BRUNO GIACOMELLI, IL PILOTA ALFA ROMEO A CUI MANCO’ LA VITTORIA IN FORMULA 1

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Bruno Giacomelli al volante dell’Alfa Romeo – da f1sport.it

articolo di Nicola Pucci

Il vostro scriba appartiene a quella generazione di mezza età che ebbe la fortuna di appassionarsi di Formula 1 ai tempi in cui, primi anni ’80, Michele Alboreto si affacciava tra i grandi denunciando talento naturale alla guida della “vecchia” Tyrrell, Riccardo Patrese si sbatteva a destra e manca in cerca di quell’affermazione che lo avrebbe premiato solo qualche anno dopo, Andrea De Cesaris, bello e bravo, portava una ventata di spontanea romanità tra i mammasantissima del volante, Elio De Angelis si faceva apprezzare per gentilezza e pulizia di guida. E poi… e poi c’era lui, Bruno Giacomelli, bresciano di Poncarale, classe 1952, che si era fatto un bel po’ di gavetta prima di meritarsi la chiamata tra i grandi. E non nego che tra tanti italiani di buonissimo lignaggio automobilistico, proprio a lui andassero le mie preferenze.

Già, perchè in Giacomelli c’era tutto quel che si può ammirare in chi, senza poter contare sull’aiuto di nessuno, si è fatto strada a suon di risultati, solo ed esclusivamente grazie ai propri meriti, sfoggiando audacia, determinazione e voglia di arrivare. In effetti il lombardo, dopo aver esordito con il motocross ed essersi guadagnato il pane lavorando ovunque e per chiunque, infine trova la sua dimensione più autentica al volante di un automobile da corsa, gareggiando nel 1972 in Formula Ford e vincendo nel 1975 il Campionato di Formula Italia battendo proprio Patrese.

La stagione trionfale convince Giacomelli, definitivamente, che il presente debba essere solo automobilismo, quindi prende cappello dall’Italia e si trasferisce in Inghilterra dove, grazie all’intervento di Sandro Angeleri, si guadagna il posto con la March, gareggiando in Formula 3. Nello stesso 1976 vince e convince al trofeo Shell Sport, concludendo altresì secondo nel Campionato Britannico solo perché all’ultima corsa, a Thruxton, viene buttato fuori pista da Rupert Keegan. Domina in prova e in gara al Gran Premio di Montecarlo di Formula 3, e l’impresa sembra potergli aprire addirittura le porte della Ferrari, con il “Drake” che lo vorrebbe assoldare in Formula 2. Ma Bruno resta alla March anche per il 1977, in Formula 2, forse perché già sperava di debuttare in Formula 1 con la “rossa di Maranello“, e solo a fine anno può coronare il sogno di esordire nel principale circuito automobilistico, grazie alla McLaren che lo ingaggia per guidare al Gran Premio di Monza una terza vettura, la M23 destinata a Gilles Villeneuve, che Giacomelli conduce al 15esimo posto in griglia di partenza, ritirandosi poi al 38esimo giro per un testacoda.

L’approccio alla Formula 1 è solo rimandato, e se nel 1978 Giacomelli domina l’Europeo di Formula 2, sempre con la March, imponendosi in ben otto delle dodici gare, ecco che, dopo qualche altra sporadica apparizione con l’obsoleta McLaren M26 che Bruno porta al settimo posto a Brands Hutch partendo dal 16esimo tempo in griglia, il pilota bresciano si accasa con l’Alfa Romeo, che nel 1979, sotto l’occhio attento dell’ingegner Carlo Chiti, rientra in Formula 1 e sceglie Giacomelli quale guida al posto dell’infortunato Vittorio Brambilla, tolto di mezzo dal drammatico incidente di Monza che costa la vita a Ronnie Peterson.

E’ l’inizio di quella bellissima storia che lega per quattro anni Giacomelli alla scuderia milanese, che tenta di rinverdire i fasti in cui, ai primi anni Cinquanta, dominava la scena. Ad onor del vero la stagione 1979 non è certo esaltante, con Bruno che si trova a guidare… l’inguidabile modello 177, per poi metterci molto del suo nello sviluppo al modello 179. Il debutto è a Zolder, in Belgio, con un 14esimo tempo in griglia ed il ritiro al 21esimo giro per una collisione con la Shadow di Elio De Angelis. Giacomelli è in pista anche in Francia, a Monza e a Watkins Glen, ma assomma due altri ritiri ed un 17esimo posto che non regalano punti per una prima stagionebiancorossa” chiusa desolantemente a quota zero punti.

