IGNAZIO FABRA, IL LOTTATORE SORDOMUTO CHE SALI’ SUL PODIO OLIMPICO

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Ignazio Fabra – da accademiascuderipalermo.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

La lotta ha sempre riservato soddisfazioni all’Italia in sede olimpica. Senza dover scomodare Frank Chamizo, cubano naturalizzato azzurro che fu medaglia di bronzo nei pesi leggeri all’ultima edizione dei Giochi di Rio de Janeiro nel 2016, possiamo menzionare Claudio Pollio, oro a Mosca nel 1980 sempre nella lotta libera, e le altre sei vittorie nella lotta greco-romana, ancor più favorevole ai nostri colori: dal pioniere Enrico Porro, che si impose nei pesi leggeri a Londra nel 1908, al milanese Giovanni Gozzi, sul gradino più alto del podio nei pesi piuma a Los Angeles nel 1932, dal piccolo colosso Pietro Lombardi, trionfatore nei pesi mosca a Londra nel 1948, alla doppietta nei pesi mosca leggeri di “Pollicino” Vincenzo Maenza, 1984 a Los Angeles e 1988 a Seul, per finire con il più contemporaneo Andrea Minguzzi, il migliore a Pechino nel 2008 nei pesi medi. Se a queste sette perle aggiungiamo quattro argenti e dieci bronzi, è certificato che la specialità che rimanda al mito di Milone è tra le più gettonate in casa Italia quando si parla di Olimpiadi. Ed un contributo sostanziale a questa messe di ottimi risultati è stato garantito anche da Ignazio Fabra.

Che nasce il 25 aprile 1930 a Palermo, sordomuto, per meritarsi in carriera il prestigioso riconoscimento di due medaglie d’argento olimpiche nella lotta greco-romana: ad Helsinki 1952 ed a Melbourne 1956, in entrambi i casi della categoria pesi mosca.

Avviato all’attività di lottatore dallo zio, Nino Calvaruso, che conduce il ragazzo, uno dei nove fratelli e sorelle di una famiglia numerosa, presso l’Accademia Pandolfini affidandolo alle cure del Maestro, quel Vincenzo Scuderi che in seguito avrebbe fondato la Polisportiva che è intitolata al suo nome, Fabra si disimpegna egregiamente alternando la greco-romana allo stile libero e diviene subito un protagonista della disciplina. Nonostante l’handicap che lo limita fin dal giorno in cui vide la luce, vince il suo primo titolo assoluto non ancora ventenne nel 1950 a Pavia, replicando poi l’anno dopo a Cagliari e affermandosi, nello stesso anno 1951, ai Giochi del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Ma quel che stuzzica l’appetito sportivo del lottatore siciliano è ovviamente l’appuntamento olimpico di Helsinki 1952. La sua categoria è quella dei mosca, in cui l’Italia può vantare il campione in carica Pietro Lombardi. Il direttore tecnico della Nazionale, Luigi Cardinale, punta però sull’ambizione a cinque cerchi del campioncino più giovane, dirottando Lombardi fra i pesi gallo (terminerà ottavo), e verrà ripagato con una meritatissima e prestigiosa presenza sul podio.

Fabra debutta vincendo con il francese Faure, per poi schienare l’egiziano Famzy e battere nell’ordine il rumeno Pirvulescu e lo svedese Johansson. Al turno finale Fabra sconfigge nettamente il finlandese Honkala, prima di venire a sua volta superato dal sovietico Boris Gurevich in una finale drammatica in cui l’azzurro male interpreta un segnale dei suoi tecnici Cardinale e Quaglia, va all’attacco e provoca la reazione dell’avversario che lo pone in ponte guadagnando in questo modo quel punto che gli regala la vittoria.

