A LONDRA 2012 LA DEGNA CONCLUSIONE DEL DECENNIO D’ORO DI VERAS LARSEN

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Erik Veras Larsen a Londra 2012 – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel 2012 si presenta sulle acque del bacino idrico di “Dorney Lake” per la sua terza avventura olimpica, il 36enne norvegese Erik Veras Larsen ha già alle spalle un decennio di successi, periodo iniziato con l’oro nel K2-1000 ai Mondiali di Poznan 2001, cui l’anno seguente a Siviglia 2002 aggiunge l’argento nella medesima specialità e l’oro nel K1-1000, successo, quest’ultimo, replicato sia alla rassegna iridata di Zagabria 2005 che agli Europei 2004, 2005, 2007 e 2009 che, in una disciplina come la canoa, equivalgono a veri e propri Campionati Mondiali, visto che in tale manifestazione, dall’inizio del nuovo Millennio, solo il neozelandese Ben Fouhy è riuscito, nel 2003, a rompere l’egemonia del “Vecchio Continente“.

In sede olimpica, Larsen è chiamato a raccogliere la pesante eredità del connazionale Knut Hollmann, oro nel K1-1000 sia ad Atlanta 1996 che a Sydney 2000 (dove fa sua anche la gara del K1-500), dopo aver conquistato l’argento a Barcellona 1992, mentre a livello di Campionati Mondiali è salito consecutivamente sul podio in otto rassegne iridate, con tanto di 4 ori, due argenti ed altrettanti bronzi.

Compito, questo, che Larsen assolve con puntualità, aggiudicandosi la medaglia d’oro ad Atene 2004 (cui unisce il bronzo nel K2-1000 in coppia con Fjeldheim) e l’argento a Pechino 2008, battuto dal britannico Tim Brabants, già campione mondiale l’anno prima a Duisburg 2007.

Brabants che, dal canto suo, è presente anche ai Giochi di casa, unitamente ai maggiori pretendenti al podio costituiti dal tedesco Max Hoff, oro iridato 2009 e 2010, lo svedese Anders Gustafsson, argento ai Mondiali 2009 e 2011, ed il campione iridato in carica di Szeged 2011, il canadese Adam Van Koeverden, già bronzo a Dartmouth20’09.

Davvero un “cast” di eccezione, che si mette in mostra sin dalle batterie, le cui tre serie vengono vinte da Van Koeverden, Gustafsson e dal danese René Poulsen, che nella terza precede Hoff e Larsen, tanto da comporre, appena un’ora e mezza dopo, semifinali accesissime che promuovono alla finale dell’8 agosto tutti i favoriti, ma con Van Koeverden – vincitore della prima in 3’28″209 davanti a Larsen – ed Hoff – che si afferma nella seconda in 3’29″204 precedendo il bielorusso Aleh Yurenia (bronzo mondiale 2010) e Gustafsson – a farsi preferire nei relativi pronostici.

Ma si sa quanto l’esperienza conti in questo genere di manifestazioni ed il norvegese, di sei anni più anziano sia di Van Koeverden che di Hoff, entrambi nati nel 1982, fa valere questo punto a suo favore, concludendo una straordinaria carriera con il suo secondo oro olimpico al termine di una gara dallo stesso dominata e conclusa in 3’26″462, con quasi 1″ di vantaggio su Van Koeverden, che precede Hoff per l’argento, con il tedesco che si riscatterà l’anno dopo, vincendo il suo terzo oro iridato ai Mondiali di casa a Duisburg 2013.

Come si suol dire, per Erik Veras Larsen una chiusura in bellezza, vero?

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KATHLEEN HEDDLE E MARNIE McBEAN, LE RAGAZZE D’ORO DEL CANOTTAGGIO CANADESE

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Marnie McBean e Kathleen Heddle con l’Oro di Barcellona ’92 – da:olympic.ca

Articolo di Giovanni Manenti

Nel progressivo allargamento anche al settore femminile delle varie Discipline olimpiche, il Canottaggio vede un tale ingresso risalente ai Giochi di Montreal 1976, con sei specialità – Singolo, Due di coppia, Quattro di coppia, Due senza, Quattro con ed Otto con – di cui il solo Quattro con viene poi sostituito dal Quattro senza a Barcellona ’92 per poi essere abbandonato in favore del Due di coppia pesi leggeri, salvo essere reintegrato nel programma in occasione delle Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno …

Inutile dire che, in uno Sport dove la fatica e la forza fisica hanno un valore predominante, le atlete dell’Europa dell’Est dimostrano una superiorità imbarazzante, facendo loro tutte e sei le medaglie d’Oro di Montreal (quattro successi per la Germania Est e due della Bulgaria), nonché 15 delle 18 (!!) medaglie in palio, con le ragazze dell’ex Repubblica Democratica tedesca a cogliere l’argento in occasione delle due vittorie bulgare nel Due di coppia e nel Quattro senza.

Situazione chiaramente confermata quattro anni dopo a Mosca ’80, data anche l’assenza di buona parte del Mondo occidentale a seguito del boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter con un en plein per quanto concerne i sei podi interamente appannaggio dell’Europa orientale, con nuovamente la Germania Est a fare da padrona, con 4 Ori, un argento ed un bronzo.

Chiaramente impossibilitata a ribadire tale supremazia ai Giochi di Los Angeles ’84 a causa del contro boicottaggio imposto da Mosca ai Paesi del blocco sovietico – anche se il buon nome dell’Europa orientale viene tenuto alto dalla Romania che, presente in California, fa sue 5 delle 6 gare in programma, lasciando alle padroni di casa il solo successo nell’Otto con – ecco che la Germania Est non fa sconti in occasione della Rassegna di Seul ’88, con le proprie rappresentanti a salire sul gradino più alto del podio in 5 occasioni, lasciando alle altre solo il successo nel Due senza, peraltro appannaggio della coppia rumena …

Solo in occasione delle Olimpiadi di Barcellona ’92 – ad avvenuta disgregazione dell’impero sovietico – si ha una più equa ripartizione delle medaglie, con la sola rumena Elisabeta Lipa ad affermarsi nel Singolo, mentre la Germania unificata può fare affidamento sulle ex vogatrici della parte orientale per aggiudicarsi l’Oro nel Due e Quattro di coppia, con quest’ultimo armo a vedere tra le componenti Birgit Peter e Kristina Mundt, già trionfatrici quattro anni prima in Corea …

Ma la sorpresa dell’edizione catalana dei Giochi – per quel che riguarda il Canottaggio femminile – giunge dal Canada, che sino ad allora mai aveva visto un proprio armo conquistare una medaglia d’Oro e che, viceversa, stavolta si impone come “Nazione regina” di tale disciplina, con tre successi ed il bronzo nel Singolo della 28enne Silken Laumann, già terza nel Due di coppia a Los Angeles ’84 e che si ripeterà quattro anni dopo ad Atlanta cogliendo l’argento nel Singolo, inchinandosi solo di fronte alla fuoriclasse bielorussa Ekaterina Karsten …

Ed, in questo tuffo nell’Oro, emerge la “coppia vincente” del Canottaggio canadese, destinata ad entrare nella Storia di questo Sport, formata dalla 26enne Kathleen Heddle e dalla 24enne Marnie McBean, entrambe provenienti dalla Provincia della British Columbia …

Nata a Trail il 27 novembre 1965, la Heddle si dedica, nel suo primo biennio alla “University of British Columbia, per poi cimentarsi nel Canottaggio che diviene la sua unica attività agonistica negli anni a venire, cogliendo sin da subito un significativo successo nel Due senza ai “Giochi Panamericani” di Indianapolis 1987, in coppia con Kirsten Barnes.

Non selezionata per le Olimpiadi di Seul ’88, la Heddle sfiora il podio con due quarti posti nel Quattro senza ai Mondiali di Bled 1989 e dell’anno seguente in Tasmania – dove l’unica medaglia canadese giunge ancora dalla citata Silken Laumann nel Singolo, preceduta dalla fortissima tedesca orientale Birgit Peter – per poi vivere il suo “Quinquennio d’Oro” grazie all’abbinamento con Marnie McBean, già sua compagna d’armo nelle due citate Rassegne iridate.

Quest’ultima, nata a Vancouver il 28 gennaio 1968, manifesta sin dalla giovane età una naturale predisposizione per tale specialità, tant’è che, appena 18enne, coglie un significativo terzo posto nel Due senza ai Campionati Mondiali Juniores, ma è poi, dopo i riferiti piazzamenti iridati, che decide di far coppia con la Heddle, un binomio che fa la fortuna di entrambe …

Nel biennio 1991-’92, difatti, la coppia non conosce sconfitte, a cominciare dai Mondiali di fine agosto ’91 a Vienna, dove si impone nella Finale del Due senza, avendo nettamente la meglio (6’57”42 a 6’59”55) sulle tedesche Stefani Werremeier ed Ingeburg Althoff, per poi contribuire, quali componenti dell’equipaggio, al successo anche con l’Otto con, in cui l’armo canadese prevale di stretta misura (6’28”20 a 6’28”73) su quello sovietico, in una Rassegna che vede il “Paese dalla foglia d’acero” trionfare anche nel Quattro senza e nel Singolo con la più volte ricordata Laumann …

Uno schieramento largamente confermato l’anno seguente in Catalogna sul campo di gara dello “Estany de Banyoles” nella Provincia di Girona, dove hanno luogo le regate olimpiche, con una sola variante nella composizione del Quattro con, mentre sono confermate 6 delle 8 componenti dell’equipaggio dell’Otto con, tra cui ovviamente il duo Heddle(McBean …

Qualificatesi per la Finale del Due senza in programma l’1 agosto 1992 senza dover ricorrere a ripescaggi, le due canadesi si ritrovano nuovamente a duellare a colpi di remi con la coppia tedesca (con la Althoff ora Signora Schwerzmann …) da loro superata l’anno prima in Australia, ed anche se stavolta la resistenza delle rappresentanti del Vecchio Continente è un tantino maggiore, il margine di sicurezza sulla linea d’arrivo (7’06”22 a 7’07”96) è comunque quanto mai rassicurante.

Dopo che nella stessa giornata fa sua la medaglia d’Oro anche l’equipaggio del Quattro senza, ecco che all’indomani Kathleen e Marnie sono pronte a dare il loro contributo al successo nella prova dell’Otto con, in cui l’armo Nordamericano fornisce una prova di indiscussa superiorità completando la propria fatica nell’eccellente tempo di 6’02”62, così da infliggere un distacco di oltre 5” (6’06”26) alla Romania, con la Germania a cogliere il bronzo.

