LA FAVOLA DI BOB COUSY, IL BRUTTO ANATROCCOLO CHE NESSUNO VOLEVA

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Bob Cousy – da fifteenminuteswith.com

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, la “Boston Celtics Dinasty” – capace di vincere 11 Titoli NBA in 13 Stagioni – nasce con l’arrivo al “Garden” di Bill Russell al Draft ’56, ideale completamento di un quintetto da favola sotto la regia di Red Auerbach, ma in ogni gioco di squadra che si rispetti – ed i Celtics non fanno certo eccezione, anzi tutt’altro, essendo per loro stessi proprio questa una prerogativa – non può mai essere un singolo, pur forte che sia, a fare la differenza.

Diciamo, viceversa, che l’arrivo di Russell nella franchigia del “Trifoglio verde” consente a colui che ha in mano la regia della squadra, il più eccentrico dei playmaker dell’epoca, di poter esprimere al massimo le proprie funamboliche qualità che lo fanno definire, in un gioco di parole caro oltre oceano, “Magico prima che ci fosse “Magic (Johnson, ovviamente)”.

Ed, in effetti, nello stile di Bob Cousy – perché è di lui che stiamo parlando, sperando che l’aveste già capito – si ritrovano molti dei tratti distintivi della futura stella dei Los Angeles Lakers (la vittima designata dei Celtics di quegli anni) dai passaggi dietro la schiena al “no look” ed ai layup in entrata, pur non possedendo, il piccolo Bob (m.1,85 per 80kg.) le straordinarie qualità atletiche del fuoriclasse del Michigan.

E pensare, però, che l’indiscusso dominatore del ruolo degli anni ’50 non piaceva inizialmente quasi a nessuno, il suo modo di giocare era considerato fine a sé stesso e non produttivo per la squadra, tanto che il suo arrivo a Boston è dovuto più ad uno scherzo della (buona) sorte, che non alla volontà della dirigenza, Auerbach in testa, tanto per chiarire.

Nato a Manhattan, nel cuore di New York, ad inizio agosto 1928, Cousy non ha certo un’infanzia felice, dovendo crescere nel bel mezzo della “Grande Depressione” che colpisce gli Stati Uniti dopo il crollo di Wall Street del ’29, ed oltretutto figlio di immigrati francesi, tant’è che sino all’iscrizione alle elementari, il piccolo Bob parla quasi esclusivamente la lingua francese.

Dopo aver affinato le proprie qualità alla “Andrew Jackson High School”, a Cousy viene offerta l’opportunità di proseguire gli studi al “Boston College”, ma il fatto che non avessero a disposizione un dormitorio per gli studenti, induce Cousy ad accettare l’offerta della “Holy Cross University” di Worcester, nel Massachusetts, 40 miglia ad ovest di Boston, dove si presenta nell’autunno del 1946.

E l’esordio non può che essere dei più felici, visto che i “Crusaders” chiudono la stagione con un record di 24-3 a cui Cousy contribuisce con 227 punti, terzo miglior realizzatore della franchigia dopo le stelle George Kaftan e Joe Mullaney (che approdano entrambi ai Celtics nel ’49 per una fugace esperienza), qualificandosi per il Torneo NCAA, all’epoca ristretto a sole 8 formazioni.

Vinta la prima gara per 55-47 contro Navy (l’Accademia Navale degli Stati Uniti) in un Madison Square Garden tutto esaurito, grazie ai 18 punti di Mullaney, il successivo passo verso la Finale vede i Crusaders opposti alla squadra di casa (nonché di Cousy, essendovi nato …) dei “CCNY Beavers”, che vengono spazzati via con un eloquente 60-45 in cui la parte del leone spetta a Kaftan, autore della metà dei punti realizzati dal proprio quintetto.

L’atto conclusivo, andato in scena il 25 marzo 1947 sempre al Madison Square Garden, vede i Crusaders opposti agli Oklahoma Sooners, che si sono qualificati per la Finale con due successi di misura – 56-54 contro Oregon State e 55-54 nei confronti dei Texas Longhorns – ed anch’essi subiscono la medesima sorte, venendo sconfitti per 58-47 con Kaftan nuovamente “top scorer” con 18 punti a referto, mentre Cousy, probabilmente emozionato, non gioca certo una delle migliori gare della sua carriera, limitato a soli 4 punti con un disastroso 2 su 13 al tiro.

