L’IMPRESA D’ORO DI HAUNSTOFT E RASCH NEL C2 1000 METRI ALLE OLIMPIADI DI HELSINKI 1952

FINN
Haunstoft e Rasch alle Olimpiadi di Helsinki 1952 – da folkebladetlemvig.dk

articolo di Nicola Pucci

Quel che c’è di bello, nelle sport in generale ed alle Olimpiadi nel caso specifico, è che può sempre capitare di veder passare il treno dei desideri. E se si è bravi a salirci in corsa, ecco che si possono aprire orizzonti tracciati d’oro.

E’ un po’ quel che accade a due canoisti danesi, Finn Haunstoft e Peder Rasch, che si presentano ai Giochi di Helsinki del 1952 non certo con i favori del pronostico, privi come sono, entrambi, di palmares in grandi rassegne internazionali, ma stanno per realizzare un exploit che per la Danimarca, da quando nel 1936 la canoa è entrata nel programma delle Olimpiadi, è riuscito solo a Karen Hoff, trionfatrice a Londra 1948 nel K1 500 metri.

Nato l’8 luglio 1928 ad Aarhus, Haunstoft entra in Marina a 17 anni ed è qui che inizia a remare, allenandosi al club della sua città, l’impronunciabile Skovhuskoloniens, per poi trasferirsi a Lyngby dove acquisisce quell’esperienza e quei risultati che gli garantiscono un posto nella Nazionale danese che andrà alle Olimpiadi in Finlandia. E qui si associa a Rasch, che è decisamente più giovane di lui essendo nato, a Copenaghen, il 31 maggio 1934 ma ha mostrato fin da giovanissimo talento da vendere, formando la coppia chiamata a gareggiare nella gara del C2 1000 metri.

I cecoslovacchi Felix/Kudrna, detentori del titolo e pure campioni del mondo a Copenaghen nel 1950, sono i favoriti della prova, che si è disputata una prima volta ai Giochi di Berlino del 1936 quando fu vinta dallo stesso Jan Brzak-Felix, un veterano che ha scavallato i 40 anni di età, in coppia all’epoca con Vladimir Syrovatka, e che vede stavolta scendere in acqua 11 equipaggi. Ma i due danesi sono inaspettatamente competitivi ai massimi livelli e già in batteria confermano che saranno duri da battere, imponendosi nella prima serie, disputata il 28 luglio nelle acque del bacino Taivallahti, con il tempo di 4’32″9, nuovo record olimpico, nettamente davanti proprio ai due campioni in carica. Nella seconda serie i francesi Dransart/Loreau, secondi alla rassegna iridata del 1950, sono i più veloci in 4’38″8, candidandosi a loro volta per un posto sul podio, come già Dransart, seppur in coppia con Georges Gandil, era stato capace di fare quattro anni prima a Londra, quando colse la medaglia di bronzo.

E sono proprio i transalpini a fare inizialmente gara di testa in finale, prima di commettere una serie inattesa di errori che li fanno retrocedere addirittura in quarta posizione, a tre decimi dalla medaglia di bronzo, colta dai tedeschi Drews/Soltau, mentre danesi e cecoslovacchi, secondo le previsioni, vanno a contendersi l’oro che premia infine Haunstoft/Rasch che tagliano il traguardo con il tempo di 4’38″3, con Felix/Kudrna che si accontentano dell’argento in 4’42″9.

E così, due danesi sorti quasi dal nulla, e che non daranno seguito a quell’exploit a cinque cerchi, colgono l’occasione della vita e salgono nell’Olimpo. Lassù, dove siedono solo gli dei dello sport.

XENO MULLER, L’UNICO ORO OLIMPICO SVIZZERO NEL SINGOLO

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Xeno Muller in allenamento – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

La Svizzera ha sempre avuto – non fosse altro per la presenza, al suo interno, dello splendido bacino naturale del Lago Rotsee, a Lucerna, giudicato il miglior specchio d’acqua al mondo per lo svolgimento di gare – una buona tradizione nel canottaggio, prova ne sia che la specialità, con 24 medaglie di cui 7 ori, si piazza al secondo posto dietro alla ginnastica artistica per numero di allori conquistati alle Olimpiadi, ancorché quattro di questi successi risalgano ai Giochi di Anversa 1920, Parigi ’24 ed Amsterdam ‘28.

Mancava sempre, però, l’acuto in una delle prove più affascinanti, vale a dire quella del singolo, dove il paese elvetico non era mai andato oltre due bronzi, raccolti da Josef Schneider e Gottfried Kottmann nelle rispettive edizioni di Parigi ’24 e Tokyo ’64.

Difficile poter colmare la lacuna nel corso dell’epopea, perché tale è il termine esatto per descriverla, dei fuoriclasse Karppinen – oro a Montreal ’76, Mosca 1980 e Los Angeles ’84 –, del suo acerrimo rivale Kolbe (tre argenti tra Montreal ’76 e Seul ’88, non avendo preso parte ai Giochi di Mosca per il noto boicottaggio) e di Lange, che del finlandese raccoglie l’eredità, imponendosi alle Olimpiadi di Seul e di Barcellona ’92.

Un Lange che, sia pur oramai 32enne, si presenta all’appuntamento di Atlanta ’96 con la speranza di eguagliare l’impresa di Karppinen, nonché del sovietico Vyacheslav Ivanov, a propria volta capace di mettere in fila tre successi olimpici consecutivi da Melbourne 1956 a Tokyo ’64, anche se nell’ultima edizione dei Mondiali – lui che può vantare 5 titoli iridati, un argento ed un bronzo – disputata a Tampere il 26 agosto 1995, si classifica quinto nella finale vinta dallo sloveno Iztok Cop, dopo essere rimasto ai margini del podio l’anno precedente a Lucerna.

Ma proprio ad inizio anni ’90 inizia a farsi strada nel panorama rematorio il protagonista della nostra storia odierna, vale a dire lo svizzero Xeno Muller, nato il 7 agosto 1972 a Zurigo, il quale fa il suo esordio a livello internazionale con la partecipazione ai Campionati Mondiali juniores che si disputano ad inizio agosto ’90 ad Aiguebelette, in Francia, ottenendo un significativo bronzo nel singolo.

L’esordio da senior giunge l’anno seguente alla rassegna iridata di Vienna ’91 che incorona per la quinta ed ultima volta Lange, mentre Muller non va oltre l’undicesimo posto, concludendo quinto nella finale B, per poi prendere parte alla sua prima esperienza olimpica a Barcellona nel 1992.

Sul bacino del Lago di Banyoles, il 20enne elvetico sfiora l’accesso alla finale, piazzandosi quarto nella seconda semifinale a meno di 1” dal neozelandese Eric Verdonk, per poi rinunciare per problemi alla schiena a disputare la finale di consolazione e quindi prendere la decisione che incide profondamente sulla sua carriera e sulla sua vita privata.

Muller, difatti, si trasferisce negli Stati Uniti, alla “Brown University” di Providence, dove ha la possibilità di sfruttare le strutture dell’ateneo, contribuendo ad una stagione da imbattuto dell’equipaggio dell’otto con, ivi compreso il titolo ai Campionati Americani, circostanza che lo induce a cimentarsi ai Mondiali ’93, che si svolgono a Racice, nella Repubblica Ceca, nel due di coppia, ma il negativo esito (ancora una volta fuori dalla finale ed ottavo assoluto), convince definitivamente lo zurighese a dedicarsi esclusivamente al singolo, con buona pace del tecnico del college, Steve Gladstone, che non la prende proprio bene.

Ad ogni buon conto, l’anno seguente è quello della svolta per Muller, il quale disputa una stagione che lo vede sempre mettere la punta della propria imbarcazione avanti agli altri, ivi compresa la prestigiosa affermazione alla Diamond Challenge Sculls, regata che si svolge dal 1844 (!!!) sulle acque del Tamigi a Londra e che l’anno prima aveva incoronato anche Lange, potendo contare nel proprio albo d’oro anche i nomi di Steve Redgrave e Kolbe.

Logico quindi attendersi un Muller favorito ai Mondiali che si svolgono a metà settembre ’94 all'”Eagle Creek Park” di Indianapolis, anche per aver percorso a più riprese la prevista distanza dei 2000 metri sotto i 6’40” nel corso dell’anno, e stavolta non ha alcuna difficoltà a qualificarsi per l’atto conclusivo.

Sfortuna vuole che, proprio nel corso della stagione, decida di gareggiare nel singolo il coetaneo tedesco André Willms, con una bacheca già piena di allori in virtù dell’oro sia olimpico che iridato nel quattro di coppia vinto a Barcellona ’92 e Racice ’93, rispettivamente.

Ed è pertanto il 22enne tedesco di Magdeburgo a negare la soddisfazione (6’46”33 a 6’48”10) del titolo mondiale a Muller, il quale fa ancor peggio l’anno seguente a Tampere, dove conclude non meglio che sesto, subito alle spalle di Lange, con un tempo di 6’59”74 che non promette niente di buono in vista dell’appuntamento olimpico di Atlanta 1996.

Ovvio che, a questo punto, i favori del pronostico si orientino più sul neo-campione iridato Cop, nonché sull’estone Juri Jaanson – che, tra l’altro, aveva negato a Muller uno storico bis sulle acque del Tamigi – ed il ceco Vaclav Chalupa, già argento a Barcellona ’92 ed in altrettante occasioni ai Mondiali 1989, ’90 e ’91, due volte preceduto da Lange ed una da Jaanson, all’epoca in rappresentanza dell’Unione Sovietica, ovviamente con le dovute riserve per le possibilità di Lange, al suo passo d’addio, di centrare l’ambito tris olimpico.

Nel frattempo, dopo un biennio alla “Brown University“, Muller si è trasferito a Newport Beach, in California, località che offre migliori condizioni climatiche per gli allenamenti e dove, per notizia, incontra la sua futura moglie Erin.

Indubbiamente, le variate modalità di allenamento portano il 24enne di origine svizzera a presentarsi in ottime condizioni, tant’è che già nelle batterie, che si svolgono il 21 luglio 1996 sul Lago Lanier, fa registrare il miglior tempo di 7’26”75 infliggendo nella prima serie oltre 5” di distacco al campione mondiale Cop.

Ad ottenere l’accesso diretto alle semifinali sono anche Lange, Chaloupa ed il 28enne canadese Derek Porter, dedicatosi al singolo dopo aver conquistato la medaglia d’oro a Barcellona ’92 nell’otto con, dimostrando una più che completa dimestichezza con la nuova specialità certificata dal titolo iridato conquistato a Racice nel 1993.

Chiaramente, Cop non ha difficoltà alcuna a qualificarsi per le semifinali attraverso i ripescaggi, che sono viceversa fatali al 31enne Jaanson, il quale incorre in una delle sue rare controprestazioni, finendo desolatamente ultimo nella sua batteria.

Tornati in acqua il 25 luglio per la disputa delle due semifinali, non vi sono sorprese di sorta, con tutti i favoriti – Muller (7’10”07), Porter ed il norvegese Fredrik Bekken nella prima serie, al pari di Lange (7’12”30), Cop e Chalupa nella seconda – ad ottenere l’accesso alla finale che va in scena il 27 luglio alle 12:00 ora locale.

Inserito in acqua 4, con Lange alla sua sinistra e Cop alla destra, Muller opera una tattica attendista, che lo vede transitare in quarta posizione al primo rilevamento ai 500 metri, con Porter a condurre su Lange e Cop, posizioni che restano invariate a metà gara, coperta dal canadese in 3’21”14, per poi accelerare il ritmo nel terzo quarto di gara, così da sopravanzare Cop e ridurre le distanze da Porter e Lange ai 1500 metri per un arrivo che si preannuncia quanto mai serrato.

