HIROFUMI DAIMATSU, IL “DEMONE” DELLE RAGAZZE GIAPPONESI ORO NEL VOLLEY AI GIOCHI DI TOKYO 1964

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Hirofumi Daimatsu ed il sestetto di Volley giapponese – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con il programma olimpico ad arricchirsi di nuove discipline ad ogni edizione, in occasione dei Giochi di Tokyo 1964 vengono introdotti due nuovi Sport che trovano nel Paese del Sol Levante una grande diffusione, vale a dire il Judo e la Pallavolo, con quest’ultima ad inaugurare entrambi i Tornei, sia maschile che femminile.

Un ritardo, quello del Volley che ai giorni nostri può sembrare inspiegabile vista la popolarità assunta da tale disciplina e che, in effetti, giunge nell’arengo olimpico dopo la disputa di ben 5 edizioni dei Campionati Mondiali nel settore maschile e di quattro in quello femminile, ma bisogna anche considerare che, all’epoca, il CIO non era di così “manica larga” come viceversa sta avvenendo in questi ultimi anni.

Uno sport, quello del Volley, che vede a cavallo degli anni ’60 il dominio incontrastato delle Nazioni dell’Europa orientale in campo maschile, prova ne sia che nelle riferite cinque edizioni della Rassegna iridata le stesse hanno occupato tutte e quattro le prime posizioni, con la “parte del leone” spettante, come logico, all’Unione Sovietica – con 4 vittorie ed un terzo posto – con la più temibile avversaria costituita dalla Cecoslovacchia, Campione Mondiale nel 1956 in Francia ed argento nelle altre quattro occasioni.

Un duello, quello tra sovietici e cecoslovacchi, che ha modo di ripetersi anche nella Capitale giapponese, in un Torneo che vede allinearsi al via 10 formazioni con una formula tanto semplice quanto massacrante, vale a dire confrontarsi l’una contro l’altra in un “Girone all’italiana”, con assegnazione delle medaglie dalla Classifica risultante.

Con gli atleti a dover disputare 9 incontri in 11 giorni, la resistenza fisica è un fattore determinante quanto la tecnica di gioco, così che nel duopolio Urss-Cecoslovacchia si inserisce, a sorpresa, anche il Giappone padrone di casa – che peraltro, due anni prima, in occasione dei Mondiali di Mosca ’62, si era piazzato al quinto posto, appena a ridosso delle formazioni dell’Est Europa – il quale paga a caro prezzo un “passaggio a vuoto” alla seconda giornata con un pesante 0-3 (anche nei parziali, 12-15, 8-15, 12-15) contro l’Ungheria che impedisce di lottare per la medaglia d’oro.

Giappone però che, dopo una seconda sconfitta contro la Cecoslovacchia per 1-3, ha quantomeno la soddisfazione di rendere incerto l’esito finale infliggendo il 19 ottobre ’64 ai sovietici (che avevano concluso imbattuti la Rassegna iridata di due anni prima …) l’unica sconfitta del Torneo, un peraltro netto 3-1, come testimoniano i parziali di 14-16, 15-5, 15-8, 15-10 in loro favore e che vale ai nipponici la medaglia d bronzo.

Unione Sovietica che era reduce dalla sofferta vittoria del giorno prima per 3-2 sulla Cecoslovacchia (15-9, 15-8, 5-15, 10-15, 15-7 i relativi parziali) e che, pertanto, deve solo ad un miglior quoziente set – incrementato con altrettanti 3-0 nelle ultime giornate contro Stati Uniti, Bulgaria e Brasile – la conquista del primo titolo olimpico della Storia dei Giochi, essendo terminata a pari punti (8 vittorie ed una sola sconfitta) con la Cecoslovacchia, ma con 25 set vinti a fronte di 5 persi rispetto ai 26-10 dei suoi avversari.

Ma se il Torneo maschile aveva rispettato il pronostico della vigilia, una grande attesa vi era tra il pubblico asiatico per l’esito di quello femminile, in cui nutrivano malcelate ambizioni di successo, dato che proprio il sestetto nipponico aveva interrotto, due anni prima a Mosca, l’egemonia sovietica costituita da altrettanti successi nelle prime tre edizioni dei Campionati Mondiali.