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Un giovane Cousy in maglia Crusaders – da holycross.edu

Probabilmente, questa negativa prestazione induce il coach Doggie Julian a limitare le presenze di Cousy nella stagione seguente, un atteggiamento che delude il non ancora 20enne Bob, il quale addirittura scrive una lettera a Joe Lapchick, tecnico della “St. John’s University” per chiedergli di poter andare a giocare da loro, ricevendo come risposta la conferma sulle qualità di Julian come coach e che lo avrebbe sicuramente impiegato con maggior continuità negli anni a venire.

A dare, però, una svolta alla carriera del giovane playmaker non è tanto il suo coach quanto il pubblico del Boston Garden allorché, in una gara della stagione 1949.50 (sua ultima al College) che vedeva i Crusaders sotto contro Loyola di Chicago con soli 5’ ancora da giocare, si mette a chiedere a gran voce l’inserimento in quintetto di Cousy sinché Julian non li soddisfa, ottenendo come compenso una straordinaria prestazione condita da 11 punti ed il canestro del sorpasso sulla sirena, per poi condurre i propri compagni ad una striscia vincente di 26 gare consecutive, che consentono alla Holy Cross University di approdare al Torneo NCAA, solo per essere eliminati al primo turno per 87-74 da North Carolina State.

Ma il bello (od il grottesco, fate voi …) della carriera di Cousy giunge in occasione del Draft 1950 dove i Boston Celtics – reduci da una deludente stagione conclusasi con un record di 22-46 – hanno il diritto di prima scelta e sono in molti a ritenere che la stessa cada proprio su Cousy, ma Auerbach non è dello stesso parere, ed in sua veste punta sul pivot Chuck Share, proveniente da Bowling Green, adducendo a supporto della sua scelta le parole “ritenete che io sia qui per vincere, o per fare un favore alla gente di Boston ?”, cosa che non gli impedisce di essere aspramente criticato dalla stampa locale, anche se molti addetti ai lavori sono d’accordo con Red, ritenendo Cousy un playmaker fine a sé stesso e poco utile al gioco di squadra, specie al cospetto dei “giganti della NBA”.

Avranno modo di ricredersi, anche se la trafila di Cousy per divenire un Celtic è alquanto tortuosa, visto che il giovane play viene scelto al terzo giro dai “Tri-cities Blackhawks” (gli antenati degli attuali Atlanta Hawks), una soluzione non gradita al giocatore – che nel frattempo ha intenzione di aprire una Scuola Guida a Worcester – il quale chiede un ingaggio di 10mila dollari per recarsi in Georgia, rifiutando l’offerta di 6mila pervenuta dalla franchigia, con ciò venendo destinato ai “Chicago Stags”.

Neppure questa trattativa giunge a buon fine, in quanto la franchigia, in gravi problemi finanziari, non è in grado di iscriversi al Campionato e l’allora “Commissioner”, Maurice Podoloff, consente un sorteggio suppletivo che include, oltre alla matricola Cousy, la guardia Max Zaslofsky ed il play Andy Phillip, ed al quale sono invitati i New York Knicks, i Philadelphia Warriors ed i Boston Celtics, rappresentati dal proprietario Walter Brown.

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Auerbach dà il benvenuto a Cousy – da fifteenminuteswith.com

Quest’ultimo, molto “signorilmente“, ammetterà in seguito che le sue speranze si fondavano su Zaslofsky, avrebbe tollerato Phillip e che quando, viceversa, la sorte gli aveva consegnato Cousy, fosse stato vicino a svenire, dovendo poi sottoscrivere con riluttanza un contratto da 9mila dollari con il nuovo acquisto.

