CHUCK MCKINLEY E LA VITTORIA A WIMBLEDON 1963 DOMINANDO LA CONCORRENZA

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Chuck McKinley in azione – da wimbledon.com

articolo di Nicola Pucci

Siamo sinceri. Che un americano potesse vincere l’edizione 1963 del torneo di Wimbledon, lo credevano veramente in pochi. Che poi lo statunitense ad alzare il trofeo fosse Chuck McKinley, ancor di meno.

Eppure questo ragazzo di Saint Louis, non altissimo con i suoi 172 centimetri, e neppure troppo pratico del gioco serve-and-volley che all’epoca su erba era pressochè una regola, aveva qualche buona credenziale da vantare, all’atto di presentarsi al via all’ All England Lawn Tennis and Croquet Club. Seppur poco più che 20enne, infatti, nel 1961 aveva guadagnato la finale sui prati londinesi, sconfitto infine con un netto 6-3 6-1 6-4 da Rod Laver, al primo trionfo a Wimbledon. L’anno dopo, seppur demolito al secondo turno da Mike Hann con l’inequivocabile punteggio di 6-3 6-2 6-2, aveva poi raggiunto la semifinale agli US Open, dove ad estrometterlo era stato Roy Emerson, l’altro australiano di grido che dominava la scena nei primi anni Sessanta. Insomma, che ci sapesse fare, con quel suo gioco aggressivo da dietro, potente e veloce, e con un colpo d’occhio senza pari, era evidente.

E proprio in mancanza di Laver, campione a Wimbledon anche nell’anno di grazia 1962 in cui completava il Grande Slam, che avrebbe potuto resistere ad ogni tentazione ad eccezione delle sirene del professionismo, il tabellone era capeggiato dallo stesso Emerson, chiamato a rispettare lo status di nuovo numero 1 del mondo e grande favorito del torneo, anche in virtù del successo parigino, che seguiva la vittoria agli Australian Open. Manolo Santana era il secondo pretendente al titolo, a dispetto dell’attitudine essenzialmente alla terra battuta che lo aveva visto trionfatore al Roland-Garros nel 1961, ma non pareva particolarmente attrezzato per il gioco su erba, così come gli altri australiani Ken Fletcher, numero 3, e Martin Mulligan, numero 5, il francese Pierre Darmon, numero 6, e il beniamino di casa Mike Sangster, numero 8, difficilmente sembravano poter contrastare il cammino di Emerson. Se poi il messicano Rafael Osuna, che nel corso dell’anno avrebbe raggiunto la prima posizione del ranking mondiale vincendo a Forest Hills e forse il più adatto ai parametri del tennis su erba, non era compreso tra le teste di serie, ecco che gli Stati Uniti gettavano sul tavolo l’asso nella manica, proprio Chuck McKinley. Accreditato, nondimeno, della testa di serie numero 6, ed unico, almeno sulla carta,  assieme al promettente Dennis Ralston, e forse Nicola Pietrangeli che qui aveva giocato un’epica semifinale nel 1960 contro Laver, a poter scombussolare i piani del grande favorito della vigilia.

Il primo turno è già fatale a Sangster, che incoccia nel tennis pericoloso del tedesco Wilhelm Bungert (uno che sarà finalista a Wimbledon nel 1967), così come al secondo incontro Fletcher, assolutamente non fedele al suo rango ed adducendo ben poco credibili problemi alle tonsille, esce dal torneo per mano del connazionale Fred Stolle, forse troppo ingenerosamente escluso dalle teste di serie. E se Pierre Darmon si fa rimontare due set dal modesto Robert Howe, ecco che le prime due sfide certificano il buon stato di forma di Emerson, che in tre set liquida Bill Lenoir ed Orlando Sirola, la baldanzosa irriverenza di McKinley, che non lascia scampo a Cliff Drysdale e Alan Lane, e i miglioramenti nel gioco su erba di Santana, che lascia per strada la miseria di 18 games nei confronti con Tony Roche e José Mandarino.

