MARIELLE GOITSCHEL, LA SORELLA D’ORO DELLO SCI DI FRANCIA

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Marielle Goitschel in azione – da theredlist.com

articolo di Nicola Pucci

Così come accadde con i fratelli Mahre, Phil e Steve, forti al punto da tracciare un solco profondo nello sci a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, anche al femminile c’è una coppia che un decennio prima ha firmato pagine di storia agonistica alpina. Le sorelle Goitschel, Christine e Marielle (in quel caso ci sarebbe anche Patricia, terza della nidiata, ma senza pedigree sciistico), che incisero tra le nevi il loro nome e da quei giorni gloriosi danno lustro alla Francia.

Ma ai fini della narrazione odierna su queste pagine è d’obbligo fare una scelta, e seppur dolorosa per l’elevata statura anche dell’esclusa, questa non può che riguardare Marielle. Che nasce un anno dopo Christine, il 28 settembre 1945, e tra le valli della… Val d’Isere, lei figlia di un albergatore che in gioventù fu giocatore dell’Olympique Marsiglia, affina un talento prezioso fin dalla tenerissima età. Viene infatti aggregata poco più che 14enne alla nazionale transalpina, e gli esordi, ai Mondiali casalinghi di Chamonix del 1962, sono già promettenti e fanno da preludio ad una carriera di pregio. In un’edizione, infatti, che illumina la classe dell’aquilotto Karl Schranz e il talento effimero di Marianne Jahn, ecco che Marielle regala subito un saggio di precocità, neppure 17enne già capace di cogliere l’oro in combinata battendo proprio l’asburgica, vincitrice davanti alla transalpina della gara di slalom, quarta anche in gigante a soli 0″16 dal bronzo strappato dall’americana Joan Hannah.

Il dado è tratta. Marielle inizia la sua scalata ai vertici agonistici e in questo fa da traino a Christine, che seppur sia più “adulta“, paga leggero dazio alla sua minor intraprendenza. In effetti le due ragazze, legatissime, si distinguono per diversità caratteriale, esplosiva, chiacchierona e trascinante Marielle, tranquilla, introversa e riflessiva Christine. Che ai Giochi di Innsbruck del 1964, in qualità di campionessa nazionale delle tre discipline, assurge agli onori della cronaca, battendo la sorella tra le porte strette dello slalom, per poi lasciare strada a Marielle in gigante, anche decima in discesa libera ed ancora una volta, esattamente come a Chamonix, più forte di tutte in combinata, stavolta per mera contabilità valida solo come titolo iridato.

I trionfi olimpici delle sorelle Goitschel infiammano la Francia, al punto che il generale De Gaulle, a cui non sfugge di certo la notorietà delle due sciatrici, le premia con un telegramma “sappiate, Mesdemoiselles, che siamo tutti fieri della vostra vittoria. Una sorta di medaglia al merito supplementare.

Il bello, per Marielle soprattutto, deve ancora venire, ed ha pure stavolta i colori dell’arcobaleno quando nel 1966, sulle Ande, ai tremila metri di Portillo, la transalpina è l’indiscussa regina della rassegna. Il 5 agosto è seconda in slalom alle spalle della connazionale Annie Famose, che la batte per 0″47, e tre giorni dopo, l’8 agosto, bissa il risultato in discesa libera, alle spalle dell’austriaca Erika Schinegger, sbaragliando a sua volta la concorrenza della stessa Famose e della tedesca Burgl Farbinger staccate quasi di un secondo. L’11 agosto tocca al gigante e il trionfo di Marielle, sulla pista “Garganta” è completo, con l’asburgica Heidi Zimmermann e l’altra francese Florence Steurer tenute a debita distanza. Inevitabile, giunge anche il successo in combinata, tris dopo Chamonix ed Innsbruck a certifcare che la più giovane della Goitschel è la sciatrice più completa in circolazione. Con una coda, 30 anni dopo, che le regalerà un oro in più… ma ne parleremo in seguito.

In attesa dell’evento a cinque cerchi previsto per il 1968 sulle nevi di Chamrousse, località sciistica alle porte di Grenoble, dal talento intuitivo di Serge Lang, inviato del quotidiano sportivo L’Equipe, partorisce l’idea di una competizione a tappe, la Coppa del Mondo, che nel 1966 ha i suoi natali con la prima edizione. Marielle è indubbiamente competitiva ai massimi livelli, ma se riesce ad imporsi nel biennio pre-olimpico in sei gare – curiosamente, mai in Francia – distribuite tra quattro slalom e due discese, nondimeno manca di impreziosire con la sfera di cristallo un palmares già di tutto rispetto, chiudendo seconda nel 1967 alle spalle della canadese Nancy Greene e quarta l’anno successivo, dietro anche ad altre due francesi ancora, Isabelle Mir e Florence Steurer.

Poco importa, mette in saccoccia comunque tre coppette di specialità (due in slalom e una in discesa libera) e quattro trofei del circuito Kandahr (tre in combinata e uno in slalom, al Sestriere nel 1967), ed è già tempo di tener fede al suo ruolo di grande vedette invernali ai Giochi del 1968.

In verità la vetrina è occupata, in toto, dall’altro grande di Francia di quegli anni, Jean-Claude Killy, che fa tripletta come mai nessuno prima e dopo di lui, ma Marielle, privata della presenza della sorella costretta al ritiro anticipato dall’agonismo per un infortunio, ha tanto spessore agonistico e impeto giovanile da ritagliarsi a sua volta uno spazio importante, debuttando con l’ottavo posto in discesa libera, proseguendo con la medaglia d’oro, finalmente, in slalom davanti proprio alla Greene di 0″29 e ad Annie Famose che l’aveva battuta a Portillo, per concludere con il settimo posto in gigante, che gli vale “solo“, si fa per dire, il secondo gradino del podio nella combinata che, lo sappiamo, ha solo valenza mondiale.

La gloria perpetua è ormai certa, e dopo un ultimo successo in Coppa del Mondo a Rossland in Canada il 28 marzo, carica di medaglie, trofei e coppe, Marielle, non ancora 23enne, dice basta, seguendo le orme di Killy stesso che si è dato al professionismo. La leggenda dello sci le apre le porte, e nel 1996, a distanza di 30 anni dai tempi dei Mondiali di Portillo, le viene infine assegnata la medaglia d’oro della discesa libera. Già, perchè la Schinegger era nel frattempo risultata essere pseudoermafrodita, aveva in sè cromosomi maschili e la squalifica per quella prova si era resa inevitabile.

Marielle Goitschel incassa il meritato successo di un tempo che fu e ora, sì, può definitivamente alloggiare tra le più grandi di sempre.

ISOLDE KOSTNER E L’IRIDE DOPPIO IN SUPERGIGANTE

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Il podio dei Mondiali 1997 – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Giovane, ambiziosa, determinata, soprattutto velocissima di piedi. E’ il ritratto del “puffo” di Ortisei, al secolo Isolde Kostner, che nel biennio 1996/1997 realizza un exploit che mai nessuna sciatrice italiana, prima e dopo di lei, è riuscita ad emulare: vincere due medaglie d’oro mondiali consecutive, per di più nella stessa specialità. Nel caso specifico, supergigante.

Isolde, affettuosamente “Isi” per gli amici, è apparsa nel panorama del Circo Bianco con tutta la sua giovanile esuberanza nel 1994 quando, neppure 19enne, conquista la prima di ben quindici vittorie in Coppa del Mondo a Garmisch, nel giorno, 29 gennaio, della tragedia che costa la vita ad Ulrike Maier, per salire poi sul gradino più basso del podio in discesa e supergigante alle Olimpiadi di Lillehammer di lì a qualche settimana. La ragazza ha talento da vendere, così come un sorriso che illumina la scena di una trascinante simpatia, e quel che l’attende ai Mondiali di Sierra Nevada, programmati per il 1995 ma poi, caso inedito nella storia dello sci alpino, slittati all’anno successivo per mancanza di materia prima, ovvero la neve, è una sorta di appuntamento con la gloria sciistica.

