ATTILA PETSCHAUER, LO SCIABOLATORE OLIMPICO CHE MORI’ IN CAMPO DI CONCENTRAMENTO ED ISPIRO’ UN FILM

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Attila Petschauer – da filmhiradokonline.hu

articolo di Gabriele Fredianelli

Sullo schermo gli ha dato il volto, pur sotto altro nome – quello di fantasia di Adam Sors – lo sguardo profondo di Ralph Fiennes per la regia di István Szabó.

Ma la storia portata al cinema vent’anni fa, nel 1999, dal film “Sunshine” è quella della famiglia dello sciabolatore Attila Petschauer, per un racconto che è anche quello del declino della Mitteleuropa, della questione ebraica, della nascita del nazismo e di tutte le tragedie del Novecento.

Attila Petschauer è stato uno degli schermidori più talentuosi dell’epoca d’oro della sciabola ungherese, due volte campione olimpico a squadre, un argento individuale, due volte campione del mondo sempre a squadre.

Nato a Budapest alla fine del 1904, Attila cresce nella fucina di Italo Santelli e della scuola italiana nella capitale magiara: un perenne sbocciare di campioni che domineranno la sciabola per buona parte del Novecento.

A poco più di vent’anni, nel 1925, a Ostenda, in Belgio, ai Mondiali (che allora si chiamavano Internazionali) è già bronzo individuale, dietro i più anziani ed esperti connazionali János Garay e Jenö Uhlyarik. L’anno seguente, nella sua Budapest, è secondo dietro l’altro magiaro Sándor Gombos. Nel ’29 a Napoli è terzo, dietro Gyula Glikais e il livornese Gustavo Marzi. E secondo sarà nel ’30 a Liegi e terzo a Vienna ’31, due edizioni in cui sarà anche oro a squadre in formazioni formidabili, ricchissime di campioni. Al suo fianco, oltre all’emergente Aladár Gerevich (che vincerà 7 ori ai Giochi), ci sono quasi sempre Garay e Gombos, nelle cui vene scorre sangue ebraico come quello di Attila. E verrà un tempo in cui purtroppo l’origine di quel sangue conterà più della vita stessa.

Intanto Petschauer anche alle Olimpiadi lascia un segno. Nel 1928, ad Amsterdam, con la sua squadra vince tutti gli assalti dall’inizio alla fine e conquista una quasi noiosa medaglia d’oro davanti all’Italia, aggiungendoci anche l’argento individuale dietro il connazionale Ödön von Tersztyánszky, dopo essere stato sconfitto solo allo spareggio. Nel ’32, a Los Angeles, è di nuovo oro sotto la bandiera ungherese, ma solo quinto nella gara individuale vinta dal connazionale György Piller-Jekelfalussy.

È quello l’ultimo squillo di una carriera breve ma intensa. Lasciata la pedana, diventerà giornalista per il quotidiano della capitale “Az Est“, “La sera“. Durante la guerra, per lui le cose ovviamente peggiorano. È però un eroe sportivo e, nonostante l’origine ebraica, ha uno speciale lasciapassare. Un giorno però lo dimentica a casa e viene fermato in un controllo di routine. Finisce nel campo di concentramento di Davidovka, a Zavidovo, in Ucraina.

incontra un altro ex atleta, dall’altra parte della barricata: un tenente colonnello dell’esercito ungherese, Kálmán Cseh von Szent-Katolna. Cseh ha partecipato ai Giochi del 1928 negli sport equestri. Potrebbe essere il suo salvatore. Invece diventa il suo aguzzino. È lui a costringerlo a salire nudo su un albero, prima di fargli gettare addosso dell’acqua gelida. È l’inverno tra il 1942 e il 1943. Attila morirà per i postumi di questo episodio il 20 gennaio del ’43 in quel campo di concentramento.

Gli ultimi suoi giorni saranno raccontati da un altro atleta ungherese rinchiuso nel campo, il lottatore Károly Kárpáti, argento a Los Angeles, oro a Berlino. Lui però si salverà e morirà novantenne nel 1996.

Come Attila, tra gli ebrei ungheresi, non sopravvissero ai campi neppure gli altri sciabolatori Oszkár Gerde e János Garay, morti a Mauthausen, così come morì, sul Ponte Margherita a Budapest, per colpa di un’espolosione Endre Kabos, allora prigioniero. Petschauer è oggi nella International Jewish Sports Hall of Fame.

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