GERT FREDRIKSSON, IL CANOISTA SVEDESE COLLEZIONISTA DI MEDAGLIE

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Gert Fredriksson – da wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla della Svezia, in ambito sportivo, al di là di taluni talenti calcistici sbocciati principalmente nell’immediato dopoguerra – dal famoso trio rossonero “Gre-No-Li” (Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm) alla guizzante ala Kurt Hamrin od al centravanti Hasse Jeppson, per il quale il Comandante Achille Lauro sborsa oltre 100milioni negli anni ’50 per portarlo al Napoli – il pensiero va a due personaggi che ne hanno fatto la storia nelle rispettive specialità, vale a dire il tennista Bjorn Borg (peraltro ben coadiuvato, in seguito, dai connazionali Mats Wilander e Stefan Edberg) e lo sciatore Ingemar Stenmark, due autentiche icone degli sport citati.

Ma, se si va a scavare un po’ più indietro nel tempo, ci si accorge che, senza nulla togliere allo spessore degli atleti sopra ricordati, ve ne è un altro che, quantomeno in sede olimpica e mondiale, non ha niente da invidiare a cotanto consesso, ed anzi, rappresenta l’alfiere del proprio Paese in una specialità, come la canoa, di cui è stato per oltre un decennio il dominatore assoluto.

Il nominativo in questione altri non è che Gert Fredriksson, il quale nasce il 21 novembre 1919 a Nykoping, posta sul Mar Baltico 100 chilometri a sud-ovest della capitale Stoccolma, e dove, all’età di 17 anni inizia ad avvicinarsi al mondo della pagaia, affascinato dalle possibilità offerte dalla pratica della canoa nel meraviglioso arcipelago in cui si affaccia la sua città.

Una passione che si sviluppa in fretta, tanto da essere aggregato, come riserva, alla squadra nazionale svedese già nel 1939, a 20 anni non ancora compiuti, periodo che, purtroppo, vede l’umanità intera doversi scontrare con ben più gravi e tragici problemi che non andare per mare a vogare.

Gli eventi della seconda guerra mondiale, con la cancellazione delle Edizioni del 1940 e 1944 dei Giochi olimpici, probabilmente possono aver tolto qualche possibilità in più per arricchire il proprio medagliere a Fredriksson, ma, di contro, hanno al medesimo consentito di acquisire la giusta condizione fisica e mentale, fatta di continui e proficui allenamenti, per essere pronto, già avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, per raccogliere le sfide in sede sia olimpica che mondiale, avendo già iniziato a raccogliere titoli in patria – saranno 32 in totale, di cui 16 nel K-1 1000m., 15 nel K-1 10.000m. ed uno nel K-1 500m., in un arco temporale che va dal 1942 al ‘60 – così come raccoglie altri 17 successi nei “Campionati nordici” dal 1946 al ’55.

La disciplina della canoa in senso lato è costituita da due differenti specialità, la canoa cosiddetta “canadese” che si pratica in ginocchio sull’imbarcazione ed una pagaia a pala singola che consente di remare da un solo lato, ed il kayak che, al contrario, prevede una posizione seduta con una pagaia a doppia pala che consente di remare su entrambi i lati, e specialisti in questo sport sono da sempre gli atleti tedeschi, i quali vantano 36 medaglie d’Oro alle Olimpiadi (cui ne vanno aggiunte 14 conquistate dalla ex Germania Est), seguiti dall’Unione Sovietica a quota 29 (oltre 7 appannaggio delle varie repubbliche indipendenti ad avvenuta disgregazione dell’impero sovietico) e dall’Ungheria con 25.

Bello notare che, alle spalle di queste super potenze, si piazza la Svezia, con 30 medaglie complessive, di cui 15 d’Oro, delle quali ben 8 (e, soprattutto, 6 del metallo pregiato) sono state messe al collo di Fredriksson, il quale è, pertanto, l’atleta in assoluto più medagliato nella storia dei Giochi per quanto riguarda il suo Paese, nonché il canoista maschile a vantare tale primato per quanto attiene a detta singola disciplina, essendo superato solo dalla tedesca Birgit Fischer-Schmidt, capace in 6 edizioni (dal 1980 al 2004, saltando per boicottaggio il 1984, rappresentando, all’epoca, la ex Ddr) di vincere 12 medaglie, di cui 8 Ori.

Il tuffo nell’oro inizia per Fredriksson alla riaccensione del sacro fuoco di Olimpia ai Giochi di Londra ’48, il cui programma prevede due gare ben diverse l’una dall’altra, vale a dire il K-1 1000m (distanza che si copre in meno di 5’) ed il K-1 10.000m., una sorta di “maratona della pagaia” che vede i canoisti impegnati per quasi un’ora in una prova assolutamente massacrante.

Diverso, come accade in molti altri sport, il programma dei Mondiali, allargato ad altre gare e che, stante il ritorno all’attività sportiva dopo gli eventi bellici, si disputano in contemporanea ai Giochi, così che Fredriksson può gareggiare in quattro prove, di cui due valide per le medaglie olimpiche ed altrettante per il titolo iridato.

Iniziando da queste ultime, il 29enne svedese, il quale non fa molta distinzione tra prove di sprint o di resistenza, inaugura il proprio palmarès con il titolo iridato del K-1 500m. superando il connazionale Lars Glasser (2’14”2 a 2’15”0), insieme al quale ed ai compagni Lars Helsvik e Lennart Klingstrom, si aggiudica anche la gara della staffetta K-1 4x500m., con netto vantaggio sulle altre imbarcazioni scandinave di Norvegia e Danimarca, giunte nell’ordine.

La musica non cambia per l’assegnazione del podio olimpico, con le imbarcazioni che scendono in acqua l’11 agosto per la Finale del K-1 10.000m. che Fredriksson si aggiudica con il tempo di 50’47”7 precedendo il finlandese Kurt Wires ed il norvegese Elvin Skabo, per poi non risentire minimamente della fatica allorché, il giorno appresso, si presenta sull’incantevole bacino di Henley, sul Tamigi, per affrontare la più corta distanza del K-1 1000m., vinta con un distacco di quasi 7” (4’33”2 a 4’39”9) sul danese Kobberup che non trova riscontro nella storia dei Giochi, con il francese Henri Eberhardt, già quinto sui 10km., ad inserirsi nel dominio nordico conquistando il bronzo.

Che, al momento, la disciplina sia un “affare interno” al mondo scandinavo se ne ha la conferma, due anni dopo, in occasione della rassegna iridata di Copenaghen ’50, in cui le 9 gare in programma del kayak vedono sette successi svedesi ed uno a testa di Danimarca (nel K-1 500m. con Kobberup) e Finlandia, ma è proprio il finnico Thorvald Stromberg – di 12 anni più giovane dello svedese – ad infliggere a Fredriksson una delle sue rare sconfitte, superandolo nella Finale del K-1 10.000m., nel mentre il campione olimpico non ha difficoltà ad affermarsi con il K-1 1000m., precedendo lo stesso  Stromberg, e con la staffetta K-1 4x500m. davanti al quartetto danese.

Un brutto cliente, “da prendere con le molle”, questo giovane finlandese, il quale tiene ovviamente a ben figurare alla successiva, per lui importantissima occasione, costituita dalle Olimpiadi che si svolgono giustappunto in Finlandia, ad Helsinki ’52 nello splendido bacino di Taivallahti, ad un chilometro di distanza dallo Stadio Olimpico.

Con il calendario che prevede, come quattro anni prima, la disputa per primo del K-1 10.000m., in programma il 27 luglio ed il giorno seguente la Finale del K-1 1000m., i due favoriti si distaccano nettamente dal resto degli avversari per fare gara a sé nella “Maratona del kayak”, con Fredriksson a restare nella scia del suo più giovane rivale, salvo restare folgorato, al momento dell’attacco conclusivo, dalla freschezza del 21enne Stromberg, il quale si impone infine con ragguardevole distacco di oltre 11” (47’22”8 a 47’34”19), con il tedesco Scheuer, bronzo, a debita distanza.

Se, da un lato, 12 anni di distanza rappresentano un indubbio vantaggio dal punto di vista della vigoria fisica, dall’altro l’esperienza gioca pur sempre un indubbio punto a favore dell’atleta più anziano, circostanza che Fredriksson sfrutta appieno il giorno dopo, nella Finale del K-1 1000m., iniziando a sprintare sin da metà percorso, una tattica che trova impreparato Stromberg, il cui tentativo di rimonta si infrange al di sotto dei 2” (4’07”9 a 4’09”7) che separano le due imbarcazioni sulla linea del traguardo, mentre il tempo di 4’20”1 fatto registrare dal francese Louis Gantois, terzo arrivato, la dice ben lunga sul divario esistente tra la coppia scandinava ed il resto del lotto.