La tedesca Katja Seizinger, detentrice del titolo nonché leader della classifica generale di Coppa del Mondo, è la favorita d’obbligo, forte anche del successo nella classifica di specialità negli ultimi tre anni e dei trionfi in stagione nelle ultime gare prima della rassegna iridata, proprio a Garmisch davanti alla connazionale Ertl e due volte in Val d’Isere precedento l’austriaca Goetschl e la stessa Kostner. La bolzanina è giunta anche terza a Vail, vincendo in discesa sull’amata pista delle “Tofane” di Cortina, ed è attesa alla recita mondiale al pari dell’altra asburgica Meissnitzer, vincitrice in supergigante a Val d’Isere e Veysonnaz, dell’americana Picabo Street, adattissima al tracciato filante disegnato sui Pirenei, della norvegese Marken che si sta affacciando tra le migliori, di Hilde Gerg che qui vinse nel 1994 davanti alla Kostner e della svizzera Heidi Zurbriggen, sorella di Pirmin, alla ricerca della vittoria che la faccia uscire dall’ombra del grande fratello. Ed è proprio l’elvetica, pettorale numero 13, perfetta lungo i 2263 metri della pista “Granados“, a far segnare il miglior tempo, 1’21″66, dopo che la Seizinger è uscita e il plotone austriaco ha chiuse nelle retrovie, con Anita Wachter, la migliore del Wunderteam, solo 16esima. La Kostner scende per quattordicesima e la giornata, abbacinata da uno splendido sole di primavera, diventa radiosa. Isolde scivola a valle senza la benchè minima esitazione, pennella le curve con destrezza, assorbe con sicurezza le ondulazioni del terreno e all’intermedio, 47″40, è già in vantaggio di 0″24. Rischia di impennare in presentat-arm al salto proprio dopo il rilevamento cronometrico – si sa, questo esercizio non è il pezzo forte del suo repertorio -, ma una volta riguadagnato l’assetto sul manto nevoso non deve far altro che guidare rapidamente gli attrezzi fin sul traguardo. Che la premia con un tempo memorabile, 1’21″00, a sbriciolare il sogno di gloria di Heidi che qualche minuto prima aveva iniziato a prendere forma. Non è finita qui, sia chiaro, perchè in rapida successione, pettorale numero 15, tocca a Picabo Street, solitamente un drago su queste pendenze, e l’americanina, un’altra che in quanto a sorriso sa farsi rispettare, all’intermedio è dietro di soli 0″03. Cuore e batticuore per Isolde,  ma nella parte finale “acqua scintillante” allunga qualche linea di troppo e all’arrivo è solo terza in 1’21″71, lasciando la medaglia d’oro ben salda al collo dell’altoatesina. Il trionfo azzurro si completa con il beffardo quarto posto di Barbara Merlin, che per l’inezia 0″09 è dietro a Picabo, ma quel che conta è che l’Inno di Mameli si diffonde tra le valli piranaiche.

Dodici mesi dopo è già tempo di rivincita, e per Isolde Kostner c’è l’opportunità di difendere in casa il titolo conquistato, al Sestriere, la collina cara agli Agnelli. La campionessa azzurra ha in saccoccia il successo di Cortina, ultimo appuntamento in supergigante prima dei Mondiali, a legittimare le speranze di conferma e a farne tra le pretendenti più accreditate. Tra queste, al solito, ci sono le tedesche Seizinger e Gerg e le immancabili austriache Dorfmeister, Meissnitzer e Goetschl, mentre nuove avversarie si profilano all’orizzonte, in primis la svedese Pernilla Wiberg che sta dominando in Coppa del Mondo – a fine anno porterà a casa la sfera di critstallo – e si è imposta a Lake Louise e Bad Kleinkirchheim, in secundis le due russe Zelenskaja e Gladishiva, in terzis la francese Montillet. E’ proprio Hilde Gerg ad issarsi al comando quando, col pettorale numero 4, abbassa di 0″36 il tempo della connazionale Gutenshon, segnando in 1’23″64 il parziale di riferimento. La doppietta tedesca diventa tris la concorrente successiva, Katja Seizinger, che è nettamente avanti all’intermedio, 1’02″84 contro 1’03″09, per poi sbavare leggermente nel finale guadagnando comunque la prima posizione provvisoria, 1’23″58. L’errore, nondimeno, le costerà la vittoria. Già, perchè mentre la Germania pregusta un clamoroso trionfo, è la volta della Kostner lanciarsi dal cancelletto. “Isi” fatica nelle curve centrali della “Kandahar Banchetta“, tanto da accusare un disavanzo di 0″40 all’intermedio, fuori anche dal podio virtuale. Ma il suo incedere nei metri conclusivi è convincente, pennella l’ultima virata che la catapulta a velocità supersonica sullo schuss finale e quando il cronometro si ferma ad 1’23″50, otto centesimi meglio della Seizinger, l’idea che possa bastare per il bis iridato si insinua prepotentemente in lei. E così sia. La Montillet è solo quarta, così come la Wiberg e la austriache, anche stavolta, falliscono la prova sbiadendo al cospetto di Isolde.

Che è nuovamente campionessa del mondo e coglie quell’oro che, da quel giorno, attende l’erede bianco-rosso-verde. Per la doppietta, poi, mi sa che mi verranno i capelli bianchi…

 

 

BILL JOHNSON, LA DISCESA A SORPRESA A SARAJEVO 1984

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Bill Johnson in azione nella discesa olimpica di Sarajevo – da si.com

articolo di Nicola Pucci

Alzi la mano chi pensava che Bill Johnson potesse imporsi alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984. Non credo siano in tanti, seppur l’americano non fosse proprio un pivello di primo pelo del discesismo mondiale.

In effetti il ragazzo californiano, neppure 24enne, può già vantare qualche buon risultato in Coppa del Mondo, soprattutto il trionfo al Lauberhorn di Wengen il 15 gennaio, a spengere le illusioni austriache di far doppietta con Steiner e Resch e del “Much” Mair di salire sul terzo gradino del podio. Se si aggiunge il quarto posto a Cortina un paio di settimane prima dell’evento a cinque cerchi, a certificare le buone credenziali già messe in evidenza una prima volta con il sesto posto a St.Anton nel 1983, l’anno dell’esordio, e la vittoria nella classifica generale di Coppa Europa, ecco che Bill Johnson figura tra gli outsiders di una gara che ha in altri autorevoli campioni i pretendenti alla medaglia d’oro.

La Svizzera, tanto per cominciare, si affida al talentuoso Urs Raeber, che in stagione ha battuto tutti sulla Saslong di Val Gardena e sulle nevi di casa di Laax, all’emergente Franz Heinzer, a sua volta vincitore a Val d’Isere, al campione riconosciuto Peter Mueller e a quello in divenire Pirmin Zurbriggen; in casa Austria, vista l’assenza del campione in carica, Leonhard Stock, infortunato, e del detentore del titolo mondiale, Harti Weirather, le speranze sono riversate sulle spalle esperte del “kaiser” Franz Klammer, tornato protagonista con la vittoria sulla Streif di Kitzbuhel dopo qualche anno di appannamento, e sugli stessi Erwin Resch ed Helmuth Hoeflehner, abili scivolatori sui tracciati di Schladming e appunto le “Tofane” di Cortina; il Canada ha in Steve Podborski l’uomo di punta, in fiducia dopo il successo di Garmisch; infine l’Italia ha qualche velleità di podio con Michael Mair, già terzo a Laax e a cui il pendio olimpico si addice, che difende le chances tricolori assieme a Danilo Sbardellotto e Alberto Ghidoni.

L’appuntamento è fissato a Bjelasnica per il 16 febbraio, ore 12, esattamente un settimana dopo la data originariamente prevista, causa i capricci del maltempo, e tra i partecipanti si annota la presenza, più per lo spettacolo che per la reale valenza tecnica, del principe Hubertus Von Hohenlohe. Al fine di soddisfare il requisito minimo del dislivello di 800 metri (2.625 piedi), il cancelletto di partenza è posto in una casetta di nuova costruzione al vertice della montagna che ospita la competizione, con una rampa di collegamento al pendio designato, ed il primo a lanciarsi a valle in cerca della gloria olimpica è il canadese Gary Athans, pettorale numero 1, che fissa il tempo di riferimento in 1’48″79.

Ma non è certo lui che potrà festeggiare a sera, tocca subito dopo a Zurbriggen e la sciata dell’elvetico, composta ma efficace, vale già il miglior cronometro, 1’46″05. Klammer delude le attese e resta a distanza, poco meno di un secondo, così come affondano nella neve le illusioni di Mair, pettorale numero 4, che accusa un ritardo di 1″65, decisamente troppo anche per un risultato di prestigio. L’azzurro, infine, sarà solo 15esimo. Cathomen, altro svizzero di prima fascia, non fa molto meglio, ed allora con il numero 6 è la volta di Bill Johnson.

L’americano, che con un peccato di presunzione ha affermato che vincerà la medaglia d’oro, tiene fede alla sua promessa e disegna perfettamente le curve che portano al traguardo, lasciando scivolare gli attrezzi nei tratti pianeggianti, domando i trabocchetti del tracciato e pennellando le diagonali che, di contrappasso, spengono il sogno dei rivali. 1’45″59, veloce come nessun’altro, non certo Hoeflenher e Raeber che chiudono in sesta e quinta posizione, solo Mueller, numero 11, e Steiner, numero 13, rimangono in scia a Johnson, con lo svizzero che accusa 0″27 di ritardo che valgono comunque la medaglia d’argento, e l’asburgico che con un disavanzo di 0″36 butta giù Zurbriggen dal terzo gradino del podio. Poco importa, il fuoriclasse di Saas-Almagell, che ha solo 21 anni, saprà riscattarsi in futuro. E quando anche il tedesco Sepp Wildgruber e il canadese Todd Brooker hanno terminato il loro esercizio agonistico in settima e nona posizione, e le prove di Ghidoni, 17esimo, e Sbardellotto, 21esimo, confermano che non è proprio giornata per l’Italia (lo sarà 24 ore dopo con Paoletta Magoni trionfatrice a sorpresa nello slalom), Bill Johnson può infine sorridere e mettersi al collo la medaglia d’oro.

