LA ZAMPATA ARCOBALENO DI OSCAR CAMENZIND AL MONDIALE DI VALKENBURG 1998

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L’arrivo a braccia alzate di Camenzind – da watson.ch

articolo di Nicola Pucci

Se ricordate Valkenburg ai ciclisti italiani di qualche anno addietro, rischiate come minimo di far andar loro di traverso il boccone. Già, perché tra quelle colline dispettose, spesso battute dal vento e quasi sempre con pioggia e cielo grigio a far da cornice, per quattro volte la nazionale azzurra ha provato a vestirsi con i colori dell’iride e per quattro volte se n’è tornata a casa con le pive nel sacco.

E se nel 1938 e nel 1948, pur con Bartali e Coppi in formazione, l’Italia rimase ai margini della disfida remando nelle retrovie tra scelte tattiche sbagliate, nel primo caso, ed un inutile dualismo, nel secondo caso, nel 1979 uno scatenato Giovanni Battaglin era nel quintetto che si giocò il titolo mondiale in volata, buttato infine a terra dalle malefatte della coppia Thurau-Raas che poi trionfò davanti al pubblico amico.

Nel 1998, per la quarta volta dunque, i Mondiali di ciclismo tornano nel Limburgo, ed ancora l’Italia ha tutte le carte in regola non solo per essere la nazionale di riferimento della corsa, ma pure per afferrare quella maglia con i colori dell’iride che sfugge dal bis di Bugno a Benidorm nel 1992. E stavolta sembra quasi sia fatto divieto di sbagliare, seppur in ammiraglia via sia, per l’occasione, un debuttante, Antonio Fusi, che ha preso il posto del commissario tecnico per antonomasia della nazionale italiana, Alfredo Martini.

Il grande favorito della corsa è Michele Bartoli, dominatore del circuito di Coppa del Mondo, fatta sua per la seconda volta consecutiva, che nel corso della stagione ha bissato il successo alla Liegi-Bastogne-Liegi e si è imposto in una classica esigente come il Campionato di Zurigo. Pisano classe 1970, Bartoli è in condizioni di forma smaglianti e può contare sull’appoggio, in qualità di seconda punta, di Andrea Tafi, sesto due anni prima a Lugano, e sull’opera di gregariato di campioni del calibro di Bugno stesso, all’ultima recita in carriera, di Paolo Bettini, non ancora “grillo” vincente, e di Davide Rebellin, adattissimo alle corse vallonate come appunto si presenta il tracciato di Valkenburg. A completare l’organico in gara, Celestino, Donati, Faresin, Nardello, Scinto, Simeoni (che proprio all’ultimo sarà costretto a dare forfait lasciando l’Italia in inferiorità numerica) e Zanini, tutti votati alla causa comune, con Frigo e Pinotti relegati al ruolo di riserve.

La concorrenza, nondimeno, è agguerrita, seppur manchi il campione del mondo in carica, il francese Laurent Brochard, così come non sia della partita l’altro Laurent del ciclismo transalpino, quel Jalabert che ha battagliato con Bartoli, e ne è uscito bastonato, nelle corse delle Ardenne. L’Olanda gioca in casa e affida le sue chances a Michael Boogerd, per le cui caratteristiche tecniche il percorso sembra disegnato su misura, in casa Belgio si punta su Van Petegem e Marc Wauters, la Francia non può far altro che sperare nell’effetto-sorpresa, e la Svizzera ha un quintetto temibilissimo composto dai più giovani Aebersold e Beat Zberg e dai “vecchi” Gianetti, Richard e Jaermann che in passato più di un dispiacere hanno inflitto ai corridori italiani. Lance Armstrong, di ritorno dopo esser sopravvissuto ad un tumore ai testicoli e non ancora l’uomo dei 7 Tour de France, veste i panni del guastatore, non dimenticando che nella prima parte della carriera fu già capace di vestire l’iride ad Oslo nel 1993. E poi… e poi c’è Oscar Camenzind, ma di lui nessuno si preoccupa eccessivamente, a dispetto di un eccellente quarto posto al Giro d’Italia, corso in appaggio a capitan Pavel Tonkov in maglia Mapei.

