OLIMPIADI ST.MORITZ 1948, LA PRIMA VOLTA D’ORO DELLA FRANCIA CON HENRI OREILLER

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Henri Oreiller alle Olimpiadi di St.Moritz del 1948 – da valsport.org

articolo di Nicola Pucci

Non solo promotrice dei Giochi Olimpici dell’era moderna grazie all’intuito geniale del barone Pierre de Coubertin, pure organizzatrice della prima edizione delle Olimpiadi invernali, nel 1924 a Chamonix, nondimeno la Francia deve attendere a lungo prima di  mettersi al collo la prima medaglia d’oro. Addirittura il 1948, anche se ad onor del vero lo sci alpino è stato introdotto come disciplina olimpica solo nell’edizione di Garmisch del 1936 ed Emile Allais fu allora terzo in combinata, unica prova che assegnava medaglie.

L’artefice di questa prima volta per i transalpini risponde al nome di Henri Oreiller, ed è un nome che appartiene al ristretto novero dei campionissimi, ed oggi ci preme non solo ricordare quell’evento storico, ma pure ripercorrere le gesta di uno sciatore il cui blasone ancora oggi è ammantato del vello della leggenda.

Oreiller nasce a Parigi, il 5 dicembre 1925, e già questo dato è di per sè fuori dall’ordinario. Ma come vedremo tra poco, c’è ben poco di ordinario nella vita e nei tratti esistenziali del giovane Henri. I genitori Leon e Marguerite hanno invero origini alpine, l’uno valdostano l’altra della Val d’Isere, ed è proprio in Val d’Isere che il piccolo campioncino in erba ha modo di scoprire gli attrezzi, calzarli ed affinare il suo talento precoce. All’età di sei anni si stabilisce dalla zia Armante, sorella della mamma che qui ha residenza e gestisce il caffè Favre, e la neve per lui diventa compagna quotidiana. O quasi. Audace e spericolato con gli sci, si allena da solo, nel culto di James Couttet, campione del mondo di discesa a Engelberg nel 1938, riuscendo tuttavia a diventare campione di Savoia e di Francia. Il che pare esser buon viatico per una carriera di successi.

Ma la Francia, così come l’Europa tutta, è scossa dai fremiti della Seconda Guerra Mondiale, che impone l’alt alle competizioni, ed ogni ambizione per Oreiller, nel frattempo membro della Resistenza Francese intruppato nella Section Eclairuers Skieurs, è rimandata alla conclusione del conflitto. Quando, ovviamente, i riferimenti sono poco attendibili, riducendo gli scontri diretti ai campionati nazionali, di cui Oreiller è vincitore in slalom speciale nel 1947, e al prestigioso concorso dell’Arlberg-Kandahar, che nello stesso anno 1947 torna a disputarsi a Murren, in Svizzera, e lo registra secondo in slalom alle spalle del connazionale Claude Penz.

Oreiller si presenta, dunque, all’appuntamento olimpico di St.Moritz nelle vesti di favorito, in virtù proprio dei risultati ottenuti, e non vi è dubbio che gli appassionati si attendano da lui anche qualche funambolismo dei suoi, se è vero che si è guadagnato l’etichetta di fou descendant” e “l’acrobat” per le prodezze su uno sci solo lungo il tracciato di Val d’Isere. Verranno delusi, stavolta, perchè quel che preme a Henri è mettersi al collo qualche metallo pregiato.

In Svizzera si gareggia dal 30 gennaio all’8 febbraio, c’è desiderio di dimenticare gli orrori vissuti e lo sci, questa volta, è veicolo promozionale di eccellenza. Si comincia con la discesa libera, il 2 febbraio, che ha come palcoscenico i 3371 metri della pista disegnata lungo il Piz Nair. Ben 111 concorrenti sono allineati al cancelletto di partenza, tra questi lo svizzero Karl Molitor che conta ben sei vittorie nel concorso del Lauberhorn e vorrebbe proprio trionfare anche nella prima discesa della storia olimpica, e i quattro azzurri Zeno Colo (che cadrà pesantemente), Roberto Lacedelli (che non concluderà a sua volta la prova), Silvio Alverà e Carlo Gartner che termineranno appaiati in sesta posizione. In effetti Molitor fa segnare il miglior tempo, 3’00″3, guidando con efficacia gli sci tra i trabocchetti del pendio, ma tira un po’ troppo spesso il freno a mano e quando tocca a Oreiller, sempre lanciato e mai in trattenuta, il cronometro non ammette repliche. Il francese fissa il tempo a 2’55″0 e quando poco dopo l’austriaco Franz Gabl gli rimane alle spalle per il margine di 4″1, il più ampio mai registrato in sede olimpica, facendo scalare Molitor in terza posizione, è il momento per Oreiller di festeggiare il trionfo.

Ma è solo l’inizio, perchè il parigino trapiantato a Val d’Isere, non ancora 23enne, ha in serbo altri due colpi a sensazione. Intanto in combinata, dove può sfruttare l’ampio vantaggio conseguito in discesa, permettendosi il lusso di chiudere in slalom in quinta posizione, distante proprio da quel Couttet che è il suo idolo da sempre, solo 13esimo in discesa ed infine in grado comunque di salire sul terzo gradino del podio. Molitor prova a rifarsi sotto, sesto in slalom, ma con il punteggio complessivo di 6.44 punti è secondo a Oreiller, che con 3.84 punti è nettamente davanti a tutti, in una prova di slalom che vede l’austriaco Edi Mall e l’azzurro Vittorio Chierroni chiudere alle spalle di Couttet, e Alverà, 11esimo dopo il sesto posto in discesa, occupare la quinta posizione finale. E per Oreiller sono due ori in due gare.

Il programma olimpico dello sci alpino si chiude il 5 febbraio con lo slalom speciale, ed è lotta a quattro per le medaglie dopo una prima manche che vede al comando Alverà con il tempo di 1’07″4, un decimo meglio di Couttet e tre dello svizzero Edy Reinalter. Oreiller è in quarta posizione, distanziato a sua volta di soli sei decimi, mentre gli altri concorrenti sono oltre i tre secondi di ritardo, fuori dai giochi, così come sono esclusi dalla battaglia il talentuosissimo austriaco Christian Pravda, che va per le terre, e il norvegese Stein Eriksen, troppo lontano in classifica per cullare ambizioni di medaglia. Nella seconda manche Alverà è al comando ma fa registrare qualche incertezza di troppo, tanto da venir scavalcato da Oreiller che con il tempo complessivo di 2’12″8 fissa il miglior tempo. Non sarà però lui a cogliere l’oro, e sarebbe stato il terzo in tre gare, perchè il suo eroe, Couttet, fa meglio ancora, di 2″, non riuscendo comunque a regalare alla Francia il successo. Già, perchè Reinalter, in posizione accovacciata che suscita l’ammirazione dei presenti, è veloce quel tanto che basta per abbassare ulteriormente il tempo, 2’10″3, issandosi così sul gradino più alto del podio. Ad Alverà resta l’amaro in bocca del quarto posto.

Henri Oreiller può invece accontentarsi: due ori e un bronzo in tre gare, è lui la stella acclamata delle Olimpiadi di St.Moritz del 1948. Dico bene?

 

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MANUELA DI CENTA E LE CINQUE MEDAGLIE OLIMPICHE A LILLEHAMMER 1994

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Manuela Di Centa con le cinque medaglie vinte a Lillehammer – da losportsecondogrimaus.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

Sono sincero: ho tifato senza reticenza alcuna Stefania Belmondo, scricciolo piemontese che con la sua classe salì, prima italiana di sempre, sul gradino più alto del podio olimpico con la vittoria ad Albertville nella 30 km a tecnica libera dei Giochi del 1992. Ma Manuela Di Centa, con il suo sorriso ammaliante e il fascino di donna matura, non ha eguali per quel che fu l’impresa che seppe realizzare due anni dopo, un po’ più a nord, tra le nevi ghiacciate di Lillehammer.

1994. Il Cio ha optato per separare Olimpiadi estive ed Olimpiadi invernali, da sempre accoppiate come sorelle gemelle, così all’evento a cinque cerchi in Savoia fa seguito, per chi cerca rivincite, l’appuntamento scandinavo. E per l’Italia dello sci di fondo è una pagina di sport da leccarsi i baffi.

Sappiamo che i maschietti da qualche anno brillano nel consesso internazionale, e proprio a Lillehammer la staffetta 4×10 regala l’indimenticabile sprint vincente di Silvio Fauner ad offendere l’orgoglio casalingo di Bjorn Daehlie. Ma le fanciulle non sono certo da meno e da qualche tempo tengono buona compagnia ai colleghi negli albi d’oro delle rassegne più prestigiose. Stefania Belmondo, certo, classe 1989, che già ai Mondiali in Val di Fiemme nel 1991 illustrò al mondo quel talento cristallino di cui Madre Natura l’aveva dotata, eccellente nel condurre gli attrezzi con grazia ed efficacia e riservata nell’approccio con il mondo esterno.  A far da contrappeso, oseremmo dire, una ragazza non più giovanissima, che si è fatta con fatica e sudore, che ha lottato per emergere sprovvista com’era delle stimmate della predestinata, esuberante e spavalda fuori dalle piste così come è audace in gara. Manuela Di Centa, appunto, friulana di Paluzza, dove ha visto i natali il 31 gennaio 1963.

Grinta e coraggio, si sa, portano lontano, e dopo aver debuttato nel 1982 alla kermesse mondiale di Oslo, giungendo ottava nella 5 km a tecnica libera vinta dalla norvegese Berit Aunli, Manuela ha dovuto attendere a lungo per salire una prima volta sul secondo gradino del podio in Coppa del Mondo, il 13 gennaio 1989 nella 15 km a tecnica classica di Klingenthal (prima della Belmondo), vincere la sua prima gara, il 18 febbraio 1990 nella 15 km a tecnica libera di Pontresina (dopo la Belmondo), cogliere una medaglia iridata, il 12 febbraio 1991 nella 5 km a tecnica classica in Val di Fiemme (ancora dopo la Belmondo), infine arrampicarsi su un podio olimpico, il 17 febbraio 1992 nella staffetta 4×5 di Albertville (curioso, stavolta assieme alla Belmondo).