Il rush finale del 24enne svizzero è impressionante, al ritmo di 37 colpi al minuto, con il due volte campione olimpico risucchiato in un amen e quindi anche Porter è costretto ad alzare bandiera bianca, così da andare a trionfare in 6’44”85 e riportare il proprio paese sul gradino più alto del podio a 68 anni dal successo del due con ad Amsterdam ’28, lasciando Porter e Lange ad un acceso testa a testa, risolto solo al fotofinish (6’47”45 a 6’47”72) a favore del canadese.

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Muller sul podio di Atlanta ’96 – da schweizer-illustrierte.ch

Per Muller, il cui tempo risulta altresì record olimpico destinato a restare imbattuto sino ai Giochi di Londra ’12, è la definitiva consacrazione e, nell’ottica di puntare al bis olimpico quattro anni dopo ai Giochi di fine Millennio di Sydney 2000, lo svizzero si prende un anno sabbatico per poi tornare ai vertici della specialità in occasione dei Mondiali ’98 che si svolgono nella seconda decade di settembre a Colonia.

Nel frattempo, però, dopo il ritiro dall’attività di Lange, è salito alla ribalta colui che è destinato a divenire l’incubo dell’elvetico per un triennio, vale a dire il 23enne neozelandese Rob Waddell, il quale dà il primo dispiacere al campione olimpico già alla rassegna iridata, imponendosi con l’eccellente tempo di 6’39”65, mentre a Muller (argento in 6’41”55) resta la consolazione di lasciarsi alle spalle Chalupa e Cop.

Abbinare al titolo olimpico anche quello iridato è un po’ il sogno di qualsiasi atleta e, già con due secondi posti da dover digerire, Muller si augura che l’edizione dell’anno successivo, che ha luogo in Canada, a Saint Catharines, rappresenti l’occasione giusta per sfatare un tale tabù.

Chiaramente, ha pretese di vittoria anche l’atleta di casa Porter, ma a mettere tutti d’accordo ci pensa nuovamente Waddell, il quale stampa un sensazionale tempo di 6’36”68 dall’alto del quale domina la regata, ed a Muller, che conclude in 6’40”96, non resta altro che consolarsi nell’aver nuovamente avuto la meglio sul canadese, come dire che ha confermato in due edizioni dei Mondiali l’esito della finale olimpica su coloro che vi hanno preso parte, con purtroppo la presenza del neozelandese a negargli la gioia del titolo iridato.

Resta viva, peraltro, la possibilità di prendersi la più dolce delle rivincite in occasione dei Giochi di Sydney, dove le gare si svolgono nella seconda metà di settembre 2000 ed a cui non partecipa Cop, mentre le quattro batterie sono vinte dai tre canottieri saliti sul podio ai Mondiali, oltre al tedesco Marcel Hacker, argento iridato con il quattro di coppia nel 1997 e ’98, ed anch’egli dirottato sulla specialità del singolo.

I ripescaggi consentono di rientrare in gara a Jaanson e Chalupa, ma quest’ultimo crolla nella seconda semifinale, conclusa all’ultimo posto, con le due serie appannaggio di Waddell (6’58”01) e Muller (7’01”86), che vedono altresì qualificati per l’atto conclusivo Porter, Hacker, Jaanson ed il bulgaro Ivo Yanakiev.

L’appuntamento per la resa dei conti è fissato per la mattina del 23 settembre 2000 al “Sydney International Regatta Centre“, bacino artificiale appositamente costruito per i Giochi, con gli addetti ai lavori a pregustare la sfida, visto altresì che, tre mesi prima dell’appuntamento olimpico, Muller era riuscito ad interrompere una striscia di due anni senza sconfitte del neozelandese, superandolo a Vienna.

Ed, in effetti, la finale si risolve in un appassionante testa a testa sin dall’avvio, con Waddell ad imporre la propria cadenza e Muller a cercare di resistergli, cosa che avviene sino ai 1500 metri prima di cedere all’ulteriore allungo del campione mondiale che va ad imporsi in 6’48”90, mentre lo svizzero rischia di pagare a caro prezzo lo sforzo prodotto, riuscendo a malapena a salvare (6’50”55 a 6’50”83) l’argento dall’imperioso ritorno di Hacker.

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Il podio del singolo a Sydney 2000 – da gettyimages.it

Con le Olimpiadi australiane si conclude, in pratica, la carriera di un appagato Muller, che si concede al proprio pubblico con la partecipazione ai Mondiali 2001 che si disputano proprio a Lucerna e dove conclude non meglio che quinto in 6’49”93 nella finale che incorona il nuovo re della specialità, ovvero il 25enne norvegese Olaf Tufte, argento a Sydney nel due di coppia.

A dire il vero Muller, che ottiene la cittadinanza americana ad inizio 2004, si dichiara disponibile a disputare le gare di selezione per il suo nuovo paese in vista dei Giochi di Atene 2004, presentandosi imbattuto alle finali salvo rinunciarvi a causa dei ripetuti omicidi di stranieri in Iraq, il che farebbe degli atleti Usa dei potenziali bersagli alle Olimpiadi da parte della cellula terroristica di al-Qaeda.

Il 32enne neoamericano spiega ai media la sue decisione riferendo che “quando hai tre figli ed una moglie e devi lasciarli per andare Oltreoceano e vedi in tv immagini di gente decapitata, inizi ad avere seri pensieri in merito alle responsabilità che ti competono verso i tuoi cari….

Muller e la moglie Erin avranno poi un quarto figlio, che è forse la più bella delle medaglie

 

ELISABETA LIPA, GLORIA OLIMPICA ED ORGOGLIO DEL CANOTTAGGIO RUMENO

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La Lipa festeggia l’oro di Barcellona ’92 nel singolo – da collectionscanada.gc.ca

articolo di Giovanni Manenti

Chissà se “Sua Maestà” Steve Redgrave – icona dello sport del remo – è mai venuto a conoscenza di non essere il più medagliato nella storia del canottaggio alle Olimpiadi, spettando questo primato, da lui detenuto a livello maschile, ad una rappresentante del gentil sesso, protagonista del nostro racconto odierno.

Con questo senza nulla togliere alla leggenda britannica – nominato Baronetto per meriti sportivi dalla Regina Elisabetta II soprattutto per aver salvato l’onore della Corona ai Giochi di Atlanta 1996, allorché il suo oro nel due senza (in coppia con Matthew Pinsent) è l’unico raccolto in quell’edizione dai rappresentanti di Sua Maestà –, in quanto Redgrave, oltre ai 5 ori e ad un bronzo conquistati in sede olimpica, può altresì vantare ben 9 titoli iridati, però, a conti fatti…

Già, poiché i numeri non ingannano, non vi è nessun altro che, ad oggi, possa vantare 8 medaglie olimpiche – di cui 5 ori, due argenti ed un bronzo – al pari di Elisabeta Lipa, nata Oleniuc il 26 ottobre 1964 a Siret, cittadina di meno di 8mila abitanti nel Nord Est della Romania.

Dedicatasi sin da giovanissima al canottaggio, Elisabeta dimostra una non comune versatilità nel poter remare sia nelle prove con due remi (singolo, due di coppia e quattro di coppia) che utilizzando un solo remo, quali il due senza e l’otto con timoniere, per poi fare la sua prima apparizione a livello internazionale con la partecipazione, non ancora 17enne, ai Mondiali Juniores che si svolgono a Sofia ad inizio agosto 1981, dove coglie il suo primo podio, con il bronzo nel quattro con, dove occupa uno dei sedili interni.

Passano solo 12 mesi e l’allora Oleniuc è già capo voga nel quattro di coppia che, ai Mondiali di Lucerna 1982, replica identico piazzamento nella stessa gara, alle spalle degli equipaggi di Unione Sovietica e Germania Est, le Nazioni all’epoca senza rivali in campo femminile.

E’ dell’anno successivo la decisione di passare al doppio remo, nonché a far coppia con Marioara Popescu, di due anni più anziana di lei, anche se, per così dire, “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia“, visto che l’esito è sempre lo stesso, ovvero il bronzo nel due di coppia alla rassegna iridata di Duisburg ’83, nuovamente precedute da Germania Est ed Unione Sovietica.

Una striscia di piazzamenti che si interrompe, in positivo, con le Olimpiadi di Los Angeles 1984, ancorché non si possa negare che sia stato un non trascurabile vantaggio l’assenza degli armi dell’Europa dell’est per il contro boicottaggio imposto da Mosca, al quale, per sua fortuna, la Romania del dittatore Ceausescu non aderisce.

Sempre in coppia con la Popescu – successivamente maritata Ciobanu –, la non ancora 20enne Elisabeta non ha difficoltà alcuna ad imporsi il 4 agosto 1984, nella finale del due di coppia, con il campo di regata completato in 3’26”75, con la lotta per le piazze d’onore appannaggio in volata (3’29”13 a 3’29”82) dell’armo olandese su quello canadese.

In riferimento a questo trionfo, la Oleniuc ricorda come “l’oro di Los Angeles resta il mio preferito, sia per la giovane età ed il debutto olimpico, che per il fatto che sapevo di dover rispettare il pronostico, vista l’assenza degli equipaggi dei paesi del blocco sovietico, così da concentrare tutte le mie energie su tale obiettivo che, una volta raggiunto, confesso essere stato di grande aiuto per i successi futuri.

Coppia che vince non si cambia, certo, ma quelle che cambiano sono le avversarie nel corso del quadriennio post-olimpico e così la Oleniuc, divenuta signora Lipa, è costretta a fare i conti con le imbattibili ragazze della ex Ddr (pur con tutte le riserve relative all’uso di sostanze illecite in atto nel paese), ancorché riesca ad incrementare il proprio livello, passando dal bronzo all’argento nelle tre successive edizioni – Hazewinkel ’85, Nottingham ’86 e Copenaghen ’87 – dei Campionati Mondiali.

Con la differenza che, mentre nella rassegna immediatamente post olimpica la Lipa fa ancora coppia con la Ciobanu – ed il distacco dalla tedesche orientali (6’58”80 a 7’05r”70) è alquanto rilevante –, a far tempo da Nottingham ’86 ha come sua compagna nel due di coppia Veronica Cochelea, di un anno più giovane, ed i risultati già si vedono, con il margine (6’57”71 a 7’00”96) ridotto rispetto all’armo guidato da Sylvia Schwabe, avente anch’essa cambiato partner, da Martina Schroter a Beate Schramm.

Una notizia confortante, in vista dell’appuntamento olimpico di Seul 1988, giunge dall’esito dei Mondiali di fine agosto 1987 a Copenaghen, dove la coppia iridata conclude non meglio che quinta, mentre la Lipa, occasionalmente affiancata da Liliana Genes, sfiora la grande impresa, ritrovandosi in testa a tre quarti di gara, per poi cedere di un soffio (appena 0”10 centesimi, 7’47”89 a 7’47”99) all’armo bulgaro, autore di una straordinaria rimonta dopo essere transitato in quarta posizione ai 1500 metri.

Ricomposta l’unione con la Cochelea, ai Giochi di Seul la Lipa raddoppia, iscrivendosi, assieme alla compagna, anche al quattro di coppia, oltre che al due di coppia, dove deve difendere l’oro di quattro anni prima in California dagli attacchi dell’equipaggio bulgaro campione iridato e dalla ritrovata competitività delle tedesche orientali.

E, nella finale che va in scena il 24 settembre 1988 sul fiume Han della capitale asiatica, non si assiste a soverchie emozioni, nel senso che le due rappresentanti della ex Germania Est (Birgit Peter e Martina Schroter) prendono la testa sin dall’avvio tallonate dalle due rumene, ma con un vantaggio che, se pur lievemente (0”46 centesimi ai m.500, 1”86 a metà gara e 2”57 ai m.1500), aumenta ad ogni rilevamento, sino a concludere in 7’00”48, mentre Lipa e Cochelea devono resistere (7’04”36 a 7’06”03) al consueto, veemente rush finale di Stefka Madina e Violeta Ninova per aggiudicarsi l’argento.