Domenica 11 ottobre 1998, dunque, 152 corridori si mettono in marcia per completare un anello, incarognito dallo strappo del Cauberg, che misura 17,2 chilometri da ripetere 15 volte per 258 chilometri complessivi. Come era nelle previsioni, il cielo è nero come la pece e piove in abbondanza. Il primo giro è coperto alla media oraria di 38,3 km/h ma lo status quo ovviamente non può durare e nel corso della seconda tornata iniziano gli scatti, con Zanini e Celestino che da buoni guardiani sono pronti a tamponare. Proprio Zanini, che nel 1996 vinse in Olanda l’Amstel Gold Race e probabilmente sarebbe capitano in qualsiasi altra nazionale che non fosse l’Italia, è intruppato nei 13 che al terzo giro tentano l’attacco da lontano, assieme ad un pimpante e motivatissimo Bugno, Andersson, De Jongh, Dierckxens, Jaermann, Kirsipuu, Hoj, Lino, Aebersold, Hondo, Voskamp e Guesdon. Il plotoncino in avanguardia accumula velocemente 2 minuti di vantaggio, ma è solo la prima schermaglia del giorno se è vero che al sesto giro il gruppo ricuce e si ricompatta.

Che la giornata sarà grigia anche più del cielo se ne ha sentore quando proprio Bartoli accusa un guaio meccanico ed è costretto a fermarsi ai box a cambiare la bicicletta che è dotata di freni che hanno una mescola che non va. Il pisano rientra prontamente con l’aiuto di quattro compagni di squadra e al giro successivo può riprende la sua bici che nel frattempo è stata sistemata a dovere.

All’ottavo giro si registra un nuovo tentativo di 7 corridori, Van Heeswijk, Dietz, ancora l’attivissimo Jaermann, Nico Mattan, Vasseur, Peeters e l’azzurro Donati, al solito impeccabile uomo di fatica. Anche stavolta il vantaggio non supera i due minuti perché il gruppo non vuol certo rischiare di compromettere la gara lasciando spazio a fughe-bidone, e al nono giro  i battistrada vengono ripresi, propri nel momento in cui Dierckxens, che in casa Belgio è libero di giocarsi le sue chances da lontano, ci prova sul Cauberg. Nel corso del decimo giro Bartoli cade in discesa urtato da uno statunitense ed è costretto nuovamente a fermarsi per cambiare il mezzo meccanico ed infilare una scarpa nuova. Sbagliando tatticamente, Tafi in quel mentre attacca con Vasseur e Voigt, e Bartoli è costretto ad un supplemento di fatica per rientrare in gruppo con l’aiuto di Faresin, Scinto e Nardello. All’undicesimo giro l’Olanda, che fa blocco attorno a Boogerd, chiude la fuga di Tafi che riprova senza fortuna con Wauters alla tornata successiva.

Si entra così nelle fasi calde della gara, e stavolta ad uscire dal gruppo sono in 12: Armstrong, Magnien, Boogerd, Bolts, Garcia Acosta, Aebersold, Camenzind, Markus Zberg, Van Petegem, lo stesso Bartoli, Vainsteins e Rumsas, che riassorbono Tafi e Wauters. E’ l’azione decisiva, perché i capitani ci sono tutti, ad eccezione di Gianetti e Richard e la Francia non è rappresentata, e nel corso del tredicesimo giro ecco che la stoccata sul Cauberg di un brillantrissimo Armstrong, di Camenzind che sornione non perde mai di vista le prime posizioni, di Boogerd che è spinto da un paese intero e di Aebersold che è in giornata di grazia, subito raggiunti da Bartoli e Van Petegem, produce la selezione risolutiva.

All’ultimo giro in testa rimangono così in sei a giocarsi il titolo mondiale, con la Svizzera in superiorità numerica per la presenza di Aebersold e Camenzind. Ed è proprio Camenzind, ad 8 chilometri dal traguardo, dopo due tentativi andati a vuoto di Bartoli, a piazzare la zampata che vale l’arcobaleno. Nel gruppetto di testa c’è un attimo di indecisione. Bartoli, che ha speso più di tutti gli altri per i due inseguimenti a cui è stato costretto, pensa che Armstrong vada a chiudere lo strappo ma il texano non ha più energie, mentre Boogerd fora e rimane a piedi. All’inseguimento dello svizzero rimangono soltanto Bartoli e Van Petegem, ma la corsa ormai è andata.

Camenzind taglia il traguardo a braccia alzate ed è campione del mondo precedendo Van Petegem che in una volata a due priva Bartoli della medaglia d’argento, relegando il toscano sul terzo gradino del podio. Oscar diventa il terzo svizzero ad aggiudicarsi la maglia iridata dopo Hans Knecht nel 1946 a Zurigo e Ferdy Kubler nel 1951 a Varese, ma questo è solo un dettaglio che vale per le statistiche: quel che è certo è che Valkenburg porta proprio sventura ai colori azzurri. Provate a chiedere in giro…

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