Sicuramente la più talentuosa delle due, la McBean tenta, l’anno seguente ai Mondiali di Racice ’93, nella Repubblica ceca, l’avventura nel Singolo, peraltro ben comportandosi, visto che conquista l’argento, preceduta (7’26”00 a 7’27”42) dalla sola tedesca Jana Thieme, per poi peraltro tornare a gareggiare con la Heddle dall’edizione successiva della Rassegna iridata, che si svolge ad Indianapolis, sul bacino dello “Eagle Creek Park”, a metà settembre 1994, cambiando però specialità, ovvero trasferendosi dal Due senza al Due di coppia …

L’esordio con il nuovo armo vede la “Straordinaria Coppia” pagare dazio, sorpresa (6’45”30 a 6’46”17) dalle neozelandesi Philippa Baker e Brenda Lawson – per quella che resta peraltro l’unica medaglia del Canada al Mondiale – salvo prendersi la rivincita l’anno seguente nell’incantevole scenario del Lago Kaukajarvi di Tampere, in Finlandia, dove, con le oceaniche a concludere terze, riescono ad avere la meglio, in un finale incandescente, sull’equipaggio olandese formato da Eeke van Nes ed Irene Eijs per l’inezia (6’55”76 a 6’55”84) di soli 0”08 centesimi.

E, come in occasione del biennio 1991-’92, Kathleen e Marnie sfruttano la Rassegna iridata quale “Prova Generale” di quella che sarà la loro partecipazione olimpica della successiva stagione, gareggiando anche nel Quattro di coppia (assieme a Larissa Biesenthal e Diane O’Grady …), nella cui Finale mettono ancora di stretta misura la punta della loro imbarcazione davanti (6’43”02 a 6’43”22) a quella olandese, solo per essere però precedute dal quartetto tedesco, vittorioso con largo margine in 6’40”80.

Anche in questa circostanza, Heddle e McBean hanno rappresentato l’unico titolo iridato canadese – mentre nel computo delle medaglie va aggiunto anche l’argento dell’eterna Laumann nel Singolo – e, con una concorrenza sempre più agguerrita, l’appuntamento sul “Lake Lanier” in occasione dei Giochi di Atlanta 1996 si presenta quanto mai incerto …

Ciò nonostante, allorché al mattino del 27 luglio 1996 le imbarcazioni scendono in acqua per posizionarsi al via della Finale del Due di coppia, i favori del pronostico pendono dalla parte delle più esperte canadesi (oramai 30enne la Heddle e già con 28 primavere alle spalle la McBean) le quali fanno fede alle previsioni della vigilia andando a mettersi al collo la loro terza medaglia d’Oro olimpica imponendosi di forza con il tempo di 6’56”84, nel mentre le “eterne piazzate” olandesi Eijs/van Nes vengono nuovamente beffate nella lotta per l’argento, stavolta (6’58”35 a 6’58”72) dalla coppia cinese formata da Cao Mianying e Zhang Xiuyun …

Con ancora la Laumann argento nel Singolo, al pari dell’Otto con – il che fa del Canada l’unica Nazione ad aggiudicarsi quattro medaglie in campo femminile – il giorno seguente lo stesso equipaggio capace di cogliere l’argento iridato l’anno precedente a Tampere, spera di ripetersi nella Finale del Quattro di coppia, considerata la superiorità dell’imbarcazione tedesca, che difatti non ha difficoltà ad imporsi in 6’27”44, ma, una volta tanto, tocca all’armo canadese venire beffato al fotofinish per una bava di appena 0”02 centesimi (6’30”36 a 6’30”38) dal quartetto ucraino.

Divenute oramai le più medagliate nella Storia del Canottaggio canadese, il binomio si scioglie a causa del ritiro dall’attività agonistica da parte della Heddle, il cui ruolo è stato peraltro determinante nei successi dei vari armi, una vera leader, “alle cui parole tutte tacevano e si adeguavano”, al pari della calma e tranquillità che sapeva infondere alle compagne come in occasione dei Giochi di Barcellona ’92, quando seppe stemperare le preoccupazioni derivanti dall’infortunio alla schiena di una delle componenti dell’equipaggio, per cui si rese necessaria la relativa sostituzione, con i risultati che abbiamo già descritti …

Priva della sua insostituibile partner, la McBean salta la stagione 1997, per poi ripresentarsi, oramai a 30 anni compiuti, ai Mondiali di Colonia ’98, Rassegna in cui completa la propria collezione di medaglie con l’argento nel Quattro senza ed il bronzo con l’Otto con, per poi, l’anno seguente, tentare nuovamente la carta del Singolo alla Rassegna iridata che si svolge proprio in Canada, al “Royal Canadian Henley Rowing Course” di Saint Catharines, nell’Ontario, ma, ironia della sorte, la stessa rappresenta l’unica edizione in cui non va a medaglia, classificandosi non meglio che sesta nella Finale appannaggio dell’eterna bielorussa Karsten.

Il sogno di Marnie di partecipare ad una terza Olimpiade di “Giochi di fine Millennio” di Sydney 2000 viene infranto da un infortunio alla schiena che la porta a considerare sia giunto anche per lei il momento del ritiro e così avviene, avendo oramai scritto, assieme all’inseparabile compagna Kathleen, una pagina indelebile nella Storia del Canottaggio femminile del proprio Paese che, per inciso, non è ancora riuscito, ad oggi, a conquistare un altro Oro nelle successive edizioni dei Giochi …

 

IL BACIO D’ORO DI OLGENI E SCATTURIN NEL DUE CON ALLE OLIMPIADI DI ANVERSA 1920

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Il bacio tra Olgeni e Scatturin ad Anversa 1920 – da carotenuto.blogautore.repubblica.it

articolo di Nicola Pucci

Ben prima che i fratelloni Abbagnale, Giuseppe e Carmine, accompagnati dal leggendario timoniere Peppiniello Di Capua, scrivessero la pagina più memorabile della storia del canottaggio italiano dominando nella categoria del due con, altri azzurri seppero farsi onore con l’armo forse più prestigioso. E furono gli anni in cui, lungi dall’essere apparsa la televisione, e con l’ausilio di qualche sparuto fotografo, le loro imprese si ammantarono dell’alone dell’epica.

Il due con, in effetti, torna ad essere disciplina olimpica del canottaggio ad Anversa nel 1920 dopo esser stata disputata nel 1900 a Parigi, quando ad imporsi furono gli olandesi Brandt e Klein. Sono iscritte quattro squadre, e tra queste c’è l’Italia, che si compone dei due rematori veneziani Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, e del timoniere Guido De Filip, che ha solo quindici anni.

Olgeni, classe 1883, ha carriera lunghissima, se è vero che già nel 1905 è argento nel quattro con agli Europei di Gand, curiosamente in Belgio, collezionando la prima di una serie di otto medaglie continentali, di cui tre d’oro, nel 1906 a Pallanza nel due con associato a Scipione Del Giudice (timoniere Giuseppe Mion), nel 1908 a Lucerna nel quattro con condividendo la fatica con Mario Tres e i due fratelli Del Giudice, Brenno e appunto Scipione (sempre Mion timoniere), e nuovamente nel due con a Como nel 1911 quando fa coppia con Enrico Bruna (timoniere G.Graziadei). Scatturin, pure lui canottiere del circolo Bucintoro (che prende il nome dalla mitica imbarcazione dei Dogi di Venezia), ha dieci anni di più, classe 1893, e se nel 1910, agli Europei di Ostenda, trova posto sul podio terminando secondo con l’otto, proprio qui, ancora in Belgio, si associa per la prima volta con Olgeni, avviando un sodalizio che porterà in dote frutti copiosi al canottaggio tricolore. E poi, appunto, al timone, c’è De Filip, che deve compiere ancora 16 anni, lo farà il 21 settembre, e che si appresta ad entrare nell’albo dei record dello sport italiano.

I favori del pronostico sono per i francesi, anche se la coppia Giran/Plé che ha vinto i campionati europei disputati a Macon proprio qualche settimana prima dei Giochi, partecipa alla gara del due di coppia (arriverà terza, alle spalle anche della coppia italiana composta da Erminio Dones/Pietro Annoni, medaglia d’argento), lasciando il due con a Poix/Bouton, con timoniere Barberolle, che hanno invece vinto la Coppa Interalleati nel 1919.

L’Italia compete nella prima batteria, prevalendo nettamente sul Belgio con il tempo di 8’10″0, mentre proprio Francia e Svizzera, che schiera Edouard Candeveau ed Alfred Felber, concorrono da sole in due batterie separate, il che rende puramente indicativo il responso cronometrico, che nel caso dei transalpini fissa il tempo in 9’15″0 e per gli elvetici in un non certo più probante 8’50″0.

In finale, il 29 agosto, lungo il Canale Willebroe, la gara è serrata, con Poix/Bouton che tengono a lungo il comando, dopo l’iniziale sprazzo della Svizzera, prima di venir superati dall’imbarcazione italiana, che vince con il tempo di 7’56″0, di un secondo davanti proprio ai transalpini che a loro volta anticipano di un soffio la Svizzera.

Per l’Italia è la prima medaglia d’oro nella storia olimpica del canottaggio, celebrata con un bacio immortalato dai fotografi dell’epoca. Olgeni e Scatturin, così come De Filip, entrano di forza nell’albo d’oro del canottaggio, e, statene pur certi, non sarà certo l’ultima vittoria tricolore a cinque cerchi. Passando pure per l’argento che ancora Olgeni e Scatturin faranno loro quattro anni dopo a Parigi, battuti per la miseria di 60 centimetri (!!!) proprio dagli svizzeri Candeveau e Felber, bronzo ad Anversa, che si prenderanno una dolorosa, per i colori italiani, rivincita.

PERTTI KARPINEN E PETER-MICHAEL KOLBE, UN DECENNIO DI RIVALITA’ A COLPI DI REMO

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Kolbe, Karppinen ed il canadese Mills sul podio di Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

La rivalità, si sa, è il sale dello Sport, ma mentre nelle discipline di squadra questa riguarda più che altro le rispettive tifoserie – non di rado, anche a causa dei relativi trasferimenti, i giocatori diventano amici anche fuori dai terreni di gioco – in quelle individuali esse sono il pane per gli appassionati, nonché per i media che vi costruiscono articoli e servizi sia di presentazione dei vari eventi che a commento degli stessi.

L’elenco è lunghissimo, solo per citarne alcuni possono venire a mente le sfide tra Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, Alì e Frazier, Borg e McEnroe e così via, ma ve ne è stata una che non ha avuto nulla da invidiare rispetto alle citate, ancorché verificatasi in uno Sport non di primissimo piano, soprattutto da un punto di vista televisivo, vale a dire il Canottaggio.

Anche tale disciplina è per lo più un’attività di squadra (dal due senza sino all’otto con timoniere), ma vi è la specialità del singolo che assorbe in sé un fascino del tutto particolare, e sono proprio due protagonisti della stessa l’esempio del nostro odierno racconto, che dimostra altresì come il destino sia a volte beffardo nel distribuire allori …

I due grandi ed indiscussi dominatori della specialità per un decennio sono un finlandese, Pertti Karpinen, ed un tedesco occidentale, Peter-Michael Kolbe, accomunati, oltre che dalla “lettera K” con cui iniziano i rispettivi cognomi, dall’essere quasi coetanei, in quanto nati entrambi nel 1953, il 17 febbraio ad Askainen il primo ed il 2 agosto ad Amburgo il secondo.

