PASQUALE PASSARELLI, IL LOTTATORE ITALO-TEDESCO CHE DOMINO’ A LOS ANGELES 1984

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Pasquale Passarelli a Los Angeles 1984 – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Non si può proprio affermare che la Germania, paese storicamente all’avanguardia in materia sportiva (e non solo), abbia una gran tradizione di lottatori. Nella specialità libera i teutonici attendono ancora di mettersi al collo la prima medaglia d’oro olimpica, se è vero che la collezione vanta cinque argenti e quattro bronzi. Un po’ meglio le cose vanno in greco-romana, che oltre al successo giurassico di Carl Schumann, pure eccellente ginnasta, ad Atene 1896 e quelli ormai datati di Kurt Leucht e Jakob Brendel nei pesi gallo ad Amsterdam 1928 e Los Angeles 1932 fino al più recente di Maik Bullmann nei pesi medio-massimi a Barcellona 1992, colti in nome della Germania unita, e due vittorie battenti bandiera Germania Est con Rudolf Vesper nei pesi welter e Lothar Metz nei pesi medi, entrambi a Città del Messico nel 1968, hanno un solo titolo ai Giochi col simbolo della Germania Ovest. Quello a Los Angeles 1984 di Pasquale Passarelli, atleta neppure germanico purosangue tanto da esser nato a Gambatese, in provincia di Campobasso.

Ma a sei anni Pasquale, classe 1957, si trasferisce a Ludwigshafen sul Reno, assieme al resto della famiglia, tra cui i due fratelli Thomas (il maggiore dei tre, classe 1955, che sarà nove volte campione tedesco) e Claudio (il più giovane del lotto, classe 1965, che sarà a sua volta campione del mondo nel 1989 a Martigny nella categoria riservata ai -68 kg. battendo il francese Ghani Yalouz), ed è qui che si appassiona alla lotta, iniziando a gareggiare ad undici anni proprio sulle orme del fratello più grande. Il maestro Walter Gehring lo allena al KSG Ludwigshafen, ed ha modo di forgiarne non solo le indubbie qualità tecniche, ma pure il carattere, e i frutti, con il tempo, saranno copiosi.

In effetti Pasquale ottiene eccellenti risultati fin da giovanissimo, vincendo per due anni consecutivi, 1974 e 1975, due titoli tedeschi nella categoria di greco-romana riservata ai -57 kg, per poi, 20enne, nel 1977 giungere terzo ai Mondiali juniores di Las Vegas,  alle spalle del sovietico Vladimir Pivopapov e del polacco Jan Michalik, tracciando così la via di quelli che saranno poi i suoi successi a livello senior.

Dove esordisce in una grande manifestazione internazionale l’anno dopo, ai Mondiali di Città del Messico del 1978, che vedono Passarelli salire nuovamente sul terzo gradino del podio, preceduto dal sovietico Shamil Serikov e dallo yugoslavo Ivan Fergic, l’eterno piazzato della categoria, già secondo alle Olimpiadi di Montreal 1976 alle spalle del finlandese Pertti Ukkola e medagliato di bronzo pure alle rassegne iridate di Katowice 1974 e Goteborg 1977, che lo sconfiggono negli scontri diretti.

Un debutto così promettente non può però che accendere in Pasquale l’illusione di una Olimpiadi da disputarsi da protagonista, ed è su quell’appuntamento che il ragazzo molisano, ormai acquisita la cittadinanza della Germania Occidentale, punta l’obiettivo personale. Il che trova conforto nella stagione 1979, quando Passarelli se da un lato si vede costretto ad accontentarsi del quarto posto ai Mondiali di San Diego, buttato giù dal podio dal terzetto composto dal solito Serikov (che lo batte ancora), dal giapponese Kivamu Kasivagi e dall’azzurro Antonio Caltabiano, in precedenza era giunto altresì secondo agli Europei di Bucarest quando, ancora una volta, era stato costretto ad arrendersi alla legge del più forte, ovvero quel Serikov che diventa per lui una sorta di bestia nera. A cui, nondimeno, dà appuntamento per i Giochi di Mosca del 1980, seppur da disputarsi in casa del rivale.

Ma a Mosca 1980, ahimè, Passarelli non può prender parte, perché l’invasione sovietica dell’Afghanistan prima, l’irrevocabile decisione del presidente americano Jimmy Carter di boicottare l’evento a cinque cerchi poi, con conseguente “ammutinamento” anche delle potenze occidentali, Germania compresa, costano a Pasquale il sogno di poter competere per l’oro più prezioso. Rimandando le sue illusioni al quadriennio successivo.

Nel frattempo Serikov, liberato il campo da uno degli avversari più ostici, vince il titolo olimpico, ma nel 1981, agli Europei di Goteborg e ai Mondiali di Oslo, infine Passarelli riesce nell’impresa di battere tutti diventando il titolare sia del titolo continentale che di quello iridato, spezzando il sortilegio con il sovietico in Svezia e prendendosi invece la rivincita su Caltabiano in Norvegia.

Con il passaggio al KSV Wiesental, club di Norimberga, Pasquale, già eletto proprio nel 1981 quale lottatore dell’anno, diventa indiscutibilmente anche il numero 1 di Germania nella categoria riservata ai -57 kg., rigettando il tentativo di Rolf Krauss e Jurgen Lutterer di scalzarlo dal trono. E quindi, le energie, a questo punto, non possono che essere riservate a quello che diventa l’obiettivo primario della carriera di Passarelli, ovviamente far suo quel titolo olimpico che manca alla sua collezione di trionfi, non prima però aver colto l’argento agli Europei di Jonkoping dove, a causa di un infortunio alla spalla, è costretto al ritiro dovendo così rinunciare ad affrontare in finale un altro sovietico, Kamil Fatkulin.

L’Anaheim Convention Center di Los Angeles, nel 1984, ospita i 16 contendenti, tra i quali mancano, per il controboicottaggio imposto dall’Unione Sovietica in risposta a quel che accadde a Mosca 1980, tutti i paesi del blocco comunista. Senza Serikov e Fatkulin ad infastidirlo, Passarelli è l’indubbio favorito della prova, trovando nello stesso Caltabiano e nello svedese Benni Ljungbeck, bronzo quattro anni prima, gli avversari più accreditati, al pari del giapponese Masaki Eto che nel 1983 è stato consacrato campione del mondo a Kiev.

