CECOSLOVACCHIA-ITALIA 1980, LA FINALE DI COPPA DAVIS SCIPPATA AGLI AZZURRI

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La squadra delle Cecoslovacchia – da ceskatelevize.cz

articolo di Nicola Pucci

L’edizione 1980 della Coppa Davis, numero 69 di una impareggiabile storia di tennis a squadre iniziata nel 1900, verrà ricordata per alcuni parametri destinati a sparire per sempre, come la suddivisione del tabellone in Zone continentali e l’utilizzo di un giudice di sedia del paese ospitante gli incontri. Già, perché guarda caso la finale che vede opposte Cecoslovacchia ed Italia alla Sportovni Hala di Praga se da un lato iscrive all’albo d’oro la formazione dell’Est Europa, dall’altro lascia in eredità al quartetto azzurro capitano da Nicola Pietrangeli la rabbia per quel che poteva essere ed invece non è stato. Complice, soprattutto, le malefatte di un certo Antonin Bubenik, che per l’occasione, appunto, siede sul seggiolone e dirige l’orchestra.

Conviene tornare un attimo indietro, ed annotare che la Cecoslovacchia ha l’opportunità di conquistare per la prima volta l’insalatiera d’argento come mai è riuscita a fare neppure ai tempi del grande Jaroslav Drobny, così come quando Jan Kodes e Jiri Hrebec nel 1975 si arresero in finale alla Svezia di Bjorn Borg, vincitrice 3-2 a Stoccolma. L’Italia è ferma all’unico trionfale cammino portato a termine nel Cile insanguinato di Pinochet del 1976, per cedere poi l’anno dopo in Australia e nel 1979 negli Stati Uniti ai due Paesi che da sempre hanno fatto della Coppa Davis il loro riservatissimo territorio di caccia, rispettivamente 24 titoli l’una, 26 l’altra.

La formula suddivide le 50 Nazioni in tre zone continentali: 12 squadre in quella americana (a sua volta con due sottogruppi nord/centroamericano e sudamericano), 30 squadre in quella europea (che si compone di due ulteriori zone, A e B) e 10 squadre in quella asiatico/oceanica. E se l’Argentina di Guillermo Vilas e José Luis Clerc estromette gli Stati Uniti di John McEnroe e Brian Gottfried battendoli con un sonoro 4-1 al Lawn Tennis Club di Buenos Aires, l’Australia deve sudare le proverbiali sette camicie per avere la meglio di quella Nuova Zelanda che ha nel futuro finalista di Wimbledon 1983, Chris Lewis, un attaccante dotato di buon talento che si prende il lusso di battere John Alexander in cinque combattutissimi set sull’erba di Brisbane prima che Phil Dent, decisamente in forma, risolva la questione vincendo i suoi due singolari con Onny Parun e lo stesso Lewis, per poi, accoppiato ad Alexander, conquistare anche il punto del doppio contro Lewis/Simpson per il 3-1 finale. Dal canto loro Italia e Cecoslovacchia avanzano alle semifinali, con gli azzurri che passeggiano all’esordio con la fragile Svizzera di Gunthardt e Stadler, 5-0, per poi prevalere al Foro Italico in Roma contro la Svezia priva di Borg, 4-1, nonostante l’inattesa sconfitta al venerdì di Adriano Panatta contro Stefan Simonsson, che poi si riscatta conquistando il terzo punto superando, sempre in cinque set, il modesto Kjell Johansson, e i cechi che si sbarazzano facilmente della Francia, 5-0, per poi fare altrettanto con la Romania a Bucarest, 4-1, quando sono sufficienti le prime due giornate per assicurarsi la qualificazione con un parziale di 9 set a 0.

Le quattro semifinaliste si affrontano dal 19 al 21 settembre, con la Cecoslovacchia che trova nel giovane Ivan Lendl l’arma che disinnesca, sempre a Buenos Aires, Vilas e Clerc in singolare, per poi dare un valido contributo al doppio formato con Smid che si impone ben più facilmente del previsto ai due campioni di casa, 6-2 6-4 6-3. L’Italia, dal canto suo, ospita nel suo giardino preferito in terra battuta, ovviamente il Foro Italico, l’Australia ed è l’occasione propizia per vendicare la sconfitta in finale di due anni prima. Panatta e Barazzutti invertono i ruoli rispetto alla sfida con la Svezia, e se stavolta Adriano risulta fondamentale battendo McNamee in quattro set e McMamara in tre, Corrado si fa cogliere impreparato, obbligando Panatta agli straordinari in doppio con l’abituale compagno, Paolo Bertolucci, che al cospetto dei campioni di Wimbledon, proprio McNamee/McNamara, trionfano 6-4 al set decisivo al termine di una maratona palpitante.

