPIONE OLIMPICO

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John Brendan Kelly – da therake.com

articolo di Nicola Pucci

In famiglia c’è chi è bella e recita bene, Grace, e c’è chi è possente e voga di forza, John Brendan. Se poi si ha pure la fortuna di chiamarsi Kelly, ecco che se l’una diventerà principessa, l’altro assurge al rango di gloria olimpica.

Bella storia quella di John Brendan Kelly, appunto, che di Grace altri non è che il padre. Nasce il 4 ottobre a Filadelfia, figlio di due immigrati irlandesi venuti negli Stati Uniti a cercar fortuna, John e Mary Ann Costello, che di rampolli ne hanno ben dieci. Il giovane John Brendan, che acquisice ben presto centimetri, 187, chili, 90, e forza nelle braccia, racimola qualche denaro come muratore, perchè la sussistenza è necessaria, e nel contempo comincia a far di canottaggio nelle acque del Schuylkill, il fiume che taglia la Pennsylvania. E’ bravo, indubbiamente, tanto che nel 1916 è campione americano, universalmente riconosciuto come il miglior rematore della nazione. Ci sarebbe da gareggiare al di fuori dei patri confini, ed in effetti John all’estero ci va, ahimé come privato dell’Esercito americano impegnato nella Prima Guerra Mondiale.

Non c’è tempo per vogare, bensì allenare braccia e fisico con la boxe, noble-art in cui John è così abile da conquistare ben dodici vittorie in dodici incontri da peso massimo con i commilitoni, tra i quali un certo Gene Tunney, che sarà campione del mondo della categoria una volta accolto tra i professionisti, che vince il torneo grazie al ritiro di John che si rompe una caviglia. La guerra, ora sì, finalmente, giunge a termine e John, congedato con i gradi di tenente, torna al canottaggio con il Vesper Club di Filadelfia, collezionando un successo dietro l’altro, addirittura 126 consecutivamente. Ma se lo sport gli è amico, altrettanto lo è l’attività di muratore, che funziona bene al punto che Kelly diventa un marchio edile e il conto in banca, nell’America che cresce e crea milionari ben prima della grande crisi del 1929, lievita.

Risolta la questione economica, seppur avendo ideato un meccanismo di pagamento controverso, per non dire ingannevole, John, che gareggia nella specialità del singolo ed è pure ottimo giocatore di football americano, ambisce a prender parte alla Henley Royal Regatta, la competizione di maggior prestigio al mondo che si disputa sulle acque del Tamigi ed assegna il Diamond Sculls. John avrebbe i requisiti sportivi sufficienti a partecipare, ovvero sei titoli nazionali e l’imbattibilità accertata dalle vittorie in successione, ma gli inglesi, integrali e gelosi di una tradizione che nel caso della Royal Regatta risale addirittura al 1844, anno in cui Thomas Brooks Bumpsted vinse la prima edizione della gara, sono fedeli allo statuto che vieta la partecipazione a “operai, artigiani o lavoratori di braccio“. Curiosamente, proprio lo status di John Brendan Kelly, forse anche escluso perchè il Vesper Club è tacciato di professionismo, e la cosa è assolutamente contraria al mai troppo poco ostentato principio del dilettantismo dello sport d’alto livello. Corre voce, altresì, che gli inglesi temessero la vittoria di un americano e la cosa, proprio, non poteva andar loro a genio.

Fatto sta che John ingoia il boccone amaro, e si ripromette di prendersi la rivincita in altra sede, che proprio nel 1920 è Anversa, edizione numero VII delle Olimpiadi moderne. Inizialmente, ad onor del vero, John non avrebbe in programma l’impegno ai Giochi, ma c’è lo smacco di Henley da riscattare ed allora, in quel Belgio che stenta a risollevarsi dagli orrori della guerra, il canottiere di Filadelfia ci va. E sarà un gran successo.

Sorte vuole che alla gara di singolo della prova olimpica sia iscritto proprio quel Jack Beresford che si è imposto alla Royal Regatta, dunque quale miglior occasione per Kelly di certificare agli occhi del mondo la sua inequivocabile superiorità? Il britannico, che sarà capace di andare a medaglia per ben cinque edizioni consecutive dei Giochi collezionando tre ori e due argenti, è a sua volta fior di rematore e la sfida tra i due campioni, nondimeno amici a dispetto della rivalità agonistica, come si suol dire, merita il prezzo del biglietto. Nelle acque del  Canale Willebroek, il 29 agosto, dopo che i due avversari hanno dominato batterie e semifinali con Kelly a far registrare il miglior tempo in 7’44″2 seppur impegnato dal neozelandese Clarence Hadfield D’Arcy, l’incedere dei contendenti è avvincente, spalla a spalla uno affiancato all’altro, con Beresford leggermente avanti e Kelly che solo nel finale riesce a mettere la sua prua davanti a quella dell’avversario per cogliere la medaglia d’oro in 7’35″0 contro i 7’36″0 di Beresford. L’onta di Henley è levigata e la gloria olimpica, ora e per sempre, appartiene a John Brendan Kelly. Che non manca di far recapitare a Re Giorgio V il suo berretto da gara, con la firma “saluti da un muratore“. Già, la vendetta è un piatto che va gustato freddo.