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Fabra sul secondo gradino del podio alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 – da verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Fabra è però oramai ai vertici del mondo. Continua ad essere protagonista in patria (a fine carriera vanterà 10 titoli tricolori, di cui 7 in greco-romana e 3 in libera gareggiando inizialmente per i Vigili del Fuoco Caramanna di Palermo ed a fine carriera per l’Italsider, la casa di tanti lottatori) ed all’estero. Nel 1955, ai Campionati Mondiali di Karlsruhe in Germania, batte sei avversari di fila di cui 5 per atterramento e compie un’impresa mai ripetuta dal suoi pur bravi successori in azzurro, quella di conquistare il titolo iridato contro il sovietico Nail Garayev.

A questo punto è giunta l’ora di rinnovare la sfida olimpica, e l’anno dopo, 1956, a Melbourne, Fabra è il grande favorito nella corsa al titolo. Supera i turni eliminatori che lo vedono opposto al turco Egribas, all’americano Wilson, all’ungherese Baranya ed ancora Pirvulescu. Ma il girone finale gli è fatale, complice anche una distorsione al ginocchio, giungendo secondo alle spalle del sovietico Nikolay Solovyov che lo schiena, dopo aver superato ancora Egribas, con lo stesso risultato di 2-1 con cui si era imposto al primo turno.

Fabra sarà in gara anche a Roma nel 1960, chiudendo in quinta posizione nella gara infine vinta da quel Dumitru Pirvulescu tante volte suo indomabile rivale, per poi conquistare altre due medaglie d’argento iridate, a Toledo negli Stati Uniti nel 1962 battuto dal sovietico Sergey Rybalko e ad Helsingborg in Svezia nel 1963 sconfitto stavolta dallo yugoslavo Borivoje Vukov, per chiudere poi alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 ai piedi del podio, quarto alle spalle dell’immancabile Pirvulescu che gli soffia la medaglia di bronzo.

Sul piano tecnico fu un geniale innovatore, esprimendosi sempre con gesti di inimitabile spettacolarità e stilisticamente assolutamente all’avanguardia; dal punto di vista tattico il suo unico credo era l’attacco continuo e senza calcoli, sempre battagliero sia che fosse in vantaggio che in svantaggio: gli è mancato solo l’alloro ai Giochi, ma due argenti lo elevano al rango di campione.

BRUCE BAUMGARTNER, IL SUPERMASSIMO D’ORO DELLA LOTTA MONDIALE

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Bruce Baumgartner alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 – da dailydsports.com

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un atleta che forse più di ogni altro rimanda all’idea del lottatore olimpico, così come tramandato dall’antica Grecia, quello è senza dubbio Bruce Baumgartner.

Stiamo in effetti parlando di un autentico fuoriclasse della disciplina, capace di dominare in patria così come a spasso per il pianeta gareggiando nella categoria dei “giganti“, ovvero quella dei supermassimi riservata ad atleti il cui peso sia compreso tra 100 e 130 kg., che lo vide debuttare ai massimi livelli con il bronzo conquistato ai Mondiali di Kiev del 1983, preceduto dal sovietico Salman Khasimikov e dal polacco Adam Sandurski.

Avvantaggiato dal boicottaggio proprio del blocco sovietico, Baumgartner, cresciuto agonisticamente alla Manchester Regional High School, prende parte alla sua prima Olimpiade nel 1984 a Los Angeles dopo aver dovuto, gioco forza, rinunciare alla kermesse di Mosca 1980, ed è già medaglia d’oro, dominando una competizione che lo vede schienare il rumeno Andrei e il turco Taskin per poi battere in finale ai punti, 10-2, il canadese Robert Molle, salendo così sul gradino più alto del podio nell’edizione casalinga dei Giochi.

La sfida a cinque cerchi si rinnova quattro anni dopo a Seul 1988, ma stavolta l’americano trova a sbarrargli la strada verso la doppietta olimpica il sovietico David Gobedjichvili, che lo batte all’atto decisivo 3-1 prendendosi la rivincita della sconfitta subita ai Mondiali di Budapest del 1986.

