ZENO COLO’, IL CAMPIONE DELL’ABETONE CHE AMAVA LA VELOCITA’

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Zeno Colò in azione alle Olimpiadi di Oslo del 1952 – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Che Zeno Colò ci sapesse fare ed avesse particolare attitudine alla velocità fu chiaro nel 1947 quando sul Piccolo Cervino, con un paio di sci di legno ai piedi e senza la protezione del casco, battè il record del mondo del chilometro lanciato toccando i 159,292 km orari, scalzando quel Leo Gasperl che era in possesso del primato da oltre un decennio e nel confronto rimase dietro per l’inezia di tre centesimi.

Era nato all’Abetone, sull’Appennino toscano, Zeno Colò, ed in carriera avrebbe potuto incassare una messe di successi ancor più congrua al suo sterminato talento se la Seconda Guerra Mondiale, maledetta, non ne avesse interrotto il cammino. Perchè Zeno, che vide la luce il 30 giugno 1920 e che già a 15 anni veniva aggregato alle squadre nazionali, di classe pura ne aveva da vendere e oltre a saper scendere a valle con l’innovativa posizione “a uovo alto” che poi sarebbe stata affinata qualche anno dopo, e con pari successo, da Jean Vuarnet, era bravo anche tra i pali stretti dello slalom e le porte larghe del gigante. Tanto da far incetta di titoli italiani, ben 19 (5 in discesa, 7 in speciale, 2 in gigante, 5 in combinata).

Ma la discesa era il suo pane e le grandi vetrine internazionali il suo palcoscenico preferito, e potè debuttare in sede olimpica nel 1948, ai Giochi di St.Moritz. Ad onor del vero l’abetonese non ebbe gran fortuna in quella rassegna, eliminato in discesa da una caduta e solo 14esimo nello slalom vinto dall’elvetico Edy Reinalter, con Silvio Alverà, quarto, di un soffio ai piedi del podio dopo la prima posizione della prima manche.

Ma Zeno avrebbe avuto modo di riscattarsi, come vedremo tra poco, innanzitutto vincendo la prestigiosa discesa del Lauberhorn, a Wengen, nello stesso anno 1948 (sarebbe arrivato secondo nelle due stagioni successive), poi quella dell’Arlberg-Kandahar, nel 1949 a St.Anton e nel 1951 al Sestriere, tris dopo il successo del 1947 a Murren.

Nel 1950 il programma iridato obbliga gli sciatori alla trasferta ad Aspen, in Colorado, e per Zeno è infine giunto il momento di raccogliere qualcosa di importante. L’Italia al maschile è ferma ai due argenti in discesa di Giacinto Sertorelli a Innsbruck nel 1936 e a Chamonix nel 1937, oltre al successo della bolzanina Paula Wiesinger ai Mondiali di Cortina del 1932, ma il 14 febbraio, sulla pista “Silver Queen“, Colò fa suo il gigante, introdotto per la prima volta proprio in questa occasione, battendo lo svizzero Grosjean e il francese James Couttet, rivale con cui l’abetonese rinnova il duello quattro giorni dopo in discesa, non prima però di aver colto l’argento in slalom alle spalle dell’altro svizzero Schneider che lo anticipa di soli tre decimi, 2’06″4 contro 2’06″7. Lungo i trabochetti imposti dalla “Ruthie’s Run“, distribuiti su 3.400 metri di fatica, Colò e Couttet librano una sfida all’ultima scivolata ed infine è l’azzurro a tagliare il traguardo con il tempo migliore, 2’34″4 contro 2’35″7, garantendosi non solo il secondo oro della rassegna, ma pure segnando in perpetuo il suo nome nell’enciclopedia dello sci alpino.

Manca a questo proposito un ultimo tassello, e non può che essere la gloria olimpica da agguantare ai Giochi che vanno in scena ad Oslo nel 1952. Si comincia il 15 febbraio, ma sulla “Norefjell” che celebra la classe dell’idolo di casa Stein Eriksen si infrange il sogno di Zeno di bissare la vittoria in gigante, solo quarto in una gara che lo vede terminare dietro anche gli asburgici Pravda e Spiess che lo privano della medaglia. Ventiquattro ore dopo, sabato, Colò è atteso al riscatto nella prova prediletta, la discesa libera. Tira vento, la pista è ghiacciata per quel sottile strato di neve caduta in nottata, il freddo è polare e il tracciato che si snoda nel bosco prima di piombare nel tratto finale infarcito di trabocchetti mette a dura prova le forze e la tecnica dei concorrenti. Zeno ha minuziosamente analizzato il manto su cui dovrà esibirsi, e quando si lancia dal cancelletto con il suo pettorale numero 5 ha tutta l’energia per compiere l’impresa. Ed in effetti quando il cronometro fissa il tempo in 2’30″8, seppur con qualche rischio imposto dalla durezza del profilo della pista, si ha la percezione che sarà difficile far meglio di Colò. Il wunderteam austriaco ha tre frecce acuminate in Schneider, Pravda e Schopf, ma se quest’ultimo non porta a termine la gara, gli altri due “aquilotti” si vedono costretti a masticare amaro, rispettivamente secondo e terzo ad oltre un secondo di distacco, con lo svizzero Fredy Rubi che per un solo decimo rimane giù dal podio.

E’ l’apoteosi per Colò, che magarri vorrebbe pure mettersi al collo la medaglia anche nello slalom ma ancora una volta è beffato da tre campioni più abili, stavolta, di lui, Schneider stesso e i due norvegesi Eriksen e Berge, quest’ultimo terzo per un solo decimo davanti all’italiano. Poco importa, Colò può dire di aver realizzato il suo sogno di vittoria ed aver pure portato lustro alle sue montagne toscane, lui figlio di un boscaiolo così attaccato alla terra d’origine, e che di colpo diventa una star di riconosciuta grandezza.

Già, al punto da “macchiarsi” del reato di professionismo, prestando il suo nome, ormai famoso, ad una marca di scarponi e venire squalificato dall’implacabile, e pure agli occhi di oggi anacronistica, legge che impone lo status di dilettante a chi vuol praticare sport olimpico. Zeno chiude la carriera seppur all’apice, omaggiato dall’onore di essere tedoforo ai Giochi di casa, a Cortina 1956, prima di trasmettere la sua abilità a chi avesse voglia di apprendere e disegnare quei tracciati che proprio all’Abetone sono a lui intitolati.

E se un tumore ai polmoni se lo porterà via il 12 maggio 1993, proprio una sigaretta, come fosse l’ultimo desiderio per lui fumatore incallito, gli diede la carica vincente per quell’oro olimpico che rimane ad oggi l’unico in discesa libera per lo sci alpino tricolore. Quando si dice che il fumo fa male… non è sempre vero!

 

LO SLITTINO D’ORO DI PAUL HILDGARTNER

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Paul Hildgartner – da sochi2014.com

articolo di Nicola Pucci

Tra le vette dolomitiche della Val Pusteria, ai piedi del Monte Plat, si scrive la storia di un giovanotto altoatesino, che prima dell’immenso Armin Zöggeler ha esportato lo slittino tricolore a raccoglier successi nei budelli di ghiaccio di mezzo mondo.

Quel giovanotto nasce a Chienes, l’8 giugno 1952, e risponde al nome di Paul Hildgartner. Che fin da ragazzo si innamora di quello strumento che diverrà suo inseparabile compagno di vita e lo assurgerà al rango di eroe olimpico. Coincidenza vuole che a Chienes ci sia pure un altro ragazzotto che ha la stessa passione di Paul, tale Walter Plaikner, di un anno più anziano, e le strade dei due compaesani inevitabilmente si incrociano. Tanto da formare un doppio che ben presto inizia a conquistare buoni risultati in campo internazionale.

Nel 1971 la coppia è già la migliore a livello europeo, imponendosi alla rassegna continentale di Imst davanti agli austriaci Schmid/Walch, per poi bissare con il trionfo iridato colto sulla pista Panorama di Valdaora battendo gli stessi avversari di 0″38. Il dado è tratto e quando l’anno successivo, 1972, Hildgartner debutta in sede olimpica, a Sapporo, è già l’ora di salire ancor più sul tetto del mondo.

Prima della gara di doppio, Hildgartner è ottavo nella prova individuale, ma il 10 febbraio il Mount Teine è teatro di un capolavoro. E se gli austriaci deludono le attese terminando non meglio che settimi, la coppia azzurra si trova a fare i conti con i due equipaggi della Germania Est, in primis quello composto da Hörnlein/Bredow, in secundis quello che ha in Bonsack/Fiedler due rivali pericolosi. La sfida a tre è eccitante, con gli azzurri che segnano il miglior tempo nella prima discesa, 44″21 contro il 44″27 di Hörnlein/Bredow che nella seconda manche, 44″08 contro 44″14, recuperano lo svantaggio per andare ad occupare, appaiati, il primo gradino del podio.