L’inesorabile avanzare dell’età, consiglia all’oramai quasi 35enne svedese di risparmiarsi le fatiche dei 10 chilometri – il cui titolo va all’ungherese Ferenc Hatlaczki, di cui sentiremo di nuovo parlare – per concentrarsi sulle più brevi distanze che il programma iridato prevede, ed ecco che, ai Mondiali di Macon ’54, in Francia, Fredriksson incrementa la propria collezione di medaglie con gli Ori nel K-1 500m., K-1 1000m. e con la conferma del titolo nella staffetta K-1 4x500m., per poi prepararsi ad affrontare la sua terza esperienza olimpica, ai Giochi di Melbourne ’56.

Occorre a questo punto fare una doverosa precisazione per replicare a chi – sia pur a giusta ragione – può obiettare come i successi dei rematori scandinavi, e pertanto anche di Fredriksson, siano stati favoriti dal fatto che tale regione avesse subito in misura minore l’impatto con gli eventi del secondo conflitto mondiale, ma una tale considerazione si scontra con la circostanza derivante dalla conferma di come, con tutte le Nazioni oramai a pieno regime in ambito sportivo, nonché con i rappresentanti dell’Unione Sovietica a far parte dell’arengo olimpico già dai Giochi di Helsinki ’52, lo svedese rappresenti ancora un ostacolo per quasi tutti insormontabile, a dispetto del fatto che si stia incamminando verso le 40 primavere.

Prova provata è quel che accade sulle acque del Lago Wendouree il 30 novembre 1956, esattamente 11 giorni dopo il compimento dei 37 anni da parte di Fredriksson, allorché lo svedese infligge un distacco di quasi 10” (47’43”4 a 47’53”3) al campione iridato ungherese Hatlaczky, di quasi 15 anni più giovane, mentre il detentore del titolo olimpico, Stromberg, conclude non meglio che quarto ad oltre mezzo minuto di distacco.

E se, come luogo comune, suole dirsi che con l’età aumentano le doti di resistenza – anche in atletica, la quasi totalità dei maratoneti si avvicina a detta prova dopo essersi cimentata per anni in pista sui 5 e 10mila metri – un punto pertanto a favore di Fredriksson, come si può spiegare il fatto che anche sulla più corta distanza del K-1 1000m. il 25enne sovietico Igor Pissarov non sia stato capace di tenere il ritmo dello svedese che va a conquistare, in 4’12”8 il suo terzo Oro consecutivo in tale prova (impresa a tutt’oggi ineguagliata …) se non con la semplice constatazione che lo svedese è stato il più forte canoista di tutti i tempi.

Con 5 Ori individuali ed un argento in sede olimpica, ce ne sarebbe più che a sufficienza per “attaccare la pagaia al chiodo”, anche perché gli anni passano pure per le “leggende” e la concorrenza si fa sempre più dura ed aggressiva, come dimostra l’esito dei Mondiali di Praga ’58, prima rassegna iridata che non vede Fredriksson salire sul gradino più alto del podio, dovendosi accontentare dell’argento con il K-1 500m. e del bronzo sia con il K-1 100m. che con la staffetta K-1 4x500m., mentre il redivivo Stromberg torna al successo nel K-1 10.000m., prova che però viene esclusa dai Giochi Olimpici di Roma ’60 in favore dell’introduzione della staffetta K-1 4x500m.

E, proprio dalla staffetta che lo aveva visto per tre volte campione mondiale, giunge la delusione della mancata qualificazione per la Finale a sei sul bacino del Lago Albano, per la sfortuna di essere, il quartetto svedese, inserito nella più veloce delle tre semifinali, in quanto il tempo di 7’55”05 realizzato avrebbe consentito l’accesso all’atto conclusivo in entrambe le altre serie, ma Fredriksson se ne fa comunque una ragione, in quanto il 29 agosto deve disputare le ultime gare della sua straordinaria carriera, vale a dire le Finali del K-1 1000m. e del K-2 1000m., in coppia con Sven-Olov Sjodelius, prima volta ai Giochi che lo svedese non si esprime in una prova individuale.

A 40 anni già compiuti, Fredriksson è in ogni caso ancora in grado di dire la sua, scendendo per la prima volta sotto i 4’ in sede olimpica nella gara individuale, il cui 3’55”89 gli vale l’unico bronzo a cinque cerchi della carriera, con il gradino più alto del podio appannaggio del danese Erik Hansen in 3’53”00 e quindi mettendo la più classica delle “ciliegine sulla torta” cogliendo un fantastico Oro con il K-2 1000m. in una Finale in cui gli Dei di Olimpia strizzano un occhio al loro eroe, dato che l’armo svedese si afferma per l’inezia di appena 0”18 centesimi (3’34”73 a 3’34”91) sugli ungheresi Mészaros/Szente.

Il contributo alla causa olimpica svedese di Fredriksson non si conclude comunque con l’addio all’attività agonistica in quanto, assunto l’incarico di Capo Allenatore della propria Federazione, non può certo considerarsi un caso il fatto che, quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, la bandiera con la croce gialla in campo blu rappresentante il Paese scandinavo continui a sventolare sul più alto pennone durante la cerimonia di premiazione della gara del K-1 1000m. (vinta da Rolf Peterson), così come per l’esito del K-2 1000m., in cui ad aggiudicarsi l’Oro è la coppia formata da Gunnar Utterberg e dal compagno di Fredriksson a Roma, Sven-Olov Sjodelius.

Come stupirsi, pertanto se, ad un atleta di così alto lignaggio – ed al quale, per le sue imprese ai Giochi di Melbourne ’56, il Comitato Olimpico Internazionale assegna il trofeo di “Miglior Sportivo dell’anno”, unico canoista a ricevere tale riconoscimento – successivamente alla sua scomparsa, avvenuta il 5 luglio 2006 ad 87 anni, la sua città natale di Nykoping abbia addirittura dedicato una statua che ne simboleggia la grandezza, non solo sportiva, ma anche umana …

 

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WALLY KINNEAR E LA REGATA D’ORO A STOCCOLMA 1912

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Wally Kinnear – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Già trionfatrice nella prova di singolo alle Olimpiadi casalinghe di Londra del 1908 con Harry Blackstaffe, la Gran Bretagna trova nel canottiere scozzese William Kinnear un nuovo campione quattro anni dopo ai Giochi di Stoccolma del 1912.

Nato a Marykirk il 3 dicembre 1880, Kinnear, affettuosamente chiamato “Wally” dagli amici, svolge fin da ragazzo l’attività di drappeggiatore ed è in questa veste che si trasferisce a Londra, lavorando per la Debenhams. La capitale ha ovviamente molto da offrire, al giovane Wally, che non solo insegue una brillante carriera nel commercio, ma viene pure avviato dai colleghi alla pratica del canottaggio, gareggiando inizialmente per il  Cavendish Rowing Club. E che Kinnear abbia talento è certificato dal successo ai campionati del West End nel 1903, bissato l’anno dopo, per poi aggiungere un terzo titolo nel 1905, il che gli vale l’ingaggio presso il prestigioso Kensington Rowling Club.

Il dado è tratto. Kinnear diventa in breve tempo uno dei canottieri più forti del Regno Unito, dominando numerose competizioni lungo le acque del Tamigi, arrivando infine a consacrazione con la sfida di maggior lignaggio, ovvero la Diamond Challenge Sculls alla Henley Royal Regatta. Qui, dove nel 1906 si è imposto il campione olimpico in carica, proprio Harry Blackstaffe, Wally conquista a sua volta un doppio successo consecutivo, nel 1910 in 8’51” e nel 1911 nel ben più veloce tempo di 8’14”, anno in cui, con le vittorie anche alla Wingfield Sculls e alla London Cup, si aggiudica la “Triple Crown“.

In virtù di questi risultati Kinnear affronta il 1912, che calendarizza le Olimpiadi in Svezia, con l’obiettivo di un terzo successo consecutivo alla Diamond Challange Sculls e la medaglia d’oro ai Giochi. Ma le cose non vanno come previsto alla Henley Royal Regatta, con una clamorosa eliminazione in batteria che scatena una ridda di ipotesi sulle cause della sconfitta, la più plausibile delle quali è che l’imbarcazione ufficiale di Wally sia già in viaggio per Stoccolma e nelle acque del Tamigi il campione in carica sia costretto a gareggiare con un armo a lui sconosciuto. All’evento a cinque cerchi, dunque, il fuoriclasse scozzese è chiamato alla riscossa, e lassù, alla Djurgårdsbrunnsviken, tra il 17 e il 19 luglio 1912, Kinnear non fallisce il suo personale appuntamento con la gloria.

