ANDREA LUCCHETTA, IL “DR. JEKYLL E MR. HYDE” DEL VOLLEY AZZURRO

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Andrea Lucchetta, giocatore e telecronista – da:blogdisport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando uno Sport come la pallavolo, tradizionalmente patrimonio delle fasce più giovani sia di praticanti che di tifosi – non a caso è l’unico praticato con una certa regolarità nelle Scuole Medie Superiori italiane – riesce a “far presa” sul grande pubblico grazie alle imprese di quella che è stata dichiarata la “Generazione di Fenomeni” che per un decennio intero imperversa in ogni angolo del Pianeta, esso ha anche bisogno di un leader carismatico in cui gli appassionati possano identificarsi.

E nessuno, a cavallo tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, ha saputo meglio interpretare il ruolo come Andrea Lucchetta, tanto serio, concentrato e trascinante sul parquet quanto istrione, goliardico, fuori dalle righe ogni volta che la palla toccava terra per l’ultimo punto che decideva ogni singola partita.

Trevigiano di nascita, essendo nato nel Capoluogo veneto il 25 novembre 1962, ma modenese d’adozione, Lucchetta muove i primi passi con l’Astori Mogliano Veneto in Seconda Divisione per poi transitare per un anno a Treviso in Serie A2 prima di fare il grande passo approdando nella storica formazione della Panini Modena a far tempo dall’estate 1981.

E’ un periodo, quello di inizio degli anni ‘80, in cui ai vertici della nostra Pallavolo duellano i sestetti di Torino – che si aggiudica gli Scudetti del 1979, ’80 come Klippan, 1981 ed ’84 come Robe di Kappa – capace anche di essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1980, e di Parma, che sotto il marchio Santal fa suoi i titoli del 1982 ed ’83, oltre ad una fantastica doppietta consecutiva in Coppa dei Campioni nel 1984 ed ’85.

Ce n’è sin troppo a sufficienza per scatenare lo smisurato orgoglio di Lucchetta a spronare i suoi compagni nel cercare di rompere l’egemonia degli storici rivali parmensi, non essendo sufficienti a placarne la sete di vittorie le tre Coppe CEV consecutive conquistate dal 1983 al 1985, trattandosi della terza Manifestazione continentale a livello di Club, anche se proprio il 1985 è la stagione in cui si mettono le basi per i successivi trionfi, con la sconfitta nella Finale Playoff contro Bologna (3-1, 1-3, 1-3 l’esito delle sfide, dopo aver concluso al primo posto la “regular season” …) cui segue la vittoria della Coppa Italia, la cui fase finale si disputa a Chieti dal 7 al 9 giugno, ed i modenesi, guidati per il secondo anno dall’ex palleggiatore Andrea Nannini, fanno loro il trofeo superando 3-0 Bologna, 3-1 Milano e 3-2 Parma.

Nel frattempo, Lucchetta ha anche modo di entrare nel giro della Nazionale, con cui debutta il 15 luglio 1982 in un’amichevole a Chieti contro l’Unione Sovietica persa 2-3 dagli Azzurri, collezionando 10 presenze in quella prima stagione che lo vede però escluso dai selezionati per i Campionati Mondiali che si svolgono in Argentina ad ottobre e che l’Italia conclude in una deludente 14esima posizione.

Senz’altro migliore la prima esperienza olimpica dove l’Italia, sempre guidata da Carmelo Pittera ed approfittando dell’assenza per boicottaggio delle Nazioni dell’ex blocco sovietico, conquista nell’edizione di Los Angeles ’84 la sua prima medaglia ai Giochi, superando 3-0 il Canada nella Finale per il bronzo, con una formazione in cui è presente anche il solo omonimo Pier Paolo Lucchetta, in forza al Parma, ma non legato ad Andrea da alcun vincolo di parentela.

