GLI SCARRONZONI E LA LEGGENDA DEGLI OTTO UOMINI D’ARGENTO

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L’arrivo in volata alle Olimpiadi del 1936 – da mymilitaria.it

articolo di Nicola Pucci

In principio quel nome, gli Scarronzoni, non prometteva niente di buono. E non lasciava certo presagire quel che sarebbe potuta essere poi la loro storia agonistica, soprattutto in sede olimpica.

Nel giugno 1928, ai campioni toscani al lago di Massaciuccoli, nel lucchese, l’otto dell’Unione Canottieri Livornesi composto da Enrico Garzelli, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Mario Del Bimbo, Vittorio Cioni,  Renato Tognaccini, Enzo Favilla, Eugenio Nenci e il timoniere Mario Ghiozzi, dà sfoggio di ben poca eleganza ed estetica del gesto tecnico, abituato com’è alla pratica dell’esercizio a remi su imbarcazioni a sedile fisso. Usando un termine che si usa in marina, l’armo livornese scarroccia, che significa deviare lateralmente dalla rotta per azione del vento, e chi è presente all’evento, a bordo lago, conia appunto il termine che diverrà nel tempo un marchio di fabbrica. Fortunatamente vincente, perchè già quel titolo locale è loro, forti e brutali nel remare come sono e inavvicinabili agli avversari di turno, e già all’abbrivio la loro leggenda comincia a scriversi.

Gli Scarronzoni nascono qui, non lontano da casa, allenati da Carlo Mazzoni che forgia un gruppo destinto a far man bassa di successi. Si comincia agli Europei del 1929, a Bydgoszcz in Polonia, dove Mario Balleri, Renato Barbieri, Dino Barsotti, Guglielmo Del Bimbo, Vittorio Cioni, Eugenio Nenci, Enrico Garzelli, Roberto Vestrini e il timoniere Cesare Milani, che ha preso il posto di Ghiozzi, conquistano la medaglia d’oro battendo Jugoslavia e Polonia, per proseguire l’anno dopo, a Liegi, quando l’armo italiano è costretto ad accontentarsi del secondo posto alle spalle della Francia, così come nel 1931, quando Renato Bracci ha preso il posto di Roberto Vestrini ed ancora una volta i transalpini hanno la meglio.

Nel frattempo Mario Ghiozzi, livornese doc, è sceso dall’armo e ha preso il posto di Mazzoni in cabina di comando e darà l’impronta tecnica all’otto che da quel giorno diventerà un modello di compostezza e stile, diventando di fatto l’esempio da seguire per il futuro del canottaggio tricolore.

Ma se il campo di regata ha già premiato l’equipaggio labronico, c’è un altro risultato che sta a cuore a Ghiozzi e ai suoi ragazzi. Già, perchè in piena era fascista, in cui tutto ciò che viene da Livorno è deprecabile perchè ha chiara matrice comunista, gli Scarronzoni se vincono non sono certo popolari, anzi. Ed allora è necessaria la vetrina a cinque cerchi per guadagnarsi la stima e l’applauso di un’Italia che ha virato verso il regime. Los Angeles 1932, dunque, cade a fagiolo.

L’imbarcazione italiana si presenta alla kermesse californiana, dunque, con tre medaglie europee già al collo. Ma laggiù, oltreoceano, c’è da affrontare l’armo americano, ovvero quello dell’Università della California, Berkeley, e i britannici del Leander Club, che nel 1929 e nello stesso anno 1932 si sono imposti alla Henley Royal Regatta. Insomma, la concorrenza è agguerrita e per gli Scarronzoni l’impegno, oltrechè probante, è decisamente arduo.

