GRAHAM HILL, IL TITOLO MONDIALE NEL NOME DEL PADRE

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Graham Hill – da quizz.biz

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Strappato ad un futuro nel settore odontoiatrico dalla passione per i motori, Graham Hill iniziò a correre in moto, spostandosi poi dalle due alle quattro ruote dopo aver provato una Cooper di Formula 3 a Brands Hatch; assunto dalla Lotus come meccanico, divenne presto pilota debuttando al Gran premio di Monaco del 1958 dove si ritirò per la rottura del semiasse, uno dei tanti problemi che Hill incontrò nei primi due anni di carriera, nei quali la scarsa affidabilità della Lotus lo penalizzò molto.

Passato alla Brm, nel 1960 arrivò il primo piazzamento a punti (unico della stagione), ovvero un prestigioso terzo posto a Zandvoort alle spalle di Jack Brabham e Innes Ireland. Ma nonostante l’exploit in Olanda, la carriera del baffuto inglese, nato ad Hampstead il 15 febbraio 1929, stentava a decollare, se è vero che si susseguirono inconvenienti vari, con due soli piazzamenti a punti nel 1961, un sesto posto a Reims e un quinto a Watkins Glen.

Ben altro copione venne scritto per la stagione 1962, apice della carriera di Graham. Hill vinse l’appuntamento iniziale a Zandvoort, cercando poi di contenere nella prima parte della stagione gli attacchi di Clark e McLaren, ovvero i rivali più accreditati nella corsa al titolo mondiale, calando poi nelle ultime quattro gare un clamoroso tris di vittorie a Nurburgring, Monza e in Sudafrica, e un secondo posto a Watkins Glen subito dietro a Jim Clark, festeggiando un’annata trionfale con la conquista del campionato del mondo di Formula 1, 40 punti contro i 32 del connazionale.

Nei tre anni successivi la Brm confermò la sua competitività ma Hill si dovette accontentare di concludere il campionato al secondo posto per tre volte consecutive, surclassato dall’imprendibile Lotus di Clark nel 1963 e nel 1965 e beffato nel 1964 dalla Ferrari di Surtees. L’epilogo in questa stagione fu amaro in quanto, dopo aver accumulato sedici punti di vantaggio nelle prime gare grazie al successo a Montecarlo e i secondi posti in Francia, Inghilterra e Germania, nella seconda parte della stagione l’inglese subì il ritorno della Ferrari 158 con la quale Surtees recuperò punti su punti. Hill tentò di chiudere la pratica vincendo a Watkins Glen ma a Città del Messico, ultima gara della stagione, andò tutto storto e Surtees, piazzandosi al secondo posto superando nel finale il compagno di squadra Bandini, scavalcò Graham in classifica, il quale ottenne un punto in più ma dovette scartare un quinto posto ritrovandosi infine secondo, 39 punti contro i 40 del ferrarista.

Nel 1966 Hill non ebbe la possibilità di lottare per il titolo e si accontentò di alcuni piazzamenti a podio, ma l’anno non trascorse invano: ebbe modo infatti di partecipare alla 500 Miglia di Indianapolis (era il periodo della cosiddetta invasione inglese), riuscendo addirittura a vincere la competizione. Tornato alla Lotus, nel 1967 visse una stagione tribolata in quanto la vettura non era all’altezza delle Brabham, inoltre patì il confronto con Jim Clark che alla corte di Chapman aveva da tempo un ruolo di primo piano. Fino al tragico 1968 quando lo scozzese perse la vita durante lo svolgimento di una gara di Formula 2 (dopo aver vinto proprio davanti al compagno di squadra la prova inaugurale a Kyalami), lasciando a Hill il ruolo di indiscussa prima guida, compito svolto nel migliore dei modi: Hill vinse infatti a Jarama e Montecarlo (per la quarta volta in carriera) poi, dopo un periodo nero, amministrò il vantaggio iniziale vincendo infine a Città del Messico e diventando campione del mondo per la seconda volta.

Nel 1969 ottenne la sua 14esima ed ultima vittoria nel mondiale di Formula 1, ancora a Montecarlo, dove si affermò per la quinta volta (record battuto poi da Ayrton Senna nel 1993) battendo Piers Courage e Jo Siffert, in una stagione deludente che si concluse con un gravissimo incidente a Watkins Glen; al rientro l’anno successivo venne sistemato da Chapman nel team di Rob Walker ma non ottenne risultati di rilievo, così come nei campionati 1971 e 1972 dove alla guida di una Brabham poco competitiva si trovò a combattere per posizioni di rincalzo. Proprio nel 1972, tuttavia, arrivò un altro prestigioso successo, vale a dire il trionfo alla 24 ore di Le Mans insieme a Henri Pescarolo, una vittoria che completò la cosiddetta “Tripla Corona” dell’automobilismo, in entrambe le definizioni che ne vengono date (vittoria alla 500 Miglia di Indianapolis, alla 24 Ore di Le Mans e al Gran Premio di Monaco, oppure alla 500 Miglia di Indianapolis, alla 24 Ore di Le Mans e nel Campionato mondiale di Formula 1); in entrambi i casi, Hill è ancora l’unico pilota ad aver ottenuto queste vittorie.

Dal 1973 decise di costituire la Embassy Hill. Inizialmente la squadra utilizzò telai Shadow e Lola, prima di sviluppare quest’ultimo in un proprio progetto originale. Fallita la qualificazione al Gran Premio di Monaco di quell’anno, solitamente gara a lui favorevole, decise di ritirarsi dall’attività di pilota (dopo 176 gran premi, record poi eguagliato da Laffite dieci anni dopo) per concentrarsi sulla gestione della squadra, aiutando il proprio pupillo Tony Brise.

Ma il destino, per Graham Hill, era in agguato. Drammaticamente tragico. Il 29 novembre 1975, di ritorno dal circuito Paul Ricard dove aveva sostenuto una sessione di prove, mentre era alla guida del suo aereo privato, un Piper Aztec, avvolto nella nebbia in condizioni di scarsa visibilità, andò a schiantarsi in un campo da golf dopo aver colpito un albero in fase di atterraggio a Elstree Airfield, a nord di Londra: insieme a Hill nell’incidente trovarono la morte il team manager Ray Brimble, i meccanici Tony Alcock e Terry Richards, lo stesso Tony Brise e il progettista Andy Smallman, tutti parte della squadra Embassy Hill.

Buon sangue non mente, dice il proverbio. E se la vita di Graham si è bruscamente e precocemente interrotta, il patrimonio genetico di grande pilota automobilistico si è riprodotto nel figlio Damon. Lui stesso ha intrapreso la carriera nel massimo circuito, diventando campione del mondo nel 1996, andando a dar vita, ad oggi, all’unica coppia padre-figlio ad aver vinto almeno un mondiale di Formula 1. Prima della famiglia Rosberg.