CHAVEZ VS.TAYLOR, A DUE SECONDI DALLA GLORIA

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Una fase del match – da roundbyroundboxing.com

articolo di Massimo Bencivenga

I ruggenti anni 80 s’erano chiusi, pugilisticamente parlando, con la bella tra Roberto Mani di pietra Duran e Ray Sugar Leonard, boxeur che ha incarnato, forse, la miglior sintesi mai posta in essere da madre natura nella miscelazione del picchiatore e schermidore perfetto.

Ecco, gli anni 80 son stati favolosi anche perché hanno dato vita a dei match che, gli appassionati l’avevano già intuito nel mentre, recavano con sé la stilla dell’immortalità.

Ancora adesso, a distanza di qualche decade, match come Hagler-Mugabi, Hagler-Hearns, i tre Leonard-Duran, la doppia sfida Hearns-Leonard, per tacere del sommo Leonard-Hagler, sono ancora oggi raccontati quasi alla stregua di imprese epiche d’una perduta età dell’oro. Ma non c’erano solo loro: c’era anche Iron Mike Tyson.

La decade s’era chiusa proprio aspettando la sfida tra Tyson e Holyfield. Una sfida tra imbattuti. En attendant che Holyfield mettesse su peso in modo da poter affrontare il più giovane campione dei massimi di sempre, trovarono allo stesso Mike uno sparring partner o poco più (almeno nelle intenzioni) in Douglas. Ma si sa, gli dei dello sport amano sghignazzare sui progetti sportivi: e Iron Mike finì nella polvere nel febbraio del 1990.

Un mese dopo andò in scena quello che venne definito il match del decennio: J.C. Chavez vs Meldrick Taylor.

J.C. era per i messicani una sorta di messia, del quale peraltro aveva le iniziali. Pur con Hagler e Leonard, Tyson, Holyfield e Hearns, il miglior pugile Pound for Pound degli 80 era il messicano soprannominato il Toro di Culiacàn. Nessuno ne ricorda la cifra stilistica, ma tutti rammentano bene la vis pugnandi del messicano, caratteristica quasi paradigmatica di una nazione sempre pronta alla pugna. J.C. Chavez aveva un gran pugno, i suoi incontri erano indisciplinati tatticamente, ma straordinariamente efficaci, perlomeno per lui. Tanto per dire, al 17 marzo del 1990, data dell’incontro anche definito Thunder meets Lightning (Il Tuono incontra il Fulmine), lo score del messicano recitava l’impressionante score di 68 incontri vinti su 68, con decine prima del limite.

Julio Cesar Chavez era il Tuono. Il fulmine aveva le fattezze e le movenze di Meldrick Taylor, oro olimpico a Los Angeles. Un oro vinto a 18 anni, magari in parte inficiato dalla mancanza della delegazione sovietica, ma avvalorato poi da uno score, sempre al 17 marzo del 1990, che recitava 24 vittorie e un pari in 25 incontri pro.

Entrambi erano imbattuti. E campioni dei welter junior (o superleggeri, se preferite). Anzi, Chavez, forse stanco di dominare i leggeri, era salito di peso per matare lo zio di Floyd Mayweather e fregiarsi di un’altra corona.

Ergo, l’incontro del decennio si tenne il 17 marzo 1990 all’Hilton di Las Vegas. E dove se no? E non tradì, contrariamente ad altri incontri etichettati in maniera ben più roboante e rodomontata, le attese. Il match tra il Tuono e il Fulmine fu bellissimo. Tutto da raccontare.

Uno sceneggiatore hollywoodiano, di quelli da blockbuster, non avrebbe saputo inventarsi finale più thrilling ed emozionante. I due, come dicevo, se le diedero di santa ragione per ben 11 round. Taylor, il fulmine, sembrava aver trovato tempo e distanza per avere ragione del coraggioso, ma più roccioso, messicano. Alla fine, il fulmine era in vantaggio sul tuono. Un po’ come nelle tempeste, laddove ci appare prima il lampo e solo dopo il suono. Non fossero stati già girati, verrebbe da commentare che forse la saga di Rocky è stata partorita dall’incredibile, ultima ripresa di Chavez-Taylor.

Chavez, il mezzo indio imbattuto, l’eroe di una nazione, uno che in quanto a coraggio dava dei punti anche a Duran, aveva un’unica opzione: buttare giù Taylor, visto e considerato che, sia pure di poco, Taylor, ballando e colpendo, era in vantaggio.

Chavez attaccò a testa bassa, ma si espose a un paio di colpi mica da ridere. Taylor lo irrise anche per un po’, a un minuto dalla fine, mimando, a braccia in giù, un balletto. Barcollò anche Chavez colpito d’incontro, ma poi, quasi casualmente, riuscì per una volta, forse l’ultima, a portare Taylor sul suo campo. Quello della garra charrua.

Ingolosito dall’odore dolce della vittoria, Taylor a 20 secondi dalla fine si scompose nel cercare il messicano e si ritrovò più per caso che per abilità di Chavez, chiuso in un angolo.

Risuonò fragoroso il tuono d‘un gancio destro che il fulmine non seppe schivare. Taylor andò giù a 16 secondi dalla fine. Si rialzò, con il conto a 9, a meno 5 secondi dalla fine.

Taylor era in piedi. Pronto a vincere. O al limite a pareggiare. Ma l’arbitro Steel, con 2 secondi sul cronometro, agitò le braccia nell’inequivocabile segno di: basta così!

Il Tuono aveva, incredibilmente, avuto ragione del Fulmine a 2 secondi dalla fine. I 2 secondi che cambiarono due vite: quella di Chavez e quella di Taylor.

Tutto questo non è un film.

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