I lottatori sono distribuiti in due gruppi da otto, ma se nel girone A Caltabiano e Ljungbeck, che si affrontano nella prima giornata con la vittoria infine a premiare ai punti lo scandinavo, devono poi arrendersi a Masaki Eto che li atterra entrambi, nel girone B Passarelli completa un percorso netto, dominando nettamente ai punti il messicano Ernesto Bahena (13-0) e il dominicano Sergio Severino (16-2), per poi battere per passività il turco Mehmet Karadag e il rumeno Nicolae Zamfir e per manifesta superiorità il beniamino locale, Frank Femiano, andando a prendersi la finale olimpica.

Il 3 agosto 1984 Pasquale Passarelli è pronto all’appuntamento con la storia della lotta greco-romana, quale ultimo anello di una carriera di pregio. Masaki Eto è in effetti uno sfidante di tutto rispetto, campione del mondo in carica, ma dopo che il giapponese, nel tentativo di rimediare all’iniziale svantaggio, ha tenuto per 85 secondi il tedesco con una “presa a ponte” che pareva risolutiva senza però riuscire a schienarlo, infine Passarelli viene proclamato vincitore ai punti, 8-5, andando a cogliere quell’oro ai Giochi che inseguiva da sempre.

Qui si chiude la vicenda agonistica di Pasquale Passarelli, e se il campione, come talvolta accade, non lo sarà altrettanto fuori dai tappeti incappando in una sgradevole storia di contrabbando di denaro rubato, poco importa. La Germania Ovest, per la prima ed unica volta della sua storia, sale sul gradino più alto di un podio olimpico nella lotta greco-romana, ed è un exploit destinato agli annali… con tracce di tricolore bianco-rosso-verde.

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CARL WESTERGREN E IL RECORD DEI TRE ORI OLIMPICI NELLA LOTTA GRECO-ROMANA

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Westergren (il primo a sinistra) alle Olimpiadi di Anversa 1920 – da gettyimages.it

articolo di Nicola Pucci

Carl Westergen sta alla lotta greco-romana come, tanto per rimanere in casa Svezia, Ingemar Stenmark sta allo sci, oppure Bjorn Borg sta al tennis. Insomma, una leggenda, ancorchè non più vivente perchè stiamo trattando di un atleta che ha fatto la storia degli uomini forzuti negli ormai lontanissimi anni Venti. Con epilogo, altrettanto vincente, alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.

Westergren nasce a Malmoe il 13 ottobre 1895, e quando si allinea ai nastri di partenza dei Giochi di Anversa del 1920, i primi dopo la Grande Guerra, è praticamente sconosciuto al grande pubblico della lotta greco-romana, così come agli addetti ai lavori, non avendo ancora preso parte ad alcuna competizione internazionale. Carl ha scoperto la lotta a 16 anni, iscrivendosi al club GAK Enighet prima che i due fratelli maggiori lo convincessero ad accasarsi al club IK Sparta Malmoe che ne forgia il carattere irascibile e ne affina la tecnica, e in Belgio gareggia nella categoria dei pesi medi, privata per l’occasione del cecoslovacco Frantisek Korpiva che è stato campione del mondo nel 1913 e dodici mesi prima dell’evento a cinque cerchi ha colto il successo alla Coppa Inter-Alleati, ma ha scelto di scendere di categoria, tra i pesi leggeri. Lo svedese ha eletto il palcoscenico giusto per esplodere ai massimi livelli, ovvero l’Olympisch Stadion della città fiamminga, e qui rivela inattese doti di lottatore, sbaragliando la concorrenza. Schiena uno dopo l’altro l’olandese Eillebrecht, che resiste 5’16”, il lussemburghese Dechmann, che va giù dopo soli 3’25”, il belga Vanderleende, che regge coraggiosamente 8’14”, il finlandese Perttila, che è l’unico a venir sconfitto per verdetto dei giudici, infine all’atto decisivo ha la meglio dell’altro finnico Arthur Lindfors, che vende cara la pelle prima di arrendersi all’ennesima prodezza di Westergren che lo immobilizza definitivamente dopo 31’25” di lotta, è proprio il caso di dirlo, serrata.

Di colpo Westergren diventa un campione di levatura universale, e se ha modo di confermarsi ai campionati del mondo del 1922 a casa sua, a Stoccolma, dove vince la medaglia d’oro battendo in finale il norvegese Einar Petersen, a cui poi aggiungerà in seguito tre titoli europei nel 1925 a Milano (pesi leggeri), nel 1930 a Stoccolma e nel 1931 a Praga (in entrambi i casi nei pesi massimi), è la rassegna olimpica quella che regala celebrità e a quell’evento Westergren guarda con grande  interesse, puntando l’obiettivo al 1924 quando i Giochi sono in calendario a Parigi.

Al Velodrome d’hiver della capitale transalpina Westergren si presenta in qualità di campione olimpico, ma la difficoltà nel rimanere nei limiti dei peso lo costringono a dirottare le sue energie, così come le sue ambizioni di conferma della medaglia d’oro, alla categoria dei pesi medio-massimi, che vedono in lizza anche l’altro svedese di grande fama, quel Rudolf Svensson che è stato vice-campione del mondo nel 1921 e nel 1922, battuto in entrambe le occasioni da Edil Rosenquist che a Parigi gareggia però nei pesi massimi. Un sorteggio non certo benevolo mette i due connazionali uno di fronte all’altro già al primo incontro, e Westergren, che ha carattere da vendere tanto che ogni qualvolta scende in campo afferma “oggi mi sento forte e non vedo proprio chi possa battermi” e non pare affatto subire timori referenziali, fa valere la legge del più forte, schienando il rivale dopo soli 5’40” di combattimento. La vittoria è il chiaro segnale che “Calle“, nomignolo con cui è conosciuto nell’ambiente, ha tutte le carte in regola per arrivare fino in fondo, ed in effetti la sua marcia non conosce incertezze, se è vero che schiena il ceco Tazler, batte nettamente ai punti il danese Tetens e l’ungherese Varga, mette ancora giù il finlandese Wecksten e l’egiziano Moustafa, arrampicandosi nuovamente in finale. Dove, manco a dirlo, ritrova Svensson, che dopo l’iniziale sconfitta ha fatto a sua volta percorso netto, meritandosi la chance di una rivincita. Ed in effetti all’atto risolutivo il combattimento è ben più equilibrato, anche se poi i giudici assegnano a Westergren una vittoria ai punti netta che vale al campione di Malmoe la seconda medaglia d’oro olimpica.

