HERMANN BARRELET, L’UNICO SINGOLO D’ORO DEL CANOTTAGGIO FRANCESE

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Hermann Barrelet – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

Il francese Hermann Barrelet detiene ad oggi un record ancora imbattuto: alle Olimpiadi di Parigi del 1900 vinse la prova di singolo del canottaggio e mai in seguito un transalpino è stato capace di fare altrettanto.

Non ancora ventunenne, nato in Svizzera a Neuchatel ed affiliato alla Società nautica d’Enghien, campione di Francia nel 1898, Barrelet è tra i più attesi all’appuntamento a cinque cerchi e il 25 agosto, nel bacino d’Asnières-Courbevoie dove si svolgono le regate, già in batteria mette in chiaro quelle che sono le sue ambizioni. Alla prova sono iscritti 12 atleti, tra questi il britannico nato a Malta Saint-George Ashe che nella prima serie segna il tempo di 6’38″8. Barrelet scende in acqua nella batteria successiva, e curiosamente fa segnare lo stesso tempo del rivale, precedendo a sua volta il connazionale André Gaudin, che gli è succeduto come campione di Francia nel 1899, con Louis Prevel che nella terza batteria firma la miglior prestazione in 6’29″6 e Georges Delaporte che nell’ultima serie porta la sua imbarcazione a tagliare il traguardo in 6’33″8. In semifinale Barrelet è il più veloce, 8’23″0, precedendo lo stesso Gaudin ed Ashe, con  Prevel e Robert d’Heilly che completano i quintetto che il 26 agosto si da appuntamento per la regata decisiva.

Sulle due prove di Ashe, ad onor del vero, pende la spada di Damocle di una possibile squalifica, parrebbe per aver invaso in batteria la corsia occupata dal francese Raymond Benoit. Ma infine il canottiere britannico viene ammesso alla semifinale, e pure qui con il terzo posto non si guadagnerebbe il passaggio del turno. La sua protesta viene nondimeno accolta, e nonostante il disappunto degli stessi Barrelet e Gaudin, che lo hanno preceduto al traguardo, che minacciano di non prendere il via della gara, la finale può regolarmente andare in scena, con Ashe che si merita la qualificazione come miglior terzo.

E qui, sulla distanza di 1750 metri che copre il tratto tra il ponte Bineau e il ponte ferroviario d’Asnieres, Barrelet ancora una volta conferma appieno le sue doti. Hermann, infatti,  impiega 7 minuti 35 secondi 6 decimi a mettere la sua prua davanti a quella dei suoi avversari, anticipando nettamente Gaudin che viene distanziato di ben 6 secondi, mentre Ashe è terzo, soffiando la medaglia di bronzo a d’Heilly che chiude quarto staccato di soli 4 decimi, con Prevel costretto all’abbandono.

Per Hermann Barrelet, che diventa non solo il primo francese ma anche il primo canottiere a trionfare nella prova di singolo alle Olimpiadi, è l’apoteosi e l’anno dopo, nelle acque di lago di Zurigo, rinnoverà l’appuntamento con la vittoria meritandosi anche il titolo di campione d’Europa, per poi passare all’otto con cui sarà nuovamente il migliore nel 1909 e al doppio con il russo Anatole Peresselenzeff, pure qui vincendo agli Europei del 1913. Ma ben più di 100 anni dopo, la Francia attende ancora un canottiere che sia capace di eguagliarlo: quando mai un oro olimpico nel singolo verrà celebrato con le note della Marsigliese?

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OLAF TUFTE, IL CANOTTIERE D’ORO DI NORVEGIA CHE A PECHINO 2008 ENTRO’ NELLA STORIA

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Olaf Tufte – da vg.no

articolo di Nicola Pucci

Il nome di Olaf Tufte, norvegese di Tonsberg, classe 1976, è tra i più prestigiosi dell’intera storia del canottaggio. Il suo palmares olimpico, che va a sommarsi alle due medaglie d’oro iridate, a Lucerna nel 2001 e all’Idroscalo di Milano nel 2003 entrambe nella gara a lui più congeniale, quella del singolo, di cui può vantare anche un argento e due bronzi, illustra ben sei partecipazioni ai Giochi, da Atlanta 1996 quando fu ottavo nel quattro senza, a Rio 2016, capace a 40 anni di cogliere ancora una medaglia di bronzo nel due di coppia. Ma è alle Olimpiadi di Pechino del 2008 che Tufte entra definitivamente nell’almanacco dei campionissimi del canottaggio, bissando l’oro conquistato quattro anni prima ad Atene 2004 nella prova di singolo, quando ebbe la meglio dell’estone Juri Jaanson e del bulgaro Ivo Yanakiev.

Ai Giochi cinesi, in verità, Tufte si presenta non proprio nei panni del principale favorito alla vittoria, battuto come è stato sia alla kermesse iridata di Kaizu 2005 (secondo) che a quella di Monaco di Baviera 2007 (terzo) dal neozelandese Mahe Drysdale, campione del mondo pure nel 2006 a Eton. Insomma, l’oceanico ha infilato un tris di successi mondiali che ne fanno l’avversario più tenace da affrontare alle Olimpiadi. A cui si aggiunge, in veste di terzo incomodo, il ceco Ondrej Synek, che nelle tre edizioni citate ha colto due terzi ed un secondo posto.

Si comincia con le batterie del 9 agosto al Shunyi Olympic Rowing-Canoeing Park, che vedono in lizza 33 canottieri. Drysdale, Tufte e Synek vincono le rispettive serie, accedendo ai quarti di finale, al pari dello svedese Lassi Karonen che fissa in 7’14″64 il miglior tempo. Ai quarti di finale la storia si ripete, i tre favoriti battono i rivali che si trovano ad affrontare, ma è ancora un quarto atleta, stavolta il tedesco Marcel Hacker, bronzo a Sydney 2000, a remare più rapidamente di tutti, 6’48″85. 

Le cose cominciano a farsi serie nelle due semifinali, la prima delle quali è appannaggio ancora di Karonen, che in 6’57″28 batte proprio Tufte di circa un secondo, mentre nella seconda Synek e il britannico si mettono alle spalle Drysdale che non pare al meglio della condizioni. 

Ed in effetti il campione del mondo in carica fallisce l’assalto alla medaglia d’oro (si rifarà quattro anni dopo a Londra), in una finale in cui Tufte, Synek e Drysdale, ovvero i protagonisti più attesi, si spartiscono la scena, battagliando tra loro sul filo dei centesimi. Nei metri conclusivi è infine Tufte a mettere la punta della sua imbarcazione davanti a quella del ceco e con il tempo di 6’59″83 taglia per primo il traguardo, anticipando Synek di otto decimi ed un deluso Drysdale di poco meno di due secondi. Tufte è così nuovamente campione olimpico, primo ed unico atleta norvegese a primeggiare nella specialità del singolo, e si guadagna, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, un posto nel Gotha del canottaggio internazionale. Accanto a leggende che si chiamano Vyacheslav Ivanov, Pertti Karppinen e Thomas Lange.

IL 4 DI COPPIA FEMMINILE CHE REGALO’ IL PRIMO ORO OLIMPICO NEL CANOTTAGGIO ALLA CINA

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Il 4 di coppia cinese – da english.sina.com

articolo di Nicola Pucci

Tang Bin, Jin Ziwei, Xi Aihua e Zhang Yangyan. Sì, lo so, è maledettamente complicato impararli a memoria, per assonanza fonetica più simili ad uno scioglilingua che ad un quartetto di nomi. Ma in Cina, perché è da lì che provengono, hanno pari valore a quattro eroine della mitologia, perché non troppo tempo fa, 2008, regalarono al paese del Grande Dragone il primo e ad oggi ancora unico oro della storia del canottaggio olimpico.

Stiamo parlando di quattro ragazzotte di struttura massiccia, ben oltre i parametri di misurazione di quel lontano paese, se è vero che tutte loro raggiungono i 180 centimetri di altezza e i 75 chilogrammi di peso, ma distribuiscono perfettamente le loro fattezze fisiche e la forza delle loro braccia, tanto da essere eccellenti nell’arte di remare. E quando il CIO assegna proprio alla Cina l’organizzazione della XXIX edizione dei Giochi olimpici, pur non ancora assieme, tracciano sul loro personalissimo calendario la data del 17 agosto 2008 con il circoletto rosso. Perché quello è il giorno della finale del 4 di coppia femminile e le quattro ragazze vogliono, fortemente vogliono, fare la storia.