In questa prima parte di carriera Hildgartner si alterna nei due impegni in singolo e doppio, ma se con Plaikner conferma la sua eccellenza nei grandi appuntamenti vincendo il bronzo ai Mondiali di Oberhof del 1973 dove chiude alle spalle dei due equipaggi della Grermania Est, per poi batterli nuovamente agli Europei del 1974, proprio quando si trova a competere da solo lamenta ancora qualche difetto che lo tiene ai margini nelle gare più prestigiose. Come ad esempio all’appuntamento olimpico di Innsbruck 1976, dove si ritira nell’ultima manche.

Ma è proprio ai Giochi austriaci che la carriera di Paul conosce una svolta. Nel giorno più nero, con Plaikner che complice un’influenza non può aiutare il collega di slittino per un anonimo undicesimo posto e dismette l’attrezzo per diventare tecnico federale, Hildgartner vira definitivamente verso l’esercizio individuale, aprendosi un futuro che sarà radioso.

L’esperienza maturata nel corso degli anni associata ad una dose non comune di talento nel guidare lo slittino proiettano velocemente Paul nell’elite mondiale, anche perché in Val Pusteria la pratica è decisamente… praticata, e la concorrenza spinge da dietro. La stagione 1977/1978 è subito coinvincente, con la prima vittoria in Coppa del Mondo a Schönau am Königssee il 20 dicembre 1977 (saranno 22 in totale a fine carriera, l’ultima a Valdaora l’11 gennaio 1987) e la doppietta Europei/Mondiali nel 1978, dove si trova a competere con il tedesco occidentale Anton Winkler e l’austriaco Manfred Schmidt, lasciati ad oltre un secondo.

Alla rassegna iridata emerge Ernst Haspinger, 23enne di Monguelfo, ed è con lui che Hildgartner si trova a librare un duello epico ai Giochi di Lake Placid del 1980. Paul è il grande favorito, in virtù anche del successo nella classifica generale di Coppa del Mondo nella stagione 1978/1979. In Nordamerica c’è da fronteggiare anche la concorrenza dei teutonici, gli orientali Bernhard Glass e Dettlef Gunther e proprio Winkler, e la vicenda olimpica assume i contorni del thriller. Proprio Haspinger è in testa alla gara dopo una fenomenale terza manche che gli ha consentito di scavalcare Gunther, con Glass provvisoriamente secondo a 0″454 e Hildgartner terzo a 0″500.

Glass si lancia nel budello di ghiaccio prima dei due azzurri e col tempo complessivo di 2’54″796 balza al comando. Tocca ad Haspinger, che in partenza parrebbe esser stato oggetto degli sfottò profetici dei tedeschi che invocano “la caduta“, e alla curva numero 12 della Van Hoevenberg Recreation Area, che già è costata la gara a Gunther, il suo slittino si ribalta, così come si infrangono le sue illusioni d’oro. La costernazione nel clan italiano è totale, Hildgartner scende subito dopo e in preda allo sconforto può solo preoccuparsi di giungere al traguardo senza portare l’attacco decisivo alla prima posizione, cogliendo un argento prezioso seppur amaro.

La vendetta, lo sappiamo bene, è un sentimento che va plasmato nel tempo, e la sete di rivincita di Hildgartner può consumarsi solo alle Olimpiadi, che attendono l’altoatesino a chiusura di un quadrienno che lo vede mettersi in bacheca altre due sfere di cristallo nel 1981 e nel 1983 ed un bronzo iridato sulla stessa pista di Lake Placid nel 1983. Siamo stavolta a Sarajevo, sul Monte Trebevic, anno 1984, ed il programma prevede quattro discese distribuite in quattro giorni, ad alimentare la tensione di una gara che già si attende all’insegna dell’equilibrio. Haspinger è della partita, a sua volta ben deciso a riscattare l’atroce delusione di quattro anni prima. Ed è in effetti suo il primo miglior tempo, 46″157 contro il 46″177 del tedesco orientale Gorlitzer e il 46″182 di Hildgartner. La tensione gioca un brutto scherzo ad Haspinger che al termine della seconda discesa scivola in quinta posizione, ben distante da Gorlitzer che guadagna la testa della gara con un vantaggio di 0″071 su Hildgartner.

Il tempo inclemente, con nevischio e vento persistente a sferzare i volti dei concorrenti già segnati dalla fatica e dalla tensione, ritarda le discese del terzo giorno, ma quando è il momento di lanciarsi supini a velocità supersonica Paul non tradisce le attese, e alla guida del mezzo perfettamente preparato dall’ex-compagno Plaikner piazza la zampata del campione, segnando il tempo record di 45″871 che lo proietta al comando. Con Haspinger ormai fuori gioco e con lo stesso Gorlitzer che indietreggia in quinta posizione, Hildgartner può presentarsi al cancelletto di partenza dell’ultima prova con il miraggio d’oro ormai a portata di mano, ovvero un vantaggio rassicurante di 0″535 su Michael Walter, 24enne rappresentante della Germania Est, che a sua volta deve guardarsi le spalle dalla rimonta dei due sovietici Danilin e Dudin. E l’azzurro completa il suo capolavoro, ancora una volta scendendo sotto la barriera dei 46″, unico tra i protagonisti della gara, fermando il cronometro al tempo di 45″934 che vale la definitiva proclamazione a campione olimpico.

Il sogno a cinque cerchi di Paul Hildagartner si è infine materializzato, e all’altoatesino non resta che chiudere in bellezza. Quattro anni ancora e a Calgary, nel 1988, avrà l’onore di esser portabandiera dell’Italia come già le era stato a Sarajevo, classificandosi in decima posizione. Il testimone poi passerà a Zoeggeler e saranno buonissime mani, d’oro anche quelle.

LISE-MARIE MOREROD, QUELLE VITTORIE INTERROTTE DA UNO SCHIANTO

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Lise-Marie Morerod – da storiedisport.it

articolo di Nicola Pucci

C’è tutto, nella vita agonistica di Lise-Marie Morerod. Le stimmate della predestinata prima, la gloria delle vittorie durante, la disperazione della fine dopo. E di lei si può proprio parlare di una campionessa che doveva essere, è stata, sarà in perpetuo.

Cominciamo dall’inizio, e da quel manto di neve candida che incornicia Ormont-Dessus, canton Vaud in Svizzera, paese natale di Lise-Marie che qui vede la luce il 16 aprile 1956. La bimba ha fratelli che più grandi di lei già si disimpegnano tra loro con gli sci ai piedi, ed inevitabilmente l’istinto di emulazione è presto sviluppato nella piccola. Che ha carattere timido e schivo, ma impeto adolescenziale che si sposa con un talento fuori dal comune. In famiglia non c’è proprio partita, Lise-Marie spadroneggia ed ha fortuna nel trovare Jean-François Maison, che la scopre e ne affina la tecnica, già pronta a poco meno di 16 anni a conquistare il titolo di campionessa nazionale elvetica di slalom gigante.

Il risultato è di quelli che fanno sensazione, se è vero che batte Marie-Therese Nadig, altro fenomeno in casa Svizzera, di due anni più anziana ma già campionessa olimpica a Sapporo nel 1972, in discesa libera e proprio in slalom gigante. Il dado è tratto. A fine anno Lise-Marie debutta in Coppa del Mondo e il Circo Bianco sta per accogliere una campionessa destinata a scrivere pagine di grande sci.

E la Morerod lo fa con quell’educata spensieratezza che ne sono il tratto essenziale di un carattere cha assomma dolcezza a determinazione agonistica, cocktail perfetto nel modellare una fuoriclasse. E fuoriclasse Lise-Marie lo diventa rapidamente, con due primi piazzamenti tra le migliori, settima nel gigante dell’Abetone l’11 febbraio 1973, migliorato con il sesto posto di Heavenly Valley qualche settimana dopo.

Pfronten e Bad Gastein a gennaio 1974 la vedono salire sul secondo gradino del podio, sempre in quel gigante che sarà la sua specialità preferita, battuta dalla canadese Kathy Kreiner e dalla francese Fabienne Serrat, preludio a quel che è il debutto in una grande rassegna internazionale. Ai Mondiali di St.Moritz, in effetti, la Morerod è protagonista con la medaglia di bronzo in slalom, alle spalle di Hanni Wenzel e della francese Michelle Jacot, a precedere proprio la Serrat a cui soffia la terza piazza per 0″32 centesimi.