Con il trionfo parigino Westergren, che ha pure preso parte al torneo di lotta libera terminando in sesta posizione, battuto in semifinale dall’americano John Spellmann e nell’incontro per il secondo posto dallo stesso Svensson, a sua volta incapace di superare in finale il lottatore statunitense, si è garantito l’immortalità, ma quattro anni dopo, ai Giochi di Amsterdam del 1928, va incontro ad una cocente delusione. Giunto all’appuntamento nei panni del favorito alla vittoria finale, Westergren incappa al primo incontro nel finlandese Onni Pellinen, già bronzo a Parigi, che gli tiene testa per poi vedersi assegnare il successo ai punti. “Calle” mal digerisce il verdetto dei giudici, sentendosi defraudato della vittoria, e seppur potendo continuare a competere per le medaglie visto che l’eliminazione è prevista solo dopo una seconda sconfitta, decide di abbandonare per protesta il torneo. Convinto la sera stessa, intorno ad un tavolo ricco di buon cibo, a ritornare sulla sua decisione, Westergren ci dà dentro, stramazzando al suolo, stavolta messo al tappeto non dagli avversari ma da qualche liquore di troppo!

Il sogno di un terzo oro alle Olimpiadi sembra tramontare per il campione svedese, ormai 33enne, ma la voglia di continuare a lottare in giro per il mondo è ancora intatta e Westergren, seppur l’anagrafe parrebbe penalizzarlo, dà appuntamento a Los Angeles 1932, quando, alle soglie dei 37 anni, rinnova la sfida olimpica. E lo fa con al collo due medaglie d’oro consecutive vinte ai campionati europei, appunto 1930 a Stoccolma e 1931 a Praga, ma ad onor del vero in California, al Grand Olympic Auditorium, la concorrenza non è poi così agguerrita, con soli cinque iscritti alla gara dei pesi massimi.

Già, perché a Los Angeles Westregren non solo si mette al collo, finalmente, la terza medaglia d’oro realizzando un exploit che nella lotta greco-romana riuscirà poi solo a Ivar Johansson, Aleksandr Medved e Aleksandr Karelin, ma lo fa nella terza classe di peso differente, competendo nel pesi massimi dopo aver trionfato nei pesi medi nel 1920 e nei pesi medio-massimi nel 1924. Il rivale più accreditato è il tedesco Georg Gehring, campione europeo nel 1926 e nel 1929, ed in effetti il teutonico lo batte nello scontro diretto, guadagnandosi il verdetto dei giudici, ma la successiva sconfitta con il cecoslovacco Josef Urban che infligge a Gehring cinque penalità, elimina definitivamente il tedesco, come impone il regolamento. Westergren può così tornare in corsa, armato di quella concentrazione da monaco tibetano che lo ha reso quasi imbattibile, abilissimo nel “leggere” la gara ed inventore dello spin laterale che spiazza l’avversario, e dopo aver schienato l’austriaco Hirschl, batte proprio Urban nettamente ai punti all’atto decisivo, meritandosi così la terza medaglia d’oro della sua collezione olimpica.

E’ il canto del cigno, per Carl Westergren. Che l’anno dopo saluterà l’attività agonistica con un’ultima medaglia di bronzo agli Europei di Helsinki, per poi dedicarsi all’attività che più di ogni altra gli dà soddisfazione, l’allevamento di piccioni. Ma il mondo della lotta non si dimentica di lui, e nel 2005 lo celebra tra gli eroi più grandi di sempre introducendolo nella International Wrestling Hall of Fame. E per un tipo che ha fatto la storia della lotta, mi pare proprio che sia giusto così.

A SYDNEY 2000 NASCE IL MITO DI ARTUR TAYMAZOV

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Artur Taymazov – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

Se le Olimpiadi di Sydney del 2000 segnano il canto del cigno del russo Aleksandr Karelin, che nella categoria riservata ai lottatori di greco-romana oltre i 130 kg. coglie l’argento battuto dall’americano Rulon Gardner dopo tre ori consecutivi, allo stesso modo annunciano al pianeta degli uomini forzuti il talento dell’uzbeko Artur Taymazov, pure lui oltre i 130 kg. seppur nella lotta libera, che sale per la prima volta sul podio, secondo, quando poi nelle tre edizioni successive sarà a sua volta tre volte campione olimpico, aggiundendovi pure due titoli iridati a New York nel 2003 e a Guangzhou nel 2006.

21enne nato a Vladikavkaz, in Russia, ma da poco naturalizzato uzbeko, Taymazov, che è fratello di quel Tymur che alle Olimpiadi di Atlanta 1996 ha colto l’oro nei massimi del sollevamento pesi, si presenta ai Giochi per competere in una categoria che non ha un dominatore assoluto, dopo l’uscita di scena del leggendario Bruce Baumgartner. Pertanto la corsa alle medaglie è aperta a numerosi concorrenti, tra questi l’americano Kerry McCoy, il bielorusso Aleksey Medvedev che fu secondo ad Atlanta alle spalle del turco Mahmut Demir, e il russo David Musulbes.

Taymazov, che ha cominciato 11enne a competere e che nel 1998 è stato campione del mondo giovanile nella categoria riservata ai -95 kg. battendo bandiera russa, è inserito nel gruppo 3, dove ottiene due facili successi con l’ungherese Gombos e il turco Polatci, accedendo così al tabellone ad eliminazione diretta che promuoverà i migliori quattro alle semifinali incrociate. Proprio ai quarti di finale l’uzbeko si trova ad affrontare Mc Coy, ed è una sfida “lottata” fino all’ultima stilla di energia, con un responso che lascia spazio alle contestazioni. Infatti, il primo verdetto assegna la vittoria ai punti, di un soffio, a Taymazov, 8-7, ma il reclamo americano obbliga i giudici a rivedere la sfida al replay, con due punti aggiuntivi allo statunitense, che andrebbe sul 9-8, ma anche tre in più per l’uzbeko che infine si impone 11-9 accedendo alle semifinali. Tra i due la rivalità rimarrà accesa, e tre anni dopo, proprio alla rassegna iridata newyorchese, saranno nuovamente avversari, in finale, e sempre risolta con il successo dell’uzbeko.

