ABDON PAMICH, L’ESULE CAMPIONE OLIMPICO LEGATO ALLE SUE ORIGINI

111004870-d1d27128-b69b-4c4f-a906-008bfe5e7ee1
Pamich lanciato verso l’Oro a Tokyo ’64 – da:repubblica.it

Articolo di Giovanni Manenti

Questa, tra le tante altre che ho avuto il piacere di raccontare, è davvero una gran bella Storia, che dentro di sé porta la voglia, il desiderio di riscatto da una infanzia figlia degli orrori della Guerra, le difficoltà nel farsi accettare come se non fosse lui stesso italiano e quindi, allorché proprio grazie allo Sport diviene celebre, sfruttare questa sua notorietà per far sì che resti vivo il ricordo dei suoi coetanei che vissero il dramma di quei tragici giorni …

Il protagonista non può che essere lui, Abdon Pamich, il dominatore della Marcia Azzurra per un ventennio, il quale nasce il 3 ottobre 1933, a quasi 10 anni di distanza dall’avvenuta annessione della città all’Italia datata 27 gennaio 1924, un’appartenenza al tricolore di, purtroppo, breve durata …

Porto strategico sulla costa dalmata, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale la città è occupata da truppe degli eserciti italiano e tedesco, subendo l’applicazione delle leggi razziali con conseguente deportazioni nei campi di concentramento dei residenti di religione ebraica, tra cui molti amici del futuro campione olimpico.

“Si viveva bene, a Fiume”, ricorda Pamich, “nonostante la contemporanea presenza di italiani, croati ed ungheresi, una città cosmopolita in cui non vi erano difficoltà di convivenza, ovviamente sino a che non è scoppiata la Guerra …

Con la disfatta delle forze dell’ASSE e la conseguente presa della città da parte dell’esercito jugoslavo del Maresciallo Tito, Fiume viene annessa alla neonata Repubblica Federale di Jugoslavia con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 e, per molti dei relativi abitanti, non resta che abbandonare il luogo natio.

Avevo 13 anni quando sono dovuto andare via”, ricorda con malcelata tristezza Pamich, “tutti i miei sogni di adolescente svaniscono in un lungo esodo iniziato nel settembre 1947 di cui non si poteva conoscere quale sarebbe stata la fine, costretto ad abbandonare una vita spensierata fatta di studio, nuoto, gite in barca ed escursioni in montagna, già all’epoca appassionandomi a camminare all’aria aperta, talora anche per 12 ore …”.

Infranti i sogni di gioventù, il giovane Abdon si ritrova assieme al fratello maggiore Giovanni – avendo lasciato nella sua Fiume (ora divenuta Rijeka, in croato …) la madre ed i due fratelli più piccoli, mentre il padre era già emigrato per cercare lavoro e poter ricomporre il nucleo familiare – in un Centro Profughi a Novara dove trascorre un anno in condizioni indicibili per il freddo, la mancanza di coperte per scaldarsi e costretto a cibarsi esclusivamente con riso e lenticchie, prima di aver la fortuna di ricongiungersi coi genitori e gli altri fratelli e trasferirsi a Genova.

Ed è lì che scatta la molla, per lui che avrebbe voluto fare il pugile, Disciplina a cui si era appassionato grazie allo zio, arbitro ed organizzatore di incontri, seguendo viceversa le orme del fratello maggiore che già si dedica alla Marcia, pur abbandonandola ben presto per dedicarsi alla Medicina, divenendo uno stimato ed apprezzato chirurgo.

Anche lo studio è un modo indiscutibile per emergere e favorire l’integrazione di questi “giuliano dalmati” non proprio bene accetti, inizialmente, nel resto del Bel Paese, nonché tacciati di fascisti (“ma mio padre non aveva mai preso neppure la tessera del Partito …”, chiosa Pamich) in quanto fuggiti dalla realtà socialista della Repubblica Federale jugoslava, ed il futuro marciatore ne approfitta per conseguire la Laurea in Psicologia.