Manca un titolo che regali l’immortalità sportiva, ed in questo Stefania, a cui Manuela è unita (o separata) da un rapporto di amicizia (od ostilità), ancora una volta è arrivata prima di lei, con quella medaglia d’oro appunto fatta sua in Francia nel 1992. Tocca rimediare, o almeno tocca provare a dimostrare di essere in grado di fare altrettanto, e a Lillehammer il programma dello sci di fondo femminile accoglie Manuela infine tra le sue elette d’eccezione. Sarà un cinque su cinque memorabile.

In effetti la Di Centa è data in forma smagliante, vincitrice in stagione in Coppa del Mondo nella 15 km a tecnica classica di Dobbiaco davanti alle due russe Ljubov Egorova ed Elena Vjalbe, a loro volta trionfatrici a turno nelle altre quattro prove stagionali, avversarie di grido ed attese protagoniste alla recita olimpica. La Belmondo è l’altra regina che punta alle medaglie, e dai favori del pronostico non sono escluse atlete del calibro della finlandese Marja-Liisa Kirvesniemi, nata Hamalainen e dal pedigre importante con i tre ori – 5, 10 e 20 km – alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984, dell’ennesima russa del lotto, Larisa Lazutina, e magari dell’atleta di casa Trude Dybendhal.

Si comincia il 13 febbraio con la 15 km a tecnica libera, lungo l’anello che si snoda all’interno dello stadio Birkebeineren. La giornata è illuminata da uno splendido sole, e sarà radiosa di lì a qualche ora a dispetto del freddo polare che anestetizza gli animi, e Manuela Di Centa, pettorale numero 44, è già velocissima dai primi metri di gara, a tallonare proprio la Belmondo, pettorale numero 43, partita trenta secondi prima di lei. Al rilevamento dopo 1,7 km. Manuela è in testa con 5″5 sulla Egorova ed un altro terzetto di russe, con Stefania che già accusa 17″2 di ritardo. L’incedere della Di Centa è convincente, sprigiona forza ed eleganza ad ogni passo, e già l’abbrivio lascia intendere quel che potrà essere il verdetto. A lieto fine. Al secondo intertempo il vantaggio sulla Egorova schizza a 37″8, la Belmondo è raggiunta e superata in pompa magna e la cavalcata della Di Centa assume i contorni della marcia trionfale. La carnica taglia il traguardo col tempo di 39’44″5, a sbriciolare il tempo della svedese Antonina Ordina a quel momento provvisoriamente al comando, ma le rivali che contano giungono dopo di lei e nessuna, ma proprio nessuna, può avvicinare il cronometro di Manuela. Egorova e Gavryljuk sono ben oltre il minuto di ritardo, la Belmondo è quarta, giù dal podio, e la Di Centa è incoronata, già il primo giorno, regina di Norvegia.

Il bello, verrebbe da dire, deve ancora venire, ed è un en-plein di medaglie che ha pochi riscontri nella storia olimpica del fondismo femminile. Due giorni dopo, 15 febbraio, le atlete rinnovano la sfida nella prova-sprint della 5 km. a tecnica classica, con la sola assenza della Vjalbe a cui viene preferita Svetlana Nageykina, sforzo estemporaneo che premia proprio la Egorova che per 19″5 prende la sua rivincita sulla Di Centa, seconda ma soddisfatta a precedere l’eterna Kirvesniemi, quasi 39enne, lasciata a distanza di sicurezza nonostante avesse fatto segnare il secondo miglior tempo al passaggio intermedio.

Egorova e Di Centa, dunque, invertono le posizioni ed occupano la scena dopo le prime due prove. Spazio adesso, il 17 febbraio, alla 10 km ad inseguimento a tecnica libera il cui formato di gara prevede la partenza delle atlete scaglionata secondo l’ordine di piazzamento nella 5 km di 24 ore prima. La russa fa da lepre e difende 20 secondi di vantaggio, l’azzurra azzarda la rimonta tenendo la rivale nel mirino, attenta anche a rintuzzare il tentativo di una scatenata Belmondo che si avvia dalla 13esima posizione con 56 secondi da recuperare. La piemontese è la migliore, agguanta e supera le concorrenti che la precedono ma la Egorova è lontana, imprendibile, a mettersi al collo un’altra medaglia d’oro ma la Di Centa, motivata e in condizione, è veloce quasi quanto la collega di bandiera ed infine è ancora premiata con la medaglia d’argento. E sono tre.

La staffetta 4×5, il 21 febbraio, almeno sulla carta, non pare dover sfuggire alle russe, forti di un quartetto che annovera la stessa Egorova, Vjalbe, Lazutina e Gavrykjuk, ovvero il meglio di quel che c’è in circolazione. O almeno quasi. Perchè le azzurre hanno due campionesse, Manuela e Stefania, o Stefania e Manuela, per non far torto a nessuna delle due, a cui si aggiungono l’esperta Bice Vanzetta al lancio e l’emergente Gabriella Paruzzi in terza frazione, e c’è anche la Norvegia che gioca in casa ed è ancora a secco di medaglie. E proprio Russia e Norvegia fanno gara a se, con Dybendahl, Nybraten e Nilsen che fanno corsa parallela alle ex-sovietiche per poi lasciare il testimone all’ultima frazionista, Anita Moen, che si batte come una leonessa ma infine deve cedere alla classe e alla forza della Egorova che nel testa-a-testa finale si libera della norvegese per vincere il terzo oro consecutivo con un margine di 30 secondi. Un minuto dopo giunge al traguardo la Belmondo, che trascina l’Italia sul terzo gradino del podio dopo essersi liberata dell’ingombro della Finlandia. La Di Centa, in seconda frazione, ha lottato con la Lazutina e la Nybraten e con il quarto metallo al collo può aspirare a completare l’opera nella gara di chiusura della rassegna olimpica.

Il 27 febbraio la 30 km. a tecnica classica pare dover essere l’ennesimo duello tra italiane e russe, ma se la Di Centa risponde presente all’appello, la Belmondo, che è campionessa olimpica e del mondo in carica per il titolo conquistato a Falun nel 1993, non si allinea al via, ed Egorova e Vjalbe pagano dazio alla fatica naufragando giù dal podio in quinta e sesta posizione. Manuela ha via libera, incisiva ed efficace come solo nelle giornate di grazia sa essere, davanti a tutte al primo intermedio, 2″5 sulla Kirvesniemi, al secondo, 18″2 sulla norvegese Mikkelsplass, al terzo, 31″2 di nuovo sulla Kirvesniemi, al quarto, 30″ sulla Mikkelsplass, al quinto intermedio, 24″5 sempre sulla Mikkelsplass, infine sulla linea d’arrivo, 16″2 ancora sulla Mikkeslplass, autrice di un’eccellente seconda parte di gara, sempre in costante ma non sufficiente recupero. Terza è la Kirvesniemi, a sua volta attardata di 32″.

Manuela Di Centa, chiude come aveva iniziato, cogliendo il secondo oro individuale e salendo per la quinta volta sul podio in cinque gare disputate, ed ora, sì, può sedere nell’Olimpo delle più grandi. La gloria, a lungo inseguita, infine gli appartiene, e ne ha ben donde, con quel sorriso che incanta…

LA VOLATA MOZZAFIATO DI FAUNER CHE VALSE L’ORO A LILLEHAMMER 1994

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L’arrivo vincente di Fauner su Daehlie – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Tre momenti hanno catturato in specialmodo la mia passione primordiale per lo sport tricolore: l’urlo di Tardelli che nel magico Bernabeu del 1982 produsse nell’anima un’inondazione di sentimento nazional-popolare, la fucilata di Saronni a Goodwood che ebbe l’impronta della folgorazione sempre in quell’anno trionfale, e… e un’indimenticabile volata con gli sci stretti del fondo che profanò il tempio sacro dei norvegesi nell’inverno del 1994. Autore di quel sacrilegio, Silvio Fauner e la staffetta 4×10, Olimpiadi di Lillehammer.

Prima del racconto di quel giorno memorabile è necessaria un premessa. L’Italia ha conosciuto nel 1968 a Grenoble lo storico successo nella 30 km di Franco Nones, ad interrompere un dominio nello sci di fondo dei paesi nordici, in primis Finlandia, Svezia e Norvegia, che da sempre fanno dello sforzo in solitario tra manti nevosi immacolati, selve oscure e temperature polari un qualcosa di molto simile ad una religione. La vittoria olimpica dell’atleta della Val di Fiemme non avrà un seguito, ma mette in marcia un movimento che qualche decennio dopo è pronto a raccogliere qualcosa di prezioso. A metà anni Ottanta, infatti, un altro fondista temprato dalla fatica e armato di coraggio, Maurilio De Zolt, avvia l’era aurea del fondismo italiano, con le prime medaglie iridate alla rassegna di Seefeld nel 1985 (argento nella 50 km e in staffetta e bronzo nella 15 km), il titolo mondiale di Obersdorf due anni dopo nella 50 km, e l’argento olimpico di Calgary ancora nella 50 km alle spalle dell’immenso Gunde Svan.

Accanto al “grillo“, carismatico pur nei suoi silenzi, cresce la potenza atletica di Marco Albarello, che proprio ad Obersdorf fa sua la 15 km, l’esperienza di Giorgio Vanzetta che con un nono posto nella classifica generale di Coppa del Mondo nel 1982 apre la strada, e la giovanile esuberanza di Fauner, che a Lahti, il 1 marzo 1991, compone già il quartetto della staffetta 4×10 km che ottiene il primo, storico successo per l’Italia nella kermesse a punti nata nel 1982.

