PAT RAFTER E LA MALEDIZIONE DI WIMBLEDON

wimbledon-rafter-2016
Rafter alla voleè – da atpworldtour.com

articolo di Nicola Pucci

Se la memoria non mi trae in inganno, credo che sia l’ultimo interprete di quella specie in via di estinzione che è il giocatore puro di serve-and-volley ad aver iscritto il suo nome all’albo d’oro di un torneo del Grande Slam. Pat Rafter. Ma se l’australiano, bello, educato e magnifico nell’esecuzione al volo, ha trionfato due volte tra i rumori assordanti e la puzza di hot-dog e patatine di Flushing Meadows – 1997 battendo Rusedski e l’anno dopo contro il connazionale Philippoussis -, nondimeno è sempre stato respinto dai prati londinesi di Wimbledon che in teoria sarebbero dovuti essere il luogo perfetto per esaltarne l’indiscutibile talento d’attaccante. Appunto, in teoria, perchè poi entra in gioco la macumba. O maledizione, che dir si voglia.

La prima volta ai Championships, come si suol dire, non si dimentica mai, in verità c’è ben poco da ricordare di quella prima avventura, poco più che 20enne, iniziata e velocemente terminata nel torneo di qualificazione dell’edizione 1992, con la vittoria con il tedesco Patrick Baur (6-7 6-1 6-4) e la successiva sconfitta con Rick Leach (7-6 6-1). Ma il ragazzo apprende il mestiere e già l’anno dopo, 1993, reduce dall’aver battuto a primavera Sampras ad Indianapolis, i campi di Roehampton gli sono amici, quando da numero 178 del mondo elimina il keniano Wekesa, lo spagnolo Calatrava e il britannico Beecher, accedendo infine al tabellone principale. E qui, approfittando di un sorteggio che più benvolo non si può, Rafter debutta con il connazionale Simon Youl, numero 217 del ranking e pure lui uscito indenne dalle forche caudine delle qualificazioni, sbarazzondosene agevolmente 6-3 6-3 6-4, per poi fare altrettanto con un altro qualificato ancora, l’americano Todd Nelson, addirittura numero 360, che cede 7-6 6-4 6-2. I due successi garantiscono a Rafter l’occasione di incrociare Andrè Agassi, e Pat vende cara la pelle, cedendo alla distanza in quattro set dopo aver strappato al “kid di Las Vegas” il tie-break del secondo parziale.

Sembrerebbe l’abbrivio di una bella storia d’amore con il torneo che tutti sperano, un giorno, di mettersi in bacheca, invece l’australiano si trova a dover digerire qualche boccone amaro di troppo. Come nel 1994, quando è numero 21 del mondo ed è fresco di primo successo in carriera nel gustoso antipasto erbivoro di Manchester dove ha sconfitto il sudafricano Ferreira, ma si arrende al secondo turno a Sergi Brugura, campione del Roland-Garros, che ne spenge gli ardori battendolo 13-11 al quinto set. Oppure l’anno ancora dopo, 1995, quando è il connazionale Mark Woodforde, gran specialista del doppio, ad eliminarlo all’esordio in quattro set.

Evidentemente c’è da registrare qualcosa nel gioco di Rafter, che se è abilissimo nel giocare di volo a rete, difetta altresì con la contraerea da fondocampo. Ed è noto che per imporsi a Wimbledon ci vogliono l’una e l’altra dote. Ne sa qualcosa Goran Ivanisevic, un altro che con Wimbledon, come vedremo tra poco, ha un feeling del tutto particolare, che lo ferma agli ottavi di finale nel 1996, 7-6 4-6 7-6 6-1, grazie a 24 aces e al 91% con la prima palla di servizio, dopo che Pat ha fatto fuori il ceco Vacek, l’azzurro Pozzi e l’elvetico Rosset, testa di serie numero 14, al termine di una maratona in cinque set.

La maturazione di Rafter è lenta ma graduale, l’anno 1997 è di svolta nella carriera del ragazzo di Mount Isa che a sorpresa guadagna la semifinale al Roland-Garros, dove si arrende a Bruguera troppo più a suo agio di lui su terra battuta, presentandosi così all’appuntamento tra i Doherty Gates da numero 17 del mondo, il che gli vale la 12esima testa di serie. Il cammino ad onor del vero è difficoltoso, dovendo rimontare due set di svantaggio al sudafricano Stafford all’esordio, lasciando un set anche al tedesco Knippschild al secondo turno e al belga Van Garsse al terzo, prima della sconfitta non del tutto inattesa con l’altro Woodies, Woodbridge, al miglior torneo dello Slam in carriera, che agli ottavi lo estromette dal torneo in quattro set.

E’ tempo però di raccogliere e a settembre gli US Open celebrano l’ammissione di Pat Rafter al riservatissimo club dei vincitori di un torneo Major. Le ambizioni “verdi” per il 1998, pertanto, sono importanti e decisamente legittime, tanto più che a Hertogenbosch, la settimana prima di Wimbledon, l’australiano mette in bacheca il secondo titolo su erba. Sesto favorito del torneo, Rafter apre con due successi senza troppi patemi con lo svizzero Heuberger e lo svedese Nydahl, per poi prevalere sull’altro scandinavo Gustaffson e presentarsi all’appuntamento agli ottavi di finale con l’idolo di casa, Tin Henman. Quel campo centrale che in un futuro molto prossimo lo sosterrà nei momenti difficili e gli regalerà il supporto necessario per alcune vittorie tra le più belle della sua carriera, stavolta non può certo schierarsi con lui. Henman “deve” vincere, e così sia al termine di quattro set tra due giocatori allo specchio, ottimi servitori ed incessanti frequentatori della rete, 6-3 6-7 6-3 6-2 per il britannico. Che poi troverà Sampras a sbarrargli la strada e infrangere il sogno dei sudditi di Sua Maestà.