Ma non è tutto. Poco meno di un’ora dopo John, assieme al cugino Paul Costello, torna in acqua per la gara del due di coppia, già qualificato con il successo in batteria in 7’16″8, e la doppietta d’oro è assicurata dalla vittoria contro la coppia azzurra composta da Erminio Dones e Pietro Annoni, che paga dazio alla superiorità degli americani. Mai nessun canottiere, prima e dopo, nella storia dei Giochi sarà capace di fare altrettanto.

John Brendan Kelly, muratore di Filadelfia che diventò ricco e guadagnò fama olimpica, è ora un uomo vincente. Trionfa ancora, alle Olimpiadi di Parigi del 1924 dove, sempre con l’inseparabile Costello, fa il bis nel due di coppia, stavolta al cospetto dei francesi Marc Detton e Jean-Pierre Stock, ma è fuori dall’acqua che ottiene i risultati più appaganti. Dall’unione con Margaret Katherine Majer nascono quattro figli: Margaret Katherine, John Brendan jr., Grace Patricia e Elizabeth Anne. Sapete come è andata a finire? Grace è diventata principessa di Monaco, John Brendan jr., guarda che piacevole coincidenza, ha vinto la Diamond Sculls nel 1947 e nel 1949.

Già, perché nel frattempo operai, artigiani e lavoratori di braccio sono stati infine ammessi a gareggiare dalle parti di Henley. Bella storia, no? Ora sì che John può dirsi soddisfatto e rimborsato. Con tanto di interessi.

GREGOR HRADETZKY, DALL’ORGANO ALLA CANOA D’ORO A BERLINO 1936

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Gregor Hradetzky a Berlino 1936 – da gettyimages.it

Le Olimpiadi di Berlino del 1936 segnano l’esordio ai Giochi delle gare di canoa-kayak. Nel bacino di Grunau si disputano, tra il 7 e l’8 agosto, nove prove: tre di canoa, quattro di kayak e due di kayak smontabili. Il protagonista della kermesse a cinque cerchi è Gregor Hradetzky, austriaco 27enne nato a Krems an der Donau, che si mette al collo due medaglie d’oro individuali.

Curiosa la storia di Hradetzky, figlio di un costruttore di organi, che impara a pagaiare lungo le acque del Danubio e che d’inverno, bravo con gli sci ai piedi, si garantisce la possibilità di partecipare ai Giochi di Garmisch nella combinata nordica. Un infortunio alla mano lo esclude però dalla kermesse a cinque cerchi, ed allora è bene dirottare ambizioni ed energie alle Olimpiadi berlinesi.

La prima gara a cui Hradetzky si presenta al via sono i 10.000 metri kayak smontabili (F1, gara che per la prima ed unica volta viene disputata alle Olimpiadi), di cui lo stesso atleta ha vinto il titolo europeo nel 1933 e nel 1934. I suoi rivali più pericolosi sono il francese Henri Eberhardt, secondo proprio alla manifestazione continentale, mentre il campione nazionale tedesco, Xaver Hormann, veste i panni del terzo incomodo. In effetti i tre atleti si contendono le medaglie dominando la prova fin da subito, con gli altri dieci concorrenti a distanza di sicurezza. Dopo che Hormann ha comandato la gara all’inizio, Hradetzky e Eberhardt lo rilevano in testa alla corsa, alternandosi in prima posizione, fin quando all’ultimo chilometro Hradetzky allunga e vince con un margine di tre secondi sul francese, con Hormann che sale sul terzo gradino del podio.

Il giorno dopo tocca al K1 1.000 metri, prova che prevede due batterie che qualificano i primi quattro alla finale. Il favorito è il tedesco Helmut Cammerer, campione d’Europa, mentre sono assenti l’altro tedesco Ewald Tilker e lo svedese Nils Wallin che proprio agli Europei si sono messi in luce. Curiosamente Hradetzky e Cammerer competono nella stessa batteria, la seconda, dopo che l’olandese Jaap Kraaier ha vinto la prima con il tempo di 4’36″5, chiudendo in prima e seconda posizione con un cronometro che li conferma decisamente superiori alla concorrenza, 4’25″9 l’austriaco e 4’27″2 il tedesco. In finale è testa-a-testa tra i due campioni, con Cammerer che guida la corsa nelle fasi iniziali e Hradetzky che si fa strada a 200 metri dal traguardo scavalcando il rivale alla sua sinistra ed andando a concludere con il tempo di 4’22″9 per il secondo trionfo d’oro, tre secondi meglio di Cammerer che è medaglia d’argento. L’olandese Kraaier è terzo, davanti all’americano Riedel.