In effetti lo scozzese, tra i 13 canottieri che si contendono le medaglie, è già il più veloce entrando in lizza nella quarta batteria, quando con il tempo di 7’44″0 batte di mezza lunghezza il tedesco Kurt Hoffmann. Il russo Mart Kuusik appare l’avversario più temibile, sebbene sia stato costretto a ripetere la sua gara con l’austriaco Heinrich con il quale si era scontrato nel corso della prima regata, e ai quarti di finale ha modo di confermare la sua forza firmando il miglior cronometro, 7’45″2, mentre Kinnear in 7’49″9 ha nettamente la meglio dell’altro tedesco Martin Stahnke. Ma in semifinale Kuusik soccombe al belga Polydore Veirman, che a Londra fu argento nell’otto e di lì a qualche settimana sarà campione europeo a Ginevra, ed è lui l’avversario che Kinnear si trova davanti in finale, dopo aver a sua volta liquidato il canadese Everard Butler con il tempo record di 7’37″0.

La finale è appassionante, come solo un evento olimpico sa esserlo, soprattutto quando a fronteggiarsi sono due rivali di comprovata fama ed esperienza. Veirman parte a spron battuto, dettando il ritmo per buona parte della prima metà di gara e guadagnando mezza imbarcazione di vantaggio. Ma Kinnear ha investito una carriera intera su questa sfida, non può perdere dopo aver già dovuto subire lo smacco alla Diamond Challange Sculls; reagisce d’orgoglio, aggancia il rivale, lo sorpassa, allunga nel finale e taglia il traguardo con ampio margine, 7’47″3 contro 7’56″0 del canottiere belga. Il titolo olimpico è suo ed ora, sì, Wally può gridare al mondo di essere il più forte di tutti.

LO SLALOM D’ORO DEL KAYAK DI FERRAZZI A BARCELLONA 1992

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Pierpaolo Ferrazzi – da valstagna.info

articolo di Nicola Pucci

Ancor prima di Rossi, Bonomi e Scarpa, oltreché di Josefa Idem, e riuscendo nell’impresa fallita in precedenza da Oreste Perri, un altro azzurro ha issato il tricolore sul pennone più alto ai Giochi. Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, infatti, è Pierpaolo Ferrazzi a conquistare nel k-1 slalom il primo oro della storia italiana nella canoa/kayak.

Ventisettenne di Bassano del Grappa, di professione guardia forestale, Ferrazzi, che ha appreso l’arte di pagaiare a serpentina nelle acque del Brenta, si presenta all’appuntamento a cinque cerchi non certo con i favori del pronostico, che vanno allo sloveno Marjan Strukelij che nel 1991, a Tacin, è arrivato secondo ai campionati del mondo, dopo che nel 1987 aveva colto la medaglia di bronzo, e al britannico Richard Fox, campione del mondo nel 1989 a Savage River ed altre tre volte iridato.

In effetti la competizione, che si era disputata in ambito olimpico solo nel 1972 con la vittoria di Sieghert Horn della DDR, ha un esito singolare, se è vero che il 2 agosto chi si impone nella prima discesa tra le 25 porte al Park Olimpic del Segre di La Seu d’Urgell, un bacino ai piedi dei Pirenei, poi retrocede inesorabilmente nella seconda prova. Curioso, ai fini della classifica conta solo la migliore delle due discese, ed allora il primo tentativo altro non è che prendere confidenza con le rapide e per Ferrazzi, abituato con il suo kayak a disimpegnarsi nella natura, non è un debutto proprio con i fiocchi.

Il tedesco Jochen Lettmann chiude in testa con 108.52 punti, precedendo il francese Laurent Brissaud e proprio Strukelij, mentre Ferrazzi è solo diciassettesimo, Fox ventiduesimo e l’altro francese Sylvain Curinier addirittura trentaquattresimo. Ma nella seconda prova, memorizzati i trabocchetti del percorso, realizzano tutti e tre un eccellente exploit, con Ferrazzi che non commette infrazioni rischiando solo all’ultima porta di ribaltarsi e precedendo con 106.89 punti proprio Curinier, di soli 17 centesimi (1’46″89 contro 1’47″06) più lento a tagliare il traguardo e pure lui senza penalità, e Lettmann che per un soffio conserva la terza posizione, lasciando Fox, a sua volta autore  di una strepitosa seconda manche, ai piedi del podio.

Ferrazzi, bonariamente soprannominato “patata“, è campione olimpico e otto anni dopo, a Sidney 2000, rinnoverà l’appuntamento con una medaglia giungendo terzo alle spalle del tedesco Schmidt e del britannico Ratcliffe, cogliendo in carriera anche due argenti mondiali a squadre, nel 2002 e nel 2005, fallendo invece i due appuntamenti ai Giochi di Atlanta del 1996 e di Atene 2004, terminando in queste due occasioni non meglio che 17esimo e 19esimo. Nel suo palmares anche due titoli europei, individuale e a squadre, nel 2000… ma quella prima volta a Barcellona nel 1992 non si scorda mai.

SAMBO E BARAN, IL DUE CON CHE APRI’ LA STRADA AI FRATELLI ABBAGNALE

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Sambo, Cipolla e Baran – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di canottaggio, inevitabilmente il pensiero corre in direzione dei leggendari “fratelloni d’Italia“, al secolo Giuseppe e Carmine Abbagnale, che assieme al timoniere Peppino Di Capua hanno infiammato i cuori tricolori grazie alle loro imprese olimpiche e alle indimenticabili telecronache di Giampiero Galeazzi, capaci in carriera di conquistare due ori ed un argento ai Giochi nella specialità del due con. Ma senza bisogno di scomodare i giurassici Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, che in compagnia di Guido De Filip trionfarono alle Olimpiadi di Anversa del 1920, c’è un altro armo che fece risuonare le note dell’Inno di Mameli, quello composto da Primo Baran e Renzo Sambo, che con il decisivo apporto di Bruno Cipolla colse l’oro ai Giochi di Città del Messico del 1968.

In verità quella messicana è un’edizione dei Giochi avara di successi per l’Italia (solo otto anni dopo a Montreal faremo ancor peggio con soli due ori…), che sale sul gradino più alto del podio con Pierfranco Vianelli nella corsa individuale su strada di ciclismo e con Klaus Dibiasi nei tuffi dalla piattaforma 10 metri, ma una bella soddisfazione giunge proprio dal canottaggio, che rinvigorisce una buona tradizione che dai tempi di Olgeni-Scatturin ha visto gli azzurri trionfare nel quattro con ad Amsterdam nel 1928, nel quattro senza a Londra nel 1948 ed ancora con il quattro con a Melbourne nel 1956.

Renzo Sambo e Primo Baran sono due ragazzi trevigiani, l’uno un omone di 190 centimetri per 90 chilogrammi, classe 1942 che esercita l’attività di orafo per gentile intercessione del sindaco della città, l’altro di un anno più giovane e che dopo i trascorsi nel ciclismo fatica come magazziniere per guadagnarsi la pagnotta. Entrambi appartengono al Dopolavoro Ferroviario di Treviso e si allenano nelle acque tortuose del fiume Sile, ed è qui che maturano quella classe e quell’esperienza che li porta in cima al mondo. Bruno Cipolla è di Cuneo, ha solo 16 anni e studia alle Magistrali, e quel 19 ottobre 1968, sul podio, piangerà tutta la sua emozione di giovanissimo medagliato d’oro della storia olimpica italiana.

L’armo azzurro non rappresenta però una sorpresa, nelle acque del canale di Cuemanco a Xochimilco, in quanto aveva già conquistato il bronzo ai Campionati Mondiali al lago di Bled del 1966 battuti da Olanda e Francia e l’oro europeo a Vichy – competizione che, di fatto, è equiparabile al Mondiale – l’anno precedente i Giochi quando Cipolla era subentrato ad Enrico Pietropolli, a sua volta sostituto di Giorgio Conte che agli Europei di Duisburg del 1965 aveva vinto l’argento.

Eppure i due canottieri veneti rischiano di non andarci nemmeno in Messico perché nell’anno preolimpico 1967 si sono rifiutati di allenarsi collegialmente lontano da Treviso, tanto da subire minacce di squalifica da parte della Federazione: l’oro di Vichy smorza le polemiche, i tre amici salgono sull’aereo in destinazione Distrito Federal e sarà la loro fortuna.

Sambo e Baran, che conoscono il campo di regata proprio per avervi disputato la gara preolimpica, non hanno problemi nel primo turno eliminatorio, qualificandosi direttamente alle semifinali senza bisogno del ripescaggio, con il secondo miglior tempo dietro all’armo tedesco orientale formato da Helmut Wollmann e Wolfgang Gunkel. Inseriti nella seconda semifinale, vincono la loro batteria scendendo sotto il limite degli 8′ e con un netto margine su Danimarca e Germania Ovest, mentre nell’altra regata sono ancora i Tedeschi Est a prevalere con un ridotto margine sull’Olanda, che dell’armo che vinse ai Mondiali di Bled ha solo Hadriaan Van Nees accoppiato stavolta a Herman Suselbeek, mentre più staccati finiscono gli Stati Uniti di Bill Hobbs e Richard Edmunds.