In semifinale Taymazov atterra il cubano Alexis Rodriguez dopo soli 37″ e vola in finale a contendere la medaglia d’oro al russo Musulbes, a sua volta facile vincitore dell’iraniano Jadidi. All’atto decisivo Musulbes, 28 anni, che fu medaglia di bronzo ai Mondiali di Krasnoyarsk nel 1997, fa valere una maggiore esperienza e si impone con il punteggio di 5-2, mettendosi al collo la medaglia d’oro.

Artur Taymazov si deve così accontentare di salire sul secondo gradino del podio… ma saprà riscattarsi in seguito, la sua carriera olimpica è solo agli inizi.

 

GIOVANNI GOZZI, LA RIVINCITA D’ORO A LOS ANGELES 1932

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Giovanni Gozzi – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Già medaglia di bronzo quattro anni prima ad Amsterdam nel 1928 (ed eliminato al debutto a Parigi nel 1924), il milanese con radici mantovane Giovanni Gozzi si presenta alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 con l’intenzione di far meglio, impegnato nella categoria dei pesi piuma (-62 kg.) nella competizione di lotta greco-romana.

Il Grand Olympic Auditorium, che ha una capienza di oltre 15.000 spettatori ed accoglie pure le prove di sollevamento pesi e pugilato, è teatro delle sfide di lotta dal 4 al 7 agosto, e Gozzi, seppur limitato da una costola incrinata durante un allenamento nell’interminabile viaggio sulla Conte Biancamano, la nave che porta gli atleti dall’Italia a New York per poi proseguire in treno fino a Los Angeles, è tra i favoriti alla vittoria finale, al pari del tedesco Wolfgang Ehrl, solo ventenne ma già competitivo ai massimi livelli, e del finlandese Lauri Koskela.

Gozzi batte per schienata al primo turno proprio Koskela, in soli 58″, per poi approfittare del forfait del danese Schack al secondo turno. Il sistema di conteggio non è proprio ottimale, oseremmo dire addirittura cervellotico, se è vero che un atleta viene definitivamente eliminato al raggiungimento di cinque punti di penalità, pertanto chi ha già perso al debutto può comunque continuare la sua corsa nel torneo.

Succede così che Gozzi, dopo aver battuto anche il giapponese Kase per schienata al terzo turno, stavolta faticando per 16’20”, rimane in corsa alle semifinali proprio con il tedesco Ehrl, il finlandese Koskela e il cecoslovacco Maudr, che fu argento ad Amsterdam. Ehrl batte Gozzi ai punti ma è l’italiano a sommare meno penalità conquistando così la medaglia d’oro, con il tedesco che batte anche Koskela, ma riuscendoci solo ai punti aggiunge altre penalità a quelle già a suo carico, terminando così alle spalle dell’italiano, nonostante non abbia mai conosciuto l’onta della sconfitta in cinque combattimenti. Koskela batte a sua volta Maudr ai punti ma pure lui chiude con troppe penalità in più rispetto a Gozzi, ed è fuori dai giochi per la medaglia d’oro.

Gozzi è campione olimpico, con Ehrl che si mette al collo una beffarda medaglia d’argento rimanendo imbattuto e sconfiggendo all’ultimo atto Koskela ai punti, che sale sul terzo gradino del podio.

Gozzi, che ha quasi 30 anni, non parteciperà mai ai campionati del mondo di lotta, ma agli Europei collezionerà tre medaglie: argento nel 1925 a Milano battuto dall’ungherese Armand Magyar e oro nel 1927 a Budapest battendo in finale l’estone Eduard Putsep nella categoria dei pesi gallo (-58 kg.), bronzo nel 1934 a Roma nei pesi piuma alle spalle del leggendario finlandese Kustaa Pihlajamaki e dell’ungherese Ferenc Toth. Aggiungete otto titoli italiani, insomma, mica un lottatore qualsiasi

 

IGNAZIO FABRA, IL LOTTATORE SORDOMUTO CHE SALI’ SUL PODIO OLIMPICO

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Ignazio Fabra – da accademiascuderipalermo.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

La lotta ha sempre riservato soddisfazioni all’Italia in sede olimpica. Senza dover scomodare Frank Chamizo, cubano naturalizzato azzurro che fu medaglia di bronzo nei pesi leggeri all’ultima edizione dei Giochi di Rio de Janeiro nel 2016, possiamo menzionare Claudio Pollio, oro a Mosca nel 1980 sempre nella lotta libera, e le altre sei vittorie nella lotta greco-romana, ancor più favorevole ai nostri colori: dal pioniere Enrico Porro, che si impose nei pesi leggeri a Londra nel 1908, al milanese Giovanni Gozzi, sul gradino più alto del podio nei pesi piuma a Los Angeles nel 1932, dal piccolo colosso Pietro Lombardi, trionfatore nei pesi mosca a Londra nel 1948, alla doppietta nei pesi mosca leggeri di “Pollicino” Vincenzo Maenza, 1984 a Los Angeles e 1988 a Seul, per finire con il più contemporaneo Andrea Minguzzi, il migliore a Pechino nel 2008 nei pesi medi. Se a queste sette perle aggiungiamo quattro argenti e dieci bronzi, è certificato che la specialità che rimanda al mito di Milone è tra le più gettonate in casa Italia quando si parla di Olimpiadi. Ed un contributo sostanziale a questa messe di ottimi risultati è stato garantito anche da Ignazio Fabra.

Che nasce il 25 aprile 1930 a Palermo, sordomuto, per meritarsi in carriera il prestigioso riconoscimento di due medaglie d’argento olimpiche nella lotta greco-romana: ad Helsinki 1952 ed a Melbourne 1956, in entrambi i casi della categoria pesi mosca.

