MIKAEL PERNFORS, UN CARNEADE IN FINALE AL ROLAND-GARROS 1986

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Pernfors esulta dopo aver battuto Leconte – da nytimes.com

articolo di Nicola Pucci

Non vorrei apparire ingeneroso con Mikael Pernfors, giovanotto scandinavo che ebbe i natali a Malmo, in Svezia, il 16 luglio 1963, ma se vien considerato tra i finalisti meno accreditati di una prova del Grande Slam ci sarà un motivo.

E va ricercato nell’edizione 1986 del Roland-Garros, a cui Pernfors si presenta da carneade, seppur due volte vincitore del torneo NCAA (unico nella storia assieme a Dennis Ralston) riservato ai giovani studenti universitari, ed ancora all’asciutto di pedigree nel circuito professionistico. E’ numero 27 del mondo, in virtù di una semifinale a Memphis (battuto da Edberg) e i quarti a La Quinta (sconfitto da Noah), Atlanta (eliminata da Teacher) e Indianapolis (dove sbatte in Gomez), ha all’attivo solo la vittoria nel 1985 al torneo challanger di Porto Alegre ma al grande pubblico è poco noto e nessuno, ma proprio nessuno sarebbe disposto a puntare un franco su di lui alla Porte d’Auteuil.

Invece Parigi sta per vivere due settimane assolutamente inattese e palpitanti, grazie a questo ragazzotto di soli 173 centimetri che nella buona tradizione svedese, pur essendo tennisticamente crescituo di là dall’Oceano, è velocissimo di piedi, sbaglia poco e rimanda oltre il net tutto quel che gli arriva a tiro di racchetta. Esattamente come Mats Wilander, che è detentore del titolo e numero 2 del tabellone alle spalle di Ivan Lendl, che proprio nel 1985 fu sconfitto in finale e stavolta è ben deciso a far suo quel titolo già messo in saccoccia nell’epica sfida con McEnroe del 1984.

Ma se Wilander paga dazio ad uno scadente stato di forma facendosi eliminare al terzo turno in tre rapidi set dal russo Chesnokov, 6-2 6-3 6-2, Lendl è fedele al suo status non lasciando che le briciole al tedesco Westphal, allo svizzero Hlasek, all’argentino Miniussi e all’altro teutonico Keretic, tutti inderogabilmente battuti in tre set, per poi battagliare ferocemente almeno per due set con l’ecuadoriano Gomez, che gli strappa al tie-break il primo, ed in definitiva anche l’unico, set del torneo, demolendo il sudafricano Kriek in semifinale 6-2 6-1 6-0 arrampicandosi così all’atto conclusivo.

In assenza di Wilander il pubblico di fede transalpina ha modo di infiammarsi per le gesta dei suoi beniamini bleu-blanc-rouge, Noah numero 4, Leconte numero 8 e Tulasne numero 10. Ma se Yannick è costretto a lasciar via libera agli ottavi proprio a Kriek complice un infortunio e Thierry si fa battere in cinque set dal bel tennis classico di Claudio Panatta al secondo turno, “Riton” pennella un percorso da leccarsi i baffi con quel magico braccio sinistro di cui Madre Natura lo ha dotato, liquidando nell’ordine De Miguel, Mansdorf, Motta e De La Pena.

Liberato dell’ingombro di Wilander, ai quarti di finale Leconte batte facilmente Chesnokov, killer dello svedese, 6-3 6-4 6-3, e le porte della finale sembrano spalancarsi. Appunto, sembrano, ahimè per lui, perchè trova al penultimo atto l’ospite inatteso a questo stadio della competizione.

Già, Pernfors, che comincia le due migliori settimane della sua carriera battendo all’esordio Delaitre, 7-6 6-4 6-2, per poi smorzare le illusioni di Edberg al secondo turno, fermato a suo di passanti e pallonetti nell’estenuante maratona chiusa 6-4 al quinto set. E se la vittoria con “Stefanello” equivale ad una sorta di battesimo del fuoco per lo svedesino, i successi con il doppista americano Seguso e con il terraiolo doc Jaite confermano invece i suoi progressi, che poi diventan trampolino di lancio per l’exploit ai quarti di finale con Becker, a sua volta vittima delle doti di Pernfors che finisce per dominare, 2-6 6-4 6-2 6-0.

Nondimeno la semifinale con Leconte è l’occasione da non lasciarci sfuggire più per il francese che per lo scandinavo, ma ancora una volta Pernfors si rivela un diesel, lento ad entrare in partita, 2-6, poi abilissimo nell’inquadrare tatticamente l’avversario per correggere il tiro, anzi i tiri, e prevalere alla distanza in quattro set, 7-5 7-6 6-3. E così, se il Court Central del Roland-Garros si indispettisce per la dose massiccia di talento sprecata dal suo beniamino, è altrettanto pronto ad accogliere nelle sue grazie il “pollicino” di Malmo, che vola in finale a sfidare il gigante Lendl.

Ad onor del vero con poche speranze di portare a termine l’opera perfetta, ovvero far sua la Coppa dei Moschettieri, ed in effetti quell’8 giugno 1986 non c’è proprio partita. Il numero 1 del mondo è un osso troppo duro anche per i denti acuminati di Mikael, che vorrebbe azzannare l’ennesima preda ma si trova a dover rimandare illusioni di vittoria a data da destinarsi. Finisce 6-3 6-2 6-4, perchè Pernfors paga le corse a perdifiato dei giorni precedenti, o forse più semplicemente perchè Lendl è troppo più forte di lui e non è disposto a sprecare la chance.

Mikael Pernfors, carneade un paio di settimane prima, non avrà altre opportunità di illustrarsi tra i campioni da Grande Slam, non andando oltre la 10ma posizione del ranking a settembre e giungendo ai quarti degli Open d’Australia nel 1990 beneficiando, caso unico, dell’espulsione di McEnroe nel match di ottavi di finale … ma se carneade è chi giunge in finale al Roland-Garros, vorrei esser carneade anch’io.

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