A Gregor Hradetzky potrebbe già esser sufficiente quanto fatto in Germania per garantirsi l’immortalità sportiva, unico austriaco della storia, assieme a Julius Lenhart che ci riuscì nei concorsi di ginnastica addirittura a St.Louis nel 1904, ad aver vinto due medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi. Due anni dopo coglie un bronzo, sempre nel K1 1.000 metri, alla prima rassegna iridata di Vaxholm, in Svezia, battuto stavolta da Cammerer, che trova però il beniamino di casa Karl Widmark a negargli la gioia del successo. Poi la guerra impone l’alt e per questo ragazzone con la passione per il kayak, che saltava con gli sci e si dilettava con il fondo, è già l’ora di tornare all’organo.

JOSEF HOLECEK, LA CANOA D’ORO CHE VENNE DALL’EST

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Josef Holecek – da oh.idnes.cz

Se parliamo di canoa e ci spostiamo oltre cortina, non possiamo esimerci dal ricordare un nome che si ammanta di gloria olimpica, quello di Josef Holecek.

Sono gli anni del secondo anteguerra, ed in Boemia Centrale, esattamente a Ricany, il 25 gennaio 1921 nasce un ragazzo che si farà strada a forza di pagaiate. Il giovane Josef, buon studente che conosce le lingue straniere (tanto da parlare correttamente inglese, francese, tedesco e russo) e mostra eccellente predisposizione per le materie economiche, pratica nuoto e sci, per poi avvicinarsi casualmente alla canoa, perché non lontano da casa sua, a Louny, dove si è trasferito con la famiglia, scorrono le acque dell’Ohře, placide e che invogliano a percorrerne qualche chilometro con qualsivoglia imbarcazione. E’ abitudine, in Cecoslovacchia e non solo, adoperarsi con le proprie mani per costruirsi il mezzo e Holecek non si sottrae di certo, così come privo di allenatore scopre e sviluppa l’arte del canoista autodidatta.

Il turbine distruttivo della Seconda Guerra Mondiale impone l’alt alla vita di ogni giorno, figurarsi se non anche ad ogni attività sportiva, e così Josef, che ha cominciato ad illustrare buone doti vincendo la gara dei “10 chilometri di primavera” nel 1939, a cui fa seguito nel 1941 il successo ai campionati del Protettorato di Boemia e Moravia nei 1.000 metri del C1, è costretto a rimandare velleità di affermazione a tempi migliori. Il che, a bocce ferme, significa dopo il 1946, quando le competizioni sportive riprendono e il corso della vita prova a recuperare il tempo perduto.

Fortuna vuole che Holecek sia ancora relativamente giovane, e la nazionale cecoslovacca lo accoglie nelle sue file in prospettiva Olimpiadi di Londra del 1948. E qui ha inizio il quadriennio d’oro di Holecek, che assurge al rango di fuoriclasse e diventa il traino di un movimento che nel corso dei decenni, in Cecoslovacchia, darà buoni frutti.

A Londra il 12 agosto 1948, al bacino del Royal Regatta, sei canoisti si danno appuntamento per quello che è il primo confronto internazionale dai tempi della prima edizione dei Mondiali, anno 1938 a Vaxholm, in Svezia, che proprio nei 1.000 metri del C1 videro il terzo posto di Bohumil Sladek, ed ancora prima, dai Giochi berlinesi del 1936, con l’argento del leggendario Bohuslav Karlik. Holecek ha già buona fama anche al di fuori dei patri confini ed è candidato autorevole ad una medaglia, così come il canadese Douglas Bennett, più volte campione nazionale, e l’americano William Havens, che aveva sfiorato la qualificazione proprio per le Olimpiadi del 1936. Completano il lotto dei partecipanti un francese, Robert Boutigny, lo svedese Ingemar Andersson e il britannico Harold Maidment.

E qui, nel giorno più importante di una carriera che sembrava paralizzata dai cannoni, Holecek mostra al mondo come si pagaia con un’imbarcazione fatta a mano. Il ragazzo, che si è affinato al circolo dello Sport Club di Praga occupato poi dai tedeschi invasori, domina lungo le acque di Henley-on-Thames, trionfando con un margine di vantaggio di 11 secondi su Bennett e 14 su Boutigny.

