DENNIS RODMAN, IL “VERME” VISSUTO DUE VOLTE

 

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Dennis Rodman – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Siamo in una notte di febbraio ‘93, a bordo di un pick-up vi è un uomo di colore che sta meditando sulla propria vita con un fucile carico appoggiato sul sedile di fianco, una scena neanche troppo infrequente negli Stati Uniti, dove il mercato delle armi è libero e le problematiche di ordine economico e sociale sono anch’esse all’ordine del giorno, specie tra i “colored”.

La cosa, però, assume un aspetto ben diverso, una volta chiarito che il luogo dove l’automezzo si trova è il parcheggio dell’Arena che ospita le gare interne della squadra di Basket dei Detroit Pistons e l’uomo all’interno altri non è che Dennis Rodman, uno dei leader della franchigia due volte campione NBA nel 1989 e ’90, il quale ha ancora tre anni di contratto a 4milioni di dollari a stagione.

Certo, dopo l’eliminazione al primo turno dei playoffs ’92, il campionato seguente era iniziato in maniera insoddisfacente per i Pistons e Rodman aveva appena divorziato dalla prima moglie, unione durata appena un anno e da cui era nata la figlia Alexis, un evento che lo aveva traumatizzato, ma da qui a togliersi la vita sembra che di differenza ce ne sia, e neppure poca.

Lo stesso Rodman, anni più tardi, nella sua biografia “As Bad as I wanna be” (“Così cattivo come voglio essere”), ammette di aver seriamente pensato a togliersi la vita, ma quella notte in cui ha rivisitato come in un film la sua esistenza sino ad allora, lo aveva convinto ad uccidere sì, ma l’altro Dennis, quello che era stato sino ad allora, ed iniziare un nuovo capitolo del suo cammino terreno.

Scelta quanto mai saggia, verrebbe da dire, e non c’è alcun dubbio al riguardo, ma d’altronde Rodman è un uomo che ha sempre vissuto di eccessi ed anche questo fa parte del personaggio, al quale, peraltro, la vita ha tutt’altro che sorriso sin dalla tenera età.

Nato, difatti, il 13 maggio 1961 a Trenton, nel New Jersey, Rodman, al pari della madre e delle due sorelle minori, viene ben presto abbandonato dal padre, militare nell’Aviazione americana, al ritorno dalla guerra nel Vietnam per andare a trasferirsi in pianta stabile nelle Filippine, un trauma dallo stesso mai totalmente superato, tanto da rifugiarsi nella frase “qualcuno mi ha messo al mondo, ma non per questo vuol dire che sia mio padre”.

Crescere in un ambiente matriarcale non facilita il cammino verso la maturità interiore di Dennis – al quale non contribuisce certo il nomignolo di “The Worm” (“il verme”) affibbiatogli da ragazzo per le sue movenze mentre giocava a flipper – che si dimostra sempre più timido ed introverso, specie rispetto alle sorelle, a differenza delle quali, che sin da piccole se la cavavano più che bene con la “palla a spicchi”, ha l’handicap dell’altezza, tant’è che al primo anno del liceo misurava meno di m.1,70 e così, mentre Debra e Kim vincono tre Campionati statali, al maschio di casa tocca quasi sempre sedersi in panchina e vedere giocare i propri compagni.

Una situazione a cui pone rimedio madre natura, facendo sì che il giovane cresca di ben 23 centimetri in due soli anni, così che al termine del liceo Dennis misura m.1,98 (che poi sarebbero diventati 2,01 …) e può quindi cimentarsi ad armi pari sotto canestro, mettendo sin da subito in evidenza quella che è la “specialità della casa”, vale a dire un’abilità fuori dal comune nell’andare a rimbalzo.

Nel suo passaggio al college – non uno dei più rinomati, trattandosi della “Southeastern Oklahoma State University”, associata alla NAIA (“National Association of Intercollegiate Athletics”) – Rodman riesce comunque a farsi notare realizzando in tre stagioni medie di 25,7 punti e 15,7 rimbalzi a partita, tanto che nel “Draft Nba” del 1986, viene scelto al secondo giro dai Detroit Pistons, che come prima opzione si erano assicurati le prestazioni di John Salley da Georgia Tech.

E’ la franchigia dei celebri “Bad Boys”, temuti per il loro gioco duro, e nella quale Rodman si trova perfettamente a proprio agio tra i vari Isiah Thomas, Joe Dumars, Adrian Dantley e Bill Laimbeer, ma soprattutto può finalmente avere come punto di riferimento una figura maschile che non esita a definire come il “suo vero padre”, nel coach Chuck Daly, ed anche se gli inizi non lo vedono inserito nel quintetto titolare, riesce comunque a dare il suo positivo contributo alle stagioni dei Pistons che, dopo aver perso la Finale della “Eastern Conference” ’87 portando comunque i Boston Celtics di Larry Bird a gara-7, si vendicano l’anno successivo, conquistando il diritto a sfidare nella Finale per il titolo i Los Angeles Lakers, dopo aver sconfitto stavolta 4-2 i Celtics.