Sono gli anni in cui Annemarie Moser-Proell ha instaurato la sua dittatura assoluta, spopolando in cinque edizioni consecutive di Coppa del Mondo, dal 1971 al 1975. Ma non appena l’asburgica si fa momentaneamente da parte annunciando, lei, classe 1953, appena 22enne, un prematuro ritiro, le rivali ne approfittano e tra queste la Morerod è ormai tra le più accreditate. Il 4 gennaio 1975 l’elvetica ha infine colto a Garmisch, in slalom, battendo di 0″94 centesimi la tedesca Christa Zechmeister e rifilando cinque secondi a tutte le altre!, il primo successo di una serie che di lì a tre anni, fino all’ultimo in gigante il 7 marzo 1978 a Waterville Valley, ne conterà ben 24.

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Un primo piano della Morerod – da blick.ch

Lise-Marie eccelle nelle due specialità tecniche, bravissima nella serpentina stretta dello slalom, ancor più nel disegnare le curve larghe del gigante, distribuendo i trionfi in 14 giganti e 10 slalom. E tanta abbondanza la proietta pure nelle zone alte della classifica generale per l’assegnazione della sfera di cristallo, così come si mette in bacheca ben cinque coppette di specialità, tre consecutive in gigante, 1976/1977/1978, e due in slalom, 1975/1977.

Ma la stagione 1976/1977 è l’anno di grazia, condito da otto vittorie parziali che consentono alla Morerod di chiudere in testa la corsa alla Coppa generale con 319 punti, ben distanziando la rientrante Moser-Proell che con 246 punti le cede lo scettro di miglior sciatrice del Circo Bianco.

Nel frattempo la Morerod ha conosciuto anche l’onta della sconfitta, perchè qualche boccone amaro correda il palmares di ogni campionessa, delusa dall’edizione olimpica del 1976 sulle nevi austriache di Innsbruck che rigettano il suo irrefrenabile istinto alla vittoria. E, come malauguratamente vedremo, sarà l’unica occasione a cinque cerchi che il destino le concederà. E’ quarta infatti in gigante, privata del podio per 0″45 centesimi dalla francese Danielle Debernard, terza alle spalle della sorprendente Kathy Kreiner e di Rosi Mittermaier, tedesca all’apice della carriera che per soli 0″12 centesimi manca la tripletta d’oro. In slalom esce nella prima manche ed allora rinvia illusioni di medaglia a Lake Placid 1980.

Ma a quella rassegna olimpica Lise-Marie non arriverà mai, perchè il 22 luglio 1978, dopo esser giunta seconda in gigante ai Mondiali di Garmisch, anticipata per l’inezia di 0″05 centesimi dalla tedesca Maria Epple, la vita le riserva un altro appuntamento. Ma è un appuntamento maledetto, lungo quella strada che porta a Vernayaz, in quell’auto che la vede in compagnia del fidanzato, in quello schianto che recide di netto la carriera ancora in divenire della 22enne svizzera.

Quel che è il dopo di “Boubou“, come affettuosamente la chiamavano i quattro fratelli che l’avevano messa sugli sci tracciandone l’avvenire glorioso, è un lungo periodo buio, dalle tre settimane di coma farmacologico all’ospedale di Losanna al risveglio improvviso, dalla lenta e dolorosa riabilitazione alla presa di coscienza che quel corpo, così ricco di energia e sostenuto da una dose massiccia di talento, non sarà più quello di prima, il comunque disperato tentativo di ripresa agonistica, perchè la vita va avanti e vorremmo che il tempo e le circostanze non smorzassero le illusioni.

In effetti la Morerod torna a sciare, felice nondimeno almeno di poter camminare e nonostante quattordici fratture al bacino già lesionato da bambina per una caduta da cavallo, pure confortata da qualche piazzamento, come l’11esimo posto nel gigante di Saint-Gervais les Bains il 26 gennaio 1980. Ma il responso del cronometro condanna Lise-Marie all’anonimato, e questo non può certo bastare per appagare le ambizioni della Morerod. Perchè se l’orgoglio è intatto e il desiderio di vita non ha subito traumi, le chances di tornare sul tetto del mondo sono infrante. Per sempre.

Era una campionessa, Lise-Marie Morerod. E piaceva alla gente, per quel suo entusiasmo giovanile e quella spensieratezza autentica. E quel che è stato la elegge tra le più grandi. A dispetto di un destino maledetto.

LO SLALOM MONDIALE PERFETTO DI PALANDER A VAIL 1999

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La gioia di Kalle Palander – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Alto, biondo, occhi azzurri, finnico classe 1977, un drago tra i pali stretti dello slalom. L’identikit non può che corrispondere a Kalle Palander, e di lui oggi trattiamo, ricordando la sorpresa che fu capace di creare ai Mondiali di Vail/Beaver Creek del 1999. Che poi, vedendo il seguito, tanto sorpresa non lo fu proprio.

Qualche mese prima, a marzo 1998, l’immenso Alberto Tomba ha salutato il Circo Bianco con l’ultima impresa alle finali di Coppa a Crans Montana, lasciando un vuoto di popolarità e talento difficile da colmare. Certo, il nuovo che avanza ha i tratti duri di “Herminator” Maier, ma l’asburgico è il re delle discipline veloci e del gigante, ergo lo slalom cerca l’erede dell’Albertone nazionale.

Tra i pretendenti c’è il campione olimpico in carica, l’altro nordico, di sponda norvegese, Hans Petter Buraas; il “vecchioThomas Stangassinger è ancora sulla breccia ed è sempre magistralmente competitivo; Finn Christian Jagge, pure lui in provenienza dalla Norvegia, ed il gemello Ole Kristian Furusuth infine sperano di beneficiare dell’addio di un rivale che spesso, troppo spesso, li ha castigati; lo sloveno Jure Kosir, tremendamente simile alla “Bomba” nell’esser personaggio, è in possesso di credenziali eccellenti; Pierrick Bourgeat e Sebastien Amiez tengono alto l’onore di Francia; il talentuosissimo Benjamin Raich è la nuova stella in casa Austria, giovane ma già pronto a prendersi la ribalta; Giorgio Rocca ha l’improbo e ingrato compito di non far rimpiangere il campionissimo bolognese. Insomma, i pretendenti non mancano di certo, se si considera che dal lotto ho tenuto a parte il campione del mondo in carica, l’ennesimo norvegese di una mandata benedetta da cielo scandinavo, Tom Stiansen, e la coppia Kjetil Andrè Aamodt/Lasse Kjus, che in slalom se la cavano ma principalmente sono l’emblema della polivalenza al servizio della classifica generale.

Questo popò di campioni si dà appuntamento per il mese di febbraio in nordamerica, Vail e Beaver Creek, che ospitano la rassegna iridata numero 20. I favori del pronostico sono da spartirsi tra Raich e Kosir, che a gennaio hanno prevalso in due occasioni a testa, Kranjska Gora e Kitzbuhel lo sloveno, sulla “Planai” di Schladming e a Wengen l’austriaco. Bourgeat, Stangassinger e Jagge, a loro volta, hanno trionfato a dicembre a Park City, Aspen e Sestriere, meritandosi buone chances in ottica mondiale, gli altri rientrano nel novero di coloro che ambiscono a salire sul podio. Possibilmente sul gradino più alto.

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Palander in azione – da gettyimages.com

E Palander? Kalle non è niente di più che un giovanotto di belle speranze non ancora 22enne, affacciatosi da un paio di stagioni sulla scena della Coppa del Mondo. Ma se i primi anni ha dovuto inevitabilmente pagare dazio all’inesperienza e all’alto numero di pettorali, nella stagione in corso, dopo tre premature uscite, ha cominciato a sommare piazzamenti interessanti, 10° a Kranjska Gora, 6° a Schladming, 7° a Wengen e ancora 6° a Kitzbuhel. Il che certifica che la crescita è costante e prima o poi sarà in grado di sferrare l’attacco alle posizioni che contano. Magari proprio a Vail.

Appunto. Palander, che fu presente già al Sestriere con un dignitoso 16esimo posto, quella mattina del 14 febbraio, come da tradizioni ultimo giorno di gare, ha in serbo il colpaccio che gli cambierà la vita e lo proietterà nell’alveo dei grandi dello sci. La pista “International” di Vail è ben preparata, il fondo è ghiacciato ma ha qualche trabocchetto che costa caro al detentore del titolo, Stiansen, e all’olimpionico Buraas, già fuori nella prima manche al pari di Bourgeat, dell’elvetico Dider Plaschy e dell’azzurro Fabrizio Tescari. Lasse Kjus, che chiuderà la rassegna con il record di cinque medaglie in cinque gare disputate, è al comando, 51″42, dopo aver condotto una linea perfetta tra i pali, precedendo Christian Mayer, 51″61, austriaco mai appariscente ma sempre molto regolare ad alti livelli, e Giorgio Rocca, 51″83, che sente profumo di medaglia rimanendo di un soffio davanti a Kosir, 51″86, e l’eterno Paul Accola, 51″93.

