ANGELO GREMO E GLI EXPLOIT A SANREMO E AL GIRO D’ITALIA CHE L’ELESSERO CAMPIONE

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Angelo Gremo – da ciclismo.forumattivo.com

articolo di Nicola Pucci

Una vittoria alla Milano-Sanremo ed un paio di piazzamenti sul podio al Giro d’Italia possono bastare a far guadagnare ad un corridore lo status di campione? Mi verrebbe da pensare di sì, seppur quel che ha ottenuto Angelo Gremo si ammanta dell’alone dell’epica perché risalente all’era pioneristica del pedale.

Nondimeno, stiamo pur sempre parlando di un signor ciclista, che nel corso di una carriera da professionista protrattasi per ben 17 stagioni, dal 1911 al 1927, ha saputo meritarsi l’apprezzamento degli appassionati e dei colleghi, collezionando una serie di piazzamenti e vittorie invidiabili. Perché Gremo, nato a Torino il 3 dicembre 1887, nonostante abbia dovuto battagliare con fuoriclasse del calibro di Costante Girardengo e “Tano” Belloni, che più di lui appartengono all’immaginario collettivo, sapeva destreggiarsi con efficacia su ogni terreno, forte e completo com’era, e si è ritagliato uno spazio importante a dispetto di un carattere schivo e taciturno, velatamente triste.

Che Gremo sappia soffrire in bicicletta e sia in possesso di una particolare attitudine all’attacco, specie nei tratti in salita e nelle condizioni più estreme, è chiaro a tutti fin da quando, poco più che 23enne, debutta tra i grandi difendendo i colori della Fiat. E se al primo anno, appunto 1911, gareggiando tantissimo (partecipa anche alla Parigi-Roubaix, dove finisce 25esimo), coglie il successo in due frazioni del Giro di Campania, a Campobasso e Napoli, terminando secondo in classifica alle spalle di Emanuele Garda, vince anche la Coppa Val di Taro, ed è terzo nella Milano-San Pellegrino, nella Torino-Bordighera e quinto al Giro del Piemonte.

Nel 1912, passato alle dipendenze della Peugeot, la sua intraprendenza in bicicletta lo porta ad ottenere risultati forse inattesi, come la vittoria del titolo italiano su strada, che non gli viene però accordato per una squalifica in cui incappa assieme a Dario Boni giunto secondo, a cui aggiungere la crono-squadre del Gran Premio di Torino, ed il secondo posto nella tappa Milano-Modena del Giro d’Italia, che termina con un piazzamento d’onore nell’unica edizione assegnata con la classifica a squadre.

Non meno impregnato di tentativi di cogliere un’affermazione di rilievo è l’anno successivo, quando Gremo fa suo il Giro di Romagna, partecipa al Tour de France ritirandosi, però, alla terza tappa (così come si ritirerà precocemente alla Grande Boucle nel 1914, 1920 e 1922, portando a termine solo l’edizione 1925 in 26esima posizione), e comincia a strizzare l’occhio alla classica di maggior prestigio del panorama internazionale, la Milano-Sanremo, che lo vede infine quarto ad oltre quattro minuti dalla coppia belga formata da Defraye e Mottiat.

Ma sono le strade del Giro d’Italia a solleticare gli appetiti agonistici di Gremo, che nel 1914 torna protagonista alla Corsa Rosa. Memorabile, per l’occasione, il suo passaggio solitario sul Sestriere, allora ben lungi dalla facile salita odierna, sotto una tremenda nevicata. Il piemontese vince la prima tappa Milano-Cuneo, partita di notte, indossando le insegne del primato, ma crolla il giorno successivo e non sarà infine tra gli otto soli corridori che porteranno a termine l’immane fatica di percorrere ben 3.162 chilometri distribuiti in otto frazioni. Nel corso dell’anno è secondo al Giro del Piemonte, battuto da Giuseppe Santhià, ma sul ciclismo, così come sull’esistenza di milioni di esseri umani, soffia il vento devastatore della Prima Guerra Mondiale e Gremo si vede stoppare sul più bello.

