OTIS DAVIS, IL “RITARDATARIO” STELLA DEI GIOCHI DI ROMA 1960

Italy Rome 1960 Summer Olympics
Il discusso arrivo di Davis e Kaufmann sui m.400 a Roma ’60 – da:ilpost.it

Articolo di Giovanni Manenti

Provate ad immaginare un ragazzo afroamericano cresciuto nel profondo Sud degli Stati Uniti durante gli anni ’40 senza la presenza dei propri genitori, costretto a frequentare un Liceo per soli studenti di colore e, per lo stesso motivo, rifiutato dall’Università dell’Alabama, così da prestare servizio per quattro anni nell’Aviazione Usa impegnato nella Guerra di Corea per poi, al ritorno in patria, trasferirsi sulla costa occidentale per iscriversi al College in Oregon, dove continua a praticare Basket e Football (quello americano, ovviamente …) prima di dedicarsi, quasi per caso, all’Atletica Leggera alla tarda età (per iniziare …) di 26 anni.

Ecco, crediamo che sia difficile per tutti ipotizzare che, appena due anni dopo, questo ragazzo riesca nell’impresa di aggiudicarsi due medaglie d’oro – 400 metri piani e staffetta 4×400 metri – alle Olimpiadi di Roma ’60, con tanto di relativi record mondiali, ed invece è proprio quello che accade al protagonista di una delle più incredibili storie che vi abbiamo mai raccontato.

Otis Davis, questo il suo nome, nasce il 12 luglio 1932 a Tuscaloosa, in Alabama, e non conosce mai, di fatto, i suoi genitori, visto che viene affidato alla nonna materna ed ad una zia, vivendo la propria infanzia a stretto contatto con le problematiche della segregazione razziale esistenti nello Stato, così da trovare conforto solo nello sport, praticando Basket e Football alla “Druid High School”, il Liceo cittadino riservato ai soli ragazzi afroamericani, senza poter, ad inizio anni ’50, iscriversi come avrebbe voluto alla “University of Alabama”, in quanto riservata esclusivamente agli studenti bianchi.

Tale discriminazione porta Otis a lasciare la sua città natale, arruolandosi nella “USA Air Force”, l’Aviazione degli Stati Uniti, dove per un quadriennio presta servizio nella Guerra di Corea, scoppiata proprio alle soglie del suo 18esimo compleanno, al ritorno dalla quale si trasferisce in California per frequentare il “Los Angeles Community College”, dove riprende a giocare a Basket attirando le attenzioni di Steve Belko, coach della “Oregon University”, il quale gli offre una borsa di studio per cambiare Ateneo.

Ancora alla ricerca della propria vera identità, il 25enne Davis – che culla il sogno di poter diventare un giocatore Professionista ed entrare a far parte della Lega americana Nba – accetta l’offerta, ma nonostante la sua abilità sotto canestro, trova difficoltà nell’assimilare le tattiche di gioco di Belko, così da essere spesso relegato al ruolo di riserva.

Chiamato nuovamente ad interrogarsi se potrà avere un futuro in campo sportivo, Davis ha la fortuna di far parte di uno dei più celebri College americani, dove le opzioni certo non mancano, e, soprattutto, di venire adocchiato da Bill Bowerman, uno dei più accreditati (e vincenti …) tecnici di Atletica Leggera a livello universitario, il quale, impressionato dalle qualità di elevazione di Otis, lo invita a cimentarsi nel salto in alto così come nel lungo.

Completamente a digiuno di qualsiasi approccio tecnico a tali specialità, Davis alla sua prima gara nell’alto valica l’asticella posta a 6 piedi (m.1,83) – “non mi ero mai allenato per tale gare e non avevo uno stile particolare, semplicemente ho saltato”, dichiara successivamente – così come supera i 7 metri nel lungo senza apparente difficoltà, ma è nella corsa che può definitivamente affermarsi.

Ed anche se, al riguardo, le versioni sono contrastanti – c’è chi sostiene che sia stato proprio Davis a chiedere a Bowerman di provarlo in pista avendo ritenuto di poter correre più veloce degli studenti che si stavano allenando, mentre per altri è lo stesso coach ad aver proposto tali gare al 26enne Otis in quanto a corto di materiale umano per dette specialità – resta il fatto che è nel 1958 che l’atleta dell’Alabama inizia a dedicarsi alla velocità, cimentandosi in tutte le distanze, dalle 100yd sino alle 440yd.

