IL “DUELLO SPORTIVO” TRA OWENS E LONG: QUANDO LO SPORT TRIONFA SULLA FOLLIA

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Long e Owens a Berlino 1936 – da gdc.ancitel.it

articolo di Giovanni Manenti

Conquistato il potere assoluto con la nomina a Cancelliere nel gennaio 1933, Adolf Hitler si trova già servita su di un piatto d’argento l’ccasione per dimostrare al mondo intero la “potenza e la grandezza” della sua Germania, vale a dire l’organizzazione dei Giochi della XI Olimpiade dell’era moderna, che il CIO aveva assegnato per il 1936 a Berlino nella sessione del 26 aprile 1931, superando la candidatura di Barcellona, scelta a posteriori quanto mai oculata stante il divampare della sanguinosa “guerra civile” spagnola.

Come di consueto, spinto dalla sua mania di grandezza il “Fuhrer” non bada a spese per oscurare l’edizione dei Giochi di Los Angeles 1932, costruendo a Berlino un “Olympiastadion” da 100.000 spettatori per le gare di atletica leggera, sei palestre e molte altre strutture e dando altresì incarico alla “regista del Reich“, Leni Riefenstahl, di produrre il primo e più celebre film sui Giochi dal significativo titolo “Olympia” per tramandare ai posteri la magnificenza del “Dritten Reich“, per una spesa superiore ai 7 milioni di dollari.

Ma le Olimpiadi, nella mente dei gerarchi nazisti, dovevano essere anche l’occasione per confermare universalmente la superiorità tedesca ed, in particolare, della razza ariana rispetto alle altre, come le riprese iniziali della citata produzione cinematografica dimostrano filmando le scultoree forme dei giovani tedeschi che si allenano in vista delle competizioni. Del resto, non era molto difficile all’epoca, dato che le nazioni africane non partecipavano ai Giochi se non per alcune prospicenti il Mar Mediterraneo e, tra le asiatiche, il solo Giappone (peraltro politicamente alleato dei Tedeschi) vantava atleti in grado di competere tra le varie discipline.

C’era però il problema della spedizione americana, la quale vantava tra i suoi componenti, specie in atletica leggera – senza alcun dubbio la “regina dei Giochi” – diversi atleti di origine afroamericana ed il fatto che uno di loro potesse (o dovesse) prendersi le luci della ribalta olimpica tormenta le notti insonne del “Fuhrer“, specie dopo essersi informato che un certo James Cleveland “Jesse” Owens si presenterà sulla pista e pedane del nuovissimo “Olympiastadion” forte dei primati mndiali nei 100 e 200 metri, nonché nel salto in lungo, primo uomo della storia a superare gli 8 metri.

Indubbiamente fanatico, ma certamente non stupido, Hitler sa benissimo che i suoi “Jugend Athletennon hanno alcuna possibilità di successo nelle gare di velocità pura in cui, difatti, Owens ripete l’accoppiata 100/200 metri realizzata dal connazionale Eddie Tolan quattro anni addietro a Los Angeles, con l’orgoglio ariano  salvato dal forte velocista olandese Martinus Osendarp, bronzo su entrambe le distanze, metallo che poi trasformerà in oro due anni dopo agli Europei di Parigi.

A questo punto non resta che la gara del salto in lungo per sperare di infrangere il sogno di Owens di conquistare quattro medaglie d’oro e divenire l’indiscusso protagonista dell’edizione berlinese dei Giochi, ed Hitler si informa presso i suoi diretti collaboratori per conoscere se vi siano possibilità al riguardo, ricevendo un rassicurante “kein problem, mein Fuhrer …!!!” (“nessun problema, mio Fuhrer …!!!“), dettato forse più dal timore di contraddirlo che da una effettiva speranza di riuscita.

C’è da dire, comunque, che i tre lunghisti tedeschi iscritti alla gara sono atleti di tutto rispetto, in quanto trattasi di Wilhelm Leichum e Luz Long (rispettivamente oro con m.7,45 e bronzo con m.7,25 ai primi Campionati Europei di Torino 1934) e del più che discreto Arthur Baumle, per cui una qual “speranziella” di successo indigeno poteva essere coltivata, non trascurando altresì dalla contesa gli azzurri Arturo Maffei e Gianni Caldana, che proprio nell’anno olimpico hanno portato entrambi a m.7,50 il record italiano, ed il giapponese Naoto Tajima, già sesto a Los Angeles ed altresì specialista nel salto triplo.

Diversamente a quanto avvenuto in epoche più recenti, sia le qualificazioni che la finale del salto in lungo hanno luogo nella stessa giornata, al mattino le prime ed al pomeriggio del 4 agosto 1936 la seconda e tutto avrebbe potuto pensare il “Cancelliere” tranne al fatto di avere un “ostacolo” proprio tra un classico esponente della razza ariana dal punto di vista morfologico, vale a dire il biondo Luz Long, ventitreenne di Lipsia, alto 1 metro ed 84 centimetri, un fisico perfetto per un lunghista.

Così perfetto, ed anche tecnicamente ben impostato, da impressionare anche lo stesso Owens, che lo osserva fare dei salti di prova prima dell’inizio delle qualificazioni, quasi tutti intorno ai “26 piedi” (pari a m.7,92), circostanza che lo fa riflettere su come fosse stato avvisato del desiderio di Hitler di dimostrare attraverso le gare la superiorità della razza ariana, nonché del suo disprezzo in particolare verso gli uomini di colore.