L’esito delle eliminatorie fa presagire un duello tra Italia e Germania Est per la medaglia d’oro, ma al momento delle operazioni di peso che preliminarmente fanno da prologo alla sfida in acqua, Cipolla non riesce a mandare l’ago della bilancia oltre i prescritti cinquanta chilogrammi. Pertanto, pur di non gareggiare con un’antipatica zavorra allacciata alla schiena, pensa bene di mettersi a bere acqua fino al raggiungimento dei fatidici 50. In gara, inaspettatamente, sono proprio i tedeschi i primi a cedere, dopo aver condotto in testa i primi 500 metri, non reggendo il ritmo dei colpi in acqua di Italia ed Olanda che si staccano per andare a contendersi la prima posizione. Van Nees e Suselbeek rilevano il testimone per remare al comando fino ai 1.500 metri quando, con Cipolla a dettare i tempi delle vogate e Sambo e Baran ad eseguire come meglio non si potrebbe, superano l’imbarcazione “orange“, che ha in Rody Rijnders l’esterrefatto timoniere che si vede scavalcare, per andare infine a tagliare il traguardo con un vantaggio di quasi 2″, 8’04″81 contro 8’06″80, mentre i tedeschi orientali, in chiaro crollo fisico per i problemi legati all’altura e forsanche psicologico, perdono anche il bronzo per l’inezia di 15/100 a beneficio dell’equipaggio danese composto da Jorn Krab e Harry Jorgensen.

L’Italia è campione olimpico del due con, 48 anni dopo Olgeni/Scatturin e 16 anni ad aprire la strada ai fratelli Abbagnale che rinnoveranno l’appuntamento con la medaglia d’oro nel 1984 a Los Angeles. Il premio? Un milione di lire dal Coni da dividersi in tre e una Fiat 500, che Sambo cambierà con una 850, lui che in quel macchinino proprio non riuscirà ad entrare per la stazza imponente. Poco male, quel che conta è che abbia messo braccia e gambe nell’armo che gli ha regalato l’immortalità sportiva, a lui, Baran e Cipolla. E ora chi li dimentica?

GLI SCARRONZONI E LA LEGGENDA DEGLI OTTO UOMINI D’ARGENTO

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L’arrivo in volata alle Olimpiadi del 1936 – da mymilitaria.it

articolo di Nicola Pucci

In principio quel nome, gli Scarronzoni, non prometteva niente di buono. E non lasciava certo presagire quel che sarebbe potuta essere poi la loro storia agonistica, soprattutto in sede olimpica.

Nel giugno 1928, ai campioni toscani al lago di Massaciuccoli, nel lucchese, l’otto dell’Unione Canottieri Livornesi composto da Enrico Garzelli, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Mario Del Bimbo, Vittorio Cioni,  Renato Tognaccini, Enzo Favilla, Eugenio Nenci e il timoniere Mario Ghiozzi, dà sfoggio di ben poca eleganza ed estetica del gesto tecnico, abituato com’è alla pratica dell’esercizio a remi su imbarcazioni a sedile fisso. Usando un termine che si usa in marina, l’armo livornese scarroccia, che significa deviare lateralmente dalla rotta per azione del vento, e chi è presente all’evento, a bordo lago, conia appunto il termine che diverrà nel tempo un marchio di fabbrica. Fortunatamente vincente, perchè già quel titolo locale è loro, forti e brutali nel remare come sono e inavvicinabili agli avversari di turno, e già all’abbrivio la loro leggenda comincia a scriversi.

Gli Scarronzoni nascono qui, non lontano da casa, allenati da Carlo Mazzoni che forgia un gruppo destinto a far man bassa di successi. Si comincia agli Europei del 1929, a Bydgoszcz in Polonia, dove Mario Balleri, Renato Barbieri, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Vittorio Cioni, Eugenio Nenci, Enrico Garzelli, Roberto Vestrini e il timoniere Cesare Milani, che ha preso il posto di Ghiozzi, conquistano la medaglia d’oro battendo Jugoslavia e Polonia, per proseguire l’anno dopo, a Liegi, quando l’armo italiano è costretto ad accontentarsi del secondo posto alle spalle della Francia, così come nel 1931, quando Renato Bracci ha preso il posto di Roberto Vestrini ed ancora una volta i transalpini hanno la meglio.

Nel frattempo Mario Ghiozzi, livornese doc, è sceso dall’armo e ha preso il posto di Mazzoni in cabina di comando e darà l’impronta tecnica all’otto che da quel giorno diventerà un modello di compostezza e stile, diventando di fatto l’esempio da seguire per il futuro del canottaggio tricolore.

Ma se il campo di regata ha già premiato l’equipaggio labronico, c’è un altro risultato che sta a cuore a Ghiozzi e ai suoi ragazzi. Già, perchè in piena era fascista, in cui tutto ciò che viene da Livorno è deprecabile perchè ha chiara matrice comunista, gli Scarronzoni se vincono non sono certo popolari, anzi. Ed allora è necessaria la vetrina a cinque cerchi per guadagnarsi la stima e l’applauso di un’Italia che ha virato verso il regime. Los Angeles 1932, dunque, cade a fagiolo.

L’imbarcazione italiana si presenta alla kermesse californiana, dunque, con tre medaglie europee già al collo. Ma laggiù, oltreoceano, c’è da affrontare l’armo americano, ovvero quello dell’Università della California, Berkeley, e i britannici del Leander Club, che nel 1929 e nello stesso anno 1932 si sono imposti alla Henley Royal Regatta. Insomma, la concorrenza è agguerrita e per gli Scarronzoni l’impegno, oltrechè probante, è decisamente arduo.

Al Long Beach Marine Stadium, il 10 agosto, i livornesi gareggiano in prima batteria, battendo proprio i britannici e fermando il cronometro al miglior tempo, 6’28″2. L’onore dei sudditi di Sua Maestà è leso, al punto da dover passare per le forche caudine dei ripescaggi per guadagnare la finale, a cui accedono di diritto gli americani che nella seconda serie hanno la meglio del Canada con il tempo di 6’29″0. Gran Bretagna e nordamericani superano rispettivamente Nuova Zelanda e Brasile (che non si presenta) gli uni, Germania e Giappone gli altri e i quattro equipaggi, il 13 agosto, scendono in acqua per la sfida decisiva.

E qui si fa la storia. Gli Scarronzoni, determinati, forti e con quello spirito battagliero che è proprio dei suoi componenti, di umili origine e che la vita obbliga alla fatica quotidiana per guadagnarsi la pagnotta, passano in testa a metà gara, con gli americani alle costole e canadesi e britannici leggermente staccati che librano tra loro la lotta per la medaglia di bronzo. Il testa a testa tra italiani e universitari californiani è eccitante, gli statunitensi sorpassano, ai 300 metri dal traguardo i livornesi sono di nuovo al comando, infine sulla linea d’arrivo sono gli americani a metter la prua davanti, per l’inezia di 2 decimi, 6’37″6 contro 6’37″8. Gli Scarronzoni sono d’argento e la gloria, almeno quella olimpica, è conquistata.

Passano quattro anni e gli Scarronzoni, reduci dall’ennesimo secondo posto agli Europei di Budapest del 1933 (vinceranno l’oro ad Amsterdam nel 1937 e il bronzo a Milano nel 1938, per un totale di sei metalli continentali), si presentano all’appuntamento con le Olimpiadi di Berlino del 1936 dove si rinnova il duello tra l’otto americano e quello livornese.

Si gareggia nel lago di Grunau, e i quattordici equipaggi iscritti alla gara entrano in lizza nelle tre batterie che promuovono direttamente alla finale gli Stati Uniti, rappresentati dall’equipaggio dell’Università di Washington, grandi favoriti, che segnano in 6’00″8 il miglior tempo, l’Ungheria, campione d’Europa, e la Svizzera. L’armo italiano è secondo alle spalle dei magiari ed è costretto a passare per i recuperi, dove prevale facilmente su Giappone, Jugoslavia e Brasile accedendo così all’atto finale, insieme alla Germania padrona di casa e alla Gran Bretagna. Rispetto a quattro anni prima sono rimasti Guglielmo Del Bimbo, Dino Barsotti, Enrico Garzelli e il timoniere Cesare Milani, mentre sono nuove reclute Oreste Grossi, Enzo Bartolini, Mario Checcacci, Dante Secchi e Ottorino Quaglierini. Ma la competitività dell’Italia è garantita comunque.