Insomma, De Zolt, Albarello, Vanzetta e Fauner, ovvero un mix di grinta, atletismo, esperienza e freschezza che non può che essere vincente. Ma per guadagnarsi un posto sul podio tra le grandi imprese dello sport bianco-rosso-verde è necessaria non solo una semplice vittoria, che può pure essere il frutto delle circostanze, ci vuole il capolavoro che apra la porte dell’immortalità. E quale migliore occasione di una Olimpiade in casa degli campioni più acclamati, ovvero in Norvegia?

Corre dunque l’anno 1994, quando il Comitato Olimpico ha deciso di scindere la kermesse a cinque cerchi invernale da quella estiva. Due anni prima i Giochi hanno avuto Albertville, in Savoia, come teatro e proprio lì il quartetto azzurro, che aveva in Giuseppe Puliè il primo frazionista al posto di De Zolt, ha conquistato un pur memorabile argento alle spalle degli imbattibili norvegesi, giunti al traguardo con largo margine. Ma a Lillehammer il “grillo” c’è, a dispetto delle quasi 44 primavere, reduce dal quinto posto nella gara della 30 km vinta da Thomas Alsgaard davanti al connazionale Bjorn Daehlie, dioscuri del fondismo di casa. Proprio Daehlie è il fenomeno che tutti attendono alla recita, trionfatore da par suo nella 10 km a tecnica classica e nella successiva 25 km ad inseguimento a tecnica libera. Sture Siversten e Vegard Ulvang, che colse tre ori ad Albertville, non sono certo due atleti qualsiasi e completano il poker di fuoriclasse che la Norvegia schiera al via.

Il 22 febbraio il Birkebeineren Ski Stadium, inaugurato due anni prima proprio in previsione di accogliere l’evento olimpico, è teatro di una sfida destinata ad entrare negli annali dello sci di fondo. Più di 100.000 norvegesi, tutti inderogabilmente dotati di bandierina nazionale, assiepati lungo il tracciato, attendono l’esibizione della 4×10 di casa, chiamata a far sua una medaglia d’oro che gli addetti ai lavori ritengono quasi obbligatoria. Al lancio i 190 centimetri di Siversten sovrastano i 170 di De Zolt, che accusa pure 16 anni in più d’età, ma il beniamino di casa, pur facendo gara di testa assieme al finlandese Mika Myllyla, non riesce a distanziare l’azzurro che al primo cambio accusa solo 12 secondi di ritardo dalla coppia al comando. Lo svedese Ottosson è già a 57 secondi, mentre Svizzera, Germania, Kazakistan, Repubblica Ceca e Russia navigano già oltre il minuto di disavanzo. Insomma, la  lotta per le medaglie dopo solo un quarto di garapuò ritenersi riservata a Norvegia, Finlandia e Italia.

La seconda frazione mette in moto Ulvang, con Kirvesniemi alle costole e Albarello che approfitta del ritmo blando imposto dai battistrada per rifarsi sotto. Il terzetto fila di comune accordo, nonostante il finlandese rompa uno sci, e all’ingresso nello stadio Albarello è il più lesto al cambio, anticipando di qualche metro i due rivali. Tocca a Vanzetta, e il compito è impegnativo perchè la Norvegia ha eletto il terzo frazionista, quell’Alsgaard appunto vincitore della 30 km, quale staffettista atto a provocare la selezione decisiva.

In effetti il nordico prova a stroncare la resistenza di Vanzetta e del terzo finnico in lizza, Jari Rasanen, ma lo sforzo risulta vano. Anzi, dopo aver inutilmente attaccato attorno al sesto chilometro, è lo stesso Alsgaard a pagare dazio allo sforzo profuso, faticando a tenere il passo di un Vanzetta mai così coriaceo e di un Rasanen forse oltre ogni più rosea aspettativa. Si giunge così all’ultimo cambio, con Daehlie e Fauner che trovano in Jari Isometsa il terzo incomodo, ben presto però lasciato per strada.

Norvegia contro Italia, dunque, esattamente come due anni prima ad Albertville, ma stavolta l’esito appare decisamente più incerto. Fauner, si sa, è tatticamente impeccabile e velocissimo in un arrivo in volata, e per Daehlie, supercampione tra i più grandi di sempre con l’unica pecca di uno spunto finale non proprio irresistibile, è auspicabile staccare l’italiano per non correre il rischio di farsi beffare sotto lo striscione. E ci prova con veemenza, Daehlie, più volte, su quella rampa carogna che annebbia la vista e ingolfa i muscoli di acido lattico. Ma Fauner non molla, stringe i denti e si aggrappa all’avversario, pronto alla zampata letale in quegli ultimi due chilometri più volte studiati a tavolino.

Eccoci all’interno dello stadio, i 31.000 appassionati che siedono in tribuna sono al colmo dell’eccitazione, sprigionando adrenalina da ogni poro e all’ultimo chilometro, quasi inaspettatamente ma come a voler far capire al grande campione che “io sono qui e non ti mollo“, Fauner balza in testa, senza attendere il rettilineo d’arrivo per lanciare lo sprint. Un testa-a-testa entusiasmante, la potenza di Daehlie che cerca di arginare i passi alternati rapidissimi di Fauner, l’italiano a destra vicino alle transenne che rigurgitano passione nazionale e il norvegese a sinistra verso il centro pista che pare rallentarne l’impeto. Uff, la linea d’arrivo è lì, così come la medaglia d’oro, e la punta dello sci dell’italiano è infine la prima a varcare quel tratto che vale la gloria.

Non me ne vogliano Tardelli e Saronni, Lillehammer non avrà il calore serale di Madrid o il cielo venato di grigio di Goodwood, ma quel bagliore di luce che a Lillehammer colorò la neve di azzurro è davvero un attimo indimenticabile. E profuma d’oro, quanto basta per aprire le porte dell’Olimpo.

 

BETSY CLIFFORD, LA BABY SCIATRICE CHE FU CAMPIONESSA DEL MONDO

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Betsy Clifford in gigante ai Mondiali del 1970 – da skimuseum.ca

articolo di Nicola Pucci

Quel che si può affermare, nel caso di Elizabeth “Betsy” Clifford, è che infiltrò il mondo dello sci alpino con la forza dirompente della sua freschezza adolescenziale, per poi eclissarsi altrettanto velocemente così come aveva raggiunto l’apice.

La Clifford nasce ad Ottawa, il 15 settembre 1953, ed è tanto abile fin da bambina nel condurre gli attrezzi che la nazionale canadese, non proprio ricca di campionesse in divenire – ci sono anche Judy Leinweber e Karen Dokka – seppur possa contare sul traino di una fuoriclasse come Nancy Greene che fa sue le prime due edizioni della Coppa del Mondo oltre a mettersi al collo l’oro in gigante e l’argento in combinata alle Olimpiadi di Grenoble, la inserisce nella squadra che proprio ad inizio 1968 conquista risultati importanti sulle piste europee. Betsy, in effetti, che ai Giochi, non ancora 15enne, diventa la più giovane sciatrice del suo paese a prender parte ad una rassegna olimpica ottenendo un 23esimo posto in discesa libera e non portando a termine le due gare di slalom e gigante, è subito nona ad Oslo proprio tra le porte larghe della disciplina più tecnica dello sci, per poi chiudere in ottava posizione lo slalom sulle nevi di casa a Rossland.

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La Clifford impegnata in slalom – da skimuseum.ca

La versalità della Clifford, così come il suo talento precocissimo, fa immaginare scenari rosei per un futuro che si annuncia radioso. E Betsy, nonostante la giovane età e sotto l’ala protettrice della Greene, di dieci anni più anziana, che, seppur ritirata a fine 1968, le fa da maestra e inevitabilmente l’alleggerisce del peso della responsabilità di ottenere subito risultati conformi alle aspettative, per la stagione 1968/1969 può puntualmente cominciare ad esser presenza costante nelle posizioni che contano delle classifiche. Quinta in discesa a Grindelwald, in Svizzera, ad un soffio dal terzo gradino del podio occupato dalla francese Isabelle Mir, ripete quel risultato nello slalom di Waterville Valley, per poi dare l’assalto al podio l’anno successivo.

La stagione 1969/1970, in effetti, è quella del definitivo salto di qualità per la Clifford, capace di ottenere due secondi posti in slalom a Grindelwald, quando è anticipata di soli 0″18 dalla francese Michella Jacot, e a Bad Gastein, quando deve inchinarsi nettamente all’altra transalpina Ingrid Lafforgue. Ed è proprio nelle serpentine tra le porte strette che la canadese esprime appieno la sua classe, arrembante ma anche estremamente redditizia, ottenendo in stagione ben quattro podi e sette piazzamenti tra le migliori dieci che le valgono a fine anno il quarto posto nella classifica di specialità. Nondimeno la Clifford sa destreggiarsi pure tra le maglie larghe del gigante, ed è proprio in questo esercizio che infine coglie la prima vittoria in carriera, il 14 febbraio 1970, sulle nevi della Valgardena.

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Il podio del gigante ai Mondiali del 1970 – da skimuseum.ca

Fortuna vuole che quella gara valga per la 21esima edizione dei Campionati Mondiali di sci alpino, e nel giorno di San Valentino, sulla pista “Ciampinoi“, con il tempo di 1’20″46, la Clifford, scesa col pettorale numero 2, riesce a tenersi dietro un trio di francesi d’assalto, Lafforgue, Macchi e Jacot, rispettivamente distanziate di 7, 14 e 16 centesimi. Per la ragazza di Ottawa, ottava anche nello slalom iridato, che oltre a saper sciare bene, illumina la scena con un sorriso che conquista, è l’apoteosi, e non ancora compiuti i 17 anni può guardare tutte dall’alto al basso, diventando la più giovane medagliata d’oro in una rassegna mondiale. Il che è una bella ipoteca per il futuro.