In effetti all’appuntamento a cinque cerchi sono ben altri gli armi candidati ai posti sul podio. Innanzitutto ci sono le tedesche, dell’Est o unificate, che da quando la gara è entrata a far parte del programma olimpico, ovvero a far data dal 1976, hanno sempre vinto la medaglia d’oro, ad eccezione del 1984 quando a Los Angeles a trionfare furono le rumene. Beh, ovvio, in quell’edizione falsata dal boicottaggio, la Germania Orientale non era presente. E a Pechino il quartetto composto da Oppelt, Lutze (presente nel 2000 a Sydney e nel 2004 ad Atene), Boron (che vinse nel 1996 ad Atlanta e nel 2004) e Schiller, novizia in sede olimpica, non hanno proprio intenzione di interrompere la striscia.

Ci sono poi le inglesi Vernon, Flood, Houghton e Grainger, che a turno, ad eccezione della Vernon che è all’esordio ai Giochi, hanno preso parte alle due rassegne precedenti sempre salendo sul secondo gradino del podio, ma hanno dalla loro la forza dei risultati più recenti, avendo vinto il titolo mondiale nel 2005 a Gifu, nel 2006 in casa ad Eton e nel 2007 a Monaco, depredando proprio la Germania di un titolo che tra il 1985 e il 2002 non era mai sfuggito loro. Russia ed Australia hanno trovato posto sui gradini più bassi del podio ed avanzano, pertanto, la loro candidatura se non proprio al titolo olimpico almeno a mettersi al collo uno dei metalli meno preziosi.

Ma torniamo alle nostre quattro ragazze cinesi, che già cominciano a comparire negli albi d’oro di un certo pregio, appunto cogliendo il bronzo alla kermesse iridata in Germania, chiudendo a meno di due secondi dalle tedesche che si piazzano seconde. In vista delle Olimpiadi di Pechino Zhang Yangyan, giovincella di poco più che 19enne, rimpiazza Feng Guixin, e il suo contributo ai Giochi si rivelerà decisivo.

Appuntamento dunque al Shunyi Olympic Rowing-Canoeing Park, 10 agosto 2008, quando gli otto equipaggi iscritti alla gara sono chiamati al primo confronto probante, ovvero quello proposto dalle due batterie. Per uno strano scherzo del destino la Cina viene inserita nella prima serie, così come Ucraina, Canada e Russia, ed in effetti il quattro di coppia di casa non ha problema alcuno nel garantirsi la qualificazione diretta alla finale con il primo posto in 6’11″83, nettamente davanti alle imbarcazioni rivali, mentre le due principali favorite alla vittoria finale, Gran Bretagna e Germania, si trovano a dover gareggiare l’una contro l’altra nella seconda sessione. Infine sono le campionesse del mondo a confermarsi più forti, esattamente come accaduto qualche settimana prima anche nel test della World Rowing Cup nelle acque prestigiose del Lago di Lucerna, 6’13″70 contro 6’15″26, obbligando l’armo tedesco, il 12 agosto, a dover passare per il supplementare turno di ripescaggio, risolto con la prevista qualificazione all’atto decisivo, al pari anche di Stati Uniti, Australia ed Ucraina che chiudono nell’ordine.

17 agosto 2008, dunque, giorno in cui le quattro ragazze cinesi tornano a gareggiare, affiancate in acqua 4 alle britanniche, che si avviano alla loro sinistra, con la Germania campionessa in carica che rema in acqua 2. Le tre imbarcazioni si giocano un posto al sole, sotto un cielo velato di grigio e che lascia solo intuire i raggi dietro la coltre di inquinamento che avvolge Pechino. Il copione pare scontato, con le britanniche a fare gara di testa, passando ai 500 metri in 1’29″98, con Germania e Cina ad oltre un secondo, ai 1000 metri in 3’05″85, con la Cina a scavalcare la Germania e ridurre il disavanzo a 1″01, ai 1500 metri in 4’42″13, con la Cina riallontanata a 1″47 e che pare ormai doversi accontentare di una comunque stupefacente medaglia d’argento.

Sia mai. Le quattro ragazze che battono bandiera cinese, spinte ben oltre i loro limiti dagli incitamenti dell’appassionato pubblico, che metro dopo metro sale di intensità, gettano il cuore oltre l’ostacolo; Tang Bin detta il ritmo,  Jin Ziwei (che fu amaramente quarta con l’otto ad Atene 2004) ci mette l’esperienza, Xi Aihua spinge come una forsennata e la giovanissima Zhang Yangyan, affatto impressionata dall’importanza di quel che sta per accadere, non è da meno alle compagne. Nel frastuono assordante che viene dalle tribune il 4 di coppia cinese progetta e mette in atto una rimonta clamorosa, l’imbarcazione sembra appena accarezzare l’acqua per quanto è veloce, così come quella inglese sembra zavorrata dall’imperativo di dover vincere ad ogni costo un titolo che nessuno pensa possa loro sfuggire. E così, quando ai meno 100 metri dal traguardo la prua cinese mette la testa avanti, infine 6’16″06 contro il 6’17″37 delle afflitte britanniche, si consuma l’impresa e il canottaggio apre la sua enciclopedia olimpica a quattro ragazze con gli occhi a mandorla. “E’ proprio come in un sogno“, afferma Tang Bin, che da quel 17 agosto 2008 porta al collo, lei come Jin Ziwei, Xi Aihua e Zhang Yangyan, una medaglia d’oro. E dalle parti di Pechino questa è una prodezza che ha i crismi dell’eccezione.

 

LE TRE REGATE D’ORO ALLE OLIMPIADI DI VJACESLAV IVANOV

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Vjaceslav Ivanov – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di Vjaceslav Ivanov, sappiate, cari lettori, che stiamo trattando del canottiere più forte della storia, unico capace di infilare una tripletta olimpica d’oro nella gara di singolo, al pari dell’altro mammasantissima della regata in solitario, il finnico Pertti Karppinen.

Eppure Ivanov ha seriamente rischiato, da ragazzo, non solo di dover rinunciare all’attività fisica per una forma di cardiopatia reumatica, ma anche di dirottarsi verso altre discipline, soprattutto il pugilato se è vero che Vjaceslav, nato a Mosca il 30 luglio 1938, ha cominciato a dare di boxe appena 12enne al club Spartak, per poi combinare l’attività in palestra con quella sull’armo singolo dal 1952, nelle acque della Moscova. E seppur sia dotato in entrambi gli esercizi sportivi, infine vira verso il canottaggio e i bacini di mezzo mondo, così come gli addetti ai lavori, gliene saranno riconoscenti, per tutto quello di memorabile che è in procinto di realizzare vogando.

Nel 1955, poco più che 17enne, Ivanov è già il miglior juniores dell’Unione Sovietica e quando è chiamato a gareggiare tra i seniores, coglie un promettentissimo terzo posto prendendosi il lusso di battere quel Yuri Tyukalov che tre anni prima, ai Giochi di Helsinki del 1952, si è fregiato del titolo di campione olimpico. Ed è proprio nella sede a cinque cerchi, programmata per il 1956 in quel di Melbourne, che Ivanov comincia a scrivere la prima pagina di una storia agonistica che lo destinerà all’immortalità.