Avviato all’attività di lottatore dallo zio, Nino Calvaruso, che conduce il ragazzo, uno dei nove fratelli e sorelle di una famiglia numerosa, presso l’Accademia Pandolfini affidandolo alle cure del Maestro, quel Vincenzo Scuderi che in seguito avrebbe fondato la Polisportiva che è intitolata al suo nome, Fabra si disimpegna egregiamente alternando la greco-romana allo stile libero e diviene subito un protagonista della disciplina. Nonostante l’handicap che lo limita fin dal giorno in cui vide la luce, vince il suo primo titolo assoluto non ancora ventenne nel 1950 a Pavia, replicando poi l’anno dopo a Cagliari e affermandosi, nello stesso anno 1951, ai Giochi del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Ma quel che stuzzica l’appetito sportivo del lottatore siciliano è ovviamente l’appuntamento olimpico di Helsinki 1952. La sua categoria è quella dei mosca, in cui l’Italia può vantare il campione in carica Pietro Lombardi. Il direttore tecnico della Nazionale, Luigi Cardinale, punta però sull’ambizione a cinque cerchi del campioncino più giovane, dirottando Lombardi fra i pesi gallo (terminerà ottavo), e verrà ripagato con una meritatissima e prestigiosa presenza sul podio.

Fabra debutta vincendo con il francese Faure, per poi schienare l’egiziano Famzy e battere nell’ordine il rumeno Pirvulescu e lo svedese Johansson. Al turno finale Fabra sconfigge nettamente il finlandese Honkala, prima di venire a sua volta superato dal sovietico Boris Gurevich in una finale drammatica in cui l’azzurro male interpreta un segnale dei suoi tecnici Cardinale e Quaglia, va all’attacco e provoca la reazione dell’avversario che lo pone in ponte guadagnando in questo modo quel punto che gli regala la vittoria.

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Fabra sul secondo gradino del podio alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 – da verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Fabra è però oramai ai vertici del mondo. Continua ad essere protagonista in patria (a fine carriera vanterà 10 titoli tricolori, di cui 7 in greco-romana e 3 in libera gareggiando inizialmente per i Vigili del Fuoco Caramanna di Palermo ed a fine carriera per l’Italsider, la casa di tanti lottatori) ed all’estero. Nel 1955, ai Campionati Mondiali di Karlsruhe in Germania, batte sei avversari di fila di cui 5 per atterramento e compie un’impresa mai ripetuta dal suoi pur bravi successori in azzurro, quella di conquistare il titolo iridato contro il sovietico Nail Garayev.

A questo punto è giunta l’ora di rinnovare la sfida olimpica, e l’anno dopo, 1956, a Melbourne, Fabra è il grande favorito nella corsa al titolo. Supera i turni eliminatori che lo vedono opposto al turco Egribas, all’americano Wilson, all’ungherese Baranya ed ancora Pirvulescu. Ma il girone finale gli è fatale, complice anche una distorsione al ginocchio, giungendo secondo alle spalle del sovietico Nikolay Solovyov che lo schiena, dopo aver superato ancora Egribas, con lo stesso risultato di 2-1 con cui si era imposto al primo turno.

Fabra sarà in gara anche a Roma nel 1960, chiudendo in quinta posizione nella gara infine vinta da quel Dumitru Pirvulescu tante volte suo indomabile rivale, per poi conquistare altre due medaglie d’argento iridate, a Toledo negli Stati Uniti nel 1962 battuto dal sovietico Sergey Rybalko e ad Helsingborg in Svezia nel 1963 sconfitto stavolta dallo yugoslavo Borivoje Vukov, per chiudere poi alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 ai piedi del podio, quarto alle spalle dell’immancabile Pirvulescu che gli soffia la medaglia di bronzo.

Sul piano tecnico fu un geniale innovatore, esprimendosi sempre con gesti di inimitabile spettacolarità e stilisticamente assolutamente all’avanguardia; dal punto di vista tattico il suo unico credo era l’attacco continuo e senza calcoli, sempre battagliero sia che fosse in vantaggio che in svantaggio: gli è mancato solo l’alloro ai Giochi, ma due argenti lo elevano al rango di campione.

BRUCE BAUMGARTNER, IL SUPERMASSIMO D’ORO DELLA LOTTA MONDIALE

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Bruce Baumgartner alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 – da dailydsports.com

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un atleta che forse più di ogni altro rimanda all’idea del lottatore olimpico, così come tramandato dall’antica Grecia, quello è senza dubbio Bruce Baumgartner.

Stiamo in effetti parlando di un autentico fuoriclasse della disciplina, capace di dominare in patria così come a spasso per il pianeta gareggiando nella categoria dei “giganti“, ovvero quella dei supermassimi riservata ad atleti il cui peso sia compreso tra 100 e 130 kg., che lo vide debuttare ai massimi livelli con il bronzo conquistato ai Mondiali di Kiev del 1983, preceduto dal sovietico Salman Khasimikov e dal polacco Adam Sandurski.

Avvantaggiato dal boicottaggio proprio del blocco sovietico, Baumgartner, cresciuto agonisticamente alla Manchester Regional High School, prende parte alla sua prima Olimpiade nel 1984 a Los Angeles dopo aver dovuto, gioco forza, rinunciare alla kermesse di Mosca 1980, ed è già medaglia d’oro, dominando una competizione che lo vede schienare il rumeno Andrei e il turco Taskin per poi battere in finale ai punti, 10-2, il canadese Robert Molle, salendo così sul gradino più alto del podio nell’edizione casalinga dei Giochi.

La sfida a cinque cerchi si rinnova quattro anni dopo a Seul 1988, ma stavolta l’americano trova a sbarrargli la strada verso la doppietta olimpica il sovietico David Gobedjichvili, che lo batte all’atto decisivo 3-1 prendendosi la rivincita della sconfitta subita ai Mondiali di Budapest del 1986.

Nato ad Haledon, nel New Jersey, il 2 novembre 1960, Baumgartner, quando si presenta alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, ha nel suo palmares già sei medaglie mondiali (saranno nove a fine carriera, di cui ben tre d’oro), anche se nelle ultime due edizioni iridate a cui ha partecipato, nel 1990 a Tokyo e nel 1991 a Varna, ha dovuto cedere il passo ancora una volta al rivale sovietico nel primo caso ed è giunto solo settimo nel secondo caso. Ma a Barcellona è l’ora di consumare la sua vendetta con il grande rivale con cui si spartisce la scena (e i titoli) da anni.