Il dado è tratto e Josef, al rientro in patria, è accolto da eroe, status che conferma ai Mondiali di Copenaghen dell’anno dopo quando rinnova la sfida con lo stesso Boutigny, con l’aggiunta dello svedese Bengt Backlund, terzo incomodo nel duello franco-cecoslovacco. Se Holecek, infatti, si conferma intrattabile nel C1 1.000 metri, il transalpino prende la sua rivincita nella distanza lunga dei 10 chilometri, con lo scandinavo che in entrambi i casi staziona sul terzo gradino del podio.

Manca l’ultimo tassello per rendere leggendaria una carriera che già così basta e avanza per esser considerata tra le più grandi di sempre della prova di sprint della canoa. Helsinki 1952, l’Olimpiade del rilancio dopo l’oscura edizione londinese, e le correzioni in corsa all’imbarcazione con cui tentare il bis olimpico perché solo all’ultimo momento, curiosamente, Holecek viene a conoscenza che si gareggia al bacino del Taivallahti, in mare aperto.

Fa lo stesso. La concorrenza si compone di altri nove canoisti, tra loro Frank Havens, fratello del William che fu avversario a Londra di Josef, fresco vincitore della gara dei 10.000 metri ed un pischello ungherese, Janos Parti, non ancora ventenne, che addiverrà a sua volta qualche anno dopo a gloria olimpica. Ma in Finlandia la vetrina è tutta per Holecek, che in batteria precede il beniamino del pubblico locale, Olavi Ojanperä, per poi pagaiare davanti a tutti, e con margine rassicurante, all’atto decisivo, chiudendo con un vantaggio di 7 secondi su Parti e 12 sullo stesso atleta finnico.

Con lo sport e la canoa può bastare così; colmo di fama, gloria e anche con qualche spicciolo in tasca Holecek si ritira e dedica al commercio con l’estero quel che nel frattempo ha appreso all’Università di Praga. Rimane il punto di riferimento della canoa del suo paese, e solo a distanza di sessanta anni, nel 2012 proprio a Londra e ancora quattro anni dopo a Rio, un altro campione, Sebastian Brendel, ne eguaglierà la doppietta olimpica nel C1 1.000 metri. Certo che se non ci fosse stata la guerra di mezzo

SIR STEVE REDGRAVE E L’ONORE SALVATO DELLA “UNION JACK” AD ATLANTA 1996

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Redgrave e Pinsent ad Atlanta 1996 – da britannica.com

articolo di Giovanni Manenti

Steve Saves the Queen…!!!“, potrebbe essere, parafrasando l’inno inglese, l’appropriato sotto titolo per definire il valore della medaglia d’oro – la quarta in altrettante Olimpiadi – conquistata dal celebre canottiere britannico Steve Redgrave, unitamente all’amico fidato Matthew Pinsent, nel due senza ai Giochi di Atlanta 1996.

Già, perché, senza quel successo, i rappresentanti di sua Maestà sarebbero tornati in patria senza aver conquistato neppure un titolo olimpico, e con un imbarazzante bottino di 15 medaglie complessive, superiore, in tempi recenti, solo alle 13 conquistate nell’edizione di Montreal 1976, dove però gli ori erano stati tre (David Wilkie sui 200 rana, pentathlon moderno a squadre e nella classe tornado nella vela).

E, del resto, chi se non Redgrave, già nominato MBE (Member of the Order of British Empire) nel 1987 dopo i suoi successi nel quattro con ai Giochi californiani del 1984, ed oro mondiale a Nottingham 1986 nel due con e a Copenhagen 1987 nel due senza (con annesso argento nel due con), poteva essere in grado di salvare l’onore della patria?

Nato a Marlow, nella contea di Buckingham, nel marzo 1962, Redgrave, un colosso di due metri per cento chili, resta entusiasta, all’età di 10 anni, nell’ammirare in Tv le imprese del nuotatore americano Mark Spitz ai Giochi di Monaco 1972, iniziando a realizzare che un giorno avrebbe potuto anch’egli assurgere alla gloria olimpica, anche perché non è che sui banchi di scuola abbia un gran rendimento, in parte a causa di una forma di dislessia che lo rende timido verso i compagni, con ciò orientandosi verso la pratica del rugby.

Il fisico c’é, eccome, ma i ruvidi contrasti di tale disciplina gli provocano una lussazione alla spalla sin dalla prima partita che lo fa riflettere sull’opportunità di proseguire su detta strada, “virando” – è proprio il caso di dire – sul canottaggio, anche perché é l’unico altro sport praticato a scuola a Marlow.