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Otis Davis ad Oregon University – da:portlandtribune.com

Per quanto ovvio, il suo stile di corsa è tutt’altro che ortodosso – è lo stesso Davis a confessare, “non sapevo nemmeno come posizionarmi sui blocchi di partenza” – ma sicuramente redditizio, visto che si aggiudica entrambe le prove sulle 220yd e 440yd ai Campionati della “Pacific Coast Conference”, fallendo per soli 0”2 decimi il record della propria Università sul giro di pista.

Resosi conto di come i 400 metri (anche se negli Usa si continuano a correre, all’epoca, le 440yd …) siano la gara che più si addice al suo talento, oltretutto assistito da un fisico (m.185 per 74kg.) pressoché perfetto per tale specialità, Bowerman intensifica gli allenamenti di Davis su detta distanza nel corso del 1959, dimostrando evidenti progressi che lo portano ad aggiudicarsi diverse competizioni ad inizio stagione, ma la sua scarsa esperienza e mancanza di un allenamento specifico fanno sì che ai Campionati NCAA si classifichi non meglio che settimo in Finale, per poi fallire la qualificazione ai Campionati Nazionali AAU la settimana seguente.

Il tecnico studia pertanto per Davis una condotta di gara che lo deve portare a tenere il ritmo dei suoi avversari sino all’ingresso in rettilineo per essere pronto allo sprint negli ultimi 100 metri e, per non far mancare il suo appoggio al suo atleta, confeziona per lui un paio di scarpe che saranno poi al centro di una, peraltro sterile, futura controversia visto che ad inizio anni ’60 lo stesso Bowerman, assieme allo sprinter Phil Knight e successivo magnate di successo, fondano nientemeno che la celebre casa di abbigliamento sportivo della Nike.

E’ lo stesso Davis a reclamare tale primato, mentre vi è chi sostiene che il primo paio di scarpe fossero destinate allo stesso Knight, asserendo come “non mi importa di quello che dicono i vari miliardari, Bowerman ha creato il primo paio di scarpe per me, anche se la gente non mi credo. Peraltro, le stesse non si adattavano bene ai miei piedi, erano troppo strette, ma ciò non toglie che io abbia visto con i miei occhi il tecnico prepararle appositamente per me …!!”.

Disquisizioni di abbigliamento a parte, gli insegnamenti di Bowerman fanno sì che Davis – che aveva chiuso il 1959 con il suo miglior risultato di 45”9 piazzandosi quinto, alle spalle del suo omonimo Glenn, specialista degli ostacoli bassi, nel Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News – si aggiudichi i Campionati AAU ’60 svoltisi al “Memorial Stadium” di Bakersfield, in California, con il tempo di 45”8, anche se poi, in occasione dei successivi “Olympic Trials” di Stanford, ad inizio luglio, prenda un po’ troppo alla lettera i consigli del suo tecnico, presentandosi in penultima posizione all’ingresso in rettilineo, per poi riuscire a sopravanzare proprio sul filo di lana Ted Woods e strappare il terzo posto sufficiente per far parte della squadra per la gara individuale ai Giochi di Roma.

Edizione epocale, quella romana, nella centenaria Storia delle Olimpiadi moderne, in quanto è la prima ad essere “commercializzata” a livello televisivo negli Stati Uniti, con un conseguente elevato livello di interesse, stante anche l’utilizzo dei Giochi come termine di paragone e livello di competizione nell’ambito della cosiddetta “Guerra Fredda” in corso all’epoca tra le due superpotenze di Usa ed Urss.

In più, sul fronte interno americano, vi è il netto contrasto tra la presenza in squadra di molti atleti afroamericani come Davis rispetto alle notizie di scontri a sfondo razziale che provengono da quasi tutti gli Stati del Sud allorché il movimento per i diritti civili degli uomini di colore sta sempre più prendendo piede.

Peraltro proprio Davis, che all’Università dell’Oregon è l’unico atleta nero della squadra di Atletica Leggera, non ha mai subito alcuna discriminazione per il colore della sua pelle a confronto di quanto aveva dovuto patire nel corso della sua gioventù in Alabama, e le uniche perplessità sul suo conto sono esclusivamente di ordine tecnico, dovute sia alla sua non più tenera età – all’apertura dei Giochi ha già compiuto 28 anni, tanto da essere uno dei più anziani del Team Usa – che all’inesperienza per affrontare una Manifestazione di così elevata caratura, essendosi avvicinato a tale disciplina da poco più di due anni.

