IL QUINQUENNIO VINCENTE DEL PETRARCA PADOVA DI RUGBY AD INIZIO ANNI ’70

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Il Petrarca Padova campione d’Italia nel ’74 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Che il Nord Est, ed il Veneto in particolare, si possa definire la “Roccaforte del Rugby italiano” è risaputo, e niente vi è di più avvincente, per gli appassionati di questo splendido Sport, che assistere ai combattutissimi derby tra le “tre grandi” della palla ovale, vale a dire Rovigo, Padova e Treviso.

Dopo l’epoca pionieristica di tale disciplina, dove a dominare la scena è l’Amatori Milano – 13 titoli di Campione d’Italia tra il 1930 ed il ’46 – con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale anche nel Bel Paese il Rugby inizia a divenire sport sempre più praticato sin da giovani e, proprio nella città universitaria patavina, prende corpo una Società la cui attività porta a divisioni e polemiche all’interno del mondo della palla ovale.

Accade, infatti, che nel 1955 venga fondata la “Fiamme Oro” Padova, ad un anno dalla creazione del Gruppo Sportivo della Polizia di Stato, su iniziativa di un gruppo di agenti della Squadra Mobile operante nel capoluogo veneto, al fine di svolgere un’attività dapprima a livello amatoriale, ma ben presto affiliata al citato gruppo sportivo, così da ottenere l’iscrizione al Campionato di Serie A a far tempo dalla stagione 1956-’57 ed imporsi in breve tempo come una delle formazioni più organizzate e tecnicamente valide dell’intero panorama nazionale.

Prova ne sia che, dall’anno successivo al suo esordio e per quattro stagioni consecutive – dal 1958 al ’61 – lo Scudetto non sfugge agli atleti della Polizia di Stato, i quali vantano sulle avversarie il vantaggio di poter fare affidamento su atleti che vi affluiscono da tutte le parti d’Italia, ivi comprese le zone confinanti di Rovigo e Treviso e sono altresì i migliori, da Di Zitti, Autore e Rovelli a Del Bono, Bellinazzo, Levorato, Simonelli, nonché Ottorino Bettarello, Roberto Luise e sino a Franco Zani, con quest’ultimo, allorché emigra in Francia per giocare nell’Agen, ad essere considerato il miglior n.8 (terza linea centro) a livello europeo di inizio anni ’60.

Con in più la possibilità di allenarsi con continuità e forti altresì dell’organizzazione del Gruppo Sportivo che in quegli anni raccoglie il meglio dello Sport nazionale che consente loro di essere anche guidati da un tecnico straniero, il francese Robert Poulain, il Campionato italiano perde di significato – basti pensare che ben 12 giocatori delle Fiamme Oro arrivano ad indossare la maglia azzurra – in quanto viene a mancare anche quello “spirito di campanile” che sta alla base del Rugby, sostituito da uno “spirito di corpo” che stravolge i valori della disciplina e suscita rabbia e indignazione nelle altre Società.

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Le “Fiamme Oro” Padova campioni d’Italia nel ’58 – da wikipedia.org

Per una città, come Padova, che della palla ovale fa quasi una religione, questo “esproprio” esterno alla loro squadra storica, vale a dire il Petrarca, proprio non va giù e, visto che – con l’inizio degli anni ’60 – si conclude altresì il formidabile ciclo della squadra di calcio plasmata da Paron Rocco, ecco che giunge il momento di far la voce grossa per portare ai vertici del rugby nostrano una formazione veneta nel vero senso della parola, cosa oltretutto già successa per i “rivali storici” di Rovigo, per tre anni consecutivi Campioni dopo il quadriennio delle Fiamme Oro.

Nato nel 1947 sulle ceneri del Padova, una delle prime squadre a praticare il rugby in Italia, il Petrarca cresce grazie agli allievi del Collegio Universitario Antonianum, vera e propria istituzione cittadina, e disputa le proprie gare al “Campo Tre Pini”, ricavato all’ombra delle cupole della chiesa di Santa Giustina, nel centro della città.

