SAMUEL MATETE, E LA CACCIA ALL’EREDITA’ DI EDWIN MOSES

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Samuel Matete ai Mondiali di Tokyo 1991 – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel panorama sportivo, emerge un personaggio capace di dominare – solitamente per un periodo non inferiore ad un decennio – una singola disciplina o specialità, il raffronto che viene fatto dagli addetti ai lavori è su come detta attività venisse svolta prima dell’apparire sulla scena di un tale Campione (il caso del belga Eddy Merckx nel ciclismo, è emblematico al riguardo …), nonché sull’eredità che lo stesso ha lasciato ai futuri protagonisti.

E se il raffronto con il passato, in quanto tale, è abbastanza facile ed ovvio, sono i paragoni con i successivi atleti, chiamati a raccoglierne l’eredità, a creare aspettative intorno alla nascita di un nuovo “Fenomeno” e, per esemplificare il concetto, nulla è più facilmente comprensibile di quanto è accaduto nel Nuoto, Sport che ha compiuto un “fondamentale salto in avanti” ad inizio anni ’70 con l’avvento dell’americano Mark Spitz, e di come per decenni se ne sia ricercato l’erede sin quando sul panorama natatorio non è spuntata la stella di Michael Phelps.

Tali premesse per introdurre la storia odierna, relativa all’Atletica Leggera ed, in particolare, della specialità dei m.400 ad ostacoli, che hanno visto primeggiare tra metà degli anni ’70 ed il decennio successivo, una “Leggenda” che solo il recente giamaicano Usain Bolt nella velocità è stato in grado di eguagliare quanto a dominio assoluto, vale a dire l’americano Edwin Moses, capace di aggiudicarsi ben 122 gare consecutive (di cui 107 Finali) tra il 1977 ed il 1987.

E se, come detto, il raffronto con il passato è facile, essendosi Moses inserito in un contesto in cui la specialità già aveva fatto importanti progressi, con i record mondiali stabiliti in occasione delle rispettive rassegne olimpiche di Città del Messico ’68 (con il britannico David Hemery a coprire la distanza in 48”12) e della successiva di Monaco ’72, dove è, viceversa, l’ugandese John Akii-Bua a portarsi a casa Oro e primato, divenendo, con il tempo di 47”82, il primo uomo ad infrangere la barriera dei 48” netti, ben meno semplice è stabilire chi possa essere in grado di raccoglierne l’eredità, dato che il longilineo atleta dell’Ohio aveva anch’esso mantenuto la tradizione di migliorare il limite assoluto durante la Finale olimpica di Montreal ’76, correndo in 47”64, per poi migliorarlo altre tre volte, sino a sfiorare il muro dei 47” netti, aggiudicandosi la prova in 47”02 il 31 agosto ’83 al meeting di Coblenza.

Eppure, il destino aveva già fatto intuire che a raccogliere il testimone quale primattore della specialità dovesse essere uno dei numerosi americani capaci di cimentarsi ad alto livello sugli ostacoli bassi, oppure il cerchio si sarebbe chiuso con un altro atleta africano a circa 20 anni di distanza dall’impresa del citato Akii-Bua, come dimostrato dal passo d’addio di Moses in occasione dei Giochi di Seul ’88, unica Finale di una grande Manifestazione in cui deve accontentarsi del gradino più basso del podio, preceduto dal connazionale André Phillips e dal senegalese Amadou Dia Ba, i quali, con i rispettivi tempi di 47”19 (Record Olimpico) e 47”23 (Record Africano), avevano dimostrato di averne le possibilità, se non fosse stato per il fatto che entrambi andavano oramai per la trentina, così come il suo grande rivale di tante emozionanti sfide, il tedesco occidentale Harald Schmid, giunto settimo nella circostanza.

Poca rilevanza viene data, nella circostanza, alla prestazione del 22enne americano Kevin Young, classificatosi quarto alle spalle di Moses con 47”56, ed addirittura completamente ignorata la presenza nei turni eliminatori di un giovane dello Zambia, che viene eliminato essendo giunto non meglio che settimo in un modesto 51”06 nella seconda batteria, ed ha comunque modo di osservare da vicino il “divino” Moses, che si sta preparando per la serie successiva.

Questo africano poco più che 20enne, essendo nato il 27 luglio 1968 a Chingola, città ai confini tra lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo, altri non è che Samuel Matete, il quale sembra trarre profitto dalla visione del leggendario fuoriclasse americano, visto che l’anno successivo migliora per ben cinque volte il primato nazionale sino a scendere ad un più che discreto 48”67 il 20 giugno ’89, pur dovendo subire la delusione di concludere non meglio che quinto in 50”34 la sua prima importante Finale, in occasione dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90, in Nuova Zelanda, peraltro disputati nel mese di gennaio, in una gara che vede prevalere l’esperto inglese Kriss Akabusi in 48”89.

Matete ha comunque modo di rifarsi durante la stagione, abbassando per altre quattro volte il proprio limite sino a scendere per la prima volta sotto i 48” quando si aggiudica in 47”91 la Finale del “Grand Prix” ad Atene il 7 settembre ’90, circostanza che lo fa salire sino al secondo del Ranking di fine anno della rivista “Track & Field News”, preceduto dall’americano Danny Harris.