E, del resto, sono speranze ben riposte, vista la schiacciante superiorità messa in mostra durante la rassegna iridata, conclusa con 9 vittorie su altrettanti incontri, di cui ben 8 per 3-0 con l’unica formazione in grado di strappare un set alle micidiali giapponesi ad essere proprio quella sovietica, potendosi peraltro definire come un “incidente di percorso”, dato che quel 20 ottobre ’62 sul parquet della Capitale moscovita va in scena un autentico massacro, che, dopo il primo set perso 14-16, vede le tre volte Campionesse mondiali annichilite sotto un bombardamento i cui parziali di 15-7, 15-11 e 15-3 non ammettono repliche.

Ma quel trionfo, che faceva seguito all’argento di due anni prima in Brasile, nascondeva dietro di sé un’ombra, che stavolta non era costituita dall’uso di sostanze illecite, quanto dai metodi, per certi versi altrettanto “mostruosi” e sicuramente quantomeno deprecabili, ai quali sottoponeva le sue atlete il tecnico Hirofumi Daimatsu, una sorta di aguzzino nei loro confronti.

Un ex Comandante dell’esercito imperiale giapponese, Daimatsu, conosciuto in Patria come “orco” o “demone” per i suoi brutali metodi di allenamento, assume nel 1954 la guida della squadra della Filiale di Kaizuka della “Nichibo” – una fabbrica di filati che chiama a raccolta le migliori pallavoliste tra le sue impiegate/operaie con lo scopo dichiarato di allestire la miglior squadra del Paese e le cui componenti costituiranno poi in pratica l’intera ossatura della Nazionale giapponese – sottoponendo le atlete a massacranti allenamenti ogni singolo giorno dell’anno, fatta salva una breve vacanza nel periodo coincidente con le festività di fine anno, incurante delle problematiche relative al ciclo mestruale e con sessioni che duravano dalle 16:30 sino a mezzanotte con un solo brevissimo intervallo di 15 minuti …

In tale arco temporale le ragazze – che dalle 8 del mattino sino alle 4 del pomeriggio lavoravano in ufficio od in fabbrica presso l’azienda – vengono sottoposte ad affinare un esercizio tipico della filosofia di Daimatsu, ovverossia il “kaiten reeshibu” (“ruotare e ricevere”), preso a prestito dal judo, che consiste nel tuffarsi sul pavimento per difendersi dalla schiacciata avversaria e quindi ruotare immediatamente su sé stesse per recuperare l’assetto ed essere in grado di ricevere il pallone, una tecnica che l’allenatore impone di ripetere talmente tante volte sino a che le atlete non sono più in grado di rialzarsi e vicine alle lacrime.

A quel punto, gli “incoraggiamenti” di Daimatsu verso le proprie allieve sono del tipo “Vedi che non sei buona per la Pallavolo, tanto vale che ti arrendi …”, oppure “se preferisci stare a casa con tua madre, allora te ne puoi andare …” – il che ci riporta alla mente alcune uscite del Sergente Foley nel Film Cult “Ufficiale e Gentiluomo” del 1982, allorché aveva il compito di addestrare le reclute – ma è indubbio che tutti concordano nel ritenere una tale pratica, definita “satsujin taiso” (“addestramento omicida”) come una vera e propria forma di tortura.

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Articolo di Sports Illustrated sui “metodi” di Daimatsu – da:theolympians.co

Daimatsu ammette che, sì, i suoi metodi sono “un po’ crudeli” (bontà sua …), ma che gli stessi si rendono necessari non solo per affinare la tecnica individuale, ma anche per accrescere lo spirito combattivo, utile per prevalere contro l’Unione Sovietica, le cui atlete sono di parecchi centimetri più alte in media e fisicamente più robuste delle sue, e, d’altronde, può anche presentare, come “biglietto da visita”, l’incredibile striscia di 258 vittorie consecutive delle sue ragazze della “Nichibo” tra il 1959 ed il ’66.

Opinione su cui si potrebbe a lungo discutere, alla cui base probabilmente incide il passato di militare di Daimatsu e la conseguente avversione del suo Paese nei confronti del regime comunista imperante all’epoca nell’Unione sovietica, pur se non va altresì sottaciuto come le sue giocatrici, una volta divenute adulte e createsi una vita propria, abbiano difeso con fermezza il loro allenatore contro ogni critica affermando di essere state ben consapevoli dei suoi metodi e di averli completamente accettati.