Sappiamo tutti quel che è il seguito della storia. Johnson vincerà altre due gare di Coppa del Mondo, sempre in quel magico 1984, ad Aspen e Whistler Mountain, ma poi la sua buona stella finirà lì. Non sarà più capace di confermare quei successi, e nel 2001, nel tentativo di qualificarsi per i Giochi di Salt Lake City, cadrà rovinosamente nel corso di una gara FIS a Big Mountain, riportando danni cerebrali e un’invalidità permanente. Poi, a chiudere il cerchio e a triste epilogo di un’esistenza sempre al limite, sopraggiunge la morte, il 21 gennaio 2016. Precoce, come precoce fu il suo passaggio come meteora del discesismo mondiale.

GUNDE SVAN, IL “CIGNO” D’ORO DEL FONDO SVEDESE

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Gunde Svan – da sverigesradio.se

articolo di Nicola Pucci

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta la Svezia ha contribuito con le sue imprese a scrivere pagine memorabili di letteratura sportiva. Ma se il dominio di Bjorn Borg nel tennis ha la sua ragion d’essere nella buona sorte che ha scelto il paese scandinavo per alloggiare il suo prediletto con la racchetta e l’impero di Ingmar Stenmark nello sci alpino ha pur sempre legittimazione nel fatto che la Svezia ha discreta attitudine in una disciplina comunque sia appannaggio dei paesi alpini, il regno incontrastato di Gunde Svan si fa forte invece di una tradizione in uno sport che non a caso è noto come sci nordico. Ergo, trova a quelle latitudini, e tra quei boschi e quelle dolci colline che si ammantano di una coltre di neve troppo a lungo per i gusti di noi mediterranei, terreno fertile, tramandando le gesta di immensi campioni.

Gunde Svan, appunto, è uno di questi. E pure tra i più medagliati della storia. Nato a Vansbro, niente di più che un villaggio, il 12 gennaio 1962, trascorre l’adolescenza ammirando i treni che qui sono l’unico o quasi contatto con il resto del mondo, crescendo precocemente in altezza e disimpegnandosi con gli sci di fondo che sembrano fatti su misura per lui. E che madre natura lo abbia riservato di doti fuori dal comune è evidente, fin da subito. Tanto che appena 20enne è pronto per debuttare ai massimi livelli, prendendo parte alla prima edizione della neonata Coppa del Mondo che la Federazione internazionale ha infine ideato, vinta dall’americano Bill Koch, e venendo selezionato per i Mondiali di Oslo del 1982. In casa dei “cugini” norvegesi Svan prende confidenza con le garndi rassegne giungendo 13esimo nella 15 km a tecnica libera vinta da Oddvar Bra, in un’edizione che vede trionfare i connazionali Thomas Eriksson nella 30 km e Thomas Wassberg nella maratona della 50 km.

E’ solo l’abbrivio di una carriera fenomenale. La classe e l’eleganza sugli sci di Gunde è tale e tanto efficace che gli addetti ai lavori, giocando sul cognome, conieranno l’appellativo di “cigno“, che lo accompagnerà sui tracciati di mezzo mondo e sarà il suo indiscutibile marchio di fabbrica. Nel frattempo lo svedese comincia la sua collezione di vittorie quando, la stagione successiva, 1983, prima sale sul podio ad Oslo, che sta al fondo come Wembley (quello demolito, non quello attuale) sta al calcio, terzo, per poi battere tutti nella 15 km di Anchorage e nella 30 km di Labrador City, ultimi appuntamenti di una classifica di Coppa del Mondo che lo vede già secondo, per soli 6 punti alle spalle del sovietico Aleksandr Zavjalov.

L’appuntamento con la vittoria in Coppa del Mondo è solo rimandata al 1984, anno olimpico, che vede lo svedese non solo cogliere tre affermazioni individuali parziali, tra cui la prestigiosa 30 km davanti al pubblico amico di Falun, per chiudere in classifica generale con un totale di 145 punti, nettamente davanti all’altra stella svedese, Thomas Wassberg, ma pure assurgere al rango di principale protagonista nella kermesse a cinque cerchi di Sarajevo, dove coglie l’oro nella 15 km e nella prova di squadra, è secondo nella 50 km preceduto proprio da Wassberg e sale sul terzo gradino del podio nella 30 km del debutto, anticipato dalla coppia sovietica composta da Nikolaj Zuimjatov e Aleksandr Zavjalov.

Quel che Svan ha ottenuto nel 1984, appena 22enne, è il gustuso, e pure succoso, antipasto di un palmares da fare invidia. Il “cigno“, in effetti, domina la scena negli anni a seguire nel circuito di Coppa del Mondo, imponendosi per un totale di 23 successi (l’ultimo nella 50 km di Vang, in Norvegia, il 17 marzo 1990) e mettendo in cassaforte ben cinque coppe generali, nel 1985 (davanti ai norvegesi Holte e Aunli con 152 punti), nel 1986 (145 punti sufficienti a battere un altro svedese di grido ancora, Torgny Mogren, e il fuoriclasse sovietico Vladimir Smirnov), nel 1988 (ancora davanti a Mogren, 109 punti a 100, con il norvegese Mikkelsplass terzo) e 1989  (record personale di 170 punti, battendo Vegard Ulvang e sempre Mogren), per essere terzo nel 1987 (dietro allo stesso Mogren e a Wassberg, a completare un tris svedese) e secondo nel 1990 (stavolta sconfitto da Ulvang), per chiudere infine con il settimo posto del 1991, stagione del commiato dall’attività agonistica.

Ma nel mezzo di cotanta grazia Svan eccelle come soli i grandissimi sanno fare nelle due principali rassegne internazionali, che regalano gloria eterna e visibilità mediatica, ovvero Mondiali e Olimpiadi. Proprio ai Mondiali, dopo l’esordio del 1982, Gunde scrive pagine memorabili, come nel 1985, a Seefeld, dove è oro nella 30 km e nella 50 km, qui trovando nel “grillo” Maurilio De Zolt l’avversario più irriducibile, e bronzo nella staffetta 4×10 km, in questo caso sopraffatto dall’Italia che gli soffia l’argento.

Con De Zolt la rivincita è attesa due anni dopo, a Oberstdorf, dove Maurilio trionfa nella 50 km di una manifestazione che vede Svan protagonista solo con il successo in staffetta, così come alle Olimpiadi di Calgary del 1988, dove i due campioni, l’uno modello di stile, grazia e classe, l’altro esempio di coraggio, abnegazione e determinazione, librano un duello all’ultima stilla di energia in una fantastica gara della 50 km che vede, al Canmore Nordic Centre, Svan infine trionfare sul cadorino di meno di un minuto, a bissare il successo nella 4×10 per la sua sesta ed ultima medaglia olimpica, di cui 4 d’oro.

In un panorama dello sci nordico che vede fior di campioni provare a interrompere il dominio di Svan, riuscendoci talvolta come nel caso di Kirvesniemi, Wassberg, Mogren, Smirnov, Ulvang e lo stesso De Zolt, il “cigno” è straordinario interprete sia nella tecnica classica che in quella libera, con l’apoteosi dei Mondiali finlandesi di Lahti del 1989 nel corso dei quali Svan sbaraglia la concorrenza, vincendo 15 e 50 km entrambe davanti a Mogren e mettendosi al collo, inevitabilmente, l’oro della staffetta quando con lo stesso Mogren, Majbeck e Haland ferisce l’orgoglio dei padroni di casa, relegati alla piazza d’onore a chiusura di una superba sfida risolta in volata, con Cecoslovacchia e Norvegia pure loro ad un soffio dalla vittoria, quattro squadre racchiuse in due secondi.

Gli anni passano, i successi si susseguono così come anche le rare sconfitte, e per Svan non può esserci miglior congedo, in un’ultima stagione di Coppa del Mondo, 1991, avara di soddisfazioni, che la rassegna mondiale della Val di Fassa. E qui il “cigno” chiude in bellezza, debuttando con il successo nella 30 km a tecnica classica davanti a Smirnov e Ulvang, proseguendo con l’argento nella 15 km a tecnica libera alle spalle dell’altro fenomeno che sta per rilevarlo come dominatore del fondismo internazionale, Bjorn Daehlie, salendo ancora sul secondo gradino del podio nella staffetta vinta dalla Norvegia, infine inchinandosi a Mogren nella 50 km a tecnica libera che lo vede, ancora una volta, di poco più veloce di De Zolt, terzo, e lo stesso Daehlie, quarto.

La meravigliosa storia agonistica di Gunde Svan finisce qui. Il “cigno” chiude le ali e lo sci di fondo, estasiato e riconoscente, saluta uno dei più grandi. Che tra prati imbiancati, boschi silenziosi ed alberi secolari ha concesso la grazia. Del suo sterminato talento.