Baumgartner è inserito nello stesso gruppo di Gobedjichvili, con cui si incrocia per la diciassettesima volta in carriera (10-6 gli scontri diretti a favore dell’americano) dopo aver battuto il bulguro Barbutov e l’ungherese Gombos, e stavolta vince grazie ad una presa decisiva a pochi secondi dal termine, incasellando la vittoria per 3-0. I successi poi con il cinese Chung Huang e il tedesco Schroder, che fu bronzo a Seul ed è campione del mondo in carica, gli valgono il primo posto nella classifica del girone e quindi l’accesso alla finale per il primo posto, dove trova come avversario il canadese Jeffrey Thue.

Il confronto non ha storia, troppo netta la superiorità del campione americano che si impone con il punteggio di 8-0 che lo riporta sul trono d’Olimpia a distanza di otto anni e lo elegge tra i più grandi lottatori di ogni epoca.

Non è finita qui perché Baumgartner, seppur 36enne ma fresco di altri due titoli iridati conquistati nel 1993 a Toronto con l’ucraino Valiyev e nel 1995 ad Atlanta con il tedesco Thiele, completa il suo percorso ai Giochi proprio nell’appuntamento di Atlanta 1996, dove è portabandiera per gli Stati Uniti. Il tris d’oro pare un sogno realizzabile ma infine Bruce coglie solo il bronzo, sua quarta medaglia olimpica in altrettante partecipazioni, pagando dazio ad uno sconfitta al secondo turno con il russo Andrey Shumilin che lo relega alla sfida per la medaglia di bronzo in cui l’americano, proprio con Shumilin, si impone per decisione della giuria dopo il risultato di parità, 1-1, a termine del tempo supplementare.

Bruce Baumgartner chiude qui, ricco di onori, trofei e medaglie, e dal tappeto entra di diritto nella leggenda dei giganti della lotta.

LA LOTTA D’ORO DI ENRICO PORRO A LONDRA 1908

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Enrico Porro – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Alle Olimpiadi di Londra del 1908 la lotta greco-romana riserva una piacevole sorpresa ai colori italiani, grazie all’impresa di Enrico Porro.

Nato a Lodi, classe 1885, dopo aver lavorato come mozzo sui bastimenti tra l’Italia e il Sudamerica, ventitreenne, partecipa alla competizione olimpica nella categoria pesi leggeri, fino ai 66 chilogrammi, lui, alto poco più di un metro e mezzo, ma dalla forza leonina. Porro si allena in una palestra milanese nel rione di Porta Ticinese, nota per il singolare nome di “Paviment de giass” per l’abilità dei lottatori che qui sono così veloci nel mettere a terra gli avversari che, appunto, sembra di combattere sul ghiaccio. E tra queste mura il ragazzotto lodigiano, irrequieto, irascibile e particolarmente incline alla rissa, impara perfettamente il mestiere.

Inabile alle Olimpiadi di St.Louis del 1904 per dover adempiere agli obblighi di leva, nella capitale britannica, dopo aver usufruito di un bye al primo turno, Porro trova sulla sua strada il temibile ungherese Teger, compagno d’allenamenti, che gli rende la vita difficile con una condotta di gara remissiva e che l’italiano batte solo ai punti. L’incontro successivo, con lo svedese Malmstrom campione d’Europa, è altrettanto impegnativo ed ancora una volta la decisione avviene ai punti, mentre in semifinale, al cospetto dell’altro scandinavo Persson, infine Porro riesce ad imporsi per schienata.

Porro paga dazio alla statura al cospetto di avversari più prestanti di lui, ma ci mette coraggio e grinta, e la cosa gli procura il sostegno del pubblico londinese, che lo sostiene nell’ultimo, decisivo incontro con il russo Nikolay Orlov, che lo sovrasta fisicamente, e con il quale dà vita ad una sfida infinita. Si combatte per tre, lunghe riprese, le prime due per i previsti 15 minuti ed una supplementare di 20 minuti, ed infine Porro vince meritatamente ai punti, mettendosi al collo la medaglia d’oro per poi venir premiato dalla regina Alessandra di Danimarca, che il giorno prima ha riservato lo stesso onore a Dorando Pietri, eroe sforuntato della maratona.

Porro diventa una leggenda. Torna in Italia tra gli onori, accolto anche dal re Vittorio Emanuele che lo premia a sua volta con una medaglia, e per anni continuerà a gareggiare, anche se non potrà partecipare alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912, fermato da un infortunio ad una mano causato da un corto circuito. Dopo l’interruzione per il primo conflitto bellico, tornerà in corsa, seppur senza ottenere risultati, alle Olimpiadi di Anversa del 1920, dove verrà schienato dal belga Boumans, e a quelle di Parigi del 1924, sconfitto ai punti sia dal francese Capron che dallo svedese Malmberg.

Ma Londra 1908 è sua e quel successo, che si aggiunge a numerosi titoli italiani, sempiterno, lo rende immortale.

ISTVAN KOZMA, IL CICLOPE DELLA LOTTA UNGHERESE

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Istvan Kozma – da birkozoszov.hu

articolo di Nicola Pucci

La lotta, libera o greco-romana che sia, è una di quelle discipline con poca visibilità che assurge agli onori della cronaca solo in era olimpica, per poi tornare nel limbo per il quadriennio successivo. Nondimeno, proprio ai Giochi illustra campioni che ne fanno la storia e che poi magari nell’immaginario collettivo rimandano all’epica, quando si pensava al lottatore come ad un qualcosa di molto simile ad un ciclope. Almeno quando ci si avventura in categorie di peso che avvicinano i cento chili.

Istvan Kozma, ad esempio. Che qui da noi nessuno o quasi conosce, ma se vi spostate oltre cortina, dalle parti di Budapest, in Ungheria, è una sorta di semi-dio, ammantato di un alone di leggenda. Anche perché, sventurato ragazzo, alle imprese sui tappeti di mezzo mondo ha sommato, ahimé, un tragico destino.