L’escursione sul quattro di Coppia, la cui finale si svolge all’indomani, rappresenta un’occasione per incrementare il medagliere delle due rumene, ancorché sfiorino l’argento, beffate per soli 0”34 centesimi (6’23”47 a 6’23”81) dall’equipaggio sovietico, mentre l’oro, e non può essere altrimenti, se lo mettono al collo le tedesche orientali, con un armo di cui fa parte la Schramm.

Una Schramm che, l’anno seguente, torna a competere con il due di coppia in occasione dei Mondiali ’89 che si svolgono sull’incantevole specchio d’acqua del lago di Bled in Slovenia, per confermare la supremazia del proprio paese, imponendosi assieme alla compagna del quattro di coppia di Seul, Jana Sorgers, con largo margine (7’01”71 a 7’07”32) sulla consolidata coppia rumena.

Non soddisfatta di doversi accontentare delle piazze d’onore, l’oramai quasi 25enne Lipa decide di tentare la carta del singolo per vedersela testa a testa con le sue avversarie, nella circostanza con la tedesca orientale Peter e, nella gara che si svolge il 10 settembre 1989, le infligge una vera e propria lezione, comandando dalla prima all’ultima bracciata per concludere in 7’27”96 con quasi 4” di margine sulla rivale.

Curioso a dirsi, ma quello nel singolo di Bled resta l’unico titolo iridato della rumena che, evidentemente, ha un “feeling” particolare con la rassegna a cinque cerchi, cosa che per altri atleti di qualsivoglia disciplina talora avviene a rovescio, dominatori ai Mondiali e sfortunati in sede olimpica.

Peter che si prende la rivincita l’anno seguente ai Mondiali 1990 sul lago Barrington, dove la Lipa offre una delle sue rare controprestazioni, concludendo al sesto ed ultimo posto in finale, nel mentre le sue due compagne d’armo Cochelea e Popescu salgono sul gradino più alto del podio quale componenti dell’otto con timoniere.

L’intervenuta riunificazione della Germania fa sì che ai Mondiali di Vienna ’91, che si svolgono sulle affascinanti acque del Danubio, vi sia un solo armo a rappresentare il paese teutonico, più che sufficiente a confermarsi padrone nella gara del due di coppia, dove ancora la Schramm, stavolta abbinata con Kathrin Boron, riesce ad avere la meglio, sia pur di stretta misura (6’44”71 a 6”46”40), sulla coppia rumena formata dalla Lipa e da Anisoara Dobre.

Ma la rumena si è oramai convinta di poter dire la sua in chiave olimpica nel singolo, anche se nella capitale del valzer non riesce a ripetere l’impresa di Bled, dovendosi arrendere (8’17”58 ad 8’20”52) al cospetto della canadese Silken Laumann, di soli 20 giorni più giovane di lei e che va a cogliere, ironia della sorte, l’unico importante successo della propria carriera, altrimenti caratterizzata da comunque importanti piazzamenti.

Come dire che per la Lipa vi è una sorte di maledizione iridata – saranno ben 8 a fine carriera le sue medaglie d’argento ai Mondiali –, peraltro favorevolmente compensata dalla ben più prestigiosa gloria olimpica, confermando l’anno seguente in occasione dei Giochi di Barcellona ’92 la sua partecipazione nelle due specialità del singolo e del due di coppia, dove si ricompone il binomio con la Cochelea.

Lo specchio d’acqua scelto per le gare è il lago di Banyoles e, raggiunte comodamente le due finali, il programma olimpico prevede per l’1 agosto 1992 la prova del due di coppia e l’indomani quella del singolo, con l’equipaggio rumeno costretto nuovamente ad arrendersi (6’49”00 a 6’51”47) di fronte alla coppia tedesca formata da Boron e Kerstin Koppen.

Con due argenti ed un bronzo olimpici a seguire l’oro di Los Angeles ’84, per la Lipa è giunto il momento di dimostrare di non essere salita sul gradino più alto del podio solo grazie all’assenza delle rappresentanti dell’Europa Orientale, ed il giorno dopo ne dà la migliore dimostrazione possibile, ovvero imponendosi nella finale del singolo in 7’25”54 per precedere la sorprendente belga Annelies Bredael e la già stessa Laumann.

Ma, nonostante si possa pensare che un successo individuale sia il massimo a cui un atleta possa aspirare, nel caso della rumena non è così, per sua stessa ammissione, allorché riconosce come “l’armo del due di coppia è sempre stato il mio preferito, forse anche perché mi ha consegnato il primo oro olimpico, ma in ogni caso adoro ciò che rappresenta in termini di amicizia, coordinazione nel vogare, condivisione delle stesse motivazioni per impegnarsi sempre di più alla ricerca della vittoria.

A tal proposito, nella stessa edizione dei Giochi la fedele compagna Cochelea va a completare il quattro di coppia rumeno, anch’esso sconfitto dall’equipaggio tedesco di cui fa parte la plurimedagliata Peter, così che le due amiche se ne tornano a casa con due medaglie a testa.

C’è però una nemica contro cui è quanto mai difficile combattere per tutte, ovvero la carta d’identità e, oramai avvicinatasi alla soglia dei 30 anni, la Lipa se ne rende conto ai Mondiali ’93 che si svolgono a Racice, dove non riesce a qualificarsi per la finale del singolo e conclude al sesto ed ultimo posto nel due di coppia con l’inseparabile Cochelea, la quale però conquista il titolo iridato come componente dell’otto con.

Una scelta, quella della Cochelea, che non tarda a sposare anche la Lipa, che l’anno seguente in occasione della rassegna iridata di Indianapolis, sulle acque dell'”Eagle Creek Park“, abbandona il doppio remo per cimentarsi nel due senza con cui non perde l’abitudine di andare a medaglia, conquistando l’argento alle spalle dell’equipaggio francese, per poi far parte dell’otto con cui si piazza sul gradino più basso del podio con un equipaggio che comprende altresì Iulia Bulie, con cui aveva fatto coppia nel due senza.

La seconda giovinezza della Lipa, dopo un anno sabbatico per dare alla luce il figlio Dragos, nel mentre le sue compagne colgono l’argento nell’otto con ai Mondiali di Tampere ’95, trova la sublimazione nella sua quarta partecipazione olimpica ai Giochi di Atlanta ’96, dove sfida l’anagrafe per mettere in palio il suo titolo nel singolo senza riuscire a qualificarsi per la finale, per poi fornire, assieme alle veterane Cochelea e Popescu, il proprio contributo di esperienza nella conquista dell’oro con l’equipaggio dell’otto con, dove le rumene, dimostrando uno straordinario affiatamento, sbaragliano il campo andando a concludere con il tempo di 6’19”73, con le canadesi, argento, ad oltre 4” di distanza.

La Lipa completa, a pochi giorni di distanza dai Giochi, la propria stagione con l’argento nel quattro senza ai Mondiali di Motherwell, disputati per le sole specialità non incluse nel programma olimpico, per poi dare spazio alla Cochelea, che alla rassegna iridata ’97 sul Lago d’Aiguebelette, in Francia, si assicura il titolo nell’otto con e l’argento nel due senza, confermandosi anche nell’edizione ’98 di Colonia col più lungo armo del canottaggio.

Tornata a gareggiare nel 1999 in occasione dei Mondiali di Santa Caterina, in Canada, per far parte dell’armo del quattro di coppia assieme alla Cochelea, che non riusce a qualificarsi per la finale, nel mentre con l’otto con si dimostra insuperabile grazie al terzo titolo iridato consecutivo, nonostante l’assenza delle due inseparabili compagne, l’oramai 35enne Lipa torna all’antico amore del due di coppia in occasione dei “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000 , dove centra la sua quarta finale olimpica, peraltro l’unica senza salire sul podio, dovendosi stavolta accontentare del quinto posto.

Ma la gloria non manca, poiché sia lei che la Cochelea tengono alto l’onore dell’invincibile otto con che, tra Olimpiadi e Mondiali, inanella il quinto trionfo consecutivo, andando a concludere nel tempo di 6’06”44, con un margine di circa 3” sull’equipaggio olandese.

Per molti, sembrerebbe giunto il momento di ritirarsi dalle scene e nel modo migliore – cosa che, difatti, avviene per la Cochelea, con un altrettanto invidiabile palmarès di 6 medaglie olimpiche (2 ori, 3 argenti ed un bronzo) a cui aggiungere 4 titoli iridati –, ma alla Lipa piacciono le sfide e così, dopo che l’armo dell’otto con, laureatosi per la quarta volta consecutiva campione del mondo nel 2001, esce dal giro medaglie nel 2002, ecco che la stessa viene richiamata per dare una mano alla ricomposizione dell’equipaggio in vista dei Giochi di Atene 2004.

Ricordate cosa aveva detto la fuoriclasse rumena, e cioè di quanto le piacesse il lavoro di gruppo, per condividere le medesime motivazioni alla ricerca del successo, e quindi come avrebbe potuto negare il proprio aiuto che, a dispetto dell’età, porta l’otto con della Romania a cedere solo alla Germania (6’41”23 a 6’44”63) in occasione dei Mondiali di Milano ’03, prova generale nell’ottica dell’appuntamento olimpico.

Con un equipaggio misto tra veterane – Doina Ignat e Liliana Gafencu facevano parte come la Lipa dell’armo medaglia d’oro sia ad Atlanta ’96 che a Sydney 2000, mentre Georgeta Damian e Viorica Susanu erano già presenti in Australia – e debuttanti in chiave olimpica, la Romania riesce, nella finale che si disputa il 22 agosto 2004 sul bacino di Schinias, a portare a termine un’impresa epica.

Con una condotta di gara misurata sugli Stati Uniti, le ragazze rumene non ne perdono la scia, transitando a metà gara con un distacco minimo (3’08”90 a 3’09”16) di appena 0”26 centesimi, per poi operare il sorpasso (4’45”42 a 4’46”25) ai m.1500 e quindi andare a concludere in 6’17”70 rispetto al 6’19”56 delle americane. Ed è proprio il caso di dire che miglior regalo non poteva esserci in vista dei 40 anni che Elisabeta sarebbe andata a compiere da lì a meno di due mesi.

Unica, pertanto, a poter vantare 8 medaglie olimpiche, per poi passare il testimone alla Damian, che conclude quattro anni dopo ai Giochi di Pechino 2008 le proprie fatiche con un bottino di tutto rispetto costituito da 5 ori ed un bronzo, verrebbe da chiedersi cosa abbia pensato la rumena delle pratiche illecite delle sue avversarie della Germania Orientale, che l’hanno privata di diversi titoli iridati.

Ma la risposta della Lipa è quantomeno spiazzante, allorché dichiara come “all’inizio della mia carriera ero affascinata dalle tedesche per il fatto di come dimostravano il loro attaccamento al proprio paese, con loro non potevi mai abbassare la guardia perché lottavano sempre sino alla fine, anche se avevano tre barche di svantaggio ed ho fatto una promessa a me stessa che, se avessi avuto un figlio, lo avrei mandato a studiare in Germania, cosa che difatti ho mantenuto con Dragos!.