Sport che gli consente di fare esperienza nella più famosa competizione della sua città natale, la “Regata di Henley“, appuntamento a cadenza annuale che si svolge dal 1839 sulle rive del Tamigi da Henley a Marlow ed al quale Redgrave – che sino a 14 anni si gode la manifestazione nell’ambito dei tre giorni di festa che la accompagnano con un’enorme fiera con giostre e bancarelle – partecipa da quando diventa sedicenne, mettendo subito in mostra le sue enormi potenzialità, tanto che i suoi allenatori – nel frattempo abbandona senza grossi rimpianti la scuola per dedicarsi anima e corpo al canottaggio – gli pronosticano un futuro da campione del mondo.

Certo, i Mondiali sono cosa importante, ma per il giovane Steve è l’Olimpiade il punto di riferimento – folgorato come era stato dall’impresa di Spitz – e dato che la sua forza mentale e caratteriale sta nel porsi sempre degli obiettivi da dover raggiungere, ecco che programma una partecipazione alle Olimpiadi di Mosca 1980 per fare esperienza e poi puntare alle medaglie a Los Angeles 1984 e Seul 1988.

Il piano si realizza in parte, poiché da un lato non riesce a qualificarsi per i Giochi moscoviti, ma dall’altro a Los Angeles 1984 non ottiene solo una medaglia, bensì addirittura l’oro nel quattro con, precedendo Stati Uniti e Nuova Zelanda.

Grande soddisfazione, certo, ma Redgrave non nasconde la scarsa validità del risultato, stante l’assenza degli armi dei paesi del blocco sovietico, per cui giura a se stesso che solo vincendo l’oro a Seul avrebbe raggiunto l’obiettivo che si era prefissato.

Ed oltretutto, non è che l’imbarcazione del quattro, con o senza che sia, lo esalti più di tanto, dovendo spartire il suo impegno con altri tre compagni di remo, circostanza che lo induce a chiedere ad Andy Holmes, già componente del quattro olimpico di Los Angeles 1984, di far coppia con lui, ottenendo un primo oro mondiale nel due con nell’edizione inglese di Nottingham 1986, con timoniere Patrick Sweeney.

Detto successo fortifica in Redgrave le convinzioni di ben figurare in sede olimpica, sottoponendosi ad allenamenti massacranti – migliaia di chilometri durante 49 settimane all’anno, con l’unico periodo di riposo per 21 giorni a settembre – per coltivare il sogno di realizzare una doppietta unica, sia nel due senza che nel due con.

La prova generale in vista di Seul avviene ai Mondiali di Copenhagen 1987 dove, nel bacino del Lago Bagsvaerd, l‘armo del due senza di Redgrave ed Holmes conquista il titolo iridato, dovendosi però arrendere ai “fratelloni d’Italia” Giuseppe e Carmine Abbagnale nella specialità del due con.

L’argento mondiale non scalfisce comunque la fiducia di Redgrave nel tentare l’impresa alle Olimpiadi di Seul, iscrivendosi ad entrambe le specialità ed ottenendo, il 24 luglio, il primo oro nel due senza, precedendo in 6’36″84 gli armi di Romania e Jugoslavia e preparandosi così alla rivincita con gli azzurri del giorno dopo.

Ma contro gli Abbagnale di quegli anni vi è ben poco da fare, e la barca britannica retrocede anche di una piazza rispetto al Mondiale, dovendosi accontentare della medaglia di bronzo, superati, oltre che dall’Italia, anche dalla Germania Est, per quello che sarà l’unico metallo diverso dall’oro nelle esperienze olimpiche di Redgrave.

Con la sportività che lo ha sempre contraddistinto, Redgrave rende omaggio all’armo azzurro, definendo”grandissimi gli Abbagnale, di cui l’Italia deve andar fiera per avere due campioni di tale levatura” e, per il futuro, si concentra sempre solo su di un’unica imbarcazione per le grandi manifestazioni internazionali.

Concluso il sodalizio con Holmes, a Redgrave si affianca Simon Berrisford, con cui esordisce ai Mondiali di Bled 1989, in Slovenia, andando all’argento nel due senza nella gara vinta dai tedeschi est Jung e Kellner e l’anno seguente, in preparazione ai Mondiali in Tasmania, avviene l’episodio che condiziona il resto della carriera di Redgrave, vale a dire l’infortunio di Berrisford, per il quale impone ed ottiene – forte di un prestigio oramai inattaccabile – di avere come compagno un diciannovenne di ottime prospettive, Matthew Pinsent, già Mondiale junior, sul quale Steve giura, “anche perché è nato ad Henley ed era tesserato per il mio stesso club!!!“.

