ATTILIO PAVESI E GUGLIELMO SEGATO, AI GIOCHI DI LOS ANGELES 1932 L’UNICA DOPPIETTA AZZURRA NEL CICLISMO SU STRADA

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Attilio Pavesi in azione – da piacenzaantica.it

articolo di Nicola Pucci

Il 4 agosto, sull’assolata litoranea di Malibù che porta a nord di Santa Monica, si disputa la prova su strada di ciclismo delle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.

La distanza, da coprirsi nell’esercizio individuale contro le lancette del cronometro, stavolta è ridotta a “soli” 100 chilometri, dopo le fatiche ben più lunghe delle precedenti edizioni, quando, ad esempio, a Stoccolma nel 1912 fu imposto agli sfidanti di faticare addirittura per 315 chilometri, ridotti poi a 168 all’ultima recita ai Giochi, quella di Amsterdam del 1928. Gli iscritti sono 36, anche se poi, all’atto di mettersi in marcia… pardon, sui pedali, il tedesco Trondle e il canadese Gates non prendono il via.

Il primo concorrente si lancia alle 8 del mattino ed il favorito della prova è il danese Henry Hansen, detentore del titolo conquistato quattro anni prima ad Amsterdam e trionfatore ai campionati del mondo del 1931, corsi sulle strade di casa, a Copenaghen, quando si tolse il lusso di battere l’azzurro Giuseppe Olmo e il connazionale Leo Nielsen. Altri pretendenti autorevoli sono l’inglese Southall, secondo proprio ai Giochi del 1928, e appunto Olmo, che è il corridore di punta di un’Italia che ancora, alle Olimpiadi, è a secco di medaglie in una disciplina come quella del ciclismo che vede altresì dominare gli atleti scandinavi, e che una volta passato professionista a fine anno, oltre a terminare due volte sul podio al Giro d’Italia (3° nel 1935 e 2° nel 1936), vincerà in due occasioni la Milano-Sanremo, nel 1935 e nel 1938.

Ma i pronostici della vigilia vengono sovvertiti. Attilio Pavesi, che si meriterà l’appellativo “la freccia di Caorso“, località alle porte di Piacenza dove è nato il 1 ottobre 1910, ha 22 anni ed il commissario Bertolino lo ha preferito all’ultimo minuto al veneto Giuseppe Zaramella, vincitore della prova preolimpica di San Vito al Tagliamento, ma che soffre il grande caldo e l’umidità che in quei giorni di agosto incendia l’aria della California. Pavesi è il meno accreditato del quartetto di italiani al via, che oltre ad Olmo ha in lizza Giovanni Cazzulani e Guglielmo Segato, ma nondimeno, concorre con l’intento di far bene, così come vorrebbe Benito Mussolini che gli ha recapitato una lettera di incitamento il giorno prima della gara, e forte anche del fatto che proprio alla preolimpica solo un’incauta spettatrice lo aveva privato di una possibile vittoria facendolo cadere mentre transitava con il miglior tempo. Pavesi è l’ultimo dei partenti dal Balcom Canyon, con la sua maglia azzurra e lo scudo sabaudo, e uno dopo l’altro va a riprendere chi si è avviato prima di lui, il britannico Harvell, il tedesco Maus e proprio Hansen, che fallisce l’appuntamento con la conferma olimpica e chiude solo in dodicesima posizione.

In testa, fino a quel momento, c’è Segato, padovano classe 1906, che partito con il numero 27 ha sorpreso tutti, fissando il tempo di 2h29’21”, nonostante una caduta alla curva di Saticoy nel finale. Ma Pavesi ha una marcia in più, con la sua pedalata fluida e brillante, e con il tempo di 2h28″05, alla media oraria di 40,514, conquista la medaglia d’oro. Secondo è proprio Segato, mentre sul terzo gradino del podio sale lo svedese Bernhard Britz, che soffia la medaglia ad Olmo per soli tre secondi. In virtù del risultato di squadra, l’Italia vince anche la prova collettiva che conteggia i tempi dei primi tre classificati di ogni Nazione, con oltre undici minuti di vantaggio su Danimarca e Svezia.

E se il ghiaccio andava rotto, il tricolore verde-bianco-rosso ha modo di farlo nel modo migliore, con una doppietta olimpica mai più ripetuta.

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