Ciò comporta che seguano un pressoché identico percorso di crescita, che li porta per la prima volta a scontrarsi in acqua in occasione dei Campionati Europei di Mosca ’73, dove Kolbe si mette al collo la sua prima medaglia d’oro, mentre Karppinen fallisce l’accesso alla Finale, una superiorità, quella del tedesco, ribadita due anni dopo in occasione dei Campionati Mondiali di Nottingham ’75, allorché il 30 agosto inaugura la sua lunga serie di titoli iridati, affermandosi con il tempo di 7’10”80, nel mentre il finlandese resta ai margini del podio, quarto alle spalle anche dell’irlandese Sean Drea e del tedesco orientale Martin Winter.

Logico che, con questi risultati dalla sua parte, Kolbe sia il favorito per salire sul gradino più alto del podio in occasione delle successive Olimpiadi di Montreal ’76, considerata altresì la pressoché nulla tradizione finnica in tale disciplina, capace solo di raccogliere un misero bronzo nel “Quattro senza” ai Giochi di Helsinki ’52.

Pronostico che sembra trovare conferma, allorché nelle batterie che si svolgono il 18 luglio ’76 al “Notre Dame Island Olympic Basin” della Metropoli canadese Kolbe si aggiudica con irrisoria facilità la prima serie, di cui fa parte anche Karppinen, il quale non va oltre il quarto posto, il che lo costringe al ripescaggio – peraltro vinto d’autorità – per accedere alle semifinali del 23 luglio.

Inserito nella prima assieme ad un altro aspirante al podio quale il connazionale orientale Joachim Dreifke, Kolbe risparmia energie, assicurandosi un posto in Finale giungendo alle spalle dell’argentino Ricardo Ibarra (con Dreifke terzo …), mentre Karppinen continua a “nascondersi” riuscendo a malapena a staccare il biglietto per la regata conclusiva, terzo nella seconda serie alle spalle del già citato irlandese Drea ed al sovietico Mykola Dovhan.

La Finale è fissata per le ore 11:55 del 25 luglio ’76, con Kolbe e Karppinen a stretto contatto in acqua1 ed acqua2 rispettivamente, mentre Dreifke è in acqua4 e Drea in acqua5, in una tarda mattinata caratterizzata da un forte vento che rende particolarmente difficile il compito dei canottieri.

Come sua abitudine, il Campione mondiale in carica impone alla gara un ritmo elevato da 35 battute al minuto in avvio, che lo porta a transitare in 1’47”10 ai 500 metri vantando già un ampio margine sul resto dei suoi avversari, con Karppinen a lottare con Ibarra per evitare l’ultimo posto.

Al passaggio di metà gara, dove transita in 3’38”04, Kolbe sembra oramai irraggiungibile, con gli altri finalisti a disputarsi i restanti posti del podio, eccezion fatta per l’argentino che ha oramai alzato bandiera bianca, e con Karppinen che non ha ancora annullato il distacco dalle imbarcazioni che lo precedono.

Dopo aver mantenuto una frequenza di 32 colpi al minuto sino ai mille metri, Kolbe inizia a ridurre la stessa nella seconda parte della regata, mantenendosi sulle 31 battute nel terzo quarto di gara, scorcio in cui Karppinen dà inizio alla sua rimonta, affiancando Dreifke e Drea, mentre anche il sovietico cede alla distanza.

Al rilevamento dei m.1500, Kolbe è ancora in testa con il tempo di 5’35”95, ma ha ben davanti agli occhi, essendo nella corsia accanto, un Karppinen che, colpo su colpo, sta riducendo il distacco, avendo già superato Drea e Dreifke, e non deve essere una situazione per nulla piacevole sentire la fatica accumularsi nei propri muscoli con un avversario che ti sta rimontando, pur avendo, a questo punto, ancora due imbarcazioni di vantaggio …

E così, quella che sembrava una sfida oramai decisa, regala viceversa un finale quanto mai emozionante, con il tedesco quasi paralizzato ed il finlandese a completare la rimonta a meno ai 100 metri dal traguardo, per poi andare a trionfare (7’29”03 a 7’31”67) su di un esausto Kolbe, mentre il podio è completato da Dreifke, ancorché a debita distanza.

Per il Campione iridato una delusione pazzesca, avendo per larghi tratti assaporato la gioia dell’oro olimpico, che al contrario Karppinen regala per la prima volta al proprio Paese, tanto da aver bisogno di prendersi un “anno sabbatico” e rinunciare ai Mondiali di Amsterdam ’77, dove, peraltro, Karppinen viene sconfitto – e pure nettamente (7’12”22 a 7’15”53) da Dreifke, con Dovhan in terza posizione.

Ritrovata fiducia e convinzione nei propri mezzi, Kolbe torna a primeggiare l’anno seguente, in cui domina la Finale iridata sul Lago Karapiro, in Nuova Zelanda, infliggendo quasi 2” di distacco (7’06”01 a 7’08”35) al connazionale della parte orientale Rudiger Reiche, in una Finale che vede Karppinen concludere, desolatamente e staccatissimo, al sesto ed ultimo posto …

Non sono in pochi a ritenere che l’impresa di Montreal abbia rappresentato per il 26enne finlandese un fatto episodico, ma una delle sue maggiori qualità è proprio quella di smentire puntualmente i propri denigratori, cosa che, difatti, accade l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali ’79 che si svolgono a Bled, in Jugoslavia, ed in cui scende per la prima volta sotto i 7’ netti, andando a trionfare in 6’58”27, lasciando a debita distanza i due tedeschi a duellare (7’04”60 a 7’06”55) per le piazze d’onore, con Kolbe a mettere ancora la propria prua davanti a quella di Reiche.

Due titoli iridati ed un argento olimpico per il tedesco, un oro olimpico ed uno mondiale per il finlandese, tutti si aspettano una sorta di “resa dei conti” alle prossime Olimpiadi di Mosca ’80, ma la mai troppo scellerata decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare tale edizione dei Giochi – con conseguente adesione della Germania Ovest quale Paese alleato – priva gli appassionati di una sfida che avrebbe avuto del sensazionale, data anche la piena maturità dei due contendenti, entrambi 27enni.

Privo del confronto con il suo eterno rivale, Karppinen non ha eccessive difficoltà nel bissare l’oro di Montreal, infliggendo un distacco di oltre 5” in batteria al tedesco orientale Peter Kersten, così come ad oltre 3” giunge l’atleta di casa Vasily Yakusha nella prima semifinale, mentre il ruolo di favorito lo porta a “copiare” l’assente Kolbe come tattica di gara nella Finale del 27 luglio ’80, pagando un po’ nel finale, rischiando la rimonta (7’09”61 a 7’11”66) da parte di Yakusha, sofferenza immortalata dalle telecamere che lo inquadrano, sfinito, dopo l’arrivo.

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Yakusha, Karppinen e Kersten sul podio ai Giochi di Mosca ’80 – da:gettyimages.it

Una prestigiosa conferma, ma che da un punto di vista squisitamente tecnico perde parte del suo valore per l’assenza del “confronto diretto” con il suo più acerrimo rivale, una circostanza di cui anche Karppinen è senz’altro consapevole, visto che nel quadriennio post olimpico si dedica al “due di coppiaassieme al fratello minore Reima, con cui coglie l’argento iridato ai Mondiali di Monaco di Baviera ’81, alle spalle dei tedeschi orientali Kroppelien e Dreifke, per poi concludere non meglio che in quinta e quarta posizione alle due successive rassegne di Lucerna ’82 e Duisburg ’83.

Il tutto mentre Kolbe, dal canto suo, incrementa la propria collezione di titoli iridati aggiudicandosi l’oro del singolo nelle due edizioni in terra tedesca, con il netto successo (7’45”32 a 7’48”90) a Monaco ’81 sul connazionale orientale Reiche – che poi si impone l’anno seguente su Yakusha, sfruttando l’assenza di Kolbe – ed a Duisburg ’83 sull’altro rappresentante della Germania Est Uwe Mund, rassegna dove, peraltro, fa il suo ingresso nell’elite del Canottaggio mondiale un altro grande interprete della specialità, ovverossia il 19enne tedesco orientale Thomas Lange, che fa suo il titolo nel “due di coppia” assieme ad Uwe Heppner.

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Peter-Michael Kolbe ai Mondiali di Monaco ’81 – da:gettyimages.ca

Lange che, a propria volta, è costretto a rinunciare al suo primo appuntamento a cinque cerchi a causa del “contro boicottaggio” imposto da Mosca ai Paesi del blocco sovietico in vista delle Olimpiadi di Los Angeles ’84, rassegna che, al contrario, vive sulla “sfida all’ultimo colpo di remo” tra Kolbe e Karppinen, con quest’ultimo ad inseguire il primato stabilito dal leggendario sovietico Vyacheslav Ivanov, unico nella Storia dei Giochi ad essersi aggiudicato tre ori consecutivi nel singolo, da Melbourne ’56 a Tokyo ’64.

Curiosa questa similitudine numerica a 20 anni esatti di distanza – Melbourne ‘56/Montreal ’76, Roma ‘60/Mosca ’80 e Tokyo ‘64/Los Angeles ’84 – a cui non sappiamo se l’asso finlandese abbia fatto caso per darsi un’ulteriore spinta morale alla ricerca di un tale traguardo, anche se di certo vi è che Kolbe ha in mente di far il possibile e l’impossibile affinché ciò non venga realizzato …

E chissà se sia stato frutto di casualità o di volontà specifica degli organizzatori quello di inserire entrambi nella prima delle tre batterie – che, a differenza delle passate edizioni, qualifica di diritto alle semifinali solo il vincitore – così da fornire al pubblico un “succoso antipasto” della sfida senza pronostico da tutti attesa, e stavolta è Kolbe a risparmiarsi, facendo andar via il bicampione olimpico, per poi non aver problema alcuno ad imporsi nei ripescaggi.

Le semifinali del 2 agosto ’84 vedono, al contrario, i due favoriti impegnati nelle due distinte serie che li vedono entrambi vittoriosi, anche se con maggior fatica per il tedesco, insidiato si sulla linea del traguardo (7’22”24 a 7’22”42) dall’argentino Ibarra che, come 8 anni prima a Montreal, dà il massimo per accedere alla Finale.

Atto conclusivo che si svolge il 5 agosto ’84 sulle acque del Lago Casitas per quella che gli americani chiamano “A two horses race” (“Una corsa tra due cavalli”), stante l’abissale differenza che vi è tra il resto dei finalisti ed i due pluridecorati, i quali, in effetti, fanno gara a sé.