A Redgrave non si può negare nulla e la coppia si presenta non ancora affiatata alla rassegna mondiale, non andando oltre il bronzo nel due senza nella gara vinta ancora dal medesimo armo tedesco, ma già dalla successiva edizione di Vienna 1991 è la barca di Redgrave e Pinsent a dominare la scena, staccando di oltre 2″50 l’armo jugoslavo per il terzo oro mondiale di Steve.

L’obiettivo è ora quello di ripetersi a Barcellona 1992 e viene raggiunto con irrisoria facilità, con i due britannici che vincono con un distacco abissale di quasi 5″ (6’27″72 a 6’32″68) sul nuovo armo tedesco formato da Hoeltzenbein e Von Hettingshausen, con gli sloveni al terzo posto.

La collaudata coppia Redgrave-Pinsent è talmente affidabile e coesa che nessuno può resistergli, dominando la scena anche nel quadriennio post olimpico, confermandosi campioni mondiali in tutte e tre le edizioni di Recice 1993, Indianapolis 1994 e Tampere 1995, talché non c’è da stupirsi se le speranze per una medaglia d’oro britannica ai Giochi di Atlanta 1996 sono riposte su tale invincibile binomio.

Già, ma qual è il segreto di tale supremazia, date anche le enormi diversità di origini, studi e caratteriali dei due – Steve è figlio di un carpentiere, ha studiato poco ed ha un carattere decisamente poco malleabile, mentre Matthew è figlio di un chirurgo, otterrà la laurea in geografia ad Oxford (del cui armo sarà più volte capitano nella celebre sfida contro Cambridge) ed è sempre sorridente?

Semplice, il rispetto che Matthew, di nove anni più giovane di Steve, porta nei confronti del celebrato ed affermato campione, da cui impara tutto ciò che si deve apprendere nella specialità rematoria, anche se sul podio di Barcellona, dopo il suo primo oro olimpico, Pinsent ha il coraggio di sussurrare a Redgrave “… Steve, ora anche io sono professore…!!!“.

Ed eccoci ad Atlanta, le “Olimpiadi del Centenario” sono già iniziate da una settimana e la casella ori per il Regno Unito è ancora desolatamente a quota zero, ma nel Comitato Olimpico Britannico vi è la netta convinzione che la cosa non duri a lungo, dato che il 27 luglio iniziano le finali del canottaggio, dove l’armo del due senza di Redgrave e Pinsent è imbattuto da qualcosa come 61 gare consecutive, ci mancherebbe altro che non vincesse.

Un po’ di preoccupazione inizia a serpeggiare quando i due fenomeni, nonostante vincano la rispettiva batteria e semifinale, non ottengono il miglior riscontro cronometrico, coprendo i duemila metri del percorso in 6’50″30, rispetto ai 6’46″43 degli australiani Weightman e Scott ed al 6’49″15 dell’armo francese composto da Andrieux e Rolland.

Due giorni di riposo tra la semifinale e l’atto conclusivo sono però più che sufficienti all’oramai 34enne Redgrave – che dall’alto della sua esperienza sa come dosare le forze in questi frangenti – per recuperare la condizione giusta per affrontare la sua quinta finale olimpica in quattro edizioni consecutive dei Giochi, impostando una gara d’attacco sin dal via in “puro stile Abbagnale“, con 36 colpi al minuto.

Tattica che dà subito i suoi frutti, dato che al primo rilevamento cronometrico dei 500 metri, l’armo inglese gode già di un vantaggio di 1″93 sulla Nuova Zelanda e di 2″22 sull’Australia, distacco che a metà gara è incrementato a 2″85 sulla Francia ed a 3″04 sugli australiani, con queste tre imbarcazioni che vanno a disputarsi le medaglie con largo margine rispetto alle altre contendenti.

Ai 1500 metri, il vantaggio di Steve e Matthew è ancora rassicurante (2″41 su Weightman e Scott e quasi 4″ sui francesi Andrieux e Rolland), permettendogli di poter gestire il loro tentativo di rimonta negli ultimi metri, andando a trionfare in 6’20″09 davanti all’imbarcazione australiana che con 6’21″02 resiste al rush finale dell’armo francese, bronzo in 6’22″15.

E così, grazie a “Sir” Redgrave ed al fidato scudiero Pinsent, l’onore di Sua Maestà è salvo, dato che sino alla fine dei Giochi sarà questo l’unico oro vinto dalla Gran Bretagna che, va comunque ricordato, fa tesoro di questa debacle per intraprendere un percorso virtuoso che l’ha portata, da inizio del corrente millennio, ad essere la Nazione che più di ogni altra ha registrato una crescita esponenziale quanto a medaglie conquistate.