E’ bene precisare che Ivanov, quando si presenta ai nastri di partenza della prova olimpica, ha già colto nelle acque del lago di Bled il primo di una serie di quattro titoli europei battendo il tedesco Von Fersen e il polacco Kocerka, e quindi, nonostante la giovane età, non è certo un novellino. Anzi, al Lago Wendouree è ben deciso a far valere la sua candidatura alla medaglia d’oro. E la finale, alla quale il sovietico si qualifica vincendo in 7’26″1 la prima batteria e facendo registrare in 9’02″7 il miglior tempo in semifinale, conferma le attitudini di Ivanov che, fedele al piano tattico che lo renderà celebre di partire in sordina per poi uscire alla distanza con un rush irresistibile, si trova a dover rimontare quel John Brendan Kelly Jr. che altri non è che il figlio del John Brendan Kelly sr. vincitore nel singolo (e nel due di coppia) ai Giochi di Anversa del 1920 e fratello della Principessa Grace, nonché l’australiano McKenzie, che prima dell’atto decisivo lo apostrofa provocatoriamente “tu non vincerai mai” infiammandone il desiderio di rivalsa e proprio Kocerka, che ai 1500 metri sono davanti a lui ma che al traguardo si devono inchinare, con Ivanov a trionfare in 8’02″5 contro l’8’07″7 di McKenzie. L’oro va a cingere il collo di Vjaceslav ma l’eccitazione del momento è tale che la medaglia scivola di mano al nuovo re d’Olimpia e cade in acqua… inutili saranno i tentativi di recuperare il prezioso metallo, tanto che il CIO sarà costretto a fornirgliene una copia!

McKenzie, nondimeno, è il rivale più accreditato, e nel corso dei due anni successivi infligge a Ivanov un paio di cocenti sconfitte, sia agli Europei di Duisburg del 1957 e di Poznan del 1958 (dove il sovietico viene relegato sul terzo gradino del podio dall’eterno secondo, Von Fersen, che per quattro volte consecutive conquistarà l’argento continentale), che alla prestigiosa Henley Royal Regatta, tanto che Vjaceslav progetta seriamente di ritirarsi dall’attività. Fortuna vuole che Arkady Nikolayev, ex sciatore di discreto livello, lo convinca a rivedere la decisione di abbandono, rimettendolo sulla retta via, e Ivanov torna a primeggiare agli Europei di Macon del 1959, che registra esattamente lo stesso podio del 1956, ovvero Ivanov, Von Fersen e Kocerka ad occupare le tre prime posizioni, con l’aggiunta del record del mondo di 6’58″8 sulla distanza dei 2000 metri, primo canottiere della storia ad infrangere la barriera dei sette minuti.

Non c’è più traccia alcuna di insicurezza, dunque, nell’Ivanov che si presenta alle Olimpiadi di Roma del 1960 per difendere il titolo conquistato in Australia. E’ vero che qualche giorno prima di salire sull’aereo per la capitale Vyaceslav è stato vittima di un infortunio alla schiena, ma al Lago Albano Ivanov c’è ed è competitivo ai massimi livelli, così come c’è sempre Kocerka a turbare i sogni d’oro del sovietico. Manca McKenzie, costretto a dare forfait per una improvvisa malattia, ma gli avversari più ostici sembrano essere il neozelandese James Hill, che in batteria segna il miglior tempo in 7’19″64 (contro il 7’22″20 di Ivanov), e l’altro Hill, il tedesco di Berlino Est, Achim, che in finale viene tenuto a distanza, oltre sei secondi, per una regata trionfale che vale ad Ivanov la seconda medaglia d’oro olimpica.

Già la storia è stata scritta, se è vero che prima di Vjeceslav, solo l’australiano Bobby Pearce è riuscito a far doppietta olimpica nel 1928 e nel 1932, ed allora l’obiettivo, a questo punto, è completare una ineguagliabile tripletta d’oro quattro anni dopo a Tokyo. E per far questo Ivanov si toglie lo sfizio di diventare il primo campione del mondo della storia, nel 1962 a Lucerna, quando batte il rientrante McKenzie e l’american Cromwell, così come mette in bacheca i titoli europei del 1961 a Praga, davanti al cecoslovacco Andrs e allo stesso Cromwell, e del 1964 ad Amsterdam, stavolta anticipando l’olandese Groen e l’altro statunitense Donald Spero.

A Tokyo si gareggia dall’11 al 15 ottobre, ma la spedizione giapponese nasce sotto i peggiori auspici, visto che la nuova imbarcazione di Ivanov non arriva a destinazione al momento concordato. I vecchi fantasmi tornano a far compagnia all’anima sensibile di Vjaceslav, che per qualche giorno soffre d’insonnia, ed i medici hanno il loro bel da fare per evitare che il campione in carica non venga sopraffatto dal panico. Infine l’armo arriva poche ore prima della batteria, ma i remi non sono i suoi e in gara il sovietico rimane distante da Donald Spero, che lo anticipa di ben dodici secondi, obbligando il canottiere moscovita allo sforzo supplementare della regata di ripescaggio. E sia, infine Ivanov accede all’atto conclusivo, dove ad attenderlo ci sono già Achim Hill, Spero, l’argentino Demiddi, lo svizzero Kottmann che detiene il singolare record di aver vinto una medaglia anche ai Mondiali di Cortina del 1960 nel bob a quattro (!!!) e che di lì a qualche settimana perderà la vita annegando nel Reno nel corso di una dimostrazione militare, e il neozelandese Watkinson. Ed un’altra pagina dell’epica del canottaggio viene firmata da Ivanov, che come suo solito rema (è proprio il caso di dirlo) nelle retrovie, staccato di sette secondi da Hill all’approccio degli ultimi 500 metri di regata, seppur con Spero ampiamente alle sue spalle. Ma qui Vjaceslav ingrana la marcia superiore, pescando nel serbatoio delle energie rimaste e facendo appello allo smisurato orgoglio che tante volte in passato lo ha tolto d’impiccio, rimontando furiosamente per andare a tagliare il traguardo in 8’22″51, 3″73 meglio di Hill che ancora una volta si vede costretto ad accontentarsi della medaglia d’argento.

Per Ivanov la tripletta d’oro è compiuta, a costo di uno sforzo oltre soglia tanto da “essere preda di allucinazioni” prima di oltrepassare la linea d’arrivo, come ha modo di affermare una volta tornato cosciente, ma la leggenda è scritta e l’Olimpo lo accoglie come il più grande di tutti. Poi verrà Karppinen, ma bisognerà attendere ancora un po’. Vent’anni, per l’esattezza.

 

ALBERTO DEMIDDI, IL CANOTTIERE D’ORO ARGENTINO CHE FALLI’ SOLO ALL’OLIMPIADE

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Alberto Demiddi – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Al Club de Regatas di Rosario il suo nome è in bellissima mostra tra i campioni che hanno dato lustro al circolo. E che lustro, perchè il canottaggio non è proprio una disciplina tra le più praticate in Argentina. In 120 anni di storia olimpica, in effetti, il paese sudamericano  può vantare solo l’oro di Tranquillo Capozzo e Eduardo Guerrero nel due di coppia ai Giochi di Helsinki del 1952 e… e poi c’è Alberto Demiddi, che se vi avventurate dalle parti del Rio Paranà è qualcosa di molto simile ad un eroe.

Demiddi nasce a Buenos Aires, l’11 aprile 1944, figlio a sua volta di Alberto, italiano che lavora in uno stabilimento balneare, e di Sara Gabay, ragazza russa aperta all’avventura. Ben  presto la coppia si trasferisce a Rosario, dove al papà viene offerto un impiego come insegnante di nuoto al Newell’s Old Boys, e proprio a questa disciplina il piccolo Alberto si avvicina in tenera età, praticando al tempo stesso pure la pallanuoto che non è invece particolarmente gradita al genitore. Tra i cadetti è quinto a livello nazionale in una speciale classificata guidata da quel Luis Alberto Nicolao che nel 1962 sarà primatista del mondo dei 100 metri farfalla, record che durerà fino all’avvento di Mark Spitz nel 1967. Ma la piscina non è il suo pane e a 16 anni Demiddi vira, è proprio il caso di dirlo, verso il canottaggio. E sarà una scelta vincente, pur dovendo assorbire la rottura col padre, un giorno in cui questi lo coglie a fumare un sigaro riempendolo di botte. Non si parleranno per anni.

Demiddi lascia il Newell’s Old Boys passando al Club de Regates che ha come presidente Napoleone Sivieri, la cui figlia, Silvia, anni dopo sposerà Alberto. Napoleone intuisce le doti di Alberto, che ha un fisico da perfetto rematore, ed il gioco è fatto: Demiddi esordisce con una vittoria gareggiando nell’otto ma è attratto dal singolo ed è a quell’imbarcazione che dirotta il suo talento. Trova in Mario Robert l’allenatore che ne affina la tecnica, possente ma allo stesso tempo efficace, e per Alberto è già tempo di collezionare una messe di successi senza precedenti in Argentina.