Kozma nasce a Budapest, il 27 novembre 1939, quando nella capitale magiara già spirano venti di guerra e l’invasione tedesca è prossima. Il piccolo Istvan, che poi tanto piccolo non è, cresce nelle difficoltà oggettive del momento, ma lo sport è valvola di sfogo per questo corpo che si sviluppa precocemente e ben presto raggiunge i 198 centimetri, che lo dirottano verso la pallacanestro.

Il canestro rimane tuttavia una fase transitoria, perché appena Istvan viene a conoscenza delle prodezze di Lajos Keresztes, che fu argento a Parigi nel 1924 e medaglia d’oro ad Amsterdam nel 1928 nella categoria pesi leggeri della lotta greco-romana, e che diventa il suo allenatore al circolo del Vasas, il cambio sportivo è inevitabile. Anche perché il peso che rasenta i 145 chilogrammi può agevolarlo nel mettere al tappeto gli avversari.

Curiosamente, il ciclope è buono ed ha l’animo sensibile. E’ ben voluto dagli stessi avversari che comincia ad atterrare con frequenza fin dal debutto in una grande kermesse internazionale, proprio alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove batte l’azzurro Adelmo Bulgarelli ed è infine quarto, ai piedi di un podio occupato dal sovietico Bogdan, dal tedesco Dietrich e dal cecoslovacco Kubat. Tutti loro sono i principali protagonisti di quegli anni nella categoria dei pesi massimi, oltre i 97 chilogrammi, ma ben presto dovranno fare i conti con Kozma, che pur così pesante è lottatore agile e veloce e fa eccellente uso delle braccia lunghe per stringere chi si trova davanti in morse risolutive.

I Giochi romani sono solo l’abbrivio di una carriera monumentale. Se si trova inizialmente a dover cedere il passo ad atleti più navigati di lui, soprattutto il tedesco Wilfried Dietrich che vanta un curriculum di cinque medaglia olimpiche tra Melbourne 1956 e Città del Messico 1968 e che lo batte spesso, prende le misure agli avversari già ai Mondiali di Yokohama del 1961, dove è terzo alle spalle di Bogdan e del turco Kaplan, per poi cominciare l’anno successivo a Toledo, negli Stati Uniti, la collezione di medaglia d’oro battendo in finale l’altro sovietico di grido, Anatoly Roshchin, con cui darà vita a sfide epocali.

Ad esempio alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, dove Kozma si presenta sull’onda lunga di un deludente quinto posto ai Mondiali di Helsingborg dell’anno prima, e con i dubbi prodotti da un grave infortunio al ginocchio che ne ha messo a rischio la presenza ai Giochi. Ma Istvan, che oltre ai chili ha in abbondanza anche voglia di ridere e scherzare, riesce a recuperare in tempo per l’appuntamento a cinque cerchi e sbaraglia la concorrenza, battendo nel corso del torneo olimpico gli stessi Dietrich e Kaplan, per pareggiare invece con Roshchin, campione del mondo a Toledo, che deve accontentarsi della medaglia d’argento a chiusura di una sfida difensiva dell’ungherse. Kozma è campione olimpico e seppur non ancora 25enne, è già nella storia della lotta. A conferma del suo humor, la mattina seguente si presenta in camera dal rivale: “ecco, la medaglia d’oro è tua, i giudici si sono incasinati!“.

Il quadriennio che segue lo vede trionfare ai Mondiali di Toledeo del 1966 e a quelli di Nuova Dehli del 1967, battendo quel Nikolay Shmachov che a sua volta lo aveva sconfitto nell’edizione di Tampere del 1965, e l’immancabile Roshchin, conquistando anche il titolo europeo a Minsk nel 1967, sempre in finale con Shmachov, a cui può aggiungere i due argenti del 1966 e del 1968.

Proprio nel 1968 Kozma giunge a completamento della sua parabola agonistica. Sconfitto a sorpresa nella kermesse continentale di Vaesteras, in Svezia, dal cecoslovacco Petr Kment, atleta che non dovrebbe fargli neppure il solletico, dà appuntamento all’altro capo del mondo, a Città del Messico, per difendere il titolo olimpico conquistato a Tokyo. Ed ancora una volta il ciclope di Budapest non tradisce le attese, seppur stavolta sia reduce da un intervento chiurugico ad un pollice rimasto schiacciato tra le portiere di un autobus.

Chi c’è sulla strada del magiaro? Ovviamente Roshchin, che vorrebbe tanto mettersi al collo la medaglia d’oro per dar lustro alla sua carriera, ma Kozma non ne vuol proprio sapere. Convive ormai da tempo con dolori cronici alle ginocchia, ma niente lo può fermare, neppure una penalità nei primi minuti di un combattimento, che come esattamente quattro anni prima si chiude in parità e per la seconda volta regala a Kozma la medaglia d’oro. Primo ed unico lottatore di greco-romana della storia a bissare il titolo olimpico nella categoria del pesi massimi.

Ci sarebbe una rivincita ancora, per Roshchin, a Monaco 1972. E in Germania il sovietico infine sarà oro, nella neonata categoria dei supermassimi a cui Kozma avrebbe avuto diritto se la sventura non si fosse abbattuta sul gigantesco lottatore ungherse. E’ primavera del 1970 quando alla guida della sua auto trova l’impatto con un autobus lungo le strade della sua città. Quel corpo che pareva invincibile, combatte per cinque giorni la sua sfida più difficile, quella personale con la morte. Fino a quando, il 9 aprile, il cuore smette di battere e il sorriso di Kozma, il ciclope buono, si spenge. Per sempre.

VINCENZO MAENZA, UN POLLICINO NELLA HALL OF FAME

MAENZA
Vincenzo Maenza a Los Angeles 1984 – da medicinasportonline.eu

articolo di Massimo Bencivenga

Ci sono atleti che vediamo una volta ogni quattro anni. Sono i Pellielo, i Campriani, le Vanessa Ferrari e le Jessica Rossi. In parte anche gente come Tania Cagnotto; in parte perché la tuffatrice ha saputo ritagliarsi spazi anche negli anni tra i cinque cerchi.

E sono quegli atleti che, benché molto meno pagati di altri nostri rappresentanti, spesso fanno sventolare il nostro tricolore più in alto degli altri. E in qualche caso fanno anche sentire anche due volte l’inno di Mameli. Come nel caso di Vincenzo Maenza, detto Pollicino.