Palander, che ha conquistato il diritto al primo gruppo di merito e scende a valle con il pettorale numero 8, è provvisoriamente settimo, 52″20, ma nella seconda manche la sua serpentina è irresistibile. Ha da migliorare il tempo di Stangassinger, 1’42″82, e con un vantaggio già di 0″54 incrementa a 0″88 all’intermedio per poi contenere sul muro finale e fermare i cronometri ad 1’42″12. La sensazione è che non sarà facile, per chi deve ancora lanciarsi, riuscire a far meglio.

In effetti Rocca e Raich rimangono alle spalle delle finlandese, l’azzurro di 0″21 per un’amarissima quarta posizione finale, l’austriaco di 0″43, così come Accola e Kosir naufragano ad oltre un secondo di distacco. Ma gli avversari più pericolosi sono Mayer e ovviamente Kjus, i primi della classe, e se l’austriaco, che all’intermedio conserva 0″37 dei 0″59 centesimi di vantaggio che poteva vantare per poi rallentare troppo e terminare in 1’42″25 che gli vale comunque la medaglia di bronzo, il norvegese, pettorale numero 9, che di centesimi di vantaggio ne aveva 0″78, sembra avviato al successo, passando a metà manche con margine pressochè immutato, 0″76. Macchè, il ripido pendio che declina verso il traguardo gli è fatale, sbava un paio di curve, tira il freno e sulla linea d’arrivo l’1’42″23 consegna a Palander l’inattesa e sorpredente vittoria.

11 centesimi valgono un titolo mondiale, il primo per la Finlandia nello sci alpino, e la gloria sciistica: Kalle Palander sale per la prima volta sul podio e lo fa nell’occasione che conta. Dimostrerà in seguito di aver meritato quel trionfo, conquistando in carriera 14 successi… basta rompere il ghiaccio, no?

 

MARIELLE GOITSCHEL, LA SORELLA D’ORO DELLO SCI DI FRANCIA

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Marielle Goitschel in azione – da theredlist.com

articolo di Nicola Pucci

Così come accadde con i fratelli Mahre, Phil e Steve, forti al punto da tracciare un solco profondo nello sci a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, anche al femminile c’è una coppia che un decennio prima ha firmato pagine di storia agonistica alpina. Le sorelle Goitschel, Christine e Marielle (in quel caso ci sarebbe anche Patricia, terza della nidiata, ma senza pedigree sciistico), che incisero tra le nevi il loro nome e da quei giorni gloriosi danno lustro alla Francia.

Ma ai fini della narrazione odierna su queste pagine è d’obbligo fare una scelta, e seppur dolorosa per l’elevata statura anche dell’esclusa, questa non può che riguardare Marielle. Che nasce un anno dopo Christine, il 28 settembre 1945, e tra le valli della… Val d’Isere, lei figlia di un albergatore che in gioventù fu giocatore dell’Olympique Marsiglia, affina un talento prezioso fin dalla tenerissima età. Viene infatti aggregata poco più che 14enne alla nazionale transalpina, e gli esordi, ai Mondiali casalinghi di Chamonix del 1962, sono già promettenti e fanno da preludio ad una carriera di pregio. In un’edizione, infatti, che illumina la classe dell’aquilotto Karl Schranz e il talento effimero di Marianne Jahn, ecco che Marielle regala subito un saggio di precocità, neppure 17enne già capace di cogliere l’oro in combinata battendo proprio l’asburgica, vincitrice davanti alla transalpina della gara di slalom, quarta anche in gigante a soli 0″16 dal bronzo strappato dall’americana Joan Hannah.

Il dado è tratta. Marielle inizia la sua scalata ai vertici agonistici e in questo fa da traino a Christine, che seppur sia più “adulta“, paga leggero dazio alla sua minor intraprendenza. In effetti le due ragazze, legatissime, si distinguono per diversità caratteriale, esplosiva, chiacchierona e trascinante Marielle, tranquilla, introversa e riflessiva Christine. Che ai Giochi di Innsbruck del 1964, in qualità di campionessa nazionale delle tre discipline, assurge agli onori della cronaca, battendo la sorella tra le porte strette dello slalom, per poi lasciare strada a Marielle in gigante, anche decima in discesa libera ed ancora una volta, esattamente come a Chamonix, più forte di tutte in combinata, stavolta per mera contabilità valida solo come titolo iridato.

I trionfi olimpici delle sorelle Goitschel infiammano la Francia, al punto che il generale De Gaulle, a cui non sfugge di certo la notorietà delle due sciatrici, le premia con un telegramma “sappiate, Mesdemoiselles, che siamo tutti fieri della vostra vittoria. Una sorta di medaglia al merito supplementare.

Il bello, per Marielle soprattutto, deve ancora venire, ed ha pure stavolta i colori dell’arcobaleno quando nel 1966, sulle Ande, ai tremila metri di Portillo, la transalpina è l’indiscussa regina della rassegna. Il 5 agosto è seconda in slalom alle spalle della connazionale Annie Famose, che la batte per 0″47, e tre giorni dopo, l’8 agosto, bissa il risultato in discesa libera, alle spalle dell’austriaca Erika Schinegger, sbaragliando a sua volta la concorrenza della stessa Famose e della tedesca Burgl Farbinger staccate quasi di un secondo. L’11 agosto tocca al gigante e il trionfo di Marielle, sulla pista “Garganta” è completo, con l’asburgica Heidi Zimmermann e l’altra francese Florence Steurer tenute a debita distanza. Inevitabile, giunge anche il successo in combinata, tris dopo Chamonix ed Innsbruck a certifcare che la più giovane della Goitschel è la sciatrice più completa in circolazione. Con una coda, 30 anni dopo, che le regalerà un oro in più… ma ne parleremo in seguito.

In attesa dell’evento a cinque cerchi previsto per il 1968 sulle nevi di Chamrousse, località sciistica alle porte di Grenoble, dal talento intuitivo di Serge Lang, inviato del quotidiano sportivo L’Equipe, partorisce l’idea di una competizione a tappe, la Coppa del Mondo, che nel 1966 ha i suoi natali con la prima edizione. Marielle è indubbiamente competitiva ai massimi livelli, ma se riesce ad imporsi nel biennio pre-olimpico in sei gare – curiosamente, mai in Francia – distribuite tra quattro slalom e due discese, nondimeno manca di impreziosire con la sfera di cristallo un palmares già di tutto rispetto, chiudendo seconda nel 1967 alle spalle della canadese Nancy Greene e quarta l’anno successivo, dietro anche ad altre due francesi ancora, Isabelle Mir e Florence Steurer.

Poco importa, mette in saccoccia comunque tre coppette di specialità (due in slalom e una in discesa libera) e quattro trofei del circuito Kandahr (tre in combinata e uno in slalom, al Sestriere nel 1967), ed è già tempo di tener fede al suo ruolo di grande vedette invernali ai Giochi del 1968.

In verità la vetrina è occupata, in toto, dall’altro grande di Francia di quegli anni, Jean-Claude Killy, che fa tripletta come mai nessuno prima e dopo di lui, ma Marielle, privata della presenza della sorella costretta al ritiro anticipato dall’agonismo per un infortunio, ha tanto spessore agonistico e impeto giovanile da ritagliarsi a sua volta uno spazio importante, debuttando con l’ottavo posto in discesa libera, proseguendo con la medaglia d’oro, finalmente, in slalom davanti proprio alla Greene di 0″29 e ad Annie Famose che l’aveva battuta a Portillo, per concludere con il settimo posto in gigante, che gli vale “solo“, si fa per dire, il secondo gradino del podio nella combinata che, lo sappiamo, ha solo valenza mondiale.

La gloria perpetua è ormai certa, e dopo un ultimo successo in Coppa del Mondo a Rossland in Canada il 28 marzo, carica di medaglie, trofei e coppe, Marielle, non ancora 23enne, dice basta, seguendo le orme di Killy stesso che si è dato al professionismo. La leggenda dello sci le apre le porte, e nel 1996, a distanza di 30 anni dai tempi dei Mondiali di Portillo, le viene infine assegnata la medaglia d’oro della discesa libera. Già, perchè la Schinegger era nel frattempo risultata essere pseudoermafrodita, aveva in sè cromosomi maschili e la squalifica per quella prova si era resa inevitabile.

Marielle Goitschel incassa il meritato successo di un tempo che fu e ora, sì, può definitivamente alloggiare tra le più grandi di sempre.