La stagione successiva, 1970/1971, per la Clifford è quella della conferma ai massimi livelli e i risultati non si fanno attendere. Soprattutto nell’amato slalom, che la vede imporsi al debutto a Val d’Isere il 16 dicembre, precedendo l’ennesima francese, Florence Steurer, e l’austriaca Wiltrud Drexel, e a Schruns il 21 gennaio, battendo ancora Lafforgue e Drexel. Con il secondo posto nell’ultima prova a Waterville Valley, a 0″61 dall’americana Cochran, Betsy si assicura anche il trofeo di specialità, in coabitazione con la Lafforgue, ma se l’eredità della Greene sembra garantita, è altresì vero che la Clifford, ignara del fatto, ha già imboccato la china discendente.

L’anno dopo, che calendarizza le Olimpiadi in quel di Sapporo, ha un sapore amaro per l’ancor giovanissima fuoriclasse, che in Coppa del Mondo raccoglie solo un quarto posto in gigante a Maribor come miglior risultato e si vede costretta a saltare i Giochi per un grave infortunio che la tiene fuori anche per tutta la stagione 1972/1973, interrompendone l’ascesa.

La Clifford fatica a recuperare la miglior condizione, penalizzata anche dall’affermarsi sulla scena di nuove reclute, vincendo comunque il circuito Can-Am (prima canadese a realizzare l’exploit), tornando a gareggiare per la stagione 1973/1974, e seppur l’ispirazione dei giorni vincenti ormai sembra appartenere al passato, sale ancora una volta sul podio, stavolta terza in discesa a Pfronten dietro al nuovo fenomeno Annemarie Moser-Proll e alla Drexel, per poi piazzare la zampata nell’occasione che conta.

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Un primo piano della Clifford – da skimuseum.ca

Sulle nevi svizzere di St.Moritz che ospitano i Mondiali, il 7 febbraio 1974, la Clifford è in lizza per un gran risultato in discesa libera. Scende a valle veloce nei tratti di piano, impeccabile nello schivare i trabocchetti imposti dal tracciato, abilissima nel disegnare le curve. Insomma, pare proprio la meravigliosa atleta che qualche anno prima aveva incantato il mondo dello sci, ed il cronometro la premia con un tempo di riferimento: 1’51″78. Certo, quel fenomeno che risponde al nome di Moser-Proll è davanti per 0″94, ma l’austriaca appartiene ad un altro pianeta, ed infine per la Clifford c’è in premio la medaglia d’argento. Corollario di una carriera da predestinata, che si trascina per un paio di anni ancora, con la stagione 1974/1975 che vede Betsy spesso piazzata tra le migliori, un ultimo podio con il terzo posto in combinata a Bad Gastein il 22 gennaio 1976 e, qualche settimana dopo, il commiato dall’attività a chiusura di un’Olimpiade, quella di Innsbruck, non certo in linea con le sue aspirazioni e il suo illustre passato (22esima in discesa libera, ancora 22esima nel gigante vintr dalla connazionale Kathy Kreiner, 18enne e nuovo che avanza in casa Canada, fuori in slalom dopo il 13esimo posto parziale della prima manche).

E così Betsy Cliffard, che appena bambina apparve nell’emisfero dello sci alpino, saluta quando ancora è adolescente. Quel che doveva vincere l’ha vinto, ed è già un gran traguardo. Ora la vita, fuori dalle piste, l’attende…

 

PETRA KRONBERGER, IL POSTO IN BANCA INVECE DEL RECORD DELLA PROLL

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Petra Kronberger nello slalom olimpico di Albertville 1992 – da news.at

articolo di Nicola Pucci

Il dubbio rimarrà tale. Chissà, forse Petra Kronbrger, che attraversò il mondo dello sci alpino per breve tempo ma con impeto vincente e classe abbacinante, magari avrebbe potuto battere il record della Proll. Invece… invece scelse una vita parallela e Annemarie è ancora lassù, a capeggiare la classifica di chi più volte si è imposta nella classifica generale di Coppa del Mondo.

Petra nasce il 12 febbraio 1969 ai 565 metri di altitudine di Sankt Johann im Pongau, nel salisburghese. E con vette innevate ad un tiro di schioppo, inizia a praticare sport invernali in una scuola di Badgastein, spostandosi poi a Schladming, una delle sedi prestigiose in cui il Wunderteam austriaco forgia i suoi campioni. La ragazzina ci sa indubbimente fare, ma la tecnica è da affinare, così come il temperamento, schivo e che rifugge l’esibizionismo, è da plasmare. La Kronberger debutta in Coppa Europa, ma se la stagione 1985/1986 non le riserva grosse soddisfazioni, l’anno dopo è tra le migliori in discesa libera (quinta) e supergigante (settima).

In verità altre connazionali sembrano più preparate al successo di lei, ad esempio Manuela Ruf (che non avrà però carriera tra le grandi), ma se c’è una cosa che non manca proprio alla Nazionale austriaca di sci è il raffronto quotidiano, ed è quello che permette alle atlete di migliorarsi. E Petra, silenziosa ma attenta, apprende bene il mestiere e ai Mondiali juniores del 1987 a Salen, in Svezia, comincia a farsi notare con la medaglia d’argento in gigante alle spalle di una certa Deborah Compagnoni che l’anticipa di 0″73, ed il quinto posto nello slalom vinto dall’altra austriaca Ingrid Stoeckl.

Il dado è tratto e per la stagione 1987/1988 è tempo, per Petra, di debuttare in Coppa del Mondo. Ottiene il primo piazzamento in discesa libera, che poi è la sua disciplina prediletta, giungendo 15esima a Leukerbad l’11 dicembre 1987, per poi salire già sul podio a Zinal, il 14 gennaio 1988, terza alle spalle dell’elvetica Michela Figini, che della specialità è una delle più grandi di sempre: è tanto evidente che quel primo podio, tutti ne sono certi, non potrà che essere il trampolino di lancio di una carriera che si annuncia fulgida. E lo sarà, ben oltre le più rosee aspettative.

In quello stesso 1988, 19enne, Petra affronta il primo appuntamento olimpico in quella CalgAry illuminata dalle prodezze di Alberto Tomba e Katarina Witt, terminando sesta in discesa, undicesima in combinata e quattordicesima in gigante, pagando inevitabilmente lo scotto del debutto in una grande rassegna internazionale, ma la riscossa è dietro l’angolo e se la stagione successiva, 1988/1989 ,non riserva all’asburgica grandi soddisfazioni con un unico terzo gradino del podio nella combinata di Altenmarkt e un anonimo 24esimo posto finale in classifica, oltre ad esser settima in combinata, ottava in supergigante e dodicesima in discesa ai Mondiali di Vail, ecco che nel 1989/1990 Petra esplode ai massimi livelli.

La stagione si avvia con l’anteprima di agosto sulle nevi andine di Las Lenas, in Argentina, in cui Petra raccoglie un nono posto in discesa e un terzo in supergigante, battuta da Anita Wacheter e dalla francese Cathy Chedal, ma alla ripresa in Nordamerica domina nel breve volgere di 24 ore le due discese libere di Panorama, ottenendo i primi successi in carriera. Qui comincia una cavalcata trionfale che per un triennio non lascerà che le briciole alle avversarie. In quella stessa stagione la Kronberger vince anche in combinata, gigante e slalom, a certificare quella polivalenza che ne faranno una delle più grandi interpreti dello sci di ogni epoca, abilissima nel far scivolare gli attrezzi, chirurgica nel disegnare le curve, efficace nelle serpentine tra i pali stretti dello slalom: insomma, non ha punti deboli ed è il prototipo della sciatrice moderna, efficace e vincente in ogni disciplina, su ogni tipo di tracciatura e in ogni condizione di neve, ghiaccio o farina molle che sia. Mette in bacheca la prima sfera di cristallo, 341 punti contro i 300 della connazionale Wachter, riportando in Austria un torfeo che mancava dal 1979 quando, indovinate un po’?, a vincere fu la Proll, per la sesta e ultima volta, e la storia dello sport già l’accoglie a braccia aperte.

L’anno dopo il bis è ancor più convincente. Petra vince cinque delle prime undici gare stagionali, e sono cinque successi in altrettante discipline diverse, impresa mai riuscita a nessun’atleta nello spazio di una sola stagione: gigante e slalom in Val Zoldana al debutto, supergigante ad Altenmarkt, discesa a Morzine e combinata a Bad Kleinkirchheim, chiudendo infine con 312 punti ben davanti alla Ginther, che di punti ne colleziona 195. A corollario di tanta grazia, pure la coppetta di specialità in slalom, curiosamente l’unica in un triennio da favola.

Nell’anno in corso il calendario propone la kermesse iridata di Saalbach e per la Kronberger, dopo aver fallito a Calgary e Vail, è infine giunta l’ora di sfatare il tabù in un grande appuntamento. Il 26 gennaio 1991, lungo i trabocchetti della pista “Aster“, Petra ferma i cronometri in 1’29″12, 44 centesimi meglio della francese Bouvier e 51 della russa Gladishiva, per mettersi al collo la medaglia d’oro in discesa libera. Tre giorni dopo il sesto posto in supergigante non può soddisfare la sua ambizione, ma il sortilegio è infranto e la fuoriclasse austrica può archiviare la stagione decisamente col segno più.

Per il tris consecutivo in Coppa del Mondo basta attendere la stagione 1991/1992, quando Petra si limita all’essenziale, ovvero otto podi e due “sole” vittorie parziali, entrambe in discesa, a Serre Chevalier e, il 14 marzo 1992, in quella Panorama che apre e chiude la striscia di 16 successi in carriera, assommando infine, con il nuovo meccanismo di punteggio, 1262 punti contro i 1211 punti della transalpina Carole Merle. Ma le energie, nervose soprattutto, sono dirottate sull’appuntamento olimpico di Albertville, e nelle settimana che va dal 13 al 20 febbraio la Kronberger mette la ciliegina sulla torta.