La finale si disputa il 14 agosto ed è appassionante. La Germania, che vuol vincere la medaglia d’oro per compiacere i gerarchi nazisti presenti all’evento, Hitler compreso, parte a spron battuto seguita dalla Svizzera. Gli Stati Uniti remano in fondo, in sesta posizione, con l’Italia che segue i due armi al comando della gara, per scavalcarli entrambi e balzare in testa. L’eccitazione è massima in tribuna, il pubblico incita la Germania (che domina le gare di canottaggio vincendo 5 delle 7 regate in programma e cogliendo inoltre un argento e un bronzo) ma sono gli Stati Uniti ad operare una clamorosa rimonta che li porta davanti ai 1.800 metri. L’arrivo è proprio al fotofinish, Stati Uniti, Italia e Germania piombano appaiate sul traguardo e il responso cronometrico premia infine gli americani, che col tempo di 6’25″4 bissano il successo di Los Angeles, con l’Italia come allora ancora una volta seconda, staccata di soli 6 decimi, altri 4 decimi davanti alla Germania che sale sul terzo gradino del podio.

Gli otto uomini d’argento del canottaggio italiano possono tornare a casa, soddisfatti seppur battuti: la loro leggenda è destinata a tramandarsi ai posteri ed oggi, quando si citano gli Scarronzoni, si ricordano quei ragazzi che sconfissero le ideologie di partito e diventarono degli eroi.

LE REGATE D’ORO DI EKATERINA KARSTEN

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Ekaterina Karsten – da orrlabda.hu

articolo di Nicola Pucci

Credo sia giunto il momento di lasciar spazio anche a qualche donzella, quando si parla di canottaggio. Perchè se è vero che la disciplina ha debuttato in sede olimpica solo a Montreal, nel 1976, è altrettanto vero che il tempo è già sufficiente abbastanza per innalzare al rango di leggenda alcune campionesse. Ed Ekaterina Karsten è una di queste.

Già medaglia di bronzo nel quattro di coppia ai Giochi di Barcellona del 1992, la ragazza bielorussa, classe 1972, nata a Minsk e che proprio in Catalogna gareggia per la bandiera della CSI (la Comunità di Stati Indipendenti, nata sulle ceneri della defunta Unione Sovietica), diventa nel corso degli anni la più formidabile interprete della prova di singolo del canottaggio femminile.

Il suo palmares, in effetti, conosce già la gloria a cinque cerchi ad Atlanta, nel 1996, quando si trova a dover fronteggiare il tentativo della rumena Elisabeta Lipa di difendere il titolo conquistato quattro anni prima e quello della belga Annelies Braedael e della canadese Silken Laumann di salire nuovamente sui due gradini più bassi del podio. Le due ultime iridate della specialità, la danese Trine Hansen e la svedese Maria Brandin, sono altre due autorevoli candidate alle medaglie ed in batteria, firmando i due migliori tempi, confermano le loro credenziali. La Karsten blocca il cronometro a 8’03″73 in una serie che boccia la Lipa e obbliga la Braedael ai ripescaggi, per poi piazzarsi seconda in semifinale alle spalle della Laumann, garantendosi nondimeno la qualificazione alla finale con il quinto tempo tra le sei ammesse. Non sembra dunque esser lei la favorita nella corsa all’oro, ma la bielorussa ha riservato per l’atto decisivo le energie migliori e disegna un capolavoro. Nelle acque del Lago Lanier la Karsten prende il comando della gara fin dai primi metri, tenendo a distanza la Laumann, che corre con una gamba lesionata da un terribile incidente che prima dei Giochi di Barcellona ne ha fortemente messo in dubbio il preseguimento della carriera, e chiude trionfante con tre secondi di vantaggio, margine che le vale la medaglia d’oro.

Lanciata ormai nel firmamento internazionale del canottaggio, la Karsten, che ha poco più di 24 anni, comincia una raccolta di successi che la vedono vestirsi della maglia arcobaleno di campionessa del mondo nel 1997 al Lago di Aiguebelette e nel 1999 a St.Catharines in Canada, due affermazioni che ne fanno la logica favorita anche alle Olimpiadi di Sydney del 2000. Dove si presenta con la dichiarata intenzione di concedere il bis.

In Australia la Karsten si trova a dover competere con la tedesca Katrin Rutschow, due volte medaglia d’argento iridata nel 1998 e nel 1999, e con la bulgara Rumyana Neykova, che ai Mondiali del 1999 è salita sul terzo gradino del podio. La campionessa del mondo del 1998 a Colonia, la russa Irina Fedotova, ha invece optato a Sydney per il quattro di coppia (vincerà il bronzo), mentre dal pronostico non è esclusa la Brandin che seppur ormai 37enne ha all’attivo il Mondiale vinto a Tampere nel 1995, due terzi posti alle rassegne iridate del 1997 e del 1998, oltre ad esser stata quinta a Barcellona e quarta ad Atlanta. Inoltre, può vantare le vittorie alla prestigiosa Henley Royal Regatta dal 1993 al 1998, ad eccezione dell’edizione del 1994.

In effetti la prova non riserva sorprese, con la neozelandese Sonia Waddell che si impone nella prima batteria mentre Neykova, Karsten e Rutschow vincono le altre tre serie, con la tedesca che fa segnare il miglior tempo, 7’32″80, mentre la Brandin è costretta ai ripescaggi per accedere alle semifinali che la elimineranno definitivamente. La Neykova vince facilmente la prima semifinale con il tempo di 7’28″34, precedendo l’australiana Douglas e la Waddell, che si qualificano a loro volta per la finale, mentre la Rutschow batte la Karsten nella seconda semifinale, 7’37″77 contro 7’40″36, con il terzo posto, ultimo utile per accedere alla finale, appannaggio della russa Yulia Alexandrova.

Ma la bielorussa, al solito e con impeccabile senso tattico, ha riservato il meglio per l’atto decisivo, e quella che va in scena il 23 settembre è una finale tra le più entusiasmanti della storia del canottaggio olimpico. Le tre campionesse infatti battagliano tra loro sul filo dei centesimi, spalla a spalla, ed infine è solo il fotofinish a decretare la vittoria della Karsten con il tempo di 7’28″14, un solo centesimo meglio della Neykova (pari a 40 centimetri!) che si deve accontentare di un amaro secondo posto, mentre la Rutschow è a sua volta medaglia di bronzo con un ritardo di ottantacinque centesimi. La Karsten si conferma campionessa olimpica… ma stavolta che fatica!

E va a realizzare una doppietta ad oggi ancora ineguagliata, provando poi in altre tre occasioni a migliorare il suo bottino olimpico. Ma ad Atene, nel 2004, la Rutschow avrà la sua rivincita imponendosi nettamente nel duello a due e quattro anni dopo ancora, a Pechino 2008, la Karsten dovrà accontentarsi della medaglia di bronzo, battuta stavolta in un arrivo serrato dalla stessa Neykova e dall’americana emergente Michelle Guerette.

Le fatiche olimpiche della bielorussa non sono però ancora finite, perchè Ekaterina si ripresenta anche a Londra nel 2012, ormai 40enne, forte dell’argento iridato conquistato a Bled l’anno prima, seconda solo alla ceca Miroslava Knapkova per la sua quindicesima (!!!) medaglia ai Mondiali, distribuite tra il 1997 e il 2013, terminando però la sua avventura ai Giochi con un onorevole seppur insoddisfacente quinto posto nella gara vinta dalla stessa Knapkova.

Ma può bastare così, cinque podi consecutivi alle Olimpiadi fanno di Ekaterina Karsten la canottiera più blasonata della storia. Avete qualcosa da obiettare in proposito?

BOBBY PEARCE E LA DOPPIETTA OLIMPICA D’ORO DA SINGOLO

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Bobby Pearce – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Curiosa la storia di Henry “Bobby” Pearce. Tanto che i tratti essenziali della sua carriera sono maledettamente simili a quelli del collega di remo di cui ha rilevato il testimone, John Brendan Kelly, il papà di Grace, che prima di lui fu rifiutato alla competizione più prestigiosa per poi prendersi una sonora rivincita meritandosi la gloria olimpica.

In realtà Pearce è australiano, esattamente di Double Bay, un sobborgo di Sydney dove la famiglia, da almeno tre generazioni, si distingue particolarmente nel mettere in acqua e guidare con perizia un’imbarcazione a remi. Il bisnonno di Bobby, emigrato dall’Inghilterra a metà secolo Ottocento, avvia questa tradizione sportiva, trasmettendola poi al nonno di Bobby, Harry Pearce sr. che diventa campione australiano di canottaggio, e al padre, Harry Pearce jr. che nel 1911 e nel 1913 chiude due volte secondo ai Campionati del Mondo alle spalle del neozelandese Richard Arnst e del britannico Ernest Barry.

E visto che buon sangue non mente, il nostro Henry, classe 1905, evidenzia precocemente eccellenti doti, tanto da venir iscritto e giungere secondo a soli sei anni ad una competizione con canottieri più grandi di lui. Lascia dunque ben presto la scuola per lavorare come carpentiere e poi insieme al padre nella fabbrica di pesce, entra nell’Esercito del suo paese, svolge con successo anche attività pugilistica e nel 1926 è pronto a gareggiare ai massimi livelli difendendo i colori del Sydney Rowing Club. Forte anche di un corpo da fustacchione, 188 cm per 92 kg…. una sorta di granatiere prestato al canottaggio!