ISOLDE KOSTNER E L’IRIDE DOPPIO IN SUPERGIGANTE

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Il podio dei Mondiali 1997 – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Giovane, ambiziosa, determinata, soprattutto velocissima di piedi. E’ il ritratto del “puffo” di Ortisei, al secolo Isolde Kostner, che nel biennio 1996/1997 realizza un exploit che mai nessuna sciatrice italiana, prima e dopo di lei, è riuscita ad emulare: vincere due medaglie d’oro mondiali consecutive, per di più nella stessa specialità. Nel caso specifico, supergigante.

Isolde, affettuosamente “Isi” per gli amici, è apparsa nel panorama del Circo Bianco con tutta la sua giovanile esuberanza nel 1994 quando, neppure 19enne, conquista la prima di ben quindici vittorie in Coppa del Mondo a Garmisch, nel giorno, 29 gennaio, della tragedia che costa la vita ad Ulrike Maier, per salire poi sul gradino più basso del podio in discesa e supergigante alle Olimpiadi di Lillehammer di lì a qualche settimana. La ragazza ha talento da vendere, così come un sorriso che illumina la scena di una trascinante simpatia, e quel che l’attende ai Mondiali di Sierra Nevada, programmati per il 1995 ma poi, caso inedito nella storia dello sci alpino, slittati all’anno successivo per mancanza di materia prima, ovvero la neve, è una sorta di appuntamento con la gloria sciistica.

La tedesca Katja Seizinger, detentrice del titolo nonché leader della classifica generale di Coppa del Mondo, è la favorita d’obbligo, forte anche del successo nella classifica di specialità negli ultimi tre anni e dei trionfi in stagione nelle ultime gare prima della rassegna iridata, proprio a Garmisch davanti alla connazionale Ertl e due volte in Val d’Isere precedento l’austriaca Goetschl e la stessa Kostner. La bolzanina è giunta anche terza a Vail, vincendo in discesa sull’amata pista delle “Tofane” di Cortina, ed è attesa alla recita mondiale al pari dell’altra asburgica Meissnitzer, vincitrice in supergigante a Val d’Isere e Veysonnaz, dell’americana Picabo Street, adattissima al tracciato filante disegnato sui Pirenei, della norvegese Marken che si sta affacciando tra le migliori, di Hilde Gerg che qui vinse nel 1994 davanti alla Kostner e della svizzera Heidi Zurbriggen, sorella di Pirmin, alla ricerca della vittoria che la faccia uscire dall’ombra del grande fratello. Ed è proprio l’elvetica, pettorale numero 13, perfetta lungo i 2263 metri della pista “Granados“, a far segnare il miglior tempo, 1’21″66, dopo che la Seizinger è uscita e il plotone austriaco ha chiuse nelle retrovie, con Anita Wachter, la migliore del Wunderteam, solo 16esima. La Kostner scende per quattordicesima e la giornata, abbacinata da uno splendido sole di primavera, diventa radiosa. Isolde scivola a valle senza la benchè minima esitazione, pennella le curve con destrezza, assorbe con sicurezza le ondulazioni del terreno e all’intermedio, 47″40, è già in vantaggio di 0″24. Rischia di impennare in presentat-arm al salto proprio dopo il rilevamento cronometrico – si sa, questo esercizio non è il pezzo forte del suo repertorio -, ma una volta riguadagnato l’assetto sul manto nevoso non deve far altro che guidare rapidamente gli attrezzi fin sul traguardo. Che la premia con un tempo memorabile, 1’21″00, a sbriciolare il sogno di gloria di Heidi che qualche minuto prima aveva iniziato a prendere forma. Non è finita qui, sia chiaro, perchè in rapida successione, pettorale numero 15, tocca a Picabo Street, solitamente un drago su queste pendenze, e l’americanina, un’altra che in quanto a sorriso sa farsi rispettare, all’intermedio è dietro di soli 0″03. Cuore e batticuore per Isolde,  ma nella parte finale “acqua scintillante” allunga qualche linea di troppo e all’arrivo è solo terza in 1’21″71, lasciando la medaglia d’oro ben salda al collo dell’altoatesina. Il trionfo azzurro si completa con il beffardo quarto posto di Barbara Merlin, che per l’inezia 0″09 è dietro a Picabo, ma quel che conta è che l’Inno di Mameli si diffonde tra le valli piranaiche.

Dodici mesi dopo è già tempo di rivincita, e per Isolde Kostner c’è l’opportunità di difendere in casa il titolo conquistato, al Sestriere, la collina cara agli Agnelli. La campionessa azzurra ha in saccoccia il successo di Cortina, ultimo appuntamento in supergigante prima dei Mondiali, a legittimare le speranze di conferma e a farne tra le pretendenti più accreditate. Tra queste, al solito, ci sono le tedesche Seizinger e Gerg e le immancabili austriache Dorfmeister, Meissnitzer e Goetschl, mentre nuove avversarie si profilano all’orizzonte, in primis la svedese Pernilla Wiberg che sta dominando in Coppa del Mondo – a fine anno porterà a casa la sfera di critstallo – e si è imposta a Lake Louise e Bad Kleinkirchheim, in secundis le due russe Zelenskaja e Gladishiva, in terzis la francese Montillet. E’ proprio Hilde Gerg ad issarsi al comando quando, col pettorale numero 4, abbassa di 0″36 il tempo della connazionale Gutenshon, segnando in 1’23″64 il parziale di riferimento. La doppietta tedesca diventa tris la concorrente successiva, Katja Seizinger, che è nettamente avanti all’intermedio, 1’02″84 contro 1’03″09, per poi sbavare leggermente nel finale guadagnando comunque la prima posizione provvisoria, 1’23″58. L’errore, nondimeno, le costerà la vittoria. Già, perchè mentre la Germania pregusta un clamoroso trionfo, è la volta della Kostner lanciarsi dal cancelletto. “Isi” fatica nelle curve centrali della “Kandahar Banchetta“, tanto da accusare un disavanzo di 0″40 all’intermedio, fuori anche dal podio virtuale. Ma il suo incedere nei metri conclusivi è convincente, pennella l’ultima virata che la catapulta a velocità supersonica sullo schuss finale e quando il cronometro si ferma ad 1’23″50, otto centesimi meglio della Seizinger, l’idea che possa bastare per il bis iridato si insinua prepotentemente in lei. E così sia. La Montillet è solo quarta, così come la Wiberg e la austriache, anche stavolta, falliscono la prova sbiadendo al cospetto di Isolde.

Che è nuovamente campionessa del mondo e coglie quell’oro che, da quel giorno, attende l’erede bianco-rosso-verde. Per la doppietta, poi, mi sa che mi verranno i capelli bianchi…

 

 

BILL JOHNSON, LA DISCESA A SORPRESA A SARAJEVO 1984

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Bill Johnson in azione nella discesa olimpica di Sarajevo – da si.com

articolo di Nicola Pucci

Alzi la mano chi pensava che Bill Johnson potesse imporsi alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984. Non credo siano in tanti, seppur l’americano non fosse proprio un pivello di primo pelo del discesismo mondiale.

In effetti il ragazzo californiano, neppure 24enne, può già vantare qualche buon risultato in Coppa del Mondo, soprattutto il trionfo al Lauberhorn di Wengen il 15 gennaio, a spengere le illusioni austriache di far doppietta con Steiner e Resch e del “Much” Mair di salire sul terzo gradino del podio. Se si aggiunge il quarto posto a Cortina un paio di settimane prima dell’evento a cinque cerchi, a certificare le buone credenziali già messe in evidenza una prima volta con il sesto posto a St.Anton nel 1983, l’anno dell’esordio, e la vittoria nella classifica generale di Coppa Europa, ecco che Bill Johnson figura tra gli outsiders di una gara che ha in altri autorevoli campioni i pretendenti alla medaglia d’oro.

La Svizzera, tanto per cominciare, si affida al talentuoso Urs Raeber, che in stagione ha battuto tutti sulla Saslong di Val Gardena e sulle nevi di casa di Laax, all’emergente Franz Heinzer, a sua volta vincitore a Val d’Isere, al campione riconosciuto Peter Mueller e a quello in divenire Pirmin Zurbriggen; in casa Austria, vista l’assenza del campione in carica, Leonhard Stock, infortunato, e del detentore del titolo mondiale, Harti Weirather, le speranze sono riversate sulle spalle esperte del “kaiser” Franz Klammer, tornato protagonista con la vittoria sulla Streif di Kitzbuhel dopo qualche anno di appannamento, e sugli stessi Erwin Resch ed Helmuth Hoeflehner, abili scivolatori sui tracciati di Schladming e appunto le “Tofane” di Cortina; il Canada ha in Steve Podborski l’uomo di punta, in fiducia dopo il successo di Garmisch; infine l’Italia ha qualche velleità di podio con Michael Mair, già terzo a Laax e a cui il pendio olimpico si addice, che difende le chances tricolori assieme a Danilo Sbardellotto e Alberto Ghidoni.

