SON KITEI, UN ORO CON DUE NOMI PER DUE PAESI

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Sohn Kee-Chung/Son Kitei – da spiegel.de

articolo di Giovanni Manenti

Uno dei momenti più toccanti della “Storia delle Olimpiadi” – che spesso riesce a non far trattenere le lacrime anche a campioni già affermati – è senza ombra di dubbio quello della cerimonia di premiazione, quando, oltre alla medaglia d’oro, colui che è posto sul gradino più alto del podio sente risuonare l’inno del proprio Paese mentre la relativa bandiera viene innalzata sul pennone più alto a simboleggiarne la gloria, per quanto sportiva.

Un privilegio che, per le vicende politiche che hanno caratterizzato la Storia dell’umanità, non sempre alcuni atleti hanno potuto ricevere, ed uno dei casi più emblematici è quello che è toccato al coreano Sohn Kee-Chung in occasione delle Olimpiadi di Berlino ’36, ma in questo caso il regime nazista di Hitleriana memoria non ha alcuna responsabilità in merito.

Nato a fine agosto 1912 a Sinuju, capoluogo della provincia del Pyongan settentrionale, posta al confine della Cina ed oggi facente parte della Corea del Nord, Sohn Kee-Chung vede la luce quando il suo Paese fa però parte dell’Impero giapponese, il quale ha occupato la penisola coreana da due anni, mantenendola all’interno dei propri confini sino alla fine del Secondo Conflitto Mondiale, quando viene poi divisa in due zone di influenza sovietica a Nord ed americana a Sud, dando vita a due Stati separati, con sistemi economici, politici e sociali diametralmente opposti.

Ma torniamo al protagonista della nostra storia, il quale nel frattempo ha anche dovuto modificare il proprio cognome in Son Kitei secondo la versione giapponese – un evento simile avviene nel nostro Paese durante il regime fascista che “italianizza” i cognomi austriaci o slavi, famoso al riguardo quello dell’ala sinistra Campione del Mondo nel ’38, Gino Colaussi, il cui vero cognome all’anagrafe era Colausig – e che dimostra sin da ragazzo una notevole predilezione per la corsa cimentandosi all’inizio su prove di mezzofondo quali i 1500 ed i 5000 metri.

Successive partecipazioni a gare su distanze più lunghe – segnatamente ad una corsa sulle 8 miglia disputata ad ottobre ’33 – inducono il poco più che ventenne Son Kitei, che nel frattempo si è diplomato alla Yangjeong High School a Seul, a cimentarsi nelle prove di fondo, con risultati eccellenti, dato che da tale data sino alla vigilia dei Giochi di Berlino, disputa ben 12 maratone, vincendone 9 e senza mai concludere una gara oltre il terzo posto, circostanze che ne fanno uno dei candidati all’oro olimpico, stante altresì il fatto che il 3 novembre ’35 ha anche stabilito la relativa miglior prestazione mondiale con il tempo di 2.26’42”0.

Il terzetto che la federazione giapponese iscrive alla più massacrante delle prove di atletica leggera è composto, oltre che da Son, anche dal giapponese “puro” Tamao Shiwaku e da Nan Shoryu, il quale è nelle identiche condizioni del suo connazionale, essendo coreano di nascita ed il cui vero nome è Nam Sung-Yong, dovendosi anch’egli adattare al volere dell’imperatore del Sol Levante, altresì fiero alleato politico di Hitler nel conflitto mondiale non lontano a venire.

Alla partenza dal faraonico “Olympiastadion” appositamente costruito per l’evento, prendono il via, il 9 agosto 1936, 56 atleti in rappresentanza di 27 paesi, e di questi solo 42 faranno rientro all’interno dello stadio dopo i canonici 42 chilometri e spiccioli, non figurando tra questi il campione in carica, l’argentino Juan Carlos Zabala, vincitore a Los Angeles ’32 con il record olimpico di 2.31’36”0.

Il fondista di Rosario, che era giunto a Berlino alcuni mesi in anticipo per ambientarsi e che era divenuto il beniamino dei tifosi tedeschi – dato altresì che non vi erano atleti di casa in grado di ben figurare – prende, come sua abitudine, la testa della corsa sin dall’avvio, transitando al rilevamento del 15esimo chilometro con un vantaggio di 1’40” sui più vicini inseguitori, margine che si riduce a 50” a metà gara, ma che riesce ancora ad incrementare ad 1’30” al passaggio ai 25 chilometri.

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Son Kitei ed Harper al passaggio di metà gara – da gettyimages.it

Per qualche chilometro, dopo la partenza, Zabala era stato affiancato da Son e dal minatore britannico Ernie Harper, i quali corrono di conserva sullo stesso ritmo e sono i primi a riportarsi sull’argentino quando questi ha un improvviso cedimento tra il 25esimo ed il 28esimo, venendo superato prima da Son e quindi, 10 metri dopo, anche da Harper, per poi ritirarsi all’altezza del 32.esimo chilometro, avendo realizzato di non aver più le forze quanto meno per aspirare ad un piazzamento sul podio.