Rodman dimostra di avere, oltre che braccia lunghe per andare a rimbalzo, anche una lingua non meno corta, permettendosi di esprimere valutazioni poco carine addirittura su Larry Bird, da Dennis considerato “sopravvalutato in virtù del fatto di essere un bianco in uno sport dove primeggiano gli atleti di colore”, un’uscita che gli vale non poche critiche, pur venendo difeso dal suo capitano, Isiah Thomas.

Meglio concentrarsi sul parquet, comunque, e dopo la sconfitta in gara-7 di fronte ai Lakers nelle Finali ’88, ecco che i Pistons si vendicano con il “cappotto inflitto a Magic & Co. l’anno successivo per il primo anello nella storia della franchigia, con Rodman che, in gara-3 (vinta da Detroit 114-110 al Forum di Inglewood) domina a rimbalzo conquistandone ben 19 per la propria squadra.

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Rodman festeggia il primo titolo NBA coi Pistons – da nbareligion.com

Un successo che i Pistons ripetono l’anno successivo, quando ancora una volta impediscono ai Chicago Bulls di un sempre più dominante Michael Jordan di aggiudicarsi il titolo della “Eastern Conference” in una serie dove a prevalere è il fattore campo ed in cui Rodman risulta il miglior rimbalzista della propria squadra con una media di 9,7 a partita, dopo aver compensato la partenza di Ricky Mahorn verso Minnesota con prestazioni tali da fargli vincere il premio di “Miglior Difensore dell’Anno”.

La Finale assoluta – che vede i Pistons opposti ai Portland Trail Blazers – anche in questo caso ha poca storia, con i ragazzi di Chuck Daly ad imporsi per 4-1, con un solo leggero passaggio a vuoto in gara-2 persa di un solo punto (105-106), ma dominando il resto degli incontri.

L’anno successivo la ruota gira a favore di Jordan e dei suoi Bulls che stavolta, rodati a puntino, non hanno pietà dei Pistons spazzandoli via con un inequivocabile 4-0 nella Finale di Conference ed aprirsi la strada verso il primo dei tre titoli consecutivi.

Il declino dei Pistons coincide con, viceversa, l’inserimento di Rodman in quintetto base, ma il tempo è impietoso per tutti, men che meno per coach Daly che, al termine dei playoff ’92, conclusi con un’eliminazione al primo turno da parte di New York, abbandona il club, proprio mentre Rodman di aggiudica il primo dei suoi sette titoli consecutivi di miglior rimbalzista della stagione regolare, con una media mai più superata di 18,7 a partita a fronte di 1.530 rimbalzi complessivi, una cifra mai raggiunta dai 1.572 di Wilt Chamberlain nel ’72 e che nessuno in seguito riuscirà più ad eguagliare.

Ma l’equilibrio mentale di Rodman non è dei più stabili e l’abbandono di Daly è per lui una mazzata dalla quale ha difficoltà a riprendersi, rischiando la tragica conclusione citata in premessa, per poi chiedere il trasferimento a fine stagione, nonostante avesse ancora tre anni di contratto per una cifra complessiva di 12 milioni di dollari.

A farsi avanti sono i San Antonio Spurs che lo ritengono, a ragione, il partner ideale dello “Ammiraglio” David Robinson, al fine di consentire al fortissimo centro di dedicarsi più al tiro che non ai rimbalzi, perfetto connubio che, nei due anni di permanenza di Rodman nel Texas, li vede prevalere quanto a canestri realizzati (29,8 e 27,6 punti di media per Robinson) che a cattura di palloni a rimbalzo (17,3 e 16,8 per Rodman), con l’unica amarezza derivata dalla sconfitta nella Finale della Western Conference per mano degli Houston Rockets nonostante il primo posto conseguito nella stagione regolare con uno score di 62 gare vinte a fronte di sole 20 perse.

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Rodman ai San Antonio Spurs – da politico.com

Così narrata, sembra una storia come tante altre, ma allora cosa è veramente successo, quella notte di febbraio ’93 …?? Lo descrive lo stesso Rodman, ammettendo che “invece di farla finita, decisi di uccidere l’impostore che viveva dentro di me, colui che m aveva sinora impedito di vivere, felice, la mia vita come veramente volevo che fosse …!!”.