TOMBA E LA VITTORIA NUMERO 50 NEL GIORNO DELL’ADDIO

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Tomba trionfante dopo la vittoria – da agendalugano.ch

articolo di Nicola Pucci

15 marzo 1998. Sulle nevi rese molli dal vento primaverile di Crans Montana un fenomeno sta per regalare ai suoi appassionati l’ultima gemma di una carriera memorabile.

Quel fenomeno si chiama Alberto Tomba, e per cantarne le gesta sarebbe necessaria un’enciclopedia. Di quelle massicce, oltretutto, perchè la “Bomba” tricolore è un festival di aneddoti, ricordi, imprese, come pochi altri, se non nessuno, del Circo Bianco. Ed allora limitiamoci all’essenziale, rimembrando le 49 vittorie in Coppa del Mondo con il suggello della sfera di cristallo nel 1995, i tre ori e i due argenti olimpici, i due ori e i due bronzi mondiali, le quattro coppe di specialità in slalom ed altrettante in gigante. Mettiamoci anche gli otto titoli italiani, cinque tra i pali stretti e tre tra le porte larghe.

Palmares senza eguali in Italia, per l’Albertone nazionale, secondo solo a Stenmark tra i grandissimi di sempre, ma la stagione in corso, 1997/1998 ha riservato l’amarezza dei Giochi di Nagano, dove una caduta nel gigante quando stava viaggiando con buona cadenza lo ha mezzo infortunato e ne ha pregiudicata la gara di slalom, solo diciassettesimo al termine della prima manche con 1″94 di ritardo dal leader Sykora e non al via nella seconda discesa. In Coppa del Mondo Tomba ha trionfato sulla “Planai” di Schladming in gennaio, nel classico appuntamento in notturna, unico podio in specialità, come unico podio in gigante è il secondo posto un paio di giorni prima a Saalbach, battuto dal nuovo padrone dello sci mondiale, Hermann Maier, pronto a rilevare il testimone dal fuoriclasse bolognese quale dominatore del panorama alpino.

Crans Montana suscita ricordi dolci in Alberto Tomba, che qui nell’ormai lontano 1987 conquistò la medaglia di bronzo ai suoi primi campionati mondiali, avviando poi qualche mese dopo quello che sarà un percorso agonistico da guinness dei primati. E proprio qui, dove tutto ebbe inizio, è pure logico che vi sia una fine. Lo slalom che chiude le finali di Coppa ed anche la stagione in corso, vede Tomba già competitivo nella prima discesa, quando con il pettorale numero 9 segna in 50″18 il miglior tempo, di un solo centesimo migliore di quello registrato dal norvegese Hans-Petter Buraas, il campione di Nagano.

Ecco, è questa l’occasione propizia per Tomba non solo di prendersi la rivincita per la gara sulla quale aveva programmato l’intera stagione, lui già capace di cogliere l’oro a Calgary nel 1988 e gli argenti ad Albertville nel 1992 e Lillehammer nel 1994, unico nella storia dello sci a salire su tre podi olimpici consecutivi, ma anche di annunciare al giovanotto scandinavo che il re tra i pali stretti, caso mai ce ne fosse bisogno, è ancora lui.

La battaglia per la vittoria sembra riservata a Tomba e Buraas, con i diretti avversari che accusano ritardi importanti, ad esempio il giapponese Kimura, 0″86, lo svizzero Von Gruenigen, rivale di Alberto in tanti anni di slalom gigante, 0″94, e gli altri norvegesi Aamodt e Jagge, 0″99 e 1″00 rispettivamente. E la neve marcia, così come il tracciato che si spacca al passaggio di ogni concorrente, non favorisce certo l’aspetto tecnico della gara, che vede nella seconda manche Kimura affondare nelle retrovie, l’austriaco Sykora unico a scendere sotto i 52″, 51″98 per l’esattezza, per risalire in quinta posizione, Aamodt e Jagge infine piazzarsi ai primi due posti provvisori separati ancora da due centesimi, 1’43″61 e 1’43″63.

Tocca a Buraas e la sciata del campione olimpica, pur resa impegnativa dalla neve che si scioglie sotto i suoi attrezzi a far posto alle margherite, è sicura quanto basta per respingere l’assalto dei due connazionali e fissare in 1’42″98 il tempo di riferimento. Tocca a Tomba. E per Alberto, aggressivo, preciso e infine efficace nella prima manche disputata in condizioni ancora accettabili, è quanto mai difficile poter scaricare sulla neve la potenza del suo motore da supercampione. Eppure l’incedere è convincente, Tomba attacca come è solito fare, e all’intemedio, 1’19″48, è in linea con Buraas che lo sopravanza di soli 0″03. Il finale è intenso, l’azzurro disegna la serpentina perfetta sul muro che precipita verso il traguardo e il cronometro, onesto e riconoscente per il suo pupillo preferito, conforta Albertone, 1’42″84.

Quel che succede una volta tagliata la linea d’arrivo, non lo nego, ricorda in me un momento di emozione intensa. Tomba, issato in trionfo da Buraas e Jagge, segna con le dita 51, a significare le vittorie in Coppa del Mondo, seppur ne siano riconosciute 50, cifra tonda, tenendo fuori dalla somma il parallelo di Saalbach del 1988, e poi si sdraia a terra in preda alla commozione. La svestizione, il lancio dell’abbigliamento al pubblico, le lacrime e l’abbraccio con la sorella Alessia e il saluto a chi lo segue oltre le transenne sa tanto, ma proprio tanto, di addio.

Già, proprio così, ad ottobre Tomba annuncia il suo ritiro dall’attività e quel 15 marzo 1998, a Crans Montana, fu l’ultima volta. Ciao Alberto, e grazie.

SLALOM OLIMPICO 1976, IL VERTICE DELLA CARRIERA DI GROS

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Piero Gros sul podio alle Olimpiadi 1976 – da skimania.it

articolo di Nicola Pucci

Lo sviluppo della carriera di Piero Gros ha del curioso, se non addirittura dell’inspiegabile. Anzi, una spiegazione c’è, ed è l’avvento di Ingemar Stenmark, che nelle discipline tecniche lascia agli altri, Pierino compreso, men che le briciole. E dati alla mano confortano questa affermazione.

Il campione di Salice d’Ulzio, che vide la luce il 30 ottobre 1954, debutta in Coppa del Mondo poco più che 18enne nel corso della stagione 1972/1973, vincendo subito in gigante a Val d’Isere e in slalom a Madonna di Campiglio. Il che è record. L’anno dopo, addirittura, Gros mette in cassaforte la sfera di cristallo battendo l’amico/rivale Gustavo Thoeni, che si è imposto nelle tre precedenti edizioni, 181 punti a 165, con il corollario di 5 successi parziali e la medaglia di bronzo in gigante ai Mondiali di St.Moritz, a 0″99 dallo stesso Thoeni ma a soli 0″07 dall’argento dell’austriaco Hinterseer, per poi chiudere quarto in classifica dodici mesi dopo alle spalle di Gustavo, Stenmark e Klammer, protagonisti dello storico parallelo di Val Gardena, con altre 5 vittorie, tra le quali lo slalom di Kitzbuhel il 19 gennaio 1975.

Ecco, l’exploit sulla Streif, a 20 anni e 81 giorni, è l’ultimo di una carriera che pareva destinata ad essere memorabile ed invece, pur bellissima, declina verso l’insuccesso, non rispondendo alle attese dell’adolescenziale esordio da predestinato. Gros, infatti, esporta il suo talento battagliero lungo i tracciati del mondo per altri sette anni, collezionando è vero un buon numero di piazzamenti sul podio, compreso quello in slalom ai Mondiali di Garmisch del 1978 quando è secondo sconfitto solo, ovviamente, dall’imbattibile Ingo. Ma di vittorie, neppure più l’ombra. Con un’unica eccezione, ed è un’eccezione d’oro.

14 febbraio 1976, Olimpiadi di Innsbruck. L’edizione a cinque cerchi tirolese sta chiudendo i battenti, e se per l’Italia del CT Mario Cotelli ha riservato la gioia del bronzo in discesa di Herbert Plank e l’argento tra i pali stretti di Claudia Giordani, nondimeno ha lasciato con un palmo di naso non solo Gustavo, ai piedi del podio in gigante qualche giorno prima dopo l’illusoria prima manche, ma anche lo stesso Gros, fuori gioco dopo il quinto posto a metà gara. Se a questo si aggiunge che Pierino è reduce da una stagione con quattro secondi posti ed altrettanti terzi, è chiaro che lo slalom olimpico rappresenti l’occasione del riscatto. C’è ovviamente da fronteggiare Stenmark, gran favorito della prova, così come altri autorevoli pretendenti alla medaglia, Hinterseer, Willi Frommelt, Neureuther e Ochoa, detentore del titolo, tra questi. Oltre al nutrito plotone di azzurri, immancabilmente con Gustavo in testa ma anche Fausto Radici e Franco Bieler, entrambi vincitori in gennaio per la prima volta in carriera, l’uno nello slalom di Garmisch, l’altro nel gigante di Morzine.

