ARMANDO PICCHI, IL “CAPITANO” CHE NON HA MAI RINNEGATO LE SUE ORIGINI

Picchi-armando-coppe
Armando Picchi – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

In principio fu Valentino Mazzola, il capostipite della “storica” figura del Capitano, un ruolo che al giorno d’oggi ha perso gran parte del proprio significato, a parte la foto di rito ad inizio gara con i direttori di gara per la scelta del campo e lo scambio dei gagliardetti, visto che oramai con l’arbitro si possono permettere di discutere tutti e ventidue i giocatori e che gli stessi – specie nelle squadre di vertice – sono oramai diventati “aziende di se stessi”, contornati come sono da procuratori e sponsor che ne curano i relativi interessi coi vertici societari.

Ma, 50 o 60 anni fa non era assolutamente così, i giocatori erano sottoposti al vincolo, dell’Associazione Calciatori si era ben lontani dal parlarne, e quindi la figura del Capitano assumeva un ruolo importante all’interno dello spogliatoio poiché, oltre all’essere l’unico deputato ad interloquire con il direttore di gara, era anche colui che intratteneva i rapporti sia con il tecnico che, soprattutto, con la dirigenza, ed in particolare il Presidente, in specie per quanto riguardava gli ingaggi ed i premio partita, una specie di sindacalista, dunque.

E come il citato Valentino Mazzola aveva ricoperto al meglio tale ruolo nel “Grande Torino” dei cinque scudetti consecutivi, così un’altra epica figura ne avrebbe ricalcato le orme in un’altra eccezionale formazione, capace di dominare in campo nazionale per un quinquennio – con la conquista di tre scudetti che sarebbero potuti essere tranquillamente cinque consecutivi – ma con l’aggiunta della massima gloria in campo internazionale, campione d’Europa e del Mondo, tanto da fregiarsi anch’essa dell’appellativo di “Grande Inter”.

Stiamo ovviamente parlando di Armando Picchi da Livorno, nato nella città portuale toscana il 20 giugno 1935 ed alla quale resterà per sempre legato nella sua pur breve e tragica esistenza, anche quando i successi a livello mondiale lo porteranno a calcare i campi più disparati d’Europa e Sudamerica.

Ultimo di quattro fratelli, “l’Armandino” – un soprannome che nella sua città gli resterà appiccicato a vita – a differenza degli altri componenti la famiglia, non eccelle sui banchi di scuola, ma del resto poteva anche essere comprensibile, avendo come punto di riferimento, nonché idolo per un ragazzino di neanche 10 anni, il fratello maggiore Leo, di 14 primavere più anziano di lui, che nel primo Dopoguerra campeggiava all’Ardenza nel ruolo di elegante centrocampista, tanto da essere scelto dal Torino per la rifondazione della squadra dopo la tragedia di Superga del ’49.

Inseparabili, Leo e Armandino, che il fratello maggiore se lo coccolava portandoselo in giro sulla canna della bicicletta, con immancabile destinazione i “Bagni Fiume” dove si forgiavano i “veri Campioni” con interminabili partite nel “gabbione” – specialità tipicamente livornese, al pari del cacciucco, trattandosi, per chi non lo sapesse, di un campo in cemento recintato con porte minuscole e dove la palla non esce mai – dove le sfide vedevano misurarsi i grandi amici di Armando, il “Lupo” Balleri e Mauro Lessi.

Quando si ha un idolo, come nel caso di Leo, il sogno è quello, un giorno, di ripercorrerne le gesta e così, mentre il fratello maggiore – lui sì, anche studente modello, tanto da prendere la laurea in farmacia che utilizza per aprire una tale attività in città – tira gli ultimi calci sul prato dell’Ardenza, ritirandosi a fine stagione ‘54 con gli amaranto in Serie C, ecco che l’anno seguente tocca ad Armandino debuttare alla terz’ultima giornata di un Campionato che vede il Livorno conquistare la Promozione tra i Cadetti.

Gioia di breve durata, poiché al termine del successivo Campionato, concluso al penultimo posto, gli amaranto si ritrovano nuovamente tra gli allora Semiprofessionisti, con Picchi che inizia a ritagliarsi sempre più spazio in prima squadra, ma nel ruolo di mezz’ala però, prima che il tecnico Ugo Conti lo retroceda a terzino a far coppia con Lessi e Balleri a presidiare il centro area.

Il cambio tattico dà i suoi frutti e, nella stagione 1958-’59, conclusa dagli amaranto al quinto posto, non sono pochi gli osservatori che pongono il loro sguardo su quella difesa così ben organizzata, ivi compresi quelli della Fiorentina, ma alla fine a spuntarla è la Spal del Presidentissimo Paolo Mazza, che si porta a casa la coppia Picchi-Balleri nell’estate ’59.