E’ campione nazionale per dodici anni consecutivi, dal 1962 al 1973, vincendo nel frattempo quattro titoli sudamericani, anche due titoli europei (1969 e 1971) quando è ammesso a gareggiare, due ori ai Giochi Panamericani e il campionato del mondo del 1970 quando a Santa Caterina, in Canada, supera il tedesco Gotz Draeger e il cecoslovacco Jaroslav Hellebrand. Viene invitato anche alla prestigiosa Henley Royal Regatta, che i britannici considerano valga più di un campionato del mondo, e trova modo di classificarsi secondo nel 1964, battuto da Seymour Cromwell, per poi trionfare nel 1971, primo sudamericano a riuscire in un’impresa che verrà ripetuta nel 1980 dall’altro argentino Ricardo Ibarra.

Un duro colpo. Sono stato campione argentino, sudamericano, panamericano, europeo, e del mondo… ho mancato solo un titolo, solo uno l’ho lasciato ai miei avversari. Quando il tedesco orientale Gueldenpfenning è venuto a salutarmi e mi ha detto che ‘avresti dovuto vincere’, mi ha fatto venir voglia di piangere…“, questo disse Alberto Demiddi salendo sul podio alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Ma quel giorno, il campione argentino che i rivali chiamavano “la macchina” per l’incedere grintoso e senza sbavature, che spesso li lasciava indietro, era solo secondo, a cogliere una medaglia d’argento che se per molti poteva rappresentare il sogno di una vita che si avvera, per il ragazzone di Rosario altro non era che un fallimento definitivo.

Già, perchè l’avventura a cinque cerchi di Demiddi comincia otto anni prima, a Tokyo 1964, quando in batteria chiude alle spalle dell’americano Donald Spero, campione del mondo di lì a due anni, e del leggendario Vyacheslav Ivanov, oro a Melbourne nel 1956 e a Roma nel 1960, venendo costretto al supplemento di sforzo del ripescaggio per accedere alla finale che infine lo vede quarto in 8’31″51, ai piedi del podio, anticipato dallo stesso Ivanov che cala il tris, 8’22″51, battendo il tedesco Achim Hill e lo svizzero Gottfried Kottmann. Quattro anni dopo, a Città del Messico 1968, Demiddi non è più solo un outsider di belle speranze, ma già un campione che legittimamente punta al successo, seppur secondo in batteria alle spalle del tedesco Jochen Meissner e in semifinale dietro all’olandese Jan Wienese, i due canottieri che proprio ai Mondiali di Bled del 1966 hanno occupato i due gradini più bassi del podio, battuti da Spero. All’atto conclusivo Wienese, Meissner e Demiddi, con l’aggiunta dell’americano John Van Blom che sarà quarto per un soffio, si giocano le medaglie ed infine a prevalere è l’olandese, che nelle acque del Virgilio Uribe Rowing and Canoeing Course, a Xochimilco, ha la meglio in 7’45″48, contro il 7’47″98 del teutonico e il 7’49″85 dell’argentino, bronzo, che regala al suo paese la seconda medaglia olimpica del canottaggio, a 16 anni dall’impresa d’oro di Capozzo e Guerrero.

Ma è ai Giochi di Monaco del 1972 che Demiddi punta grosso, forte del successo iridato del 1970. Alberto domina la sua batteria, così come la semifinale, ed appare il favorito dell’atto conclusivo che vede allinearsi al via un cliente pericoloso come il sovietico Yury Malyshev, a sua volta velocissimo nei due turni eliminatori. I genitori di Alberto hanno i biglietti d’ingresso alla Olympic Reggatta Course in Oberschlessheim, ma scaramanticamente se ne restano fuori, sperando infine nella vittoria del figlio, che altrettanto scaramanticamente porta calzettoni rossi e ha con sè una catenina di Romolo e Remo allattati dalla Lupa. Macchè. La sfida tra Malyshev e Demiddi è avvincente, combattuta a colpi di remo e all’ultima stilla di energia, ma il traguardo premia infine il sovietico, che in 7’10″12 contro 7’11″53 nega ad Alberto la realizzazione del suo sogno d’oro.

Quella vittoria olimpica sfuggita sarà il grande rimpianto che accompagnerà per sempre Alberto Demiddi, tanto che la morte il 25 ottobre 2000 per un tumore allo stomaco, a soli 56 anni, parrebbe quasi un male minore. Ma a Rosario, il canottiere Demiddi, è un eroe, ed ancor oggi chi lo ricorda si toglie il cappello.

GERT FREDRIKSSON, IL CANOISTA SVEDESE COLLEZIONISTA DI MEDAGLIE

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Gert Fredriksson – da wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla della Svezia, in ambito sportivo, al di là di taluni talenti calcistici sbocciati principalmente nell’immediato dopoguerra – dal famoso trio rossonero “Gre-No-Li” (Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm) alla guizzante ala Kurt Hamrin od al centravanti Hasse Jeppson, per il quale il Comandante Achille Lauro sborsa oltre 100milioni negli anni ’50 per portarlo al Napoli – il pensiero va a due personaggi che ne hanno fatto la storia nelle rispettive specialità, vale a dire il tennista Bjorn Borg (peraltro ben coadiuvato, in seguito, dai connazionali Mats Wilander e Stefan Edberg) e lo sciatore Ingemar Stenmark, due autentiche icone degli sport citati.

Ma, se si va a scavare un po’ più indietro nel tempo, ci si accorge che, senza nulla togliere allo spessore degli atleti sopra ricordati, ve ne è un altro che, quantomeno in sede olimpica e mondiale, non ha niente da invidiare a cotanto consesso, ed anzi, rappresenta l’alfiere del proprio Paese in una specialità, come la canoa, di cui è stato per oltre un decennio il dominatore assoluto.

Il nominativo in questione altri non è che Gert Fredriksson, il quale nasce il 21 novembre 1919 a Nykoping, posta sul Mar Baltico 100 chilometri a sud-ovest della capitale Stoccolma, e dove, all’età di 17 anni inizia ad avvicinarsi al mondo della pagaia, affascinato dalle possibilità offerte dalla pratica della canoa nel meraviglioso arcipelago in cui si affaccia la sua città.

Una passione che si sviluppa in fretta, tanto da essere aggregato, come riserva, alla squadra nazionale svedese già nel 1939, a 20 anni non ancora compiuti, periodo che, purtroppo, vede l’umanità intera doversi scontrare con ben più gravi e tragici problemi che non andare per mare a vogare.

Gli eventi della seconda guerra mondiale, con la cancellazione delle Edizioni del 1940 e 1944 dei Giochi olimpici, probabilmente possono aver tolto qualche possibilità in più per arricchire il proprio medagliere a Fredriksson, ma, di contro, hanno al medesimo consentito di acquisire la giusta condizione fisica e mentale, fatta di continui e proficui allenamenti, per essere pronto, già avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, per raccogliere le sfide in sede sia olimpica che mondiale, avendo già iniziato a raccogliere titoli in patria – saranno 32 in totale, di cui 16 nel K-1 1000m., 15 nel K-1 10.000m. ed uno nel K-1 500m., in un arco temporale che va dal 1942 al ‘60 – così come raccoglie altri 17 successi nei “Campionati nordici” dal 1946 al ’55.

La disciplina della canoa in senso lato è costituita da due differenti specialità, la canoa cosiddetta “canadese” che si pratica in ginocchio sull’imbarcazione ed una pagaia a pala singola che consente di remare da un solo lato, ed il kayak che, al contrario, prevede una posizione seduta con una pagaia a doppia pala che consente di remare su entrambi i lati, e specialisti in questo sport sono da sempre gli atleti tedeschi, i quali vantano 36 medaglie d’Oro alle Olimpiadi (cui ne vanno aggiunte 14 conquistate dalla ex Germania Est), seguiti dall’Unione Sovietica a quota 29 (oltre 7 appannaggio delle varie repubbliche indipendenti ad avvenuta disgregazione dell’impero sovietico) e dall’Ungheria con 25.