Nato ad Haledon, nel New Jersey, il 2 novembre 1960, Baumgartner, quando si presenta alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, ha nel suo palmares già sei medaglie mondiali (saranno nove a fine carriera, di cui ben tre d’oro), anche se nelle ultime due edizioni iridate a cui ha partecipato, nel 1990 a Tokyo e nel 1991 a Varna, ha dovuto cedere il passo ancora una volta al rivale sovietico nel primo caso ed è giunto solo settimo nel secondo caso. Ma a Barcellona è l’ora di consumare la sua vendetta con il grande rivale con cui si spartisce la scena (e i titoli) da anni.

Baumgartner è inserito nello stesso gruppo di Gobedjichvili, con cui si incrocia per la diciassettesima volta in carriera (10-6 gli scontri diretti a favore dell’americano) dopo aver battuto il bulguro Barbutov e l’ungherese Gombos, e stavolta vince grazie ad una presa decisiva a pochi secondi dal termine, incasellando la vittoria per 3-0. I successi poi con il cinese Chung Huang e il tedesco Schroder, che fu bronzo a Seul ed è campione del mondo in carica, gli valgono il primo posto nella classifica del girone e quindi l’accesso alla finale per il primo posto, dove trova come avversario il canadese Jeffrey Thue.

Il confronto non ha storia, troppo netta la superiorità del campione americano che si impone con il punteggio di 8-0 che lo riporta sul trono d’Olimpia a distanza di otto anni e lo elegge tra i più grandi lottatori di ogni epoca.

Non è finita qui perché Baumgartner, seppur 36enne ma fresco di altri due titoli iridati conquistati nel 1993 a Toronto con l’ucraino Valiyev e nel 1995 ad Atlanta con il tedesco Thiele, completa il suo percorso ai Giochi proprio nell’appuntamento di Atlanta 1996, dove è portabandiera per gli Stati Uniti. Il tris d’oro pare un sogno realizzabile ma infine Bruce coglie solo il bronzo, sua quarta medaglia olimpica in altrettante partecipazioni, pagando dazio ad uno sconfitta al secondo turno con il russo Andrey Shumilin che lo relega alla sfida per la medaglia di bronzo in cui l’americano, proprio con Shumilin, si impone per decisione della giuria dopo il risultato di parità, 1-1, a termine del tempo supplementare.

Bruce Baumgartner chiude qui, ricco di onori, trofei e medaglie, e dal tappeto entra di diritto nella leggenda dei giganti della lotta.

LA LOTTA D’ORO DI ENRICO PORRO A LONDRA 1908

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Enrico Porro – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Alle Olimpiadi di Londra del 1908 la lotta greco-romana riserva una piacevole sorpresa ai colori italiani, grazie all’impresa di Enrico Porro.

Nato a Lodi, classe 1885, dopo aver lavorato come mozzo sui bastimenti tra l’Italia e il Sudamerica, ventitreenne, partecipa alla competizione olimpica nella categoria pesi leggeri, fino ai 66 chilogrammi, lui, alto poco più di un metro e mezzo, ma dalla forza leonina. Porro si allena in una palestra milanese nel rione di Porta Ticinese, nota per il singolare nome di “Paviment de giass” per l’abilità dei lottatori che qui sono così veloci nel mettere a terra gli avversari che, appunto, sembra di combattere sul ghiaccio. E tra queste mura il ragazzotto lodigiano, irrequieto, irascibile e particolarmente incline alla rissa, impara perfettamente il mestiere.

Inabile alle Olimpiadi di St.Louis del 1904 per dover adempiere agli obblighi di leva, nella capitale britannica, dopo aver usufruito di un bye al primo turno, Porro trova sulla sua strada il temibile ungherese Teger, compagno d’allenamenti, che gli rende la vita difficile con una condotta di gara remissiva e che l’italiano batte solo ai punti. L’incontro successivo, con lo svedese Malmstrom campione d’Europa, è altrettanto impegnativo ed ancora una volta la decisione avviene ai punti, mentre in semifinale, al cospetto dell’altro scandinavo Persson, infine Porro riesce ad imporsi per schienata.