Esordire in Serie A a 24 anni e per di più in una provinciale come la formazione estense, sembra ben lungi dal far presagire un futuro di successi, ma la splendida stagione disputata e conclusa con il quinto posto finale, miglior piazzamento della storia spallina, fa sì che lo scaltro Mazza intenda immediatamente “monetizzare” l’investimento dell’anno precedente, accettando di buon grado le offerte pervenutegli da Inter e Torino, con conseguente trasferimento dell’Armandino in nerazzurro e del “Lupo” ai granata.

L’approdo di Picchi all’Inter nell’estate ’60 coincide con l’arrivo sulla panchina del “Mago” Helenio Herrera, reduce dai trionfi catalani con i “blaugrana” del Barcellona, fortemente voluto da Angelo Moratti, Presidente nerazzurro dal 1955 e che, sinora, non era ancora riuscito a far girare a suo favore la supremazia cittadina del suo amico/rivale Rizzoli (Angelo pure lui …) che, con lui alla guida, aveva visto il Milan aggiudicarsi gli Scudetti del 1955, ’57 e ’59, mentre l’ultima stagione era toccato alla Juventus festeggiare, con i nerazzurri quarti a 15 punti di distacco.

Inter,_Armando_Picchi_e_Helenio_Herrera
Armando Picchi ed Helenio Herrera – da wikipedia.org

Convinto che la scelta del “Mago” sia quella giusta, Moratti si svena per venire incontro alle elevate pretese del tecnico quanto ad ingaggio, ed i primi risultati sono alquanto confortanti, pur incappando l’Inter, alla 7.ma giornata, in una inaspettata sconfitta per 1-2 all’Appiani contro il Padova “catenacciaro” del Paron Rocco, contro il quale Herrera si troverà a rivaleggiare nei suoi successivi anni milanesi.

Sconfitta che giunge alla vigilia dell’appuntamento maggiormente sentito da Moratti, vale a dire il derby, in programma la settimana successiva, 20 novembre ’60, e che fornisce una svolta tattica importante per Herrera, in quanto, rimasto colpito dalla prestazione del libero biancoscudato Blason, si convince ad impiegare in tal ruolo proprio Balleri che, dietro consiglio di Picchi, l’Inter preleva dal Torino nel mercato autunnale, facendolo esordire proprio nel derby, che l’Inter si aggiudica per 1-0 con una rete in chiusura di primo tempo realizzata, pensate un po’, dall’Armandino, lesto a riprendere una corta respinta della barriera su punizione di Lindskog e trafiggere in diagonale Ghezzi, per quella che resterà la sua unica rete in Campionato con la maglia nerazzurra.

uff333_1964
Picchi, Lo Bello e Rivera, il “Derby” anni ’60 – da magliarossonera.it

L’Inter viaggia spedita in vetta alla Classifica, chiudendo l’andata in testa con 26 punti e tre di vantaggio sul Milan, ma nel mese di marzo incappa in una serie negativa di quattro sconfitte consecutive – comprese un secondo 1-2, stavolta interno, ancora contro il Padova e la sconfitta nel derby con analogo punteggio – che le fanno perdere la testa della Classifica ed, anche se l’esito del Torneo sarà inficiato dalla decisione della Lega in ordine al match di Torino con la Juventus – inizialmente dato vinto ai nerazzurri per 2-0 per invasione di campo per poi disporne la ripetizione a giochi ormai fatti – inizia a farsi opinione comune negli ambienti nerazzurri che i metodi di allenamento maniacali di Herrera portino i giocatori ad esaurire anzitempo le energie.

Un tarlo che, nella mente di Moratti, prende sempre più consistenza l’anno successivo, quando la storia si ripete, con i nerazzurri Campioni d’inverno con largo margine – 27 punti rispetto ai 23 di Fiorentina e Bologna ed ai 22 del Milan – e protagonisti di un crollo verticale nel ritorno, chiudendo la Stagione al secondo posto ed oltretutto alle spalle del Milan, guidato da quel Rocco, “bestia nera” di Herrera.

Con il tecnico impegnato nei Mondiali in Cile alla guida della Spagna, Moratti pensa seriamente alla sua sostituzione puntando su quell’Edmondo Fabbri protagonista del “Miracolo Mantova”, condotto dalla Serie D sino alla Massima Serie, ma in soccorso del “Mago” arriva proprio Picchi, il quale, da buon toscano, aveva intuito come Herrera avesse già trovata la soluzione “interna”, proprio con lo spostamento del “Capitano” – cui aveva nel frattempo anche consegnato i relativi gradi – nel ruolo di libero, sostituendolo a terzino con quel Burgnich prelevato dal Palermo e troppo frettolosamente “scaricato” dalla Juventus.