La prima manche, diabolicamente tracciata dall’austriaco Leitner su di un pendio, il “Birgitzköpfl” di Axamer Lizum, già di suo carogna,  riserva numerosi colpi di scena. Tanto per cominciare Wolfgang Junginger, tedesco occidentale che scende a valle col pettorale numero 3, con pedigree non proprio di prestigio e che morirà qualche anno dopo in un incidente aereo, che pennella meravigliosamente per i suoi standard abituali segnando un tempo, 1’00″95, che gli varrà la terza posizione provvisoria. Subito dopo di lui tocca a Bieler, più lento di soli 0″09 sbagliando nel finale e vanificando un ottimo intermedio, comunque perfettamente in lizza per una medaglia, ma è uno Stenmark stranamente abulico, pettorale numero 5, che per poco non deraglia alla decima porta, angolatissima, giungendo al traguardo con un margine insolito, difficile da rimediare, 1″39 da Junginger, un solo centesimo meglio, pensa te, del giapponese Ichimura e di Ochoa, ormai solo lontano parente del campione che si impose a Sapporo nel 1972. Ma è il rappresentante del Liechtstein, Willi Frommelt, che in carriera non ha mai vinto in Coppa del Mondo e neppure è mai salito sul podio, conquistando comunque il bronzo in discesa ai Mondiali di St.Moritz del 1874, a certificare la sua ottima predisposizione agli eventi che contano, non commettendo errori e risultando infine l’unico capace di scendere sotto il minuto, esattamente 59″98. Ma l’attesa, in casa Italia, è per le prove di Thoeni, Gros e Radici, rispettivamente pettorale numero otto, undici e dodici, ma se Gustavo dopo essersi lanciato dal cancelletto con circospezione, recupera sul muro finale per un secondo posto in 1’00″55, Pierino è eccessivamente guardingo, quinto in 1’01″23 e Fausto, addirittura il migliore all’intermedio, paga dazio alla scarsa visibilità, lui che ha un occhio, il sinistro, di vetro per via di un glaucoma contratto da bambino, inforcando e dicendo così addio a legittimi sogni di gloria. Così come sono fuori dai giochi anche i due svizzeri Hemmi e Good, dominatori del gigante, un deludente Hinterseer e il giovane jugoslavo di belle speranze, Bojan Krizaj.

La seconda manche, che è quella che poi conta ed assegna le medaglie, si tinge, fortunatamente, dei colori azzurri. Anche perchè il tracciato, stavolta, è disegnato da Oreste Peccedi, tecnico degli italiani, ed ha un profilo decisamente più ritmico. Sotto la neve che continua a cadere incessantemente gli atleti scendono invertendo i numeri di pettorale della prima manche e così, con lo svizzero Luescher al comando in 2’08″10 ed Ochoa che con 2’08″35 si posiziona alle sue spalle dismettendo la corona di detentore, è già il momento della prova di Gros. Il fuoriclasse piemontese, numero 11, che deve recuperare a Frommelt un disavanzo di 1″25, non ha proprio niente da perdere e si lancia fuori dal gabbiotto di partenza con l’ardore e lo spirito battagliero che ne è il marchio di fabbrica. La sua azione è travolgente, la serpentina tra i pali non conosce sbavature, rischia prima dell’intermedio per un arretramento sulle code degli sci ma infine, al traguardo, il cronometro lo premia con un tempo portentoso, 2’03″29, lasciando Luescher e Ochoa a distanza siderale. Gli avversari più temibili devono ancora esibirsi, ma la sensazione dell’impresa già comincia a prendere forma. Con l’8 tocca a Gustavo, che sul compagno di bandiera vanta 0″68 di vantaggio, già in parte “bruciati” all’intermedio. Thoeni è meno incisivo di Gros e all’arrivo è secondo, in 2’03″73, masticando amaro per un’altra chance d’oro gettata al vento. Ma sono Frommelt, numero 7, e Stenmark, numero 5, i due spauracchi che Pierino segue con trepidazione dalla postazione all’arrivo. Willi non ripete l’exploit della prima manche, arranca distante dai pali e questo gli costa non solo la vittoria, ma anche la seconda posizione, con un globale 2’04″28 che lo piazza anche alle spalle di Gustavo, Stenmark ha invece un ritardo di 1″11 da Gros e con la classe che Dio lo ha rifornito può compiere l’impresa della rimonta. Lo svedese è scatenato, tanto se non più di Pierino, all’intermedio ha ridotto lo svantaggio a mezzo secondo ma l’azzardo stavolta non paga, poco dopo inforca capitombolando a terra. Per Gros è l’apoteosi, anche perchè gli ultimi a scendere, Bieler, Junginger, Neureuther e Tresch, non possono proprio stargli davanti, con Franco che è in linea per chiudere almeno in terza posizione ma a sua volta salta una porta e lo svizzero, numero 1 di pettorale e dunque ultimo a lanciarsi, chiude in quarta posizione ai piedi del podio, seppur a quasi un secondo da Frommelt, terzo.

Gros è campione olimpico e se non avrà più conosciuto la gioia della vittoria in Coppa del Mondo, si è almeno iscritto al clan degli eroi di Olimpia. Come diceva il proverbio? Ah già… Parigi val bene una messa. In questo caso, Innsbruck 1976 val bene l’insuccesso in Coppa.

ZURBRIGGEN E LA COPPA 1988 NEGATA A TOMBA

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Pirmin Zurbriggen in trionfo alle Olimpiadi di Calgary del 1988 – da embed.scribbelive.com

articolo di Nicola Pucci

Se la stagione alpina 1987/1988 è segnata dall’esplosione ai massimi livelli di Alberto Tomba, altresì regala agli appassionati di sci la sfida all’ultima porta tra il bolognese rampante e l’elvetico Pirmin Zurbriggen per la conquista della sfera di cristallo, trofeo che premia il vincitore della Coppa del Mondo.

Occorre fare un breve passo indietro, esattamente all’anno precedente, quando il campionissimo di Saas-Almagell si impone per la seconda volta in carriera nella graduatoria generale, bissando il successo già fatto suo nel 1984, a cui aggiunge le quattro medaglie messe in curriculum ai Mondiali casalinghi di Crans Montana, oro in supergigante e gigante e argento in discesa libera e combinata. Proprio tra le porte larghe della disciplina più tecnica dello sci alpino Zurbriggen trionfa approfittando dell’uscita a poche porte dal traguardo del connazionale Joel Gaspoz, anticipando infine sul podio il “nemico” Giradelli ed un giovanotto bolognese di bellissime speranze, tale Alberto Tomba, che ha un cognome che spaventa tanto quanto fa paura al momento di mettere in moto le proverbiali quattro ruote motrici all’atto di scivolare a valle.

Tomba ha poco più di 21 anni, ovvero quasi quattro anni in meno di Pirmin che è classe 1963, ma di febbraio, e sta per dar vita ad un duello epocale nella stagione che va a cominciare sulle nevi del Sestriere, collina cara alla famiglia Agnelli. Nello slalom di apertura, il 27 novembre, Tomba esce dal cancelletto di partenza con il pettorale numero 25 ma la sua prova è così magistrale da valergli, a sorpresa, il primo successo di una carriera che sarà fantastica, 0″80 meglio dello svedese Nilsson e ben 1″93 dell’austriaco Mader. Bum, la bomba, in tutti i sensi, esplode, e due giorni dopo, in gigante, pur con qualche errore di troppo, concede il bis, anticipando di un soffio l’idolo di cui sta per raccogliere l’eredità, Ingemar Stenmark, battuto per l’inezia di 0″09.

Zurbriggen e Girardelli, che da quattro anni si spartiscono equamente la scena con due Coppe del Mondo a testa, intuiscono che la faccenda sta per complicarsi, perché all’orizzonte si sta materializzando un avversario di primissima fascia. Che si conferma tale ottenendo cinque vittorie nelle prime sei gare stagionali imponendosi anche in gigante sulla Gran Risa in Alta Badia, in slalom lungo il Canalone Miramonti di Madonna di Campiglio ed ancora tra i pali stretti sul pendio Podkoren di Kranjska Gora. E se il lussemburghese non appare competitivo ai massimi livelli, Zurbriggen invece è ben deciso a vender cara la pelle per far sua la terza sfera di cristallo.

Lo svizzero risponde da par suo, mettendo a frutto le sue eccezionali doti di velocista, nonché di polivalente, salendo sul secondo gradino del podio nelle due discese di Val d’Isere e Val Gardena, beffato da Daniel Mahrer e Rob Boyd, così come nel gigante di Kranjska Gora, alle spalle di Helmut Mayer, per poi ottenere la prima vittoria sempre in discesa e sempre a Val d’Isere a gennaio.