E’ una squadra brillante, quella del Petrarca, che entusiasma le migliaia di tifosi che la seguono con passione, sfornando anche fior di giocatori, ma a fine anni ’60, dopo quasi un quarto di secolo di attività, il proprio Palmarès è desolatamente vuoto, potendo contare esclusivamente su di una serie di buoni piazzamenti, pur avendo sempre partecipato ai Campionati della Massima Divisione, ed a poco è servito anche l’ingaggio di un tecnico francese, tale Perez, il cui passaggio in Veneto non ha lasciato grandi ricordi.

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Una formazione del Petrarca negli anni ’50 – da wikipedia.org

Ben diverso è, al contrario, l’approccio che ha alla guida tecnica l’ex pilone dei bianconeri Guglielmo “Memo” Geremia – che per 20 anni ne ha indossato i colori – al quale viene affidata la conduzione della squadra nell’estate ’68, con ciò confermando la tesi che alla base di un ciclo vincente vi è sempre una continuità nel settore allenatore.

Già dalla sua prima stagione sulla panchina patavina, le cose cambiano, con un Petrarca che aveva concluso il precedente Campionato al quarto posto, ma a ben 16 punti di distacco dalle rivali cittadine delle Fiamme Oro (al loro quinto ed ultimo titolo …), a chiudere il Torneo ’69 in seconda posizione, a soli 3 punti di distacco (40 a 37) dai neroverdi de L’Aquila, che terminano imbattuti.

E’ il segnale che qualcosa sta cambiando, e sui futuri successi molto del merito sta proprio nel nuovo tecnico e nei suoi metodi di allenamento, nuovi per il panorama rugbistico italiano, ma non per quello britannico, a cui si ispirano.

Preparazione, sacrificio, serietà di impegno e di comportamenti, filosofia di gioco finalizzata più al risultato che non allo spettacolo attraverso una compagine costruita con equilibrio, è questa la “ricetta vincente” di Geremia, il quale ha la possibilità di metterla in pratica grazie alla sua dote di conoscitore di uomini – nel suo XV pretende “tusi serii” (“ragazzi seri”) possibilmente radicati nel territorio veneto – nonché per il suo carisma nella vita economica cittadina.

Già, poiché di Rugby non si può vivere – dal punto di vista economico, si intende – ed ecco che il tecnico si prodiga a trovare ai suoi ragazzi posti di lavoro ed ad offrire garanzie per il futuro, specie per i “fuoriusciti” dalla concittadina Fiamme Oro allorché scade il periodo della “ferma militare”, un travaso d’esperienza quanto mai utile, ma che non fa venir meno la gestione del Settore Giovanile, di cui Geremia si occupa in prima persona, facendo divenire il Petrarca Padova un esempio nel panorama della palla ovale italiana, unico vero Club nel verso senso della parola e di cui ha la mentalità.

Organizzazione societaria, un tecnico carismatico e giocatori di livello rappresentano il giusto mix affinché ai tifosi venga offerta la possibilità di essere ripagati da tanti, troppi anni in cui sono stati costretti a fare buon viso a cattiva sorte nel vedere vincere gli altri, ed il primo “storico” Scudetto giunge nel ’70 al termine di una stagione dominata dal Petrarca, con 19 vittorie, due pareggi ed una sola sconfitta – alla terza giornata di ritorno, 3-5 sul campo dei Campioni in carica de L’Aquila, che chiudono al secondo posto staccati di 7 punti – sulle 22 gare disputate, con la doppia soddisfazione dei successi, tra andata e ritorno, ottenuti per 17-3 e 17-12 nei sentitissimi derby con il Rovigo.

Con in più l’orgoglio di aver allestito una formazione di “ragazzi di casa”, tra i quali emergono i fratelli Franco e Romano Baraldi, il possente Roberto Luise ed Elio Michelon, miglior marcatore del Torneo, con 145 punti messi a segno (sui 280 complessivamente realizzati dalla propria squadra …), unito dal fatto che i migliori giocatori veneti chiedono di entrare a farvi parte – Barbini, Sagramora, Valier e Rinaldo provengono da Venezia, Boccaletto e Blessano da Treviso (via Fiamme Oro) e Brevigliero addirittura da Rovigo – per le avversarie l’unico mezzo per cercare di far fronte a questa forza d’urto è orientarsi sul mercato estero.