Ma mai come in questi casi il tempo è galantuomo, con il trascorrere degli anni certe tensioni si affievoliscono, anche perché vi è un Paese da ricostruire e, nel frattempo, Pamich passa da “profugo” a Campione, un passo per lui abbastanza breve, visto il suo approccio alla specialità iniziato a 18 anni per poi iniziare ad affinare la propria tecnica grazie ai sapienti consigli del tecnico Giuseppe Malaspina, un ex marciatore al quale l’inizio del Secondo Conflitto Mondiale aveva impedito di partecipare alle Olimpiadi del 1940, assegnate alla città di Tokyo, quasi un segno del destino …

Pamich è un allievo modello, non lesina fatica ed energie in allenamento, ma ha un tallone d’Achille negli arrivi in volata, una delle ragioni per cui in carriera privilegia la prova sui 50km. rispetto alla più breve distanza dei 20 chilometri, ma ciò nonostante non trascura di effettuare uno stage in Inghilterra, dove gli atleti sono abituati a tenere un ritmo alto di gara per evitare arrivi affollati, un’esperienza che risulta quanto mai utile negli anni a seguire …

Riservando la prova sui 20km. pressoché esclusivamente per l’assegnazione del titolo italiano – che Pamich fa suo in ben 13 occasioni, di cui 12 consecutive dal 1959 al 1969, per aggiungerne un ultimo nel 1971 – il fiumano inizia a farsi un nome anche all’estero aggiudicandosi la più massacrante delle gare che fanno parte del programma di Atletica Leggera (ricordiamo che la Maratona si disputa su di una distanza di 42,195 chilometri …) in Cecoslovacchia, dove mette in fila Campioni Olimpici ed europei, dopo che alla Rassegna Continentale di Berna ’54, poco più che 20enne, si era piazzato settimo in 4.49’06”4.

E se il 1955 è l’anno in cui conquista la sua prima medaglia d’Oro, affermandosi ai Giochi del Mediterraneo con il tempo di 5.03’33”, e pone le basi per 14 anni di titoli consecutivi (dal 1955 al 1968) sulla 50km. ai Campionati italiani, la stagione seguente lo vede esordire alle Olimpiadi, che si disputano a fine novembre 1956 a Melbourne, in Australia …

A 23 anni da poco compiuti, Pamich non sfigura, tutt’altro, sui 50 chilometri dove, quattro anni prima ad Helsinki, si era affermato Pino Dordoni, accarezzando anche per qualche chilometro il sogno di salire sul podio, prima di essere superato nelle fasi conclusive dal leggendario svedese John Ljunggren – già Oro sulla distanza ai Giochi di Londra 1948, nonché Campione Europeo ad Oslo ’46 ed argento a Bruxelles ’50 – con il successo appannaggio del neozelandese Norman Read, che conclude la propria fatica nel tempo di 4.30’42”8 precedendo il sovietico Yevgeniy Maskinskov, mentre Pamich impiega 4.39’ netti, dovendosi poi attendere oltre 11’ prima che giunga al traguardo il quinto classificato.

Una indubbia prova di spessore – cui, quattro giorni dopo, fa seguire il piazzamento in undicesima posizione sui 20 chilometri, unica volta che prende parte a tale gara alle Olimpiadi – a cui Pamich fa seguire una ancor più valida prestazione in occasione dei Campionati Europei di Stoccolma ’58, in cui scende a 4.19’58”6 per cogliere un brillante argento, preceduto solo dal già citato Maskinskov, che lo precede di poco più di 1’.

Inutile nascondere che in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, Pamich – inserito a pieno titolo nel ristretto lotto dei candidati alle medaglie – speri di conquistare la Medaglia d’Oro in quella che è altresì l’ultima apparizione ai Giochi del già ricordato Dordoni (che a Melbourne aveva optato per i 20km. concludendo non meglio che nono …), ma a metà della gara che si disputa al primo pomeriggio del 7 settembre 1960, il fiumano, prossimo al compimento dei 27 anni, transita in settima posizione, ad oltre 3’ di distacco dal leader, il britannico Don Thompson, con circa 1’30” di vantaggio sull’eterno Ljunggren a dispetto dei 41 anni che lo svedese avrebbe compiuto da lì a due giorni …

Situazione che muta nei 10 chilometri successivi, con lo scandinavo ad attaccare decisamente così da sopravanzare Thompson al passaggio ai 35km., mentre alle loro spalle l’azzurro risale in quarta posizione, pur mantenendo un distacco di quasi 3’30”, preceduto dal sovietico Aleksandr Shcherbina che segue la coppia di testa distanziato di poco più di 1’, ed il vincitore di Melbourne, Norman Read, viceversa ritiratosi …

Gli ultimi 15 chilometri divengono una doppia sfida tra Thompson e Ljunggren da una parte, che fanno a gara a superarsi al comando della gara sino a che, alla fine, a prevalere è il 27enne londinese, che conclude con il Record olimpico di 4.25’30”0, lasciando a 17” Ljunggren che, dopo l’Oro di Londra ’48 ed il bronzo di Melbourne ’56, completa così la propria collezione di medaglie ai Giochi, mentre l’azzurro è protagonista di un eccellente finale che lo porta dapprima a sopravanzare il sovietico per assicurarsi il gradino più basso del podio e quindi a ridurre il distacco dal primo a meno di 2’30”, tagliando il traguardo in 4.27’55”4.