E così, dal 5 al 7 dicembre, l’Italia per la sesta volta in sei sfide finali – alle quattro in cinque anni dal 1976 al 1980 vanno aggiunte le due sconfitte in Australia nel 1960 e nel 1961 – vola in trasferta a giocarsi la Coppa Davis, e a Praga l’accoglienza non è certo delle migliori. Si gioca indoor, su una superficie talmente veloce che parrebbe favorire Lendl e Smid, ma quel che avviene da quelle parti rimanda ai giorni più neri dei regimi socialisti di la dal Muro, con il fermo di polizia immotivato di alcuni sostenitori italiani giunti al seguito della Nazionale e il sequestro di numerose bandiere bianco-rosso-verdi. La Sportovni Hala rigurgita passione nazionalista a piene mani, ad ogni punto azzurro segue una bordata di fischi e ad ogni prodezza dei campioni locali il palazzetto dello sport assume le sembianze di una polveriera pronta ad esplodere. Tomas Smid, che un domani non lontanissimo sarà pure direttore del Centro Tecnico Federale di Cesenatico, affronta Panatta nel primo match e per due set almeno non c’è partita. L’Adriano nazionale sciorina tutto il suo repertorio di meraviglioso giocatore d’attacco, conquistando il vantaggio di un duplice 6-3, prima che l’ispirazione venga meno e che il cecoslovacco, che già l’anno prima, al Foro Italico, aveva battuto Barazzutti nel match d’apertura della sfida di semifinale risolta poi a favore dell’Italia per 4-1, riemerga dal baratro, sostenuto dalle urla a pieni polmoni del pubblico e favorito dalle “sviste” del giudice di sedia, tanto che all’ennesimo errore (volontario) Panatta si rifuta di continuare scatenando il pandemonio in tribuna, per infine imporsi in 5 set e regalare alla sua squadra il punto dell’1-0.

Nel secondo incontro il coraggio del “soldatino” Barazzutti non basta ad arginare lo strapotere da fondocampo di Lendl. L’azzurro vince il primo parziale 6-4, ma fatica maledettamente su una superficie che proprio non digerisce, e quando Ivan alza il livello del suo tennis e si scrolla di dosso la tensione per la prima grande finale della sua carriera, la strada è in discesa, 6-1 6-1 6-. E a fine serata la Cecoslovacchia è già sul 2-0, ad un passo dall’insalatiera d’argento.

Ma il peggio deve ancora venire, quando Lendl e Smid da una parte e Panatta e Bertolucci dall’altra si incrociano per la capitale sfida di doppio. Ancora una volta gli azzurri mettono la testa avanti, conducendo 2 set a 1, ed ancora una volta l’ineffabile Bubenik si conquista la scena con decisioni smaccatamente di parte che penalizzano nei momenti cruciali del match il duo tricolore, che cede alla distanza assicurando, così, il titolo alla Cecoslovacchia, che ha nel doppista Pavel Slozil e nel “vecchio” Jan Kodes gli altri due alfieri, già a chiusura della seconda giornata.

Per le statistiche, ma solo per quelle perché nel tennis il punto dell’onore vale ben meno del gol della bandiera nel calcio, Barazzutti in rimonta batterà Smid in tre set ripetendo la vittoria dell’anno prima e Lendl porrà la firma in calce al 4-1 finale superando Gianni Ocleppo con un duplice 6-3. Ma quel che resta, oltre al nome della Cecoslovacchia che entra nell’albo d’oro, è quella sensazione, forte e legittima, che qualcosa all’Italia di Nicola Pietrangeli, in quel di Praga in quel dicembre 1980, sia stato scippato di mano. Ma non ditelo a Lendl, che permaloso com’è magari s’arrabbia di brutto…

 

 

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