Porro paga dazio alla statura al cospetto di avversari più prestanti di lui, ma ci mette coraggio e grinta, e la cosa gli procura il sostegno del pubblico londinese, che lo sostiene nell’ultimo, decisivo incontro con il russo Nikolay Orlov, che lo sovrasta fisicamente, e con il quale dà vita ad una sfida infinita. Si combatte per tre, lunghe riprese, le prime due per i previsti 15 minuti ed una supplementare di 20 minuti, ed infine Porro vince meritatamente ai punti, mettendosi al collo la medaglia d’oro per poi venir premiato dalla regina Alessandra di Danimarca, che il giorno prima ha riservato lo stesso onore a Dorando Pietri, eroe sforuntato della maratona.

Porro diventa una leggenda. Torna in Italia tra gli onori, accolto anche dal re Vittorio Emanuele che lo premia a sua volta con una medaglia, e per anni continuerà a gareggiare, anche se non potrà partecipare alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912, fermato da un infortunio ad una mano causato da un corto circuito. Dopo l’interruzione per il primo conflitto bellico, tornerà in corsa, seppur senza ottenere risultati, alle Olimpiadi di Anversa del 1920, dove verrà schienato dal belga Boumans, e a quelle di Parigi del 1924, sconfitto ai punti sia dal francese Capron che dallo svedese Malmberg.

Ma Londra 1908 è sua e quel successo, che si aggiunge a numerosi titoli italiani, sempiterno, lo rende immortale.

ISTVAN KOZMA, IL CICLOPE DELLA LOTTA UNGHERESE

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Istvan Kozma – da birkozoszov.hu

articolo di Nicola Pucci

La lotta, libera o greco-romana che sia, è una di quelle discipline con poca visibilità che assurge agli onori della cronaca solo in era olimpica, per poi tornare nel limbo per il quadriennio successivo. Nondimeno, proprio ai Giochi illustra campioni che ne fanno la storia e che poi magari nell’immaginario collettivo rimandano all’epica, quando si pensava al lottatore come ad un qualcosa di molto simile ad un ciclope. Almeno quando ci si avventura in categorie di peso che avvicinano i cento chili.

Istvan Kozma, ad esempio. Che qui da noi nessuno o quasi conosce, ma se vi spostate oltre cortina, dalle parti di Budapest, in Ungheria, è una sorta di semi-dio, ammantato di un alone di leggenda. Anche perché, sventurato ragazzo, alle imprese sui tappeti di mezzo mondo ha sommato, ahimé, un tragico destino.

Kozma nasce a Budapest, il 27 novembre 1939, quando nella capitale magiara già spirano venti di guerra e l’invasione tedesca è prossima. Il piccolo Istvan, che poi tanto piccolo non è, cresce nelle difficoltà oggettive del momento, ma lo sport è valvola di sfogo per questo corpo che si sviluppa precocemente e ben presto raggiunge i 198 centimetri, che lo dirottano verso la pallacanestro.

Il canestro rimane tuttavia una fase transitoria, perché appena Istvan viene a conoscenza delle prodezze di Lajos Keresztes, che fu argento a Parigi nel 1924 e medaglia d’oro ad Amsterdam nel 1928 nella categoria pesi leggeri della lotta greco-romana, e che diventa il suo allenatore al circolo del Vasas, il cambio sportivo è inevitabile. Anche perché il peso che rasenta i 145 chilogrammi può agevolarlo nel mettere al tappeto gli avversari.