Sicuramente un buon risultato, che però non soddisfa del tutto un Pamich che a 5 chilometri dall’arrivo si era anche portato ad 1’18” dalla coppia di testa prima che il britannico sferrasse l’attacco decisivo, ma che diviene l’ultima delusione prima di un quinquennio denso solo di Gloria e trionfi, dal quale non è assolutamente esente la nomina di Dordoni (che a Roma aveva concluso in un’onesta settima posizione …) quale Responsabile della Nazionale Italiana di Marcia …

Sotto la guida dell’ex Campione olimpico piacentino, Pamich compie l’ultimo gradino di quel salto di qualità che lo porta a divenire praticamente invincibile sulla distanza dei 50 chilometri, tant’è che già una settimana dopo il compimento dei 27 anni, il 16 ottobre 1960 a Ponte San Pietro, stabilisce in 4.03’02” la miglior prestazione mondiale su strada, per poi aggiudicarsi, l’anno seguente, la prima edizione del “Lugano Trophy” prendendosi la rivincita su Thompson, al quale infligge (4.25’38” a 4.30’35”) quasi 5’ di distacco.

E’ solo l’inizio del “Periodo magico” del marciatore giuliano – giunto oramai alla completa maturazione psicofisica e tattica – che ai Campionati Europei di Belgrado ’62 (proprio nella Capitale della Repubblica jugoslava che lo aveva costretto all’esilio …) sbaraglia il campo dei partenti, cogliendo il titolo continentale con il tempo di 4.19’46”6, lasciando a quasi 5’ di distacco il sovietico Grigoriy Panichkin, mentre Thompson completa il podio in 4.29’00”2, così da assumere il ruolo di favorito in vista delle Olimpiadi di Tokyo che si svolgono nel mese di ottobre 1964 …

Un appuntamento che Pamich e Dordoni preparano minuziosamente, consapevoli che a 31 anni da poco compiuti difficilmente potrà esserci un’altra occasione altrettanto propizia – pur se lo stakanovista Ljunggren è ancora della partita nonostante i quasi 46 anni, classificandosi 16esimo sui 50 e 19esimo sui 20 chilometri per la sua quinta partecipazione ai Giochi – e la gara che prende il via alle 12:20 ora locale del 18 ottobre 1964 si presenta con pioggia e freddo alquanto indigesti per tutti i concorrenti, ma non per chi a certe situazioni ambientali è maggiormente abituato …

E chi meglio di un fiumano trapiantato a Genova e di un inglese di Colchester potevano trovarsi a proprio agio in una tale condizione climatica, così che sono proprio Pamich ed il 25enne britannico Vincent Paul Nihill a prendere decisamente la testa, viaggiando di pari passo, gomito a gomito, verso il traguardo, allorché si verifica un “incidente di percorso” destinato a passare alla Storia …

Già, perché il portacolori azzurro che, senza tema di smentita, aveva bevuto ad un rifornimento un sorso di the freddo, inizia ad accusare problemi intestinali per liberarsi dei quali è costretto, suo malgrado a fermarsi, versione questa confermata dallo stesso marciatore a gara conclusa, ma smentita da Alfredo Pigna nel suo libro “Il Romanzo delle Olimpiadi” che, viceversa, parla di uno stimolo incontrollabile ad urinare causato dall’effetto diuretico della bevanda …

Quale che sia l’esatta dinamica, resta il fatto che la sosta comporta per Pamich la perdita di circa 40 metri da Nihill quando oramai mancano circa 12 chilometri all’arrivo, ma “l’essersi liberato dal peso” fa sì che il distacco venga colmato in men che non si dica per poi andarsi a prendere quell’Oro da tanto tempo sognato a ricompensa dei molti sacrifici sostenuti assieme alla moglie Maura e per fare un bel regalo ai figli Tamara e Sennen …

E quando, dopo l’ingresso nello “Stadio Nazionale” della Capitale giapponese, percorsi gli ultimi metri sulla pista per l’ultima volta in terra battuta, Pamich si lancia andare ad un plateale gesto di rabbia strappando con le mani il fatidico filo di lana, non sono in pochi a ritenere tale atteggiamento figlio della sua condizione di profugo, mentre è lui stesso a precisare che il riferimento è solo ed esclusivamente relativo a sfogare la tensione per un successo che stava rischiando banalmente, ancora una volta, di svanire …

Trionfo – l’unico dell’Italia in tale edizione dei Giochi per quel che concerne l’Atletica Leggera, che vede Salvatore Morale conquistare il bronzo nella Finale dei m.400hs – che bissa quello già citato ottenuto dal suo allenatore Dordoni ad Helsinki 12 anni prima ed il cui valore è accentuato dal tempo di 4.11’12”4 che rappresenta il nuovo Record Olimpico, con Nihill a concludere staccato di 19” e la Svezia a vedere un altro suo rappresentante sul podio, toccando stavolta ad Ingvar Pettersson mettersi al collo la medaglia di bronzo.