Il modello 179 è definitivamente adottato per l’anno dopo, 1980, che si apre con un promettente quinto posto all’esordio in Argentina, seppur ad un giro dalla Williams di Alan Jones. C’è da lavorare, molto, per migliorare le prestazioni dell’Alfa Romeo, ma Giacomelli è ben lungi dal darsi per vinto, ci dà dentro come un matto e i risultati, piano piano, cominciano ad arrivare. Fin dalle qualifche, con Bruno che si avvia dalla terza fila a Long Beach ed è ottavo in griglia a Montecarlo, affiancato al collega Patrick Depailler. Giacomelli è spesso veloce, anche più del francese, e con l’avvento delle nuove 15 pollici anteriori della Goodyear, a partire dal Gran Premio d’Inghilterra a Silverstone, ecco che l’Alfa Romeo opera il definitivo salto di qualità.

Certo, in gara è tutta un’altra cosa, se è vero che Giacomelli, ad eccezione di un quinto posto ad Hocknehiem, proprio su quella pista dove qualche giorno prima, nel corso di un test, perde la vita Depailler, colleziona una serie infinita di ritiri. Ma alcune prestazioni del bresciano incendiano il pubblico, come a Zeltweg, in Austria, quando solo la rottura di una sospensione ferma Bruno mentre era in quarta posizione, ed ancora a Zandvoort, in Olanda, quando, in piena lotta per il podio con Jacques Laffite, va in testacoda per un problema ai freni, rompe una minigonna ed ancora una volta è costretto all’abbandono.

Ma la gara che potrebbe essere quella della vita, per Bruno Giacomelli, si corre negli Stati Uniti, a Watkins Glen, ultimo appuntamento della stagione. Che l’Alfa Romeo, ormai, sia competitiva ai massimi livelli è certificato dai due quarti posti ottenuti in prova dal bresciano nel due prove precedenti, a Monza e Montreal, e se in entrambe le occasioni lo sviluppo della gara ha bocciato le ambizioni di Bruno costringendolo agli ennesimi ritiri, ecco che a Watkins Glen Giacomelli è pronto a far saltare il banco. In prova la sua 179 è una spanna superiore alla concorrenza, ed in gara per 32 giri non ce n’è proprio per nessuno. L’illusione della vittoria, la prima in formula 1, sembra a portata di volante, ma ancora una volta quei problemi all’accensione che avevano già penalizzato l’Alfa Romeo, stoppano Giacomelli sul più bello, mandando in fumo, è proprio il caso di dirlo, i suoi sogni di gloria.

In effetti quel Gran Premio degli Stati Uniti del 1980 rimane il grande rimpianto della carriera di Giacomelli, che l’anno dopo ancora, seppur facendo i conti con una vettura forse più affidabile, manca di compiere quell’ultimo balzo in avanti che avrebbe potuto garantire maggior competitività. Giacomelli vede frustrate le sue ambizioni di primeggiare, nondimeno chiude la stagione con due prestazioni di valore, quarto in Canada ed addirittura sul podio, l’unico in carriera, a Las Vegas, quando è terzo alle spalle dell’irraggiungibile Williams di Jones e in scia alla McLaren di Alain Prost.

Ma il treno, ormai, è passato, e se nel 1982 Giacomelli è costretto a guardare gli altri andare troppo più veloci della sua Alfa Romeo, nel 1983 difende i colori della Toleman, che di lì a qualche mese darà da guidare ad un giovanotto di nome Ayrton Senna, senza troppa fortuna ad onor del vero, e pure con qualche polemica di troppo, tornando anni dopo, nel 1990, a gareggiare in Formula 1 con quella Life che proprio non può competere ad armi pari con vetture che vanno oltre 100 km/h più rapide.

Certo che se non fosse stata per quella maledetta bobina dell’accensione andata in fumo a Watkins Glen, magari almeno una vittoria avrebbe confortato la classe e l’ardore al volante di Bruno Giacomelli, pilota che partì dal nulla e per poco non batteva tutti.

 

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