PETE MARAVICH, LA “PISTOLA” CHE NON FECE MAI CILECCA

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Pete Maravich con coach Cotton Fitzsimmons – da gettyymages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel basket si parla di tiratori infallibili e si accosta questa caratteristica alla squadra dei Boston Celtics, il ricordo corre immancabilmente alla figura di Larry Bird, l’uomo “sbarcato” nella NBA – assieme ad Earvin “Magic” Johnson sulla sponda californiana dei Los Angeles Lakers – giusto in tempo per salvare la Lega da una crisi che sembrava irreversibile.

Pochi però sanno che proprio al suo esordio nel basket professionistico coi i Celtics nell’autunno ’79, Bird si sarebbe trovato come compagno di squadra, ancorché al suo passo d’addio, colui che su quella abilità di “cecchino infallibile” aveva costruito la propria carriera, dapprima al College e quindi nelle 10 stagioni vissute nel vasto pianeta della NBA.

Quel “qualcuno” altri non è che Peter Press “Pete” Maravich, nato ad Aliquippa, in Pennsylvania, il 22 giugno 1947 da una famiglia il cui padre, Petar, figlio di immigrati serbi, aveva a propria volta giocato a pallacanestro ed ora svolgeva funzioni da allenatore presso le Università, ed è chiaramente lui ad insegnare al ragazzo i fondamentali del gioco sin da quando ha sette anni, trascorrendo ore al fine di migliorarne il controllo di palla, la tecnica nei passaggi ed il tiro, specie dalla lunga distanza.

Gli insegnamenti paterni iniziano a dare i loro frutti sin dalle “High School” (il nostro liceo) che Pete frequenta dapprima alla “Daniel High School” di Central, South Carolina, per poi completare gli studi secondari alla “Needham B. Broughton High School” di Raleigh, North Carolina, a seguito dell’incarico ottenuto dal padre quale coach della North Carolina State University.

Concluse le superiori, Pete avrebbe avuto intenzione di iscriversi alla West Virginia University, ma proprio in quell’estate al padre viene offerto il ruolo di coach presso l’Università di Louisiana State, ed ecco che occasione migliore non vi è per trasferirvi l’intera famiglia e potersi prendere direttamente cura del proprio ragazzo e verificarne i miglioramenti.

Purtroppo, le regole dell’epoca, non consentivano alle matricole di essere inserite nella squadra che partecipa al Campionato NCAA, così che Pete deve attendere ancora una stagione per il suo debutto con i “Tigers”, pur facendo intravedere le sue grandi doti nella sua partita d’esordio contro i pari età, in cui mette a segno 50 punti, con l’aggiunta di 14 rimbalzi ed 11 assist.

E che la formazione di Louisiana State abbia bisogno di un innesto così importante lo dimostra la prima stagione da allenatore di “Papà Petar”, conclusa con un inglorioso score di 3 sole vittorie a fronte di 23 sconfitte, che, dall’anno successivo, con l’inserimento del figlio, si trasforma immediatamente in un ben più lusinghiero 14-12.

L’impatto di Pete sul palcoscenico della NCAA è di quelli che non si dimenticano facilmente, visto che nei suoi tre anni al College totalizza qualcosa come 3.667 punti – pari a medie/gara di 43,8 nel ’68, 44,2 nel ’69 e 44,5 nel ’70 – ed anche se LSU fallisce la qualificazione per le “Final Four” il suo contributo resta nella storia del Campionato Universitario, soprattutto laddove si consideri che all’epoca non era ancora stato introdotto il “tiro da tre punti” e, dato che molte delle conclusioni di Maravich giungevano da lontano, lo statistico di ESPN, Bob Carter, ebbe a calcolare, approssimativamente, che, qualora tale norma fosse stata in vigore, la media/gara della guardia dei Tigers avrebbe potuto raggiungere quota 57 punti.

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Maravich in azione con Louisiana State al College – da si.com

Fin troppo scontato che una “macchina da canestri” di siffatta natura – e per la quale, data la sua postura nell’eseguire il tiro da fuori come se tenesse in mano un revolver, gli era stato appiccicato sin dal liceo il soprannome di “Pistol Pete”, poi avvalorato dalle sue medie realizzative – fosse ben appetita dai Club Professionistici in occasione del Draft svoltosi il 23 marzo ’70 e, difatti, dopo che i Detroit Pistons scelgono Bob Lanier ed i San Diego Rockets si orientano su Rudy Tomjanovich, ecco che gli Atlanta Hawks, che hanno il terzo diritto di chiamata, non si fanno sfuggire il talento di Louisiana State.