A dire il vero, la specialità dei 400 metri non aveva fatto grandi passi in avanti nel corso degli anni ’50, con il record mondiale appartenente all’americano Louis Jones, stabilito con 45”2 il 30 giugno ’56 in occasione delle Selezioni Olimpiche per i Giochi di Melbourne ’56, dove peraltro si piazza non meglio che quinto nella Finale vinta in 46”7 dal connazionale Charlie Jenkins, e, da un punto di vista cronometrico, la barriera dei 45” netti sembra un limite ancora lungi da superare.

E, del resto, le perplessità sulle possibilità di eccellere da parte di Davis sulla pista dello Stadio Olimpico sono confermate dallo stesso atleta, il quale non nega come “stesse ancora imparando a comprendere bene l’importanza del decalage costituito dalle partenze sfalsate, nonché tutto il resto, vale a dire la migliore tattica da applicare e come correre in corsia”.

Una specie di esordiente, verrebbe da dire, ma con enormi potenzialità insite nel proprio DNA – come peraltro anticipato dall’aver corso i giro di pista in 45”6 (al momento la sua miglior prestazione sulla distanza …) al Meeting di Berna in agosto – ed a fare il resto è la dolce estate romana di quell’inizio di settembre, capace di compiere quel “miracolo sportivo” che solo la “Città eterna” è in grado di produrre …

Ecco, quindi, che il 3 settembre, giorno in cui si svolgono batterie e quarti di finale dei m.400 piani, Davis non ha difficoltà a far sua la nona ed ultima serie con il tempo di 46”8, uno dei soli quattro atleti a scendere sotto i 47” netti, per poi “dare un assaggio” delle proprie potenzialità nel turno successivo, allorché è l’unico a scendere sotto i 46” netti, affermandosi nella quarta ed ultima serie in un 45”9 che eguaglia il record olimpico, mentre le altre tre sono appannaggio degli altri due americani Earl Young (46”1) e Jack Yerman, vincitore dei Trials ma non in perfette condizioni (46”4), nonché del tedesco Carl Kaufmann, quarto due anni prima ai campionati Europei di Stoccolma ’58, che si impone in 46”5 nella prima batteria.

I Giochi di Roma segnano anche un importante novità di cui gli atleti traggono indubbio giovamento, e cioè un giorno di riposo prima delle semifinali in programma il 5 settembre e, soprattutto, il fatto che per la prima volta il programma prevede la disputa della Finale al giorno successivo, ed i relativi riscontri cronometrici lo stanno a dimostrare.

Sceso difatti in pista nella prima delle sue semifinali, Davis si aggiudica la stessa correndo la distanza in 45”5 che è, al momento, il suo “Personal Best” e polverizza il primato olimpico, ma nella seconda serie Kaufmann conferma i propri progressi scendendo anch’esso a 45”7 in una prova di cui è vittima Yerman, alle prese con problemi fisici e desolatamente ultimo.

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Davis si aggiudica la prima semifinale – da:gettyimages.co.uk

Ed anche se i tempi delle fasi eliminatorie non sempre trovano rispondenza all’atto conclusivo, è opinione comune che la sfida per la medaglia d’oro, nella Finale che prende il via alle 15:45 del 6 settembre ’60, sia una questione a due tra l’americano ed il tedesco, il cui affascinante duello fa sì che detta gara segni una “pietra miliare” nella storia della specialità del giro di pista.

Con Kauffmann nella corsia più interna – anche se è la seconda anziché la prima, poiché per l’ultima volta le Finali olimpiche si disputano con solo sei atleti per gara – e Davis in quarta, è il sudafricano Malcolm Spence, posizionato proprio davanti all’americano, a prendere un netto margine tanto da essere cronometrato a metà gara in un impensabile 21”2 con un vantaggio di circa 0”6 decimi su Davis, Kaufmann e l’indiano Milkha Singh, allorché Davis, temendo di non essere in grado di recuperare il distacco, compie l’ultima curva in uno straordinario parziale di 10”8 (!!) che gli consente di superare Spence e presentarsi in rettilineo con un vantaggio di circa 4 metri (e 0”7 decimi …) sul tedesco.

Gli ultimi metri sono qualcosa che più emozionante non si può descrivere, con Kaufmann a rimontare appoggio dopo appoggio, avendo meglio distribuito le forze, e Davis a patire lo sforzo profuso in curva, tant’è che i due si proiettano sul filo di lana all’unisono, ma con la differenza che l’americano taglia lo stesso con il petto, mentre il tedesco si tuffa in un disperato tentativo di conquistare l’oro, superando la linea del traguardo con il proprio viso.