Già, e qui torniamo alla premessa, Herrera forse non è mai stato un tattico d prim’ordine – di lui si è sempre detto che non era in grado di leggere le partite – ma sicuramente un grande motivatore, psicologo e, soprattutto, conoscitore di uomini, date anche le proprie vicissitudini derivanti da un’infanzia vissuta in miseria, e non poteva passargli inosservato il carisma di Picchi, che lo faceva essere leader nonché allenatore in campo di una squadra che, oramai per tradizione consumata nel tempo, doveva essere considerata difficile da gestire.

Inter64b
Inter Campione d’Italia 1962/63 – da piramidedicambridge.com

E Picchi, capitano silenzioso e forsanche timido fuori dal campo, sul rettangolo di gioco si trasforma, formando con Guarneri una insuperabile coppia centrale difensiva, dispensando consigli ai compagni e mettendo in pratica impeccabili chiusure sugli attaccanti lanciati a rete, divenendo il primo direttore, in fase difensiva, di un’orchestra la cui bacchetta veniva poi passata al genio calcistico di Luisito Suarez per dar vita ad una formazione che – compreso il lancio in prima squadra di Facchetti (altra geniale intuizione del Mago …), l’esplosione del talentuoso Sandrino Mazzola, la velocità dell’ala brasiliana Jair e l’estro a fasi alterne di Corso – per cinque anni domina in Italia, in Europa e nel Mondo, vincendo anche meno di quel che forse avrebbe meritato.

1510392_w1
Picchi, alla destra di Facchetti con la Coppa, festeggia la vittoria sul Real Madrid – da thesun.co.uk

Ma in una squadra così infarcita di campioni, il rispetto da parte dei compagni uno se lo deve conquistare, ed anche su questo aspetto Picchi si dimostra trascinatore, sia nel relazionarsi con il tecnico ed il Presidente per la gestione dei premi e degli ingaggi – lo stesso Moratti ammetterà che l’Armandino pensava più ai propri compagni che a se stesso, atteggiamento tipico della generosità livornese – che nel dare l’esempio sugli infuocati campi di Coppa dei Campioni e, soprattutto, nelle due trasferte sudamericane sul campo degli argentini dell’Independiente, dove più che partite di calcio si giocavano vere e proprie guerre, nel corso delle quali non era raro sentire il Capitano appellarsi allo spirito di patria per incoraggiare i compagni ed invitarli a non mollare, nonostante l’ambiente ostile e financo pericoloso.

Coppa_Campioni_1964-65_-_Inter_vs_Benfica_-_Mário_Coluna_e_Armando_Picchi
Scambio di gagliardetti tra Picchi e Coluna, Finale di Coppa Campioni ’65 – da wikipedia.org

Un atteggiamento, quello di Picchi, apparentemente schivo, ma che dentro di sé aveva forgiati la tempra ed il carattere dell’uomo di mare, in cui, anni dopo, si rispecchierà un altro grande leader dei “cugini” come Franco Baresi, nel mentre l’Armando riesce anche nell’impresa – dopo averli bonariamente presi in giro in allenamento – di portare, durante le ferie estive – che, puntualmente trascorreva nella sua amata Livorno, con al massimo qualche “puntatina” all’Isola d’Elba, altro che le vacanze esotiche del giorno d’oggi – i più celebrati campioni della “Grande Inter per cimentarsi nel “gabbione”, lì dove “veramente si vede chi ha le palle …!!”, per la gioia dei ragazzini dell’epoca che potevano ammirare da vicino giocatori così affermati, compreso addirittura Suarez (!!), ai quali immancabilmente si univano gli “amici di sempre” Lessi e Balleri.

E, soprattutto, Picchi è sempre stato esempio di una grande professionalità, che lo ha portato ad accettare qualsiasi decisione, anche la più amara, come per lo scarso impiego in Nazionale da parte di Fabbri (che, da buon rancoroso, forse non gli aveva perdonato di avergli impedito il suo mancato arrivo sulla panchina nerazzurra), il quale arriva a convocare per i Mondiali in Inghilterra addirittura la riserva Landini della retroguardia interista, ma lasciandolo fuori dai ventidue selezionati, ed altrettanto per essere stato scaricato da Herrera al termine dell’infausta stagione ’67 culminata con la perdita dello Scudetto a Mantova all’ultima giornata, la sconfitta in Finale di Coppa Campioni ad opera del Celtic e l’eliminazione in semifinale di Coppa Italia – ultima partita disputata da Picchi in maglia nerazzurra – proprio contro quel Padova che gli aveva dato la prima delusione nel novembre ’60.