Bello notare che, alle spalle di queste super potenze, si piazza la Svezia, con 30 medaglie complessive, di cui 15 d’Oro, delle quali ben 8 (e, soprattutto, 6 del metallo pregiato) sono state messe al collo di Fredriksson, il quale è, pertanto, l’atleta in assoluto più medagliato nella storia dei Giochi per quanto riguarda il suo Paese, nonché il canoista maschile a vantare tale primato per quanto attiene a detta singola disciplina, essendo superato solo dalla tedesca Birgit Fischer-Schmidt, capace in 6 edizioni (dal 1980 al 2004, saltando per boicottaggio il 1984, rappresentando, all’epoca, la ex Ddr) di vincere 12 medaglie, di cui 8 Ori.

Il tuffo nell’oro inizia per Fredriksson alla riaccensione del sacro fuoco di Olimpia ai Giochi di Londra ’48, il cui programma prevede due gare ben diverse l’una dall’altra, vale a dire il K-1 1000m (distanza che si copre in meno di 5’) ed il K-1 10.000m., una sorta di “maratona della pagaia” che vede i canoisti impegnati per quasi un’ora in una prova assolutamente massacrante.

Diverso, come accade in molti altri sport, il programma dei Mondiali, allargato ad altre gare e che, stante il ritorno all’attività sportiva dopo gli eventi bellici, si disputano in contemporanea ai Giochi, così che Fredriksson può gareggiare in quattro prove, di cui due valide per le medaglie olimpiche ed altrettante per il titolo iridato.

Iniziando da queste ultime, il 29enne svedese, il quale non fa molta distinzione tra prove di sprint o di resistenza, inaugura il proprio palmarès con il titolo iridato del K-1 500m. superando il connazionale Lars Glasser (2’14”2 a 2’15”0), insieme al quale ed ai compagni Lars Helsvik e Lennart Klingstrom, si aggiudica anche la gara della staffetta K-1 4x500m., con netto vantaggio sulle altre imbarcazioni scandinave di Norvegia e Danimarca, giunte nell’ordine.

La musica non cambia per l’assegnazione del podio olimpico, con le imbarcazioni che scendono in acqua l’11 agosto per la Finale del K-1 10.000m. che Fredriksson si aggiudica con il tempo di 50’47”7 precedendo il finlandese Kurt Wires ed il norvegese Elvin Skabo, per poi non risentire minimamente della fatica allorché, il giorno appresso, si presenta sull’incantevole bacino di Henley, sul Tamigi, per affrontare la più corta distanza del K-1 1000m., vinta con un distacco di quasi 7” (4’33”2 a 4’39”9) sul danese Kobberup che non trova riscontro nella storia dei Giochi, con il francese Henri Eberhardt, già quinto sui 10km., ad inserirsi nel dominio nordico conquistando il bronzo.

Che, al momento, la disciplina sia un “affare interno” al mondo scandinavo se ne ha la conferma, due anni dopo, in occasione della rassegna iridata di Copenaghen ’50, in cui le 9 gare in programma del kayak vedono sette successi svedesi ed uno a testa di Danimarca (nel K-1 500m. con Kobberup) e Finlandia, ma è proprio il finnico Thorvald Stromberg – di 12 anni più giovane dello svedese – ad infliggere a Fredriksson una delle sue rare sconfitte, superandolo nella Finale del K-1 10.000m., nel mentre il campione olimpico non ha difficoltà ad affermarsi con il K-1 1000m., precedendo lo stesso  Stromberg, e con la staffetta K-1 4x500m. davanti al quartetto danese.

Un brutto cliente, “da prendere con le molle”, questo giovane finlandese, il quale tiene ovviamente a ben figurare alla successiva, per lui importantissima occasione, costituita dalle Olimpiadi che si svolgono giustappunto in Finlandia, ad Helsinki ’52 nello splendido bacino di Taivallahti, ad un chilometro di distanza dallo Stadio Olimpico.

Con il calendario che prevede, come quattro anni prima, la disputa per primo del K-1 10.000m., in programma il 27 luglio ed il giorno seguente la Finale del K-1 1000m., i due favoriti si distaccano nettamente dal resto degli avversari per fare gara a sé nella “Maratona del kayak”, con Fredriksson a restare nella scia del suo più giovane rivale, salvo restare folgorato, al momento dell’attacco conclusivo, dalla freschezza del 21enne Stromberg, il quale si impone infine con ragguardevole distacco di oltre 11” (47’22”8 a 47’34”19), con il tedesco Scheuer, bronzo, a debita distanza.

Se, da un lato, 12 anni di distanza rappresentano un indubbio vantaggio dal punto di vista della vigoria fisica, dall’altro l’esperienza gioca pur sempre un indubbio punto a favore dell’atleta più anziano, circostanza che Fredriksson sfrutta appieno il giorno dopo, nella Finale del K-1 1000m., iniziando a sprintare sin da metà percorso, una tattica che trova impreparato Stromberg, il cui tentativo di rimonta si infrange al di sotto dei 2” (4’07”9 a 4’09”7) che separano le due imbarcazioni sulla linea del traguardo, mentre il tempo di 4’20”1 fatto registrare dal francese Louis Gantois, terzo arrivato, la dice ben lunga sul divario esistente tra la coppia scandinava ed il resto del lotto.

L’inesorabile avanzare dell’età, consiglia all’oramai quasi 35enne svedese di risparmiarsi le fatiche dei 10 chilometri – il cui titolo va all’ungherese Ferenc Hatlaczki, di cui sentiremo di nuovo parlare – per concentrarsi sulle più brevi distanze che il programma iridato prevede, ed ecco che, ai Mondiali di Macon ’54, in Francia, Fredriksson incrementa la propria collezione di medaglie con gli Ori nel K-1 500m., K-1 1000m. e con la conferma del titolo nella staffetta K-1 4x500m., per poi prepararsi ad affrontare la sua terza esperienza olimpica, ai Giochi di Melbourne ’56.

Occorre a questo punto fare una doverosa precisazione per replicare a chi – sia pur a giusta ragione – può obiettare come i successi dei rematori scandinavi, e pertanto anche di Fredriksson, siano stati favoriti dal fatto che tale regione avesse subito in misura minore l’impatto con gli eventi del secondo conflitto mondiale, ma una tale considerazione si scontra con la circostanza derivante dalla conferma di come, con tutte le Nazioni oramai a pieno regime in ambito sportivo, nonché con i rappresentanti dell’Unione Sovietica a far parte dell’arengo olimpico già dai Giochi di Helsinki ’52, lo svedese rappresenti ancora un ostacolo per quasi tutti insormontabile, a dispetto del fatto che si stia incamminando verso le 40 primavere.

Prova provata è quel che accade sulle acque del Lago Wendouree il 30 novembre 1956, esattamente 11 giorni dopo il compimento dei 37 anni da parte di Fredriksson, allorché lo svedese infligge un distacco di quasi 10” (47’43”4 a 47’53”3) al campione iridato ungherese Hatlaczky, di quasi 15 anni più giovane, mentre il detentore del titolo olimpico, Stromberg, conclude non meglio che quarto ad oltre mezzo minuto di distacco.

E se, come luogo comune, suole dirsi che con l’età aumentano le doti di resistenza – anche in atletica, la quasi totalità dei maratoneti si avvicina a detta prova dopo essersi cimentata per anni in pista sui 5 e 10mila metri – un punto pertanto a favore di Fredriksson, come si può spiegare il fatto che anche sulla più corta distanza del K-1 1000m. il 25enne sovietico Igor Pissarov non sia stato capace di tenere il ritmo dello svedese che va a conquistare, in 4’12”8 il suo terzo Oro consecutivo in tale prova (impresa a tutt’oggi ineguagliata …) se non con la semplice constatazione che lo svedese è stato il più forte canoista di tutti i tempi.

Con 5 Ori individuali ed un argento in sede olimpica, ce ne sarebbe più che a sufficienza per “attaccare la pagaia al chiodo”, anche perché gli anni passano pure per le “leggende” e la concorrenza si fa sempre più dura ed aggressiva, come dimostra l’esito dei Mondiali di Praga ’58, prima rassegna iridata che non vede Fredriksson salire sul gradino più alto del podio, dovendosi accontentare dell’argento con il K-1 500m. e del bronzo sia con il K-1 100m. che con la staffetta K-1 4x500m., mentre il redivivo Stromberg torna al successo nel K-1 10.000m., prova che però viene esclusa dai Giochi Olimpici di Roma ’60 in favore dell’introduzione della staffetta K-1 4x500m.