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Il dettaglio dell’arrivo – da:gettyimages.it

Come sempre succede in questi casi, la decisione per i giudici è rimandata all’esame del fotofinish, dal quale si rileva come, in effetti, il naso di Kaufmann sembri sopravanzare il petto di Davis, ma il regolamento impone che valga, ai fini di proclamare la vittoria, quest’ultima parte del corpo, ed ecco pertanto che, dopo una spasmodica attesa di circa un quarto d’ora, il tabellone luminoso dello Stadio Olimpico segnala il successo di Davis, pur se ad entrambi viene assegnato il medesimo tempo di 44”9 che, oltre a rappresentare il nuovo record mondiale, vede altresì scacciato il “tabù dei 45” netti.

Per onestà, il rilevamento elettronico vede un solo 0”01 centesimo a favore dell’americano, con rispettivi tempi di 45”07 e 45”08 – mentre Spence riesce a salvare il bronzo (45”5 a 45”6) dal ritorno di Singh in una Finale che, per la prima volta in assoluto, vede tutti e sei i finalisti concludere sotto i 46” netti – ma all’epoca la IAAF ratificava i primati al decimo di secondo e, pertanto, a tutti gli effetti, a Davis e Kaufmann va il privilegio di aver infranto tale barriera.

Sfida che, comunque, non tarda a ripetersi, visto che due giorni dopo è in programma la Finale della staffetta 4×400 metri, in cui Otis Davis e Kaufmann hanno il compito di correre la quarta e conclusiva frazione.

Con i primi due dei Trials, Yerman ed Young (quest’ultimo giunto sesto nella gara individuale …) ad aprire le danze, il terzo frazionista è Glenn Davis, fresco dall’aver confermato sui m.400hs l’oro di quattro anni prima ai Giochi di Melbourne ’56, il quale dispone con facilità del tedesco Jo Kaiser, consegnando il testimone ad Otis con un rassicurante margine di vantaggio.

Kaufmann si getta alla disperata riconcorsa dell’americano, riuscendo quasi a colmare il distacco prima di dover pagare dazio per lo sforzo compiuto ed, in riserva di ossigeno, lasciare spazio a Davis che va a concludere la prova con il tempo di 3’02”2 (3’02”37 con il rilevamento elettronico …), il che rappresenta il nuovo record olimpico e mondiale, migliorando il 3’03”9 stabilito dal leggendario quartetto giamaicano alle Olimpiadi di Helsinki ’52, con anche il quartetto tedesco a scendere sotto il vecchio primato con il conseguente limite europeo di 3’02”7 (3’02”84).

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L’arrivo della staffetta 4×400 metri – da:iaaf.org

Ed anche se, nel Ranking Mondiale di fine anno, Kaufmann viene preferito a Davis, nonostante le due medaglie d’oro ed annessi record mondiali ed il fatto che sulla pista dello Stadio Olimpico l’americano si sia imposto in tutte e sette le gare (tra individuale e staffetta …) disputate, di certo vi è il fatto che, grazie proprio alla loro rivalità, entrambi sono riusciti a far decollare la specialità del giro di pista anche per effetto di un nuovo modo di interpretare la stessa.

Davis, oramai appagato, chiude la propria attività agonistica l’anno seguente, con il suo secondo titolo AAU sulle 440yd con il tempo di 46”1, con tanto di passaggio in 45”8 ai 400 metri, per poi dedicarsi, una volta conseguita la laurea in educazione fisica alla “Oregon University”, all’insegnamento presso il Liceo di Springfield, viaggiando anche all’estero dove assume la Direzione atletica delle varie basi militari degli Stati Uniti, tra cui, una volta rientro in patria, la “McGuire Air Force Base” nel New Jersey, dedicandosi anche ai ragazzi durante i doposcuola.

Curiosamente, proprio due mesi dopo la fine delle Olimpiadi romane, prende il via sulla rete nazionale televisiva italiana, il famoso programma “Non è mai troppo tardi” che, condotto dal maestro Alberto Manzi, contribuisce in maniera sostanziale a ridurre la piaga dell’analfabetismo nel nostro Paese.

E chissà, se nello scegliere il titolo, l’Ente televisivo ed il conduttore non si siano ispirati proprio alla storia di Otis Davis che, come pochi altri atleti prima e dopo di lui, ha tangibilmente dimostrato come non sia mai “troppo tardi” per eccellere ed affermarsi nello sport come nella vita …

 

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