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L’entrata solitaria nell’Olympiastadion di Son Kitei – da gettyimages.it

Tolto di mezzo uno dei favoriti per l’oro, Son capisce di avere a disposizione la sua grande occasione per laurearsi campione olimpico e non se la lascia sfuggire, incrementando l’andatura così da presentarsi sulla pista dell’Olympiastadion con un vantaggio di oltre 2’ sullo stoico Harper, afflitto da vesciche ai piedi che avevano macchiato di sangue le sue scarpe, concludendo la prova nel nuovo record olimpico di 2.29’19”2, mentre il britannico riesce a salvare l’argento dal recupero nel finale proprio dell’altro coreano naturalizzato giapponese, Nan, che chiude la sua fatica con il tempo di 2.31’42”0.

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Son Kitei taglia il traguardo: da gettyimages.it

Ora, dovete sapere che Sohn Kee-Chung è un nazionalista convinto, il quale ogni volta che è chiamato a dover apporre delle firme usa sempre il suo nome d’origine ed in ogni occasione in cui gli viene rivolta la domanda da quale Paese provenisse, la risposta è sempre la solita, fornendo a supporto del proprio atteggiamento il fatto che la Corea fosse una nazione separata geograficamente dal Giappone e che stesse solo vivendo il ruolo di vittima dell’imperialismo promosso da Hiro Hito.

Si può pertanto facilmente immaginare quale sia lo stato d’animo dei due coreani in occasione della cerimonia di premiazione, dovendo subire l’umiliazione di assistere alla celebrazione della loro vittoria attraverso l’alzata della bandiera giapponese sulle note dell’inno nazionale nipponico, alla quale reagiscono inscenando l’unica silenziosa protesta a loro disposizione – in un certo senso anticipando ciò che, 32 anni dopo, faranno gli americani Smith e Carlos a Città del Messico ’68 – e cioè abbassare il capo al momento del suono dell’inno.

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Nam, Sohn ed Harper sul podio olimpico – dagettyimages.it

E, successivamente intervistato dalla stampa a cerimonia conclusa, Sohn non si lascia sfuggire l’opportunità di comunicare al mondo quanto critica sia la situazione che sta vivendo il proprio paese di origine, pur se la maggior parte dei cronisti appare più interessata all’evento meramente sportivo, cosa che il coreano intuisce lanciando una dichiarazione sibillina ma di non difficile interpretazione, quando afferma che … “il corpo umano può fare molto e, pertanto, sia il cuore che l’anima devono farsene carico …!!”.

Al ritorno in patria, Sohn viene accolto alla stregua di un eroe nazionale, ed un quotidiano, il “Dong-a-Ilbo”, ne pubblica una foto sul podio durante la cerimonia di premiazione, alterandone però l’immagine nascondendo la bandiera giapponese raffigurata sulla tuta dell’atleta, una circostanza che non passa inosservata al Governo coloniale giapponese, il quale arresta otto dipendenti del giornale, impedendone le pubblicazioni per un periodo di nove mesi.

Sarà comunque la vita futura, a consentire a Sohn di prendersi le sue rivincite, dapprima ricevendo l’onore di fungere da portabandiera in occasione delle Olimpiadi di Londra ’48, le prime a cui la Corea partecipa da paese indipendente, e quindi, 40 anni dopo, facendo commuovere un intero popolo quando entra nello Stadio Olimpico di Seul con in mano la torcia destinata ad accendere la fiamma olimpica a suggello dell’organizzazione dei Giochi del 1988 da parte della Capitale sudcoreana.

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Il 76enne Sohn ai Giochi di Seul ’88 – da alchetron.com

Ma, al di là delle dispute politiche, Sohn resta prima di tutto un uomo di sport ed altre rivincite lo attendono, dopo essersi laureato nel 1940 alla “Meiji University” di Tokyo, mettendo la propria esperienza al servizio della Federazione di Atletica Leggera, prendendosi l’incarico di aiutare i giovani fondisti coreani a farsi strada in tale difficile specialità, e con risultati invero eccellenti, se si considera che il suo primo allievo, Suh Yun-Bok, si aggiudica nell’aprile ’47 la maratona di Boston con il tempo di 2.25’39”0, che migliora il limite mondiale del proprio tecnico, e che un secondo, tale Ham Kee-Yong, ripete tre anni dopo l’impresa di affermarsi nella celebre competizione bostoniana.

Resta, per Sohn, ancora un credito da riscuotere, ed è verso la “Rassegna a cinque cerchi”, per il quale, ancorché 80enne, si presenta alla cassa in occasione dei Giochi di Barcellona ’92 quando un altro suo allievo, Hwang Young-cho, si aggiudica la prova in 2.13’23”0 precedendo, ironia della sorte, proprio un fondista giapponese, Koichi Morishita, staccato di 22”, ed avendo la fortuna di poter celebrare, a differenza del suo maestro, la vittoria ascoltando l’inno coreano e vedendone la bandiera issata sul più alto pennone dello Stadio Olimpico catalano, nel corso della cerimonia di premiazione.

Finalmente, Sohn può addormentarsi in pace, cosa che accade a novembre 2002 a 90 anni compiuti, con la serenità di colui cui la vita ha restituito ciò che gli era stato ingiustamente tolto, e poi, non è forse un vecchio proverbio asiatico a recitare … “la vendetta è un piatto che si mangia freddo …”, o no …??

 

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