Raggiunto l’apice della carriera, Pamich non smette di marciare, e se l’anno seguente, nella terza edizione del “Lugano Trophy” che si svolge a Pescara, si deve accontentare del terzo posto in 4.06’40” alle spalle dei tedeschi orientali Christoph Hohne (il quale si impone anche nel 1967 e nel ’70) e Burkhard Leuschke, è ancora lui a confermare il titolo europeo di Belgrado, imponendosi nella Rassegna Continentale di Budapest ’66 con il tempo di 4.18’42” sulla coppia sovietica costituita da Gennady Agapov e dal già ricordato Shcherbina.

Un Pamich che vorrebbe ben figurare anche in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico ’68, ma è costretto al ritiro al 20esimo chilometro, lasciando l’onere di tenere alto il buon nome dell’Italia al 23enne Vittorio Visini, che conclude in un’onorevole sesta posizione, suo miglior piazzamento ai Giochi, visto che, quattro anni dopo a Monaco ’72, si classifica settimo sui 50 ed ottavo sui 20 chilometri, per poi replicare tale piazzamento sulla medesima distanza anche nell’edizione di Montreal ’76.

Pamich, viceversa, dopo essersi ritirato, al pari di Visini, ai Campionati Europei di Atene ’69, in cui si afferma Hohne in 4.12’32”8, ed essersi classificato ottavo due anni dopo nella Rassegna Continentale di Helsinki ’71, dove a primeggiare è il sovietico Benjamin Soldatenko su Hohne, riceve quello che lui stesso riconosce essere il massimo onore che il Comitato Olimpico Italiano potesse concedergli, ovvero ricoprire il ruolo di  portabandiera azzurro alla Cerimonia d’Apertura dei Giochi di Monaco 1972, che rappresentano la sua quinta partecipazione, pur se il finale è amaro, venendo squalificato mentre si trova in 15esima posizione nella prova vinta dall’atleta di casa Bernd Kannenberg su Soldatenko, con, per la prima volta nella Storia dei Giochi, entrambi i marciatori a concludere sotto le 4 ore, con 3.56’11”6 e 3.58’24”0 rispettivamente.

Ma, per uno che ha dedicato l’intera sua vita agonistica a marciare, l’appendere le scarpette al chiodo non vuol certo significare fermarsi, anche perché vi è una famiglia da mantenere – “ed, “all’epoca lo Sport era solo fatica, sacrificio e divertimento, mica ti portava i soldi …”, chiosa lui – ed eccolo quindi trovare impiego dapprima alla “Esso”, quindi alla “Finmeccanica” ed infine alla “SIP”, senza però staccarsi definitivamente dal Mondo dello Sport, mettendo a frutto le sue due lauree in psicologia e sociologia che fanno sì che venga chiamato in tale veste a dare supporto alla Nazionale Italiana di Pallamano.

C’è però un vuoto profondo nella sua vita che Pamich intende assolutamente colmare ed è il ricordo della sua città Fiume e della sua gente che non vuole che vada disperso, ed eccolo quindi protagonista quale collaboratore della “Società di Studi Fiumani”, ben lieto di non far mancare, fin quando gli è stato possibile, la sua presenza ogni qualvolta si sono celebrate delle commemorazioni organizzate dalla “Comunità degli Esuli Giuliani e Dalmati” in ogni parte della Penisola, lui che di quei profughi è stato quello che ha ottenuto maggiore notorietà.

E da chi volete che sia nata l’idea affinché il 10 febbraio di ogni anno – in ricordo del giorno del 1947 in cui fu sottoscritto il trattato di Parigi che assegnava Fiume alla Repubblica di Tito – si disputi a Roma, nel Quartiere Giuliano-Dalmata, la “Corsa del Ricordo, come a simboleggiare quella che è stata la “Lunga Marcia” di Pamich, che nulla a che vedere con quella storica di Mao Tse Tung, ma che per il giovane fiumano ha, viceversa, rappresentato dapprima lo sbocco verso la libertà, e quindi verso la Gloria sportiva …

Senza sapere se l’oramai quasi 90enne Abdon conosca il messaggio lasciato dalla scrittrice cilena Isabel Allende, crediamo di fargli piacere dedicandogli la frase della stessa: “Non esiste separazione definitiva, sinché vive il ricordo …!!” …

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...