A 32 anni suonati e con un palmarès di assoluto rispetto, Picchi avrebbe potuto concludere la carriera ed, invece, accetta di buon grado il compito di far da chioccia al neopromosso Varese del Presidente Borghi che, grazie al proprio contributo ed all’esplosione in attacco del giovane Pietro Anastasi, finisce il Campionato in un’eccellente ottava posizione, e, da un punto di vista personale, riguadagnandosi il posto in Nazionale, con nel mirino i Campionati Europei ’68.

Schierato dal nuovo Tecnico Ferruccio Valcareggi in tutte e sei le gare del Girone di qualificazione contro Cipro, Romania e Svizzera, Picchi scende in campo da titolare anche nell’andata dei quarti di finale a Sofia contro la Bulgaria per quella che sarà la sua ultima presenza in Azzurro, a causa di un violentissimo scontro di gioco con Jakimov, che pone di fatto fine alla sua carriera calcistica, pur rientrando l’anno seguente al Varese del quale assume anche la guida tecnica nel finale di Campionato, non riuscendo però ad evitarne il ritorno tra i Cadetti.

Picchi avrebbe voluto proseguire almeno un altro anno per inseguire il sogno di disputare in Messico quel Mondiale che gli era stato negato da Fabbri quattro anni prima, ma il suo ingaggio non venne suggerito da nessun allenatore di Serie A, temendo, non a torto, di allevarsi in casa un possibile sostituto e quindi, fatto buon viso a cattivo gioco, quale luogo migliore per sfogare la propria amarezza che ritornare a respirare il salmastro della sua Livorno, a cui non può certo dire di no quando gliene viene offerta la panchina, a fine dicembre ’69, con gli amaranto al quart’ultimo posto in classifica nel Campionato di B.

Ottima occasione per dimostrare le proprie qualità che Picchi non si lascia sfuggire, conducendo la squadra del cuore ad una più che tranquilla salvezza, concludendo il Torneo al nono posto, tanto da attirare le attenzioni del Presidente juventino Boniperti che sta mettendo le basi – dopo i nefasti anni ’60 trascorsi ad ammirare i trionfi delle milanesi – per il ciclo bianconero degli anni ’70 e non ha dubbi nel ritenere il 35enne livornese l’uomo giusto cui affidare il compito della ricostruzione.

Allenatori Juventus
Picchi nelle vesti di allenatore Juventus – da wikipedia.org

Un compito al quale Picchi si avvicina con la solita, consueta, professionalità e dedizione – pur vivendo, sul piano umano, una difficile situazione familiare per una infezione causata alla moglie Francesca in occasione del parto cesareo del loro secondo figlio, Gianmarco, circostanza che fece temere per la vita della giovane – quando iniziano a manifestarsi le avvisaglie del terribile male al quale lui, Capitano di tante battaglie, dovrà arrendersi, spengendosi alla soglia dei 36 anni, il pomeriggio del 26 maggio ’71, proprio mentre alla sera i “suoi ragazzi” sarebbero scesi in campo per la Finale di andata di Coppa delle Fiere, contro gli inglesi del Leeds.

La notizia non fu comunicata ai giocatori per non disturbarli, ma ci pensò il cielo ad onorarne la memoria, con un violento temporale che indusse il direttore di gara a sospendere l’incontro, mentre la salma dello sfortunato Armandino veniva trasportata dalla Casa di Cura di San Romolo (frazione di Sanremo), dove era ricoverato, alla sua città natale, dove i familiari avevano predisposto per il mattino del 28, i funerali in forma strettamente privata.

Ma se Picchi non aveva mai dimenticato la “sua” Livorno, come è possibile pensare che i livornesi potessero dimenticare il “loro” Armandino, ed appena si sparge la notizia circa le volontà della famiglia, si verifica una sorta di sollevazione popolare – con a capo il Sindaco, i lavoratori portuali e le maestranze dei cantieri Orlando – affinché le esequie si tenessero in un orario in cui chiunque vi potesse partecipare per dare un ultimo, commosso saluto al “Capitano”, sollecitazione alla quale la famiglia non si oppone, con la funzione svoltasi alle 17,30 presso la Cappella della Misericordia gremita da rappresentanti di tutto il mondo calcistico ed una folla di quasi 20mila persone ad attendere il feretro all’uscita, dato che i negozi erano chiusi per l’occasione.

Livorno dedicherà allo sfortunato Armando il proprio stadio e, nel ricordarne la figura, il pensiero va a come sarebbe stato felice, l’Armandino, di tirar su – a sua immagine e somiglianza – quel Gaetano Scirea che il giorno della sua scomparsa era appena divenuto maggiorenne e che sarebbe approdato alla Juventus nell’estate ’74 solo per essere accomunato al “Capitano”, oltre che per classe, carisma e vittorie, anche per analoga, tragica e prematura scomparsa, manco a dirlo, alla stessa età di 36 anni.

La domanda, cui non ci è concessa risposta, è sempre la stessa …. “Ma perché, mio Dio, perché …??”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...