Di sicuro, non certo il modo migliore per far sentire a proprio agio una matricola 22enne, ma ben presto sia Brown che Auerbach devono ricredersi, dato che, alla sua prima stagione da “rookie”, Cousy realizza medie di 15,6 punti, 6,9 rimbalzi e 4,9 assist a partite che ribaltano il record in casa Celtics, concludendo la “Regular Season” con 39 vittorie a fronte di 30 sconfitte, nonché consentendo a Cousy di ottenere la prima delle sue 13 consecutive selezioni per lo “All Star Game, pur se ai playoff non superano il primo turno, eliminati da New York in due gare.

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Cousy in azione ad un “All Star Game” – da gettyimages.it

Percentuali che Cousy migliora stagione dopo stagione, incrementando la media punti intorno a 20 per gara (massimo 21,7 minimo 18,0 nell’intero decennio), ma, soprattutto, divenendo il “re degli assist”, speciale classifica che si aggiudica per 8 stagioni consecutive dal 1953 sino al ’60, con un massimo di 9,5 a partita realizzato proprio nel ’60.

E’ sin troppo logico che, con un “distributore di palloni” di tale portata, con in più la variante dell’entrata qualora non vi sia spazio per un assist vincente ed una straordinaria precisione dalla linea dei tiri liberi, le quotazioni dei Boston Celtics non potessero che salire anno dopo anno, come dimostrano i relativi record stagionali – 39-27 nel ’52 (eliminati da New York al primo turno Playoff), 46-25 nel ’53 (sconfitti nella Finale della Eastern Division ancora da New York), 42-30 nel ’54 (sconfitti nella Finale di Eastern Division da Syracuse), 36-26 nel ’55, ma ancora finalisti di Division, e 39-33 nel ’56, eliminati in semifinale sempre da Syracuse – di una squadra che, a fine Torneo ’56, poteva contare sui servigi di tre “Top Player” quali la guardia Bill Sharman, il centro Ed Macauley, e Cousy, appunto.

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L’inconfondibile stile di Cousy – da gettyymages.it

Occorre però un “qualcosa in più” per far quadrare il cerchio, e ciò prende forma con l’assunzione (fuori draft) dell’ala forte Tom Heinsohn (curiosamente proveniente da Holy Cross, il medesimo College di Cousy) e con la fortuna che i Rochester Royals optino, al primo giro del Draft 1956, su tal Sihugo Green, una guardia/ala che avrà un impatto modesto sulla Lega, lasciando ai Celtics l’opportunità, scegliendo per secondi, di portare al Boston Garden colui che ne segnerà la storia, vale a dire il centro Bill Russell, proveniente da San Francisco, con cui ha vinto gli ultimi due Tornei NCAA, e che si rivela il più devastante pivot nella storia della NBA, al pari di Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, ma nettamente superiore quanto a titoli vinti.

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Cousy, Russell ed Heinsohn festeggiano all’All Star Game – da pinterest.com

Russell, formidabile rimbalzista – chiuderà la carriera con una media di 22,5 per gara – è l’ideale tassello che consente ad Auerbach di mettere in atto il suo gioco in velocità che sconvolge la sinora compassata NBA, con il lungo della Louisiana ad afferrare rimbalzi sotto il proprio canestro per poi affidare a Cousy l’arma del contropiede che lo vede fornire assist al bacio per i compagni Sharman ed Heinsohn, quando non è lui stesso a concludere l’azione in sottomano, con risultanti devastanti, tradotti nel 44-28 con cui i Celtics si aggiudicano la Regular Season per poi, finalmente, non avere pietà dei Syracuse Nationals, spazzati via in tre gare (108-90, 120-105 ed 83-80), ed assicurarsi il diritto alla Finale assoluta contro i St. Louis Hawks del micidiale Bob Pettit, nelle cui file si è altresì accasato Ed Macauley, sacrificato in favore di Russell.

Occasione migliore non poteva esserci per valutare se la scelta della Dirigenza bostoniana fosse stata quella giusta, ed il responso del campo – ancorché la serie si risolva sul filo di lana, con i Celtics ad aggiudicarsi gara-7 al Garden per 125-123 dopo due supplementari, grazie ad un mostruoso Heinsohn, autore di 37 punti – è impietoso, in quanto Russell totalizza 22,9 rimbalzi per partita contro i 5,9 di Macauley, nel mentre la sfida degli assist è largamente appannaggio di Cousy, che ne registra 9,1 di media/gara, dimostrando la bontà del gioco di Auerbach.