Acquisita piena consapevolezza dei propri mezzi, Matete non è più uno sconosciuto quando si appresta ad affrontare il suo “Anno di Gloria” e della definitiva consacrazione, in cui – ad immagine e somiglianza del suo illustre predecessore – resta imbattuto in tutte e 20 le gare disputate, a cominciare dai remunerativi meeting europei che lo vedono imporsi in 47”87 a Monaco il 3 agosto ’91 e quindi, sulla leggendaria pista del “Letzigrund” di Zurigo, sfiorare il primato mondiale di Moses in occasione del classico appuntamento milionario del “Weltklasse”, dove trionfa appena quattro giorni dopo in una gara degna (se non di più) di una Finale olimpica, vista la presenza dei primi tre di Seul ’88 (Moses escluso, ovviamente) e del capofila stagionale Danny Harris.

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Samuel Matete – da elatleta.com

Ed invece è proprio Matete ad avere la meglio, rinvenendo sul rettilineo d’arrivo nei confronti dei due americani Harris ed Young che avevano condotto d’autorità la gara sino all’uscita dalla seconda curva e, con uno sprint di straordinaria bellezza, riesce a fermare i cronometri in 47”10, togliendo a Dia-Ba (anch’esso della partita …) il primato africano che ancora resiste a tutt’oggi anche come quarta miglior prestazione di sempre.

Con queste premesse, è sin troppo logico che Matete venga inserito nella stretta cerchia dei favoriti ai successivi Mondiali di Tokyo ’91 in programma a fine mese, pur se la pattuglia a “stelle e strisce”, composta da Harris, Young e Derrick Adkins, non è certo da sottovalutare, così come il britannico Akabusi ed il giamaicano Wintrop Graham, che lo avevano preceduto l’anno prima ad Auckland.

Con una tattica di gara diametralmente opposta a quanto fatto vedere tre settimane prima a Zurigo, nella Finale del 27 agosto ’91 Matete prende decisamente la testa sin dall’avvio, presentandosi in netto vantaggio sul rettilineo d’arrivo per poi avere la forza di resistere al tentativo di rimonta di Graham ed andare a conquistare la medaglia d’oro in 47”64 (curiosamente, lo stesso tempo realizzato da Moses in occasione della sua prima vittoria olimpica, a Montreal ’76), precedendo Graham ed Akabusi, con il trio americano inaspettatamente nelle posizioni di rincalzo, ed Young finito ancora una volta quarto in 48”01.

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Il trionfo di Matete ai Mondiali di Tokyo 1991 – da sporting-heroes.net

Sbalzato, per quanto ovvio, Harris dal primo posto del ranking mondiale di fine anno, Matete è ora atteso alla conferma in sede olimpica ai Giochi di Barcellona ’92 – dai quali resta escluso Adkins a causa della “spietata legge” dei Trials americani – anche se una tendinite ne limita le prestazioni nella prima parte della stagione, mentre, dall’altra parte dell’Oceano, sia Young (vincitore dei Trials in un convincente 47”89) che Graham affilano le armi per rendergli dura la vita.

E la composizione delle due semifinali vede proprio i tre protagonisti (con Young che giunge nel Capoluogo catalano da imbattuto in stagione ed avendo altresì sconfitto in tre occasioni proprio Matete nei meeting europei di luglio) inseriti nella seconda serie, con Graham ad imporsi di misura sull’americano (47”62 a 47”63), mentre l’ora 24enne rappresentante dello Zambia, qualificatosi per la Finale con il terzo tempo, si vede affiggere una controversia squalifica per invasione di corsia dopo aver urtato nell’ultimo ostacolo.

Una disdetta per Matete che, pur probabilmente incapace di competere per una medaglia a causa dei citati problemi fisici, è costretto ad ammirare dalle tribune l’impresa di Young che, nel più classico “Giorno dei Giorni”, corre la “gara perfettache si conclude con un impensabile riscontro cronometrico di 46”78, primo (e sinora unico …) uomo al mondo ad aver infranto la barriera dei 47” netti, con Graham ed Akabusi a ripetere il podio mondiale, pur se a debita distanza.

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Il trionfo di Young a Barcellona 1992 con il record di 46″78 – da gettyimages.fr

Ben magra soddisfazione, per il deluso atleta africano, la vittoria in Coppa del Mondo in 48”88 quale rappresentante del proprio continente, che gli consente quanto meno di risultare al terzo del Ranking mondiale di fine anno, dietro ad Young ed a Graham, potendo comunque contare sulle competizioni in programma nel successivo quadriennio (Mondiali, Commonwealth Games ed Olimpiadi) per cercare di prendersi la rivincita, ad iniziare dalla rassegna iridata di Stoccarda ’93.