La svolta, non solo per Lucchetta e per Modena, ma per l’intero movimento pallavolistico nostrano, giunge nell’estate ’85, allorché si verifica l’avvicendamento sulla panchina emiliana tra Nannini ed il tecnico argentino Julio Velasco, al quale sono legate le successive fortune del Club e della Nazionale.

Con già uno “zoccolo duro” formato dagli esperti Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, cui si uniscono i veterani “Pupo” Dall’Olio e Di Bernardo nonché i “martelli” argentini Esteban Martinez e Raul Quiroga, ed al quale si aggrega una giovane speranza del volley azzurro che risponde al nome dell’allora appena 17enne Lorenzo Bernardi, al primo impatto Modena mette a segno un fantastico tris, costituito dal ritorno al successo in Campionato per uno Scudetto che mancava da 10 anni, prendendosi una ghiotta rivincita su Bologna, sconfitta nettamente in tre sole partite (3-2, 3-1, 3-2), trionfo preceduto dalla conquista della Coppa delle Coppe a spese dei rumeni della Steaua Bucarest e seguito dal bis in Coppa Italia, dove nelle Finali di Arona dal 6 all’8 giugno ’86, ad arrendersi sono Bologna, Parma ed Ugento, alle quali i modenesi riservano identico trattamento, superandole con altrettanti 3-1.

La stagione ’86 apre un quadriennio di successi incontrastati sul suolo italiano, visto che la Panini Modena fa suoi anche i tre successivi Campionati del 1987, ’88 ed ’89, ed in queste ultime due stagioni realizza altresì l’accoppiata con la Coppa Italia, ma trova un tabù insormontabile nell’ambita Coppa dei Campioni, competizione nella quale il desiderio di unirsi a Torino e Parma quale terza squadra italiana a fregiarsi del trofeo si scontra per tre edizioni consecutive contro l’armata rossa costituita dalla leggendaria formazione del CSKA Mosca, che ha la meglio nella Finale ’87 disputata ad Hertogenbosch (3-1, parziali di 15-8, 8-15, 15-7, 15-2), così come nel 1988 a Lorient con un ancor più netto 3-0 e l’anno successivo al Pireo dove gli uomini di Velasco, dopo essersi illusi con il 15-10 con cui si aggiudicano il primo set, cedono per 3-1 con gli eloquenti punteggi di 15-12, 15-5, 15-4 dei successivi parziali a favore dei sovietici.

Ma, per un Club con alterne fortune tra Italia ed estero – pur se la presenza di Modena sino al termine di tutte le competizioni ne dimostra l’indubbia solidità – qualcosa si muove anche a livello di Nazionale dove la Federazione, dopo altre due deludenti esibizioni ai Mondiali di Francia ’86 (undicesima su 16 partecipanti), agli Europei di Belgio ’87 (nona su 12 iscritte) ed alle Olimpiadi di Seul ’88 (ancora nona su 12 partecipanti), offre la conduzione proprio al tecnico della Panini Julio Velasco, il quale accetta l’incarico.

Ed, in un batter d’occhio, “il brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno, tanto che, al primo grande appuntamento costituito dagli Europei di Svezia ’89, l’Italia si laurea per la prima volta nella sua storia Campione continentale – poteva sinora vantare un bronzo nell’edizione inaugurale della Manifestazione svoltasi proprio nel Bel Paese nel lontano 1948 – superando in Finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13, 15-7) i padroni di casa svedesi, dopo aver inflitto in semifinale un pesante “cappotto” all’Olanda, disintegrata con un 3-0 i cui parziali di 15-7, 15-3, 15-2 la dicono lunga sulla superiorità del sestetto azzurro.

E Velasco, che fa affidamento sul suo “trio delle meraviglie” di Modena, di cui conosce a menadito pregi (molti …) e difetti (pochi …) e composto da Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, non può che affidare a quest’ultimo, che nella Finale con la Svezia giunge a quota 208 presenze in maglia azzurra, i gradi di Capitano, un ruolo sul quale è doveroso fermarsi un attimo.

