AGLI EUROPEI DI BUDAPEST 2001 LA JUGOSLAVIA TORNA AI VERTICI DELLA PALLANUOTO

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Aleksandar Sapic, simbolo della rinascita jugoslava – da gettyimages.dk

articolo di Giovanni Manenti

Raramente, negli sport di squadra, si è registrata la superiorità di un poker di nazioni talmente forte da lasciare appena le briciole alle restanti avversarie come nella pallanuoto maschile, con le “quattro sorelle” ad essere costituite da Italia, Ungheria, Unione Sovietica e Jugoslavia.

Basti solo pensare che, a livello olimpico, per ben 60 anni – dai Giochi di Los Angeles 1932 sino all’edizione di Barcellona 1992 compresa – nessun’altra formazione si è aggiudicata la medaglia d’oro e che altresì, in quattro occasioni consecutive (da Melbourne 1956 sino a Città del Messico 1968) le stesse hanno occupato i primi quattro posti della classifica finale.

Un dominio che si è successivamente esteso anche con l’introduzione dei Campionati Mondiali, visto che dalla prima edizione di Belgrado 1973 sino al 1991 si registrano due successi sovietici, altrettanti jugoslavi, mentre Italia ed Ungheria vantano una sola vittoria.

Tali affermazioni in sede olimpica ed iridata fanno sì che, giocoforza, i Campionati Europei assumano una paritetica valenza dal punto di vista strettamente tecnico e, dal 1950 sino all’edizione di Atene 1991, solo in due sporadici casi – a Spalato nel 1981 ed a Bonn nel 1989 – ad affermarsi sono i tedeschi occidentali.

Ma torniamo a quel 1991, anno in cui la Jugoslavia – dopo aver confermato a gennaio ai Mondiali di Perth il titolo iridato di Madrid 1986 – torna sul trono europeo nella capitale greca dopo tre secondi posti nelle precedenti edizioni, superando 11-10 la Spagna in finale e candidandosi per l’oro olimpico l’anno successivo alle Olimpiadi 1992 che si svolgono a Barcellona, dove è chiamata a difendere il titolo di Seul 1988.

Come avrete capito, si tratta della formazione che sta dominando la scena ad ogni latitudine a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del successivo decennio, ma qualcosa di extra-sportivo sta per interromperne la striscia vincente, e che ha a che vedere con il crollo del comunismo nell’Europa orientale e la conseguente disgregazione dell’impero sovietico.

E se, per quel che riguarda la pallanuoto, le ripercussioni sull’ex-Urss sono marginali, poiché al suo posto gareggia la Russia, con la sola, peraltro non trascurabile, differenza di veder ridotti i finanziamenti a favore dello sport che il vecchio regime garantiva, per ciò che concerne la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia il discorso è ben diverso.

Tralasciando – poiché non è certo nostro compito – il dramma della guerra civile tra serbi e bosniaci che genera oltre 250mila vittime, la creazione di repubbliche indipendenti quali Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia, fa sì che la ex-Repubblica Socialista si trasformi inizialmente in Repubblica Federale di Jugoslavia (di cui fanno parte le sole Serbia e Montenegro), per poi assumere la denominazione di Serbia e Montenegro sino a che quest’ultimo ottiene la propria indipendenza a far tempo da inizio giugno 2006.

E poiché la ex-Jugoslavia, dal punto di vista sportivo, attingeva da giocatori di estrazione serba, croata e montenegrina, ne scaturisce che, ai giorni nostri, da una sola rappresentativa ne siano sorte tre altamente competitive, come dimostra l’esito delle Olimpiadi di Londra 2012, che vedono il trionfo della Croazia (8-6 in finale sull’Italia), ma con Serbia e Montenegro a sfidarsi per la medaglia di bronzo.

Pertanto, se da un lato l’intervenuta disgregazione ha evitato di vedere la Jugoslavia dominare per chissà quanto tempo, dall’altro vi sono adesso ben tre formazioni a competere per il podio, così da ridurre le possibilità di medaglia per Italia, Russia ed Ungheria, oltre alla nuova realtà nata proprio durante la diaspora jugoslava, vale a dire la Spagna, argento a Barcellona ’92 ed oro ad Atlanta ’96, oltre ai titoli iridati conquistati nel 1998 e 2001.