Atlanta aveva chiuso la stagione al primo posto con un record di 48-34 solo per essere sconfitta pesantemente per 4-0 dai Los Angeles Lakers nella Finale della Western Conferece, e, con l’allargamento della Lega da 14 a 17 squadre e l’inserimento degli Hawks nella Central Division della Eastern Conference, si rendeva chiaramente necessario un rinforzamento della rosa a disposizione del coach Richie Guerin.

Una scelta peraltro discutibile, quella di Atlanta, visto che nel ruolo di guardia potevano contare su Lou Hudson, già da quattro anni facente parte della franchigia e che aveva chiuso la stagione con 25,4 punti di media, ed in più non era molto gradito ai “senatori” l’elevato contratto di quasi due milioni di dollari offerto alla matricola, una cifra alquanto considerevole al tempo.

Maravich, comunque, dimostra di meritare l’ingaggio ricevuto, con una stagione da 23,2 punti di media che gli vale l’inserimento nella “Squadra Rookie dell’anno” ed, oltretutto, scaccia i dubbi sulla sua incompatibilità con Hudson, visto che con il suo stile molto più eclettico e dinamico rispetto al compassato compagno, quest’ultimo ne giova incrementando la sua media a 26,8 punti per gara, anche se il rendimento degli Hawks peggiora, pur guadagnando l’accesso ai playoffs, dove sono eliminati al primo turno dai Campioni in carica dei New York Knicks.

Situazione che si ripete nella stagione successiva – che Atlanta conclude ancora con un record negativo di 36-46 – venendo nuovamente eliminata al primo turno dei playoff, pur dando filo da torcere ai Boston Celtics, da cui vengono sconfitti per 4-2 in una serie in cui Maravich (il quale aveva peggiorato le proprie media in “regular season” con 19,3 punti a partita) dimostra di poter rivaleggiare alla pari con i migliori giocatori della Lega, realizzando 27,7 punti di media con punte di 37 in gara-3 e gara-6 e di 36 in gara-4.

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Maravich in azione con gli Hawks contro i Boston Celtics – da nba.com

Questo positivo finale di stagione, che serve anche a scacciare le critiche dei soliti soloni che giudicavano il gioco di Pete più spettacolare che utile, è il preludio alla miglior annata di Maravich con gli Hawks, i quali ritornano ad uno score positivo di 46-36, con “Pistol Pete” capace di totalizzare 27,1 punti e 6,9 assist di media a partita (rispettivamente 5. e 6. posto nelle relative classifiche assolute) e, con i 2.063 punti realizzati, uniti ai 2.029 di Hudson, essi diventano la sola seconda coppia di una stessa squadra in grado di compiere l’impresa di superare entrambi quota 2.000 in una singola stagione, che vede per la prima volta Maravich altresì selezionato per l’All Star Game, esperienza questa che ripete altre quattro volte in carriera.

Ciò nonostante, i playoff sono sempre un tabù e, nonostante il cambio in panchina con l’arrivo di coach Cotton Fitzsimmons in sostituzione di Guerin, ancora una volta Atlanta è eliminata da Boston al primo turno, e l’anno successivo le cose vanno ancor peggio, con gli Hawks quinti nella “Regular Season” e fuori dai playoff, nonostante che Maravich disputi la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo, chiusa a 27,7 punti di media, secondo solo a Bob McAdoo dei Buffalo Braves.

Per Maravich è giunta l’ora di cambiare aria, e l’occasione gli viene offerta dall’ingresso nella Lega di una nuova franchigia, i New Orleans Jazz, che hanno bisogno di un giocatore in grado di far presa sul pubblico per il suo stile di gioco brillante ed imprevedibile.

Certo, essere il leader di una debuttante può essere divertente, ma di sicuro non gratificante a livello di risultati, ma comunque Maravich dimostra di svolgere il ruolo per cui è stato chiamato con la massima diligenza, ed anche se i Jazz concludono la stagione con il peggior record (23-59) della Lega, totalizza una media di 21,3 punti/gara, ma soprattutto pone le basi per il miglioramento della squadra.

Un impegno che dà i suoi frutti la stagione successiva, con New Orleans che migliora il proprio rendimento sino a 38-44 nonostante una serie di infortuni limitino a 62 le presenze di Maravich, che comunque conclude con una media punti di 25,9 inferiore solo a Bob McAdoo e Kareem Abdul-Jabbar, riuscendo l’anno seguente – nonostante un peggioramento nel record dei Jazz in “regular season” a 35-47 – a far sua la classifica dei realizzatori con 31,1 punti di media a partita, superando quota 40 in 13 occasioni, con un massimo di 68 raggiunto nella vittoria interna per 124-107 sui New York Knicks il 25 febbraio ’77, in una serata che resterà storica per aver tirato dal campo con oltre il 60% (26 canestri su 43 tentativi, ed, al solito, non era ancora stato introdotto il tiro da tre punti), oltre ad aver trasformato 16 tiri liberi su 19, uno “score” che nessuna guardia prima di allora aveva mai realizzato e che era in ogni caso la terza miglior prestazione di un singolo giocatore, dopo Chamberlain ed Elgin Baylor, con quest’ultimo che, proprio nel corso della stagione, aveva rilevato Butch Van Breda Kolff quale coach dei Jazz.