Con questi pensieri in testa, Owens, ancora con indosso la tuta, si presenta in pedana per compiere quello che lui ritiene un tentativo finalizzato a provare la rincorsa, ma, con sua grande sorpresa, la qualificazione era già iniziata ed i giudici considerano la prova alla stregua di un nullo.

La cosa irrita non poco l’americano che, al secondo tentativo, stavolta in corretta tenuta di gara, incappa in un nullo che sta a significare che ha a disposizione una sola prova per superare il limite di qualificazione, fissato a m. 7,15, ovvero quasi un metro in meno del suo primato mondiale di m. 8,13, ben conscio che un altro errore di battuta vorrebbe dire eliminazione.

Ed è a questo punto della storia che entra in scena il personaggio che meno ti aspetti, vale a dire proprio il suo rivale Luz Long, il quale si è già qualificato per la finale del pomeriggio, e che si presenta ad Owens avvicinandosi all’americano, con il suo più che discreto inglese.

Piacere di incontrarti“, replica Jesse, “come va …??“, “Oh, io bene“, è la risposta del tedesco, “ma il punto è un altro: tu come stai …??“, “Che significa …??“, si stupisce Owens, “Beh, qualcosa ti sta mangiando …!!!” è la secca replica di Long, orgoglioso di dimostrare all’avversario la sua conoscenza dello “slang” americano (in italiano, sarebbe più corretto tradurre in “cosa ti sta rodendo …??“), poi apostrofandolo in modo anche un po’ rudeSaresti capace di qualificarti anche ad occhi chiusi …!!!“.

Per alcuni minuti il nero figlio di mezzadri dell’Alabama ed il biondo esempio della virilità nazista parlottano tra loro, con Long che riferisce ad Owens di non credere assolutamente alla tanto sbandierata superiorità della sua razza e dando all’avversario il consiglio giusto di “staccare” prima dell’asse di battuta per non correre rischi di nullo, tanto è il “margine” che ha nelle gambe rispetto alla misura di qualificazione.

Owens annuisce, fa tesoro del consiglio e alla sua ultima prova “stacca” quasi mezzo metro prima dell’asse di battuta, ottenendo la misura di m.7,46 che vuol dire accesso alla finale, in cui, nel pomeriggio, si appresta a dare battaglia al forte lotto degli avversari, mentre Long, con ogni probabilità, avrà pensato che una eventuale vittoria senza la presenza dell’avversario più temibile avrebbe avuto ben poco valore.

E la gara, con Hitler (al quale avranno forse riferito delle difficoltà di Owens in qualifica) presente in tribuna, non tradisce certo le attese, con Owens e Long che affrontano i tre salti di finale divisi da soli tre centimetri (7,87 a 7,84 per l’americano), con Tajima terzo con la misura di 7,74, un solo centimetro migliore del nuovo record nazionale del viareggino Alberto Maffei (il cui 7,73 resterà primato italiano per ben 32 anni), mentre il campione europeo Leichum supera il “taglio” con 7,52 dopo due nulli.

Il quarto turno (primo dei tre salti finali) non modifica la situazione, ma un boato si leva dagli spalti dell’Olympiastadion di Berlino quando, alla quinta prova, Long eguaglia il rivale planando a m. 7,87 ma portandosi al comando per la seconda miglior misura (7,84 rispetto a 7,75 dell’americano), facendo sperare gli spettatori presenti – ed Hitler in particolare – che l’impresa di sconfiggere Owens possa materializzarsi.

Owens però è chiamato a saltare dopo Long, avendo terminato in testa le prime tre prove, e la sua risposta è di quelle che annichiliscono lo stato di euforia collettiva che aveva permeato lo stadio, tornando al comando con la misura di m. 7,94 inarrivabile per Long che, nel suo ultimo salto, nel tentativo di forzare incappa in un nullo di pedana che consegna ad Owens la seconda delle sue quattro medaglie d’oro, il quale, dal canto suo, pone il sigillo alla sua splendida esibizione con un balzo di m. 8,06 (primo atleta a superare il “muro degli 8 metri” ai Giochi Olimpici) all’ultima prova, oramai mentalmente libero dalla pressione dell’avversario.

Ed il primo a congratularsi con Owens è proprio Long, dinanzi allo sguardo indispettito di Hitler che, furioso, abbandona lo stadio per non dover presenziare alla premiazione, mentre anni dopo l’asso americano scriverà che “anche fondendo tutte le medaglie e coppe vinte in carriera, nulla potrà essere paragonato al senso di amicizia a 24 carati che in quel momento provai per Long…!!!“.

L’entrata in guerra della Germania appena tre anni dopo costerà la vita sia a Leichum, morto sul fronte russo nel luglio 1941, che a Long, perito in Sicilia due anni dopo, circostanza che colpì profondamente Owens, il quale ha continuato per anni ad intrattenere rapporti epistolari con lo sfortunato amico/rivale, cui è stata assegnata postuma nel 1964 la “medaglia di De Coubertin“, riconoscimento messo in palio dal CIO per gli atleti che si sono messi particolarmente in luce per sportività nell’interpretazione dello spirito olimpico.

Certo che se il “Fuhrer“, invece di scappare, avesse tratto insegnamento dal suo giovane atleta...

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