Sicuramente, nel caos generato dalle lotte intestine che determinano l’esclusione della Jugoslavia (o, per meglio dire, di quel che ne resta) dalle Olimpiadi di Barcellona ’92, non è facile pensare a riorganizzare un’attività sportiva, tant’è che agli Europei di Sheffield ’93 si presenta la sola Croazia, la quale conclude al quinto posto in un’edizione che vede il ritorno al successo del “Settebello azzurro” a distanza di 46 anni dall’affermazione di Monaco nel 1947, Italia che si conferma l’anno seguente ai Mondiali di Roma ’94 (dove la Croazia è quarta) ed ancora alla rassegna continentale di Vienna ’95, in cui la Croazia conferma la quarta posizione.

Per riveder scendere in acqua una formazione che porti il nome di Repubblica Federale di Jugoslavia – ancorché, come ricordato, formata solo da Serbia e Montenegro – occorre attendere le Olimpiadi di Atlanta ’96, in cui ha modo di incontrare nei quarti proprio la Croazia in una di quelle sfide che diverranno negli anni a seguire delle vere e proprie “lotte senza quartiere“, con ad avere la meglio la seconda che, dopo essersi imposta per 8-6, supera per 7-6 anche l’Italia di Ratko Rudic in semifinale, salvo arrendersi alla furia di Manuel Estiarte che regala alla Spagna quello che è sinora l’unico oro olimpico del paese iberico.

In ogni caso, il rientro a livello internazionale è quanto mai uno stimolo positivo per gli slavi che ora affrontano con rinnovato entusiasmo e determinazione i successivi impegni, desiderosi di riprendere il posto che ritengono spettar loro di diritto, pur dovendo fare a meno dei giocatori croati, i quali si confermano a livello di club, come testimoniano i successi del Mladost Zagabria e dell’Jadran Spalato in Coppa dei Campioni, cui nell’edizione 1999 si unisce anche il Posk Spalato, che in finale supera per 8-7 proprio i serbi del Becej.

Risalita che prende corpo già ai Campionati Europei di Siviglia ’97, dove la Jugoslavia si vendica dei cugini croati, superandoli 8-7 in semifinale, salvo poi cedere 2-3 in una finale combattutissima contro l’Ungheria, e quindi recarsi a gennaio 1998 a Perth per partecipare alla rassegna iridata.

L’esser scesa nel ranking, fa sì che la Jugoslavia – che continuiamo a chiamare così per comodità, quantunque la corretta definizione sia Repubblica Federale di Jugoslavia come precisato all’inizio – venga inserita nel Gruppo B assieme ad Italia ed Ungheria (oltre al materasso Iran), ed a fare le spese della ritrovata competitività sono proprio gli azzurri, sconfitti per 11-10, circostanza che consente ai nostri avversari di progredire sino alle semifinali, dove si arrendono per 3-5, dopo aver condotto 3-2 all’intervallo, di fronte alla Spagna che fa il suo il titolo iridato superando in finale per 6-4 l’Ungheria, mentre la Jugoslavia occupa il gradino più basso del podio in virtù del 9-5 rifilato ai padroni di casa australiani, ovviamente favoriti in occasione della composizione dei relativi gironi.

In vista dell’appuntamento olimpico dei Giochi di fine Millennio di Sydney 2000, l’edizione di Firenze 1999 dei Campionati Europei è quanto mai utile per affinare l’intesa, ed ancora una volta l’ostacolo più arduo per la Jugoslavia è costituito dal derby serbo-croato che si svolge nei quarti, con questi ultimi a prevalere per 9-7 dopo ben due tempi supplementari, salvo poi arrendersi anch’essi 12-15 in finale all’Ungheria che conferma il titolo di Siviglia.

