CONNORS-BARAZZUTTI E QUEL SEGNO CANCELLATO NELLA SEMIFINALE AGLI US OPEN 1977

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Una fase dell’incontro – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Diciamoci la verità. Quando Corrado Barazzutti si presenta ai cancelli di Forest Hills per l’edizione 1977 degli US Open, non ha grande pedigreè nello slam americano. Anzi, il “soldatino” del tennis azzurro ha partecipato solo a due riprese, uscendo al primo turno nel 1973 per mano di Charles Owens, per poi, anno 1976, pur accreditato della testa di serie numero 13, perdere al secondo turno con il sudafricano John Yuill, non prima aver battuto all’esordio l’australiano Paul Kronk.

Ogni stagione, però, è diversa dall’altra, e se Barazzutti, friulano classe 1953, ha nondimeno mostrato ottima attitudine al gioco su terra battuta, con quel suo pedalare incessante da fondocampo e la rara dote di non sbagliare quasi mai con i colpi di sbarramento, cogliendo buoni risultati sul “rosso” del Roland-Garros, dove è giunto agli ottavi di finale nel 1976 per vedersi stoppare da Guillermo Vilas, altresì arrampicandosi al terzo turno nei tre anni precedenti, quando ad eliminarlo sono, nell’ordine, Boro Jovanovic nel 1973, Eddie Dibbs nel 1974 e Raul Ramirez nel 1975, necessita di qualche risultato anche di là dall’Oceano Atlantico per rafforzare il suo status di tennista in crescita.

L’anno in corso ha bocciato, è vero, le illusioni dell’italiano di bissare l’exploit parigino, con una prematura sconfitta al primo turno con il cileno Hans Gildemeister, ma se nel 1976 Barazzutti ha ottenuto a Nizza, ovviamente su terra battuta, il primo di una serie di cinque successi nel circuito, ecco che la vittoria di Charlotte in aprile, cuirosamente su tappetto indoor, e il successivo trionfo a Baastad contro l’ungherese Balazs Taroczy, certificano che Corrado, quando giunge a Forest Hills, è in buona salute e deciso a far meglio delle due precedenti apparizioni agli Us Open. Che, oltretutto, si giocano, per la terza ed ultima volta prima dello spostamento nel catino di cemento di Flushing Meadows, su una superficie a lui congeniale, una terra battuta grigio/verde che, seppur più rapida di quella rossa europea, ben si sposa con le caratteristiche tecniche del tennista di Udine.

Bjorn Borg e Jimmy Connors, protagonisti di una memorabile finale a Wimbledon risolta al quinto set a favore dello svedese, sono le prime due teste di serie nonché i due grandi favoriti del torneo, l’uno in cerca del primo trionfo americano, l’altro all’inseguimento del bis della vittoria dell’anno precendente ottenuta proprio contro l'”orso” scandinavo. L’argentino Guillermo Vilas, che si è imposto sulla terra del Roland-Garros, veste i panni del terzo incomodo, anche perché sta pennellando una stagione da record, con Brian Gottfried, appunto finalista dello slam francese, accreditato della testa di serie numero 3 di un tabellone che lascia a Manuel Orantes, vincitore nel 1975 proprio con Connors, Raul Ramirez, Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis ben poche chances di inseririsi nel discorso per la vittoria finale. Adriano Panatta e Corrado Barazzutti, eroi qualche mese prima della trionfale spedizione cilena di Coppa Davis, sono della partita, ma se l’ex-campione di Parigi si fermerà al terzo turno sconfitto da Dick Stockton negandosi un ottavo di finale di prestigio con Borg, che sarà a sua volta costretto al ritiro, Barazzutti disegna un percorso sorprendente, da leccarsi i baffi.

Corrado entra in competizione contro Bill Scanlon, giovanotto statunitense 21enne di belle speranze, che sarà un giorno numero 9 del mondo e darà qualche dispiacere a John McEnroe, ed il successo in due set, facile, 6-2 6-4, già evidenzia che Barazzutti è in condizione di dire la sua. Tanto più che al secondo turno, dove si trova a dover incrociare racchetta con il grande Nastase, settima testa di serie e primo numero 1 del mondo della storia computerizzata del tennis, l’azzurro gioca in scioltezza, sicuro da dietro e quasi mai in difficoltà sulle sortite a rete del rumeno, infine costretto ad inchinarsi con un duplice 6-4.

Così liberato il tabellone, Barazzutti ha la strada in discesa, liquidando in un amen l’australiano Mark Edmondson, che vanta il record di aver vinto uno Slam, l’Open d’Australia 1976, da numero 212 del mondo, più alto in classifica di sempre, 6-1 6-0, e l’americano Butch Walts, 6-2 6-0, guadagnandosi già un quarto di finale di lusso con Gottfried. E qui il friulano gioca come meglio non potrebbe, surclassando l’avversario con un punteggio, 6-2 6-1 6-2, che proprio non ammette repliche, meritandosi la semifinale contro Connors, grande favorito del torneo anche in virtù dell’eliminazione di Borg per mano, appunto, di Stockton.

E qui ci scappa il fattaccio. Jimbo, lo sappiamo bene, non eccelle certo per simpatia e correttezza, e se gioca da par suo i primi due set tenendo a bada Barazzutti, 7-5 6-3, nel terzo parziale soffre sempre più il ritorno dell’azzurro che si arrampica sul 4-3. Qui una palla di Connors è decisamente out, ma nel mentre viene chiamata buona e Corrado invita il giudice a scendere dal seggiolone per controllare il segno, inequivocabile sulla terra, l’americano va oltre il net, lo cancella con un piede e costringe l’arbitro, di fatto, a far proseguire il match assegnando il punto a Connors, solo verbamente richiamato ad un comportamento in linea con il regolamento. Sullo slancio Jimbo rimonta e con il 7-5 pone fine al match, spengendo l’illusione di Barazzutti di realizzare un exploit che se non poteva davvero considerarsi certo, almeno perseguibile sicuramente sì. Che gli avrebbe spalancato le porte della finale con Vilas, che saprà vendicarlo battendo Connors in quattro set.

E se da quell’epico pomeriggio del 1977 son trascorsi ben 42 anni, tocca oggi a Matteo Berrettini prendersi la rivincita e provare a far sventolare il tricolore sul pennone più alto dell’US Open… magari con l’aiuto di “occhio di falco“, che a distanza di anni non ammette scorrettezze!

 

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