Pearce gareggia da singolo, perchè è nell’esercizio in solitario che può esprimere al massimo quel senso di rivalsa a cui una vita di fatiche quotidiane lo ha relegato. Tanto da vedersi preclusa la chance di partecipare alla gara più prestigiosa, la Diamond Sculls alla Henley Royal Regatta, perchè “operai, artigiani o lavoratori di braccio” non sono ben accetti a quel consesso di campioni. Già, esattamente quel che venne negato a Kelly.

Nel frattempo Bobby fa incetta di titoli australiani, e per il 1928 è selezionato dall’Australia per gareggiare alle Olimpiadi di Amsterdam, unico canottiere ma già noto al punto da aver l’onore di far da portabandiera per il suo paese nel corso delle cerimonia di apertura dei Giochi. 15 concorrenti sono allineati al via della gara di singolo, nel bacino di Sloten, e Pearce è già il migliore al primo turno quando con il tempo di 7’55″8 batte il tedesco Flinsch. Il responso del cronometro premia Pearce anche con il danese Schwartz, 7’28″0, ma è nella sfida dei quarti di finale con il francese Victor Saurin che l’australiano dà prova non solo di superiorità disarmante, 7’42″8, ma anche di rispetto per la vita animale quando si ferma per far passare una fila di anatre per poi riprendere a vogare e tagliare il traguardo con un buon margine di vantggio sul transalpino. David Collet, britannico, nulla può in semifinale ed allora, all’atto decisivo per l’assegnazione del titolo olimpico, Pearce si trova a battagliare con il veterano Ken Myers, americano che già nel 1920 aveva colto l’argento nel quattro con e che nel 1932 sarà infine trionfatore nel due di coppia. Non c’è praticamente partita, Bobby fa corsa di testa e con il tempo di 7’11″0, dieci meno del rivale, sale sul gradino più alto del podio.

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Pearce con la sua imbarcazione – da en.wikipedia.org

Garantita la gloria sportiva, Bobby vorrebbe assicurarsi un buon futuro lavorativo. Ma se la Grande Depressione del 1929 spazza via le illusioni, sue e quelle di qualche centinaia di milioni di altri poveri cristi travolti dal crollo di Wall Street, obbligandolo alla disoccupazione, nel 1930 la dea bendata giunge in suo aiuto. Impegnato ai Giochi del Commonwealth ad Hamilton, in Canada, non importa che Pearce vinca come da pronostico la competizione battendo quel Jack Beresford che non solo ha già trionfato in carriera quattro volte alla Henley Royal Regatta e ai Giochi di Parigi del 1924 ma è stato il fiero avversario di Brendan Kelly, già proprio lui, bensì che un certo Lord Dewar, magnate del whisky, gli offra un impiego come venditore. E sa lo cosa lo aliena dalla povertà di quegli anni, nondimeno gli consente di acquisire lo status necessario per accedere alla Diamond Sculls.

Cosa che puntualmente avviene nel 1931 quando, ormai cittadino canadese, affiliato al Leander Boat Club di Hamilton, può finalmente gareggiare e vincere, assurgendo a pieno titolo al rango di canottiere più forte del mondo. E se caso mai ci fosse bisogno di rafforzare il proprio balsone, così come di incrementare il palmares, ecco che nel 1932 si rinnova l’appuntamento con le Olimpiadi di Los Angeles.

In verità ai Giochi californiani la concorrenza non è particolarmente agguerrita, tanto meno folta con soli 5 canottieri, anche se questi rispondono al nome dei due americani William Miller, argento ad Amsterdam nel quattro di coppia, e Joseph Wright jr., vincitore della Diamond Sculls nel 1928, del britannico Dick Southwood, che a Berlino nel 1936 vincerà l’oro nel due di coppia con lo stesso Beresford, e dell’uruguaiano Guillermo Douglas.

Ed è proprio Miller a render dura la vita a Pearce, che abbisogna di tutta la sua classe e del suo temperamento da indomabile per aggiudicarsi prima la sfida di semfinale, 7’27″0 contro 7’29″0, poi imporsi all’atto conclusivo in 7’44″4, a tagliare il traguardo otto decimi prima dell’irriducibile avversario. Il terzo classificato, Douglas, rema a distanza siderale, 29 secondo, ma regala all’Uruguay la prima medaglia olimpica che non sia il gioco del calcio. E questo ne farà un eroe in patria.

Pearce bissa l’oro olimpico per un’impresa che verrà prima eguagliata, poi migliorata dal sovietico Vyacheslav Ivanov che farà tripletta tra il 1956 e il 1964. Ma Bobby non se ne farà un cruccio, lui come Kelly fu rifiutato dagli spocchiosi inglesi e poi consumò la sua vendetta. Perchè è così che fanno i campioni.

THOMAS LANGE, QUANDO EST OD OVEST NON FA DIFFERENZA

537124107articolo di Giovanni Manenti

Anche se ciò non è in linea con quello che dovrebbe essere lo spirito alla base delle singole discipline sportive – pur se il pensiero di decoubertiana memoria è sempre suonato utopistico sin dall’inizio – troppo spesso la politica ha fatto uso dello sport per affermare la propria superiorità.

Negli anni ’60 e ’70 si è assistito, in piena epoca di “Guerra Fredda” tra i due opposti blocchi, ad una accesa rivalità che vedeva il medagliere olimpico quale simbolo di superiorità delle due rispettive ideologie, con uso più che sovente di additivi per migliorare le prestazioni dei singoli atleti per il “bene del paese”.

Ciò nondimeno, le due decadi successive, pur vivendo il culmine di questa acerrima contesa con i due opposti boicottaggi delle Olimpiadi Giochi di Mosca 1980 e di Los Angeles 1984 – con il senno di poi è evidente come, in un clima del genere, sia stata poco felice la scelta del CIO di assegnare a dette città l’organizzazione dei Giochi – hanno altresì visto la disgregazione dell’impero sovietico, con conseguente riunificazione della Germania, da un lato, e la proliferazione di nuove realtà indipendenti, dall’altro.

In detto scenario, alcuni atleti si sono ritrovati in scomode posizioni, vuoi per dover rinunciare al più importante appuntamento della loro carriera causa boicottaggio, così come nel veder sparire un apparato che sino ad allora li aveva accolti, e doversi, conseguentemente, adeguare ad una nuova realtà.

Uno di questi casi è quello del canottiere Thomas Lange, nato a fine febbraio 1964 ad Eisleben, ridente cittadina della Bassa Sassonia, nota per aver dato i natali a Martin Lutero, all’epoca facente parte della Germania Est.

Come molti ragazzi della sua epoca, Lange sviluppa una particolare predisposizione per il canottaggio, sport molto in voga nell’ex Ddr, tanto da mettersi in evidenza ad appena 16 anni quando, unitamente a Roland Schroeder, si aggiudica la medaglia d’oro ai Campionati mondiali juniores di Hazewinkel nel due di coppia, superando di un soffio l’armo britannico, composto, pensate un po’, da Adam Clift e da un “certo” Steve Redgrave, il quale resta talmente ammaliato dal modo di remare del giovane tedesco est, uscendosene con un “Thomas ha un talento unico, si vede che è nato per praticare questo sport …”, il che vale molto di più di un semplice attestato di stima.

L’abitudine a salire sul gradino più alto del podio non viene persa da Lange neppure nelle due successive edizioni dei Mondiali juniores, quando si aggiudica l’oro nel singolo sia a Sofia 1981 che a Piediluco 1982, circostanza che lo fa considerare pronto dalla federazione tedesco orientale per l’esordio coi “grandi” alla rassegna iridata 1983 che si svolge in Germania, a Duisburg, ed in cui viene iscritto nel due di coppia assieme ad Uwe Heppner.

Opposti ai campioni mondiali in carica, i norvegesi Rolf Thorsen ed Alf Hansen, che l’anno prima a Lucerna avevano sconfitto proprio la coppia della Germania Est formata da Kroppelien e Dreifke, Lange & Heppner riscattano l’onore del proprio paese infliggendo all’equipaggio nordico una dura lezione, staccandolo di oltre 3″ (6’20″170 a 6’23″430).

A 20 anni da poco compiuti, per Lange si aprirebbe quello che per un ragazzo della sua età sembra un sogno coltivato da piccolo non appena tornava a casa dagli allenamenti, vale a dire il suo primo appuntamento olimpico, se non fosse che deve per la prima (e non sarà l’ultima, purtroppo) volta in vita sua fare i conti con la politica che, causa il contro boicottaggio dei Paesi del “blocco sovietico” ai Giochi di Los Angeles 1984, non gli consente di prendere parte alla rassegna a cinque cerchi.