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Alexandru Penciu – da airugby.ro

Uno dei migliori prodotti giunti nel Bel Paese è il rumeno Alexandru Penciu, ingaggiato dal Rovigo nel ’69 dopo essersi aggiudicato cinque titoli in patria con la Steaua Bucarest, ma, per le ferree leggi sull’emigrazione vigenti nelle Nazioni dell’Est Europa, quando giunge in veneto ha già 37 anni, il che gli consente, a dispetto dell’età, di risultare il miglior marcatore del nostro Campionato per due anni consecutivi nel 1971 e ‘72, con 102 e 124 punti rispettivamente, ma altrettanto non impedisce al Petrarca di confermare anche in dette stagioni lo Scudetto conquistato nel 1970.

Ed anche in fatto di stranieri, il Club patavino non vuole restare indietro, se è vero che, per le stagioni 1972 e ’73 – le ultime due con Geremia alla guida tecnica per poi passare ad un ruolo dirigenziale – ingaggia il sudafricano Nelson Babrow, figlio d’arte in quanto il padre Louis aveva indossato la maglia degli “Springbocks” negli anni ’30, il cui apporto, dimostrandosi determinante per la conquista di altrettanti titoli di Campioni d’Italia, evidenzia peraltro a chiare note quale enorme sia ancora il dislivello tra il rugby nostrano e quello dell’emisfero australe.

Nei tre Scudetti vinti dal 1971 al ’73, una nuova avversaria si profila all’orizzonte per il Petrarca, vale a dire il CUS Genova, Società curiosamente anch’essa fondata nel 1947, che vive il proprio “triennio magico” in concomitanza con dette stagioni, tutte concluse al secondo posto riducendo anno dopo anno il distacco dai patavini, dai 7 punti del 1971 ai 3 del ’72 per finirne a ridosso, staccata di un sol punto, nel 1973.

Un “Miracolo sportivo”, quello del Club ligure, che anche in questo caso ha un nome quanto mai carismatico nel panorama rugbistico azzurro, e cioè quello del terza linea centro Marco Bollesan, anch’esso veneto di Chioggia, il quale si assume il compito di provare a far germogliare la passione per la palla ovale in una regione che vive prevalentemente di Calcio e Pallanuoto, dopo essere riuscito a condurre allo Scudetto la Partenope Napoli nel ’66 e riuscire, successivamente, in un’analoga impresa nel ’75 con Brescia per l’unico titolo della storia di quest’ultima Società.

Ciò a dimostrazione di come basti veramente poco, per il Rugby dei primi anni ’70, a spostare gli equilibri in campo nazionale, cosa che, al contrario, non avviene al Petrarca, che nelle stagioni del suo posizionamento al vertice nel panorama italiano, può contare su di una compattezza di squadra non indifferente, come conferma il fatto che i leader della Classifica delle mete segnate risultano a turno i propri giocatori, nel ’71 Romano Baraldi con 10 realizzazioni, l’anno seguente tocca a Faustino Crepaz portando in ben 19 occasioni l’ovale oltre la fatidica linea di meta, bottino eguagliato nel ’73 da Babrow, quale miglior modo di salutare la compagnia, stagione, quest’ultima, che vede altresì consentire al piede di Lelio Lazzarini di succedere al citato Penciu quale miglior marcatore assoluto, con 109 punti all’attivo.

Si potrebbe pensare che l’avvicendamento di Geremia in panchina possa generare dei contraccolpi sul piano dei risultati, ma così non è in quanto “Memo” conferma di possedere doti dirigenziali che non hanno nulla da invidiare a quelle tecniche, a partire dalla scelta del suo sostituto, che cade su Marcello Fronda, già protagonista dei cinque Scudetti vinti dalle Fiamme Oro, i primi quattro da giocatore e l’ultimo quale allenatore.