Magari, anche perché, nel frattempo, la Germania si era riunificata

 

L’INVINCIBILE QUATTRO SENZA AZZURRO, ORO AI GIOCHI DI LONDRA 1948

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Il quattro senza azzurro oro ai Giochi di Londra 1948 – da laprovinciadilecco.it

articolo di Giovanni Manenti 

Vi sono alcuni sport che vedono tradizionalmente in una singola prova o specialità l’emblema della supremazia di una nazione, come ad esempio è considerata la staffetta del miglio (4×400) in atletica leggera, al pari della staffetta 4x200sl per ciò che riguarda il nuoto.

Relativamente al canottaggio, tema del nostro odierno racconto, la parte dell’armo simbolo tocca al “quattro senza timoniere, imbarcazione che, non a caso, disputa la prestigiosaStewards’ Challenge Cup, regata che ha origini sin dal lontano 1841 e che si disputa con cadenza annuale nelle acque del Tamigi, inizialmente destinata agli equipaggi del “quattro con“, per poi eliminare il timoniere già dal 1873.

E, non a caso, la specialità è sempre stata privilegiata dalla federazione britannica in occasione della formazione degli equipaggi in sede olimpica, prova ne sia che, dopo il successo nell’edizione di Londra 1908 – e la temporanea cancellazione dal programma ai Giochi di Stoccolma 1912 ed Anversa 1920 –, l’armo della Corona si impone consecutivamente a Parigi 1924, Amsterdam ’28 e Los Angeles ’32, prima di cedere all’equipaggio tedesco nell’edizione di Berlino 1936.

In più, quanto Oltremanica sia alto il prestigio di questa imbarcazione lo dimostra il fatto che, dopo aver dovuto subire nel secondo dopoguerra la superiorità in particolare dei rappresentanti della ex Germania Est – i quali si impongono nel quattro senza da Messico 1968 a Seul ’88 con la sola, forzata, assenza ai Giochi di Los Angeles ’84 –, viene richiesto a “Sir” Steve Redgrave, reduce da tre ori olimpici consecutivi con il due senza, di ridare forza a tale armo in vista dei “Giochi di fine millennio” di Sydney 2000.

Impegno che il leggendario atleta, a dispetto delle oramai sue 36 primavere, porta diligentemente a termine assecondato dal suo fedele partner Matthew Pinsent, così da inaugurare una nuova striscia di vittorie proseguita nelle successive quattro edizioni dei Giochi sino a Rio de Janeiro 2016.

In questo contesto, è quanto mai logico che in Gran Bretagna si punti a recuperare lo scettro perduto in occasione della ripresa dell’attività agonistica che, per quanto concerne le Olimpiadi, coincide con l’assegnazione proprio a Londra dell’organizzazione dei Giochi del 1948, pertanto a 40 anni dalla prima affermazione in questa specialità.

Una delle componenti fondamentali per divenire un armo vincente è logicamente l’affiatamento tra i componenti dell’equipaggio e, sotto questo aspetto, a Londra credono di andare sul sicuro, visto che lo stesso è composto da Peter Kirkpatrick, Hank Rushmere, Tom Christie e Tony Butcher, ovvero i medesimi che, in rappresentanza del “Thames Rowing Club“, si sono aggiudicati le edizioni 1947 e ’48 della Stewards’ Challenge Cup“, tanto più che le gare si svolgono sull’identico bacino della “Henley Royal Regatta” che ospita la manifestazione olimpica.

Non sanno però i britannici – come del resto gli altri equipaggi iscritti alla competizione – che nell’Italia settentrionale, e più precisamente sulle rive del Lago di Como, si sta formando un quartetto di canottieri di una forza e, soprattutto, di una coesione difficilmente riscontrabile nella storia di questo sport.

Il motivo è facilmente spiegabile, sono tutti operai che lavorano presso lo stabilimento della “Moto Guzzi” situato a Mandello del Lario, comune di nascita di Giuseppe Moioli (8 agosto 1927) e Giovanni Invernizzi (17 giugno 1926), mentre anche Franco Faggi (8 marzo 1926) è della zona, essendo nativo di Perledo, e l’unico piemontese è Elio Morille, avendo visto la luce il 7 settembre 1927 ad Alessandria.

Questi ragazzi 20enni, per mantenersi in forma dopo il lavoro in fabbrica, sfruttano proprio il club messo a disposizione dall’azienda, ovvero la Canottieri Moto Guzzi, storica società del remo costituita nel 1929 e che già negli anni appena antecedenti il conflitto mondiale aveva iniziato a dare i suoi buoni frutti.

Nulla, ovviamente, al confronto con le imprese dei citati Quattro Moschettieri” che – dopo una stagione con il quattro con, avendo come timoniere il loro stesso allenatore Angelo Alippi, anch’egli, diremmo quasi ovviamente, operaio nella stessa fabbrica – si convertono al quattro senza, dimostrando sin da subito un elevato grado di competitività.

Con la possibilità di allenarsi nelle acque del prospiciente lago di Como tanto caro al Manzoni, l’armo della Moto Guzzi si laurea campione italiano nel 1947 per poi varcare le Alpi per partecipare al ritorno della rassegna continentale dopo l’ultima edizione di Milano 1938, e che ha luogo a Lucerna nel meraviglioso bacino del “Rotsee“, non a caso sede di ben quattro Campionati Mondiali dalla loro istituzione nel 1962.

L’Italia si comporta bene, con due ori ed altrettanti argenti, e a salire sul gradino più alto del podio, oltre all’otto con, è proprio l’equipaggio del quattro senza, che precede gli armi di Cecoslovacchia e degli svizzeri padroni di casa.

Sicuramente un’ottima credenziale in vista delle Olimpiadi di Londra dell’anno seguente, che si svolgono ad agosto 1948, pur se il campo dei partecipanti è allargato anche a Stati Uniti, Argentina e Sudafrica, oltre ovviamente alla Gran Bretagna che, come al solito, ha disertato gli Europei, a cui prenderà parte a far tempo dal 1950.

Come già riferito, lo specchio d’acqua è quello del Tamigi e, pertanto, a differenza di un bacino lacustre, non possono gareggiare più di tre imbarcazioni alla volta, circostanza che suddivide i dieci armi iscritti in due batterie da tre ed altrettante da due equipaggi.

Ad aggiudicarsi le quattro serie, con conseguente accesso alle semifinali, sono l’Italia – che con 6’34”8 fa anche registrare il miglior tempo –, gli Stati Uniti, l’Olanda e la Gran Bretagna, con quest’ultima a completare il percorso in 6’37”0, così da candidarsi a principale rivale dell’armo azzurro.

I due ripescaggi premiano Danimarca e Sudafrica, rispettivamente seconda e terza alle spalle dell’Italia, così che vengono a formarsi tre sfide a due le cui vincitrici si disputeranno le medaglie, con gli azzurri a sfidare l’Olanda, gli Stati Uniti il Sudafrica e la Danimarca l’imbarcazione di casa.

Per l’armo del capovoga Moioli il confronto con gli olandesi è poco più di un allenamento, portato facilmente a termine (7’15”0 a 7’23”0), così come per gli Usa con il Sudafrica, ancorché con tempi (7’42”2 a 7’57”2) molto più alti, tutto il contrario di quel che accade nella terza serie.

Al cospetto dell’imbarcazione danese – composta da Helge Halkjaer, Aksel Bonde, Helge Muxoll Schroder e Ib Storm Larsen – il quartetto che si era confermato vincitore nella “Stewards’ Challenge Cup” subisce un’inattesa sconfitta, ancorché di misura (7’13”8 a 7’16”3) e su riferimenti cronometrici di assoluto livello, a conferma che la composizione delle tre serie non aveva certo favorito l’equipaggio londinese.

Pertanto, con il podio già assegnato ad Italia, Danimarca e Stati Uniti, i tre armi scendono in acqua il 9 agosto 1948, con il quartetto azzurro a trovarsi inaspettatamente a dover fare i conti con l’equipaggio scandinavo anziché con i pronosticati inglesi.

Ma, come per l’assunto matematico, “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia“, e per i quattro dipendenti della Moto Guzzi ecco che, bracciata dopo bracciata, si apre dinanzi a loro la visione della gloria olimpica, che non si lasciano sfuggire, concludendo la loro fatica nel tempo di 6’39”0 per regolare in tutta sicurezza la Danimarca, che fa suo l’argento come da previsione (6’43”5 a 6’47”7) davanti agli americani.

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Gli azzurri alla premiazione – da canottaggio.org

Quella del quattro senza non è la sola medaglia azzurra sul Tamigi, ma lo è per il metallo più pregiato, salendo sul podio anche il due con (argento alle spalle dei danesi) ed il due senza, che ne occupa il gradino più basso, preceduto da Gran Bretagna e Svizzera.

La vittoria olimpica attribuisce a Moioli, Morille, Invernizzi e Faggi un’aura di imbattibilità che i rappresentanti della “Canottieri Moto Guzzi” fanno di tutto per alimentare, visto che nei due anni successivi conferma sia il titolo tricolore che, indossando la canottiera azzurra, quello continentale, grazie alle affermazioni ai Campionati Europei di Amsterdam 1949 (ancora davanti alla Danimarca) e di Milano 1950, dove sono costretti ad una doppia fatica sul bacino dell’Idroscalo in quanto un giudice svizzero in vena di protagonismo fa ripetere al lunedì la finale disputata il giorno prima, con il risultato che la punta azzurra precede ancora una volta quella danese.

Il detto “squadra che vince non si cambia” vale a maggior ragione per un equipaggio reduce da tre titoli europei ed uno olimpico, ma a variare è la composizione degli avversari ed ecco, pertanto, che l’ultima esibizione dello storico quartetto va in scena in occasione dei Giochi di Helsinki 1952, dove fallisce l’accesso alla finale, superato di misura (6’48”5 a 6’49”2) dall’armo polacco nei ripescaggi.

Attenzione però, a dare addio al remo – quantomeno ai massimi livelli internazionali – sono solo tre dei quattro componenti l’armo degli Invincibili“, poiché il capovoga Moioli continua imperterrito, facendo da punto di riferimento per una nuova leva giovanile della zona comasca, vale a dire i 23enni Giovanni Zucchi ed Attilio Cantoni (entrambi nati a Mandello del Lario) che, assieme a Francesco Lazzari ed al campione olimpico, fanno loro il titolo continentale ai Campionati Europei di Amsterdam 1954, precedendo Gran Bretagna e Svizzera.

Equipaggio che, con un altro prodotto locale, ovvero Abbondio Marcelli al posto di Lazzari, si conferma a livello europeo nella rassegna continentale che si svolge sull’altrettanto tradizionale bacino del Lago Bled in Jugoslavia a settembre 1956, stavolta mettendosi alle spalle gli equipaggi di Ungheria e Germania Ovest, prima di partire alla volta dell’Australia per prendere parte a quella che, per Moioli, è la terza edizione dei Giochi Olimpici, che si svolgono a Melbourne.

Questa volta gli azzurri conquistano il pass per la finale a quattro, ma l’esito della stessa li relega ai margini del podio, ultimi in 7’22”5 ad 1”6 dall’imbarcazione francese, mentre l’oro va al Canada che dispone con assoluta facilità (7’08”8 a 7’18”4) dei cugini nordamericani degli Stati Uniti.

Si potrebbe pensare che per Moioli, oramai alla soglia dei 30 anni, sia giunto il momento di attaccare il remo al chiodo, ma forse non conoscete l’amore e la passione del leader della “Canottieri Moto Guzzi“, il quale si ricicla quale componente dell’otto, che lo porta a conquistare l’ultimo alloro della sua straordinaria carriera, contribuendo infatti all’affermazione ai Campionati Europei 1958 svoltisi sul Lago Malta a Poznan, in Polonia, con a fargli compagnia nell’equipaggio anche i fedeli Cantoni e Zucchi.