Con Akabusi ritiratosi dopo Barcellona, Young, Graham e Matete sono gli indiscussi dominatori della specialità, pur vantando l’americano le maggiori credenziali, confermate da una striscia vincente di 25 vittorie consecutive prima di presentarsi in Europa e venire sconfitto una prima volta da Matete il 23 luglio a Londra, quindi da Graham al “Weltklasse” di Zurigo il 4 agosto, dove è terzo dietro anche allo zambiano, ed infine essere nuovamente superato, quattro giorni dopo a Monaco, dal 25enne africano, con Graham stavolta terzo.

E’ comunque impressione comune che il podio mondiale di Stoccarda sia già composto, manca solo da definirne l’ordine, e, come in occasione della Finale olimpica, Young tira fuori il meglio di sé nell’atto conclusivo, riuscendo a correre nel record dei Campionati di 47”18 (che, al pari del primato olimpico e mondiale, tuttora persiste …), con Matete ad assicurarsi l’avvincente volata per l’Argento, colto in 47”60 (sua miglior prestazione stagionale) ai danni di Graham e del francese Stephane Diagana, terzo e quarto in 47”62 e 47”64, rispettivamente, il che gli consente di chiudere la stagione al secondo posto del ranking, ovviamente preceduto da Young.

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Young festeggia il titolo iridato di Stoccarda 1993 – da gettyimages.fr

L’appuntamento iridato è rinviato all’edizione di Goteborg ’95, alla quale Matete giunge dopo essersi assicurato, con relativa facilità, la medaglia d’oro con il tempo di 48”67 ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94, nonché il successo nella Coppa del Mondo a Londra ’94, anno in cui, con il ritiro di Young, riconquista la vetta del Ranking mondiale davanti all’americano Derrick Adkins, il quale, ripresosi dalla delusione dei Trials ’92, raccoglie il testimone dal più celebre connazionale nella sfida all’ostacolista africano, incontrandosi in 11 occasioni (6 a 5 per Matete il relativo esito) e stabilendo tra di loro le 15 migliori prestazioni stagionali.

Logico, pertanto, che ai Mondiali svedesi ci si attenda una lotta a due tra Adkins e Matete, previsione rafforzata dal primo posto degli stessi nelle rispettive semifinali, e confermata nell’atto conclusivo – pur con l’inserimento, quale “terzo incomodo”, del francese Diagana – che vede Adkins, sorteggiato in quarta corsia, prendere la testa della gara sin dall’avvio, tallonato da Matete in terza, il quale riesce a ridurre lo svantaggio nel tratto finale ma senza riuscire a colmarlo del tutto, dovendosi arrendere per 0”95 centesimi (47”98 a 48”03), con Diagana ottimo terzo in 48”14, con conseguente cessione all’americano del primo posto nel ranking mondiale di fine anno.

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Adkins e Diagana in azione nella finale di Göteborg 1995 – da iaaf.org

Se negli anni precedenti, Matete era stato protagonista di una sfida a tre con Young e Graham, ora la lotta è limitata al duello con il solo Adkins, con i due che, tra il 1994 ed ’96, hanno modo di incontrarsi in ben 35 occasioni, con una leggerissima prevalenza (18 a 17) a favore dell’americano, il quale però, conferma la sua superiorità nelle “occasioni che contano”, facendo suo l’Oro anche ai Giochi di Atlanta ’96, in una gara fotocopia della Finale iridata di Goteborg, con Matete, sfavorito anche dalla prima corsia avuta in sorte, sempre ad inseguire il rivale, riducendo il distacco in vista del traguardo, ma pur sempre costretto ad alzare bandiera bianca in 47”78 (suo miglior risultato stagionale) rispetto ai 47”54 che valgono l’oro per Adkins, che si conferma altresì ai vertici mondiali per il secondo anno consecutivo.

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Il podio di Atlanta 1996, con Matete, Adkins e Calvin Davis – da gettyimages.it

Il declino dei due rivali è più repentino per Adkins, incapace di qualificarsi per la Finale dei Mondiali di Atene ’97, dove Matete, al contrario, si classifica quinto in 48”11 nella gara che vede l’inizio della riscossa europea con il trionfo di Diagana in 47”70, bissato due anni dopo dall’azzurro Fabrizio Mori superando in 47”72 lo stesso francese alla rassegna di Siviglia ’99, mentre l’attività agonistica del valoroso ostacolista africano, dopo la sua terza vittoria in Coppa del Mondo a Johannesburg ’98 in 48”08, si conclude con la sua quarta partecipazione alle Olimpiadi, fallendo di poco la qualificazione alla Finale dei Giochi di Sydney con il terzo posto nella terza serie di Semifinale, corsa in 48”98 a 32 anni.

La caccia al record di Moses non ha avuto successo, ma Matete può sempre vantarsi di essere l’ostacolista africano più medagliato tra Olimpiadi e Mondiali con un Oro e tre Argenti conquistati nel corso di una Carriera durata 14 anni ed in cui, per 8 stagioni consecutive, ha sempre corso la distanza al di sotto dei 48” netti, con un’ultima punta di 47”91 al meeting di Osaka l’8 maggio ’99, a dimostrazione di un talento puro, nonché di una costanza di rendimento, difficilmente riscontrabili.

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