Il bello deve ancora a venire, e saranno tre edizioni, le ultime del percorso agonistico di Rafter, da lustrarsi gli occhi. 1999, ad esempio, quando Pat è lo sfidante di Sampras per la poltrona di miglior giocatore del mondo dopo il successo-bis a Flushing Meadows. C’è ormai una dose massiccia di sicurezza nel gioco dell’australiano, migliorato al punto da essere un pretendente autorevolissimo al titolo. Cristiano Caratti e i due svedesi Bjorkmann ed Enqvist non rappresentano ostacoli insormontabili, così come non lo è Boris Becker all’ultima recita in carriera sul Centre Court, il suo giardino, sconfitto ai quarti con l’inappellabile 6-3 6-2 6-3 a referto. Quando poi anche l’ostico Martin si arrende al termine di una sfida tiratissima e che abbisogna di ben tre tie-break per risolversi infine in quattro set, Rafter ritrova quell’Agassi che lo fermò alla prima esperienza a Wimbledon. I due campioni si contrappongono nello stile, attacco e difesa, e nel temperamento, compostezza ed esuberanza, ma è il maestro ancora una volta a battere l’allievo, 7-5 7-6 6-2, e Rafter, pur nella sconfitta che ne rimanda il sogno, si chiede se mai quel piatto d’oro potrà esser suo.

Tanto più che l’anno dopo, 2000, scivolato in classifica al numero 21 con la complicità dei problemi alla spalla destra che ne condizioneranno da qui in avanti la carriera e lo obbligheranno al ritiro nel 2001, non sembra poter nutrire grandi ambizioni per i Championships. Invece Rafter, accreditato della testa di serie numero 12, con classe, esperienza ed attitudine ai prati fa quasi percorso netto con Delgado, Woodbridge, Schuettler, Johansson – l’unico che gli strappa un set – e Popp, arrampicandosi al penultimo atto. Tra Pat e la vittoria si frappongono due totem del tennis, Agassi e Sampras, con cui l’australiano libra due sfide leggendarie. E se con Andrè infine riesce a prendersi la rivincita in cinque set tra i più belli della storia recente del torneo, 7-5 4-6 7-5 4-6 6-3, con Pete si deve arrendere 6-7 7-6 6-4 6-2, dopo aver condotto in testa per quasi due set per poi spengersi alla distanza.

Prima e forse unica chance di vincere Wimbledon? Quando ricapiterà l’occasione propizia? 2001, quando Rafter torna competitivo ai massimi livelli e seppur numero 10 del mondo viene “premiato” dall’All England Lawn Tennis and Croquet Club della terza testa di serie, ovviamente alle spalle di Sampras e Agassi. E se la storia dell’anno precedente fu memorabile, quella dell’edizione in corso ancor più assume i contorni dell’epica. Rafter copia quel che fu il cammino che lo condusse in finale nel 2000, sorvolando i primi quattro turni con Vacek, Dosedel, Arazi e Youzhny prima di eliminare Enqvist, e trovare ancora Agassi sul suo cammino per la terza volta consecutiva, sempre ad altezza semifinale. Ed anche stavolta Rafter ha la meglio in cinque set, rimontando da 2-1 sotto, completando l’opera con l’8-6 al parziale decisivo che appartiena alla bellissima storia dei Championships. Nel frattempo Sampras ha conosciuto l’onta della sconfitta con un giovanotto che da queste parti, e non solo, farà parlare, ma proprio tanto, di sè, un certo Roger Federer… e chi approfitta dell’assenza del re? Un altro che con Wimbledon ha un conto in sospeso, quanto e se non più del bel Pat, e per il quale è stato coniato il termine maledizione da almeno un decennio.

Goran Ivanisevic, già, proprio lui, che nel 1996, ricordate?, battè l’australiano agli ottavi nell’unico precedente a Wimbledon e raggiunge ora la finale, in qualità, udite, udite!, di numero 125 del mondo ammesso al torneo grazie ad una wild-card. Che poi è record nella storia ultracentenaria dello Slam londinese. La battaglia tra i due campioni è un su e giù nel punteggio senza troppa logica, con il croato intrattabile alla battuta nel primo set, 6-3, l’australiano che riemerge nel secondo 6-3, Goran ancora avanti, 6-3, Pat abile nel secondo recupero, 6-2. Infine il quinto set, bello, emozionante, drammatico e liberatorio come solo un ultimo set di una finale a Wimbledon può essere. Dopo 3ore 2minuti di lotta serrata, in un tripudio di passione, l’ultima risposta di Rafter si spenge in rete e Ivanisevic, lui sì finalmente, 9-7, infrange il tabù.

Game, set, match. Rafter è ancora lì, su quel Centre Court che non lo ha mai voluto incoronare. E si domanda perchè.

 

 

 

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