LA GLORIA OLIMPICA DEL “SIGNOR ROSSI”

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Antonio Rossi – da gazzetta.it

articolo di Giovanni Manenti

Chiamarsi Rossi in Italia non è un gran vantaggio, considerando che trattasi del cognome largamente più diffuso della penisola e si rischia di cadere nel più profondo anonimato, specie in campo sportivo, a meno che non si eccella al pari del Paolo Rossi “Mundial” di Spagna 1982 o del celebre centauro Valentino.

E, cosa ancor più strana, il fatto che in un secolo di Olimpiadi non via stato nessun Rossi a rendere orgogliose le oltre 40.000 famiglia italiane che portano un tal cognome, con la conquista di un oro olimpico, eccezion fatta per Dante Rossi, portiere del “Settebello” che conquista il titolo nella pallanuoto ai Giochi di Roma 1960, ma trattandosi di una specialità a squadre, lo stesso è passato in secondo piano rispetto ai più famosi compagni Lonzi, Lavoratori, D’Altrui e Pizzo.

Occorre pertanto attendere proprio le Olimpiadi del Centenario per vedere un Rossi salire sul gradino più alto del podio, tale Antonio, lombardo di Lecco, che si afferma oltretutto in una specialità, la canoa, che mai aveva visto assurgere a tali livelli un atleta azzurro, se si fa eccezione per l’oro conquistato a Barcellona quattro anni prima da Pierpaolo Ferrazzi, ma nello slalom, non nella velocità.

Ma chi è questo Antonio Rossi, nato a dicembre 1968, e che cosa lo ha spinto ad optare per una disciplina oltretutto ben poco famosa rispetto al più classico e prestigioso canottaggio, già foriero di gloria e medaglie per i colori azzurri?

Quasi sempre nella vita di ognuno di noi vi è un giorno, un momento, una decisione presa che fa cambiare di colpo il senso della nostra esistenza e, nel caso di Antonio, questo si materializza sotto forma di un medico, che, alla madre preoccupata per il fisico esile e gracile del figlio, le consiglia di fargli praticare la canoa, non avendo ancora la struttura per potersi dedicare al ben più faticoso canottaggio.

E Rossi, timido, ma ubbidiente ai desideri materni ed anche incuriosito di cosa possa riservargli questo nuovo mondo interamente da scoprire, varca la soglia della celebre società dei “Canottieri Lecco“, avvertendo sin da subito una particolare attitudine e familiarità con il kayak, imbarcazione che si differenzia dalla canoa propriamente detta (o canoa canadese) per essere concepita per l’uso in propulsione e manovra di una “pagaia a doppia pala“, mentre la canoa canadese viene spinta e manovrata con l’uso della “pagaia a pala singola“.

E’ bello remare (sarebbe più corretto dire “pagaiare“, ma il termine in sé è un po’ bruttino), sulle limpide acque del Lago di Como, ma Antonio si rende presto conto che non è sufficiente disporre di una ottima imbarcazione, comprata quando, all’età di 17 anni, convince la nonna a finanziarlo per acquistare una canoa nuova di zecca, occorre tanto sacrificio e duro lavoro se ci si vuole affermare, man mano che il fisico si irrobustisce per assumere le dimensioni richieste.

Se c’è una cosa che generalmente fa la differenza tra un buon atleta ed un campione, questa è la forza di volontà, e Rossi ne ha da vendere, ed allora via con allenamenti massacranti da mattina a sera per sei giorni su sette, tra chilometri di corsa e nuoto, pesi ed altre torture da palestra, ma con addosso la caparbietà di chi sa che solo con la sublimazione della fatica potrebbe conquistare il mondo, avendo anche la cocciutaggine e l’accortezza di cercare, come poi avviene, di entrare alla Guardia di Finanza, approdo giusto per poter condurre quella vita da atleta che ha già intrapreso.

E’ riconoscente anche, Antonio, che a fronte dei permessi che l’Arma gli concede per potersi allenare con regolarità, sa bene che è suo preciso dover ricompensare con adeguati risultati sportivi che, peraltro, non tardano ad arrivare, ad iniziare dalle Olimpiadi di Barcellona 1992, dove conquista la sua prima medaglia giungendo terzo in coppia con Bruno Dreossi nel K2 500 metri, dietro ai tedeschi Bluhm/Gutsche ed ai polacchi Freimut/Kurpiewski.