Macauley ed i suoi Hawks hanno comunque modo di prendersi la rivincita l’anno seguente, sconfiggendo 4-2 in Finale i Celtics che avevano chiuso la stagione regolare con il miglior record assoluto di 49-23, una lezione di umiltà dalla quale Russell & Co. traggono insegnamento facendo propri i successivi 8 titoli consecutivi – una striscia vincente che non ha eguali nella storia della Lega Professionistica americana – ai quali Cousy fornisce il proprio contributo per i primi cinque, ritirandosi a fine stagione ’63.

Quinquennio le cui aride statistiche parlano da sole – in quanto i Celtics registrano gli impressionanti record in Regular Season di 52-20 nel ’59, 59-16 nel ’60, 57-22 nel ’61, 60-20 nel ’62 e 58-22 nel ’63 – cifre mostruose che stanno a testimoniare come oramai la macchina sia talmente oliata da poter fare a meno anche del suo talentuoso regista, la cui ultima partita di stagione regolare viene disputata il 17 marzo ’63 al Boston Garden contro Syracuse, al termine della quale si svolge la cerimonia d’addio che, rispetto ai previsti 7 minuti, si protrae per 20, con il Garden gremito come non mai a tributare autentiche ovazioni al suo campione più amato, al quale giunge anche un messaggio da parte dell’allora Presidente John F. Kennedy che recita … “Il Basket ha ricevuto un’indelebile impronta grazie alle tue non comuni doti di abilità e combattività …!!”.

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La cerimonia d’addio di Cousy al Boston Garden – da fifteenminuteswith.com

Ma c’è ancora una serie di playoff da disputare, che qualifica i Celtics all’ennesima sfida contro i dominatori della costa occidentale, i Los Angeles Lakers dei fuoriclasse Elgin Baylor e Jerry West che l’anno prima avevano fatto sudare qualcosa in più delle classiche sette camicie a Cousy & Co., allungando la serie sino a gare-7 conclusa all’Overtime per 110-107 con due mostruose prestazioni, quella di Baylor da un lato, con 41 punti messi a referto, e quella di Russell dall’altro, capace di catturare qualcosa come 40 (!!) rimbalzi e di realizzare 30 punti, grazie anche ai “consueti” 9 assist di Cousy.

E se i Celtics sono celebri per il loro “spirito vincente”, non è che i Lakers siano da molto meno, prova ne sia che, con Boston in vantaggio 3-1 nella serie e desiderosi di poter festeggiare il quinto titolo consecutivo al Garden il 21 aprile ‘63, ecco che la “coppia Baylor/West” confeziona qualcosa come 75 punti in due per il 126-119 che allunga la serie, nonostante i 27 rimbalzi di Russell ed i 14 assist di Cousy.

Con la possibilità di pareggiare i conti sul parquet di casa, il successivo 24 aprile i Lakers si rendono una volta di più conto quanto la forza dei loro avversari sia nel collettivo e nella mentalità vincente, che consente loro di “spezzare la gara” nel secondo quarto, chiuso sul 33-17 per un parziale di 66-52 all’intervallo, difeso con le unghie dal ritorno di Los Angeles nella ripresa per il 112-109 che certifica il sesto anello (e quinto consecutivo) di Boston che scrive a referto ben sei giocatori in doppia cifra.

E Cousy … ?? Beh, infortunatosi ad una caviglia, circostanza che lo tiene per lungo tempo in panchina a medicarsi, rientra i campo nei minuti finali con i Celtics avanti di un sol punto, dimostrando così cosa significhi “spirito di squadra”, nonché il modo migliore per concludere una straordinaria carriera che, alla fine, parla di 18,5 punti, 7,6 assist e 5.2 rimbalzi di media per gara, ma le cui cifre non rendono l’idea di cosa sia realmente stato di positivo Cousy nell’economia del gioco dei Celtics.

Niente affatto male, per uno che era stato inizialmente visto come una specie di intruso, o no …??

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