Esordisce con la vittoria in combinata, davanti all’immancabile Wachter e alla francese Folrence Masnada, prosegue con l’amaro quinto posto in discesa libera, a 18 centesimi dal primo posto e A soli 9 centesimi dal terzo gradino del podio occupato dalla connazionale Veronika Wallinger, che perpetra una sorta di reato di lesa maestà, che fa il paio con l’ancor più beffardo quarto posto in supergigante, ad 1 centesimo da quella Katja Seizinger che sta per sostituirla nelle vesti di regina del Circo Bianco, nel giorno d’oro della Compagnoni, per infine chiudere in bellezza con una seconda medaglia d’oro in slalom, rimontando dalla terza posizione della prima manche.

Game, set and match. Proprio mentre la Proll, che abita dietro l’angolo di casa Kronberger, e che mai ha fatto mancare a Petra il suo appoggio e pure la sua sapienza sciistica, ma comincia a temere per il suo record di sei successi in Coppa del Mondo, ecco che il 28 dicembre 1992, nell’incertezza di una carriera forse già declinante con un solo terzo posto nello slalom di Stemaboat Springs nelle prime sette gare della stagione 1992/1993, e nella sicurezza che invece può garantire un impiego in banca, annuncia il suo ritiro dall’attività agonistica. Il peso della pressione, che in Austria è paralizzante, così come il desiderio di recuperare un’esistenza fatta di cose semplici, lontana dalle luci della ribalta, convincono la Kronberger a voltare pagina. E la Proll può tirare un sospirane di sollievo, a dispetto dell’amicizia… il primato è salvo!

FRANZ KLAMMER, IL KAISER DELLO SCI AUSTRIACO

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Franz Klammer a Kitzbuhel – da telegraph.co.uk

articolo di Nicola Pucci

L’accezione del termine Kaiser si adatta perfettamente all’eroe dello sci che oggi è protagonista del nostro racconto. Franz Klammer, l’imperatore del discesismo, ha instaurato una dittatura che non ha riscontri nella disciplina per eccellenza degli sport invernali, quel catapultarsi a valle senza freni che in un paese come l’Austria vale quanto, se non più di una religione.

Lassù, tra le vette innevate della Carinzia, Franz vede la luce il 3 dicembre 1953 e quel giorno, ignari, i suoi genitori, che si occupano di agricoltura, neppure lontanamente hanno idea di quel che diventerà quel bimbo. Come per altri ragazzi della sua età, l’avvicinamento alla disciplina sportiva è dettato dalle circostanze, se è vero che per percorrere il tratto che lo separa da scuola il mezzo più pratico sono ovviamente gli sci. Perdipiù, dietro casa ha una collinetta invitante, e visto che lo ski lifts non c’è, sale arrampicandosi per poi gettarsi a perdifiato in interminabili sessioni di rischiosissime discese.

Il dado è tratto, e seppur Klammer si avvicini alle competizioni solo in età avanzata, intorno ai 14 anni, ecco che il talento naturale è subito evidente, soprattutto al selezionatore dei discesisti austriaci Charly Kahr, consentendogli di competere ad armi pari, e spesso battere, gli avversari che vengono dal Tirolese e dal Salisburghese, notoriamente le zone più fertili di giovani promesse dello sci.

Christian Pravda, Toni Sailer, Egon Zimmermann, Karl Schranz. Sono gli eroi dello sci austriaco, che in un passato recente o meno hanno colto allori olimpici (Sailer e Zimmermann) e mondiali (tutti e quattro) in discesa libera, e come tali sono fonte di ispirazione per Klammer quando, a fine stagione 1971/1972, debutta nel circuito di Coppa del Mondo. Curiosamente, però, Franz esordisce con un 25esimo posto in gigante in Val Gardena ed il successivo 22esimo posto in slalom a Madonna di Campiglio, specialità che approccia con moderato entusiasmo. E se tra le porte larghe sarà tanto abile da cogliere in carriera anche un podio a Mont St.Anne, i pali stretti non faranno proprio per lui, abbandonando la disciplina per concentrare talento ed energie sulla prova prediletta, ovviamente la discesa libera, proprio quando si chiude la parabola di Schranz. Perchè, è noto, se in Austria non sei un discesista, non puoi proprio considerarti uno sciatore con la S maiuscola.

L’anno dopo Franz è già pronto, appena 19enne, ad infiltrare i migliori, che rispondono soprattutto ai nomi degli elvetici Bernhard Russi e Roland Collombin. Sulla Saslong in Val Gardena ottiene il primo piazzamento di prestigio, quinto, bissato a Grindelwald, per poi salire sul secondo gradino del podio il 3 febbraio 1973, a St.Anton, quando proprio Russi è migliore di lui di 2″09. Per l’elvetico è l’ottavo successo in carriera, ma pure la consapevolezza che un nuovo campione si sta profilando all’orizzonte e sarà dura riuscire a conservare il primato.

Non bisogno attendere a lungo, in effetti, per registrare la prima vittoria in Coppa del Mondo: il 22 dicembre 1973, sulla Planai di Schladming, Klammer, ancora con il pettorale numero 16 che apre il secondo gruppo di merito, anticipa gli stessi Collombin e Russi sciando ad una velocità/media record di 111,251 km/h, destinata a resistere fino ai tempi di Armin Assinger nel 1993, e seppur a fine stagione si vedrà costretto a lasciare al più giovane dei rossocrociati lo scettro di miglior discesista del mondo chiudendo secondo nella classifica di specialità, 120 punti a 100, urla al mondo tutto il suo desiderio di aprire un’epoca. Che nel frattempo lo vede mettersi al collo l’oro in combinata e l’argento in discesa, alle spalle del connazionale David Zwilling, alla kermesse iridata di St.Moritz a febbraio 1974.

Quel che si apre l’anno dopo è un dominio senza precedenti. Certo, il drammatico capitombolo che costa carriera e paralisi al povero Collombin nelle prove della prima discesa di Coppa sul tracciato di Val d’Isere favorisce l’asburgico, ma Klammer conferma di meritare la palma di nuovo messia della discesa libera vincendo otto delle nove gare in programma. In uno scenario prestigioso come la mitica Lauberhorn di Wengen, l’11 gennaio 1975, lascia Herbert Plank, secondo classificato, a 3″54 di distacco, certificando di essere su di un altro pianeta rispetto alla concorrenza. A fine stagione si trova a competere con Thoeni, a cui ha negato una clamorosa vittoria sulla Streif di Kitzbuhel per l’inezia di un centesimo di secondo, e Stenmark per la conquista della sfera di cristallo, ma il parallelo decisivo di Val Gardena, così come la sua mancanza di risultati nelle due disciplice tecniche, bocciano le sue legittime ambizioni di grandezza, per un trofeo che avrebbe potuto far suo senza l’ulteriore coda finale se un attacco dello sci non si fosse aperto a Megeve costringendolo al ritiro, unica discesa non portata a termine vittoriosamente, quando sarebbe stato sufficiente un quarto posto!

Klammer ha modo di riscattarsi, con gli interessi, l’anno dopo. Innsbruck 1976 è sede olimpica, e per l’asburgico la responsabilità di dover vincere davanti ad una Nazione intera pesa come un macigno. Sulla Patscherkofel, il 5 febbraio, l’attesa dei 60.000 sostenitori presenti all’evento è tanta, Kaiser Franz ha il pettorale numero 15 e chiude le discese del primo gruppo di merito, rinunciando a calzare per un’occasione così importante i famosi Fischer C4 con il buco, optando per un vecchio, ma più affidabile paio di sci. Russi, intramontabile, campione olimpico in carica ma che non vince in Coppa del Mondo da tre anni, ha ritrovato lo smalto dei bei tempi e fa segnare il miglior cronometro, 1’46″06, 53 centesimi ad anticipare un altrettanto eccellente Plank. A metà gara Klammer è in ritardo di 20 centesimi, la pista è segnata, ma il tratto finale è magistrale, degno di quel fuoriclasse assoluto qual è ed al traguardo, in un tripudio di bandiere biancorosse, balza in testa, 1’45″73. La medaglia d’oro è sua e l’Austria, intera, si prostra ai piedi di Kaiser Franz.

Che nel corso dell’anno vince cinque delle otto gare in calendario, confermandosi, caso mai ce ne fosse bisogno, nettamente il più forte sui tracciati che segnano la storia dello sci alpino: Wengen e Kitzbuhel. Mettendo in bacheca anche la seconda coppetta di specialità, che poi diventano tre l’anno succesivo quando vince le prime cinque discese stagionali, che assommate alle quattro dell’anno precedente fanno un totale di nove vittorie consecutive, primato ad oggi imbattuto e che è destinato a rimanere inviolabile.

Tecnicamente senza pecche, velocissimo di piede, potente e con una carica agonistica di primo livello, Klammer è il prototipo del discesista perfetto, e le 19 vittorie in tre anni, con l’aggiunta del titolo olimpico, sono lì a dimostrarlo. Quel che manca, al Kaiser, è solo il successo iridato, ed è l’obiettivo della stagione che segue, 1977/1978, che propone ai funamboli della discesa la kermesse mondiale in quella Garmisch che spesso gli ha sorriso in carriera. Ma seppur l’annata regali al campionissimo la quarta coppetta di specialità consecutiva, altresì lo vede “solo” due volte sul gradino più alto del podio, a Val d’Isere nel primo appuntamento in calendario e a Laax nell’ultimo. Nel mezzo, nuovi rivali lo mettono in imbarazzo, tra tutti Plank e il connazionale Josef Walcher, che proprio ai Mondiali non solo lo batte nettamente, ma lo relega addirittura giù dal podio, in una per lui anonima e insoddisfacente quinta piazza.