Curiosamente, il ciclope è buono ed ha l’animo sensibile. E’ ben voluto dagli stessi avversari che comincia ad atterrare con frequenza fin dal debutto in una grande kermesse internazionale, proprio alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove batte l’azzurro Adelmo Bulgarelli ed è infine quarto, ai piedi di un podio occupato dal sovietico Bogdan, dal tedesco Dietrich e dal cecoslovacco Kubat. Tutti loro sono i principali protagonisti di quegli anni nella categoria dei pesi massimi, oltre i 97 chilogrammi, ma ben presto dovranno fare i conti con Kozma, che pur così pesante è lottatore agile e veloce e fa eccellente uso delle braccia lunghe per stringere chi si trova davanti in morse risolutive.

I Giochi romani sono solo l’abbrivio di una carriera monumentale. Se si trova inizialmente a dover cedere il passo ad atleti più navigati di lui, soprattutto il tedesco Wilfried Dietrich che vanta un curriculum di cinque medaglia olimpiche tra Melbourne 1956 e Città del Messico 1968 e che lo batte spesso, prende le misure agli avversari già ai Mondiali di Yokohama del 1961, dove è terzo alle spalle di Bogdan e del turco Kaplan, per poi cominciare l’anno successivo a Toledo, negli Stati Uniti, la collezione di medaglia d’oro battendo in finale l’altro sovietico di grido, Anatoly Roshchin, con cui darà vita a sfide epocali.

Ad esempio alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, dove Kozma si presenta sull’onda lunga di un deludente quinto posto ai Mondiali di Helsingborg dell’anno prima, e con i dubbi prodotti da un grave infortunio al ginocchio che ne ha messo a rischio la presenza ai Giochi. Ma Istvan, che oltre ai chili ha in abbondanza anche voglia di ridere e scherzare, riesce a recuperare in tempo per l’appuntamento a cinque cerchi e sbaraglia la concorrenza, battendo nel corso del torneo olimpico gli stessi Dietrich e Kaplan, per pareggiare invece con Roshchin, campione del mondo a Toledo, che deve accontentarsi della medaglia d’argento a chiusura di una sfida difensiva dell’ungherse. Kozma è campione olimpico e seppur non ancora 25enne, è già nella storia della lotta. A conferma del suo humor, la mattina seguente si presenta in camera dal rivale: “ecco, la medaglia d’oro è tua, i giudici si sono incasinati!“.

Il quadriennio che segue lo vede trionfare ai Mondiali di Toledeo del 1966 e a quelli di Nuova Dehli del 1967, battendo quel Nikolay Shmachov che a sua volta lo aveva sconfitto nell’edizione di Tampere del 1965, e l’immancabile Roshchin, conquistando anche il titolo europeo a Minsk nel 1967, sempre in finale con Shmachov, a cui può aggiungere i due argenti del 1966 e del 1968.

Proprio nel 1968 Kozma giunge a completamento della sua parabola agonistica. Sconfitto a sorpresa nella kermesse continentale di Vaesteras, in Svezia, dal cecoslovacco Petr Kment, atleta che non dovrebbe fargli neppure il solletico, dà appuntamento all’altro capo del mondo, a Città del Messico, per difendere il titolo olimpico conquistato a Tokyo. Ed ancora una volta il ciclope di Budapest non tradisce le attese, seppur stavolta sia reduce da un intervento chiurugico ad un pollice rimasto schiacciato tra le portiere di un autobus.

Chi c’è sulla strada del magiaro? Ovviamente Roshchin, che vorrebbe tanto mettersi al collo la medaglia d’oro per dar lustro alla sua carriera, ma Kozma non ne vuol proprio sapere. Convive ormai da tempo con dolori cronici alle ginocchia, ma niente lo può fermare, neppure una penalità nei primi minuti di un combattimento, che come esattamente quattro anni prima si chiude in parità e per la seconda volta regala a Kozma la medaglia d’oro. Primo ed unico lottatore di greco-romana della storia a bissare il titolo olimpico nella categoria del pesi massimi.