Al terzo turno la marcia di Emerson e McKinley, che occupano la parte alta del tabellone, prosegue spedita, con Roy che non lascia scampo a Owen Davisìdson, 6-4 8-6 6-2, e Chuck che fa altrettanto, 6-3 6-2 6-2, con un giovanotto di colore che farà parlar di sè in un prossimo futuro, Artur Ashe. Mulligan e lo svedese Jan-Erik Lundquist avanzano a loro volta, mentre il torneo perde per strada Pietrangeli, costretto al ritiro contro Stolle, così come Giuseppe Merlo esce con le ossa rotte dalla sfida con Adrian Bey, e lo stesso Osuna, avanti di due set con Santana, 6-2 6-0, si scioglie alla distanza, 6-1 6-3 6-4, con Santana, vincitore infine in cinque set esattamente come Robert Taylor, nuovo britannico di grido, che elimina 9-7 al parziale decisivo John Frost.

La parte alta del tabellone qualifica ai quarti di finale Emerson, che prosegue nel fare un sol boccone degli avversari battendo l’indiano Krishnan 6-1 6-4 6-0, Bungert che prevale 7-5 al quinto set contro lo spagnolo Arilla, proprio McKinley che a sua volta non palesa incertezza, 6-3 8-6 6-3 contro l’altro indiano Mukerjea, e l’inglese Bobby Wilson, che batte a sorpresa Mulligan in tre set. Nella zona sotto, invece, si interrompe l’illusione di Taylor, che dà vita con l’americano Frank Froehling al match più serrato del torneo, cedendo 15-13 al quinto set, mentre Stolle e Santana avanzano come da pronostico contro il messicano Palafox e Bey e il tedesco Christian Kuhnke, disattendendo le indicazione del ranking, non ha problema alcuno ad estromettere in tre set Lundquist, 6-4 6-3 6-2.

Tutto lascerebbe presagire ad una vittoria finale di Emerson, in un torneo particolarmente falcidiato dalla pioggia che obbligherà lo slittamento della finale al lunedì, ma il tennis tedesco, che da queste parti illustrò negli anni Trenta il talento del barone Von Cramm e qualche decennio dopo assurgerà agli onori della cronaca la potenza devastatrice di Boris Becker, ha progetti rivoluzionari e Bungert, a termine di una battaglia senza esclusione di colpi, batte il grande favorito con il punteggio di 8-6 3-6 6-3 4-6 6-3 a furia di botte da fondocampo, liberando il campo agli avversari dell’australiano. E ad approfittarne, nella parte alta del tabellone, è proprio McKinley, che non incrocia nessuna testa di serie, e dopo Wilson, 8-6 6-4 6-2, interrompe in semifinale il cammino proprio di Bungert, 6-2 6-4 8-6, arrampicandosi in finale senza aver perso un set.

E sul Centre Court più famoso del mondo, per l’atto decisivo del torneo, l’americano trova di là dal net Fred Stolle, che a sua volta infila senza perdere un set Froehling, 9-7 7-5 6-4, e Santana, incapace di registrare il passante di rovescio, 8-6 6-1 7-5, garantendo la presenza dell’Australia, che ha vinto le tre ultime edizioni, in finale. Il contrasto di stile, e pure di prestanza fisica, tra i due avversari è evidente, con il piccolo McKinley che colpisce con timing perfetto da fondocampo e il lungo Stolle che cerca insistentemente l’approccio a rete. Tra i due contendenti, infine, a prevalere è McKinley, che soffre un set, il primo, risolto 9-7, domina il secondo, 6-1, per poi piazzare il break definitivo che vale il 6-4 che gli regala il trono d’Inghilterra.

Già, come diceva il proverbio? “Gli assenti hanno sempre torto“… e stavolta, chi per avidità (Laver) chi per imperizia (Emerson), erano assenti dalla finale più ambita del tennis, e a godere, meritatamente, è stato il terzo incomodo, Chuck McKinley. Un americano a Londra.

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