Pare impossibile che possa accadere, visto che Franz non ha ancora 25 anni, ma la china discendente è già imboccata. Anche perchè il fratello minore Klaus si spezza la schiena in una gara FIS a Lienz rimanendo paralizzato, e la tragedia familiare incide profondamente nell’animo del fuoriclasse austriaco. Che sparisce dagli ordini di arrivo, è costretto a rinunciare a difendere l’alloro olimpico a Lake Placid nel 1980, chiude solo settimo ai Mondiali di Schladming nel 1982 per poi piazzare l’ultimo colpo di coda, inatteso ma così prestigioso da incendiare, a distanza di tempo ed ancora una volta, l’Austria intera.

Dopo aver rinnovato l’appuntamento con il successo a Val d’Isere il 6 dicembre 1981, a quasi quattro anni dall’ultimo trionfo, ed aver conquistato, il 20 dicembre 1982, la quarta vittoria sulla Saslong, tornando pure a primeggiare nella graduatoria di specialità per la quinta volta grazie ad una ritrovata costanza di rendimento, il 21 gennaio 1984 compie un capolavoro, per la 25esima ed ultima trionfale discesa libera. Il teatro scelto è quello preferito, e pure il più blasonato, la Streif di Kitzbhuel già inchinata ai suoi piedi tre volte. Klammer, pettorale numero 14, si lancia dal cancelletto come una furia, è impeccabile alla Mausefalle, disegna magnificamente le curve alla Steilhang, lascia correre gli sci nel lungo tratto di piano, abborda l’Hausbergkante con decisione e non trema sul velocissimo schuss che proietta al traguardo: è primo in 2’02″82, lasciando i conazionali Resch e Steiner ad oltre mezzo secondo.

Kaiser Franz vince ancora, a casa sua e davanti al pubblico che lo adora, lì sulla pista che sorride solo ai campionissimi. Sì, al di là dei numeri, Klammer è stato il discesista più grande di sempre.

KJETIL ANDRE’ AAMODT E IL RECORD DI MEDAGLIE MONDIALI

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Aamodt e Kjuus ai Mondiali di Morioka del 1993 – da dagbladet.no

articolo di Nicola Pucci

Lasciamo per un momento da parte la sfera di cristallo messa in bacheca nel 1994; così come i 62 podi con 21 vittorie in Coppa del Mondo; e dimentichiamoci pure delle otto medaglie, di cui ben quattro d’oro, raccolte alle Olimpiadi. Tutto questo perchè Kjetil André Aamodt altri non è che è il detentore del maggior numero di metalli messi al collo ai Mondiali di sci alpino, addirittura 12.

Il feeling tra lo sciatore norvegese nato ad Oslo il 2 settembre 1971 e la rassegna iridata inzia nel 1991, a Saalbach, in terra austriaca, in un’edizione che boccia le ambizioni di Alberto Tomba e celebra il doppio trionfo in supergigante e combinata di Stephan Eberharter, nonché quello del povero Rudi Nirlich in gigante. Aamodt, non ancora 20enne e che ai Mondiali juniores di Zinal dell’anno prima ha colto quattro medaglie in quattro gare, a certificarne l’assoluta polivalenza, entra in lizza proprio nella prova che sposa velocità e destrezza nel disegnare le curve (disciplina che lo vedrà ben tre volte sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi, ultima in ordine di tempo a Torino nel 2006), piazzandosi secondo alle spalle dell’asburgico, anticipando di un soffio il francese Frank Piccard per collezionare la prima di una lunga serie di medaglie ai Mondiali.

Due anni dopo il Circo Bianco si sposta in Giappone, a Morioka, in un’edizione contrassegnata dal maltempo e che rimanda ancora Alberto Tomba, incapace di esprimere il suo talento in slalom e gigante. Aamodt nel frattempo è diventato cliente fisso dei piani alti delle gare di Coppa del Mondo, con sei successi in stagione e il secondo posto nella classifica generale alle spalle di Marc Girardelli, nonchè fresco campione olimpico di supergigante ad Albertville. Ai Mondiali è lui il protagonista assoluto, con la doppietta nelle due gare tecniche, battendo nettamente l’austriaco Salzgeber in gigante ed anticipando proprio Giradelli in slalom per l’inezia di 4 centesimi, con Thomas Stangasinger terzo, staccato di 11 centesimi. La medaglia d’argento in combinata, dietro al connazionale e “gemello” Lasse Kjus, aveva aperto il suo raccolto di medaglie in terra d’Oriente.

Nel 1994 Aamodt si impone infine nella classifica generale di Coppa del Mondo, ma le due stagioni successive non lo vedono così performante come in un recente passato. L’aria dei Mondiali nondimeno lo rigenera, e dopo il rinvio dell’edizione del 1995 a Sierra Nevada all’anno dopo per le avverse condizioni del meteo, è di nuovo pronto a dare l’assalto al podio. Stavolta Tomba, con il quale il norvegese da qualche stagione libra sfide all’ultimo centesimo sulle piste di tutto il mondo, è l’uomo-copertina con la doppietta slalom/gigante, ma Aaamodt non sta certo a guardare ed è bronzo nell’amato supergigante, battuto dall’altro scandinavo di grido Atle Skaardal e privato dell’argento dallo svedese Patrick Jaerbyn per la miseria di 2 centesimi. L’undicesimo posto in gigante, l’ottavo in slalom e il sesto in combinata non lo confortano, tanto meno il deprimente 27esimo in discesa libera, disciplina che lo vedrà comunque protagonista di lì a qualche anno.

Nel 1997 il Sestriere accoglie la rassegna iridata, Aamodt è tornato a competere per il successo finale in Coppa del Mondo chiudendo secondo a pochi punti dal francese Luc Alphand, e sulla collina cara alla famiglia Agnelli si mette al collo la medaglia d’oro della combinata, davanti a Bruno Kernen e Mario Reiter, terminando pure nono in discesa libera, ottavo in supergigante e sesto in slalom gigante.

Insomma, prime quattro partecipazioni ai Mondiali e per Aamodt, non ancora 26enne, già sei medaglie in palmares… e non è certo finita qui.

Nuovi avversari si vanno profilando all’orizzonte, se Alberto Tomba e Marc Girardelli si fanno da parte, ecco apparire sulla scena quell’Hermann Maier che pare destinato a fare incetta di titoli in ogni prova si presenti al cancelletto di partenza. E a Beaver Creek nel 1999, sulla Birds of Prey, è proprio quel che succede. Herminator trionfa in discesa e supergigante, ma Aamodt è competitivo e se in discesa è bronzo staccato di 57 centesimi, salendo sul podio assieme all’inseparabile Kjuus, batte proprio il connazionale in combinata di 16 centesimi, cogliendo il quarto oro in carriera ai Mondiali.

Che poi diventano cinque due anni dopo a St.Anton, nel 2001, sempre in combinata ma stavolta superando Mario Matt e Paul Accola, per poi essere secondo in una bellissima gara di slalom gigante che, alle spalle del fenomenale esteta elvetico Michael Von Grunigen, racchiude nello spazio di soli 4 centesimi lo stesso Aamodt, il sorprendente francese Frederic Covili ed Hermann Maier, giù dal podio per un solo centesimo.

Gli anni scorrono inesorabilmente, ma Aamodt riesce a conservarsi ai vertici dello sci mondiale, lottando per la graduatoria di Coppa del Mondo che lo vede più volte chiudere in seconda posizione (battuto da Kjuus nel 1999, da Maier nel 2000 e da Eberharter nel 2002) e conquistando altre due medaglie d’oro alle Olimpiadi del 2002 a Salt Lake City in supergigante e combinata. Nel 2003 per i Mondiali si gareggia a St.Moritz, e il norvegese non manca neppure stavolta l’appuntamento con le medaglie. Aamodt è in lizza in tutte le gare, e dopo il quinto posto in supergigante all’esordio, è bronzo in combinata al termine di una battaglia serrata che lo vede chiudere a 13 centesimi da Bode Miller, oro, e a 6 centesimi da Kjuus, argento, per poi conquistare la piazza d’onore in discesa libera, battuto da Michael Walchhofer.

E’ il canto del cigno per Kjetil André, che accusa il peso degli anni e a Bormio, nel 2005, fallisce per l’unica volta in carriera l’assalto alle medaglie mondiali dopo sette partecipazioni baciate dal successo, non andando oltre un 14esimo posto in slalom. Riuscirà poi alle Olimpiadi del 2006, a Torino appunto, a vincere in supergigante l’ultimo oro di una strepitosa vita agonistica… classe, determinazione, serietà professionale, buona sorte, soprattutto la capacità di rendere al meglio nei momenti che contano. Questo, signori, è stato Kjetil André Aamodt, semplicemente l’uomo del record.

 

SONJA HENIE, IL CIGNO CHE DANZAVA SUL GHIACCIO

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Sonja Henie – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Mi accorgo, e me ne scuso con i lettori, di non essermi ancora occupato di pattinaggio su ghiaccio. Disciplina che per gesto tecnico e purezza di stile meriterebbe sempre una vetrina d’eccezione, ed allora colgo la palla al balzo e rimedio al torto raccontando di una regina scandinava che illuminò la scena di un bagliore abbacinante. Sonja Henie.

La bimba nasce ad Oslo, in Norvegia, l’8 aprile 1912, e per correttezza è bene ricordare che le fatiche del pane quotidiano, così come gli stenti della prima guerra mondiale, le sono sconosciute. In effetti Sonja è figlia di mamma Selma, donna tra le più affascinanti di Norvegia e ricchissima di famiglia per aver ereditato fattorie e bestiame, e di papà Wilhelm, che commercia in pellicce ed è campione del mondo di ciclismo di durata su pista. Proprio il padre avvia lei e il fratello Leif allo sport, ma se il maschietto pratica l’hockey su ghiaccio, la piccina dirotta le sue capacità sul pattinaggio denunciando già da infante un talento fuori dal comune.