Ma, a differenza di quanto avvenuto nella rassegna canadese, stavolta Karppinen, sorteggiato in acqua1, non lascia andar via Kolbe (in acqua4), con i due a mandare in scena una sfida epica che li vede duellare “punta a punta”, sia pur con sempre un leggero margine a favore del tedesco sino alla boa dei -250metri all’arrivo, dove lo scandinavo si esibisce nel suo proverbiale “rush finale” che stronca la resistenza del suo avversario per andare a trionfare, sia pur con un ridotto margine (7’00”24 a 7’02”19) per entrare nella Leggenda avendo emulato l’impresa di Ivanov, mentre Kolbe inizia a pensare che vi sia una sorta di “Maledizione olimpica” che lo perseguita …

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Il sovietico Vyacheslav Ivanov – da:commons.wikipedia.org

E, francamente, come si può dargli torto, visto che, a fronte dei quattro titoli iridati, ha raccolto due argenti olimpici, oltretutto con la sfortuna di non poter partecipare all’edizione moscovita, sperando, comunque, di riscattarsi l’anno seguente allorché va alla ricerca del suo quinto successo ai Mondiali ’85 di Hazewinkel, in Belgio, dove, al contrario, deve nuovamente arrendersi di fronte non solo a Karppinen, che trionfa nella più veloce Finale, completata in 6’48”08, sino ad allora mai disputata, ma anche all’americano Andrew Sudduth (alla sua unica medaglia nel singolo …), andando ad occupare, per la sola volta in carriera, il gradino più basso del podio.

Rassegna in cui il già ricordato Lange conferma il titolo iridato di Duisburg ’83 nel “due di coppia”, sempre con il fedele Heppner, per poi entrare nel “cono d’ombra” di Kolbe due anni dopo nell’edizione di Copenaghen ’87, non prima che il connazionale occidentale abbia peraltro consumato la propria rivincita su Karppinen tornando a trionfare, a distanza di 11 anni, sul bacino di Nottingham dove aveva inaugurato la sua invidiabile serie di vittorie.

Nell’edizione ’86 della Rassegna iridata, tocca difatti stavolta al finlandese arrendersi alla supremazia di Kolbe, il quale si impone con largo margine (6’54”90 a 6’58”90), con Yakuscha a completare il podio, mentre l’anno successivo nella Capitale danese la cerimonia di premiazione vede presentarsi a ritirare le medaglie un trio di fronte al quale è necessario alzarsi in piedi e porsi in deferente inchino, in quanto recita: Thomas Lange Oro (7’37”48), Peter-Michael Kolbe Argento e Pertti Karppinen Bronzo, divisi da un soffio (7’40”76 a 7’40”90), ovverossia “il Gotha” del Canottaggio mondiale.

Ma, mentre il finlandese può già ritenersi soddisfatto della sua straordinaria Carriera – tre Ori olimpici, due titoli mondiali con tre secondi ed un terzo posto – a Kolbe, a dispetto di essere il più medagliato specialista del singolo della storia con 11 allori complessivi, manca quella Gloria olimpica che teme possa sfuggirgli ancora una volta al suo terzo tentativo ai Giochi di Seul, data anche la differenza di età (11 anni) rispetto al suo avversario.

E’ della partita anche Karppinen, ovviamente, avendo da difendere le tre vittorie consecutive ai Giochi, ma sin dalle batterie – in cui, come quattro prima a Los Angeles, Kolbe è inserito assieme a Lange – la superiorità del 24enne tedesco orientale appare evidente, con sia il penta campione iridato che il finlandese a dover ricorrere ai ripescaggi per accedere alle semifinali, al contrario dell’asso emergente che fa registrare largamente il miglio tempo di qualificazione.

Semifinali che hanno luogo il 22 settembre ’88 e che sono fatali a Karppinen, determinando la sua abdicazione dal trono olimpico, addirittura ultimo nella seconda serie vinta da Kolbe in 7’01”76, mentre nella prima Lange ha la meglio su Sudduth, con entrambi a scendere (6’58”65 a 6’59”70) sotto il limite dei 7’ netti.

Con un altro potenziale avversario da tenere d’occhio – ma che in realtà affonda concludendo la gara al sesto ed ultimo posto peggiorandosi sino a 7’11”45 – Kolbe si allinea in acqua3 con Lange a fianco in acqua4 alle ore 11:50 del 24 settembre ’88 per quella che è l’ultima chance, oramai 35enne, di salire sul gradino più alto del podio olimpico, mettendo subito in atto quella che è la sua consueta tattica di gara, vale a dire imporre un ritmo elevato in avvio, con 36 colpi al minuto, così da prendere un lieve vantaggio su Lange, il quale lo imita nelle successive, regolari, 32 battute che lo vedono, al primo rilevamento ai 500metri, diviso da Kolbe da 1”07 (1’35”70 ad 1’36”77), con gli altri finalisti già abbondantemente staccati.

Si ripete così, a distanza di quattro anni, la “gara a due” che aveva caratterizzato la Finale di Los Angeles, con ancora Kolbe protagonista a cercare quel successo che manca al suo pur invidiabilissimo Palmarès, e con Lange ad inseguire anch’egli la Gloria olimpica, riducendo a soli 0”69 centesimi (3’20”35 a 3’21”04) il distacco al passaggio a metà gara, per poi dare l’inizio ad una sfida “punta a punta” che lo vede sopravanzare il connazionale di parte occidentale nel terzo quarto di gara, e quindi incrementare progressivamente il proprio vantaggio, nonostante Kolbe cerchi di resistere, ma nulla può contro la gioventù e freschezza di Lange che va a trionfare con il record olimpico di 6’49”86 rispetto al 6’54”77 del suo avversario, con anche il neozelandese Eric Verdonk, autore di un finale autorevole, a concludere sotto i 7’ netti, con il suo 6’58”66 che gli vale il bronzo.

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Kolbe e Thomas Lange all’arrivo ai Giochi di Seul ’88 – da:deutschlandfunk.de 

Mettetevi ora nei panni del “povero Kolbe”, colto da una sorta di “blocco psicologico” a Montreal ’76 allorché sembrava avviato ad una facile vittoria, impossibilitato a gareggiare a Mosca ’80, sconfitto per meno di 2” a Los Angeles ‘84 ed ancora argento a Seul ’88 nonostante abbia coperto i 2mila metri nel suo miglior tempo che gli avrebbe consentito di aggiudicarsi l’oro nelle precedenti circostanze, riteniamo ve ne sia più che a sufficienza per mandare in malora la specialità del remo, e difatti pone fine all’attività agonistica …

Cosa che, al contrario, non fa Karppinen, che prolunga sino alla soglia dei 40 anni per partecipare alla sua quinta Olimpiade a Barcellona ’92, dove conclude decimo (quarto nella Finale B), mentre a bissare l’oro di Seul è ancora Lange, il quale nel frattempo si era anche aggiudicato i titoli iridati alle rassegne di Bled ’89 e Vienna ’91, oltre ad aver colto l’argento nel “due di coppia” assieme a Stefan Ullrich ai Mondiali ’90 svoltisi sul Lago Barrington, in Tasmania.

Con Lange ad aver raccolto l’eredità dei suoi due grandi predecessori, dimostrandosi all’altezza del compito, si conclude la cronaca di una splendida rivalità tra due canottieri che nei rispettivi Paesi hanno rappresentato una meritata sorta di “Eroi sportivi”, tanto che Kolbe è stato inserito – nel 2016, quinto canottiere a ricevere un tale onore, dopo Karl Adam, Georg von Opel e Gustav Schafer nel 2008 ed Hans Lenk nel 2016 – nella “Hall of Fame” dello Sport tedesco, mentre Karppinen svolge funzioni di tecnico della Nazionale finlandese, avendo tra gli altri il figlio Juho come proprio allievo.

Certo, però, che per Kolbe digerire quei tre secondi posti ai Giochi deve essere stato proprio difficile …

 

ORESTE PERRI, PRIMO CAMPIONE MONDIALE DELLA STORIA DEL KAYAK AZZURRO

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Oreste Perri in allenamento – da:docplayer.it

Articolo di Giovanni Manenti

Se la specialità della Canoa sprint è entrata di prepotenza nelle case degli italiani solo nel corso della “Edizione del Centenario” dei Giochi di Atlanta ’96 grazie alle imprese dei vari Antonio Rossi, Beniamino Bonomi e Daniele Scarpa, non molti sono a conoscenza del fatto che, dietro a questi straordinari risultati, vi è la mano di colui che, più di ogni altro, ha dedicato la propria intera esistenza a tale disciplina.

Costui, altri non è che Oreste Perri, nato a Castelverde, in provincia di Cremona, il 27 luglio 1951 ed il quale, come spesso accade negli sport del remo, viene indirizzato alla pratica di detta disciplina su consiglio medico per superare una qual certa gracilità di costituzione giovanile.

Consiglio che il giovane Oreste prende sin troppo alla lettera, dimostrando altresì una spiccata predisposizione a pagaiare tanto che, a soli 16 anni entra a far parte della “Canottieri Bissolati” di Cremona, storico sodalizio sportivo della città lombarda dove cresce sotto l’attenta guida del tecnico Renato Poli tanto che, 18enne, fa parte degli equipaggi del K-2 e K-4 1000metri, che si laureano entrambi Campioni italiani juniores nella rassegna di Orbetello ’69, stagione in cui viene selezionato quale componente del K-4 1000metri ai Campionati Europei Seniores di Mosca, armo che conclude al nono posto.

Ma è il successivo decennio quello in cui Perri emerge come uno dei più forti canoisti nel panorama remiero mondiale, iniziando con il dominare i Campionati Italiani assoluti ’70 con tre titoli nel K-1 1000 e 10mila metri, nonché nel K-4 1000metri per poi fare parte dell’equipaggio del K-4 10mila metri che si piazza quinto alla rassegna iridata di Copenaghen.

Perri, a cui l’attività fisica ha consentito di metter su un fisico di m.1,82 per 92kg., è una sorta di ”autodidatta stakanovista” della canoa, in quanto si sottopone in solitario a massacranti allenamenti lungo il corso del fiume Po, il che lo porta a letteralmente dominare una sorta di “maratona in acqua”, vale a dire la Roma-Fiumicino sulla distanza di 36km. nel 1971, anno in cui è ancora componente del K-4 10mila metri ai Campionati Mondiali di Belgrado, conclusi al sesto posto.

L’anno seguente sono in programma i Giochi di Monaco ’72 ed Oreste Perri viene selezionato dal tecnico rumeno Gheorghe Cojocaru per andare a completare, assieme ad Alberto Ughi, Pierangelo Congiu e Mario Pedretti, l’armo del K-4 1000 metri che si presenta in Baviera con l’ambizione di salire sul podio.

Esordio non propriamente felice, per il quartetto azzurro, che si vede costretto a ricorrere ai ripescaggi dopo essere finito quarto per soli 0”04 centesimi (3’19”69 a 3’19”77) rispetto all’armo svedese nella prima batteria, per poi “rimediare” agevolmente e qualificarsi per le semifinali in programma l’8 settembre ’72.