Una probabile medaglia d’oro persa, come dimostra l’esito dei Mondiali di Hazewinkel 1985 dove la coppia Lange/Heppner bissa il titolo di due anni prima in una finale in cui, per rendere l’idea, l’armo belga composto da Crois e De Loof, argento l’anno prima ai Giochi californiani, si piazza ai margini del podio ma con un distacco di quasi 7″ (!!!) dall’equipaggio dell’ex Ddr.

Per un vincente del suo calibro, Lange avverte l’avventura nel due di coppia come un qualcosa di limitativo delle proprie potenzialità, decidendo di dedicarsi al singolo anche per potersi confrontare con due mostri sacri come il finnico Pertti Karppinen ed il connazionale di sponda occidentale Peter-Michael Kolbe, i quali si stanno dividendo da anni la scena internazionale, con il finlandese a prevalere in sede olimpica ed il tedesco in occasione delle rassegne iridate.

Una sfida che però, a causa di una malattia che ne impedisce l’attività agonistica nel corso del 1986, Lange deve rimandare ai Mondiali di Copenhagen 1987 dove il 23enne sassone – di 11 anni più giovane dei coetanei Kolbe e Karppinen – infligge agli storici rivali una memorabile sconfitta, concludendo la prova in 7’37″480 con oltre 3″ di distacco sugli stupefatti avversari, cui non resta che sprintare per l’argento, con Kolbe a spuntarla per l’inezia di appena 0″14 centesimi (7’40″76 a 7’40″90).

Lange è oramai pronto per aggiungere l’alloro olimpico alla sua fama e, dopo aver dovuto rinunciare a Los Angeles per motivi indipendenti dalla sua volontà, non si lascia stavolta sfuggire la grande occasione costituita dai Giochi di Seul 1988, mettendo in mostra una superiorità talmente schiacciante da relegare lo sbalordito Kolbe – che pure conclude la gara in un 6’54″77 che gli vale l’argento – ad un distacco di quasi 5″!

L’impresa che vale a Lange il “passaggio del testimone” è ben riassunta nelle parole del coach tedesco orientale Jurgen Grobler, il quale evidenzia come “Thomas abbia una particolare predisposizione per il canottaggio, i suoi remi entrano in acqua con una incredibile velocità, al pari di Ivanov, il sovietico che vinse tre medaglie d’oro olimpiche a cavallo degli anni ’60; ma rispetto agli altri, Lange ha una qualità in più, vale a dire quella di saper leggere la gara e capire quando è il momento di forzare il ritmo“.

All’apice della successo, Lange non ha difficoltà a confermarsi campione mondiale sul lago di Bled in Slovenia nell’edizione 1989 della rassegna iridata, ma fosche nubi stanno per addensarsi sulla sua famiglia per effetto della caduta del muro di Berlino nel novembre del medesimo anno.

Difatti il padre, che risulterà essere stato un membro della Stasi (la famigerata polizia segreta dell’ex Ddr), si suicida ed il 25enne Thomas riprende gli studi in medicina dedicando meno tempo al canottaggio, circostanza che induce la federazione ad iscriverlo ai Mondiali 1987 in Tasmania nuovamente nel duo di coppia assieme a Stefan Ullrich, ottenendo comunque un significativo argento a poco più di mezzo secondo di distacco dagli austriaci Jonke e Zerbst.

Superato il comprensibile shock derivante dalla tragedia familiare, Lange riprende ad allenarsi con continuità e l’anno seguente, tornato a cimentarsi nel singolo, mette ancora la prua della sua imbarcazione davanti a tutti ai Mondiali di Vienna 1991, rifilando quasi 4″ di distacco al cecoslovacco Chalupa, argento anche l’anno precedente in Australia, preparandosi così a difendere il titolo olimpico alle Olimpiadi di Barcellona 1992, stavolta sotto i colori della Germania unificata.

Con Kolbe fuori dai giochi, sia per raggiunti limiti di età che per l’unico posto a disposizione, ovviamente assegnato a Lange, e con il 39enne Karppinen alla sua quinta ed ultima Olimpiade, l’unico serio antagonista per l’oro è ancora il già citato Vaclav Chalupa, con il quale “incrocia i remi” già in semifinale, che il tedesco si aggiudica con un vantaggio di circa 1″50, con Karppinen che giunge quarto e fallisce l’entrata in finale, mentre l’argentino Sergio Fernandez ottiene il miglior tempo di 6’53″40 facendo sua la seconda serie.

Ma il canottiere sudamericano ha evidentemente sprecato tutte le sue energie in qualificazione, non entrando mai in gara nella finale dell’1 agosto 1992 sul lago di Banyoles e concludendo staccatissimo all’ultimo posto, mentre, come da pronostico, la medaglia d’oro è un affare a due tra Chalupa e Lange, con il cecoslovacco che cerca di sorprendere il rivale forzando il ritmo in avvio, tanto da transitare in testa a metà gara con un vantaggio di 0″38 centesimi sul tedesco, il quale, da par suo, ben lungi dal farsi intimorire, aumenta la frequenza dei colpi nella seconda parte, portandosi nettamente in testa già ai 1500 metri per poi contenere il tentativo di rimonta di Chalupa ed andare a trionfare in 6’51″40 rispetto al 6’52″93 del suo tenace avversario.

Il bis olimpico rappresenta l’apice della carriera di Lange che, bronzo l’anno successivo ai Mondiali di Racice, in Repubblica ceca – dove il “povero” Chalupa, nelle acque del bacino amico, riesce finalmente a sopravanzarlo solo per vedersi beffare dal canadese Derek Porter, incrementando così la sua collezione di secondi posti – si dedica agli studi completando nel 1994 il corso di laurea in Medicina, così saltando l’appuntamento con i Mondiali di Indianapolis.

Ripresa l’attività per inseguire il sogno del tris olimpico ad Atlanta 1996 – impresa già riuscita al sovietico Vyacheslav Ivanov tra Melbourne 1956 e Tokyo 1964, nonché al più volte ricordato Karppinen da Montreal 1976 a Los Angeles 1984 (pur con il vantaggio dei due boicottaggi) – Lange viene per la prima volta escluso dal podio nella rassegna iridata di Tampere 1995, giungendo quinto nella gara che vede trionfare lo sloveno Iztok Cop, per poi vendere cara la pelle in occasione della rassegna a cinque cerchi, dove conclude una eccezionale carriera con il terzo posto alle spalle dello svizzero Xeno Muller, vittorioso in 6’44″85, con l’argento a sfuggirgli per soli 0″27 centesimi a beneficio del citato canadese Porter.

Al ritiro, Lange ottiene nel 1997 dalla Federazione Internazionale (FISA) il prestigioso riconoscimento della “Medaglia Thomas Keller, premio istituito nel 1990 alla memoria del monegasco Thomas Keller, presidente federale dal 1958 sino alla sua morte, avvenuta nel 1989, in una cerimonia che vede altresì salire sul palco i “fratelloni d’Italia” Giuseppe e Carmine Abbagnale, per poi dedicarsi alla professione di medico in Ratzeburg, lasciando all’ex compagno di squadra Peter Hoeltzenbein il compito di completarne il profilo con le parole “sono sempre stato profondamente impressionato da come questo fantastico atleta abbia potuto passare in un attimo dalle competizioni al suo studio medico in Ratzeburg!“.

Forse, il buon Peter non rammenta che quando si è campioni con la “C maiuscola”, lo si è in ogni aspetto ed in qualunque situazione!

JOHN KELLY, IL PAPA’ DI GRACE CHE FU CAMPIONE OLIMPICO

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John Brendan Kelly – da therake.com

articolo di Nicola Pucci

In famiglia c’è chi è bella e recita bene, Grace, e c’è chi è possente e voga di forza, John Brendan. Se poi si ha pure la fortuna di chiamarsi Kelly, ecco che se l’una diventerà principessa, l’altro assurge al rango di gloria olimpica.

Bella storia quella di John Brendan Kelly, appunto, che di Grace altri non è che il padre. Nasce il 4 ottobre a Filadelfia, figlio di due immigrati irlandesi venuti negli Stati Uniti a cercar fortuna, John e Mary Ann Costello, che di rampolli ne hanno ben dieci. Il giovane John Brendan, che acquisice ben presto centimetri, 187, chili, 90, e forza nelle braccia, racimola qualche denaro come muratore, perchè la sussistenza è necessaria, e nel contempo comincia a far di canottaggio nelle acque del Schuylkill, il fiume che taglia la Pennsylvania. E’ bravo, indubbiamente, tanto che nel 1916 è campione americano, universalmente riconosciuto come il miglior rematore della nazione. Ci sarebbe da gareggiare al di fuori dei patri confini, ed in effetti John all’estero ci va, ahimé come privato dell’Esercito americano impegnato nella Prima Guerra Mondiale.