Ad ogni modo, quello che conta per il tecnico è la conquista dell’Oro olimpico in un Torneo ben più limitato rispetto a quello iridato, con sole 6 Nazioni (oltre ad Urss e Giappone, ne fanno parte Polonia, Romania, Stati Uniti e Corea del Sud) iscritte, il cui svolgimento è pari a quello maschile, vale a dire con le sei formazioni ad affrontarsi in un Girone all’italiana con la relativa Classifica finale a stabilire il podio ed il relativo calendario, non certo a caso, prevede la sfida titanica tra le due superpotenze all’ultima giornata.

E che il divario tra sovietiche e giapponesi ed il resto del lotto sia visibilmente impari lo dimostrano i risultati che entrambe fanno registrare prima del ”big match” per l’assegnazione della medaglia d’oro, visto che l’Unione Sovietica inanella quattro vittorie per altrettanti 3-0 (tra cui un imbarazzante 15-0, 15-6, 15-0 inflitto alla Corea del Sud) con un totale di 180 punti ad appena 52 subiti, con ciò facendo intendere di non voler interpretare il ruolo della “vittima sacrificale” rispetto alle neocampionesse mondiali.

Giappone che, dal canto suo, è ancor più devastante con i suoi tre successi per 3-0 su Stati Uniti (15-1, 15-5, 15-2 i relativi parziali), Romania (15-7, 15-3, 15-8) e Corea del Sud (15-3, 15-2, 15-4), gare in cui le avversarie non riescono mai a superare quota 8 in un singolo set, prima di “prendersi un set di riposo” nell’incontro che, il 18 ottobre, l’oppone alla Polonia ed in cui, dopo essersi aggiudicati i primi due parziali con la consueta, irrisoria facilità (15-4 e 15-5), le ragazze si addormentano nel terzo, perso 13-15, per poi rimettere le cose a posto nel quarto set, vinto in scioltezza per 15-2, così da presentare alla sfida decisiva con uno score di 193 punti realizzati a fronte di appena 61 subiti.

Le aride cifre che emergono dal raffronto tra le gare con le altre partecipanti al Torneo – definirle “avversarie” renderebbe loro eccessivo onore vista l’imbarazzante differenza di valori – potrebbero far pensare ad un atto conclusivo quanto mai incerto, vista la sostanziale parità delle rispettive differenze punti di +128 per il sestetto sovietico e di +132 per quello nipponico, ma se le ragazze di Daimatsu riuscissero ad esprimersi come due anni prima a Mosca, il pronostico appare viceversa scontato.

E del resto, nientemeno che l’autorevole (nonché unico …) giornale moscovita “Pravda” si era talmente entusiasmato dalle esibizioni del sestetto nipponico, in specie per la pregevole tecnica del recupero palla a fronte dei tentativi a rete delle atlete di casa, da coniare per lo stesso il simpatico appellativo di “Streghe d’Oriente” (“Toyo no majo” in giapponese …) come se nel loro modo di giocare vi fosse qualcosa di esoterico, pur se qualche superficiale osservatore aveva avuto il coraggio di asserire che tale successo iridato non fosse stato altro che il classico “colpo di fortuna” e che, difficilmente, le giapponesi avrebbero potuto confermarsi in sede olimpica, ancorché sul parquet amico.

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Daimatsu e le sue “Streghe d’Oriente” – da:theolympians.co

Leader del Gruppo – perché con un tecnico di tale specie, vi è chiaramente bisogno di un’atleta che faccia da collante tra lui e le altre giocatrici – è la centrale Masae Kasai, che con i suoi 174cm. è la più alta della squadra, la quale aveva deciso, oramai 29enne, di abbandonare l’attività agonistica dopo il successo iridato del ’62 a Mosca e convolare a nozze, ma che invece viene convinta a guidare il sestetto anche ai Giochi di Tokyo al punto che è lei a farsi promotrice presso le sue compagne, in prossimità dell’evento (per il quale avevano ottenuto uno specifico permesso dall’azienda dove lavoravano …), di estendere le ore di allenamento dalle 15:00 sino a quasi le 2:00 o le 3:00 del mattino seguente.