Inseriti nella terza serie – dopo che le prime due avevano visto il successo degli equipaggi di Romania ed Unione Sovietica con i rispettivi tempi di 3’09”98 e 3’09”68 – i canoisti italiani sono chiamati a confrontarsi con il quartetto norvegese Campione olimpico in carica, il quale ribadisce la propria volontà di replicare l’oro di Città del Messico ’68 imponendosi nel tempo di 3’08”72 ed il terzo posto azzurro alle spalle della Germania Ovest vale comunque loro l’accesso alla Finale del giorno dopo, 9 settembre.

Atto conclusivo in cui ad emergere sono quattro armi, tra cui è quello sovietico infine a distaccarsi con un margine che mantiene sino al traguardo, concludendo il proprio chilometro in 3’14”02 – ricordiamo a coloro che non fossero molto avvezzi a questo tipo di disciplina, che riscontri cronometrici così difformi tra una gara e l’altra sono spesso figli delle condizioni del bacino di regata – mentre la lotta per l’argento ed il bronzo si gioca sul filo dei centesimi ed ad uscire beffata è la canoa italiana, che conclude quarta in 3’15”60, a 0”33 centesimi dal bronzo norvegese ed a 0”53 centesimi dall’argento conquistato dalla Romania.

Una delusione immensa per Perri – prima dimostrazione di come la “Gloria Olimpica” rappresenti per lui una barriera invalicabile che   lo perseguiterà anche negli anni a seguire – che però reagisce nell’unica maniera a lui conosciuta, e cioè intensificando quanto più possibile il suo livello di allenamento, il che lo porta ad acquisire una capacità di resistenza sulle lunghe distanze che pochi riescono ad eguagliare.

Tale mole di lavoro ed indomito spirito di sacrificio danno i loro risultati in occasione dei Campionati Mondiali ’74 che si svolgono a Xochimilco, un sobborgo di Città del Messico, prima volta in cui la rassegna iridata ha luogo al di fuori del Vecchio Continente.

Iscritto nelle prove individuali del K-1 1000 e 10mila metri che più gli si addicono stante una qual certa caratteristica di individualismo che lo contraddistingue, Perri dimostra di poter dire la sua cogliendo il bronzo sulla più breve distanza alle spalle dell’ungherese Geza Csapo e del polacco Grzegorz Sledziewski, i quali confermano l’identico piazzamento dell’edizione precedente di Tampere ’73, dove sul gradino più basso del podio era salito il sovietico Aleksandr Shaparenko, viceversa dominatore sui 10 chilometri.

Canoista di origine ucraina al quale è proprio Perri ad impedire la soddisfazione del bis iridato – lui che, peraltro, conta già quattro medaglie d’oro e tre di bronzo ai mondiali – superandolo in Finale per quello che, a tutti gli effetti, è un evento “storico” per il panorama del remo azzurro, trattandosi del primo titolo iridato per i nostri colori nella storia della manifestazione, giunta alla sua undicesima edizione.

Sono in molti a ritenere – e probabilmente è una giusta chiave di lettura – che il canoista padano sia stato favorito dall’altitudine della capitale messicana, lui che della resistenza ha fatto il suo cavallo di battaglia, ma per i più scettici, la conferma viene l’anno seguente, allorché i Mondiali si disputano, per la seconda volta nella loro storia, a Belgrado dopo l’edizione del ’71 in cui, come ricorderete, Perri si era classificato sesto quale componente dell’equipaggio del K-4 10mila metri.

In un’edizione in cui Csapo torna sul trono iridato del K-1 m.500 dopo essere stato detronizzato l’anno prima in Messico dal rumeno Vasile Diba a cui rende la pariglia, il già citato polacco Sledziewski spera che tocchi finalmente a lui compiere identico percorso sulla distanza del K-1 m.1000 dopo due argenti consecutivi, visto che ad ospitare l’evento è la stessa Belgrado in cui si era laureato Campione mondiale nel ’71.

A lottare con lui a colpi di pagaia sino al traguardo è però Perri e la sfida è talmente incerta ed entusiasmante che neppure il fotofinish riesce a decifrare chi tra i due abbia avuto la meglio, così da assegnare salomonicamente ad entrambi la medaglia d’oro ex aequo, dubbi che, al contrario, non si verificano sulla distanza dei 10km., dove l’azzurro ribadisce la propria superiorità bissando il titolo iridato di Città del Messico dell’anno precedente e lasciando a debita distanza il tedesco occidentale Erich Pasch, al suo terzo argento iridato, ed il polacco Kazimierz Nikin, che occupano le piazze d’onore.

Rassegna iridata di Belgrado ’75 che, per i colori azzurri, non si limita alle sole imprese del 24enne cremonese in quanto, sulla sua scia, la coppia formata da Danio Merli e Giorgio Sbruzzi coglie un inatteso argento nella gara del K-2 10mila metri, unica altra volta che un italiano oltre a Perri sale su di un podio mondiale nel corso degli anni ’70 ed ’80 …!!

Il titolo conquistato da Perri sulla distanza del K1 m.1000 alimenta le speranze in casa azzurra in vista dell’appuntamento costituito dai Giochi di Montreal ’76, pur con l’indubbio handicap dovuto al fatto che il programma olimpico non prevede, a differenza di quello iridato, gare superiori ai m.1000 – avendo la prova sui 10mila metri fatto parte dello stesso unicamente per quattro edizioni, da Berlino ’36 sino a Melbourne ’56 – con ciò togliendo al nostro portacolori una importante, se non quasi certa, chance di medaglia …

Costretto così a far buon viso a cattivo gioco, Perri viene iscritto sulle prove del K-1 m.500 e m.1000, riuscendo peraltro a raggiungere la Finale anche sulla più breve distanza in cui non è chiaramente a proprio agio, pur concludendo la stessa non meglio che settimo in 1’50”27 rispetto all’1’46”41 con cui il rumeno Diba corona la sua eccellente carriera.

Unico, comunque, della nostra spedizione in Canada a raggiungere l’atto conclusivo, Perri intende vendere cara la pelle, dopotutto in veste di Campione iridato in carica, nella gara del K-1 m.1000, ad iniziare dalle batterie dove, inserito nella prima delle stesse, si permette di battere (3’55”67 a 3’57”46) una leggenda della specialità quale il più volte ricordato ungherese Csapo, mentre le altre due sono appannaggio del 20enne tedesco orientale Rudiger Helm – bronzo sulla più corta distanza – e della “vecchia conoscenza” Shaparenko.

Perri che si conferma anche il 29 luglio ’76, data in cui sono in programma le tre semifinali, infliggendo stavolta una netta sconfitta (3’50”19 a 3’51”69) nientemeno che a Diba, nel mentre le altre due serie confermano come, per la Finale in calendario due giorni dopo, sia schierato alla partenza il meglio del meglio della specialità, visto che nella seconda si impone il co-Campione mondiale polacco Sledziewski su Helm (3’46”88 a 3’47”82) così come nella terza a prevalere (3’44”77 a 3’45”30) è Csapo su Shaparenko.

Quando i nove finalisti si allineano alla partenza del 31 luglio ’76 alle ore 16:00 locali, i citati migliori sei mettono sul tavolo – a parte Helm data la sua giovane età – un totale di qualcosa come 18 titoli iridati, con il più medagliato dei quali, ovverossia l’ungherese Csapo, a cercare di colmare l’unica lacuna nel proprio invidiabile Palmarès.

Ed è difatti il magiaro a prendere decisamente la testa in avvio, mentre più prudente è l’atteggiamento di Helm che, quasi fosse un campione consumato invece di avere 20 anni ancora da compiere, transita quarto ai m.250 per poi risalire al secondo posto a metà gara e quindi sferrare l’attacco decisivo nella parte conclusiva, andando a cogliere un probabilmente insperato successo – il che non è altro che il primo di una lunghissima serie futura – che impedisce per soli 0”64 centesimi (3’48”20 a 3’48”84) a Csapo di mettere la classica “ciliegina sulla torta” ad una comunque straordinaria ed invidiabile carriera.

Le speranze di Perri che, viceversa, si sarebbe senza dubbio accontentato anche di un “semplice” podio, sono vanificate nel finale dal più giovane rumeno Diba, che lo precede di 1”48 (3’49”65 a 3’51”13) per un secondo, amaro quarto posto olimpico davanti a Shaparenko, nel mentre Sledziewski incorre in una controprestazione, concludendo mestamente non meglio che ottavo, addirittura …

Delusione che il 26enne di Cremona sfoga a modo suo, ovverossia con il terzo titolo mondiale consecutivo sulla distanza a lui preferita del K-1 10mila metri alla successiva rassegna iridata di Sofia ’77, dove coglie anche quel tanto sperato bronzo non raggiunto alle Olimpiadi nel K-1 m.1000, dove la sfida per l’oro vede stavolta il giovane Helm doversi accontentare dell’argento rispetto al rumeno Diba che fa doppietta dopo il titolo sulla più corta distanza del K-1 m.500.

Con l’edizione nella Capitale bulgara si conclude la collezione di medaglie di Perri nella rassegna iridata, costituita da 4 medaglie d’oro e 2 di bronzo che neppure un Campione del calibro di Antonio Rossi è riuscito ad eguagliare, “fermandosi” (si fa per dire …) a 3 Ori, altrettanti argenti ed un bronzo, pur se l’alfiere di Lecco ha dalla sua i tre trionfi olimpici tra Atlanta ’96 e Sydney ‘00 che lo proiettano ai vertici assoluti della specialità in Italia.

Perri però non vuole abbandonare l’attività senza tentare per un’ultima volta la carta olimpica, iscrivendosi alla sua terza esperienza nella Rassegna a cinque cerchi nell’edizione di Mosca ’80 nella sola gara del K-1 m.1000, dove è l’unico dei suoi grandi rivali delle passate sfide iridate ad essere ancora presente, centrando per la quarta volta in altrettante circostanze in cui è sceso in acqua la Finale olimpica, per la quale il boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter non ha valenza alcuna, visto che anche ai Mondiali di Bonn dell’anno precedente a salire sul gradino più alto del podio erano stati solo atleti dell’Europa orientale, con la sola eccezione del K-2 m.1000 vinto dalla coppia norvegese formata da Einar Rasmussen ed Olaf Soyland.

Il più anziano dei 9 finalisti, Perri rende comunque onore al rispetto che si è guadagnato in un decennio di gare in giro per il pianeta, concludendo degnamente la sua carriera sportiva con un dignitoso quinto posto in 3’51”95 in una Finale interamente dominata dal tedesco orientale Helm, il quale conferma l’oro di Montreal trionfando in 3’48”77 con 1”43 di vantaggio sul francese Alain Lebas, che raggiunge sul bacino moscovita il punto più alto della sua attività agonistica.

Non crediate però che aver attaccato la pagaia al chiodo interrompa il rapporto d’amore che lega Perri con la canoa, visto che, non riuscendo più a salire su di un podio olimpico o mondiale, la Federazione pensa bene di affidargli, a conclusione delle Olimpiadi di Los Angeles ’84, l’incarico di Commissario Tecnico del Kayak Sprint, impegno che il 33enne cremonese prende quanto mai sul serio, iniziando a raccogliere un primo parziale frutto del proprio lavoro con il bronzo della coppia Francesco Uberti e Daniele Scarpa nel K-2 10mila metri ai Mondiali di Malines ’85, per poi guidare ben 6 spedizioni azzurre alle Olimpiadi, dai Giochi di Seul ’88 sino all’edizione di Pechino ’08.