Ovviamente per emergere ai massimi livelli occorrono anche ottimi giocatori, e la “covata” degli anni ’70 è quanto mai florida sotto questo punto di vista, da Vladimir Vujasinovic (classe 1973), al pari di Petar Trbojevic, mentre Dejan Savic è del 1975, Danilo Ikodinovic del 1976 e Aleksandar Ciric del 1977.

Ma il “Pelè delle piscine” è il 22enne Aleksandar Sapic, nato l’1 giugno 1978 a Belgrado e che, appena 18enne, aveva debuttato ai Giochi di Atlanta ’96 nel successo per 11-8 sull’Olanda, ed il paragone con la “Perla Nera” del calcio non è irriverente, quanto meno sotto l’aspetto numerico, dato che Sapic, in 18 anni di carriera a livello di club, mette a segno qualcosa come 1.694 reti, risultando capocannoniere per 14 stagioni consecutive dei campionati di Jugoslavia (con Stella Rossa e Becej), Italia, dove milita nel Camogli e nella Rari Nantes Savona, ed infine in Russia nelle file dello Shturm.

Con una tale bocca da fuoco in attacco, il tecnico Nenad Manojlovic rispolvera per le Olimpiadi australiane – quasi a fare da trait d’union tra “il vecchio ed il nuovo” – il 36enne portiere Aleksandar Sostar, già componente della formazione oro ai Giochi di Seul ’88, così come ai Mondiali di Perth ed agli Europei di Atene del 1991, inserendo altresì tra i selezionati il 30enne Viktor Jelenic, anch’egli facente parte della squadra campione del mondo nel ’91.

Inserita nel Gruppo B assieme a Croazia ed Ungheria, la Jugoslavia conclude la poule al primo posto solo per una miglior differenza reti rispetto agli ex connazionali, visto che entrambe le squadre hanno la meglio contro l’Ungheria, salvo stavolta dividersi la posta in un 4-4 in cui Sapic mette a segno due reti.

La posizione di classifica consente alla formazione di Manojlovic un comodo quarto contro i padroni di casa australiani (7-3 con 3 reti di Sapic), nel mentre la Croazia esce di scena, sconfitta 8-9 dai campioni olimpici e mondiali in carica della Spagna, stessa sorte che tocca all’Italia contro l’Ungheria, mentre avanza anche la rinnovata Russia, che sinora aveva potuto contare solo sul bronzo iridato a Roma 1994.

Nei grandi tornei occorre farsi trovare nella forma giusta al momento giusto, ed è ciò che capita all’Ungheria che, a dispetto delle due sconfitte di misura subite nella prima fase, si impone in semifinale alla Jugoslavia per 8-7 in una sfida equilibratissima, con le due squadre in parità (5-5) sia all’intervallo che all’inizio dell’ultimo parziale sul punteggio di 7-7, grazie al fatto di essere riuscita a limitare Sapic, autore di una sola rete.

Esce di scena anche la Spagna, al termine di una sfida infinita contro la Russia, risolta a favore di quest’ultima per 8-7 con la rete decisiva messa a segno nel terzo tempo supplementare, una fatica che pesa sulle gambe e le braccia degli iberici, i quali cedono nettamente per 8-3 contro la Jugoslavia nella gara che vale il bronzo, nel mentre l’Ungheria travolge 13-6 una Russia probabilmente già appagata, così da poter tornare sul gradino più alto del podio olimpico a 24 anni di distanza dall’oro di Montreal ’76, mentre a Sapic spetta il titolo di capocannoniere con 18 reti.

Oramai, per la Jugoslavia le basi sono fissate per poter anch’essa tornare a festeggiare un titolo che oramai manca da un decennio, e l’anno seguente, 2001, offre due opportunità, costituite dai Campionati Europei che si svolgono dal 15 al 24 giugno a Budapest e dai successivi Mondiali, in programma dal 19 al 29 luglio a Fukuoka, in Giappone.