Pollicino per le sue dimensioni, ma un vero gigante dell’Italia olimpica dal momento che è uno dei pochi ad essere riuscito a bissare l’oro olimpico. In una disciplina, per giunta, come la lotta greco-romana, che rappresenta forse il retaggio più moderno delle vestigia olimpiche del tempo che furono, quando, si dice, anche Pitagora vinse una medaglia nel pugilato.

Una disciplina che sembra astrusa allo spettatore casuale, ma che, accanto a una certa componente muscolare, richiede nondimeno abilità tecniche e una certa intelligenza tattica. E’ anche una disciplina nella quale ci può essere la fine dell’incontro per “manifesta inferiorità“.

Romagnolo di Imola, ma di sangue meridionale, Maenza entrò in palestra per irrobustirsi un po’ e non ne uscì più. Era piccolo, ma del resto ci sono le categorie di peso, ma il talento s’intravide subito. A 16 anni, nel 1978 debuttò in nazionale. E fu settimo a Mosca 1980.

La vittoria alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 non arrivò come un fulmine a ciel sereno. Il nostro Pollicino, che gareggiava nella categoria 48 Kg, aveva già vinto i mondiali nel 1982. E’ stato favorito dall’assenza degli atleti del blocco d’Oltrecortina. Anche questo venne detto all’epoca. Ma a Seoul c’erano ed eccome. E fu proprio contro un polacco, Andrzej Glab, che bissò il successo.

Ricordo bene quel giorno e quelle Olimpiadi, funestate dal doping di Ben Johnson, ma impreziosite dalle performance di Matt Biondi e di un altro che meriterebbe maggiore ribalta: Greg Louganis. Il tuffatore statunitense dal cognome greco, ma con geni samoani e svedesi nel cromosoma, vinse la gara dal trampolino nello stesso giorno di Menza, anche lui bissando l’oro californiano.

Un altro atleta dell’Est si frappose tra lui e la terza medaglia d’oro a Barcellona 1992. L’ucraino (ex sovietico) Oleg Kucherenko. L’ucraino si dimostra scaltro al limite della scorrettezza. Nel momento in cui l’italiano allunga la mano per dare il via alle ostilità, un gesto sportivo a tutte le latitudini, Kucherenko non trova di meglio che approfittarne e schienare Maenza.

Quell’inizio rovinoso non verrà più recuperato anche per via della tattica (vi ricordate che sopra ho detto che la lotta greco-romana è molto tattica?) sparagnina, catenacciara e piena di melina dell’ucraino. Alla fine fu argento per Vincenzo “Pollicino” Maenza.

Ma quanti azzurri possono vantare un palmares (solo olimpico) comprendente due ori e un argento? Una grandezza pienamente riconosciuta a livello mondiale.

Vincenzo Maenza, nel 2005, è stato introdotto nella Hall of Fame della Federazione Internazionale di Lotta.

ALEKSANDR KARELIN, L’ORSO SIBERIANO CHE A SIDNEY MANCO’ L’INGRESSO NEL PANTHEON OLIMPICO

KARELIN
Aleksandr Karelin alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – da cleveland.com

articolo di Massimo Bencivenga

Ricordate la portabandiera italiana alle Olimpiadi di Londra di quattro anni fa? Era Valentina Vezzali, in corsa per arrivare, con quattro ori, laddove s’erano issati solo Carl Lewis e Al Oerter. Pompammo un po’ tutti la cosa che alla fine era impossibile individuare il gufo che la fece perdere. Forse quattro ori avrebbe potuto portarli a casa il grande Felix Savon, se Cuba non avesse boicottato i giochi di Seul 1988. Savon vinse nel 2000 il terzo oro nel pugilato dando una lezione a un americano di cui onestamente non ricordo né mi va di cercarlo. Fatto sta che, fossi stato uno dei giudici, avrei sospeso il match per “Manifesta Inferiorità“. Proprio così: in maiuscolo. Già, perché ci crediate o meno, ci sono delle discipline che prevedono la sospensione per manifesta inferiorità.

Tra queste c’è la lotta greco-romana, che non di rado ha anche dato, negli anni addietro, qualche bella soddisfazione agli atleti dello stivale. Chi non ricorda “Pollicino Vincenzo Maenza?

Bene, ritornando ai quattro ori, chissà chi gufò contro l’orso a Sydney 2000? Perché a Sydney, Aleksandr Aleksandrovich Karelin, conosciuto in patria come “L’orso russo“, “Alessandro il Grande” e “L’esperimentofallì l’impresa con la Storia. Anche lui mancò il quarto oro dopo quelli di Seul, Barcellona e Atlanta. Di più, l’incontro di finale con l’americano Rulon Gardner che avrebbe dovuto proiettarlo nell’Olimpo dei grandissimi (in realtà c’è lo stesso in quel consesso) fu l’unico incontro perso dal 1987. Insomma, come potete ben capire, per successi e durata del dominio, stiamo parlando di uno straordinario. Così straordinario che per anni è stato corteggiato dai manager delle altre discipline da combattimento, marziali e non. Il non marziale è essenzialmente dovuto al corteggiamento delle organizzazioni di wrestling.

Oltre agli ori olimpici seppe inanellare qualcosa come 9 campionati mondiali e 12 europei. Era grosso sì, ma in possesso anche di un’ottima tecnica di base, al punto che ancora si parla della “Karelin Lif” (Reverse Body Lift), il ribaltamento dell’avversario. Ma né il fisico (erano grossi anche gli altri) né la tecnica avrebbero potuto garantire il suo impressionante score. Al fisico e alla tecnica Karelin aggiungeva una concentrazione feroce in gara e allenamenti massacranti; a riprova, una volta di più, che il talento è nulla senza il sudore.

La ricordo quella gara persa con Gardner. E ricordo che, benché convinto che avrebbe potuto ribaltare la contesa, – perse di misura cosa credete?- per la prima volta ebbi l’impressione che fosse svuotato mentalmente; per la prima volta non vidi nei suoi occhi il lampo ferino del predatore.

Che poi, un combattimento-esibizione, ma neanche poi tanto, Karelin lo fece: contro Akira Maeda. Karelin sconfisse il leggendario wrestler giapponese.

Perché la classe non è acqua, e neanche quella gli faceva difetto.