E, per una sorta di rivincita delle delusioni subite da atleta, ecco che il lavoro di Perri viene ripagato con ben 12 medaglie conquistate tra settore maschile e femminile, di cui 4 Ori, 5 argenti e 3 bronzi, oltre a qualcosa come 9 medaglie d’oro iridate …

Uomo abituato alle grandi sfide, Perri si cimenta anche in politica, lasciando l’incarico in Federazione per assumere per un quinquennio – da giugno 2009 ad egual mese del ’14 – il ruolo di Sindaco di Cremona, sconfiggendo al ballottaggio (51,51% a 48,49%) il primo cittadino uscente Gian Carlo Corada, candidato del Centrosinistra, mentre lui si era candidato nelle file di una lista civica, appoggiata dal Popolo delle Libertà e dalla Lega Nord.

Un compito che, come si può facilmente intuire, Perri svolge con il massimo impegno, avendo egli stesso ad evidenziare la grande differenza tra l’attività sportiva e quella politica, allorché afferma come “essere un Campione è qualcosa di gratificante, e che appaga la tua ambizione, ma tutto finisce lì, mentre invece, quando assume la carica anche solo di un semplice Sindaco, ecco che occorre razionalità per rendersi conto che, al contrario non si è arrivati da nessuna parte” …

Concluso il proprio mandato, Perri rientra nell’ambito sportivo venendo eletto nel maggio 2015 Presidente del Comitato Regionale lombardo del CONI succedendo a Pierluigi Marzorati, per poi, è cronaca recente, tornare ad occuparsi a tempo pieno dello scopo principale della sua vita, essendo stato scelto dal Consiglio Federale della Canoa Sprint per assumere nuovamente l’incarico di Direttore Tecnico del settore, motivando la stessa per “le sue comprovate capacità tecniche, il carisma e la leadership, oltre che per la credibilità di cui gode nel mondo della canoa e non solo …”.

L’aver puntato ancora su Perri in tale ruolo è sintomo dell’esigenza avvertita dalla Federazione di avviare un programma che sia in grado di riportare la canoa azzurra ai vertici della specialità dopo i trionfi a cavallo del cambio di secolo, soprattutto in vista delle qualificazioni olimpiche del prossimo anno, con la speranza di poter rinverdire i fasti del passato, anche se la specialità è cambiata, come aveva avuto modo di rilevare lo stesso ex campione mondiale, allorché ebbe a dichiarare come “all’epoca in cui gareggiavo i migliori erano coloro che più di ogni altro riuscivano a spostare in avanti la soglia del dolore, la gara era sofferenza e chi riusciva a “morire in barca” vinceva, mentre al mondo d’oggi i metodi e sistemi di allenamento sono molto più sofisticati, pur se l’impegno e la disponibilità al sacrificio restano sempre i valori più importanti …

Non possiamo certo sapere quale sarà l’esito di questa nuova avventura intrapresa dell’oramai 67enne bandiera della nostra canoa, ma di una cosa siamo certi, ovverossia che non lascerà nulla di intentato per ottenere il massimo dai propri atleti per quella che si presenta, forse, come la più difficile, ma al tempo stesso affascinante, sfida della sua vita …!!

 

IL TRIONFO DI GIUSEPPE E CARMINE ABBAGNALE AI GIOCHI DI SEUL 1988

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Giuseppe e Carmine Abbagnale – da:pinterest.it

Articolo di Giovanni Manenti

Ogni volta che un Comitato Olimpico Nazionale stila la lista dei partecipanti ad una singola edizione dei Giochi, giocoforza viene fatta una previsione su quali atleti poter contare per ottenere una medaglia e, tra questi, coloro che possono ambire a salire sul gradino più alto del podio.

In vista dei Giochi di Seul ’88, i primi che tornano a vedere una partecipazione pressoché assoluta, dopo le due edizioni dimezzate di Mosca ’80 e Los Angeles ’84, in casa Italia ci si affida alla sempre prolifica scherma, così come alle lunghe distanze (mezzofondo prolungato, marcia e maratona) in atletica, mentre occorre valutare se, con il campo degli iscritti che comprende ora anche gli atleti del blocco sovietico, sia possibile confermare alcuni dei ben 14 ori conquistati a Los Angeles quattro anni prima.

Sotto questo aspetto, una delle maggiori speranze è riposta sull’armo del “due con”, composto dai fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale (timoniere Di Capua) che ai Giochi californiani si erano imposti con irrisoria facilità, rifilando all’equipaggio rumeno composto da Dimitrie Popescu e Vasile Tomoiaga un distacco abissale di oltre 5”, coprendo i 2mila metri del campo di regata in 7’05”99 rispetto ai 7’11”21 dei loro avversari.

Rowing At XXIII Summer Olympics
Carmine, Giuseppe e Di Capua a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.ch

La maggiore competitività prevista ai Giochi coreani non è peraltro tale da poter spaventare i “Fratelloni d’Italia” (definizione loro affibbiata dal “mitico” telecronista Rai Giampiero Galeazzi …), in quanto nel quadriennio post olimpico gli stessi si sono affermati ai Mondiali di Hazewinkel ’85, in Belgio, avendo ancora la meglio sulla ricordata coppia rumena (6’53”40 a 6’56”04), per poi cedere nell’edizione successiva di Nottingham ’86 solo alla leggendaria coppia britannica formata da Steve Redgrave ed Andy Holmes, battuti con un distacco di 1”24 (6’51”66 a 6’52”90), e quindi riappropriarsi del titolo iridato a Copenaghen ’87, prendendosi la rivincita sull’equipaggio di Sua Maestà, con oltre 2” di margine (7’40”81 a 7’42”88).

Redgrave ed Holmes, che anche a Seul sono iscritti sia al “due con” (timoniere Patrick Sweeney) che al “due senza”, con cui l’anno prima si erano laureati Campioni mondiali in Patria, rappresentano una coppia di clienti molto poco raccomandabili assieme al lotto degli equipaggi dell’Europa orientale, che vede ancora sulla linea di partenza la citata coppia rumena, senza trascurare gli armi della Germania Est ed Unione Sovietica.

E che possano essere proprio i britannici l’armo da battere è dimostrato allorché gli stessi si affermano il 24 settembre nella Finale del “due senza” con il tempo di 6’36”84, precedendo l’armo rumeno composto da Dragos Neagu e Danut Dobre e quello jugoslavo formato da Bojan Presern e Sadik, Mujkic, che concludono le loro fatiche in 6’38”06 e 6’41”01, rispettivamente.

Quella che, pertanto, è considerata una sorta di “resa dei conti” tra gli Abbagnale e la leggenda Redgrave – capace di conquistare cinque medaglie d’oro in altrettante edizioni consecutive dei Giochi, da Los Angeles ’84 sino a Sydney 2000 – visto che i due equipaggi si sono scambiati i primi due gradini del podio nelle ultime due Rassegne iridate, ha un gustoso antipasto sin dalle batterie, allorché sono inseriti nella terza, unitamente ai rumeni Popescu e Tomolaga, con l’armo azzurro ad avere la meglio in 7’03”55 rispetto ai britannici ed ai rumeni che concludono in 7’04”04 e 7’04”48 rispettivamente.

Quanto elevata sia la, peraltro cavalleresca, rivalità tra i due equipaggi è palesato proprio dai citati riscontri cronometrici, laddove si consideri che le altre due batterie avevano visto imporsi l’armo tedesco orientale e quello sovietico con tempi rispettivamente di 7’11”24 e di 7’12”96 largamente superiori.

Il rischio che il voler prevalere ad ogni costo senza risparmiarsi sin dai primi colpi di remo possa influire sulle regate successive viene fugato da Giuseppe e Carmine allorché si migliorano scendendo sotto i 7’ netti nella prima delle due semifinali, in programma il 22 settembre ’88, conclusa in 6’56”62 davanti ai tedeschi orientali Mario Streit e Detlef Kirchoff, anch’essi sotto la citata barriera in 6’58”08 davanti alla coppia rumena che rema in un comunque eccellente tempo di 7’00″3’, lasciando gli altri a debita distanza.

Più controllata la seconda semifinale, dove ad imporsi sono i bulgari Emil Groitzov e Atanas Andreyev, che precedono di soli 0”28 centesimi (7’01”23 a 7’01”51) Holmes e Redgrave – ma giova ricordare che i britannici scendono in acqua dopo aver appena disputato la semifinale del “due senza”, che si aggiudicano in 6’45”03 – con la coppia sovietica formata da Andrey Korikov e Roman Kazantsev ad aggiudicarsi l’ultimo posto utile per la Finale in 7’01”78.

Sei equipaggi, dunque, racchiusi nello spazio di poco più di 5”, il che rende l’appuntamento conclusivo, che va in scena domenica 25 settembre, alle 10:50 ora locale, quanto mai incerto ed avvincente, pur se i favori del pronostico pendono sui fratelli di Pompei, dall’alto della loro maggiore esperienza in virtù del numero di successi iridati (ben quattro) sinora conquistati …

Con l’armo azzurro al centro del campo di regata, in acqua-3, mentre Holmes e Redgrave sono disposti in acqua-2, i bulgari in acqua-4 ed i tedeschi orientali in acqua-5, la tattica di Giuseppe (capovoga) e Carmine Abbagnale di partire sparati in avvio sorprende gli avversari, primi fra tutti i britannici che, al contrario, erano soliti prendere vantaggio in avvio così che, a metà gara, l’Italia è avanti in 3’23”43, con ben 3”28 di margine sull’armo bulgaro, Redgrave ed Holmes terzi a 5”25 ed i rumeni, partiti in acqua-6, quarti a 5”66 di distacco.

Rowing At XXIV Summer Olympics
Giuseppe e Carmine in azione nella Finale di Seul ’88 – da:gettyimades.ca

Posizioni che restano invariate al passaggio ai 1500 metri – dove gli azzurri transitano in 5’10”60, ma con il vantaggio che si dilata a 3”76 su Groitzov ed Andreyev, mentre è minimo il recupero di Redgrave ed Holmes che inseguono a 4”95, e gli altri hanno tutti distacchi superiori ai 6”30 – allorché i canottieri sono soliti dare fondo a tutte le loro residue energie in vista del “rush” finale, ma gli Abbagnale, sapientemente ritmati da “Peppiniello” Di Capua, riescono a mantenere un ritmo di vogata costante che consente loro di resistere al ritorno di Holmes e Redgrave e, soprattutto, dei tedeschi orientali Streit e Kirchoff, autori di una gara d’attesa sino a 500 metri dall’arrivo, sospinti (per così dire …) anche dall’incitamento vocale di Giampiero Galeazzi che, dagli schermi televisivi, sembra sempre al limite di un collasso.