L’appuntamento è fissato a Bjelasnica per il 16 febbraio, ore 12, esattamente un settimana dopo la data originariamente prevista, causa i capricci del maltempo, e tra i partecipanti si annota la presenza, più per lo spettacolo che per la reale valenza tecnica, del principe Hubertus Von Hohenlohe. Al fine di soddisfare il requisito minimo del dislivello di 800 metri (2.625 piedi), il cancelletto di partenza è posto in una casetta di nuova costruzione al vertice della montagna che ospita la competizione, con una rampa di collegamento al pendio designato, ed il primo a lanciarsi a valle in cerca della gloria olimpica è il canadese Gary Athans, pettorale numero 1, che fissa il tempo di riferimento in 1’48″79.

Ma non è certo lui che potrà festeggiare a sera, tocca subito dopo a Zurbriggen e la sciata dell’elvetico, composta ma efficace, vale già il miglior cronometro, 1’46″05. Klammer delude le attese e resta a distanza, poco meno di un secondo, così come affondano nella neve le illusioni di Mair, pettorale numero 4, che accusa un ritardo di 1″65, decisamente troppo anche per un risultato di prestigio. L’azzurro, infine, sarà solo 15esimo. Cathomen, altro svizzero di prima fascia, non fa molto meglio, ed allora con il numero 6 è la volta di Bill Johnson.

L’americano, che con un peccato di presunzione ha affermato che vincerà la medaglia d’oro, tiene fede alla sua promessa e disegna perfettamente le curve che portano al traguardo, lasciando scivolare gli attrezzi nei tratti pianeggianti, domando i trabocchetti del tracciato e pennellando le diagonali che, di contrappasso, spengono il sogno dei rivali. 1’45″59, veloce come nessun’altro, non certo Hoeflenher e Raeber che chiudono in sesta e quinta posizione, solo Mueller, numero 11, e Steiner, numero 13, rimangono in scia a Johnson, con lo svizzero che accusa 0″27 di ritardo che valgono comunque la medaglia d’argento, e l’asburgico che con un disavanzo di 0″36 butta giù Zurbriggen dal terzo gradino del podio. Poco importa, il fuoriclasse di Saas-Almagell, che ha solo 21 anni, saprà riscattarsi in futuro. E quando anche il tedesco Sepp Wildgruber e il canadese Todd Brooker hanno terminato il loro esercizio agonistico in settima e nona posizione, e le prove di Ghidoni, 17esimo, e Sbardellotto, 21esimo, confermano che non è proprio giornata per l’Italia (lo sarà 24 ore dopo con Paoletta Magoni trionfatrice a sorpresa nello slalom), Bill Johnson può infine sorridere e mettersi al collo la medaglia d’oro.

Sappiamo tutti quel che è il seguito della storia. Johnson vincerà altre due gare di Coppa del Mondo, sempre in quel magico 1984, ad Aspen e Whistler Mountain, ma poi la sua buona stella finirà lì. Non sarà più capace di confermare quei successi, e nel 2001, nel tentativo di qualificarsi per i Giochi di Salt Lake City, cadrà rovinosamente nel corso di una gara FIS a Big Mountain, riportando danni cerebrali e un’invalidità permanente. Poi, a chiudere il cerchio e a triste epilogo di un’esistenza sempre al limite, sopraggiunge la morte, il 21 gennaio 2016. Precoce, come precoce fu il suo passaggio come meteora del discesismo mondiale.

GUNDE SVAN, IL “CIGNO” D’ORO DEL FONDO SVEDESE

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Gunde Svan – da sverigesradio.se

articolo di Nicola Pucci

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta la Svezia ha contribuito con le sue imprese a scrivere pagine memorabili di letteratura sportiva. Ma se il dominio di Bjorn Borg nel tennis ha la sua ragion d’essere nella buona sorte che ha scelto il paese scandinavo per alloggiare il suo prediletto con la racchetta e l’impero di Ingmar Stenmark nello sci alpino ha pur sempre legittimazione nel fatto che la Svezia ha discreta attitudine in una disciplina comunque sia appannaggio dei paesi alpini, il regno incontrastato di Gunde Svan si fa forte invece di una tradizione in uno sport che non a caso è noto come sci nordico. Ergo, trova a quelle latitudini, e tra quei boschi e quelle dolci colline che si ammantano di una coltre di neve troppo a lungo per i gusti di noi mediterranei, terreno fertile, tramandando le gesta di immensi campioni.

Gunde Svan, appunto, è uno di questi. E pure tra i più medagliati della storia. Nato a Vansbro, niente di più che un villaggio, il 12 gennaio 1962, trascorre l’adolescenza ammirando i treni che qui sono l’unico o quasi contatto con il resto del mondo, crescendo precocemente in altezza e disimpegnandosi con gli sci di fondo che sembrano fatti su misura per lui. E che madre natura lo abbia riservato di doti fuori dal comune è evidente, fin da subito. Tanto che appena 20enne è pronto per debuttare ai massimi livelli, prendendo parte alla prima edizione della neonata Coppa del Mondo che la Federazione internazionale ha infine ideato, vinta dall’americano Bill Koch, e venendo selezionato per i Mondiali di Oslo del 1982. In casa dei “cugini” norvegesi Svan prende confidenza con le garndi rassegne giungendo 13esimo nella 15 km a tecnica libera vinta da Oddvar Bra, in un’edizione che vede trionfare i connazionali Thomas Eriksson nella 30 km e Thomas Wassberg nella maratona della 50 km.

E’ solo l’abbrivio di una carriera fenomenale. La classe e l’eleganza sugli sci di Gunde è tale e tanto efficace che gli addetti ai lavori, giocando sul cognome, conieranno l’appellativo di “cigno“, che lo accompagnerà sui tracciati di mezzo mondo e sarà il suo indiscutibile marchio di fabbrica. Nel frattempo lo svedese comincia la sua collezione di vittorie quando, la stagione successiva, 1983, prima sale sul podio ad Oslo, che sta al fondo come Wembley (quello demolito, non quello attuale) sta al calcio, terzo, per poi battere tutti nella 15 km di Anchorage e nella 30 km di Labrador City, ultimi appuntamenti di una classifica di Coppa del Mondo che lo vede già secondo, per soli 6 punti alle spalle del sovietico Aleksandr Zavjalov.

L’appuntamento con la vittoria in Coppa del Mondo è solo rimandata al 1984, anno olimpico, che vede lo svedese non solo cogliere tre affermazioni individuali parziali, tra cui la prestigiosa 30 km davanti al pubblico amico di Falun, per chiudere in classifica generale con un totale di 145 punti, nettamente davanti all’altra stella svedese, Thomas Wassberg, ma pure assurgere al rango di principale protagonista nella kermesse a cinque cerchi di Sarajevo, dove coglie l’oro nella 15 km e nella prova di squadra, è secondo nella 50 km preceduto proprio da Wassberg e sale sul terzo gradino del podio nella 30 km del debutto, anticipato dalla coppia sovietica composta da Nikolaj Zuimjatov e Aleksandr Zavjalov.

Quel che Svan ha ottenuto nel 1984, appena 22enne, è il gustuso, e pure succoso, antipasto di un palmares da fare invidia. Il “cigno“, in effetti, domina la scena negli anni a seguire nel circuito di Coppa del Mondo, imponendosi per un totale di 23 successi (l’ultimo nella 50 km di Vang, in Norvegia, il 17 marzo 1990) e mettendo in cassaforte ben cinque coppe generali, nel 1985 (davanti ai norvegesi Holte e Aunli con 152 punti), nel 1986 (145 punti sufficienti a battere un altro svedese di grido ancora, Torgny Mogren, e il fuoriclasse sovietico Vladimir Smirnov), nel 1988 (ancora davanti a Mogren, 109 punti a 100, con il norvegese Mikkelsplass terzo) e 1989  (record personale di 170 punti, battendo Vegard Ulvang e sempre Mogren), per essere terzo nel 1987 (dietro allo stesso Mogren e a Wassberg, a completare un tris svedese) e secondo nel 1990 (stavolta sconfitto da Ulvang), per chiudere infine con il settimo posto del 1991, stagione del commiato dall’attività agonistica.