Moioli viene incluso, sia pur come riserva del quattro senza e dell’otto con, anche nella spedizione per le Olimpiadi di Roma 1960, non essendo peraltro necessaria la sua presenza nei due armi che conquistano, rispettivamente, la medaglia d’argento ed un sesto posto.

E, se si deve scegliere il simbolo di quell’epoca d’oro del canottaggio azzurro e lecchese, la stessa non potrebbe che ricadere proprio su di lui che, incredibile a dirsi, il prossimo 8 agosto festeggerà ben 93 anni (nel mentre tutti i suoi compagni del tempo sono scomparsi), la quasi totalità dei quali passati in riva al Lario, dapprima come atleta e quindi come allenatore.

Un personaggio che, siamo sicuri, avrebbe fatto la felicità anche di Alessandro Manzoni.

 

VLADIMIR MOROZOV, IL CANOISTA SINONIMO DI VITTORIA, OLIMPICA O MONDIALE

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Shaparenko e Morozov sul podio del K-2 1000 a Città del Messico ’68 – da alarmy.it

articolo di Giovanni Manenti

Se una delle prime accezioni matematiche che apprendiamo nel nostro percorso scolastico recita che “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, la stessa può essere, con una certa parvenza di approssimazione, applicata anche al protagonista della nostra storia odierna, legata allo sport del remo e, in particolare, del kayak, di cui è stato protagonista assoluto per un decennio.

Già, perché Vladimir Morozov, il quale nasce il 4 marzo 1940 a Krasnovodsk, nel Turkmenistan, all’epoca appartenente all’Unione Sovietica, rappresenta il punto fermo degli armi che conquistano tre medaglie d’oro olimpiche consecutive – una nel K-2 1000 e due nel K-4 1000 – oltre a vari altri allori ai Campionati Mondiali, in quanto l’unico a farne parte in tutte e tre le edizioni dei Giochi, così che si potrebbe scherzosamente riadattare il motto sopra riportato con “invertendo i compagni di Morozov, il risultato non cambia“.

Dotato di una struttura fisica (m.1,82 per 88kg.) che esprime forza e potenza, Morozov inizia a dedicarsi al kayak a 17 anni, allenandosi nella Società delle Forze Armate, per poi trasferirsi a Kiev dove ha modo di mettere in mostra la propria abilità e quindi entrare a far parte della Nazionale sovietica già dal 1963, allorché, inserito nel quartetto della staffetta K-1 4x500m., contribuisce all’argento conquistato – assieme ai compagni Vladimir Natalukha, Vyaceslav Vinnik ed Ivan Gasonov – ai Mondiali di Jajce, in Jugoslavia, alle spalle dell’armo rumeno.

La performance del 23enne Vladimir fa sì che egli sia l’unico del quartetto ad essere confermato l’anno seguente in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, allorché deve essere composto l’equipaggio per la prova del K-4 m.1000, specialità che debutta ai Giochi, di cui fanno altresì parte Nikolai Chuzhikov, Anatoli Grishin e Vyacheslav Ionov, con solo quest’ultimo ad essere più giovane, sia pur di soli quattro mesi, di Morozov.

L’anno precedente, nel corso appunto dei Mondiali, questa gara era stata vinta dai tedeschi orientali, precedendo la Romania ed un armo sovietico composto da reduci dei Giochi di Helsinki ’52 e Melbourne ’56, interamente smantellato in un’ottica di ricambio generazionale.

Sullo specchio d’acqua del Lago Sagami, il 20 ottobre 1964, sono previste batterie e ripescaggi, per poi potersi disputare all’indomani le tre semifinali che qualificano le prime tre imbarcazioni alla finale del 22 ottobre alle 16:00 ora locale.

Inserito nella prima serie assieme ai vicecampioni mondiali della Romania, l’armo sovietico prende le misure, venendo staccato (3’15”17 a 3’18”24) di oltre tre secondi, mentre nella seconda la Germania – che ai Giochi partecipa sotto un’unica bandiera sino all’edizione di Monaco 1972 – ha vita facile su Svezia ed Jugoslavia, così che il giorno dopo, con i tre equipaggi favoriti per il podio ad essere inseriti nelle tre distinte serie di semifinale, si impongono nelle rispettive regate, con l’armo tedesco a realizzare il miglior tempo.

Se pochi dubbi possono esservi circa la composizione del podio, ben diversa è la previsione in merito all’assegnazione delle medaglie, e la finale del 22 ottobre vede i sovietici venire a capo di una volata degna di uno sprint sulle due ruote, prevalendo (3’14”67 a 3’15”39) per soli 0”72 centesimi sull’armo tedesco che, a propria volta, salva l’argento per appena 0”12 centesimi rispetto a quello rumeno.

Per Morozov è la consacrazione, anche perché quello è l’unico equipaggio battente bandiera sovietica ad andare a medaglia nel kayak, il quale viene interamente confermato tre anni dopo, in occasione dei Mondiali di Grunau, in Germania Est, per prendere il via nella massacrante prova del K-4 m.10.000, riuscendo peraltro a prevalere – con il tempo di 36’56”68, una sorta di maratona sull’acqua – nei confronti di Ungheria e Germania Orientale.

A Morozov, però, la federazione sovietica riserva l’ulteriore sforzo di far parte anche dell’equipaggio del K-4 m.1000, assieme a Georgy Karyuchin ed alla coppia formata da Aleksandr Shaparenko (uno dei più grandi fuoriclasse del kayak internazionale, all’epoca appena 20enne) e Yuri Stetsenko, che si era imposta nel K-2 m.1000, con Shaparenko ad aver fatto suo il titolo anche nel singolo, K-1 m.1000.

Pur con una formazione sulla carta imbattibile, stavolta i sovietici pagano dazio non andando oltre il bronzo, preceduti dall’equipaggio rumeno, che così vendica la sconfitta ai Giochi, e dal sorprendente armo austriaco, una conclusione che porta la dirigenza ad interrogarsi sulla composizione degli armi in vista dei successivi Giochi di Città del Messico ’68.

Con sole tre prove di kayak – K-1, K-2 e K-4 sui 1000 metri – inserite, al tempo, nel programma olimpico, la scelta cade sulla coppia Morozov/Shaparenko per quel che attiene al K-2 m.1000, con il giovane talento a cimentarsi anche nel singolo, lasciando l’equipaggio del K-4 al proprio destino, tanto da non riuscire neppure a qualificarsi per l’atto conclusivo.

Poiché le gare delle tre specialità – sia batterie che semifinali e finale – si svolgono tutte negli stessi giorni, Morozov e Shaparenko vogano al risparmio nel primo turno che va in scena il 22 ottobre 1968 sul bacino del Lago Xochimilco, per poi viceversa imporsi nella seconda delle tre semifinali, che vedono Romania ed Ungheria aggiudicarsi le altre due, mentre Shaparenko guadagna altresì l’accesso alla finale del K-1 m.1000, il cui atto conclusivo è in programma alle 10:00 ora locale del 25 ottobre.

Ma, contro ogni previsione, il 22enne di origine ucraina si fa sorprendere dall’ungherese Mihaly Hesz – peraltro argento sulla distanza quattro anni prima a Tokyo – il quale, essendosi nascosto nei primi due turni (terzo sia in batteria che in semifinale), piazza lo spunto vincente imponendosi in 4’02”63 rispetto al 4’03”58 del sovietico.

Una delusione per la quale non vi è tempo per i rimpianti, in quanto poco più di mezzora dopo, alle 10:35 ora locale, è in programma la finale del K-2 ed il conforto della presenza del più esperto Morozov, oramai 28enne, non può che essere di sollievo per il giovane Shaparenko.

Una coppia ben affiatata, che conferma la bontà della scelta della federazione, e che riesce a tenere a bada le velleità del duo ungherese composto da Csaba Giczi e Istvan Timar, così da poter riscattare il mancato oro nel singolo affermandosi con il tempo di 3’37”54 rispetto al 3’38”44 dei magiari, con ancora l’Austria ad occupare il gradino più basso del podio ed un deludente armo rumeno a concludere non meglio che sesto, mai in lizza per le medaglie.

Gioventù ed esperienza, un mix ideale negli sport del remo, che però non viene riproposto in occasione dei Mondiali di Copenaghen 1970, in cui Shaparenko fa suo il titolo nel K-1 m.1000, mentre Morozov torna all’antico amore, contribuendo al successo del K-4 m.1000 – degno capitano di un equipaggio formato anche da due ucraini, ovvero Stetsenko e Yuri Filatov, nonché da Valery Didenko, curiosamente nato anch’egli il 4 marzo, ancorché sei anni dopo il due volte campione olimpico – che si lascia alle spalle Germania Est ed Ungheria.

In vista dell’appuntamento Olimpico di Monaco ’72, la federazione sovietica ha ancora un’altra opportunità a disposizione prima di sciogliere i dubbi circa la composizione degli equipaggi che parteciperanno ai Giochi, in quanto con l’inizio degli anni ’70 la rassegna iridata inizia ad avere cadenza annuale – eccezione fatta per la stagione olimpica – ed ecco quindi che ai Mondiali di Belgrado ’71 viene data al quartetto iridato l’anno precedente la possibilità di confermarsi.

E, con Morozov nelle vesti di leader, il compito viene portato positivamente a termine in una disciplina in cui l’affiatamento rappresenta una delle componenti fondamentali, ed alla superiorità dell’armo sovietico si inchina stavolta la Germania Ovest, seguita dall’immancabile Ungheria, mentre Shaparenko, dal canto suo, vive un passaggio a vuoto dovendosi accontentare del bronzo nel K-1 m.1000.

Convinta di aver a disposizione un team capace di sbaragliare il campo, la federazione sovietica vede premiate le proprie previsioni sullo specchio d’acqua dell'”Eiskanal” di Augsburg, dove i tre equipaggi partecipanti alle prove di kayak registrano un clamoroso en plein, ad iniziare da Shaparenko, che fa suo l’oro nel K-1 m.1000 nella finale che va in scena alle 10:00 del 9 settembre 1972.

Meno di due ore dopo, alle 11:45, scendono in acqua i finalisti del K-2 m.1000, e a confermare l’oro di quattro prima a Città del Messico pensano stavolta Nikolai Gorbachev e Viktor Kratasyuk, così che, allorquando – e sono le 13:10 – il programma si conclude con la prova del K-4 m.1000, Morozov ed i suoi compagni hanno il compito di imitare i propri connazionali.

L’esito delle tre semifinali aveva indicato in Urss, Romania e Norvegia – quest’ultima impostasi nella capitale messicana nella precedente edizione dei Giochi e che conferma integralmente l’equipaggio composto da Steiner Amundsen, Tore Berger, Egil Soby ed Jan Johansen – come le più autorevoli aspiranti al podio, e l’andamento della finale non smentisce tale previsione, ma la punta che taglia per prima l’ideale linea del traguardo è ancora quella dell’armo sovietico, che si afferma con il tempo di 3’14”02, precedendo di poco più di 1” l’equipaggio rumeno che solo al fotofinish (3’15”07 a 3’15”27) riesce a prevalere su quello norvegese per l’assegnazione dell’argento.

Per Morozov, oramai 32enne, sarebbe oramai giunta l’ora del ritiro, ma il campione non vuole lasciare i suoi più giovani compagni di squadra senza aver dato loro un’ultima possibilità di affermarsi in occasione dei Mondiali che si svolgono l’anno seguente a Tampere, con il solo Stetsenko sostituito da Nikolai Gogol, più a suo agio nello sprint, essendosi affermato nel K-1 m.500 due anni prima a Belgrado (nonché bronzo nel K-2 m.500) e che nella rassegna finlandese ha già centrato l’oro nel K-2 m.500 in coppia con Pytor Greshta.