Un Galeazzi che, dall’alto della sua esperienza (in gioventù è stato a sua volta canottiere, partecipando anche alle selezioni per i Giochi di Città del Messico ’68 …), è il primo ad accorgersi del ritorno imperioso della coppia tedesco orientale, il che costringe Giuseppe e Carmine ad un ultimo, decisivo sforzo per impedirne la completa rimonta, che si arresta a meno di 2” sul traguardo – negli ultimi 500 metri Streit e Kirchoff hanno recuperato quasi 5” …!! – con gli azzurri a trionfare e confermarsi Campioni olimpici in 6’58”79, con 1”84 di vantaggio sull’armo della Germania Est che soffia (7’00”63 a 7’01”95) l’argento ad Holmes e Redgrave, per quella che è l’unica sconfitta di quest’ultimo in sei Finali olimpiche disputate.

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Gli Abbagnale stremati all’arrivo – da:gettyimages.com.au

Il che va ad ulteriore merito dell’impresa dei fratelli Abbagnale che ora possono, con al collo una medaglia d’oro che vale una Gloria olimpica assoluta data l’edizione completa dei Giochi, affermare senza tema di smentita di essere i dominatori assoluti nella specialità del “due con” nell’intera decade degli anni ’80 ….

Una superiorità che non conosce ancora ostacoli, considerando come “la coppia più bella d’Italia” continui a mietere successi con altri tre titoli iridati consecutivi nel 1989, ’90 e ’91 prima di abdicare con onore ai Giochi di Barcellona ’92, sconfitti in una nuova emozionantissima Finale – per soli 1”15 (6’49”83 a 6’50”98) – dall’armo britannico anch’esso composto, ironia della sorte, da una coppia di fratelli, ovverossia Greg e Jonny Searle, altrettanto curiosamente di 10 anni esatti più giovani (del 1969 Jonny e del ’72 Greg, così come del 1959 è Giuseppe e del ’72 Carmine) …

Ma in quella fantastica ed ineguagliabile edizione dei Giochi, visto che siamo a parlare di dati anagrafici, non poteva mancare la classica “ciliegina sulla torta”, costituita dal completamento del trionfo a livello familiare, con anche il più piccolo degli Abbagnale, Agostino (classe 1966), a salire sul gradino più alto del podio (figurato, in quanto nel canottaggio le premiazioni si svolgono sul pontile senza podio …) quale componente del “quattro di coppia” che si afferma davanti a Norvegia e Germania Est a meno di un’ora di distanza dall’impresa dei due più famosi fratelli maggiori.

E come dare torto, pertanto, alla “Gazzetta dello Sport” che il giorno dopo se ne esce con un titolo a caratteri cubitali in prima pagina che recita “Siamo un popolo di Abbagnale” …

KAREN HOFF, A LONDRA 1948 IL PRIMO KAYAK D’ORO DI UNA DONNA OLIMPICA

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Karen Hoff – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se l’edizione di Berlino del 1936 segna l’esordio nell’arengo a cinque cerchi della canoa/kayak, seppur solo per le competizioni maschili, dodici anni dopo, a Londra 1948, tocca alle ragazze poter dar saggio delle loro doti, ammesse infine a partecipare.

Le acque del Tamigi, ad Henley, dove addirittura dal 1839 va in scena la regata più prestigiosa al mondo, appunto la Henley Royal Regatta che ha celebrato nel tempo il mito dei campioni più grandi, accolgono stavolta le prove olimpiche l’11 e il 12 agosto, e se sarà per lo svedese Gert Fredriksson l’occasione per vincere i primi due ori di una collezione che si protrarrà fino a Roma 1960 per un totale di ben otto medaglie, tocca ad una ragazza danese, Karen Hoff, apporre la sua firma alla prima gara femminile di kayak ai Giochi, confortando così la sua Federazione che tanto aveva fatto pressione sul Comitato Olimpico Internazionale perchè a Londra potessero gareggiare anche le donne.

La Hoff nasce a Vorup il 29 maggio 1921, ed è al kayakclub Gudenå di Randers, ad un tiro di schioppo da casa, che apprende a pagaiare fin dall’età di 13 anni, coltivando la sua passione per il kayak a dispetto della mancanza di attività internazionale imposta dal secondo conflitto bellico. Karen ci sa indubbiamente fare, e quando le ostilità, infine, arrivano a termine, entra a far parte della Nazionale danese, partecipando ai primi campionati del mondo del dopoguerra, proprio a Londra nel 1948, seconda edizione dopo quella svedese di Vaxholm del 1938, che, a differenza delle Olimpiadi di Berlino di due anni prima, aveva visto scendere in acqua anche imbarcazioni condotte da donne.

In Inghilterra la Hoff gareggia nel K-2 500 metri, unica gara femminile in calendario, associata alla connazionale Bodil Margaretha Thirstedt-Svendsen, più esperta di lei se è vero che è classe 1916 e a Vaxholm era già stata medaglia di bronzo sia nella prova singola del K-1 600 metri che in quella di coppia del K-2 600 metri, stavolta assieme a Ruth Lange. E la coppia Hoff-Svendsen, che sposa perfettamente l’acume tattico di Bodil con l’esuberanza giovanile di Karin, non lascia chances alle avversarie, cogliendo il successo davanti alle cecoslovacche Kohoutova/Kostalova e alle austriache Schwingl/Liebhart.

Qualche mese più tardi, sull’onda lunga dei ripetuti successi in patria che vedranno la Hoff, una volta appesa la pagaia al chiodo, mettere in bacheca ben sette titoli nazionali, la ragazza danese viene selezionata per difendere i colori della Danimarca alle Olimpiadi di Londra, anche se il programma prevede la disputa della sola gara singola, il K-1 500 metri. Ed è a quella prova che Karin punta il mirino.

Al Royal Regatta di Henley, la mattina di giovedì 12 agosto, la Hoff si presenta in acqua con il suo kayak “limfjorden” (quello per capirsi progettato da Jorgen Samson e costruito dalla succursale danese della Struers) assieme ad altre 9 atlete, tra queste proprio Ruzena Kostalova e Friederike Schwingl, come la stessa Karin costrette a ripiegare sulla gara in solitaria. Sono da disputarsi due batterie, e se nella prima la Kostalova non ha problemi nell’imporsi con il tempo di 2’39″6 davanti alla finlandese Saimo, alla belga Van Marcke e alla francese Vautrin a loro volta ammesse alla finale a discapito della beniamina del pubblico inglese, Joyce Richards, desolatamente e nettamente ultima, nella seconda la Hoff avanza prepotentemente la sua candidatura alla medaglia d’oro sbaragliando la concorrenza, proposta dall’olandese Van der Anker, dalla stessa Schwingl e dall’ungherese Balfalvi, facendo pure segnare il miglior tempo, 2’32″2.

Nel pomeriggio le otto finaliste si presentano all’appello per l’atto risolutivo che non solo assegnerà il metallo più prezioso, ma destinerà all’immortalità chi per prima sarà capace di giungere al traguardo dopo 500 metri di strenua fatica. E la Hoff, forte dei favori del pronostico dopo l’esibizione in batteria, non fallisce il suo personale appuntamento con la gloria, facendo fin da subito gara di testa per andare infine a trionfare con il tempo di 2’31″9, ovvero tre decimi ancora meglio della sua prima esibizione. Alle spalle della danese, che appare subito inavvicinabile per le avversarie, si libra la battaglia per le due altre piazze sul podio che vedono in lizza le stesse protagoniste che già avevano pagaiato in batteria con la Hoff, ovvero Van der Anker e Schwingl, con l’olandese che infine sopravanza la rivale per il battito di ciglio di 0″01 decimo, con la Balfalvi costretta ad accontentarsi del quarto posto ad oltre un secondo e la Kostalova non meglio che quinta, ad altri cinque secondi di ritardo.

La Huff entra di diritto nella storia delle Olimpiadi e nell’enciclopedia aurea del kayak, e quindi pazienza se due anni dopo ai Mondiali di Copenaghen, davanti al pubblico amico, sarà solo seconda alle spalle della finlandese Sylvi Saimo (sesta a Londra) che le succederà nell’albo d’oro ai Giochi vincendo ad Helsinki nel 1952. E’ lei la prima donna ad esser salita sul gradino più alto del podio in una gara olimpica di kayak, e questo è un vanto che nessuno potrà mai negarle. Ah, dimenticavo: da quel lontano 12 agosto 1948 la Danimarca attende ancora che qualche campionessa del kayak sappia fare altrettanto, vincere l’oro…

 

 

 

CLIMENT E LASURTEGUI, CANOTTIERI D’ARGENTO CHE A LOS ANGELES 1984 REGALARONO ALLA SPAGNA L’UNICA MEDAGLIA

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Climent e Lasurtegui – da laliga4sports.es

articolo di Nicola Pucci

Date ad uno spagnolo preferibilmente un pallone da calcio e state pur certi che lo convertirà in qualcosa di prezioso; provate altrimenti a metterlo in bicicletta e lo troverete tra i primi della classe sulle montagne più impervie; fategli impugnare una racchetta e la vittoria probabilmente gli sorriderà. Ma se si tratta di scendere in acqua a bordo di un’imbarcazione ed indossare i panni del canottiere, beh, qui la storia è molto ma molto più complessa.

Non che la Spagna abbia un palmares olimpico così clamoroso come potrebbe far pensare la sua abilità sportiva di oggi. Ad eccezione della vittoria nella pelota basca (e poteva essere altrimenti?) ai Giochi di Parigi del 1900 e nel salto ad ostacoli a squadre a quelli di Amsterdam nel 1928, solo nel 1980 a Mosca il paese iberico è tornato sul gradino più alto del podio, iniziando da quell’edizione la collezione di medaglie che dopo Rio de Janeiro 2016 conta 44 ori, 63 argenti e 41 bronzi. Tra questi, c’è un solo metallo colto nel canottaggio, risale alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, gli artefici furono Luis Maria Lasurtegui e Fernando Climent e a loro, oggi, dedichiamo una pagina speciale dell’enciclopedia dello sport.

La storia dei due ragazzi spagnoli percorre strade diverse, se è vero che Climent, nato nei pressi di Siviglia il 27 maggio 1958 da una famiglia valenciana dedita alla coltivazione del riso, comincia a remare all’età di 14 anni al Club Nao Victoria della città andalusa. Già campione nazionale cadetti nel quattro di coppia, si trasferisce poi al Club Banyoles di Girona, e di qui prende avvio la sua carriera che lo vedrà partecipare a ben 17 edizioni dei Mondiali, cogliendo cinque medaglie tra il 1977 e il 1982 con l’equipaggio dell’8 con leggero, tra cui l’oro all’edizione di Bled del 1979.