Ci sarebbe una rivincita ancora, per Roshchin, a Monaco 1972. E in Germania il sovietico infine sarà oro, nella neonata categoria dei supermassimi a cui Kozma avrebbe avuto diritto se la sventura non si fosse abbattuta sul gigantesco lottatore ungherse. E’ primavera del 1970 quando alla guida della sua auto trova l’impatto con un autobus lungo le strade della sua città. Quel corpo che pareva invincibile, combatte per cinque giorni la sua sfida più difficile, quella personale con la morte. Fino a quando, il 9 aprile, il cuore smette di battere e il sorriso di Kozma, il ciclope buono, si spenge. Per sempre.

VINCENZO MAENZA, UN POLLICINO NELLA HALL OF FAME

MAENZA
Vincenzo Maenza a Los Angeles 1984 – da medicinasportonline.eu

articolo di Massimo Bencivenga

Ci sono atleti che vediamo una volta ogni quattro anni. Sono i Pellielo, i Campriani, le Vanessa Ferrari e le Jessica Rossi. In parte anche gente come Tania Cagnotto; in parte perché la tuffatrice ha saputo ritagliarsi spazi anche negli anni tra i cinque cerchi.

E sono quegli atleti che, benché molto meno pagati di altri nostri rappresentanti, spesso fanno sventolare il nostro tricolore più in alto degli altri. E in qualche caso fanno anche sentire anche due volte l’inno di Mameli. Come nel caso di Vincenzo Maenza, detto Pollicino.

Pollicino per le sue dimensioni, ma un vero gigante dell’Italia olimpica dal momento che è uno dei pochi ad essere riuscito a bissare l’oro olimpico. In una disciplina, per giunta, come la lotta greco-romana, che rappresenta forse il retaggio più moderno delle vestigia olimpiche del tempo che furono, quando, si dice, anche Pitagora vinse una medaglia nel pugilato.

Una disciplina che sembra astrusa allo spettatore casuale, ma che, accanto a una certa componente muscolare, richiede nondimeno abilità tecniche e una certa intelligenza tattica. E’ anche una disciplina nella quale ci può essere la fine dell’incontro per “manifesta inferiorità“.

Romagnolo di Imola, ma di sangue meridionale, Maenza entrò in palestra per irrobustirsi un po’ e non ne uscì più. Era piccolo, ma del resto ci sono le categorie di peso, ma il talento s’intravide subito. A 16 anni, nel 1978 debuttò in nazionale. E fu settimo a Mosca 1980.

La vittoria alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 non arrivò come un fulmine a ciel sereno. Il nostro Pollicino, che gareggiava nella categoria 48 Kg, aveva già vinto i mondiali nel 1982. E’ stato favorito dall’assenza degli atleti del blocco d’Oltrecortina. Anche questo venne detto all’epoca. Ma a Seoul c’erano ed eccome. E fu proprio contro un polacco, Andrzej Glab, che bissò il successo.

Ricordo bene quel giorno e quelle Olimpiadi, funestate dal doping di Ben Johnson, ma impreziosite dalle performance di Matt Biondi e di un altro che meriterebbe maggiore ribalta: Greg Louganis. Il tuffatore statunitense dal cognome greco, ma con geni samoani e svedesi nel cromosoma, vinse la gara dal trampolino nello stesso giorno di Menza, anche lui bissando l’oro californiano.

Un altro atleta dell’Est si frappose tra lui e la terza medaglia d’oro a Barcellona 1992. L’ucraino (ex sovietico) Oleg Kucherenko. L’ucraino si dimostra scaltro al limite della scorrettezza. Nel momento in cui l’italiano allunga la mano per dare il via alle ostilità, un gesto sportivo a tutte le latitudini, Kucherenko non trova di meglio che approfittarne e schienare Maenza.