L’idea di poter trionfare all’interno della piscina “Alfred Hajos“, in casa dei campioni europei ed olimpici, può sembrare un sogno azzardato, ma le prove generali vengono effettuate nel girone eliminatorio che, non si capisce bene in base a quale criterio, inserisce nella stessa poule, oltre ad Olanda e Romania, Italia, Spagna, Ungheria e Jugoslavia (!!!) – ovvero le vincitrici delle ultime cinque edizioni dei Giochi olimpici e delle quattro rassegne iridate –, mentre dell’altra fanno parte Grecia, Russia, Croazia e Slovacchia, oltre a Francia e Germania, ma tant’è…

In ogni caso, il rodaggio è quanto mai utile per gli jugoslavi, che concludono il girone a punteggio pieno – 9-7 alla Spagna, 9-8 all’Italia ed 8-5 ai padroni di casa –, con l’Ungheria a terminare seconda, avendo sconfitto con un secco 10-5 gli azzurri, superati 8-7 anche dalla Spagna, così da concludere al quarto posto che significa, con gli abbinamenti incrociati, affrontare nei quarti la Grecia, a sorpresa vittoriosa nell’altro raggruppamento, davanti a Croazia, Russia e Slovacchia nell’ordine.

Se ricordate cosa era successo due anni prima all’Ungheria, stavolta a recitare la parte della rediviva è proprio la formazione azzurra, che, silurato Rudic dopo i deludenti Giochi di Sydney 2000, è affidata a Sandro Campagna, così da liquidare per 7-6 la Grecia e qualificarsi per la semifinale, improba sulla carta, contro i padroni di casa magiari, che hanno disposto per 10-9 della Russia nel remake della finale olimpica, mentre l’altra sfida mette di fronte la Jugoslavia – che soffre più del previsto per aver ragione 8-7 della Slovacchia – e, diremmo quasi ovviamente, la Croazia, a propria volta vincitrice per 7-6 sulla Spagna.

Quattro incontri tutti risolti con una sola rete di scarto, a dimostrazione sia dell’equilibrio che della potenzialità delle formazioni europee nella pallanuoto, e, del resto, come potrebbe essere diversamente, visto che sino al giorno d’oggi nessuna nazione di un altro continente ha mai conquistato un titolo olimpico od iridato, nel settore maschile ovviamente.

Il derby che va in scena il 22 giugno 2001 si conclude a favore della Jugoslavia per 8-6 per poi assistere all’impresa del “Settebello” che, contro ogni pronostico, ammutolisce gli spettatori sulle tribune rimontando nell’ultimo quarto uno svantaggio di 5-6 imponendosi per 8-7 che vale la finale per il titolo continentale.

Due giorni di attesa e quindi, dopo che l’Ungheria sfoga (12-9) sulla Croazia la delusione per la sconfitta, va in scena l’atto conclusivo che fa sperare in un ulteriore miracolo degli azzurri che si portano rapidamente sul 2-0 salvo poi cadere in un “blackout” di cui approfittano gli jugoslavi per piazzare un parziale di 6-0 che chiude i conti, con la sfida a trascinarsi sino all’8-5 conclusivo che incorona la Jugoslavia sul tetto d’Europa a 10 anni esatti dall’ultimo trionfo, con in più Vujasinovic ad essere premiato quale “Miglior Giocatore del Torneo“.

Quell’anno, il 1991 ricordate, la Jugoslavia si era anche laureata campionessa mondiale a gennaio, mentre stavolta il calendario inverte la cronologia dei due appuntamenti, con la rassegna iridata a disputarsi nella seconda metà di luglio in Giappone, e l’impresa per poco non si ripete, pur con Croazia ed Ungheria estromesse dalla zona medaglia, in quanto il titolo, dopo aver superato 9-8 la Russia in semifinale, sfugge di fronte ad una Spagna che, confermando il successo di tre anni prima a Perth grazie al successo per 4-2, conclude di fatto il proprio ciclo vincente ai massimi livelli.

Già, perché da ora in avanti, occorrerà fare i conti con Serbia, Croazia e Montenegro, una specie di “tre al prezzo di uno…“, quasi fosse uno slogan pubblicitario.

Ma, questa è un’altra, ancorché più recente, storia

 

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