Non c’è tempo per vogare, bensì allenare braccia e fisico con la boxe, noble-art in cui John è così abile da conquistare ben dodici vittorie in dodici incontri da peso massimo con i commilitoni, tra i quali un certo Gene Tunney, che sarà campione del mondo della categoria una volta accolto tra i professionisti, che vince il torneo grazie al ritiro di John che si rompe una caviglia. La guerra, ora sì, finalmente, giunge a termine e John, congedato con i gradi di tenente, torna al canottaggio con il Vesper Club di Filadelfia, collezionando un successo dietro l’altro, addirittura 126 consecutivamente. Ma se lo sport gli è amico, altrettanto lo è l’attività di muratore, che funziona bene al punto che Kelly diventa un marchio edile e il conto in banca, nell’America che cresce e crea milionari ben prima della grande crisi del 1929, lievita.

Risolta la questione economica, seppur avendo ideato un meccanismo di pagamento controverso, per non dire ingannevole, John, che gareggia nella specialità del singolo ed è pure ottimo giocatore di football americano, ambisce a prender parte alla Henley Royal Regatta, la competizione di maggior prestigio al mondo che si disputa sulle acque del Tamigi ed assegna il Diamond Sculls. John avrebbe i requisiti sportivi sufficienti a partecipare, ovvero sei titoli nazionali e l’imbattibilità accertata dalle vittorie in successione, ma gli inglesi, integrali e gelosi di una tradizione che nel caso della Royal Regatta risale addirittura al 1844, anno in cui Thomas Brooks Bumpsted vinse la prima edizione della gara, sono fedeli allo statuto che vieta la partecipazione a “operai, artigiani o lavoratori di braccio“. Curiosamente, proprio lo status di John Brendan Kelly, forse anche escluso perchè il Vesper Club è tacciato di professionismo, e la cosa è assolutamente contraria al mai troppo poco ostentato principio del dilettantismo dello sport d’alto livello. Corre voce, altresì, che gli inglesi temessero la vittoria di un americano e la cosa, proprio, non poteva andar loro a genio.

Fatto sta che John ingoia il boccone amaro, e si ripromette di prendersi la rivincita in altra sede, che proprio nel 1920 è Anversa, edizione numero VII delle Olimpiadi moderne. Inizialmente, ad onor del vero, John non avrebbe in programma l’impegno ai Giochi, ma c’è lo smacco di Henley da riscattare ed allora, in quel Belgio che stenta a risollevarsi dagli orrori della guerra, il canottiere di Filadelfia ci va. E sarà un gran successo.

Sorte vuole che alla gara di singolo della prova olimpica sia iscritto proprio quel Jack Beresford che si è imposto alla Royal Regatta, dunque quale miglior occasione per Kelly di certificare agli occhi del mondo la sua inequivocabile superiorità? Il britannico, che sarà capace di andare a medaglia per ben cinque edizioni consecutive dei Giochi collezionando tre ori e due argenti, è a sua volta fior di rematore e la sfida tra i due campioni, nondimeno amici a dispetto della rivalità agonistica, come si suol dire, merita il prezzo del biglietto. Nelle acque del  Canale Willebroek, il 29 agosto, dopo che i due avversari hanno dominato batterie e semifinali con Kelly a far registrare il miglior tempo in 7’44″2 seppur impegnato dal neozelandese Clarence Hadfield D’Arcy, l’incedere dei contendenti è avvincente, spalla a spalla uno affiancato all’altro, con Beresford leggermente avanti e Kelly che solo nel finale riesce a mettere la sua prua davanti a quella dell’avversario per cogliere la medaglia d’oro in 7’35″0 contro i 7’36″0 di Beresford. L’onta di Henley è levigata e la gloria olimpica, ora e per sempre, appartiene a John Brendan Kelly. Che non manca di far recapitare a Re Giorgio V il suo berretto da gara, con la firma “saluti da un muratore“. Già, la vendetta è un piatto che va gustato freddo.

Ma non è tutto. Poco meno di un’ora dopo John, assieme al cugino Paul Costello, torna in acqua per la gara del due di coppia, già qualificato con il successo in batteria in 7’16″8, e la doppietta d’oro è assicurata dalla vittoria contro la coppia azzurra composta da Erminio Dones e Pietro Annoni, che paga dazio alla superiorità degli americani. Mai nessun canottiere, prima e dopo, nella storia dei Giochi sarà capace di fare altrettanto.

John Brendan Kelly, muratore di Filadelfia che diventò ricco e guadagnò fama olimpica, è ora un uomo vincente. Trionfa ancora, alle Olimpiadi di Parigi del 1924 dove, sempre con l’inseparabile Costello, fa il bis nel due di coppia, stavolta al cospetto dei francesi Marc Detton e Jean-Pierre Stock, ma è fuori dall’acqua che ottiene i risultati più appaganti. Dall’unione con Margaret Katherine Majer nascono quattro figli: Margaret Katherine, John Brendan jr., Grace Patricia e Elizabeth Anne. Sapete come è andata a finire? Grace è diventata principessa di Monaco, John Brendan jr., guarda che piacevole coincidenza, ha vinto la Diamond Sculls nel 1947 e nel 1949.

Già, perché nel frattempo operai, artigiani e lavoratori di braccio sono stati infine ammessi a gareggiare dalle parti di Henley. Bella storia, no? Ora sì che John può dirsi soddisfatto e rimborsato. Con tanto di interessi.

GREGOR HRADETZKY, DALL’ORGANO ALLA CANOA D’ORO A BERLINO 1936

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Gregor Hradetzky a Berlino 1936 – da gettyimages.it

Le Olimpiadi di Berlino del 1936 segnano l’esordio ai Giochi delle gare di canoa-kayak. Nel bacino di Grunau si disputano, tra il 7 e l’8 agosto, nove prove: tre di canoa, quattro di kayak e due di kayak smontabili. Il protagonista della kermesse a cinque cerchi è Gregor Hradetzky, austriaco 27enne nato a Krems an der Donau, che si mette al collo due medaglie d’oro individuali.

Curiosa la storia di Hradetzky, figlio di un costruttore di organi, che impara a pagaiare lungo le acque del Danubio e che d’inverno, bravo con gli sci ai piedi, si garantisce la possibilità di partecipare ai Giochi di Garmisch nella combinata nordica. Un infortunio alla mano lo esclude però dalla kermesse a cinque cerchi, ed allora è bene dirottare ambizioni ed energie alle Olimpiadi berlinesi.

La prima gara a cui Hradetzky si presenta al via sono i 10.000 metri kayak smontabili (F1, gara che per la prima ed unica volta viene disputata alle Olimpiadi), di cui lo stesso atleta ha vinto il titolo europeo nel 1933 e nel 1934. I suoi rivali più pericolosi sono il francese Henri Eberhardt, secondo proprio alla manifestazione continentale, mentre il campione nazionale tedesco, Xaver Hormann, veste i panni del terzo incomodo. In effetti i tre atleti si contendono le medaglie dominando la prova fin da subito, con gli altri dieci concorrenti a distanza di sicurezza. Dopo che Hormann ha comandato la gara all’inizio, Hradetzky e Eberhardt lo rilevano in testa alla corsa, alternandosi in prima posizione, fin quando all’ultimo chilometro Hradetzky allunga e vince con un margine di tre secondi sul francese, con Hormann che sale sul terzo gradino del podio.

Il giorno dopo tocca al K1 1.000 metri, prova che prevede due batterie che qualificano i primi quattro alla finale. Il favorito è il tedesco Helmut Cammerer, campione d’Europa, mentre sono assenti l’altro tedesco Ewald Tilker e lo svedese Nils Wallin che proprio agli Europei si sono messi in luce. Curiosamente Hradetzky e Cammerer competono nella stessa batteria, la seconda, dopo che l’olandese Jaap Kraaier ha vinto la prima con il tempo di 4’36″5, chiudendo in prima e seconda posizione con un cronometro che li conferma decisamente superiori alla concorrenza, 4’25″9 l’austriaco e 4’27″2 il tedesco. In finale è testa-a-testa tra i due campioni, con Cammerer che guida la corsa nelle fasi iniziali e Hradetzky che si fa strada a 200 metri dal traguardo scavalcando il rivale alla sua sinistra ed andando a concludere con il tempo di 4’22″9 per il secondo trionfo d’oro, tre secondi meglio di Cammerer che è medaglia d’argento. L’olandese Kraaier è terzo, davanti all’americano Riedel.

A Gregor Hradetzky potrebbe già esser sufficiente quanto fatto in Germania per garantirsi l’immortalità sportiva, unico austriaco della storia, assieme a Julius Lenhart che ci riuscì nei concorsi di ginnastica addirittura a St.Louis nel 1904, ad aver vinto due medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi. Due anni dopo coglie un bronzo, sempre nel K1 1.000 metri, alla prima rassegna iridata di Vaxholm, in Svezia, battuto stavolta da Cammerer, che trova però il beniamino di casa Karl Widmark a negargli la gioia del successo. Poi la guerra impone l’alt e per questo ragazzone con la passione per il kayak, che saltava con gli sci e si dilettava con il fondo, è già l’ora di tornare all’organo.