CARLO CLERICI E LA FUGA-BIDONE VINCENTE AL GIRO D’ITALIA 1954

Carlo-Clerici-Giro-1954
Carlo Clerici al Giro d’Italia del 11954 – da indiscreto.info

articolo tratto da GPM ciclismo

Giro d’Italia 1954. Tutto il paese è in fermento per quella che potrebbe essere la rivincita tra Fausto Coppi e Hugo Koblet. I due corridori avevano dato spettacolo al Giro dell’anno precedente quando il Campionissimo riuscì ad avere la meglio sullo svizzero nella prima storica frazione con arrivo sul Passo dello Stelvio. Al via della Corsa Rosa non c’erano grandi dubbi: i favoriti erano loro due. Fiorenzo Magni non sembrava più all’altezza di entrambi, Gino Bartali si apprestava a chiudere la sua splendida carriera, Fritz Schar era ancora acerbo ma ricopriva soprattutto i delicati panni del gregario di Koblet. Insomma, tutto lasciava presagire un nuovo duello Coppi–Koblet. Ma stava per iniziare il Giro delle sorprese.

Partenza da Palermo (all’epoca sì che il Giro era veramente d’Italia) per risalire tutto lo stivale sino alle Alpi e all’arrivo di Milano. Nella cronosquadre d’apertura la Bianchi vinse infliggendo quattro minuti e mezzo alla selezione svizzera di Koblet (in quegli anni le squadre italiane potevano schierare soltanto corridori azzurri mentre gli stranieri gareggiavano nelle rispettive selezioni nazionali). Coppi vestì subito la maglia rosa. Ma il giorno successivo l’airone fu vittima di una delle crisi più brutte della sua carriera, causata, secondo la leggenda, da un’indigestione di cozze. Koblet ne approfittò ed inflisse al rivale cinque minuti. Nelle tappe successive furono per lo più le seconde linee a darsi battaglia mentre i big rimasero alla finestra. Ma il giorno decisivo sarebbe stato quello della Napoli-L’Aquila, tappa di trasferimento che sembrava tutt’altro che incisiva ai fini della classifica generale. Ma proprio quel giorno arrivò al traguardo abruzzese la più classica delle “fughe–bidone“; ad imporsi fu lo svizzero Carlo Clerici che ebbe la meglio in volata sul compagno di fuga Nino Assirelli. I grandi rimasero tutti a guardare: Coppi non si era ancora ripreso dai problemi fisici di inizio Giro, Koblet era limitato dalla presenza in fuga del compagno di squadra Clerici, mentre Magni attendeva le mosse dei due principali rivali. Fatto sta che il gruppo giunse con ben 34 minuti di ritardo e la maglia rosa passò sulle spalle del giovane Clerici.

A questo punto il malumore del pubblico iniziò a farsi sentire sulla corsa: alle prime tappe poco spettacolari in cui i big non erano pervenuti si aggiunse anche la giornata di L’Aquila, dove il gruppo viaggiò ad un andatura al limite del turistico. Ma con l’Abetone e il Passo del Bernina Clerici era dato quasi per spacciato viste le sue doti non propriamente eccelse in salita. E invece…

Nella cronometro di Riva del Garda Koblet diede una netta dimostrazione di forza infliggendo 27″ ad un altro specialista come Coppi, mentre la maglia rosa Clerici riuscì a difendersi egregiamente perdendo solamente due minuti e mezzo dal compagno di squadra. Due minuti e mezzo che sembravano una gocciolina in mezzo l’oceano rispetto agli oltre trenta minuti di vantaggio accumulati nella tappa di L’Aquila. Nel frattempo molto astuta fu la condotta del direttore sportivo della Svizzera Learco Guerra, che dichiarava continuamente “il nostro capitano rimane Koblet, Clerici è ancora giovane e non sappiamo come potrebbe reagire sulle grandi montagne“. Parole di un vecchio volpone che tante ne aveva viste in tutta la sua vita.

Un Giro d’Italia che non aveva fatto breccia nel cuore dei tifosi, e anche la stampa nazionale sembrava non gradire la condotta tattica dei principali favoriti della vigilia. Il risultato fu una corsa troppo attendista che stava seguendo il copione steso da Clerici, con quella bizzarra quanto inspiegabile fuga–bidone.

Finalmente arrivarono le Alpi. Nella tappa di San Martino di Castrozza Fausto Coppi lanciò il primo vero segnale di forza nella corsa rosa, andando ad imporsi con circa un minuto e mezzo su Koblet. Ma Clerici rimaneva lì aggrappato alla maglia rosa, consapevole del fatto che quella che gli si stava presentando sarebbe stata un’occasione irripetibile. Il giorno decisivo era quello successivo: da scalare c’era il Passo del Bernina, la vetta più alta del Giro con i suoi 2323 metri di altitudine. L’Italia intera, entusiasmata dall’impresa di Coppi a San Martino, era pronta a spingere il proprio eroe verso la conquista del Giro d’Italia. Ma i sogni di gloria vennero immediatamente spezzati. E non da Koblet o Clerici, bensì da un clamoroso quanto storico sciopero. Lo “sciopero del Bernina” rimarrà negli annali del ciclismo come la più eclatante protesta dei corridori contro gli organizzatori di una corsa ciclistica. I motivi erano prettamente economici. Sta di fatto che il plotone affrontò il Bernina ad andatura turistica stroncando, di fatto, le speranze di chi voleva un finale spettacolare che riscattasse un Giro fatto di attendismi, tattiche e paure. Ma i corridori erano inamovibili, quel giorno sciopero doveva essere e sciopero fu. Quando i giochi erano ormai fatti Koblet scattò andando ad aggiudicarsi la tappa, seguito da un sempre coriaceo Gino Bartali, all’ultimo acuto della sua personale storia al Giro.

Il giorno seguente, nella gran conclusione al Vigorelli, furono fischi per tutti. Coppi e Koblet furono i bersagli numero uno, anche il povero Clerici fu travolto dal malumore del pubblico. Ma lo svizzero aveva condotto una corsa perfetta in difesa della maglia rosa conquistata con quella discussa azione a L’Aquila. In realtà quel Giro portò la firma di Guerra, uomo di grande ciclismo che fu il primo a capire che il vantaggio di Clerici era ormai incolmabile. Nelle tappe finali era lo stesso Koblet a fare da gregario al giovane compagno di squadra per portare la Svizzera al trionfo. Un trionfo rimasto nell’immaginario collettivo come un trionfo arrivato “per caso“, quando nel ciclismo nulla esiste per caso.

Clerici, dopo quel successo nella corsa rosa, non ottenne più risultati di grande rilievo nella sua carriera, ma rimane indubbiamente uno dei protagonisti di una delle edizioni più controverse del Giro d’Italia. Ogni storia ha il suo fascino e storie come questa hanno costruito la leggenda del ciclismo, uno sport che dà una possibilità a tutti. E Clerici la sua non se l’è fatta di certo sfuggire.

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2 pensieri su “CARLO CLERICI E LA FUGA-BIDONE VINCENTE AL GIRO D’ITALIA 1954

  1. Pietro

    Mio suocero conserva un video 8 mm girato dal papà sulle volte di Ovindoli (AQ) dove è ben visibile il passaggio di Clerici in fuga !!
    Un video fantastico con il passaggio delle moto e delle auto dell’epoca, in particolare sono rimasto perplesso dal furgoncino del Corriere dello Sport che ignoravo fosse al posto dell’attuale Gazzetta!

    Mi piace

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