Ma nel mezzo di cotanta grazia Svan eccelle come soli i grandissimi sanno fare nelle due principali rassegne internazionali, che regalano gloria eterna e visibilità mediatica, ovvero Mondiali e Olimpiadi. Proprio ai Mondiali, dopo l’esordio del 1982, Gunde scrive pagine memorabili, come nel 1985, a Seefeld, dove è oro nella 30 km e nella 50 km, qui trovando nel “grillo” Maurilio De Zolt l’avversario più irriducibile, e bronzo nella staffetta 4×10 km, in questo caso sopraffatto dall’Italia che gli soffia l’argento.

Con De Zolt la rivincita è attesa due anni dopo, a Oberstdorf, dove Maurilio trionfa nella 50 km di una manifestazione che vede Svan protagonista solo con il successo in staffetta, così come alle Olimpiadi di Calgary del 1988, dove i due campioni, l’uno modello di stile, grazia e classe, l’altro esempio di coraggio, abnegazione e determinazione, librano un duello all’ultima stilla di energia in una fantastica gara della 50 km che vede, al Canmore Nordic Centre, Svan infine trionfare sul cadorino di meno di un minuto, a bissare il successo nella 4×10 per la sua sesta ed ultima medaglia olimpica, di cui 4 d’oro.

In un panorama dello sci nordico che vede fior di campioni provare a interrompere il dominio di Svan, riuscendoci talvolta come nel caso di Kirvesniemi, Wassberg, Mogren, Smirnov, Ulvang e lo stesso De Zolt, il “cigno” è straordinario interprete sia nella tecnica classica che in quella libera, con l’apoteosi dei Mondiali finlandesi di Lahti del 1989 nel corso dei quali Svan sbaraglia la concorrenza, vincendo 15 e 50 km entrambe davanti a Mogren e mettendosi al collo, inevitabilmente, l’oro della staffetta quando con lo stesso Mogren, Majbeck e Haland ferisce l’orgoglio dei padroni di casa, relegati alla piazza d’onore a chiusura di una superba sfida risolta in volata, con Cecoslovacchia e Norvegia pure loro ad un soffio dalla vittoria, quattro squadre racchiuse in due secondi.

Gli anni passano, i successi si susseguono così come anche le rare sconfitte, e per Svan non può esserci miglior congedo, in un’ultima stagione di Coppa del Mondo, 1991, avara di soddisfazioni, che la rassegna mondiale della Val di Fassa. E qui il “cigno” chiude in bellezza, debuttando con il successo nella 30 km a tecnica classica davanti a Smirnov e Ulvang, proseguendo con l’argento nella 15 km a tecnica libera alle spalle dell’altro fenomeno che sta per rilevarlo come dominatore del fondismo internazionale, Bjorn Daehlie, salendo ancora sul secondo gradino del podio nella staffetta vinta dalla Norvegia, infine inchinandosi a Mogren nella 50 km a tecnica libera che lo vede, ancora una volta, di poco più veloce di De Zolt, terzo, e lo stesso Daehlie, quarto.

La meravigliosa storia agonistica di Gunde Svan finisce qui. Il “cigno” chiude le ali e lo sci di fondo, estasiato e riconoscente, saluta uno dei più grandi. Che tra prati imbiancati, boschi silenziosi ed alberi secolari ha concesso la grazia. Del suo sterminato talento.

TOMBA E LA VITTORIA NUMERO 50 NEL GIORNO DELL’ADDIO

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Tomba trionfante dopo la vittoria – da agendalugano.ch

articolo di Nicola Pucci

15 marzo 1998. Sulle nevi rese molli dal vento primaverile di Crans Montana un fenomeno sta per regalare ai suoi appassionati l’ultima gemma di una carriera memorabile.

Quel fenomeno si chiama Alberto Tomba, e per cantarne le gesta sarebbe necessaria un’enciclopedia. Di quelle massicce, oltretutto, perchè la “Bomba” tricolore è un festival di aneddoti, ricordi, imprese, come pochi altri, se non nessuno, del Circo Bianco. Ed allora limitiamoci all’essenziale, rimembrando le 49 vittorie in Coppa del Mondo con il suggello della sfera di cristallo nel 1995, i tre ori e i due argenti olimpici, i due ori e i due bronzi mondiali, le quattro coppe di specialità in slalom ed altrettante in gigante. Mettiamoci anche gli otto titoli italiani, cinque tra i pali stretti e tre tra le porte larghe.

Palmares senza eguali in Italia, per l’Albertone nazionale, secondo solo a Stenmark tra i grandissimi di sempre, ma la stagione in corso, 1997/1998 ha riservato l’amarezza dei Giochi di Nagano, dove una caduta nel gigante quando stava viaggiando con buona cadenza lo ha mezzo infortunato e ne ha pregiudicata la gara di slalom, solo diciassettesimo al termine della prima manche con 1″94 di ritardo dal leader Sykora e non al via nella seconda discesa. In Coppa del Mondo Tomba ha trionfato sulla “Planai” di Schladming in gennaio, nel classico appuntamento in notturna, unico podio in specialità, come unico podio in gigante è il secondo posto un paio di giorni prima a Saalbach, battuto dal nuovo padrone dello sci mondiale, Hermann Maier, pronto a rilevare il testimone dal fuoriclasse bolognese quale dominatore del panorama alpino.

Crans Montana suscita ricordi dolci in Alberto Tomba, che qui nell’ormai lontano 1987 conquistò la medaglia di bronzo ai suoi primi campionati mondiali, avviando poi qualche mese dopo quello che sarà un percorso agonistico da guinness dei primati. E proprio qui, dove tutto ebbe inizio, è pure logico che vi sia una fine. Lo slalom che chiude le finali di Coppa ed anche la stagione in corso, vede Tomba già competitivo nella prima discesa, quando con il pettorale numero 9 segna in 50″18 il miglior tempo, di un solo centesimo migliore di quello registrato dal norvegese Hans-Petter Buraas, il campione di Nagano.

Ecco, è questa l’occasione propizia per Tomba non solo di prendersi la rivincita per la gara sulla quale aveva programmato l’intera stagione, lui già capace di cogliere l’oro a Calgary nel 1988 e gli argenti ad Albertville nel 1992 e Lillehammer nel 1994, unico nella storia dello sci a salire su tre podi olimpici consecutivi, ma anche di annunciare al giovanotto scandinavo che il re tra i pali stretti, caso mai ce ne fosse bisogno, è ancora lui.

La battaglia per la vittoria sembra riservata a Tomba e Buraas, con i diretti avversari che accusano ritardi importanti, ad esempio il giapponese Kimura, 0″86, lo svizzero Von Gruenigen, rivale di Alberto in tanti anni di slalom gigante, 0″94, e gli altri norvegesi Aamodt e Jagge, 0″99 e 1″00 rispettivamente. E la neve marcia, così come il tracciato che si spacca al passaggio di ogni concorrente, non favorisce certo l’aspetto tecnico della gara, che vede nella seconda manche Kimura affondare nelle retrovie, l’austriaco Sykora unico a scendere sotto i 52″, 51″98 per l’esattezza, per risalire in quinta posizione, Aamodt e Jagge infine piazzarsi ai primi due posti provvisori separati ancora da due centesimi, 1’43″61 e 1’43″63.

Tocca a Buraas e la sciata del campione olimpica, pur resa impegnativa dalla neve che si scioglie sotto i suoi attrezzi a far posto alle margherite, è sicura quanto basta per respingere l’assalto dei due connazionali e fissare in 1’42″98 il tempo di riferimento. Tocca a Tomba. E per Alberto, aggressivo, preciso e infine efficace nella prima manche disputata in condizioni ancora accettabili, è quanto mai difficile poter scaricare sulla neve la potenza del suo motore da supercampione. Eppure l’incedere è convincente, Tomba attacca come è solito fare, e all’intemedio, 1’19″48, è in linea con Buraas che lo sopravanza di soli 0″03. Il finale è intenso, l’azzurro disegna la serpentina perfetta sul muro che precipita verso il traguardo e il cronometro, onesto e riconoscente per il suo pupillo preferito, conforta Albertone, 1’42″84.

Quel che succede una volta tagliata la linea d’arrivo, non lo nego, ricorda in me un momento di emozione intensa. Tomba, issato in trionfo da Buraas e Jagge, segna con le dita 51, a significare le vittorie in Coppa del Mondo, seppur ne siano riconosciute 50, cifra tonda, tenendo fuori dalla somma il parallelo di Saalbach del 1988, e poi si sdraia a terra in preda alla commozione. La svestizione, il lancio dell’abbigliamento al pubblico, le lacrime e l’abbraccio con la sorella Alessia e il saluto a chi lo segue oltre le transenne sa tanto, ma proprio tanto, di addio.

Già, proprio così, ad ottobre Tomba annuncia il suo ritiro dall’attività e quel 15 marzo 1998, a Crans Montana, fu l’ultima volta. Ciao Alberto, e grazie.