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Pete Maravich in azione con i Jazz – da si.com

La soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto è però mitigata dai sempre più frequenti problemi alle ginocchia – le cui articolazioni soffrono per lo stile di gioco della guardia, fatto di movimenti rapidi e di continui spostamenti per liberarsi al tiro o servire un compagno meglio piazzato – che portano Maravich a saltare 32 gare nel ’78 e 33 nel ’79, ed il rendimento di New Orleans fatalmente ne risente, tornando ad essere il fanalino di coda della Lega con sole 26 vittorie conseguite nel ’79.

A ciò si aggiungano problemi finanziari per la franchigia, che il proprietario Sam Battistone ha nel frattempo trasferito da New Orleans a Salt Lake City, costringendo a cedere la giovane promessa Truck Robinson, e le difficoltà fisiche di Maravich non gli consentono di allenarsi con profitto, con ciò inducendo il nuovo coach Tom Nissalke ad impiegarlo in soli 17 incontri nella prima parte della nuova stagione, per il disappunto sia del giocatore che dei numerosi fans di Utah che avevano accolto con soddisfazione il trasferimento dei Jazz nella città dei Mormoni, circostanza che finisce per determinare la messa della oramai 32enne guardia sul mercato, venendo acquistata a gennaio ’80 proprio da quei Boston Celtics che hanno nelle loro file la matricola Larry Bird, capace di realizzare 21,3 punti di media nel suo primo anno da “Rookie”.

La scelta di Maravich è condizionata anche dal fatto di cercare di chiudere la carriera con un titolo NBA, e nella seconda parte di stagione con i biancoverdi, fornisce il proprio contributo disputando 26 gare ad 11,5 punti di media, coi Celtics che realizzano il miglior score della Lega, con 61 vittorie.

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Maravich nella sua ultima stagione, ai Boston Celtics – da pinterest.com

I presupposti per la conquista dell’anello vi sono tutti, a maggior ragione dopo il 4-0 con cui Boston letteralmente spazza via Houston nella Semifinale di Conference, solo per trovare in Julius Erving ed i suoi Sixers un ostacolo insormontabile, venendo a propria volta sconfitti per 4-1, ad un passo dalla Finale per il titolo, ed il 105-94 con cui Philadelphia espugna il “Boston Garden” il 27 aprile ’80 fa calare il sipario sulla carriera di uno dei più grandi tiratori della storia della NBA.

Per ironia della sorte, proprio nella stagione del suo ritiro, la Lega introduce il tiro da tre punti e Maravich – a causa del ridotto impiego – ne infila 10 su 15 tentativi, il che fa pensare a quali potrebbero essere state le medie realizzative di un giocatore che viene incluso nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” nel 1987 e le sue maglie ritirate sia dagli Atlanta Hawks (n.44) che dagli Utah Jazz e dai New Orleans Pelicans (n.7).

Gli anni successivi al suo ritiro vedono Maravich dedicarsi a vita meditativa attraverso l’apprendimento dello yoga e lo studio dell’induismo, approfondendo le conoscenze circa l’esistenza degli extraterrestri e dedicandosi ad una dieta vegetariana e macrobiotica, prima di abbracciare la fede cristiana evangelica, asserendo di voler essere ricordato come … “un buon Cristiano che fa del suo meglio per servire Gesù, non come un giocatore di basket …!!”.

Questa sua nuova visione di vita, porta Maravich a volare il 5 gennaio ‘88 dalla Louisiana a Pasadena in California, chiamato da James Dobson – un esponente della Chiesa Evangelica – per registrare un intervento che sarebbe andato in onda in tarda serata nel programma radiofonico dallo stesso condotto e, nel frattempo, partecipa ad una partita amatoriale nella palestra della “First Church of Nazarene”, dove, ad un certo punto, si accascia al suolo colpito da un attacco cardiaco che lo stronca ad appena 40 anni di età.

L’autopsia rivela che Maravich aveva vissuto con un grave difetto congenito derivante dalla mancanza dell’arteria coronarica sinistra, il che stava a significare che la parte destra aveva dovuto sobbarcarsi un doppio lavoro sino a che la membrana non ha retto lo sforzo, determinandone la morte.

Aveva un cuore grande, “Pistol Pete”, più di quello che Madre Natura gli aveva fornito, e che poi, inesorabile, gli ha chiesto il conto.

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