Al Long Beach Marine Stadium, il 10 agosto, i livornesi gareggiano in prima batteria, battendo proprio i britannici e fermando il cronometro al miglior tempo, 6’28″2. L’onore dei sudditi di Sua Maestà è leso, al punto da dover passare per le forche caudine dei ripescaggi per guadagnare la finale, a cui accedono di diritto gli americani che nella seconda serie hanno la meglio del Canada con il tempo di 6’29″0. Gran Bretagna e nordamericani superano rispettivamente Nuova Zelanda e Brasile (che non si presenta) gli uni, Germania e Giappone gli altri e i quattro equipaggi, il 13 agosto, scendono in acqua per la sfida decisiva.

E qui si fa la storia. Gli Scarronzoni, determinati, forti e con quello spirito battagliero che è proprio dei suoi componenti, di umili origine e che la vita obbliga alla fatica quotidiana per guadagnarsi la pagnotta, passano in testa a metà gara, con gli americani alle costole e canadesi e britannici leggermente staccati che librano tra loro la lotta per la medaglia di bronzo. Il testa a testa tra italiani e universitari californiani è eccitante, gli statunitensi sorpassano, ai 300 metri dal traguardo i livornesi sono di nuovo al comando, infine sulla linea d’arrivo sono gli americani a metter la prua davanti, per l’inezia di 2 decimi, 6’37″6 contro 6’37″8. Gli Scarronzoni sono d’argento e la gloria, almeno quella olimpica, è conquistata.

Passano quattro anni e gli Scarronzoni, reduci dall’ennesimo secondo posto agli Europei di Budapest del 1933 (vinceranno l’oro ad Amsterdam nel 1937 e il bronzo a Milano nel 1938, per un totale di sei metalli continentali), si presentano all’appuntamento con le Olimpiadi di Berlino del 1936 dove si rinnova il duello tra l’otto americano e quello livornese.

Si gareggia nel lago di Grunau, e i quattordici equipaggi iscritti alla gara entrano in lizza nelle tre batterie che promuovono direttamente alla finale gli Stati Uniti, rappresentati dall’equipaggio dell’Università di Washington, grandi favoriti, che segnano in 6’00″8 il miglior tempo, l’Ungheria, campione d’Europa, e la Svizzera. L’armo italiano è secondo alle spalle dei magiari ed è costretto a passare per i recuperi, dove prevale facilmente su Giappone, Jugoslavia e Brasile accedendo così all’atto finale, insieme alla Germania padrona di casa e alla Gran Bretagna. Rispetto a quattro anni prima sono rimasti Guglielmo Del Bimbo, Dino Barsotti, Enrico Garzelli e il timoniere Cesare Milani, mentre sono nuove reclute Oreste Grossi, Enzo Bartolini, Mario Checcacci, Dante Secchi e Ottorino Quaglierini. Ma la competitività dell’Italia è garantita comunque.

La finale si disputa il 14 agosto ed è appassionante. La Germania, che vuol vincere la medaglia d’oro per compiacere i gerarchi nazisti presenti all’evento, Hitler compreso, parte a spron battuto seguita dalla Svizzera. Gli Stati Uniti remano in fondo, in sesta posizione, con l’Italia che segue i due armi al comando della gara, per scavalcarli entrambi e balzare in testa. L’eccitazione è massima in tribuna, il pubblico incita la Germania (che domina le gare di canottaggio vincendo 5 delle 7 regate in programma e cogliendo inoltre un argento e un bronzo) ma sono gli Stati Uniti ad operare una clamorosa rimonta che li porta davanti ai 1.800 metri. L’arrivo è proprio al fotofinish, Stati Uniti, Italia e Germania piombano appaiate sul traguardo e il responso cronometrico premia infine gli americani, che col tempo di 6’25″4 bissano il successo di Los Angeles, con l’Italia come allora ancora una volta seconda, staccata di soli 6 decimi, altri 4 decimi davanti alla Germania che sale sul terzo gradino del podio.

Gli otto uomini d’argento del canottaggio italiano possono tornare a casa, soddisfatti seppur battuti: la loro leggenda è destinata a tramandarsi ai posteri ed oggi, quando si citano gli Scarronzoni, si ricordano quei ragazzi che sconfissero le ideologie di partito e diventarono degli eroi.

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