E, proprio dalla staffetta che lo aveva visto per tre volte campione mondiale, giunge la delusione della mancata qualificazione per la Finale a sei sul bacino del Lago Albano, per la sfortuna di essere, il quartetto svedese, inserito nella più veloce delle tre semifinali, in quanto il tempo di 7’55”05 realizzato avrebbe consentito l’accesso all’atto conclusivo in entrambe le altre serie, ma Fredriksson se ne fa comunque una ragione, in quanto il 29 agosto deve disputare le ultime gare della sua straordinaria carriera, vale a dire le Finali del K-1 1000m. e del K-2 1000m., in coppia con Sven-Olov Sjodelius, prima volta ai Giochi che lo svedese non si esprime in una prova individuale.

A 40 anni già compiuti, Fredriksson è in ogni caso ancora in grado di dire la sua, scendendo per la prima volta sotto i 4’ in sede olimpica nella gara individuale, il cui 3’55”89 gli vale l’unico bronzo a cinque cerchi della carriera, con il gradino più alto del podio appannaggio del danese Erik Hansen in 3’53”00 e quindi mettendo la più classica delle “ciliegine sulla torta” cogliendo un fantastico Oro con il K-2 1000m. in una Finale in cui gli Dei di Olimpia strizzano un occhio al loro eroe, dato che l’armo svedese si afferma per l’inezia di appena 0”18 centesimi (3’34”73 a 3’34”91) sugli ungheresi Mészaros/Szente.

Il contributo alla causa olimpica svedese di Fredriksson non si conclude comunque con l’addio all’attività agonistica in quanto, assunto l’incarico di Capo Allenatore della propria Federazione, non può certo considerarsi un caso il fatto che, quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, la bandiera con la croce gialla in campo blu rappresentante il Paese scandinavo continui a sventolare sul più alto pennone durante la cerimonia di premiazione della gara del K-1 1000m. (vinta da Rolf Peterson), così come per l’esito del K-2 1000m., in cui ad aggiudicarsi l’Oro è la coppia formata da Gunnar Utterberg e dal compagno di Fredriksson a Roma, Sven-Olov Sjodelius.

Come stupirsi, pertanto se, ad un atleta di così alto lignaggio – ed al quale, per le sue imprese ai Giochi di Melbourne ’56, il Comitato Olimpico Internazionale assegna il trofeo di “Miglior Sportivo dell’anno”, unico canoista a ricevere tale riconoscimento – successivamente alla sua scomparsa, avvenuta il 5 luglio 2006 ad 87 anni, la sua città natale di Nykoping abbia addirittura dedicato una statua che ne simboleggia la grandezza, non solo sportiva, ma anche umana …

 

WALLY KINNEAR E LA REGATA D’ORO A STOCCOLMA 1912

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Wally Kinnear – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Già trionfatrice nella prova di singolo alle Olimpiadi casalinghe di Londra del 1908 con Harry Blackstaffe, la Gran Bretagna trova nel canottiere scozzese William Kinnear un nuovo campione quattro anni dopo ai Giochi di Stoccolma del 1912.

Nato a Marykirk il 3 dicembre 1880, Kinnear, affettuosamente chiamato “Wally” dagli amici, svolge fin da ragazzo l’attività di drappeggiatore ed è in questa veste che si trasferisce a Londra, lavorando per la Debenhams. La capitale ha ovviamente molto da offrire, al giovane Wally, che non solo insegue una brillante carriera nel commercio, ma viene pure avviato dai colleghi alla pratica del canottaggio, gareggiando inizialmente per il  Cavendish Rowing Club. E che Kinnear abbia talento è certificato dal successo ai campionati del West End nel 1903, bissato l’anno dopo, per poi aggiungere un terzo titolo nel 1905, il che gli vale l’ingaggio presso il prestigioso Kensington Rowling Club.

Il dado è tratto. Kinnear diventa in breve tempo uno dei canottieri più forti del Regno Unito, dominando numerose competizioni lungo le acque del Tamigi, arrivando infine a consacrazione con la sfida di maggior lignaggio, ovvero la Diamond Challenge Sculls alla Henley Royal Regatta. Qui, dove nel 1906 si è imposto il campione olimpico in carica, proprio Harry Blackstaffe, Wally conquista a sua volta un doppio successo consecutivo, nel 1910 in 8’51” e nel 1911 nel ben più veloce tempo di 8’14”, anno in cui, con le vittorie anche alla Wingfield Sculls e alla London Cup, si aggiudica la “Triple Crown“.

In virtù di questi risultati Kinnear affronta il 1912, che calendarizza le Olimpiadi in Svezia, con l’obiettivo di un terzo successo consecutivo alla Diamond Challange Sculls e la medaglia d’oro ai Giochi. Ma le cose non vanno come previsto alla Henley Royal Regatta, con una clamorosa eliminazione in batteria che scatena una ridda di ipotesi sulle cause della sconfitta, la più plausibile delle quali è che l’imbarcazione ufficiale di Wally sia già in viaggio per Stoccolma e nelle acque del Tamigi il campione in carica sia costretto a gareggiare con un armo a lui sconosciuto. All’evento a cinque cerchi, dunque, il fuoriclasse scozzese è chiamato alla riscossa, e lassù, alla Djurgårdsbrunnsviken, tra il 17 e il 19 luglio 1912, Kinnear non fallisce il suo personale appuntamento con la gloria.

In effetti lo scozzese, tra i 13 canottieri che si contendono le medaglie, è già il più veloce entrando in lizza nella quarta batteria, quando con il tempo di 7’44″0 batte di mezza lunghezza il tedesco Kurt Hoffmann. Il russo Mart Kuusik appare l’avversario più temibile, sebbene sia stato costretto a ripetere la sua gara con l’austriaco Heinrich con il quale si era scontrato nel corso della prima regata, e ai quarti di finale ha modo di confermare la sua forza firmando il miglior cronometro, 7’45″2, mentre Kinnear in 7’49″9 ha nettamente la meglio dell’altro tedesco Martin Stahnke. Ma in semifinale Kuusik soccombe al belga Polydore Veirman, che a Londra fu argento nell’otto e di lì a qualche settimana sarà campione europeo a Ginevra, ed è lui l’avversario che Kinnear si trova davanti in finale, dopo aver a sua volta liquidato il canadese Everard Butler con il tempo record di 7’37″0.

La finale è appassionante, come solo un evento olimpico sa esserlo, soprattutto quando a fronteggiarsi sono due rivali di comprovata fama ed esperienza. Veirman parte a spron battuto, dettando il ritmo per buona parte della prima metà di gara e guadagnando mezza imbarcazione di vantaggio. Ma Kinnear ha investito una carriera intera su questa sfida, non può perdere dopo aver già dovuto subire lo smacco alla Diamond Challange Sculls; reagisce d’orgoglio, aggancia il rivale, lo sorpassa, allunga nel finale e taglia il traguardo con ampio margine, 7’47″3 contro 7’56″0 del canottiere belga. Il titolo olimpico è suo ed ora, sì, Wally può gridare al mondo di essere il più forte di tutti.

LO SLALOM D’ORO DEL KAYAK DI FERRAZZI A BARCELLONA 1992

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Pierpaolo Ferrazzi – da valstagna.info

articolo di Nicola Pucci

Ancor prima di Rossi, Bonomi e Scarpa, oltreché di Josefa Idem, e riuscendo nell’impresa fallita in precedenza da Oreste Perri, un altro azzurro ha issato il tricolore sul pennone più alto ai Giochi. Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, infatti, è Pierpaolo Ferrazzi a conquistare nel k-1 slalom il primo oro della storia italiana nella canoa/kayak.

Ventisettenne di Bassano del Grappa, di professione guardia forestale, Ferrazzi, che ha appreso l’arte di pagaiare a serpentina nelle acque del Brenta, si presenta all’appuntamento a cinque cerchi non certo con i favori del pronostico, che vanno allo sloveno Marjan Strukelij che nel 1991, a Tacin, è arrivato secondo ai campionati del mondo, dopo che nel 1987 aveva colto la medaglia di bronzo, e al britannico Richard Fox, campione del mondo nel 1989 a Savage River ed altre tre volte iridato.

