GARY PLAYER E QUELLA SFIDA CON ARNOLD PALMER AL MASTERS 1961 PER LA PRIMA VITTORIA ESTERA

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Gary Player al Masters 1961 – da augusta.com

articolo di Nicola Pucci

L’Augusta Masters è il più giovane dei quattro tornei Major del golf, datando la prima edizione solo nel 1934, ben più tardi di Open Champioship, dove bastoni e palline emisero il primo vagito addirittura nel 1860, US Open, che vide la luce quando ormai il XIX secolo volgeva al termine, 1895, e PGA Championship, che dei quattro è il meno blasonato a dispetto dell’anno di nascita, 1916. Nondimeno, se a qualsiasi golfista, professionista o dilettante che sia, chiedete quale trofeo od onore vorrebbe vantare, beh, state certi che in percentuale la gran parte di loro vi direbbe che sognerebbe di vestirsi della “green jacket“, ambitissimo premio concesso a chi conquista il Masters.

Già, perchè su quei meravigliosi prati georgiani si sono scritte pagine epiche di golf, ed una tra le tante di queste rimanda all’anno 1961, che segnò il primo trionfo di un giocatore che non fosse americano. Perché è bene sapere che al Masters, dal giorno in cui Horton Smith vinse la prima edizione, si sono succeduti 24 campioni, e ciascuno di loro batteva bandiera stelle-e-strisce. Si chiamassero Gene Sarazen, Byron Nelson, Craig Wood, Jimmy Demaret, Sam Snead, Ben Hogan o Arnold Palmer, solo per citare i più noti.

E proprio Arnold Palmer, che nel 1960 per la seconda volta si è vestito della giacca verde rimontando 3 colpi a Ken Venturi grazie a tre birdie risolutivi nelle ultime 10 buche per infine avere la meglio di 1 solo colpo, è il grande favorito di un torneo che ha negli stessi Snead, Hogan, Nelson, Jack Burke jr. e Doug Ford, che passeranno il taglio del secondo giro, gli altri campioni già capaci in passato di imporsi all’Augusta National Golf Club, in gara dunque con legittime ambizioni di tornare a mettere in fila gli avversari.

E così, nel mentre sono fuori dai giochi dopo 36 buche vecchie volpi quali Smith, Sarazen, Wood, Demaret, Herman Keiser, Claude Harmon e Cary Middlecoff che pagano dazio all’incedere, implacabile, del tempo che scorre, ecco che avanza la sua candidatura alla vittoria finale, oltre ad un ragazzone di poco più di 20 anni, ancora amator, che in futuro farà parlare di sè, tale Jack Nicklaus, un sudafricano che proprio uno sconosciuto non è. Ed è una candidatura autorevole, quella di Gary Player, se è vero che due anni prima, 1959, si è tolto il lusso di far sua l’ambitisima “Claret Jug” che premia il vincitore dell’Open Championship, battendo al Muirfield Golf Links di Gullane, in Scozia, Fred Bullock e Flory Van Donck.

Nato a Johannesburg il 1 novembre 1935, Player, che ha perso la madre in tenera età, sconfitta dal cancro, ed è stato avviato al golf dal padre, minatore in una cava d’oro, ha talento ed arroganza da vendere, tanto da dichiarare, a 16 anni ed un anno prima di passare professionista, che sarebbe diventato il numero 1 del mondo. In effetti la scalata ai vertici è prepotente, tanto da collezionare ben 165 titoli da professionista, terzo nella speciale classifica alle spalle di Sam Snead e dell’argentino Robert De Vicenzo, e se proprio all’Open britannico debutta con un fantastico quarto posto nel 1956, poco più che 20enne, ecco che l’affermazione di tre anni dopo lo elegge tra i grandi del golf.

E che un grande Gary Player lo sia davvero è certificato non solo da una carriera memorabile che gli regalerà, infine, ben 9 titoli Major, ma per quel che il sudafricano ha significato per l’affermazione prima, lo sviluppo poi del gioco del golf. Al pari di Jack Nicklaus ed Arnold Palmer stessi, che all’edizione del 1961 del Masters sono entrambi presenti, seppur con diverse ambizioni.