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Andrea Lucchetta Capitano Azzurro – da:hall-of-fame.federvolley.it

Già, perché nel Volley il “Capitano” assume un ruolo rilevante, data la mutevole inerzia che una gara può assumere durante il relativo andamento, dove le variazioni nel punteggio sono all’ordine del giorno ed anche le formazioni più esperte possono vivere una sorta di “Blackout” di cui gli avversari sono sempre pronti ad approfittare, ed ecco allora che è utilissima la presenza in campo di un giocatore che sia in grado di tenere alta la concentrazione, capace di spronare ed incitare i propri compagni in caso di difficoltà, nonché di assumersi in prima persona la responsabilità di andare a chiudere i punti nel momento decisivo dell’incontro.

E, come “la migliore delle navi necessita del migliore dei capitani”, lo stesso si verifica anche per l’Italia che, non ancora, ma non per molto, sta per divenire “la migliore delle Nazionali” in circolazione, ed Andrea Lucchetta impersona al meglio questa figura di leader carismatico, di cui dà piena dimostrazione nel 1990, il suo “anno magico.

Con Velasco impegnato a tempo pieno con la Nazionale, sulla panchina di Modena (per il primo anno non più Panini, bensì Philips …) siede il croato Vladimir Jankovic, mentre il sestetto titolare, oltre ai confermatissimi Bernardi, Bertoli, Cantagalli e Lucchetta, può contare sulle prestazioni dell’americano Doug Partie – in rosa già dalla precedente stagione dopo aver fatto parte del Team Usa oro ai Giochi di Seul ’88 – mentre in cabina di regia già dall’estate ’86 a dirigere le operazioni vi è il palleggiatore Fabio Vullo, prelevato da Torino.

Con Jankovic in panchina, si invertono le prestazioni di Modena, nel senso che, se dopo quattro titoli nazionali consecutivi deve alzare bandiera bianca in Finale Playoff contro Parma, riesce al contrario a centrare l’obiettivo europeo sempre sfuggito a Velasco, trionfando l’11 marzo ’90 ad Amstelveen, in Olanda, al termine di una esaltante sfida contro i francesi del Frejus, i quali avevano clamorosamente eliminato il CSKA Mosca, risolta al quinto set con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9.

Del successo nella massima competizione continentale a livello di Club da parte del sestetto modenese – al pari della terza vittoria consecutiva in Coppa delle Coppe da parte di Parma – ne beneficia anche Velasco, il quale attinge da dette formazioni (oltre che dal Sisley Treviso) la base per comporre la selezione in vista degli appuntamenti internazionali previsti dal calendario, che si aprono con la prima edizione della World League, che l’Italia si aggiudica nelle Finali di Osaka, dove il 14 luglio sconfigge, al termine di un match tiratissimo concluso sul 3-2 (15-12, 16-17, 15-11, 14-16, 15-9), l’Unione Sovietica in semifinale, per poi rifilare un ben più netto 3-0 (15-7, 16-14, 16-14) all’Olanda in Finale.

Ma ben diverso è l’impegno che attende gli azzurri a metà ottobre in Brasile, per la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione in cui l’Italia può vantare solo il “miracoloso” argento conquistato nel 1978, anno in cui la rassegna si svolgeva in Italia, in cui gli Azzurri di Pittera superano per 3-1 Cuba in semifinale, prima di cedere nettamente all’Unione Sovietica nell’atto conclusivo.

Una sfida, quella contro Despaigne & Co., che si ripete per due volte al “Maracanazinho”, dapprima nel Girone eliminatorio, con i cubani ad imporsi nettamente per 3-0, e quindi nella Finale del 28 ottobre, dopo che gli Azzurri, in evidente crescita di condizione, avevano superato la Cecoslovacchia negli Ottavi, l’Argentina nei Quarti ed i padroni di casa del Brasile in semifinale.