Ed anzi, a voler dare un ulteriore schiaffo alle avversarie – che nel frattempo attingono a piene mani ai rinforzi oltre frontiera, con il gallese David Cornwall a rinforzare Brescia e l’inglese Dick Greenwood ad approdare a Roma – Geremia decide di non rimpiazzare il partente Babrow con un altro straniero, consegnando a Fronda un organico autoctono, ma che ha già acquisito la giusta esperienza per poter tentare il “pokerissimo”, impresa che, nel dopoguerra, non era ancora riuscita a nessuno, essendosi il Rovigo (tra il 1951 ed il ’54) e le già ricordate Fiamme Oro, fermatesi a quota quattro.

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La rosa tutta italiana del Petrarca campione nel ’74 – da wikipedia.org

Costretto a rintuzzare le rinnovate velleità de L’Aquila, il Petrarca ripete lo stesso identico cammino del primo Scudetto, con 19 vittorie, 2 pareggi ed una sola sconfitta, peraltro pesante, sotto forma di un 6-25 esterno subito dall’Algida Roma alla penultima giornata, il che consente ai neroverdi abruzzesi di portarsi (38 a 37) ad un sol punto di distacco in Classifica.

L’ultimo turno vede gli aquilani di scena proprio a Padova, ma contro le Fiamme Oro, mentre i patavini restano nella Capitale per affrontare il CUS Roma, avversario più o meno dello stesso valore dell’Algida, ma i ragazzi di Fronda riescono a ricompattarsi imponendosi con un 24-4 che rende vano il successo in Veneto de L’Aquila per 22-12, così da aggiudicarsi il loro quinto titolo consecutivo e trovando una folla di tifosi in delirio ad attenderli al rientro in treno a Padova.

Con questo successo si conclude il “primo ciclo vincente” del Petrarca, che ha però saputo gettare le fondamenta per una continuità di rendimento i cui frutti – con Geremia a scalare i vertici societari sino a diventarne il Presidente – non tardano a maturare, a cominciare dal sesto titolo conseguito tre anni dopo, nel 1977 con alla guida tecnica il francese Guy Pardiès nella doppia veste di allenatore-giocatore.

Con un torneo allargato a 14 squadre, la lotta per il titolo si risolve in una “corsa a due” tra le rivali storiche Petrarca e Rovigo, con questi ultimi Campioni in carica, per la cui decisione non sono sufficienti le 26 giornate di Campionato, in quanto un calendario bizzarro propone proprio all’ultimo turno lo scontro diretto, disputato per l’occasione allo “Stadio Appiani” davanti a ben 18mila (!!) spettatori, ed i patavini riscattano la sconfitta dell’andata al “Mario Battaglini” rifilando ai rivali un 21-9 che consente di raggiungerli a quota 44 punti, rendendosi così necessario un incontro di spareggio.

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Una fase di Petrarca-Rovigo disputata all’Appiani di Padova nel ’77 – da ilneroilrugby.it

Tocca all’allora denominato “Stadio dei Rizzi” di Udine ospitare il 22 maggio ’77 tale decisiva sfida e, su un campo reso via via sempre meno praticabile a causa di un violento temporale che si abbatte sul Capoluogo friulano – e che avrà, purtroppo, una tragica conseguenza nella morte di un tifoso, colpito da un fulmine sugli spalti – ad avere la meglio è il Petrarca per il minimo scarto di 10-9 scaturito, dopo i calci piazzati messi a segno da Boccaletto e Lazzarini, da una meta realizzata, ironia della sorte, proprio da Dino De Anna, fratello del più celebre Elio, che vestiva i colori rossoblù rodigini.

Con questa appendice al favoloso quinquennio di inizio anni ’70 si conclude la cronaca del primo periodo che vede il Petrarca Padova ai vertici del panorama rugbistico nazionale, un appuntamento al quale non mancherà di fare ritorno nel successivo decennio, ma questa è, come suole dirsi, un’altra storia…

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