LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E QUEL RECORD TROPPO LONGEVO DELLA KRATOCHVILOVA

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Jarmila Kratochvilova – da atleticalive.it

articolo di Massimo Bencivenga

Innegabilmente, il 1989 sarà uno di quegli anni che le future generazioni dovranno imparare a memoria, come si conviene a un anno spartiacque nel fiume della storia; i prossimi studenti dovranno imparare a conoscerlo e a venerarlo come abbiamo fatto e facciamo con il 1492 o il 1848.

C’è stato un mondo prima del 1989 e uno, radicalmente diverso, dopo. Per Francis Fukuyama esso è l’anno della “Fine della storia”, mentre per Eric Hobsbawm esso fu la spinta finale al Secolo Breve.

Ho vissuto quegli anni nella fase in cui non si è più bambini, ma nemmeno adolescenti, e men che meno adulti. Anni di formazione, però, i miei anni di studio pazzo e disperatissimo nel settore dello sport, afosi pomeriggi passati su Telemontecarlo a vedere meeting su meeting, a memorizzare in maniera inaudita storie e dati, ché ai tempi mica c’era Internet o Sky che potevi rivedere le cose con calma.

Ricordo tante cose in maniera vivida e netta di quegli anni. Come la storia dei record di Città del Messico. Se ne fecero di record in quella edizione dei Giochi del 1968; il record di Lee Evans sui 400 m durò 20 anni, ma, poi, dinanzi ai miei occhi increduli, Butch Reynolds polverizzò il record ai tempi più longevo, portando a 43,29 il nuovo limite sul giro della morte. Era il 17 Agosto del 1988.

Non era nell’aria quel limite, niente affatto, ma Reynolds ebbe la fortuna di avere nelle corsie vicine uno come Egbunike che fece i primi 200 come se non ci fosse un domani. Scoppiò in curva, Egbunike, finì sesto se non erro, ma Reynolds si trovò a correre come mai per stargli dietro. Alla fine fu record.

Sì, quello di Evans sarà pure caduto, ma quello di Beamon non cadrà mai!”, questo e altro dicevano i giornalisti nel 1988. Il salto a 8,90 m nel lungo di Beamon è stata l’ossessione di migliaia di saltatori. Anche il divino Carl Lewis era ossessionato da quella misura. Si racconta che dopo aver visto il balzo in tv, il bimbo Carl andò in giardino, misurò la distanza e giurò a se stesso che sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe saltato oltre quella misura monstre.

Andò così? Lewis saltò oltre l’8,90 a Tokyo nel 1991, ma… successe altro, magari un giorno lo racconterò.

Ritorniamo ai record, essi hanno delle storie affascinanti, che si sottraggono ai nostri calcoli e alle nostre elucubrazioni. Il 19,72 stampato dal nostro Mennea, sempre a Città del Messico ma nel 1979, non era accreditato come uno di quelli destinati a durare. Tempo qualche anno e sarà aggiornato, si diceva.

E invece quel record sui 200 durò ben 17 anni, rimane ancora come limite europeo (e di anni adesso ne son trascorsi 35) e Pietro Mennea resiste ancora nell’empireo dei 10 uomini più veloci di sempre sui 200.

Quali sono i record attuali più longevi nell’atletica leggera? Voilà.

Jarmila Kratochvílová (800m) 1983
Marita Koch (400m) 1985
Natalia Lisovskaja (lancio del peso) 1987
Stefka Kostadinova (salto in alto) 1987
Galina Čistjakova (salto in lungo) 1988
Gabriele Reinsch (lancio del disco) 1988
Florence Griffith-Joyner (100m) 1988
Jackie Joyner-Kersee (eptathlon) 1988
Florence Griffith-Joyner (200m) 1988
URSS (4×400 donne) 1988

Tutte donne, sì anche Gabriele Reinsch è un’ex atleta. E tutti record risalenti a prima del Muro. A prima vista sembrerebbe che le atlete degli anni ’80 avessero una marcia in più. Ma fu vera gloria? La Guerra Fredda, amici, si combatteva anche nello sport, a colpi di medaglia, per fas et nefas.

