QUANDO GLI DEI SI ADIRARONO CON AOUITA E REGALARONO L’ORO OLIMPICO A ERENG

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La vittoria di Paul Ereng negli 800 metri a Seul 1988 – da iaaf.org

articolo di Massimo Bencivenga

Le Olimpiadi di Seul 1988 verranno ricordate per una serie di eventi, non tutti piacevoli. Furono i Giochi di Ben Johnson e Florence Griffith-Joyner, le Olimpiadi del fallito tentativo di Matt Biondi di eguagliare Mark Spitz (si ritrovò invece dietro anche a un quasi carneade del Suriname, Nesty) di Kristin Otto, le Olimpiadi di Greg Louganis nei tuffi (rischiò anche la vita battendo la testa) e del ginnasta Vladimir Artemov. Le olimpiadi dello scippo a Jones nel pugilato. E le Olimpiadi degli Abbagnale e di “Pollicino” Maenza.

L’atletica leggera è però, per antonomasia, la regina delle Olimpiadi. E allora? E allora successe che le attenzioni erano catalizzate sull’oro, ad alto contenuto di probabilità, di Sergey Bubka nell’asta, nel tentativo di Carl Lewis di eguagliare Owens e se stesso con altri 4 ori, e nell’attesa di vedere l’oro al collo di Said Aouita negli 800 m. I tre, con Bubka a inseguire l’oro ancora mancante, anche per via dell’embargo di Los Angeles, rappresentavano le star dell’atletica del secondo lustro degli ’80. Certo, c’era ancora Edwin Moses nei 400 hs, uno che perdeva, letteralmente e temporalmente, ogni dieci anni, ma la sua stella era già in discesa.

No, i big erano Bubka, Lewis e Aouita. Hybris, probabilmente.

Nel caso di Said Aouita si potrebbe anche parlare di invidia degli Dèi.

Con la fantastica eccezione di Abebe Bikila, e di qualche altra meteora, l’Africa in quegli anni non la faceva ancora da padrona dal mezzofondo alla maratona. I Morceli, gli El Guerrouj, i Kiptanui, i Kipketer, i Gebrselassie erano ancora di là a venire. Ma tra Bikila e Bekele c’è stato lui: Said Aouita, dal Marocco, ambasciatore del Continente nella regina degli sport.

Nel 1988, Said Aouita, già detentore dei record sui 1500m e sui 5000m (primo uomo a scendere sotto il muro del minuto), ottimo interprete anche delle distanze non olimpiche del miglio e dei 3000m, già campione olimpico e mondiale dei 5000, decise di dedicarsi e spendere molte energie nel preparare l’assalto all’alloro olimpico negli 800m.

Invero, una distanza che aveva corso in gioventù, in massima parte ai giochi e nelle competizioni africane, dove si cimentava anche nel cross e nei 3000 siepi, ma che non sembrava congegnale al marocchino, che faceva della brillantezza allo sprint, dopo uno sforzo più o meno prolungato, la sua arma migliore.

Per dirla in soldoni: gara troppo veloce per lui. Ma non ne volle sapere. Hybris, ricordate?

E per tutta la stagione pre-olimpica Said Auoita smentì i critici mettendo in fila, uno dopo l’altro, gli specialisti della distanza. Non perse mai, in nessun meeting, riuscendo anche a scendere sotto il muro dell’ 1’44”. I kenioti non riuscivano a staccarlo né a tenerlo negli ultimi 100m, laddove il marocchino si produceva in sprint entusiasmanti.

Confesso di essermi emozionato in alcune di quelle rimonte. Già, i kenioti, dicevo. L’anno prima, a Roma, nella città eterna che aveva tenuto a battesimo Abebe Bikila, avevano fatto vedere cosa sapevano fare. Con quelle partenze lancia in resta, come se non ci fosse un domani, a fare il vuoto. Formidabili sulle lunghe distanze, ma non velocissimi. E per molto tempo anche incostanti; ne abbiamo visti di kenioti assurgere alla vetta e poi scomparire. Billy Konchellah, che a Roma aveva vinto gli 800m, rappresenta un preclaro esempio di discontinuità. A Seuol 1988 non c’era, ma rivinse i mondiali di Tokyo nel 1991.