Ad Augusta, almeno fino ad ora, Player, che giovanissimo ha sposato la sua Vivienne che gli darà sei figli e sarà nonno di ben 22 nipoti, ha digerito più bocconi amari che soddisfazioni, solo 24esimo nel 1957, ottavo nel 1959 e sesto nel 1960, a cui aggiungere il taglio mancato del 1958, unico fino a quel momento nei tornei Major. Ma il 1961 è l’anno della svolta, annunciato è vero da una stagione precedente senza acuti, a cui il sudafricano mette una pezza con le vittorie al Lucky International Open di San Francisco, battendo George Bayer e Don Whitt, e al Sunshine Open Invitational, dove costringe alla resa lo stesso Palmer.

E con Palmer la sfida si rinnova al Masters del 1961, dal 6 al 10 aprile, con Player che si presenta all’appuntamento georgiano in grande spolvero. Come dimostra fin dal primo giro, chiuso in seconda posizione con 69 colpi, davanti al giovanissimo e promettentissimo Nicklaus, ancora amator, e staccato di 1 colpo dalla coppia di testa formata, manco a dirlo, da Palmer e Bob Rosburg.

Curiosamente Palmer e Player invertono il loro score al secondo giro, 68 e 69, trovandosi così a loro volta appaiati al comando, nel mentre la concorrenza, che risponde al nome di Rosburg e Don January, perde… colpi, e si allontana.

In una classifica che parla esclusivamente americano, va profilandosi una possibile, prima storica vittoria di un giocatore straniero, e con un terzo giro in 69 colpi Player prende decisamente la testa del torneo, in concomitanza con la giornata negativa di Palmer che segna uno score di 73 colpi e si presenta all’ultimo giro con 4 colpi da recuperare.

In effetti quel lunedì 10 aprile 1961, causa la pioggia che impone lo stop nel pomeriggio della domenica e l’annullamento del giro rimandando l’epilogo al giorno dopo, è fotogramma tra i più appassionanti dell’intera storia del Masters. Si sfidano due campioni destinati all’immortalità, e quel che ne viene fuori è una sfida eccitante, giocata all’ultimo colpo, con Player che si porta a 5 colpi di vantaggio grazie a due birdie alle prime due buche e Palmer che ricuce lo strappo fino ad impattare alla buca 13 quando il sudafricano segna un doppio bogey. Un altro bogey alla buca 15 costa il primato a Player, che nelle seconde nove buche del percorso segnerà infine uno score di 40 colpi, ma quando ormai per il sudafricano sembra che la vittoria sia sfumata, ecco che all’ultima buca succede quel che non ti aspetti.

Palmer, in vantaggio di un colpo ed apparentemente avviato a confermarsi campione, col secondo colpo dal fairway finisce nel bunker subito dietro al green, così come lo stesso Player, ma mentre il sudafricano, che ha finito il suo giro da circa un’ora e siede in Club House in trepida attesa, riesce poi a chiudere il par 4, l’americano va lungo nel tentativo di uscire dalla sabbia col terzo colpo. Con il putter tenta a questo punto di imbucare da lontano ma la traiettoria è nuovamente lunga, così come quella successiva da 4 metri si ferma a pochi centimetri dalla buca, il che avrebbe forzato la sfida al play-off. Infine Palmer segna un doppio bogey e con i 2 colpi persi si vede non solo scavalcare da Player, ma pure agganciare da Charles Coe, un amator, che lo affianca in seconda posizione, 7 colpi sotto il par.

Con uno score finale di 280 colpi, 8 sotto il par ed 1 meglio dei due rivali che si piazzano alle sue spalle, Gary Player, che qui vincerà ancora molti anni dopo, nel 1974 e nel 1978. spezza il sortilegio che mai voleva un golfista straniero capace di trionfare all’Augusta Masters ed entra di diritto nella storia del golf. Vestito con una giacchetta verde.

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