Anche con l’uso del doping. Doping di Stato nel caso dei paesi d’Oltrecortina.

Otto record sui dieci più datati appartengono ad atlete dell’Est, e per la verità anche in merito alle due statunitensi, cognate peraltro se ben ricordo, i sospetti di doping ci sono ed eccome, in particolare per Florence.

Sgraziata a vedersi, Jarmila Kratochvilova era uno di quei donnoni nate per fare sport. Al record del mondo degli 800 m in 1’53″28, realizzato a Monaco il 26 luglio 1983, possiamo associare che la stessa è attuale detentrice del secondo tempo di sempre sui 400 m a dimostrare una accoppiata inedita, dal momento che è più naturale fare 200 e 400 m e non ciò che faceva Jarmila.

Ma lei non era una normale.

La sua corsa sugli 800 non prevedeva alcuna tattica: partiva lancia in resta e arrivava prima, che si arrangiassero le altre. Ogni tanto salta fuori qualcosa, nel 2006 si cominciò a millantare di possibili documenti compromettenti, nei quali si ventilava la possibilità che i medici della federazione cecoslovacca, si presunse in pieno accordo con tecnici e atleti (ma chi aveva il coraggio in quegli anni di sfidare lo Stato?), somministrassero alle star nazionali di molte discipline dosi di nandrolone, norandrosterone e stanozolol.

Jarmila Kratochvilova si è sempre difesa, sostenendo di non aver mai fatto ricorso al doping, ma di essersi sempre e solo allenata. In maniera feroce e massacrante.

Come ben ricorda e sottolinea il dottor Vittori, tecnico anche di Mennea, che la vedeva allenarsi nel centro tecnico di Formia: «Ricordo la povertà del suo metodo di allenamento, si allenava da sola, sempre da sola, e per cinque giorni alla settimana, per due sedute al giorno, eseguiva fino a 40 ripetute alternando 60/80/100 metri, in tempi relativamente bassi per una capace di correre i 400 in 47″99 (8″ sui 60, 10″5 sugli 80 e 13″2 sui 100, tempi di uno che corre in 53″). Uno sfinimento il solo vederla. Poi il sabato, 8 ripetute sui 300 a 38″. Fuori da qualunque logica. Mi chiedevo come potesse resistere». Il dottore prosegue affermando che: «Era un armadio, aveva dei muscoli da pesista eppure in tanti anni non l’ho mai vista fare un solo esercizio di potenziamento».

E sempre a Vittori dobbiamo questo ricordo: «Posso soltanto dirvi, a proposito dei suoi muscoli, che quando la incontrai nel ’93 a Helsinki mi prese un colpo. Non la riconobbi. Passai davanti al lettino per i massaggi e vidi una tizia macilenta, con l’aria stanca, gli occhi bassi. Era lei. Aveva smesso da parecchio tempo ed era, letteralmente, un ectoplasma: aveva perso tutto. Ho pensato anche che fosse malata».

Riesce difficile, anche a vedere ciò che è emerso nell’ex DDR, non pensare che Oltrecortina non ci fosse un largo ricorso al doping di Stato. Riesce difficile non pensare tutto ciò dopo aver accertato che tra il ’74 e l’89 circa 100000 atleti furono aiutati con pesanti cure ormonali, con le pillole blu di Oral Turinabol, con 193 vittime del doping riconosciute e accertate dallo Stato.

Riesce difficile non pensar male a vedere la longevità di quei record e di come le prestazioni attuali siano ancora abbastanza distanti da quei limiti.

Ecco, io non ero a conoscenza di tutto questo nel 1988, quando a 12 anni ammiravo e tifavo per due donne dell’ex DDR: la nuotatrice Kristin Otto, sei ori a Seuol 1988, e Heike Drechsler, la Lewis in gonnella perché come il campionissimo Usa si disimpegnava, e alla grandissima, nei 100 m, nei 200 m, nel lungo e nella staffetta veloce.

Ecco, quei ricordi del bambino sono ancora vividi dentro di me, non sporcati dalla disillusione dell’adulto.

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