In effetti la competizione, che si era disputata in ambito olimpico solo nel 1972 con la vittoria di Sieghert Horn della DDR, ha un esito singolare, se è vero che il 2 agosto chi si impone nella prima discesa tra le 25 porte al Park Olimpic del Segre di La Seu d’Urgell, un bacino ai piedi dei Pirenei, poi retrocede inesorabilmente nella seconda prova. Curioso, ai fini della classifica conta solo la migliore delle due discese, ed allora il primo tentativo altro non è che prendere confidenza con le rapide e per Ferrazzi, abituato con il suo kayak a disimpegnarsi nella natura, non è un debutto proprio con i fiocchi.

Il tedesco Jochen Lettmann chiude in testa con 108.52 punti, precedendo il francese Laurent Brissaud e proprio Strukelij, mentre Ferrazzi è solo diciassettesimo, Fox ventiduesimo e l’altro francese Sylvain Curinier addirittura trentaquattresimo. Ma nella seconda prova, memorizzati i trabocchetti del percorso, realizzano tutti e tre un eccellente exploit, con Ferrazzi che non commette infrazioni rischiando solo all’ultima porta di ribaltarsi e precedendo con 106.89 punti proprio Curinier, di soli 17 centesimi (1’46″89 contro 1’47″06) più lento a tagliare il traguardo e pure lui senza penalità, e Lettmann che per un soffio conserva la terza posizione, lasciando Fox, a sua volta autore  di una strepitosa seconda manche, ai piedi del podio.

Ferrazzi, bonariamente soprannominato “patata“, è campione olimpico e otto anni dopo, a Sidney 2000, rinnoverà l’appuntamento con una medaglia giungendo terzo alle spalle del tedesco Schmidt e del britannico Ratcliffe, cogliendo in carriera anche due argenti mondiali a squadre, nel 2002 e nel 2005, fallendo invece i due appuntamenti ai Giochi di Atlanta del 1996 e di Atene 2004, terminando in queste due occasioni non meglio che 17esimo e 19esimo. Nel suo palmares anche due titoli europei, individuale e a squadre, nel 2000… ma quella prima volta a Barcellona nel 1992 non si scorda mai.

SAMBO E BARAN, IL DUE CON CHE APRI’ LA STRADA AI FRATELLI ABBAGNALE

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Sambo, Cipolla e Baran – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di canottaggio, inevitabilmente il pensiero corre in direzione dei leggendari “fratelloni d’Italia“, al secolo Giuseppe e Carmine Abbagnale, che assieme al timoniere Peppino Di Capua hanno infiammato i cuori tricolori grazie alle loro imprese olimpiche e alle indimenticabili telecronache di Giampiero Galeazzi, capaci in carriera di conquistare due ori ed un argento ai Giochi nella specialità del due con. Ma senza bisogno di scomodare i giurassici Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, che in compagnia di Guido De Filip trionfarono alle Olimpiadi di Anversa del 1920, c’è un altro armo che fece risuonare le note dell’Inno di Mameli, quello composto da Primo Baran e Renzo Sambo, che con il decisivo apporto di Bruno Cipolla colse l’oro ai Giochi di Città del Messico del 1968.

In verità quella messicana è un’edizione dei Giochi avara di successi per l’Italia (solo otto anni dopo a Montreal faremo ancor peggio con soli due ori…), che sale sul gradino più alto del podio con Pierfranco Vianelli nella corsa individuale su strada di ciclismo e con Klaus Dibiasi nei tuffi dalla piattaforma 10 metri, ma una bella soddisfazione giunge proprio dal canottaggio, che rinvigorisce una buona tradizione che dai tempi di Olgeni-Scatturin ha visto gli azzurri trionfare nel quattro con ad Amsterdam nel 1928, nel quattro senza a Londra nel 1948 ed ancora con il quattro con a Melbourne nel 1956.

Renzo Sambo e Primo Baran sono due ragazzi trevigiani, l’uno un omone di 190 centimetri per 90 chilogrammi, classe 1942 che esercita l’attività di orafo per gentile intercessione del sindaco della città, l’altro di un anno più giovane e che dopo i trascorsi nel ciclismo fatica come magazziniere per guadagnarsi la pagnotta. Entrambi appartengono al Dopolavoro Ferroviario di Treviso e si allenano nelle acque tortuose del fiume Sile, ed è qui che maturano quella classe e quell’esperienza che li porta in cima al mondo. Bruno Cipolla è di Cuneo, ha solo 16 anni e studia alle Magistrali, e quel 19 ottobre 1968, sul podio, piangerà tutta la sua emozione di giovanissimo medagliato d’oro della storia olimpica italiana.

L’armo azzurro non rappresenta però una sorpresa, nelle acque del canale di Cuemanco a Xochimilco, in quanto aveva già conquistato il bronzo ai Campionati Mondiali al lago di Bled del 1966 battuti da Olanda e Francia e l’oro europeo a Vichy – competizione che, di fatto, è equiparabile al Mondiale – l’anno precedente i Giochi quando Cipolla era subentrato ad Enrico Pietropolli, a sua volta sostituto di Giorgio Conte che agli Europei di Duisburg del 1965 aveva vinto l’argento.

Eppure i due canottieri veneti rischiano di non andarci nemmeno in Messico perché nell’anno preolimpico 1967 si sono rifiutati di allenarsi collegialmente lontano da Treviso, tanto da subire minacce di squalifica da parte della Federazione: l’oro di Vichy smorza le polemiche, i tre amici salgono sull’aereo in destinazione Distrito Federal e sarà la loro fortuna.

Sambo e Baran, che conoscono il campo di regata proprio per avervi disputato la gara preolimpica, non hanno problemi nel primo turno eliminatorio, qualificandosi direttamente alle semifinali senza bisogno del ripescaggio, con il secondo miglior tempo dietro all’armo tedesco orientale formato da Helmut Wollmann e Wolfgang Gunkel. Inseriti nella seconda semifinale, vincono la loro batteria scendendo sotto il limite degli 8′ e con un netto margine su Danimarca e Germania Ovest, mentre nell’altra regata sono ancora i Tedeschi Est a prevalere con un ridotto margine sull’Olanda, che dell’armo che vinse ai Mondiali di Bled ha solo Hadriaan Van Nees accoppiato stavolta a Herman Suselbeek, mentre più staccati finiscono gli Stati Uniti di Bill Hobbs e Richard Edmunds.

L’esito delle eliminatorie fa presagire un duello tra Italia e Germania Est per la medaglia d’oro, ma al momento delle operazioni di peso che preliminarmente fanno da prologo alla sfida in acqua, Cipolla non riesce a mandare l’ago della bilancia oltre i prescritti cinquanta chilogrammi. Pertanto, pur di non gareggiare con un’antipatica zavorra allacciata alla schiena, pensa bene di mettersi a bere acqua fino al raggiungimento dei fatidici 50. In gara, inaspettatamente, sono proprio i tedeschi i primi a cedere, dopo aver condotto in testa i primi 500 metri, non reggendo il ritmo dei colpi in acqua di Italia ed Olanda che si staccano per andare a contendersi la prima posizione. Van Nees e Suselbeek rilevano il testimone per remare al comando fino ai 1.500 metri quando, con Cipolla a dettare i tempi delle vogate e Sambo e Baran ad eseguire come meglio non si potrebbe, superano l’imbarcazione “orange“, che ha in Rody Rijnders l’esterrefatto timoniere che si vede scavalcare, per andare infine a tagliare il traguardo con un vantaggio di quasi 2″, 8’04″81 contro 8’06″80, mentre i tedeschi orientali, in chiaro crollo fisico per i problemi legati all’altura e forsanche psicologico, perdono anche il bronzo per l’inezia di 15/100 a beneficio dell’equipaggio danese composto da Jorn Krab e Harry Jorgensen.