A cinque anni partecipa ad una gara per bambini e con la vittoria si guadagna un premio a lei tra i più cari, un tagliacarte d’argento con perline, per poi esser già campionessa nazionale all’età di 9 anni. La rappresentativa del suo paese gli mette gli occhi addosso e per il 1924 viene selezionata, non ancora 12enne, per i primi Giochi invernali, programmati a Chamonix a fine gennaio. Inizialmente pare che Sonja non debba partecipare, ma il padre si accolla le spese del viaggio dell’intera comitiva a la Henie si presenta all’appuntamento. Giunge ottava su otto partecipanti in una gara vinta dall’austriaca Herma Szabo, nondimeno l’esercizio nel libero (in cui è accreditata del sesto miglior punteggio) è tanto convincente che gli addetti ai lavori prevedono per lei un futuro luminoso. Il tempo darà loro ragione.

Non ci vuol molto, in effetti, per vederla primeggiare ovunque si presenti, con il sorriso che ammalia, la grazia innata e, pioniera del genere, indossando un gonnellino corto che non manca proprio di deliziare la platea maschile. Gli insegnamenti in musica e danza della madre le hanno regalato quel qualcosa in più delle altre che si esprime ogni qualvolta si esibisce sul ghiaccio, una sorta di balletto senza pecche che demolisce la concorrenza. In patria non ha ovviamente avversarie, e già ai Mondiali del 1926 a Stoccolma chiude in seconda posizione alle spalle della stessa Szabo, che le concede dieci anni di differenza d’età.

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La Henie alle Olimpiadi di Chamonix del 1924 – da gettyimages.com

Sonja è pronta a rilevare il testimone e dal 1927, edizione di Oslo dove ad onor del vero è favorita dal fatto che i cinque giudici sono tutti norvegesi, inizia la collezione di ben 10 titoli iridati consecutivi che la vedranno respingere l’attacco a lei portato da una lunga serie di sfidanti, tra queste le due britanniche Cecilia Colledge e Megan Taylor che ne raccoglieranno l’eredità una volta che Sonja deciderà di passare al professionismo. Dal 1931 al 1936 vince sei edizioni di fila degli Europei, rassegna nata solo nel 1930, e che la vedono più volte impegnata dalle altre austriache di grido, Fritzi Burger e Liselotte Landbeck, ma è in sede olimpica che la Henie assurge al rango di campionessa immortale.

Quattro anni dopo Chamonix, Sonja si presenta nelle vesti di favorita alle Olimpiadi di St.Moritz del 1928, forte del titolo mondiale dell’anno prima. Non c’è proprio gara, la superiorità della norvegese è tanto evidente già dagli obbligatori, il 14 febbraio, seppur il giudice americano le preferisca le due connazionali Loughran e Vinson, mentre nell’esercizio libero solo la francese Andrée Joly e Fritzi Burger sono meritevoli di starle alla pari secondo il giudice belga e quello tedesco: il responso finale dice Henie 2452,25 punti contro i 2248,50 della Burger e la prima medaglia d’oro olimpica è al collo della ragazza di Oslo. Non ancora, comunque, 16enne.

Nel 1932 la Henie vola a Lake Placid a difendere il titolo, e tra le avversarie trova una ragazzina inglese, appunto la Colledge, che a 11 anni e 74 giorni registra il record di precocità di partecipazione ai Giochi che ancora oggi resiste imbattuto. Non è lei, ovviamente, l’avversaria più pericolosa, quelle rispondono invece ai nomi di Vinson e Burger che si alternano alle spalle della campionessa norvegese negli esercizi obbligatori e liberi, per infine una classifica che ancora una volta non ammette repliche: Henie prima con 2302,5 punti, Burger nuovamente seconda con 2167,1 punti e Vinson sul terzo gradino del podio con 2158,5 punti. Bis olimpico e già la storia del pattinaggio su ghiaccio accoglie Sonja nel mito.

Per il tris consecutivo, che mai nessuna riuscirà ad eguagliare, basta attendere altri quatto anni. Garmisch 1936, in quella Germania nazista che Sonja ha manifestamente dimostrato di gradire quando, l’anno prima, in un’esibizione a Berlino al cospetto del Fuhrer, ha salutato infine al grido di “heil Hitler“. E qui la storia si fa interessante, oltrechè complicata, perchè la giovane Colledge è cresciuta tanto da render vita dura alla regina del ghiaccio. Negli obbligatori, infatti, la britannica è incollata alla Henie per l’inezia di 25,1 punti. Si decide tutto nell’esercizio libero, il 15 febbraio, e qui la Colledge, dopo un formale saluto nazista, si blocca perchè gli addetti hanno sbagliato musica. Cade appena dopo aver iniziato, nondimeno la prestazione è eccellente e costringe la Henie a dover dare il meglio di sè per un punteggio, migliore di appena 19,5 punti di quello della rivale, che le vale la terza medaglia d’oro ai Giochi, 2971,4 punti contro 2926,8.

Qui cala il sipario sulla vita sportiva del cigno del ghiaccio, per aprirsi la pagina del professionismo e di una carriera da star del cinema d’Oltreoceano che la ricopre d’oro e dollari. Sonja diventa una stella ancor più di prima grandezza, assoldata dalla 20th Century Fox, infilando un successo dietro l’altro esattamente come era stata capace di fare pattinando. Già, perchè se qualcuno pensa che sia stata la più grande di sempre credo proprio che non dica un’eresia.

 

 

HEINI HEMMI E IL GIGANTE D’ORO A SORPRESA AD INNSBRUCK 1976

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Heini Hemmi in azione – da cardcow.com

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi ingannare dal prima, con qualche buon risultato al debutto in Coppa del Mondo nel gennaio 1970 (quinto in slalom a Wengen e quarto in gigante a Kranjska Gora) e la lunga eclisse prima del podio a Mount Garibaldi nel marzo 1975 nel gigante vinto da Ingemar Stenmark, o da quel che ottenne poi, ad esempio le quattro vittorie tutte inderogabilmente tra le porte larghe della disciplina più tecnica dello sci (Mont Sainte Anne, Val d’Isere, Ebnat-Kappel e sulla Kuonisbergli di Adelboden) con il corollario nel 1977 della coppetta di specialità: Heini Hemmi sarà sempre e solo l’elvetico che alle Olimpiadi di Innsbruck del 1976 azzeccò il colpo della vita privando l’Italia di una vittoria che pareva sicura e infliggendo alla “Valanga Azzurra” una dolorosissima sconfitta.

Innsbruck, dunque, lunedì 9 e martedì 10 febbraio. Già, perchè sono i tempi in cui il gigante si disputa in due giorni. La pista “Hoadl-Mittelstation” di Axamer Lizum, teatro dell’evento a cinque cerchi, è tosta, insidiosa, piena di trabocchetti e cambi di pendenza che rendono difficile trovare il ritmo. Nondimeno, per la prima discesa tracciata dall’austriaco Ernst Hinterseer, padre di Hans che è l’alfiere di casa più acclamato, i favoriti rispondono al nome di Gustavo Thoeni e Ingemar Stenmark, dioscuri non solo della specialità ma dell’intero panorama sciistico internazionale, che in stagione hanno dominato le gare di Val d’Isere, Adelboden e Zwiesel, con gli altri due azzurri Piero Gros, tre volte a podio, e Franco Bieler, vincitore a Morzine, e lo svizzero Engelhard Pargätzi, primo a Madonna di Campiglio e terzo sulle nevi di casa di Adelboden, pure loro in corsa per una medaglia. Completano il lotto dei pretendenti ad un posto sul podio l’altro svizzero Ernst Good, che con Pargätzi completò la doppietta rossocrociata sulla 3-Tre, e lo stesso Hans Hinterseer, con Fausto Radici che è il quarto uomo a difendere il tricolore, con Klammer che gareggia con il pettorale numero 13 puntando alla combinata e con l’esordio in una grande rassegna di un giovanotto non ancora 19enne, americano, che in futuro farà parlar di sè, Phil Mahre, e che pur essendo qui più per imparare che per impartire lezioni, chiuderà in una onorevolissima quinta posizione. Di Heini Hemmi, ad onor del vero, nessuno pare preoccuparsi troppo.

Ma torniamo ai nostri campioni, che danno vita ad una sfida sorprendente nel gioco che vale la gloria olimpica. Good è il primo a scendere, e sul tappeto ghiacciato sfrutta l’occasione lasciando correre gli sci per fermare il cronometro sul tempo di 1’44″60. Bieler, subito dopo, ne testa la prova, e il ritardo accusato al traguardo, 1″49, certifica la buona prova dell’elvetico che seppur senza fiato all’arrivo è sicuramente in corsa per un piazzamento di prestigio. E’ la volta di Thoeni, e il campione di Trafoi non tradisce le attese. Scia pulito, lavora di spigolo, è dietro di quasi un secondo all’intermedio ma nella seconda parte di manche innesta il turbo e col tempo di 1’44″19 balza al comando. Si attende la discesa del rivale più temibile, ovviamente Stenmark, nel frattempo nel disinteresse generale o quasi piomba al traguardo proprio Heini Hemmi, che si piazza alle spalle del compagno di squadra Good con un ritardo di 1″22 che sembra escluderlo dai giochi per la vittoria finale. Appunto, sembra, ma la seconda manche riserverà una clamorosa sorpresa, anche perchè al round finale “Ingogiunge con un passivo pesante e assolutamente imprevedibile alla vigilia, ben 2″32 da Gustavo, complice una prova in cui lo svedese si limita a scendere a valle senza prendere il benchè minimo rischio sul fondo traditore. Meglio di lui fa Mahre, ad 1″32 da Thoeni, e Gros, che dal connazionale al comando è invece attardato di 1″50. Insomma, c’è da esser fiduciosi per la prestazione di Thoeni e Mario Cotelli, mentore della “Valanga Azzurra“, gongola sotto i baffi, anche perchè il nemico giurato è lontano e non sembra in grado di ribaltare il risultato.

