MARINO LEJARRETA, LO STAKANOVISTA DEI GRANDI GIRI CHE VINSE LA VUELTA 1982

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Marino Lejarreta tira il gruppo al Giro d’Italia 1987 – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

Fa quasi sorridere, oggi, quando i campioni più acclamati del pedale affermano, certificandolo poi sulla strada, di non essere in grado di esser competitivi in due grandi Giri nello stesso anno. Basta tornare indietro di qualche decennio, e troveremo non solo campioni capaci di far doppietta vincente nell’arco di uno stesso anno solare, ma pure qualche caso di ciclista abile e resistente al punto da far classifica in tutte e tre le grandi corse a tappe, Giro, Tour e Vuelta.

Marino Lejarreta, ad esempio, spagnolo di Berriz classe 1957, che si avvicina al ciclismo nella scia del fratello maggiore Ismael che ricopre non solo il ruolo di fonte di ispirazione ed emulazione, ma pure quello di maestro e spalla impareggiabile quando il più giovane della famiglia passa professionista con la Novostil nel 1979, mettendo subito in mostra notevolissime qualità di scalatore che gli garantiranno la maggior parte delle affermazioni tra i grandi.

E se in quegli anni Ottanta il ciclismo è dominato dalla classe di campioni del calibro di Hinault, Moser, Saronni, Fignon, Lemond, Roche e Delgado, ecco che Lejarreta trova modo di illustrarsi nelle corse a tappe più prestigiose, puntando l’obiettivo sulla classifica generale dei grandi giri.

Come è naturale che sia, Lejarreta si mette in luce nelle corse iberiche, e se nel 1980 già vince il Giro della Catalogna e la Scalata del Montjuic vestendo la maglia della Teka, ecco che ad aprile, dopo il 30esimo posto dell’anno precedente all’esordio, rivela doti non comuni cogliendo un eccellente quinto posto alla Vuelta. L’impegno di Marino, almeno nelle prime stagioni, è quasi esclusivamente volto al panorama nazionale, e se nel 1981 vince per la prima volta quella Clasica di San Sebastiana che farà sua altre due volte nel 1982 e nel 1987 quando ancora la corsa basca non aveva il prestigio di oggi, altresì, dopo l’abbandono del 1981, ottiene proprio alla Vuelta del 1982 il primo, ed anche unico, successo in un grande giro.

Ad onor del vero la vittoria è servita su un piatto d’argento dalla penalizzazione di dieci minuti inferta, postuma, a David Arroyo, capitano della Reynolds, che a Madrid viene celebrato trionfatore prima di incappare nelle maglie dell’antidoping, risultando positivo al Metilfenidato e  perdendo, due giorni dopo il termine della Vuelta, una corona che finisce sulla testa del giovane Lejarreta, vincitore sul traguardo in salita di Navacerrada.

Lejarreta prende, incarta e porta a casa, ma la vittoria conseguita a tavolino non lo soddisfa in pieno, e se nel frattempo prende parte a due edizioni consecutive del Tour de France, senza troppa gloria ad onor del vero come certificano i piazzamenti finali, 35esimo e 37esimo, nel 1983 è pronto a dimostrare, sulle strade della Vuelta e contro l’avversario più forte, Bernard Hinault, che la vittoria di cui ha beneficiato l’anno prima non è stata un caso. Ed in effetti nella corsa di casa Lejarreta fa la voce del padrone, difendendo i colori della sanmarinese Alfa Lum diretta da Primo Franchini, imponendosi sul traguardo in salita di Vielha, nella cronometro di Baños di Panticosa e ai Laghi di Cavadonga, ma la sua scarsa esperienza internazionale lo espone a un’insidiosa offensiva di alcune star del ciclismo internazionale, quali lo stesso Hinault, aiutato dal giovane gregario Laurent Fignon, Hennie Kuiper e Giuseppe Saronni, che si coalizzano contro di lui, costringendolo ad alzare bandiera bianca al cospetto del fuoriclasse bretone ed infine chiudere sul secondo gradino del podio, distanziato di 1’12”, mettendosi in saccoccia, a mo’ di consolazione, la vittoria almeno nella speciale classifica a punti.

26enne nel pieno della maturità fisica, Lejarreta sembra destinato a grandi successi per le stagioni che verranno, ma, ironia della sorte, se per salire nuovamente sul podio in un grande giro dovrà attendere addirittura otto anni, terminando terzo nel 1991, ormai 34enne, alle spalle dell’inatteso Melchor Mauri e dell’immenso Miguel Indurain, nondimeno diventa un ospite fisso non solo nelle top-ten delle grandi corse a tappe, ma anche nelle partecipazioni annuali alle corse di tre settimane.

Nello stesso 1983, infatti, debutta al Giro d’Italia con un sesto posto, allineandosi al via in altre sei occasioni collezionando due quarti posti (nel 1984 a soli 7″ da Argentin vincendo la tappa di Selva di Val Gardena, e nel 1987 a 54″ da Breukink), due quinti posti, un settimo ed un decimo posto, vincendo la tappa di Scanno nel 1991, per poi altrettanto efficacemente illustrarsi sulle strade del Tour de France che lo vedono quinto nel 1989 e nel 1990 quando si impone sul traguardo di Millau. E visto che questo scalatore battagliero, con una particolare propensione alla fatica e mai domo, non vuol proprio farsi mancare niente, ecco che nel 1987, per la prima volta in carriera, prende il via nei tre grandi giri, risultando infine trentaquattresimo alla Vuelta, che all’epoca di disputava ad aprile, appunto quarto al Giro e decimo al Tour, per poi ripetere l’impresa in età ancor più avanzata, nel 1989, quando compie l’exploit di chiudere nei primi venti in tutte e tre le grandi corse a tappe, con un 19esimo posto alla Vuelta, un settimo al Giro ed un quinto al Tour.

Ce ne sarebbe a sufficienza per far invidia ai mammasantissima del ciclismo di oggi che centellinano gli appuntamenti nei grandi giri, ma Marino Lejarreta, che di tempra e coraggio ne aveva da vendere, va pure oltre, perché, per le due ultime stagioni di una carriera che si chiude nel 1992 con i colori della corazzata Once, vantando, fuori dai confini patri, solo le vittoria al Tour du Tarn nel 1981 e al Giro dell’Appennino del 1983 distanziando Emanuele Bombini di 38″, si regala un altro tris annuale di grandi giri. Per un totale di dieci partecipazioni consecutive a gare di tre settimane. Hai capito, il vecchietto del ciclismo spagnolo? Proprio uno stakanovista con la “s” maiuscola…

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