L’Italia è campione olimpico del due con, 48 anni dopo Olgeni/Scatturin e 16 anni ad aprire la strada ai fratelli Abbagnale che rinnoveranno l’appuntamento con la medaglia d’oro nel 1984 a Los Angeles. Il premio? Un milione di lire dal Coni da dividersi in tre e una Fiat 500, che Sambo cambierà con una 850, lui che in quel macchinino proprio non riuscirà ad entrare per la stazza imponente. Poco male, quel che conta è che abbia messo braccia e gambe nell’armo che gli ha regalato l’immortalità sportiva, a lui, Baran e Cipolla. E ora chi li dimentica?

GLI SCARRONZONI E LA LEGGENDA DEGLI OTTO UOMINI D’ARGENTO

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L’arrivo in volata alle Olimpiadi del 1936 – da mymilitaria.it

articolo di Nicola Pucci

In principio quel nome, gli Scarronzoni, non prometteva niente di buono. E non lasciava certo presagire quel che sarebbe potuta essere poi la loro storia agonistica, soprattutto in sede olimpica.

Nel giugno 1928, ai campioni toscani al lago di Massaciuccoli, nel lucchese, l’otto dell’Unione Canottieri Livornesi composto da Enrico Garzelli, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Mario Del Bimbo, Vittorio Cioni,  Renato Tognaccini, Enzo Favilla, Eugenio Nenci e il timoniere Mario Ghiozzi, dà sfoggio di ben poca eleganza ed estetica del gesto tecnico, abituato com’è alla pratica dell’esercizio a remi su imbarcazioni a sedile fisso. Usando un termine che si usa in marina, l’armo livornese scarroccia, che significa deviare lateralmente dalla rotta per azione del vento, e chi è presente all’evento, a bordo lago, conia appunto il termine che diverrà nel tempo un marchio di fabbrica. Fortunatamente vincente, perchè già quel titolo locale è loro, forti e brutali nel remare come sono e inavvicinabili agli avversari di turno, e già all’abbrivio la loro leggenda comincia a scriversi.

Gli Scarronzoni nascono qui, non lontano da casa, allenati da Carlo Mazzoni che forgia un gruppo destinto a far man bassa di successi. Si comincia agli Europei del 1929, a Bydgoszcz in Polonia, dove Mario Balleri, Renato Barbieri, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Vittorio Cioni, Eugenio Nenci, Enrico Garzelli, Roberto Vestrini e il timoniere Cesare Milani, che ha preso il posto di Ghiozzi, conquistano la medaglia d’oro battendo Jugoslavia e Polonia, per proseguire l’anno dopo, a Liegi, quando l’armo italiano è costretto ad accontentarsi del secondo posto alle spalle della Francia, così come nel 1931, quando Renato Bracci ha preso il posto di Roberto Vestrini ed ancora una volta i transalpini hanno la meglio.

Nel frattempo Mario Ghiozzi, livornese doc, è sceso dall’armo e ha preso il posto di Mazzoni in cabina di comando e darà l’impronta tecnica all’otto che da quel giorno diventerà un modello di compostezza e stile, diventando di fatto l’esempio da seguire per il futuro del canottaggio tricolore.

Ma se il campo di regata ha già premiato l’equipaggio labronico, c’è un altro risultato che sta a cuore a Ghiozzi e ai suoi ragazzi. Già, perchè in piena era fascista, in cui tutto ciò che viene da Livorno è deprecabile perchè ha chiara matrice comunista, gli Scarronzoni se vincono non sono certo popolari, anzi. Ed allora è necessaria la vetrina a cinque cerchi per guadagnarsi la stima e l’applauso di un’Italia che ha virato verso il regime. Los Angeles 1932, dunque, cade a fagiolo.

L’imbarcazione italiana si presenta alla kermesse californiana, dunque, con tre medaglie europee già al collo. Ma laggiù, oltreoceano, c’è da affrontare l’armo americano, ovvero quello dell’Università della California, Berkeley, e i britannici del Leander Club, che nel 1929 e nello stesso anno 1932 si sono imposti alla Henley Royal Regatta. Insomma, la concorrenza è agguerrita e per gli Scarronzoni l’impegno, oltrechè probante, è decisamente arduo.

Al Long Beach Marine Stadium, il 10 agosto, i livornesi gareggiano in prima batteria, battendo proprio i britannici e fermando il cronometro al miglior tempo, 6’28″2. L’onore dei sudditi di Sua Maestà è leso, al punto da dover passare per le forche caudine dei ripescaggi per guadagnare la finale, a cui accedono di diritto gli americani che nella seconda serie hanno la meglio del Canada con il tempo di 6’29″0. Gran Bretagna e nordamericani superano rispettivamente Nuova Zelanda e Brasile (che non si presenta) gli uni, Germania e Giappone gli altri e i quattro equipaggi, il 13 agosto, scendono in acqua per la sfida decisiva.

E qui si fa la storia. Gli Scarronzoni, determinati, forti e con quello spirito battagliero che è proprio dei suoi componenti, di umili origine e che la vita obbliga alla fatica quotidiana per guadagnarsi la pagnotta, passano in testa a metà gara, con gli americani alle costole e canadesi e britannici leggermente staccati che librano tra loro la lotta per la medaglia di bronzo. Il testa a testa tra italiani e universitari californiani è eccitante, gli statunitensi sorpassano, ai 300 metri dal traguardo i livornesi sono di nuovo al comando, infine sulla linea d’arrivo sono gli americani a metter la prua davanti, per l’inezia di 2 decimi, 6’37″6 contro 6’37″8. Gli Scarronzoni sono d’argento e la gloria, almeno quella olimpica, è conquistata.

Passano quattro anni e gli Scarronzoni, reduci dall’ennesimo secondo posto agli Europei di Budapest del 1933 (vinceranno l’oro ad Amsterdam nel 1937 e il bronzo a Milano nel 1938, per un totale di sei metalli continentali), si presentano all’appuntamento con le Olimpiadi di Berlino del 1936 dove si rinnova il duello tra l’otto americano e quello livornese.

Si gareggia nel lago di Grunau, e i quattordici equipaggi iscritti alla gara entrano in lizza nelle tre batterie che promuovono direttamente alla finale gli Stati Uniti, rappresentati dall’equipaggio dell’Università di Washington, grandi favoriti, che segnano in 6’00″8 il miglior tempo, l’Ungheria, campione d’Europa, e la Svizzera. L’armo italiano è secondo alle spalle dei magiari ed è costretto a passare per i recuperi, dove prevale facilmente su Giappone, Jugoslavia e Brasile accedendo così all’atto finale, insieme alla Germania padrona di casa e alla Gran Bretagna. Rispetto a quattro anni prima sono rimasti Guglielmo Del Bimbo, Dino Barsotti, Enrico Garzelli e il timoniere Cesare Milani, mentre sono nuove reclute Oreste Grossi, Enzo Bartolini, Mario Checcacci, Dante Secchi e Ottorino Quaglierini. Ma la competitività dell’Italia è garantita comunque.

La finale si disputa il 14 agosto ed è appassionante. La Germania, che vuol vincere la medaglia d’oro per compiacere i gerarchi nazisti presenti all’evento, Hitler compreso, parte a spron battuto seguita dalla Svizzera. Gli Stati Uniti remano in fondo, in sesta posizione, con l’Italia che segue i due armi al comando della gara, per scavalcarli entrambi e balzare in testa. L’eccitazione è massima in tribuna, il pubblico incita la Germania (che domina le gare di canottaggio vincendo 5 delle 7 regate in programma e cogliendo inoltre un argento e un bronzo) ma sono gli Stati Uniti ad operare una clamorosa rimonta che li porta davanti ai 1.800 metri. L’arrivo è proprio al fotofinish, Stati Uniti, Italia e Germania piombano appaiate sul traguardo e il responso cronometrico premia infine gli americani, che col tempo di 6’25″4 bissano il successo di Los Angeles, con l’Italia come allora ancora una volta seconda, staccata di soli 6 decimi, altri 4 decimi davanti alla Germania che sale sul terzo gradino del podio.

Gli otto uomini d’argento del canottaggio italiano possono tornare a casa, soddisfatti seppur battuti: la loro leggenda è destinata a tramandarsi ai posteri ed oggi, quando si citano gli Scarronzoni, si ricordano quei ragazzi che sconfissero le ideologie di partito e diventarono degli eroi.