La sfida tra i due campioni è lanciata, contrapponendo l’irruenza dell’italiano all’eleganza dello svizzero, Tomba che sembra voler buttare giù le porte a spallate, Zurbriggen che invece le addomestica con stile. Ergo, il nuovo che avanza al cospetto dell’affermato numero uno che di farsi da parte non ne vuol proprio sapere. Se Tomba ha la meglio nelle prove tecniche, Zurbriggen primeggia nelle discipline veloci, con lo svizzero che dalla sua ha pure una buona attitudine anche tra i pali, nel nome appunto di una consolidata polivalenza.

Il mese di gennaio fa da spartiacque tra il prima e il dopo le Olimpiadi di Calgary. Tomba vince ancora, a Bad Kleinkirchheim in slalom e a Sas Fee in gigante, conoscendo altresì l’onta della prima sconfitta sul campo… pardon, sulla pista, in stagione con il secondo posto di Lienz alle spalle dell’austriaco Gstrein (a fine stagione il bolognese conterà ben 9 vittorie in 14 gare, 6 in slalom e 3 in gigante, a cui aggiungere tre piazzamenti nei dieci in supergigante), Zurbriggen rimane in scia con la vittoria in discesa a Schladming ed altri tre piazzamenti sul podio, rimandando così la questione alle gare di marzo che avranno come teatro le località di Beaver Creek, Are, Oppdal e Saalbach.

Nel frattempo la rivalità nascente tra l’italiano e lo svizzero si accende anche in sede olimpica, a Calgary, dove la Tombamania addiviene all’apice con le due medaglie d’oro dell’Albertone nazionale, in gigante da dominatore e in slalom all’ultimo tuffo, imponendo la diretta Rai nel corso di una storica edizione del Festival di Sanremo. Zurbriggen vince a sua volta la discesa libera ed è bronzo proprio in gigante, annunciando un finale di stagione elettrizzante.

Tutto, ad onor del vero, sembra far pendere la bilancia dalla parte del bolognese, che vince ancora in slalom ad Are ed Oppdal, mentre lo svizzero è secondo in combinata nella cittadina svedese ed allora, definitive, sono le gare in programma a Saalbach, con i due contendenti che si presentano separati da due soli punti in classifica, 274 a 272 a favore di Tomba. E con uno slalom, un gigante ed un supergigante ancora da disputare, l’italiano ha una buonissima carta da giocare al tavolo della vittoria finale.

Ma… ma proprio il supergigante d’apertura della tre giorni decisiva, dal 24 al 26 marzo, vede Zurbriggen, quinto, far meglio di Tomba, nono, staccato di 0″63 dal rivale che lo scavalca in graduatoria, 283 punti a 281. Nell’obbligo di dover a sua volta recuperare, Tomba paga forse dazio ad un pizzico di pressione ed al difetto d’esperienza rispetto a Zurbriggen, saltando inopinatamente nei suoi esercizi prediletti, gigante e slalom, mentre lo svizzero con due prove brillanti, terzo tra le porte larghe e quarto tra i pali stretti, mette la parola fine ad una sfida leggendaria.

Zurbriggen, con 310 punti, si porta a casa la terza Coppa del Mondo, sopravanzando di 29 punti Tomba che dovrà aspettare il 1995 per infine far sua la sfera di cristallo. Nel frattempo l’elvetico avrà fatto poker nel 1990, eguagliando Gustavo Thoeni, per vedersi poi superare nell’albo d’oro della principale kermesse a punti dello sci alpino dal rivale storico di quegli anni, ovvero Marc Girardelli, che farà cinquina esattamente come è stato capace di fare in tempi recenti Marcel Hirscher.

LE CINQUE MEDAGLIE DI LASSE KJUS AI MONDIALI DI VAIL DEL 1999

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Lasse Kjus in slalom – da skiracing.com

articolo di Nicola Pucci

Quel che succede ai Mondiali di Vail/Beaver Creek del 1999 ha del mai visto, tant’è che solo Toni Sailer, in precedenza, alla rassegna iridata di Bad Gastein del 1958 fece l’en-plain di salire sul podio in tutte le gare. Ma se all’aquilotto austriaco riuscì un bel 4 su 4, c’è chi in Colorado ha fatto meglio ancora, 5 su 5, e quel qualcuno risponde al nome di Lasse Kjus.

Nato ad Oslo il 14 gennaio 1971, Kjus ha già un palmares invidiabile, se è vero che oltre a comparire nell’albo d’oro della Coppa del Mondo nel 1996, con il corollario già di 12 vittorie parziali, è salito sul podio ai Mondiali di Morioka del 1993 (oro in combinata), a quelli di Sierra Nevada del 1996 (argento sempre in combinata) e a Sestriere 1997 (tre secondi posti in discesa libera, slalom gigante e supergigante), oltre a mettersi al collo un oro olimpico in combinata a Lillehammer nerl 1994 e due argenti in discesa libera e combinata a Nagano 1998. Insomma, rende al meglio nei grandi appuntamenti, anche se pare abbonato al secondo posto e le vittorie lo hanno confortato solo in una disciplina atipica e scarsamente considerata come la combinata, seppur atta a certificare l’eccellente polivalenza dello sciatore scandinavo.

La stagione in corso, 1998/1999, però, ha del trionfale, con un fantastico poker di successi in discesa libera a Val d’Isere, Val Gardena, Wengen e Kitzbuhel, ovvero il meglio del meglio, a cui aggiungere la vittoria nella combinata del Lauberhorn, ed un appassionante duello per la conquista della sfera di cristallo con il connazionale Aamodt ed “Herminator” Maier, che a fine marzo lo vedrà infine concedere il bis del 1996. Ma nel frattempo c’è da onorare l’impegno con i Mondiali in Colorado, e per Kjus è tempo di raccolto abbondante.

La rassegna si apre il 2 febbraio con la disputa del supergigante sul tracciato predisposto per le prove veloci, la “Birds of Pray” di Beaver Creek. Ed almeno per questa prova d’esordio c’è un netto favorito, ovviamente Hermann Maier che da un biennio domina la disciplina ed è pure campione olimpico in carica. Ed invece… invece ne vien fuori la sfida più incredibile dello storia della Mondiali, con tre atleti raccolti nello spazio di un solo centesimo! Ma se il fuoriclasse austriaco, pettorale numero 8, con il tempo di 1’14″53 si assicura la prevedibile medaglia d’oro, Kjus, che due anni prima fu beffato al Sestriere dal connazionale Skaardal e scende con il 12, eguaglia “Herminator” e gli tiene compagnia sul gradino più alto del podio, per il primo oro iridato in carriera che non sia solo combinata, mentre di un soffio rimane alle spalle della coppia l’altro asburgico Hans Knauss, uno comunque capace di imporsi già cinque volte in Coppa del Mondo e a sua volta fresco di successo sulla Streif di Kitzbuhel. Eberharter e Accola non sono distanti, mentre il migliore degli azzurri, per il resto relegati nelle retrovie, è Kristian Ghedina, decimo con 1’15″63, e che avrebbe pure potuto far meglio se non fosse incappato in un brutto errore sull’ultimo salto. Dettagli, Kjus parte con il piede giusto e l’edizione numero XXXV dei Mondiali comincia a tingersi dei colori norvegesi.

La rivincita per i draghi della velocità è programmata per il 6 febbraio, giorno di discesa libera. E qui Kjus è il pretendente più autorevole alla vittoria, forte appunto delle quattro vittorie su sette gare in stagione, oltre ad un altro secondo posto sulla Saslong e la medaglia d’argento di Sestriere 1997, alle spalle dell’elvetico Kernen che lo anticipò di soli 0″07, da difendere. L’Austria è competitiva ai massimi livelli con il solito terzetto composto da Maier, Eberharter e Knauss a cui si associa l’eterno piazzato Franz, già quattro volte sul podio nel corso dell’anno, ed è proprio il determinatissimo “Herminator” a far valere la legge del più forte, scendendo a valle in 1’40″60, tempo inattaccabile per tutti. Kjus scia da par suo e chiude ancora una volta secondo con 31/100 di ritardo, a comporre con l’amico/rivale Aamodt un podio che per due terzi parla norvegese. Knauss, al solito sfigatissimo, è quarto per l’inezia di 0″02 e precede gli altri austriaci Eberharter e Franz, mentre Kristian Ghedina, che covava ambizioni di medaglia, non va oltre il nono posto con il tempo di 1’42″79. E per Kjus è la medaglia numero due.

Beaver Creek è teatro, ovviamente, anche della discesa libera valida per la combinata, l’8 febbraio. Bruno Kernen, solo settimo due giorni addietro nella prova-regina della manifestazione, fa segnare il miglior tempo in 1’13″44 su di un tracciato abbreviato nella parte iniziale, di poco davanti ad Aamodt, 1’13″52, e Kjus, 1’13″58, che per la loro maggior attitudine alle porte strette dello slalom rispetto all’elvetico sembrano destinati a giocarsi in famiglia la medaglia d’oro. L’Austria, priva di Maier che decide di dirottare sullo slalom gigante le residue chances di podio, si affida a Christian Mayer e Mario Reiter, ma il distacco accusato dai due asburgici è pesante ed allora il più accreditato rivale della coppia scandinava è Paul Accola, sesto in 1’14″38 subito alle spalle di Ghedina che con il tempo di 1’14″15 non può pretendere più che un onorevole piazzamento finale.