Quell’inizio rovinoso non verrà più recuperato anche per via della tattica (vi ricordate che sopra ho detto che la lotta greco-romana è molto tattica?) sparagnina, catenacciara e piena di melina dell’ucraino. Alla fine fu argento per Vincenzo “Pollicino” Maenza.

Ma quanti azzurri possono vantare un palmares (solo olimpico) comprendente due ori e un argento? Una grandezza pienamente riconosciuta a livello mondiale.

Vincenzo Maenza, nel 2005, è stato introdotto nella Hall of Fame della Federazione Internazionale di Lotta.

ALEKSANDR KARELIN, L’ORSO SIBERIANO CHE A SIDNEY MANCO’ L’INGRESSO NEL PANTHEON OLIMPICO

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Aleksandr Karelin alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – da cleveland.com

articolo di Massimo Bencivenga

Ricordate la portabandiera italiana alle Olimpiadi di Londra di quattro anni fa? Era Valentina Vezzali, in corsa per arrivare, con quattro ori, laddove s’erano issati solo Carl Lewis e Al Oerter. Pompammo un po’ tutti la cosa che alla fine era impossibile individuare il gufo che la fece perdere. Forse quattro ori avrebbe potuto portarli a casa il grande Felix Savon, se Cuba non avesse boicottato i giochi di Seul 1988. Savon vinse nel 2000 il terzo oro nel pugilato dando una lezione a un americano di cui onestamente non ricordo né mi va di cercarlo. Fatto sta che, fossi stato uno dei giudici, avrei sospeso il match per “Manifesta Inferiorità“. Proprio così: in maiuscolo. Già, perché ci crediate o meno, ci sono delle discipline che prevedono la sospensione per manifesta inferiorità.

Tra queste c’è la lotta greco-romana, che non di rado ha anche dato, negli anni addietro, qualche bella soddisfazione agli atleti dello stivale. Chi non ricorda “Pollicino Vincenzo Maenza?

Bene, ritornando ai quattro ori, chissà chi gufò contro l’orso a Sydney 2000? Perché a Sydney, Aleksandr Aleksandrovich Karelin, conosciuto in patria come “L’orso russo“, “Alessandro il Grande” e “L’esperimentofallì l’impresa con la Storia. Anche lui mancò il quarto oro dopo quelli di Seul, Barcellona e Atlanta. Di più, l’incontro di finale con l’americano Rulon Gardner che avrebbe dovuto proiettarlo nell’Olimpo dei grandissimi (in realtà c’è lo stesso in quel consesso) fu l’unico incontro perso dal 1987. Insomma, come potete ben capire, per successi e durata del dominio, stiamo parlando di uno straordinario. Così straordinario che per anni è stato corteggiato dai manager delle altre discipline da combattimento, marziali e non. Il non marziale è essenzialmente dovuto al corteggiamento delle organizzazioni di wrestling.

Oltre agli ori olimpici seppe inanellare qualcosa come 9 campionati mondiali e 12 europei. Era grosso sì, ma in possesso anche di un’ottima tecnica di base, al punto che ancora si parla della “Karelin Lif” (Reverse Body Lift), il ribaltamento dell’avversario. Ma né il fisico (erano grossi anche gli altri) né la tecnica avrebbero potuto garantire il suo impressionante score. Al fisico e alla tecnica Karelin aggiungeva una concentrazione feroce in gara e allenamenti massacranti; a riprova, una volta di più, che il talento è nulla senza il sudore.

La ricordo quella gara persa con Gardner. E ricordo che, benché convinto che avrebbe potuto ribaltare la contesa, – perse di misura cosa credete?- per la prima volta ebbi l’impressione che fosse svuotato mentalmente; per la prima volta non vidi nei suoi occhi il lampo ferino del predatore.

Che poi, un combattimento-esibizione, ma neanche poi tanto, Karelin lo fece: contro Akira Maeda. Karelin sconfisse il leggendario wrestler giapponese.

Perché la classe non è acqua, e neanche quella gli faceva difetto.