Ed invece… ed invece 24 ore dopo, succede il finimondo. Il ghiaccio vivo del tracciato incute rispetto, ma ancor più del manto a preoccupare è il profilo disegnato dall’allenatore degli svizzeri, Peter Franzen, che ha disseminato lungo i 1.200 metri di pista ben 73 porte, assolutamente ravvicinate tra loro. Il che va tutto a discapito di un ritmo armonico, tanto caro a Thoeni e agli altri gigantisti più tecnici, favorendo altresì i due elvetici che stazionano alle spalle di Gustavo, Good ed Hemmi, oltre a Pargätzi che è provvisoriamente sesto, che hanno l’occasione per cogliere qualcosa di prezioso. Proprio Pargätzi, autore di una buona discesa, fa segnare il miglior tempo, 3’28″76, preannunciando quel che sarà la riscossa rossocrociata di una stupefacente seconda manche. Che, invece, dice male agli italiani, con Gros che, in vantaggio all’intermedio, deraglia e dice addio ai sogni di gloria (si rifarà qualche giorno dopo cogliendo l’oro in slalom). Il bello, però, deve ancora venire, e se a Stenmark riesce quel che non gli era riuscito nella prima manche, ovvero sciare come sa, guadagnando la prima posizione provvisoria con il tempo di 3’27″41, il barbuto Heini Hemmi, scricciolo di 163 centimetri per 60 chilogrammi, danza con destrezza ed efficacia tra le porte che più che un gigante sembrano uno slalom speciale ed al traguardo ha l’onore di star davanti di 44 centesimi a Ingemar.

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Il podio olimpico – da rtr.ch

Gustavo Thoeni e Ernst Good sono i due ultimi baluardi che possono negare ad Hemmi la gioia inattesa della medaglia d’oro. L’uno, l’azzurro, consapevole di una superiorità tante volte attestata, l’altro, il collega di bandiera, che ha pure lui davanti alle punte degli sci l’occasione della carriera. Succede allora quel che non ti aspetti, ovvero un Gustavo impacciato, che non riesce a sintonizzarsi con il tracciato stretto, reso infido dal ghiaccio e dalle angolature forse eccessive, che subisce piuttosto che aggredire i pali e che infine, quasi senza rendersene conto, accusa un ritardo abissale, 70 centesimi, che lo fanno scivolare in terza posizione alle spalle dello stesso Hemmi e di Stenmark. Medaglia di bronzo che poi, di lì a qualche minuto, per l’azzurro diventa un amaro quarto posto quando Good, simile nella sciata ad Hemmi, resta alle spalle del compagno per 20 centesimi, nondimeno completando una clamorosa doppietta in casa Svizzera.

Immaginabile la gioia di Heini Hemmi, il piccoletto sbucato dal nulla, che bissando in bella copia quel che seppe fare quattro anni prima a Sapporo lo spagnolo Ochoa in slalom, beffa re Gustavo e si guadagna un posto nell’Olimpo. Neanche fosse facile…

EMILE ALLAIS, L’INNOVATORE DELLO SCI FRANCESE

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Emile Allais – da masques-de-ski.net

articolo di Nicola Pucci

Per raccontare di Emile Allais e di quel che ha rappresentato non solo in Francia ma nel consesso dello sci mondiale, abbisognerei di ben più dello spazio che queste pagine mi concederanno di dedicargli. Perchè se è stato un campione a tutto tondo, sulle piste innevate di mezzo mondo così come negli esercizi che ha intrapreso nel corso di una vita spentasi qualche mese oltre la soglia dei 100 anni, ha pure garantito che lo sci alpino assurgesse al rango di sport d’elite.

Emile nasce il 25 febbraio 1912 a Megeve, e se il luogo è ideale per intraprendere l’attività sciistica, è pur vero che ancora gli sport invernali sono materia sconosciuta, o quasi. E non solo alle alpi francesi. Fortuna vuole che lo zio, reduce di Russia, abbia con sè un paio di sci da utilizzare nel suo lavoro di guida alpina per i turisti: Emile scopre l’attrezzo e se ne innamora a tal punto da costruirsene lui stesso un paio con le proprie mani. Il dado è tratto e quegli arnesi, oggi in legno ma che nel tempo andranno incontro ad evoluzione epocale, non abbandoneranno più Allais. Che seppur bambino sa già quel che vuole.

Alla scoperta, gioco forza, deve però far seguito il momento in cui il fato incrocia i destini dell’uomo: e questi altri non è che Otto Lantschner, sciatore austriaco ingaggiato dal barone di Rotschild che a Megeve ha nel frattempo fatto edificare un albergo di lusso, che insegna al nostro giovane campione in erba la tecnica in curva. Ed Emile apprende tanto bene che diverrà, qualche anno dopo, l’atleta che contribuirà alla definitiva uscita di scena del telemark.

Nel 1933 presta servizio militare negli alpini, il che gli permette di continuare a sciare, rompendosi prima una gamba, poi l’altra nel corso di uno slalom, e nel 1934 è pronto a debuttare in una grande competizione internazionale, i Mondiali di St.Moritz, quarta edizione di una serie avviata nel 1931 a Murren, sempre in Svizzera, terminando però lontano dai migliori, 35esimo nella discesa vinta da David Zogg, 29esimo nello slalom trionfale di Franz Pfnur, 27esimo in combinata che premia ancora la costanza di rendimento di Zogg, secondo anche tra i pali stretti.

E’ una sorta di scotto al noviziato, quello imposto dalle leggi dello sport al giovane Allais, che migliora comunque velocemente affinando la tecnica e innovando la sciata. E già nell’appuntamento iridato dell’anno successivo, ancora a Murren, è gran protagonista, quando la pista Engetal-Schwendiboden è teatro dell’exploit in discesa libera del francese, secondo e medaglia d’argento alle spalle dell’austriaco Franz Zingerle che lo precede di 4 decimi. E’ un’edizione, quella del 1935, che al maschile sorride agli asburgici, che realizzano un en-plein di tre vittorie in tre prove, ed Emile, non appagato, sale sul secondo gradino del podio anche in combinata 96,38 punti contro i 96,63 di Anton Seelos.

Proprio Seelos introduce un nuovo modo di affrontare i pali, con il movimento rotatorio della parte alta del busto a sostituire la tecnica usata in quegli anni, quella degli sci a spazza-neve a condurre l’aggiramento in curva. E Allais porta alla massima espressione l’innovazione, con la sciata a sci paralleli, diventandone di fatto il pioniere nonchè il maestro più efficace: nasce con lui il metodo francese, nello specifico la curva Christiania. Ed ha modo di raccogliere frutti copiosi già ai Giochi di Garmisch del 1936, i primi in cui lo sci alpino è infine sport olimpico, salendo sul terzo gradino del podio nell’unica prova che assegna medaglie, la combinata, chiudendo con 94,69 punti alle spalle dei due tedeschi Franz Pfnur e Gustav “Guzzi” Lantschner. Sul podio stringe la mano ad Hitler, gioco forza, ma rifiuta di fare il saluto nazista e l’episodio, come tanti altri in una vita che lo vedrà pure impegnato nella resistenza francese, ne rafforzeranno il mito.

Il bello, però, deve ancora venire e Allais, l’anno dopo, nel corso dei Mondiali di Chamonix a cui si presenta con rivoluzionari e strettissimi fuseau infilati in basso nello scarpone e fermati con l’elastico, tocca l’apice della sua carriera. Il 13 febbraio demolisce la concorrenza in discesa libera vincendo la gara con l’abissale vantaggio di 13″ (!!!) sulla coppia composta dal connazionale Maurice Lafforgue e dall’azzurro Giacinto Sertorelli; due giorni dopo, 15 febbraio, bissa il trionfo in slalom battendo l’austriaco Wilhelm Walch e il germanico Roman Worndle, vittoria che gli garantisce il successo anche in combinata per una tripletta d’oro iridata mai più riuscita a nessuno (almeno fino all’introduzione delle prove di gigante e supergigante) e realizzata solo alle Olimpiadi da Toni Sailer nel 1956 a Cortina e da Jean-Claude Killy a Grenoble nel 1968.

Nel pieno della maturità atletica e tecnica, 26enne di bellissime speranze, ormai tramutate in meravigliosa realtà, Emile è protagonista anche l’anno dopo sulle nevi di Engelberg, in Svizzera, per un’edizione mondiale che se lo vede confermare il titolo in combinata, gli regala altre due medaglie d’argento, in discesa 2″ alle spalle di James Couttet e in slalom, nettamente battuto dalla classe del campione di casa Rudolf Rominger. Il che significa che negli ultimi due appuntamenti iridati ha colto sei medaglie in sei gare, 4 ori e 2 argenti. Bottino che lo eleggono a campionissimo del momento.

Il vento putrido della Seconda Guerra Mondiale ormai soffia sull’Europa e Allais, ricco di gloria e trofei, vede interrotta la striscia vincente di medaglie, complice anche un brutto infortunio alla caviglia. La carriera agonistica si arresta, definitivamente, per aprire la porta al dopo. Ed è un dopo altrettanto di successo, con Emile che si trasferisce di là dall’Atlantico adoperandosi alla nascita delle stazioni sciistiche di Squaw Valley in California e Portillo in Cile, l’una sede delle Olimpiadi del 1960, l’altra dei Mondiali del 1966. Poi, tanto altro ancora, sempre e comunque con il legame imprescindibile con il manto soffice della neve. Inseparabile compagna di vita. Fino all’ultimo giorno.