Ventiquattro ore dopo, 9 febbraio, il carrozzone dello sci mondiale si sposta a Vail per la prova di slalom speciale che definisce il podio della combinata. La pista “International” ispira i due campioni più attesi, Aamodt e Kjus appunto, che dopo aver visto Reiter uscire di scena, Christian Mayer segnare il miglior tempo parziale in 1’28″91 ed Accola garantirsi almeno il terzo posto con il cronometro globale di 2’43″62, si sfidano a singolar tenzone per la vittoria che infine arride a Kjetil André che assomma ai sei centesimi della discesa i dieci dello slalom per battere Lasse di 16/100 complessivi. Ghedina non ripete l’impresa dei Mondiali di Saalbach del 1991, quando fu sorprendente secondo battuto solo da Stephan Eberharter, ed allora è Alessandro Fattori a salvare l’onore di casa-Italia, settimo in classifica seppur con un distacco abissale, 2″79. Kjus nel frattempo fa tre medaglie in tre gare ed attende, fiducioso, di potersi cimentare anche nelle prove tecniche per portare l’opera a compimento.

Il 12 febbraio tocca allo slalom gigante, e seppur la forma sia quasi “monstre“, Kjus che è sì vice-campione in carica battuto da Von Gruenigen ma non sale su un podio dalla vittoria di Kranjska Gora nel dicembre 1995, non è certo tra i favoriti. Lo status spetta ovviamente all’eccelso elvetico, stilisticamente perfetto, così come agli austriaci in lizza, Maier ed Eberharter soprattutto ma anche il giovane Raich e Christian Mayer, ed all’azzurro Patrick Holzer, secondo sulla “Gran Risa” dell’Alta Badia e trionfatore proprio a Kranjska Gora. Ma le sorti della gara sono sorprendenti. Eberharter è fuori già nella prima manche, Raich e Maier sono in lizza per il successo, rispettivamente terzo e quarto, ma a loro volta falliscono nella seconda discesa. E chi approfitta della debacle austriaca, visto che anche Mayer è distante? Ovviamente Kjus, che nella seconda manche recupera dal leader Buechel, sopravanzandolo a sua volta di soli 0″05 per mettersi al collo la seconda medaglia d’oro iridata. Patrick Holzer, molto atteso, chiude sesto dopo un disperato recupero nella seconda manche dal decimo posto, pagando carissimo un errore dopo pochissime porte, a rovinare quella che poteva essere un’impresa strepitosa. Il poker è servito per Kjus e a questo punto, la storia, è proprio a portata di… sci.

I Mondiali di Beaver Creek e Vail vanno in archivio il 14 febbraio, giorno di San Valentino, come d’abitudine con lo slalom speciale. E se per l’Italia un’edizione amara si chiude con l’altrettanto amaro quarto posto di Giorgio Rocca,  per l’inezia di 0″08 dal terzo gradino del podio su cui sale Christian Mayer, gli occhi di tutti sono rivolti a Kjus, che al termine della prima manche è al comando per poi scivolare, si fa per dire, in seconda posizione, scavalcato dalla rimonta inattesa del finnico Kalle Palander, mai oltre il sesto posto in Coppa del Mondo fino ad ora, che rinviene dal settimo posto a metà gara e conquista l’oro in 1’42″12 contro l’1’42″23 del norvegese. Che fa cinquina e batte il record di Sailer, che resisteva dal 1958.

Che vi avevo detto? Il suo nome era Lasse Kjus e in Colorado avrebbe scritto una pagina epica di sci. Far meglio sarà impresa titanica… chi ne è capace si faccia avanti.

LA VITTORIA DI GHEDINA A WENGEN NEL 1995

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Ghedina a Wengen – da neveitalia.it

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi trarre in inganno dagli albi d’oro di Olimpiadi e Mondiali. Per carità, niente da obiettare sulla legittimità e il prestigio di tali conquiste… ma la patente di discesista doc si ottiene domando la Streif di Kitzbuhel e il Lauberhorn di Wengen. Chiedete a Kristian Ghedina, che di questi tracciati conosce segreti e tranelli e che nel corso della carriera ne ha decriptata la chiave di accesso, e che di Svizzera, Wengen, Lauberhorn e primo posto se ne intende proprio.

Con la macchina del tempo torniamo indietro al 1995, precisamente al 20 gennaio, non prima però aver ricordato, brevemente, che il cortinese, classe 1969, frequenta il circo bianco dalla stagione 1988/1989; che l’anno dopo ha colto le prime affermazioni proprio sulla pista di casa e ad Are, in Svezia; che la dea bendata gli ha voluto bene nel farlo salire sul secondo gradino del podio mondiale in combinata a Saalbach nel 1991, alle spalle di Stephan Eberharter; che un drammatico incidente d’auto qualche mese dopo non solo ha rischiato di compromettergli la carriera appena sbocciata ma pure di strapparlo alla vita; che ha conosciuto l’onta dell’anonimato nelle classifiche di merito e che nell’anno in corso sta risalendo la china, in cerca di quell’affermazione che ne certifichi l’ammissione al club dei grandi del discesismo internazionale.

E Wengen cade a fagiolo. In stagione il calendario di Coppa del Mondo ha proposto due doppi appuntamenti, che con Wengen diventeranno tre, prima a Val d’Isere, dove ad imporsi sono stati gli austriaci Josef “Pepi” Strobl e Armin Assinger, e poi a Kitzbuhel, dove il francese Luc Alphand ha colto una trionfale doppietta e Ghedina, terzo ad un solo centesimo dall’altro asburgico Patrick Ortlieb, ha riassaporato il profumo del podio a distanza di quasi cinque anni dall’ultima volta, proprio il giorno della vittoria ad Are nel 1990. Insomma, l’azzurro pare aver ritrovato l’ispirazione dei tempi perduti, e quando si presenta al cancelletto di partenza per la prima delle due gare di Wengen è pronto a ruggire. Per prendersi una rivincita sulla malasorte e gridare al mondo che quel ragazzo che seppe vincere da giovanissimo ora è maturato e ben deciso a riprendersi il posto tra i velocisti di prima fascia.

In effetti Kristian, pettorale numero 3, scorre senza incertezze nei primi quarantatre secondi di gara (43″09 all’intermedio), salta impeccabilmente all’Hundschopf (“testa di cane“) ed alla Minsch-Kante, entra velocissimo nella stradina che passa sotto il ponte della ferrovia ed immette nel lungo piano centrale del tracciato (passaggio a 1’54″07), infine pennella come mai prima (ci riuscirà ancora nel 1997, concedendo il bis) la “esse” che catapulta al traguardo. Dove il cronometro lo premia con il miglior tempo, 2’26″33, nettamente davanti al connazionale Werner Perathoner, 2’28″10, e la percezione, fortissima, che sarà difficile far meglio.

Ma prima di cantar vittoria c’è da attendere che la pattuglia austriaca scenda a valle, così come è attesa l’esibizione dello stesso Alphand, l’uomo in forma del momento, e del “vecchio” Marc Girardelli, che ha l’esperienza necessaria per primeggiare sul tracciato più lungo e faticoso dell’intero circo bianco e che, guarda caso, qui ha già vinto due volte in passato. Ma se il transalpino e il lussemburghese stavolta non eccellono, chiudendo distanziati di 1″74 e 1″95 in settima e tredicesima, e se William Besse, elvetico beniamino di casa ultimo vincitore dodici mesi prima ma solo ventottesimo a 2″72, ecco Patrick Ortlieb, pettorale numero 10 e campione olimpico nel 1992 sulla Face de Belvarde, far segnare il miglior primo intermedio, 42″85 (ventiquattro centesimi meglio di Ghedina), mettendo a rischio il primo posto dell’ampezzano. 0″19 centesimi separano i due contendenti al rilevamento dopo quasi due minuti di fatica, ed è forse il troppo acido lattico accumulato nei muscoli che tradisce il gigante austriaco, che poco dopo si sdraia sulla neve molle ed è fuori dai giochi.

E così, mentre gli altri “aquilottiTrinkl, Assinger e Strobl sono subito alle spalle di Kristian, seppur con disavanzo oltre il secondo, e il norvegese Atle Skaardal si è provvisoriamente insediato sul terzo gradino del podio ad 1″40 di ritardo, col pettorale numero 19  si butta in picchiata l’ultima freccia all’arco di casa-Austria, Peter Rzehak, 25enne capace in carriera di salire già sul podio a Garmisch (terzo e secondo), scivolatore di gran talento ma troppo spesso fermato dagli infortuni. Al primo intermedio è dietro a Ghedina di soli 0″05 centesimi (43″14), che poi diventano 0″60 all’uscita del piano centrale (1’54″67), 0″77 prima della “esse” finale (2’07″40), infine 0″85 all’arrivo (2’27″18), unico capace di contenere il ritardo da Kristian sotto il secondo, davanti al compagno Trinkl e a far scalare Skaardal in quarta posizione.