SLALOM OLIMPICO 1976, IL VERTICE DELLA CARRIERA DI GROS

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Piero Gros sul podio alle Olimpiadi 1976 – da skimania.it

articolo di Nicola Pucci

Lo sviluppo della carriera di Piero Gros ha del curioso, se non addirittura dell’inspiegabile. Anzi, una spiegazione c’è, ed è l’avvento di Ingemar Stenmark, che nelle discipline tecniche lascia agli altri, Pierino compreso, men che le briciole. E dati alla mano confortano questa affermazione.

Il campione di Salice d’Ulzio, che vide la luce il 30 ottobre 1954, debutta in Coppa del Mondo poco più che 18enne nel corso della stagione 1972/1973, vincendo subito in gigante a Val d’Isere e in slalom a Madonna di Campiglio. Il che è record. L’anno dopo, addirittura, Gros mette in cassaforte la sfera di cristallo battendo l’amico/rivale Gustavo Thoeni, che si è imposto nelle tre precedenti edizioni, 181 punti a 165, con il corollario di 5 successi parziali e la medaglia di bronzo in gigante ai Mondiali di St.Moritz, a 0″99 dallo stesso Thoeni ma a soli 0″07 dall’argento dell’austriaco Hinterseer, per poi chiudere quarto in classifica dodici mesi dopo alle spalle di Gustavo, Stenmark e Klammer, protagonisti dello storico parallelo di Val Gardena, con altre 5 vittorie, tra le quali lo slalom di Kitzbuhel il 19 gennaio 1975.

Ecco, l’exploit sulla Streif, a 20 anni e 81 giorni, è l’ultimo di una carriera che pareva destinata ad essere memorabile ed invece, pur bellissima, declina verso l’insuccesso, non rispondendo alle attese dell’adolescenziale esordio da predestinato. Gros, infatti, esporta il suo talento battagliero lungo i tracciati del mondo per altri sette anni, collezionando è vero un buon numero di piazzamenti sul podio, compreso quello in slalom ai Mondiali di Garmisch del 1978 quando è secondo sconfitto solo, ovviamente, dall’imbattibile Ingo. Ma di vittorie, neppure più l’ombra. Con un’unica eccezione, ed è un’eccezione d’oro.

14 febbraio 1976, Olimpiadi di Innsbruck. L’edizione a cinque cerchi tirolese sta chiudendo i battenti, e se per l’Italia del CT Mario Cotelli ha riservato la gioia del bronzo in discesa di Herbert Plank e l’argento tra i pali stretti di Claudia Giordani, nondimeno ha lasciato con un palmo di naso non solo Gustavo, ai piedi del podio in gigante qualche giorno prima dopo l’illusoria prima manche, ma anche lo stesso Gros, fuori gioco dopo il quinto posto a metà gara. Se a questo si aggiunge che Pierino è reduce da una stagione con quattro secondi posti ed altrettanti terzi, è chiaro che lo slalom olimpico rappresenti l’occasione del riscatto. C’è ovviamente da fronteggiare Stenmark, gran favorito della prova, così come altri autorevoli pretendenti alla medaglia, Hinterseer, Willi Frommelt, Neureuther e Ochoa, detentore del titolo, tra questi. Oltre al nutrito plotone di azzurri, immancabilmente con Gustavo in testa ma anche Fausto Radici e Franco Bieler, entrambi vincitori in gennaio per la prima volta in carriera, l’uno nello slalom di Garmisch, l’altro nel gigante di Morzine.

La prima manche, diabolicamente tracciata dall’austriaco Leitner su di un pendio, il “Birgitzköpfl” di Axamer Lizum, già di suo carogna,  riserva numerosi colpi di scena. Tanto per cominciare Wolfgang Junginger, tedesco occidentale che scende a valle col pettorale numero 3, con pedigree non proprio di prestigio e che morirà qualche anno dopo in un incidente aereo, che pennella meravigliosamente per i suoi standard abituali segnando un tempo, 1’00″95, che gli varrà la terza posizione provvisoria. Subito dopo di lui tocca a Bieler, più lento di soli 0″09 sbagliando nel finale e vanificando un ottimo intermedio, comunque perfettamente in lizza per una medaglia, ma è uno Stenmark stranamente abulico, pettorale numero 5, che per poco non deraglia alla decima porta, angolatissima, giungendo al traguardo con un margine insolito, difficile da rimediare, 1″39 da Junginger, un solo centesimo meglio, pensa te, del giapponese Ichimura e di Ochoa, ormai solo lontano parente del campione che si impose a Sapporo nel 1972. Ma è il rappresentante del Liechtstein, Willi Frommelt, che in carriera non ha mai vinto in Coppa del Mondo e neppure è mai salito sul podio, conquistando comunque il bronzo in discesa ai Mondiali di St.Moritz del 1974, a certificare la sua ottima predisposizione agli eventi che contano, non commettendo errori e risultando infine l’unico capace di scendere sotto il minuto, esattamente 59″98. Ma l’attesa, in casa Italia, è per le prove di Thoeni, Gros e Radici, rispettivamente pettorale numero otto, undici e dodici, ma se Gustavo dopo essersi lanciato dal cancelletto con circospezione, recupera sul muro finale per un secondo posto in 1’00″55, Pierino è eccessivamente guardingo, quinto in 1’01″23 e Fausto, addirittura il migliore all’intermedio, paga dazio alla scarsa visibilità, lui che ha un occhio, il sinistro, di vetro per via di un glaucoma contratto da bambino, inforcando e dicendo così addio a legittimi sogni di gloria. Così come sono fuori dai giochi anche i due svizzeri Hemmi e Good, dominatori del gigante, un deludente Hinterseer e il giovane jugoslavo di belle speranze, Bojan Krizaj.

La seconda manche, che è quella che poi conta ed assegna le medaglie, si tinge, fortunatamente, dei colori azzurri. Anche perchè il tracciato, stavolta, è disegnato da Oreste Peccedi, tecnico degli italiani, ed ha un profilo decisamente più ritmico. Sotto la neve che continua a cadere incessantemente gli atleti scendono invertendo i numeri di pettorale della prima manche e così, con lo svizzero Luescher al comando in 2’08″10 ed Ochoa che con 2’08″35 si posiziona alle sue spalle dismettendo la corona di detentore, è già il momento della prova di Gros. Il fuoriclasse piemontese, numero 11, che deve recuperare a Frommelt un disavanzo di 1″25, non ha proprio niente da perdere e si lancia fuori dal gabbiotto di partenza con l’ardore e lo spirito battagliero che ne è il marchio di fabbrica. La sua azione è travolgente, la serpentina tra i pali non conosce sbavature, rischia prima dell’intermedio per un arretramento sulle code degli sci ma infine, al traguardo, il cronometro lo premia con un tempo portentoso, 2’03″29, lasciando Luescher e Ochoa a distanza siderale. Gli avversari più temibili devono ancora esibirsi, ma la sensazione dell’impresa già comincia a prendere forma. Con l’8 tocca a Gustavo, che sul compagno di bandiera vanta 0″68 di vantaggio, già in parte “bruciati” all’intermedio. Thoeni è meno incisivo di Gros e all’arrivo è secondo, in 2’03″73, masticando amaro per un’altra chance d’oro gettata al vento. Ma sono Frommelt, numero 7, e Stenmark, numero 5, i due spauracchi che Pierino segue con trepidazione dalla postazione all’arrivo. Willi non ripete l’exploit della prima manche, arranca distante dai pali e questo gli costa non solo la vittoria, ma anche la seconda posizione, con un globale 2’04″28 che lo piazza anche alle spalle di Gustavo, Stenmark ha invece un ritardo di 1″11 da Gros e con la classe che Dio lo ha rifornito può compiere l’impresa della rimonta. Lo svedese è scatenato, tanto se non più di Pierino, all’intermedio ha ridotto lo svantaggio a mezzo secondo ma l’azzardo stavolta non paga, poco dopo inforca capitombolando a terra. Per Gros è l’apoteosi, anche perchè gli ultimi a scendere, Bieler, Junginger, Neureuther e Tresch, non possono proprio stargli davanti, con Franco che è in linea per chiudere almeno in terza posizione ma a sua volta salta una porta e lo svizzero, numero 1 di pettorale e dunque ultimo a lanciarsi, chiude in quarta posizione ai piedi del podio, seppur a quasi un secondo da Frommelt, terzo.

Gros è campione olimpico e se non avrà più conosciuto la gioia della vittoria in Coppa del Mondo, si è almeno iscritto al clan degli eroi di Olimpia. Come diceva il proverbio? Ah già… Parigi val bene una messa. In questo caso, Innsbruck 1976 val bene l’insuccesso in Coppa.