Ciò voleva dire liberarsi degli stereotipi imposti dal vivere comune, e la prima, visibile, svolta fu costituita dal colore dei capelli che, a seconda dell’umore, erano ora biondi, rossi o blu, il tutto unito a trasgressioni di ogni tipo, cosa che Rodman non rinnega affatto, limitandosi però a giustificare il proprio operato adducendo che “ho avuto la chance di vivere la vita come piace a me e, se non siete d’accordo, baciatemi il c….. (slang molto in uso negli States …); la maggior parte delle persone sono fondamentalmente dei lavoratori che desiderano sentirsi liberi, essere se stessi, essi mi guardano e vedono uno che cerca di riuscirvi, mostrando loro che non vi è problema ad essere differenti e credo anche che loro pensino questo quando vengono a vedermi giocare: andiamo a vedere questo ragazzo che ci farà divertire …!!”.

Sicuramente aiutato dalla fama raggiunta, resta comunque difficile da ritenere che, con un simile atteggiamento, ed alla non più verde età di 34 anni, Rodman venga scelto proprio dai Chicago Bulls del “figliol prodigo” Michael Jordan – tornato sul parquet dopo un anno e mezzo di inattività – per compensare la perdita di Horace Grant, trasferitosi agli Orlando Magic.

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Rodman con Jordan e Pippen ai Bulls – da clutchpoints.com

Ed invece, Phil Jackson punta proprio su di lui, una decisione che non lo farà rimpiangere dal punto di vista sportivo, con Rodman che allunga con i Bulls sino a sette la serie di titoli consecutivi quale miglior rimbalzista della “regular season”, fornendo un valido contributo al secondo “threepeat” (gioco di parole per significare tre titoli Nba consecutivi …) che Chicago mette a segno dal 1996 al ’98 dopo quello realizzato dal 1991 al ’93.

Più difficile, ovviamente, la gestione comportamentale, specie quando si hanno in squadra due leader naturali come Jordan e Scottie Pippen, ma la coabitazione tra i tre non crea problemi di sorta, come lo stesso Rodman ammette “sul parquet io e Jordan andiamo d’accordo e parliamo tranquillamente degli schemi di gioco, ma al di fuori siamo agli esatti opposti, come dire che se io me ne vado al nord, lui si orienta verso il sud, mentre Pippen si posizione a metà tra di noi”.

Se l’armonia regna coi compagni non altrettanto si può dire verso terzi, come quando, a marzo ’96, in una gara a New Jersey, Rodman ha un pesante “faccia a faccia” con uno dei direttori di gara, tale da essere sanzionato con sei turni di sospensione ed una multa da 20mila dollari, pur risultando poi decisivo in gara-2 e gara-6 delle Finali ’96 contro Seattle con, rispettivamente, 20 e 19 rimbalzi.

L’anno seguente, coi Bulls a confermarsi campioni a spese degli Utah Jazz, Rodman sale agli onori della cronaca in negativo per un calcio all’inguine assestato ad un cameraman in un match contro Minnesota, cosa che gli costa 200mila dollari quale risarcimento all’operatore ed 11 turni di sospensione senza stipendio, un’impresa pertanto stimabile intorno al milione di dollari.

Intenzionato a farsi perdonare nell’ultima stagione in cui i Bulls vincono l’anello, Rodman colleziona una media di 15 rimbalzi a partita, superando undici volte quota 20 con un picco di 29 contro gli Atlanta Hawks e di 15 solo offensivi (più altri 10 sotto il proprio canestro) contro i Los Angeles Clippers, per poi limitare la potenza di Karl Malone nei primi tre incontri della Finale Playoffs.

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Rodman e Karl Malone nelle finali Nba 1997 – da chasetheink.com

Ma non sarebbe Rodman se, alla vigilia di gara-4, non abbandonasse il ritiro per andare a disputare un match di wrestling assieme ad Hulk Hogan, cosa che gli costa un’ammenda di 20mila dollari (niente rispetto agli oltre 200mila intascati per detta esibizione), ma che non gli impedisce comunque di contribuire, con la cattura di 14 rimbalzi, al successo per 86-82 che porta i Bulls sul 3-1 nella serie, spianando loro la strada per la vittoria finale.

Non sono in molti a potersi vantare di concludere la propria carriera nella prestigiosa NBA con qualcosa come sette anelli al proprio conto e, d’altronde, se uno come coach Phil Jackson – che, quanto ad anelli, se ne intende, avendone vinti ben 11 (6 con Chicago e 5 copi Lakers) – ha affermato che, da un punto di vista puramente fisico, Rodman sia stato il miglior atleta da lui allenato.

Ma il “nuovo” Rodman si spinge più in là, quando afferma “guardo a me stesso come una delle tre massime attrazioni della NBA; se non ci sono Shaquille O’Neal o Michael Jordan, ecco, allora vengo io …!!”.

Non c’è che dire, il “verme” è proprio diventato grande …..

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