C’era però a Seul 1988 Joachim Cruz, alto, dinoccolato e campione olimpico a Los Angeles davanti a sir Sebastian Coe, che in Corea non c’era, così come non fu presente Steve Ovett, olimpionico della distanza a Mosca 1980. C’era però l’altro Steve: Steve Cram, che qualche anno prima aveva dato vita, vincendo davanti ad Aouita, a un 5000 da leggenda.

Cram non riuscì a entrare in finale; finale che il nostro Donato Sabia riuscì invece e meritatamente a conquistare. Said Aouita conquistò naturalmente la finale, ma complice un problema a una gamba, non sembrava il califfo di qualche mese prima. Di fatto, nei pronostici lo indicavano dietro Cruz.

Orfani di Konchellah, i kenioti in finale erano Kiprotich e Ereng. Paul Ereng aveva le gambe lunghe, il bacino alto dei mezzofondisti del corno d’Africa, ma veniva dalla velocità, dai 400m, dal giro della morte. E come Aouita aveva iniziato a correre nel 1988, a poco più di 20 anni, il doppio giro di pista.

Joachim Cruz poteva contare su uno scudiero di razza e di vaglia nel connazionale Barbosa.

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Aouita prima della partenza della finale – da gettyimages.it

Non sappiamo, forse non sapremo mai se ci fu un accordo per tagliare fuori il magrebino. Fatto sta che, allo start, Kiprotich e Barbosa partirono come se ne dovessero fare solo 400 e non il doppio di metri.

Il primo passaggio, a 49”54 era da record del mondo. Subito dietro, Cruz. Sesto al primo giro Aouita, che non correva fluido, con la gamba destra che sembrava non essere in sincrono con l’altra. Ereng ciondolava dietro il marocchino, evidentemente scelto come punto di riferimento. Said si produsse in una lunga rincorsa tra i 500m e i 700. Intanto davanti ai 600m crollò Barbosa, e più avanti, ai 700, finì la benzina Kiprotich. Davanti all’ingresso dei 100 si presentò l’alta figura di Cruz.

In curva Aouita produsse una smorfia, il ghigno di chi sa che non ce la farà e che le divinità dello sport, per quel giorno, hanno disposto altrimenti. Cruz sembrava irraggiungibile, ma da dietro cominciarono a vorticare le leve di Paul Ereng. Ne aveva più di Auoita, il keniota, più di Elliot. Più di Cruz, superato in tromba a 50 metri dal bis olimpico che lo avrebbe proiettato tra i grandissimi.

Paul Ereng, a sorpresa, vinse gli 800m a Seuol 1988 in 1’43”55. Aveva scelto la lepre giusta: Said Aouita, che nonostante tutto corse solo due decimi in più del suo personale. Il tempo di Ereng era fuori dalla sua portata, ma il suo personale di 1’43”86 gli avrebbe dato l’argento. Settimo il nostro Donato Sabia, che non finì male, nel senso che arrivò più fresco e reattivo di altri, ma il ritmo impostato sin dall’inizio forse non gli fu troppo congegnale.

Fu una meteora Paul Ereng? Sì e no. Sì perché avrebbe potuto dare di più, anche se vinse due mondiali 800m indoor. E no, perché, come detto, in quegli anni, c’era un certo ricambio, per vari motivi, anche legati alle etnie, in Kenia.

Hybris, ho detto più volte. Forse davvero pretese troppo dalle divinità dell’atletica Said, ma forse l’arroganza non era neanche tanta. Non per l’unico uomo a tutt’oggi capace di correre gli 800m sotto gli 1’44”, i 1500m sotto i 3’30”, i 3000m sotto i 7’30”, i 5000m sotto i 13’00” e i 10000m sotto i 27’30”.

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