Lasurtegui, dal canto suo, è di due anni più anziano, essendo nato in provincia di Guipuzcoa il 28 marzo 1956, e se la sua attività si associa, da sempre, a quella del compagno d’armo e amico  José Ramón Oyarzábal, quando questi si ammala di bronchite ecco che Luis Maria viene accoppiato proprio a Fernando, e di qui nasce un sodalizio che sarà fortunato. Soprattutto in sede olimpica, con l’uno, Climent, abituato alle imbarcazioni più leggere e l’altro, Lasurtegui, già quarto a Mosca nel 1980 nel 4 con, che pesa ben 20 chili più del collega, a supportare con la forza delle braccia l’eccellente senso strategico del compagno.

In virtù del controboicottaggio dei paesi del blocco comunista, a Los Angeles sono assenti Germania Est ed Unione Sovietica, che hanno dominato la scena non solo ai Mondiali di Duisburg del 1983, ma sono pure i due equipaggi che occuparono i primi due gradini del podio alle Olimpiadi di Mosca. I favori del pronostico sono pertanto orientati verso il 2 senza norvegese che ha in Hans Magnus Grepperud e Sverre Loken i detentori del titolo iridato nel 1982 a Lucerna, nonchè medaglie di bronzo proprio all’ultima rassegna mondiale, con gli olandesi Joost Adema e Sjoerd Hoekstra, terzi a loro volta a Lucerna, come seri candidati ad occupare una delle tre piazze a medaglia.

Ma nel bacino del Lake Casitas le gerarchie stanno per essere rivoluzionate, quando 14 equipaggi, tra i quali gli azzurri Marco Romano e Pasquale Aiese, si danno appuntamento per le gare che si disputano dal 31 luglio al 5 agosto. Si comincia con tre  batterie che promuovono le prime tre formazioni di ogni serie alle semifinali, e se nella prima il 2 senza tedesco anticipa di un soffio Climent e Lasurtegui, 6’53″83 contro 6’54″34 segnando i due migliori tempi, Norvegia e proprio Italia si impongono nelle altre due batterie, che non riservano sorprese, con Svizzera, Argentina e Brasile poi qualificate grazie alla prova di ripescaggio che boccia solo Canada ed Australia.

Il 2 agosto sono di scena le due semifinali, che qualificano alla finale le prime tre imbarcazioni di ciascuna serie, e qui le cose cominciano a farsi interessanti. La Norvegia conferma il suo status di pretendente alla medaglia d’oro vincendo facilmente la prima con il secondo miglior cronometro, 6’53″52 davanti a Germania e Stati Uniti, ma a destar sensazione è la sorprendente coppia rumena, formata da Petru Iosub e Valer Toma, che con il tempo di 6’53″23 non solo si lascia alle spalle di un soffio proprio l’armo spagnolo e più nettamente l’Italia, ma si prende il lusso di far meglio degli scandinavi. E questo è un bel biglietto da visita per la finalissima del 5 agosto.

Romania, Norvegia e Spagna, dunque, scendono in acqua da favorite per l’atto decisivo, con le vincitrici delle due semifinali ad occupare le due corsie centrali, con Climent e Lasurtegui e Germania al loro fianco e con Italia e Stati Uniti nelle due corsie esterne. In verità le posizioni si cristallizzano fin dalle prime battute, con il 2 senza rumeno che prende la testa della gara per non lasciare agli equipaggi rivali alcuna chances di rimonta. Ma quel che avviene alle spalle di Iosub e Toma, che vanno a cogliere la medaglia d’oro con il tempo di 6’45″39, ha del clamoroso, non tanto perchè i due spagnoli si piazzano in seconda posizione per non mollarla più, ma perché da quel lontano 1900 quando la Spagna entrò nel medagliere olimpico, è il primo metallo della sua storia nel canottaggio. Ad oggi, addirittura l’unico. E quando Climent e Lasurtegui tagliano la linea d’arrivo in 6’48″87, lasciando a loro volta i deludentissimi e delusi norvegesi a tre secondi di distacco, si alza alto l’urlo “argento, argento, argento!“, che in terra di Spagna è impresa da tramandare ai posteri. Perché calcio, ciclismo e tennis regalano successi a iosa, ma il canottaggio… quando mai?

 

HERMANN BARRELET, L’UNICO SINGOLO D’ORO DEL CANOTTAGGIO FRANCESE

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Hermann Barrelet – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

Il francese Hermann Barrelet detiene ad oggi un record ancora imbattuto: alle Olimpiadi di Parigi del 1900 vinse la prova di singolo del canottaggio e mai in seguito un transalpino è stato capace di fare altrettanto.

Non ancora ventunenne, nato in Svizzera a Neuchatel ed affiliato alla Società nautica d’Enghien, campione di Francia nel 1898, Barrelet è tra i più attesi all’appuntamento a cinque cerchi e il 25 agosto, nel bacino d’Asnières-Courbevoie dove si svolgono le regate, già in batteria mette in chiaro quelle che sono le sue ambizioni. Alla prova sono iscritti 12 atleti, tra questi il britannico nato a Malta Saint-George Ashe che nella prima serie segna il tempo di 6’38″8. Barrelet scende in acqua nella batteria successiva, e curiosamente fa segnare lo stesso tempo del rivale, precedendo a sua volta il connazionale André Gaudin, che gli è succeduto come campione di Francia nel 1899, con Louis Prevel che nella terza batteria firma la miglior prestazione in 6’29″6 e Georges Delaporte che nell’ultima serie porta la sua imbarcazione a tagliare il traguardo in 6’33″8. In semifinale Barrelet è il più veloce, 8’23″0, precedendo lo stesso Gaudin ed Ashe, con  Prevel e Robert d’Heilly che completano i quintetto che il 26 agosto si da appuntamento per la regata decisiva.

Sulle due prove di Ashe, ad onor del vero, pende la spada di Damocle di una possibile squalifica, parrebbe per aver invaso in batteria la corsia occupata dal francese Raymond Benoit. Ma infine il canottiere britannico viene ammesso alla semifinale, e pure qui con il terzo posto non si guadagnerebbe il passaggio del turno. La sua protesta viene nondimeno accolta, e nonostante il disappunto degli stessi Barrelet e Gaudin, che lo hanno preceduto al traguardo, che minacciano di non prendere il via della gara, la finale può regolarmente andare in scena, con Ashe che si merita la qualificazione come miglior terzo.

E qui, sulla distanza di 1750 metri che copre il tratto tra il ponte Bineau e il ponte ferroviario d’Asnieres, Barrelet ancora una volta conferma appieno le sue doti. Hermann, infatti,  impiega 7 minuti 35 secondi 6 decimi a mettere la sua prua davanti a quella dei suoi avversari, anticipando nettamente Gaudin che viene distanziato di ben 6 secondi, mentre Ashe è terzo, soffiando la medaglia di bronzo a d’Heilly che chiude quarto staccato di soli 4 decimi, con Prevel costretto all’abbandono.

Per Hermann Barrelet, che diventa non solo il primo francese ma anche il primo canottiere a trionfare nella prova di singolo alle Olimpiadi, è l’apoteosi e l’anno dopo, nelle acque di lago di Zurigo, rinnoverà l’appuntamento con la vittoria meritandosi anche il titolo di campione d’Europa, per poi passare all’otto con cui sarà nuovamente il migliore nel 1909 e al doppio con il russo Anatole Peresselenzeff, pure qui vincendo agli Europei del 1913. Ma ben più di 100 anni dopo, la Francia attende ancora un canottiere che sia capace di eguagliarlo: quando mai un oro olimpico nel singolo verrà celebrato con le note della Marsigliese?

OLAF TUFTE, IL CANOTTIERE D’ORO DI NORVEGIA CHE A PECHINO 2008 ENTRO’ NELLA STORIA

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Olaf Tufte – da vg.no

articolo di Nicola Pucci

Il nome di Olaf Tufte, norvegese di Tonsberg, classe 1976, è tra i più prestigiosi dell’intera storia del canottaggio. Il suo palmares olimpico, che va a sommarsi alle due medaglie d’oro iridate, a Lucerna nel 2001 e all’Idroscalo di Milano nel 2003 entrambe nella gara a lui più congeniale, quella del singolo, di cui può vantare anche un argento e due bronzi, illustra ben sei partecipazioni ai Giochi, da Atlanta 1996 quando fu ottavo nel quattro senza, a Rio 2016, capace a 40 anni di cogliere ancora una medaglia di bronzo nel due di coppia. Ma è alle Olimpiadi di Pechino del 2008 che Tufte entra definitivamente nell’almanacco dei campionissimi del canottaggio, bissando l’oro conquistato quattro anni prima ad Atene 2004 nella prova di singolo, quando ebbe la meglio dell’estone Juri Jaanson e del bulgaro Ivo Yanakiev.

Ai Giochi cinesi, in verità, Tufte si presenta non proprio nei panni del principale favorito alla vittoria, battuto come è stato sia alla kermesse iridata di Kaizu 2005 (secondo) che a quella di Monaco di Baviera 2007 (terzo) dal neozelandese Mahe Drysdale, campione del mondo pure nel 2006 a Eton. Insomma, l’oceanico ha infilato un tris di successi mondiali che ne fanno l’avversario più tenace da affrontare alle Olimpiadi. A cui si aggiunge, in veste di terzo incomodo, il ceco Ondrej Synek, che nelle tre edizioni citate ha colto due terzi ed un secondo posto.

Si comincia con le batterie del 9 agosto al Shunyi Olympic Rowing-Canoeing Park, che vedono in lizza 33 canottieri. Drysdale, Tufte e Synek vincono le rispettive serie, accedendo ai quarti di finale, al pari dello svedese Lassi Karonen che fissa in 7’14″64 il miglior tempo. Ai quarti di finale la storia si ripete, i tre favoriti battono i rivali che si trovano ad affrontare, ma è ancora un quarto atleta, stavolta il tedesco Marcel Hacker, bronzo a Sydney 2000, a remare più rapidamente di tutti, 6’48″85. 

Le cose cominciano a farsi serie nelle due semifinali, la prima delle quali è appannaggio ancora di Karonen, che in 6’57″28 batte proprio Tufte di circa un secondo, mentre nella seconda Synek e il britannico si mettono alle spalle Drysdale che non pare al meglio della condizioni. 

Ed in effetti il campione del mondo in carica fallisce l’assalto alla medaglia d’oro (si rifarà quattro anni dopo a Londra), in una finale in cui Tufte, Synek e Drysdale, ovvero i protagonisti più attesi, si spartiscono la scena, battagliando tra loro sul filo dei centesimi. Nei metri conclusivi è infine Tufte a mettere la punta della sua imbarcazione davanti a quella del ceco e con il tempo di 6’59″83 taglia per primo il traguardo, anticipando Synek di otto decimi ed un deluso Drysdale di poco meno di due secondi. Tufte è così nuovamente campione olimpico, primo ed unico atleta norvegese a primeggiare nella specialità del singolo, e si guadagna, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, un posto nel Gotha del canottaggio internazionale. Accanto a leggende che si chiamano Vyacheslav Ivanov, Pertti Karppinen e Thomas Lange.