Oltretutto, “la sfida che non può essere persa” e che va in scena al “Komazawa Gymnasium” di Tokyo alle ore 19:35 locali del 23 ottobre ’64, davanti a 4mila spettatori che riempiono l’impianto in ogni ordine di posti, è l’ultima possibilità per il Giappone di incrementare il suo bottino di medaglie d’oro, già giunto a quota 15 ma che aveva visto l’umiliazione, nella stessa giornata, della sconfitta del judoka Akio Kaminaga nella categoria Open da parte del colosso olandese Anton Geesink, con ciò aumentando la pressione sulle ragazze, al punto che una di esse se ne esce con l’inequivocabile frase: “se perdiamo, è meglio che lasciamo il Paese …!!”.

Evento che viene trasmesso in diretta Tv, così che le strade sono completamente vuote creando un panorama surreale nella metropoli giapponese, nel mentre al Palazzetto non fa mancare la sua presenza neppure la Principessa Michiko Shoda, moglie dell’erede al trono imperiale Akihito, prima cittadina comune ad andare in sposa ad un membro della famiglia imperiale e che si faceva apprezzare, oltre che per la sua bellezza, per la sua straordinaria eleganza, con i suoi raffinati abiti a due pezzi, le semplici collane di perle, il portamento perfetto, così da essere da esempio tra le donne giapponesi.

C’era senza dubbio una pressione difficile da sopportare per il sestetto giapponese, ma mai come in questo caso il duro lavoro, anche mentale, di Daimatsu dà i propri frutti, ed il superiore gioco di squadra delle sue giocatrici, a supportare una Kasai praticamente insuperabile sotto rete, fa sì che i primi due set filino via con parziali di 15-11 e 15-8, con a fare riscontro ad ogni punto delle padroni di casa le fragorose urla dei tifosi sugli spalti e le ripetute inquadrature televisive della Principessa Michiko in tribuna …

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Una fase del match decisivo contro l’Urss – da:fivb.com

Ma la Pallavolo è uno sport in cui non puoi cantar vittoria sino a che non tocca terra l’ultima palla, ed ecco che l’orgoglio delle sovietiche fa sì che le stesse si portino in vantaggio sino a 13-9 nel terzo parziale, prima che Daimatsu chiami a raccolta le sue “allieve”, invitandole a non perdere la calma ed a non affannarsi nel recuperare lo svantaggio, giocandosi la rimonta punto su punto (ricordiamo che all’epoca era in vigore il “cambio palla” …), cosa che le stesse eseguono mettendo a segno 6 punti consecutivi per il 15-13 conclusivo che certifica il trionfo tanto atteso nel tripudio generale.

Ed al punto decisivo, le giocatrici si lasciano finalmente andare in salti e lacrime di gioia, così come i commentatori, gli spettatori ed anche la bella Principessa (che, per una volta perde la sua famosa compostezza, ma la possiamo perdonare …) si alzano in piedi ad applaudire e festeggiare, al pari dei milioni incollati davanti ai teleschermi, per un evento che, avendo fatto registrare uno share del 66,8%, rappresenta tuttora il secondo programma più visto nella Storia della Tv nazionale giapponese.

In contrasto con dette scene di giubilo vi è, da un lato, il comprensibile sconforto delle giocatrici sovietiche, le quali scendono nello spogliatoio e, chiusa la porta alle spalle, si lasciano andare in un dirotto pianto per sfogare tutta la loro frustrazione, e, dall’altro, l’immagine di un Daimatsu che, al raggiungimento dell’obiettivo di cogliere l’oro olimpico che si era prefissato, viene ripreso in piedi, da solo, mentre le sue ragazze festeggiano a metà campo, trattenendosi dall’abbracciarle od anche semplicemente stringere loro la mano.

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Le ragazze sovietiche lasciano meste il campo – da:theolympians.co

Potrebbe sembrare il classico atteggiamento del “Sergente di Ferro”, ma forse, in cuor suo, voleva semplicemente lasciare loro l’onore della ribalta, ben consapevole dei sacrifici che avevano dovuto sopportare per raggiungere un tale traguardo e che, nelle classiche rivisitazioni di fine Secolo, è stato catalogato nella Storia dello Sport giapponese del Novecento al quinto posto tra le dieci migliori imprese.

Come dire che, in fondo, anche i “Demoni” hanno un’anima …

 

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