Non sempre, però, i desideri si avverano e, pur completando un’invidiabile collezione di medaglie che non lo ha mai visto scendere dal podio in competizioni olimpiche o mondiali, Morozov ed il suo equipaggio (come se si trattasse di un galeone) devono stavolta soccombere, preceduti dall’armo di un’Ungheria mai vista così forte, basti pensare che porta a casa ben 6 titoli sulle 9 prove in programma.

Per l’eccezionale contributo offerto alla causa del proprio paese, Vladimir Morozov viene insignito in ben due occasioni – nel 1969 e nel 1972 – dell’onorificenza dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro e chissà se oggi, ad 80 anni compiuti e ad avvenuta disgregazione dell’impero sovietico, sorrida o meno rispetto all’enfasi che veniva attribuita al tempo ai risultati sportivi per affermare la superiorità dell’ideologia comunista.

Di certo, i suoi compagni non potranno certo che ringraziarlo per averli condotti a spartire con loro le sue vittorie.

 

GOTTFRIED KOTTMANN, CANOTTIERE E BOBBISTA VINCENTE CHE FU TRADITO DALL’ACQUA

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Gottfried Kottmann, a sinistra – da rowing-memorabilia.de

articolo di Nicola Pucci

La storia esistenziale di Gottfried Kottmann è tanto originale e atipica, da aver prodotto risultati sportivi estremi a cui fece seguito, ahimé, una morte tragica e prematura.

Partiamo dal principio, esattamente dal 15 ottobre 1932 quando Kottmann vede la luce, a Zurigo, ed è nelle acque del lago della città, al Belvoir Ruderclub, che il ragazzo a 13 anni inizia ad appassionarsi di canottaggio, iniziando la sua avventura con i remi. Ed in effetti Gottfried ci sa fare, associato a Rolf Streuli, di un anno più grande di lui, e con il timoniere Walter Ludin, con cui va a comporre il due con che farà le fortune della Svizzera.

Nel corso degli anni Cinquanta, in effetti, Kottmann e Streuli imprimono il loro marchio al canottaggio internazionale, imponendosi agli Europei di Amsterdam del 1954, davanti ai francesi Claude Martin ed Edouard Leguery, per poi ripetere l’exploit l’anno dopo a Gand, quando i transalpini slittano in terza posizione, anticipati dai finlandesi Veli Lehtelä e Toimi Pitkänen, che chiudono alle spalle del due con elvetico che si conferma decisamente superiore al lotto della concorrenza.

Nel 1956 Peter Ruede sostituisce Ludin al timone, e nuovi avversari si profilano all’orizzonte. Come ad esempio i tedeschi Karl-Heinrich von Groddeck e Horst Arndt, che nelle acque slovene del lago di Bled strappano a Kottmann e Streuli il titolo europeo, relegandoli al secondo posto. Ci sarebbe l’occasione giusta per prendersi la rivincita, alle Olimpiadi di Melbourne che si tengono di lì a qualche mese, ma la Svizzera decide di boicottare i Giochi (ad eccezione della prova di equitazione, dove gareggia e coglie il bronzo nel dressage a squadre) per protesta all’invasione sovietica dell’Ungheria, e la coppia tedesca può tener fede al suo rango di campione d’Europa terminando sul secondo gradino del podio, alle spalle del due con americano composto da Arthur Ayrault e Conn Findlay.

La mancata partecipazione ali Giochi, e magari l’occasione persa di mettersi al collo una medaglia olimpica, convince Kottmann che sia il caso di insistere e provare a guardare al quadriennio successivo, altresì continuando ad esibirsi agli Europei con eccellenti risultati, come nel 1957 a Duisburg, dove è terzo con il quattro con, assieme all’immancabile Streuli, a Michel Buol e a Cinto Baggi, con Werner Ehrensperger timoniere, per poi l’anno dopo ancora, 1958, tornare al due con, sempre con Streuli, conquistando a Poznan il bronzo continentale, completando poi la collezione di medaglie agli Europei a Macon, nel 1959, quando sale nuovamente sul gradino più alto del podio nel quattro senza, trionfo da condividere, ovviamente, con Streuli, oltreché con Emile Ess e Hansruedi Scheller.

Avevamo aperto la storia di Gottfried Kottmann evidenziandone l’originalità e l’atipicità esistenziale, tocca dunque ora spiegarne i motivi. Detto, fatto. Non c’è svizzero che si rispetti, infatti, che non abbia almeno un pizzico di attrattiva per i giochi della neve, e Kottmann non può certo rappresentare l’eccezione, se è vero che è un campione d’acqua, come dimostrano i suoi successi nel canottaggio, ma pure un atleta abilissimo quando si siede con i compagni a bordo di un bob. Come avviene alla rassegna iridata di Cortina d’Ampezzo del 1960, quando con Max Angst, Hansjörg Hirschbühl e René Kuhl guida il bob a quattro della Svizzera tanto veloce da ottenere la medaglia di bronzo alle spalle dell’Italia del “rosso volante” Eugenio Monti, di Furio Nordio, di Sergio Siorpaes e di Renzo Alverà, e della Germania, sommando così ai successi in acqua quelli sulla neve.

Ovviamente il primo amore non si dimentica mai, e così, qualche mese dopo i Mondiali ampezzani, ecco Gottfried nuovamente alle prese con i remi, ancora in Italia, alle Olimpiadi di Roma. Ma il sogno di una medaglia olimpica sembra una maledizione, perché Kottmann, con quel quattro senza che l’anno prima aveva vinto il titolo europeo, stavolta, con Paul Koelliker e Kurt Schmid a rimpiazzare Emile Ess e Hansruedi Scheller,  non va oltre il sesto posto, ultimo in una finale che saluta il trionfo dell’armo americano che batte Italia ed Unione Sovietica.

Prototipo dell’atleta che rende al meglio quando associato a compagni di pari valore, Kottmann, che ai successi internazionali può aggiungere, a conferma della sua versatilità, anche un numero congruo di titoli nazionali sia nel canottaggio che con il bob, dopo le Olimpiadi romane si trova a dover fare i conti con il ritiro degli altri rematori. Optando, così, per la prova singola, che lo vede gareggiare agli Europei di Amsterdam del 1964, dove termina non meglio che sesto nella gara vinta dal leggendario Vyacheslav Ivanov.

Kottmann sembra aver ormai riposto ogni speranza di salire sul podio olimpico, seppur nel 1963 si sia tolto l’enorme soddisfazione di vincere la prestigiosa Diamond Challenge Sculls alla Royal Regatta, impresa in precedenza riuscita ad un solo altro canottiere rossocrociato, Ernst Rufli che si impose nel 1935 e nel 1936. E quando meno se lo aspetta, ai Giochi di Tokyo del 1964 va a prendersi quella medaglia a lungo inseguita.

Al Toda Rowing Course, dall’11 al 15 ottobre, dodici avversari agguerriti attendono Kottmann per la sfida che vale l’eternità sportiva. In primis, ovviamente, c’è Ivanov, che insegue un leggendario tris consecutivo mai riuscito a nessun canottiere dopo le vittorie di Melbourne e Roma, in secundis c’è il rivale più insidioso per il sovietico, il tedesco Achim Hill, che nel 1960 fu già secondo alle spalle di Ivanov (che è pure campione europeo e mondiale in carica), in terzis ci sono l’americano Donald Spero e l’olandese Rob Groen, che alla rassegna continentale sono saliti sui due gradini più bassi del podio remando più veloci di Gottfried.

Ma a Tokyo è proprio tutta un’altra storia, se è vero che gli stessi Hill e Spero vincono le prime due batterie segnando i due migliori tempi, rispettivamente 7’40″49 e 7’41″94, e Kottmann taglia per primo il traguardo nella terza serie, 7’43″70, garantendosi un posto in finale. Dove ad attenderlo, oltre a Hill e Spero, ci sono Ivanov, incredibilmente costretto al ripescaggio, il neozelandese Murray Watkinson, da lui battuto in batteria, e l’argentino Alberto Demiddi, per una regata risolutiva che si annuncia non del tutto scontata.

Ad onor del vero Ivanov, dopo le incertezze in batteria, riguadagna prontamente il suo status di indiscusso numero 1 del mondo, facendo gara di testa fin dai primi metri ed andando, così, a cogliere la terza vittoria olimpica consecutiva con il tempo di 8’22″51. Alle spalle del sovietico Hill si conferma l’eterno secondo, tagliando il traguardo in 8’26″24, mentre la battaglia per la medaglia di bronzo, se da un lato vede Spero “scoppiare” terminando addirittura ultimo, altresì premia la costanza di Kottmann che tiene a bada l’esuberanza di Demiddi e con il tempo di 8’29″68 infine trova soddisfazione ai suoi sogni olimpici mettendosi al collo la medaglia meno pregiata.

Poi… poi il destino decide di metterci lo zampino, e per Gottfried è la fine. Tragica. Tre settimane dopo aver ottenuto ciò per cui si era battuto per una vita sportiva intera, il 6 novembre 1964, Kottmann, che lavora per la polizia cantonale di Zurigo, nel corso di un esercizio notturno di immersione viene tradito proprio da quell’acqua grazie alla quale aveva raggiunto l’affermazione individuale, morendo annegato. Ironia della sorte, lo stesso giorno in cui altrettanto tragicamente muore, per uno schianto in automobile, Hugo Koblet, icona dello sport rossocrociato.

E così il 6 novembre 1964, di colpo, diventa il “giorno nero” dello sport svizzero. Perché non sempre gli eroi sono stati assistiti dalla dea fortuna.

LE CINQUE MEDAGLIE OLIMPICHE DEL CANOTTIERE JACK BERESFORD

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Jack Beresford nel singolo – da hear-the-boat-sing.blogspot.com  

articolo di Nicola Pucci

Tanto per rendere bene l’idea, Jack Beresford sta al canottaggio come Carl Lewis, ad esempio, sta all’atletica leggera. Già, perché se il campionissimo americano detiene il record di aver vinto medaglie nelle quattro edizioni dei Giochi a cui ha preso parte, il vogatore britannico ha fatto altrettanto andando a podio le cinque volte in cui è sceso in acque olimpiche, detenendo il primato fin quando, a far data Sydney 2000, il leggendario Steve Redgrave, altro suddito di Sua Maestà, non è riuscito nell’impresa di eguagliarlo.

Beresford è un’icona del canottaggio, ben al di là delle sue imprese a cinque cerchi. Nato nel sobborgo londinese di Chiswick il primo giorno dell’anno del 1899, è figlio di un polacco, Julius Wisniewski, che emigra a fine secolo in Inghilterra anglofonizzando il cognome in Beresford alla nascita del primogenito. Papà gareggia a sua volta per il Thames Rowing Club e alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 conquista la medaglia d’argento nel quattro con, ed è così, dunque, che il giovane Jack annusa canottaggio fin da bambino. E se quale studente della Bedford School denuncia non poco talento nel rugby, altresì è indeciso se dedicarsi anima e corpo alla palla ovale oppure scegliere la via dell’acqua seguendo le orme paterne. Ed allora tocca ad un evento drammatico sciogliere il nodo, se è vero che nel corso della Prima Guerra Mondiale, in Francia, il ragazzo, al servizio del Liverpool Scottish Regiment, viene ferito ad una gamba, il che gli impone, obtorto collo, di rinunciare al rugby e mettere il suo talento al servizio del canottaggio.

