ZENO COLO’, IL CAMPIONE DELL’ABETONE CHE AMAVA LA VELOCITA’

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Zeno Colò in azione alle Olimpiadi di Oslo del 1952 – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Che Zeno Colò ci sapesse fare ed avesse particolare attitudine alla velocità fu chiaro nel 1947 quando sul Piccolo Cervino, con un paio di sci di legno ai piedi e senza la protezione del casco, battè il record del mondo del chilometro lanciato toccando i 159,292 km orari, scalzando quel Leo Gasperl che era in possesso del primato da oltre un decennio e nel confronto rimase dietro per l’inezia di tre centesimi.

Era nato all’Abetone, sull’Appennino toscano, Zeno Colò, ed in carriera avrebbe potuto incassare una messe di successi ancor più congrua al suo sterminato talento se la Seconda Guerra Mondiale, maledetta, non ne avesse interrotto il cammino. Perchè Zeno, che vide la luce il 30 giugno 1920 e che già a 15 anni veniva aggregato alle squadre nazionali, di classe pura ne aveva da vendere e oltre a saper scendere a valle con l’innovativa posizione “a uovo alto” che poi sarebbe stata affinata qualche anno dopo, e con pari successo, da Jean Vuarnet, era bravo anche tra i pali stretti dello slalom e le porte larghe del gigante. Tanto da far incetta di titoli italiani, ben 19 (5 in discesa, 7 in speciale, 2 in gigante, 5 in combinata).

Ma la discesa era il suo pane e le grandi vetrine internazionali il suo palcoscenico preferito, e potè debuttare in sede olimpica nel 1948, ai Giochi di St.Moritz. Ad onor del vero l’abetonese non ebbe gran fortuna in quella rassegna, eliminato in discesa da una caduta e solo 14esimo nello slalom vinto dall’elvetico Edy Reinalter, con Silvio Alverà, quarto, di un soffio ai piedi del podio dopo la prima posizione della prima manche.

Ma Zeno avrebbe avuto modo di riscattarsi, come vedremo tra poco, innanzitutto vincendo la prestigiosa discesa del Lauberhorn, a Wengen, nello stesso anno 1948 (sarebbe arrivato secondo nelle due stagioni successive), poi quella dell’Arlberg-Kandahar, nel 1949 a St.Anton e nel 1951 al Sestriere, tris dopo il successo del 1947 a Murren.

Nel 1950 il programma iridato obbliga gli sciatori alla trasferta ad Aspen, in Colorado, e per Zeno è infine giunto il momento di raccogliere qualcosa di importante. L’Italia al maschile è ferma ai due argenti in discesa di Giacinto Sertorelli a Innsbruck nel 1936 e a Chamonix nel 1937, oltre al successo della bolzanina Paula Wiesinger ai Mondiali di Cortina del 1932, ma il 14 febbraio, sulla pista “Silver Queen“, Colò fa suo il gigante, introdotto per la prima volta proprio in questa occasione, battendo lo svizzero Grosjean e il francese James Couttet, rivale con cui l’abetonese rinnova il duello quattro giorni dopo in discesa, non prima però di aver colto l’argento in slalom alle spalle dell’altro svizzero Schneider che lo anticipa di soli tre decimi, 2’06″4 contro 2’06″7. Lungo i trabochetti imposti dalla “Ruthie’s Run“, distribuiti su 3.400 metri di fatica, Colò e Couttet librano una sfida all’ultima scivolata ed infine è l’azzurro a tagliare il traguardo con il tempo migliore, 2’34″4 contro 2’35″7, garantendosi non solo il secondo oro della rassegna, ma pure segnando in perpetuo il suo nome nell’enciclopedia dello sci alpino.

Manca a questo proposito un ultimo tassello, e non può che essere la gloria olimpica da agguantare ai Giochi che vanno in scena ad Oslo nel 1952. Si comincia il 15 febbraio, ma sulla “Norefjell” che celebra la classe dell’idolo di casa Stein Eriksen si infrange il sogno di Zeno di bissare la vittoria in gigante, solo quarto in una gara che lo vede terminare dietro anche gli asburgici Pravda e Spiess che lo privano della medaglia. Ventiquattro ore dopo, sabato, Colò è atteso al riscatto nella prova prediletta, la discesa libera. Tira vento, la pista è ghiacciata per quel sottile strato di neve caduta in nottata, il freddo è polare e il tracciato che si snoda nel bosco prima di piombare nel tratto finale infarcito di trabocchetti mette a dura prova le forze e la tecnica dei concorrenti. Zeno ha minuziosamente analizzato il manto su cui dovrà esibirsi, e quando si lancia dal cancelletto con il suo pettorale numero 5 ha tutta l’energia per compiere l’impresa. Ed in effetti quando il cronometro fissa il tempo in 2’30″8, seppur con qualche rischio imposto dalla durezza del profilo della pista, si ha la percezione che sarà difficile far meglio di Colò. Il wunderteam austriaco ha tre frecce acuminate in Schneider, Pravda e Schopf, ma se quest’ultimo non porta a termine la gara, gli altri due “aquilotti” si vedono costretti a masticare amaro, rispettivamente secondo e terzo ad oltre un secondo di distacco, con lo svizzero Fredy Rubi che per un solo decimo rimane giù dal podio.

E’ l’apoteosi per Colò, che magarri vorrebbe pure mettersi al collo la medaglia anche nello slalom ma ancora una volta è beffato da tre campioni più abili, stavolta, di lui, Schneider stesso e i due norvegesi Eriksen e Berge, quest’ultimo terzo per un solo decimo davanti all’italiano. Poco importa, Colò può dire di aver realizzato il suo sogno di vittoria ed aver pure portato lustro alle sue montagne toscane, lui figlio di un boscaiolo così attaccato alla terra d’origine, e che di colpo diventa una star di riconosciuta grandezza.

Già, al punto da “macchiarsi” del reato di professionismo, prestando il suo nome, ormai famoso, ad una marca di scarponi e venire squalificato dall’implacabile, e pure agli occhi di oggi anacronistica, legge che impone lo status di dilettante a chi vuol praticare sport olimpico. Zeno chiude la carriera seppur all’apice, omaggiato dall’onore di essere tedoforo ai Giochi di casa, a Cortina 1956, prima di trasmettere la sua abilità a chi avesse voglia di apprendere e disegnare quei tracciati che proprio all’Abetone sono a lui intitolati.

E se un tumore ai polmoni se lo porterà via il 12 maggio 1993, proprio una sigaretta, come fosse l’ultimo desiderio per lui fumatore incallito, gli diede la carica vincente per quell’oro olimpico che rimane ad oggi l’unico in discesa libera per lo sci alpino tricolore. Quando si dice che il fumo fa male… non è sempre vero!

 

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