E proprio la sfida contro i verde oro, in un Palazzetto di Rio de Janeiro gremito in ogni ordine di posti da una “torcida” costituita da non meno di 25mila tifosi a fare un tifo scatenato per i propri beniamini, chiarisce alla perfezione il concetto poc’anzi enunciato circa l’importanza di un leader in campo come il “Capitano”.

In una sfida emozionante come poche, con continui ribaltamenti nel risultato, Lucchetta tira su il morale dei suoi compagni dopo il 15-6 a favore dei padroni di casa nel primo set, li sprona a non mollare dopo che l’Italia ha fatto suoi nettamente il secondo e terzo parziale (15-9 e 15-8 rispettivamente …), per poi assumersi la responsabilità del punto decisivo nel tiebreak del quinto set, dopo che il Brasile aveva riequilibrato le sorti del match con il 15-8 del quarto set nel quale, sul 12-5, Velasco toglie Barnardi, Cantagalli e Gardini per farli riposare in vista dell’ultimo atto.

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Lucchetta in attacco contro il Brasile – da:modenatoday.it

E qui, con la due squadre a darsi battaglia punto a punto, con il Brasile a recuperare da 5-9 per portarsi sul 13-14, si gioca l’azione decisiva, con il palleggiatore Tofoli che, ricevuta palla da una perfetta ricezione di Bernardi, sorprende il muro avversario, che si aspetta un’alzata in banda per Cantagalli, servendo al contrario una “veloce” al centro proprio per Lucchetta, il quale piazza la schiacciata vincente che manda gli azzurri alla sfida con la Nazionale caraibica.

Ed eccoci quindi al citato 28 ottobre ’90, data “storica” per il Volley azzurro, posto di fronte al più forte sestetto cubano della storia, guidato da quel fenomeno di Joel Despaigne – “rapidissimo, eccellente saltatore, con un braccio molto veloce e grandissime capacità fisco-atletiche”, così lo descrive Andrea Zorzi – ma è ancora Lucchetta a spronare i suoi compagni prima dell’incontro, ai quali predica di “tirar fuori la voglia di riscattare la sconfitta nel Girone eliminatorio, di onorare i colori del nostro Paese, perché non possiamo deludere i tifosi che si aspettano la vittoria” …

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Lucchetta in attacco contro il muro cubano – da:gazzetta.it

Parole che hanno il potere di scuotere l’ambiente, anche dopo la consueta partenza ad handicap del primo set, perso 12-15, per poi aggiudicarsi i due successivi per 15-11 e 15-6 e quindi giungere alla fase decisiva del quarto set, dove il punteggio resta ancorato a lungo sul 15-14 per gli azzurri con una serie infinita di cambi palla dove ogni volta è “El Diablo” Despaigne ad assumersi l’onere di spengere i sogni di gloria azzurri, sino a che …

Sino a che, sulla battuta proprio di Lucchetta, dopo che Cuba aveva annullato ben 8 “match ball” al sestetto italiano, “El Mago” Diago, palleggiatore di livello assoluto, si rivolge ancora a Despaogne per cercare di prolungare l’incontro, ma la conclusione del martello caraibico, leggermente “sporcata” dal muro azzurro, viene neutralizzata da “Lucky” con un tuffo prodigioso sulla sua sinistra, così consentendo a Tofoli, sul prosieguo dello scambio che i cubani non erano riusciti a chiudere, di alzare la palla a Bernardi in zona 4 per mettere a terra il punto decisivo che certifica il titolo iridato per la formazione di Velasco.

Con questa impresa, Lucchetta – che viene eletto MVP del Torneo – completa un anno da favola, ed è lo stesso Capitano a chiarire cosa voglia dire raggiungere un traguardo che ti eri prefisso per tutta la carriera, allorché dichiara, dopo la cerimonia di premiazione, come “una volta sul podio, con la Coppa in mano, ho realizzato che il sogno di una vita era divenuto realtà, chiedendomi a questo punto cosa potessi ancora chiedere, e la gioia si è trasformata nella tristezza dell’attimo fuggente, sentendomi svuotato completamente …”.