Tale padre tale figlio, verrebbe dunque da dire, anche se poi Jack otterrà risultati decisamente più congrui rispetto a Julius, a cominciare dalla vittoria nel singolo alla Diamond Challenge Sculls che gli regala la convocazione per le Olimpiadi di Anversa del 1920. E qui, in un Belgio che cerca faticosamente di riemergere dai disastri del conflitto bellico, Beresford, che alla Henley Royal Regatta trionferà altre tre volte nel triennio 1924/1926, giungendo invece secondo nel 1921 e nel 1922 battuto rispettivamente dall’olandese Frits Eijken e dall’americano Walter Hoover, così come vincerà ben sette edizioni consecutive dell’altrettanto prestigiosa Wingfield Sculls, inizia a scrivere la sua personalissima, e fortunata, storia a cinque cerchi. Nella gara di singolo Jack si trova a dover fare i conti con quel John Brendan Kelly che altri non è che il papà della principessa Grace, col quale libra una meravigliosa sfida di finale. I due campioni si equivalgono, facendo segnare, prima l’uno poi l’altro, il miglior tempo sia in batteria che in semifinale, il che lascia intendere che il 29 agosto, nelle acque del canale Willebroek di Vilvoorde, sarà battaglia all’ultima remata, come puntualmente avviene con l’americano, che mai ha potuto competere al Diamond Challenge Sculls per l’inviolabile regola secondo la quale è fatto divieto di partecipare a “operai, artigiani o lavoratori di braccio“, e Brendan lo è, che riesce proprio negli ultimi metri a mettere la sua prua davanti a quella dell’inglese.

Per la rivincita in sede olimpica tocca attendere quattro anni, quando i Giochi sono programmati a Parigi. E qui, al Bassin d’Argentuil nelle acque della Senna, dal 14 al 17 luglio 1924, Beresford ha modo di andare a meritarsi la gloria perpetua. Ad onor del vero il canottiere britannico, sconfitto in batteria dall’americano William Gilmore, è costretto a dover ricorrere ai ripescaggi per accedere alla finale, cosa che gli riesce comunque puntualmente con l’8’00″05 che gli consente di tenere agevolmente a bada l’olandese Constant Pieterse. Ed all’ultimo atto è davvero tutta un’altra storia, quando in acqua Beresford si trova al fianco non solo di Gilmore, indubbiamente il miglior canottiere americano in assenza del canadese Arthur Belyea, costretto a dare forfait complice una neurite all’anca contratta pochi giorni prima dei Giochi, ma anche dell’australiano Ted Bull e dello svizzero Josef Schneider, che sarà in carriera due volte campione d’Europa. Tutti loro, però devono inchinarsi al più forte, che a dispetto di quel che è stato in batteria, è Beresford, che prende il comando della gara fin dalle prime remate dettando un ritmo regolare, accelerando poi sensibilmente negli ultimi 500 metri con Gilmore che infine si deve inchinare, accusando al traguardo quasi 5″ di svantaggio.

Ancora qualche anno a gareggiare nella gara di singolo, e poi, nel 1928, ecco che Jack si ingaggia nel due senza in coppia con Gordon Killick, con cui si impone alla Henley Royal Regatta, sempre difendendo i colori del Thames Rowing Club, di cui nel frattempo è diventato capitano, bissando il successo anche nella gara con l’otto. Armo, appunto l’otto, con cui si presenta alla sua terza partecipazione olimpica, i Giochi di Amsterdam del 1928, che dal 3 al 10 agosto trovano ospitalità nel bacino di Sloten. Dove, ad un primo turno in cui l’otto inglese, composto anche da Hamilton, Nickalls, Badcock, Gollan, Lane, lo stesso Killick e West, con Arthur Sulley timoniere, batte non senza qualche patema l’otto italiano, fa seguito un secondo turno, questo sì senza fatica, contro la Polonia, per poi avere la meglio della Germania, accedendo alla finale con gli Stati Uniti, che schierano l’equipaggio dell’University of California, Berkeley, che battono il Canada nella seconda semifinale dopo che nella prima, per un regolamento curioso, la Gran Bretagna aveva usufruito di un bye. Ma all’atto decisivo Beresford e i suoi compagni devono inchinarsi alla superiorità dell’armo statunitense, che con il tempo di 6’03″2 anticipa gli inglesi di 2″4, relegando Beresford all’ingrato ruolo di battuto. Anche se, con una seconda medaglia d’argento dopo quella di Anversa nel 1920, già un bel posto nella storia del canottaggio Jack se l’è certamente garantito.

Il meglio deve ancora venire, almeno in sede a cinque cerchi, e nel 1932 Beresford, che vince ancora alla Henley Royal Regatta, stavolta con il quattro senza, ecco che proprio con quest’imbarcazione prende parte alla sua quarta Olimpiade. Siamo a Los Angeles, e quale miglior occasione per Jack che andare a confermarsi canottiere tra i più forti e completi di ogni tempo proprio in casa degli storici rivali? Detto, fatto. Al Long Beach Marine Stadium della città californiana, dal 10 al 13 agosto, Beresford, assieme a John Badcock che già c’era nell’otto quattro anni prima ad Amsterdam, Jumbo Edwards e Rowland George, impone all’armo americano la sua superiorità fin dalla regata di batteria, risolta a favore con il tempo di 7’13″2 contro il 7’19″4. Gli statunitensi accedono nondimeno alla finale grazie alla sfida di ripescaggio, ma non sono competitivi, terminando solo quarti, alle spalle anche di Germania ed Italia, che danno vita ad una lotta serrata per il secondo gradino del podio. Perché, per la medaglia d’oro, la corsa è riservata al quattro senza britannico, che fa gara a sé e si impone con quasi cinque secondi di vantaggio, permettendo a Jack di mettersi al collo la quarta medaglia consecutiva ai Giochi.

Che poi diventano cinque quattro anni dopo, a Berlino 1936, quando Beresford, ormai 37enne e portabandiera inglese come documentato dal film “Olympia” di Leni Riefenstahl, gareggia assieme a Leslie “Dick” Southwood nel due di coppia. Ed ancora una volta, mostrandosi formidabile in ogni disciplina del canottaggio che lo ha visto impegnato, e sotto gli occhi di Hitler, Jack completa la sua collezione di medaglie olimpiche, dando vita, nel bacino di Grunau, dal 12 al 14 agosto, ad una sfida appassionante proprio con la Germania. Le due contendenti sono inserite nella seconda batteria, e se i tedeschi Kaidel e Pirsch si impongono con un margine rassicurante di quattro secondi, obbligando il due di coppia britannico ai ripescaggi, ecco che le posizioni si invertono il giorno della finale. Gli Stati Uniti, a loro volta presenti in finale ma ben lontani dal ricoprire quel ruolo di favoriti che sembrava a loro destinato, sono subito relegati nelle posizioni di rincalzo, con Francia e Polonia a contendersi la medaglia di bronzo. Davanti, troppo lontani per il resto della concorrenza, il due di coppia tedesco tiene la testa della gara fino a 200 metri dal traguardo, quando Beresford e Sounthwood alzano il ritmo, operano il sorpasso ed infine, sotto gli occhi indispettiti del Fuhrer, vanno a cogliere la vittoria, 7’20″8 contro 7’26″2.

Jack Beresford, che affermerà che quella berlinese “è stata la regata più dolce della sua vita“, entra definitivamente nell’Olimpo dei grandi del canottaggio, e se per eguagliare le sue imprese sono dovuti trascorrere ben 64 anni, chi altri se non Steve Redgrave, inglese come lui, poteva riuscirci? Perché le acque del Tamigi, seppur limacciose, partoriscono fenomeni. Questo è poco ma sicuro.

BURNELL E BUSHNELL, IL DUE DI COPPIA CHE NON SI CONOSCEVA MA CHE VINSE L’ORO OLIMPICO A LONDRA 1948

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Burnell e Bushnell alle Olimpiadi di Londra del 1948 – da thetimes.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Provate ad immaginare cosa possa significare per un canottiere britannico dover difendere i colori del proprio paese in una Olimpiade da disputarsi davanti al pubblico amico. Se da un lato è un onore non da poco, perché partecipare ai Giochi è già di suo un’impresa affatto trascurabile, dall’altro grava sulle tue spalle, seppur poderose, tutto il macigno della responsabilità di dover esser pari alle aspettative. E nel caso di Richard Burnell e Bertram Bushnell, due di coppia inglese, le Olimpiadi di Londra del 1948 rappresentano l’apogeo di una cooperazione sorta per caso qualche settimana prima della rassegna a cinque cerchi.

Richard “Dickie” Burnell, nato il 26 luglio 1917 a Henley-on-Thames, ha il canottaggio nel sangue, se è vero che figlio di quel Charles che fu a sua volta campione olimpico nell’otto alle precedenti Olimpiadi di Londra, quelle del 1908, ed ha visto la luce proprio lì dove da sempre si disputa la Henley Royal Regatta, l’evento per canottieri più prestigioso al mondo. Impegnato nel corso della Seconda Guerra Mondiale con la London Rifle Brigade, un reggimento di volontari, Burnell, che ha appreso a lavorar di remi al Kingston Rowing Club, gareggia per il Leander Club, e se nel 1946, al termine del conflitto bellico, ha vinto il Wingfield Sculls, ecco che si presenta alle Olimpiadi del 1948 non solo in qualità di vogatore di eccellente lignaggio, ma pure come corrispondente del The Times per cui cura, ovviamente, la sezione sportiva dedicata al canottaggio.

Bertram “Bertie” Bushnell ha qualche anno di meno rispetto al compagno d’armo. Nato a Wargrave il 3 settembre 1921, è figlio di John Henry, canottiere mancato che ha dovuto abbandonare presto l’attività agonistica per provvedere alla famiglia gestendo un cantiere navale a Wargrave. Bertram ha cominciato con l’atletica leggera, per scoprire il canottaggio qualche mese prima lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ed è a sua volta un ingegnere marittimo, veste con la quale ha preso parte attiva all’evacuazione di Dunkerque. A guerra conclusa torna a gareggiare, conservando lo status di dilettante, e proprio alla Henley Royal Regatta, difendendo le chances del Maidenhead Rowing Club, si incrocia per la prima volta con Burnell, venendone sconfitto nella sfida valida per il Diamond Challenge Sculls, gara che vede impegnati i canottieri nelle regate singole. Si trasferisce in Argentina, dove si costruisce una reputazione di canottiere quasi imbattibile, conosce personalmente Juan Peron e la moglie Evita ed una volta di ritorno in Inghilterra vince a sua volta il Wingfield Sculls nel 1947, succedendo nell’albo d’oro proprio a Burnell, per poi venir sconfitto al Diamond Challenge Sculls da quel Jack Kelly che altri non è che il fratello della Principessa Grace e il figlio di John Brendan Kelly, campione olimpico nel singolo ad Anversa nel 1920 e nel due di coppia, associato a Paul Costello, sempre ad Anversa e quattro anni dopo a Parigi.

Qui si apre una parentesi curiosa. I due B&B, Burnell e Bushnell, sperano entrambi di gareggiare alle Olimpiadi di Londra del 1948 nella gara di singolo ma se Dickie è in declino e non può avanzare la sua candidatura per un posto in squadra, Bertie, che ha perso la sfida decisiva del Diamond Challenge Sculls con il poliziotto australiano Mervyn Wood, che poi vincerà l’oro ai Giochi, è stato bocciato da un osservatore di grido, il leggendario Jack Beresford, un vero e proprio mammasantissima del canottaggio britannico e mondiale se è vero che è stato campione olimpico nel singolo a Parigi nel 1924, nel quattro senza a Los Angeles nel 1932 e nel due di coppia a Berlino nel 1936, aggiungendo anche quattro successi al Diamond Challenge Sculls. Beresford ritiene che Bushnell abbia ben poche possibilità di vincere la medaglia d’oro ai Giochi nella gara di singolo, ed allora lo consiglia di accoppiarsi a Burnell, e così, a cinque settimane dall’inizio delle Olimpiadi, due canottieri che non hanno mai gareggiato insieme vanno a formare una coppia che, a conti fatti, risulterà vincente.