O almeno sembrerebbe così, perché se è vero che nel 1915 e nel 1917 ottiene due terzi posti alla Milano-Sanremo e tra una fucilata e l’altra trova il tempo di imporsi alla Milano-Passo dei Giovi nel 1916 e alla Milano-La Spezia e al Giro dell’Emilia nel 1917, è nel primo dopoguerra che invece ottiene i risultati migliori.

La Milano-Sanremo, così come il Giro d’Italia, è la sua corsa e nel 1919, finalmente, in maglia Stucchi, gli riesce di vincerla, prendendosi il lusso di anticipare Girardengo, suo compagno di squadra e che ha trionfato l’anno prima, di oltre due minuti. Al Giro d’Italia si piazza in sesta posizione e a fine anno conquista il Giro della Provincia di Milano, una corsa a coppie disputata a fianco dello stesso Girardengo.

Nel 1920, accasatosi alla Bianchi, Gremo si gioca il tutto per tutto al Giro d’Italia. Si piazza al secondo posto nella tappa Milano-Torino, battuto da Giuseppe Olivieri, così come è secondo nella Lucca-Roma alle spalle di Belloni e primo a pari merito con Agostini, Alavoine, Belloni, Marcel Buysse, Di Biase, Rossignoli, Petiva e Sala nella Trieste-Milano, quando a causa dell’invasione della folla del circuito dell’ippodromo, non viene disputata la volata finale e la giuria assegna il successo a “tavolino” ai nove corridori al comando. Gremo potrebbe vincere quel Giro d’Italia, duro da obbligarlo a combattere con il coltello tra i denti per 2.632 km., anche perché il gran favorito del momento, Costante Girardengo, è giunto con notevole ritardo nella prima tappa ed è tagliato fuori da ogni possibilità di vittoria. Ma Gremo, che comanda la classifica fino a due tappe dal termine, ha la sfortuna di incontrare sulla sua strada un “Tano” Belloni in gran forma, che lo scavalca nella tappa di Trieste e lo costringersi ad accontentarsi del secondo gradino del podio,  con un ritardo di 32″24.

Il biennio 1919/1920 rappresenta l’apice della carriera di Gremo, che ormai 33enne imbocca, seppur lentamente, la china discendente. Certo, il piemontese si illustra per l’inconsueta longevità, se è vero che a fronte di un’attività da dilettante povera di acuti, tra i professionisti continua invece a recitare da protagonista fino alla soglia dei 40 anni, con un’ultima vittoria, il Giro di Romagna del 1925 che a quei tempi era gara di rango superiore all’oggi, agguantata a 38 anni.

Nel frattempo Gremo, che nello stesso 1920 è tornato in Francia, obbligato tuttavia a fare la valigia per un veloce rientro a casa dopo la prima tappa, mette in bacheca il Giro della Lunigiana, corso su di un tracciato di rara difficoltà, il Giro di Campania del 1921, un altro primo posto nel Giro della Provincia di Milano a coppie, stavolta assieme a Belloni, sempre nel 1921, ed un’ottima stagione nel 1922, quando trionfa al Giro del Piemonte, al Giro del Sannio e dell’Irpinia, dove alla classifica finale aggiunse una tappa, al Giro dell’Etna e al Gran Premio Roccapiemonte.

Ma se al Tour de France, come già detto, non va oltre un 26esimo posto quando, nel 1925, veste la maglia della Meteore-Wolber, è sempre al Giro d’Italia che si toglie le ultime soddisfazioni della carriera, con il quinto posto nel 1921, il decimo nel 1923 e l’ottavo nel 1926, confermando, caso mai ce ne fosse bisogno, di esser capace di dare il meglio quando chiamato ad esercitare il mestiere di ciclista davanti al pubblico amico.

Nel 1927 Angelo Gremo appende la bicicletta al chiodo e se il seguito non sarà di conforto a quel che aveva costruito in anni di sacrifici e sofferenze sui pedali, venenendo investito da un auto, perdendo la vista e spengendosi appena 52enne nell’agosto del 1940, in stato di povertà, resta la certezza che Milano-Sanremo e Giro d’Italia gli hanno regalato un posto tra i grandi del ciclismo italiano. Almeno quest’onore non può negarglielo nessuno.

 

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