Il pericolo è scongiurato, Ghedina è saldamente al comando e può infine garantirsi il certificato di discesista doc. Se a Wengen, prima di lui, l’impresa tricolore era riuscita solo a Zeno Colò ed Herbert Plank ci sarà un perchè… certo, Kristian ora è un campione con la C maiuscola.

Classifica: 1.Ghedina 2’26″33  2.Rzehak a 0″85  3.Trinkl a 1″20  4.Skaardal a 1″40  5.Assinger a 1″57

PERNILLA WIBERG, BELLEZZA E BRAVURA COME CORNICE AI TRIONFI

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Pernilla Wiberg – da mingeneration.story.aftonbladet.se

articolo di Nicola Pucci

Se Madre Natura vuole che alla bellezza si possa sposare anche la bravura, in campo sportivo così come nella vita, siamo già un bel passo avanti. Se poi, a cotanta grazia, si somma anche la capacità, destinata a pochi eletti, di rendere al meglio al momento giusto e nel posto giusto, ergo essere vincenti, ecco che il gioco è fatto. Ed è un gioco di coppe e trofei.

Esemplifichiamo l’assunto. Pernilla Wiberg, amici miei, svedesina di Norrkoeping, che a queste latitudini, tra renne e ghiacci, emette il primo vagito il 15 ottobre 1970. E la ragazzina, vispa di spirito così quanto è abile di piedi, che cresce nel culto di Ingemar Stenmark, è già sugli sci appena aver tolto il pannolino, anche se, ad onor del vero, l’affaccio alla ribalta internazionale non lascia immaginare che dietro quel visino da copertina c’è anche il talento di una futura campionessa. Partecipa senza gloria ai Mondiali juniores del 1987 a Salen, dove è solo 24esima nel gigante vinto da Deborah Compagnoni che qualche anno dopo ritroverà grande avversarie nelle kermesse più prestigiose, per non far di meglio l’anno dopo a Madonna di Campiglio, 19esima in discesa libera ben distante da tale Andrea Schwarzenberger, 22esima in supergigante a tre secondi da Sabine Ginther, 26esima in gigante sempre lontanissima dall’austriaca.

Ma l’attitudine alla vittoria è da sviluppare, così come il talento è da affinare, e due anni dopo, 1990, quando ancora non ventenne debutta in Coppa del Mondo, le prestazioni della Wiberg hanno conosciuto un sensibile miglioramento. A Vemdalen, il 13 marzo 1990, in slalom, è subito quinta, e cinque giorni dopo, sulle nevi di casa di Are, sale già sul podio, battuta da Vreni Schneider e dalla francese Patricia Chauvet.

Il dado è tratto, e quando la stagione successiva Pernilla si presenta al cancelletto di partenza, è pronta, seppur ancora giovanissima ed inesperta, a piazzare la zampata vincente. La svedese è abilissima nella serpentina tra i pali stretti dello slalom, così come disegna perfettamente le curve larghe del gigante, ed è proprio nelle discipline tecniche che può esprimere al meglio il suo potenziale. Che le regalano le prime tre perle di una magnifica carriera, con la vittoria in slalom a Bad Kleinkirchheim il 7 gennaio 1991, dove batte Maierhofer e Von Gruenigen, in gigante a Lake Louise il 13 marzo, ad anticipare Schneider e Sylvia Eder, e a Waterville Walley una settimana dopo ancora in slalom, un’altra volta a scalfire la sicurezza dominante della Schneider e la classe polivalente di Petra Kronberger.

Nel frattempo Pernilla ha certificato quel che sarà, sempre, il piatto forte del suo repertorio, ovvero l’abilità di esprimersi al meglio nelle grandi rassegne internazionali. Febbraio 1991, infattì, è tempo di Mondiali, tra le nevi austriache di Saalbach, e dopo un sesto posto in slalom che non può soddisfarne l’ambizione, ventiquattro ore dopo la Wiberg trionfa in gigante con 0″16 su Ulrike Maier, un’altra che quando c’è da competere per le medaglie sa farsi rispettare, e 0″58 sulla tedesca Traudl Haecher.

La stagione successiva, 1991/1992, è anno olimpico, e per la kermesse a cinque cerchi di Albertville la svedese si presenta con soli due podi in Coppa del Mondo, il terzo posto a Maribor e la piazza d’onore nello slalom di Grindelwald. Ma ai Giochi è tutta un’altra storia, e se in supergigante la Wiberg deve accontentarsi di un anonimo 12esimo posto nel giorno d’oro di Deborah Compagnoni, ventiquattro ore dopo Pernilla, mentre l’azzurra urla di dolore in diretta mondovisione, sbaraglia la concorrenza in gigante, lasciando Wachter e Roffe a quasi un secondo e mettendosi al collo il metallo più prezioso.

Bum, la popolarità della Wiberg sale alle stelle, le vittorie fanno il pari con il sorriso da pin-up che conquista e le pagine patinate dei tabloid, così come le tv, altri non cercano che lei. Che parla correttamente quattro lingue, socializza che è un piacere e sfreccia in Ferrari tra le strade di Montecarlo dove, nel 1995, prende residenza.

Nel frattempo la sua storia agonistica conosce un capitolo dietro l’altro. Per lo più contrassegnati dai tratti del trionfo, qualche volta invece compromettendo la gioia di vivere della ragazza di Norrkoeping. Come quando la rottura del legamento crociato del ginocchio la obbliga a saltare la rassegna iridata di Morioka nel 1993, oppure quando lo stesso infortunio, sempre al ginocchio destro, ne compromette la partecipazione alle Olimpiadi di Nagano del 1998, evento che la vede infine al via e medaglia d’argento in discesa libera, battuta solo da Katja Seizinger.

Già, le discipline veloci, che Pernilla comincia a frequentare assiduamente fin dal 1994, quando si impone in supergigante sulla pista delle Tofane a Cortina d’Ampezzo, collezionando una delle sue 24 vittorie in Coppa del Mondo, distribuite tra 14 slalom, appunto 3 supergiganti, 2 discese, 2 giganti e 3 combinate, che ne fanno una delle poche atlete del circo bianco ad essersi imposta in tutte le prove di sci alpino. La polivalenza diventa aspetto fondamentale della sua crescita tecnica e la stagione 1996/1997, con ben nove vittorie e diciotto piazzamenti sul podio, le regalano la sfera di cristallo, con un totale di 1960 punti contro i 1424 punti della Seizinger. In più, le coppette di specialità in slalom e combinata, già vinta questa anche nel 1994 e nel 1995.

Certo, i successi in Coppa del Mondo sono lì a dimostrare che lungo tutti gli anni Novanta la Wiberg è tra le stelle più abbaglianti tra le nebbie dello sci alpestre, ma il suo terreno di battaglia prediletto sono Mondiali e Olimpiadi, vetrine che consentono a Pernilla di scatenare quel furore agonistico e quell’istinto vincente che ha pochi eguali nella storia dello sci. Ecco dunque Lillehammer 1994, dove la svedese vince la medaglia d’oro in combinata ed è ai piedi del podio in discesa (anticipata da Isolde Kostner) e slalom (beffata da Katja Koren per soli 0″07), l’oro iridato in slalom a Sierra Nevada nel 1996, dove si impone anche in combinata, il bronzo in discesa a Sestriere nel 1997, e le due ultime medaglie a Vail nel 1999, dove vince ancora in combinata ed è seconda in slalom alle spalle della sorpresa di turno, l’australiana Zali Steggall.

Agile in slalom, che nondimeno resterà la sua disciplina prediletta, stilisticamente a sua agio in gigante, veloce in discesa, tecnicamente idonea alle curve ampie del supergigante, imbattibile o quasi in combinata: insomma, Pernilla Wiberg è il prototipo della sciatrice moderna e perfetta, senza punti deboli, capace di primeggiare ovunque ed in ogni condizione di neve, tanto sul ghiaccio vivo quanto sui tracciati più filanti.

Vince ancora in discesa libera a St.Moritz, il 18 dicembre 1999, sale sul podio un’ultima volta a Saalbach, sempre in discesa, l’11 gennaio 2002 ad un soffio da Hilde Gerg, per poi salutare il circo bianco con l’ultima fatica olimpica. Salt Lake City, 2002, e per Pernilla, abituata a raccolti copiosi, dopo la delusione dei Mondiali di St.Anton dell’anno precedente dove non andò oltre il settimo posto in supergigante (curiosamente la sola disciplina che non l’ha mai vista sul podio in una grande rassegna), il 14esimo posto in discesa libera a 1″53 dalla francese Carole Montillet e il 12esimo posto in supergigante a 1″30 dell’azzurra Daniela Ceccarelli significano che l’ora di dire basta è giunta.

Bellezza e bravura hanno illuminato il mondo dello sci, ora Pernilla Wiberg è pronta per la vita. Ovviamente, da vincente.