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La Nazionale Campione del Mondo ’90 – da:oasport.it

Sia chiaro, quella di “Lucky” non è certo una dichiarazione di resa, visto che è solo a metà della sua carriera agonistica, con i successivi anni ’90 che lo vedono abbandonare Modena – dopo il disimpegno della famiglia Panini, che non poteva reggere il confronto con i colossi economico-finanziari della Mediolanum, Benetton e Gruppo Ferruzzi che erano sbarcati nel mondo del volley – accasandosi per quattro stagioni proprio a Milano, assieme a Bertoli, Galli e Zorzi, vincendo la Coppa delle Coppe ’93 e due Mondiali per Club, nel 1990 e nel ’92, per poi trasferirsi a Cuneo dove, sotto la sapiente guida di Silvano Prandi, mette la sua esperienza, come quella di Fefè De Giorgi e Galli, al servizio dei giovani Samuele Papi e Cristian Casoli, così da consentire al Club piemontese, grazie anche all’apporto dello spagnolo Rafael Pasqual e del serbo Vladimir Grbic, di portare a termine due eccellenti stagioni.

Nel 1996, difatti, l’Alpitour Traco Cuneo si aggiudica la Coppa Italia, superando 3-2 in Finale, al termine di cinque tiratissimi set (15-13, 15-17, 13-15, 15-12, 15-13 i relativi parziali) la Sisley Treviso, nonché la Coppa delle Coppe a spese dell’Olympiakos Pireo, successo replicato l’anno seguente con le “Final Four” disputate proprio a Cuneo dove, tra l’esultanza dei propri tifosi, i greci vengono spazzati via con un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-7, 15-5 crediamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

E’ questo l’ultimo trofeo in carriera conquistato da Lucchetta, che cessa l’attività agonistica nel 2000 dopo una stagione a Roma ed il ritorno per tre anni in quella Modena che lo aveva svezzato e quindi adottato, mentre a livello di Nazionale, dopo aver contribuito a portare a casa altre due World League nel 1991 e ’92, la sua esperienza termina con i Giochi di Barcellona ’92, dove l’Italia conclude quinta dopo l’amara sconfitta per 3-2 ai Quarti contro l’Olanda, e la sfida vinta contro il Giappone per 3-0 il 7 agosto ’92 (a 10 anni dall’esordio …) rappresenta la sua presenza n.292 con la maglia azzurra.

Ma, se ben ricordate, c’è “l’altra faccia” del n.12 azzurro, quella del “Lucky” istrione ed estroverso, quello che la gente riconosce per quel suo taglio di capelli a spazzola ed in diagonale (acconciatura appositamente creata dall’hair stylist modenese Carla Bergamaschi …) che ne rappresenta una sorta di “marchio di fabbrica”, il Lucchetta terrore dei telecronisti – chiedere al “povero” Lorenzo Dallari per informazioni – poiché è praticamente impossibile strappargli un’intervista seria al termine di un incontro, forse una forma di scaricare la tensione e l’adrenalina accumulata durante la gara, ma a smentire questa sua caratteristica viene in soccorso (qualora ce ne fosse bisogno …) il compagno di Nazionale Andrea Zorzi, il quale ne tratteggia un profilo ben diverso, vale a dire quello di “un Andrea che dorme poco e pensa molto, che in ritiro è sempre molto silenzioso e concentrato, perché lui è uno che si innamora di quello che fa e ciò che ha incontrato nella vita, è fatto così e non può fare altrimenti …!!

Grande “Lucky”, e noi ti amiamo soprattutto per questo, sia nella versione del “Dr. Jekyll” di Capitano indomito e coraggioso, che in quella di “Mr Hyde” con cui intendi sdrammatizzare un ambiente che è pur sempre uno sport, e le tue successive esperienze al termine della carriera, di valido telecronista e di aiuto ai bambini, nonché il modo con cui le stai affrontando, non fanno che confermare le parole di Zorzi …

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