In effetti i due nuovi amici non hanno granché in comune, a cominciare dalle fattezze fisiche, con Dickie che è un gigante di 193 centimetri per 92 chili e siede sul sedile di poppa e Bertie, a prua, soli 67 chilogrammi distribuiti su 178 centimetri di altezza, che si vede costretto a modificare l’imbarcazione per poter ottimizzare lo sforzo comune. In più, l’estrazione sociale dei due canottieri è ben diversa, con la puzza sotto il naso e di buonissima famiglia Burnell, che frequenta i migliori College inglesi, più pane e salame Bushnell che non la manda certo a dire, e se nel mese che li separa dall’inaugurazione dei Giochi la sintonia non è proprio delle migliori, tanto che Bushnell preferisce la compagnia di Wood e Kelly jr., al momento di scendere in acqua la questione assume tutta un’altra musica.

Burnell e Bushnell entrano in gara alla Royal Regatta di Henley-on-Thames il 5 agosto, chiudendo la prima batteria al secondo posto alle spalle dei francesi Maillet/Guilbert (pare che i due inglesi si fossero fatti battere volontariamente per evitare di incontrare i danesi Ebbe Parsner e Aage Larsen, grandi favoriti della prova, in semifinale), vedendosi così costretti ai ripescaggi in cui si garantiscono il passaggio alle semifinali battendo agevolmente il due di coppia olandese, composto da Tom Neumeier ed Hendrik van der Meer, campione europeo a Lucerna nel 1947, e quello argentino.

A questo stadio della competizione, a cui accedono anche gli azzurri Mario Ustolin e Francesco Dapiram che si fermeranno nella seconda semifinale al cospetto proprio di Parsner e Larsen, Bushnell e Burnell si impongono con il tempo di 7’55″7 davanti alle imbarcazioni di Stati Uniti, che hanno una grande tradizione avendo vinto nelle prime cinque edizioni in cui il due di coppia si è disputato, e Belgio, che è l’ultimo vincitore della Double Sculls Challenge Cup, disputata una prima volta nel 1946, qualificandosi così all’atto conclusivo insieme appunto alla Danimarca e all’Uruguay, che ha in Juan Rodriguez e William Jones i suoi alfieri, che vincono le rispettive semifinali, eliminando altresì i francesi.

Il 9 agosto va in scena la finale, con tre soli equipaggi visto che il bacino di Henley non è abbastanza largo, e neppure troppo lungo visti i suoi 1900 metri, e se i sudamericani sono i primi a cedere chiudendo infine con il tempo di 7’12″4, inglesi e danesi si danno battaglia fin sulla linea d’arrivo con Bushnell e Burnell che infine mettono la loro prua davanti a quella degli avversari per imporsi in 6’51″3 contro 6’55″3 conquistando così la medaglia d’oro.

E così B&B, che non si conoscevano e non andavano neppure troppo d’accordo, confermano il titolo olimpico del due di coppia che dodici anni prima, a Berlino 1936 e sotto gli occhi del Fuhrer, aveva coronato d’oro le teste di Jack Beresford stesso e Dick Southwood. E se stavolta il pubblico inglese, numeroso ed eccitato, può spellarsi le mani dagli applausi e a giochi fatti intonare il “God save the Queen“… beh, per quei due canottieri è proprio una gran bella soddisfazione. Perché esser profeti in patria non è poi così tanto facile.

AGOSTINO ABBAGNALE E DAVIDE TIZZANO, IL DUE DI COPPIA D’ORO AD ATLANTA 1996

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Davide Tizzano ed Agostino Abbagnale – da corrieredelmezzogiorno.corriere.it

articolo di Giovanni Manenti

Conclusasi quattro anni prima a Barcellona 1992 l’era dei “fratelloni d’Italia“, Carmine e Giuseppe Abbagnale, con la medaglia d’argento alle spalle degli inglesi Greg e Jonny Searle, anche a causa dell’eliminazione dal programma olimpico degli armi del “Due con” e del “Quattro con“, il testimone in campo canottieristico è raccolto dal fratello minore Agostino che, in coppia con Davide Tizzano, si presenta ad Atlanta 1996 nella specialità del “Due di coppia“.

Ad onor del vero Agostino Abbagnale, classe 1966 e come i due fratelli più famosi nato a Pompei, e Davide Tizzano, napoletano verace di due anni più giovane a cui i medici, da adolescente, consigliarono di praticare il nuoto, non sono una novità nel panorama a cinque cerchi, avendo già conquistato l’oro nel “Quattro di coppia” a Seul 1988 unitamente a Gianluca Farina e Pietro Poli, e tentano ora una nuova impresa – dopo che Agostino si è dovuto fermare per ben cinque anni a causa di una tromboflebite che aveva rischiato di pregiudicargli il prosieguo dell’attività agonistica – in una specialità che l’anno prima, ai Mondiali di Tampere 1995, ha visto trionfare con largo margine i danesi Lars Christensen e Martin Hansen in 6’17″01, con quasi 2″50 di vantaggio sulla coppia tedesca Steiner e Volkert, con la coppia azzurra non meglio che 13esima.

In sede olimpica, nel bacino del Lake Lanier, tra il 21 e il 27 luglio, fortunatamente, le cose vanno ben diversamente, ed una prima buona notizia per l’armo azzurro deriva dal dirottamento della coppia tedesca sul “Quattro di coppia” – specialità in cui infatti vincono l’oro davanti ad Usa ed Australia – con ciò togliendo un pericoloso avversario, viceversa materializzati nelle batterie nei norvegesi Steffen Skar Undseth e Kjetil Storseth (bronzo a Tampere l’anno prima), che realizzano il miglior tempo di 6’43″35 rispetto al 6’44″01 dei francesi Frederic Kowal e Samuel Barathay ed al 6’48″22 dell’imbarcazione azzurra, con Christensen ed Hansen a loro volta vincitori della seconda batteria in 6’48″75, la più equilibrata con i tedeschi Sebastian Mayer e Roland Opfer subito alle loro spalle.

Le due semifinali ribaltano parzialmente i risultati del primo turno, con Abbagnale e Tizzano che si impongono nella prima in 6’37″49 staccando nettamente l’armo norvegese (6’40″15), ma nella seconda i francesi ottengono 6’32″86 che li pone come favoriti della finale, trascinandosi dietro, con ottimi riscontri cronometrici, anche l’armo austriaco composto da Arnold Jonke e Christoph Zerbst, argento a Barcellona 1992, (6’35″76) e quello danese (6’37″10), tutti tempi inferiori a quello realizzato dall’Italia.

Ma il canottaggio è disciplina dove, più di ogni altra, le energie si riservano per la finale, e qui gli azzurri costruiscono il successo sin dall’avvio, transitando ai 500 metri con 42/100 di vantaggio sulla Francia ed 89/100 sulla Norvegia, che recupera sui francesi a metà gara quando però l’Italia è già scappata via incrementando il margine ad 1″66 sull’armo scandinavo ed a 2″67 sui transalpini, con le altre tre imbarcazioni, compresi i danesi campioni del mondo e gli austriaci appunto vice campioni olimpici quattro anni prima a Barcellona, ormai tagliate fuori dalla lotta per le medaglie.

Ai 1500 metri la barca azzurra mantiene pressoché inalterato il distacco dagli inseguitori, con 1″59 di vantaggio sulla Norvegia, grazie allo sforzo sovrumano di un Tizzano mai così coraggioso e che a fine gara abbisognerà dell’intervento dei medici, incrementando a 2″91 il margine sulla Francia e resistendo nel finale al tentativo di rimonta di Undseth e Storseth, concludendo in 6’16″98, miglior prestazione olimpica della specialità, davanti alla stessa Norvegia (6’18″42) ed alla Francia (6’19″85).

L’Italia conquista una memorabile affermazione, l’unica del canottaggio azzurro ai Giochi di Atlanta 1996, che ricompensa soprattutto Agostino Abbagnale della sfortuna, le sofferenze ed i sacrifici che lo hanno accompagnato da Seul ad Atlanta. Ora sì il più piccolo della famiglia d’oro, che fu già argento nella specialità dell'”Otto” nell’ormai lontano 1985 ai Mondiali di Hazewinkel, si è guadagnato un posto al tavolo dei due grandi fratelli.

A LONDRA 2012 LA DEGNA CONCLUSIONE DEL DECENNIO D’ORO DI VERAS LARSEN

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Erik Veras Larsen a Londra 2012 – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel 2012 si presenta sulle acque del bacino idrico di “Dorney Lake” per la sua terza avventura olimpica, il 36enne norvegese Erik Veras Larsen ha già alle spalle un decennio di successi, periodo iniziato con l’oro nel K2-1000 ai Mondiali di Poznan 2001, cui l’anno seguente a Siviglia 2002 aggiunge l’argento nella medesima specialità e l’oro nel K1-1000, successo, quest’ultimo, replicato sia alla rassegna iridata di Zagabria 2005 che agli Europei 2004, 2005, 2007 e 2009 che, in una disciplina come la canoa, equivalgono a veri e propri Campionati Mondiali, visto che in tale manifestazione, dall’inizio del nuovo Millennio, solo il neozelandese Ben Fouhy è riuscito, nel 2003, a rompere l’egemonia del “Vecchio Continente“.

In sede olimpica, Larsen è chiamato a raccogliere la pesante eredità del connazionale Knut Hollmann, oro nel K1-1000 sia ad Atlanta 1996 che a Sydney 2000 (dove fa sua anche la gara del K1-500), dopo aver conquistato l’argento a Barcellona 1992, mentre a livello di Campionati Mondiali è salito consecutivamente sul podio in otto rassegne iridate, con tanto di 4 ori, due argenti ed altrettanti bronzi.

Compito, questo, che Larsen assolve con puntualità, aggiudicandosi la medaglia d’oro ad Atene 2004 (cui unisce il bronzo nel K2-1000 in coppia con Fjeldheim) e l’argento a Pechino 2008, battuto dal britannico Tim Brabants, già campione mondiale l’anno prima a Duisburg 2007.

Brabants che, dal canto suo, è presente anche ai Giochi di casa, unitamente ai maggiori pretendenti al podio costituiti dal tedesco Max Hoff, oro iridato 2009 e 2010, lo svedese Anders Gustafsson, argento ai Mondiali 2009 e 2011, ed il campione iridato in carica di Szeged 2011, il canadese Adam Van Koeverden, già bronzo a Dartmouth20’09.

Davvero un “cast” di eccezione, che si mette in mostra sin dalle batterie, le cui tre serie vengono vinte da Van Koeverden, Gustafsson e dal danese René Poulsen, che nella terza precede Hoff e Larsen, tanto da comporre, appena un’ora e mezza dopo, semifinali accesissime che promuovono alla finale dell’8 agosto tutti i favoriti, ma con Van Koeverden – vincitore della prima in 3’28″209 davanti a Larsen – ed Hoff – che si afferma nella seconda in 3’29″204 precedendo il bielorusso Aleh Yurenia (bronzo mondiale 2010) e Gustafsson – a farsi preferire nei relativi pronostici.

Ma si sa quanto l’esperienza conti in questo genere di manifestazioni ed il norvegese, di sei anni più anziano sia di Van Koeverden che di Hoff, entrambi nati nel 1982, fa valere questo punto a suo favore, concludendo una straordinaria carriera con il suo secondo oro olimpico al termine di una gara dallo stesso dominata e conclusa in 3’26″462, con quasi 1″ di vantaggio su Van Koeverden, che precede Hoff per l’argento, con il tedesco che si riscatterà l’anno dopo, vincendo il suo terzo oro iridato ai Mondiali di casa a Duisburg 2013.

Come si suol dire, per Erik Veras Larsen una chiusura in bellezza, vero?