Un’altra delle grandi doti di Rossi sta nel porsi sempre degli obiettivi ben precisi, e, dopo il buon esordio olimpico, il prossimo appuntamento nel mirino sono i Giochi di Atlanta 1996 per i quali, avendo nel frattempo optato per la doppia distanza del K2 1000 metri con un nuovo partner, Daniele Scarpa, si prepara attraverso la partecipazione alle tre edizioni dei Mondiali previste nel quadriennio post olimpico, ottenendo l’argento sia a Copenaghen 1993 (dietro ai soliti Bluhm/Gutsche) che a Città del Messico 1994, stavolta superati dai danesi Staal/Nielsen, mentre a Duisburg 1995, finalmente, si prendono la soddisfazione di sconfiggere i tedeschi Bluhm/Gutsche a casa loro, con Scarpa che completa un mondiale da favola conquistando l’oro anche nel K2 500 in coppia con Beniamino Bonomi.

Con questi tre fortissimi canoisti, l’Italia si presenta con legittime aspirazioni ai “Giochi del Centenario” di Atlanta 1996, schierando la coppia Bonomi/Scarpa nel K2 500 e Rossi/Scarpa nel K2 1000, nel mentre le gare individuali sono riservate a Rossi nel K1 500, ancorché non sia stata da lui molte volte disputata, e a Bonomi nel K1 1000, una scelta apparentemente strana visto che nel K2 é Bonomi a disputare la distanza più corta rispetto a Rossi, ma motivata dal fatto di evitare ai tre canoisti due finali lo stesso giorno, dato che quelle del K1 e K2 1000 sono previste per il 3 agosto ed il giorno successivo tocca a quelle del K1 e K2 500.

Rossi e Scarpa dimostrano le loro velleità di vittoria facendo registrare i migliori tempi sia in batteria che in semifinale, dove nella loro serie precedono i danesi campioni del Mondo 1994, mentre nella seconda sono i polacchi Kotowicz/Bialkowski (bronzo l’anno prima a Duisburg) ad avere la meglio sui francesi e Bluhm/Gutsche.

Il mattino del 3 agosto, giorno di inizio delle finali – con tutti e quattro gli armi azzurri qualificati – si apre positivamente per i nostri colori, con Bonomi che centra un eccellente argento nel K1 1000 dietro al norvegese Knut Holmann, quattro volte campione mondiale ed argento di Barcellona, circostanza che viene letta come di buon auspicio per la successiva prova del K2 1000.

In avvio, sono i tedeschi Bluhm/Gutsche a dettare il ritmo, prendendo un leggero margine di vantaggio che, al passaggio ai 500 metri, li vede in testa con 0″47 centesimi su Staal/Nielsen e 0″89 sulla coppia azzurra, coi polacchi Kotowicz/Bialkowski più staccati ad 1″40, ed è a questo punto che inizia lo show di Rossi e Scarpa che, aumentando progressivamente il numero dei colpi, raggiungono e superano i tedeschi sin dai 750 metri, per poi andarsi ad involare facili vincitori in 3’09″190, con Bluhm/Gutsche che resistono al ritorno dei sorprendenti bulgari Dushev/Kazanov che, per soli 0″056 millesimi, soffiano il bronzo ai polacchi.

La mattina dopo, 4 agosto, tocca stavolta a Rossi inaugurare la giornata di gare, dovendosela vedere con il citato norvegese Holmann, anch’egli alla ricerca di una seconda medaglia d’oro, e l’unica tattica che Antonio conosce, visto che la prova sta alla canoa come i 200 metri all’atletica leggera, è quello di “pagaiare” più velocemente che può e poi trarre le somme alla fine.

Anche stavolta è un altro avversario, il romeno Magyar, che cerca di sorprendere il resto del lotto in avvio, ma Rossi non è da meno e già a metà gara ha già una imbarcazione di vantaggio sui rivali, riuscendo poi nel finale a contenere il ritorno di Holmann, e cogliere così in 1’37″423 il suo secondo oro, negando al norvegese l’accoppiata K1 500/1000 che, viceversa, farà sua quattro anni dopo a Sydney 2000, a conferma della valenza dell’impresa di Rossi.

E, a completamento di un’edizione irripetibile per i nostri colori, poco più di un’ora dopo nel K2 500 Bonomi/Scarpa conquistano l’argento dietro ai fortissimi tedeschi Bluhm/Gutsche, che così confermano l’oro olimpico di Barcellona 1992 e riscattano la sconfitta patita sulla doppia distanza, per un bottino complessivo – compreso il bronzo di Josefa Idem nel K1 500 donne – di 5 medaglie mai più raggiunto dall’Italia in sede olimpica.

Ed Antonio, che sarà ancora oro a Sydney 2000 ed argento ad Atene 2004 sempre nel K2 1000, ma stavolta in coppia con Bonomi, esce per sempre dall’anonimato del “Signor Rossi” qualunque per accomodarsi, a giusta ragione, nel “Gotha Olimpico” quale uno dei più grandi canoisti di ogni epoca.