MANOLO SANTANA E IL BIENNIO VINCENTE CONTRO GLI AUSTRALIANI

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Una voleè di Manolo Santana – da abc.es

articolo di Nicola Pucci

Certo che se rapportiamo quel che ha vinto in carriera Manuel “Manolo” Santana con il palmares dell’altro grandissimo di Spagna, ovvero Rafael “Rafa” Nadal, certamente il madrileno ne esce con le ossa rotte. Ma sarebbe ingiusto, perché Santana merita appieno le stimmate di campionissimo, primo iberico a fregiarsi del titolo di re di Wimbledon, ed ancor prima capace di sbancare Forest Hills, sede degli US Open, nonchè primo spagnolo della storia a trionfare in uno Slam.

La macchina del tempo ci porta all’inizio dell’anno 1965, che pare maledettamente simile alla stagione precedente. In effetti il tennis australiano, che ha dominato il 1964 vincendo in Coppa Davis e conquistando con Roy Emerson tre/quarti di Slam – Australian Open, Wimbledon e US Open -, ha già messo in bacheca l’edizione di gennaio del Major australiano, con lo stesso Emerson che batte Fred Stolle in cinque set, ripetendo poi il successo, stavolta agevolmente, sui prati londinesi. Proprio Stolle guadagna tre finali consecutive, infine trionfando al Roland-Garros ed interrompendo la maledizione di quattro finali di Slam perse, ed il suo avversario in finale, il 20enne Tony Roche, se ancora rafforza il predominio tennistico dell’Australia, nondimeno rappresenta il volto nuovo in un panorama che pare essersi sedimentato nel dualismo tra Emerson e Stolle.

In Europa Manuel Santana appare una spanna superiore al lotto della concorrenza. A 27 anni lo spagnolo, nel pieno della maturità atletica, esprime il meglio di un repertorio brillante e ricco di inventiva, ben diverso dal monocorde serve-and-volley espresso dagli australiani. Altrettanto solido da fondocampo così come abile nel trovare gli angoli e disegnare traiettorie maligne, intelligentemente è capace di variare il gioco usando la smorzata, il pallonetto e guadagnando la rete con attacchi in controtempo. Insomma, non è un bruto della racchetta, e si lascia apprezzare per un tocco di palla proibito agli avversari. Dopo aver ottenuto nello stesso 1964 un secondo successo al Roland-Garros superando in finale Nicola Pietrangeli in quattro set, esattamente come già gli era riuscito nel 1961, coltiva l’ambizione di competere con gli australiani sulla loro superficie preferita, l’erba, che a quei tempi non è solo il prato di Wimbledon, ma anche il tappeto su cui si devono cimentare gli eroi della racchetta in Australia e agli US Open. Ed è pronto a gettar loro il guanto di sfida.

Dettaglio curioso, prima di addentrarci nel racconto di due storiche edizioni a Wimbledon e Forest Hills: per Santana, così come per Emerson, non si pone il dilemma del passaggio al professionismo, essendo l’uno, di sottobanco, responsabile delle relazioni pubbliche della Marlboro in Spagna, l’altro, altrettanto di sottobanco, essendolo in Australia per le Philip Morris! A dispetto del fatto che il fumo non si concilia con lo sport…

I rivali di Santana in Europa rispondono al nome, appunto, di Nicola Pietrangeli, quello dello svedese Jan-Erik Lundqvist e del francese Pierre Darmon. L’azzurro, ormai quasi 32enne, ha però imboccato la china discendente della carriera e non sembra ancora pronto un erede italiano; lo scandinavo è invece un eccellente giocatore su terra battuta, già semifinalista a Parigi e protagonista in Coppa Davis della vittoria nella finale europa del 1964 contro la Francia. Proprio Darmon è l’incontrastato numero 1 francese e stabilmente compreso tra i primi dieci giocatori del mondo, ma ha lui stesso 30 anni e il meglio della carriera, compresa una finale al Roland-Garros nel 1963 persa con Emerson, è ormai alle spalle. Gioca un bel tennis classico, elegante e completo, con una determinazione da campione, ma paga dazio ad un servizio troppo fragile per potergli permettere di competere ad alto livello anche su erba, seppur abbia raggiunto anche una finale in doppio a Wimbledon, sempre nel 1963 contro i messicani Palafox/Osuna, con il collega di bandiera Jean-Claude Barclay che gioca il rovescio a due mani. Ci sarebbe anche Pierre Barthes, giovane 20enne di belle speranze, ma gli alti e bassi limitano il suo talento e a fine 1965 cederà alle sirene del professionismo.

Gli Stati Uniti a loro volta provano a contrastare lo strapotere australiano. Chuck McKinley, studente in matematica, è sulla strada del pensionamento nonostante abbia vinto a Wimbledon nel 1963; il numero 1 Dennis Ralston è un ottimo giocatore di doppio,  già tre volte trionfatore a Forest Hills, ma in singolare è troppo incostante ed incapace di controllare il suo nervosismo sui punti importanti quando le partite sono lottate punto a punto. Altre reclute si stanno affacciando sul palcoscenico internazionale, ad esempio Cliff Richey, Stan Smith, Clark Graebner, Marty Riessen e soprattutto Arthur Ashe. Ma hanno da farsi le ossa, e di loro sentiremo parlare in seguito.

Nelle Americhe, altre due nazioni emergono: Messico e Brasile. Ma se i loro giocatori sono di solito combattenti straordinari in Coppa Davis, individualmente hanno qualche pecca che impedisce loro di primeggiare. In particolare Rafael Osuna, finalista in Coppa Davis nel 1962 e vincitore di un’edizione minore degli US Open nel 1963 contro l’inatteso americano Frank Froehling. Per quanto riguarda invece i due carioca Koch e Mandarino, è la Coppa Davis il loro territorio di caccia preferito.

Negli altri continenti, si segnala in Sud Africa l’esplosivo Cliff Drysdale e il suo rovescio a due mani, precursore di Borg e Connors, e in India è apparso il primo di una serie di buoni specialisti come Ramanathan Krishnan, erede delle tradizioni della ex potenza coloniale ed ottimo giocatore su erba, due volte semifinalista a Wimbledon nel 1960 e nel 1961 e che riuscirà praticamente da solo a portare la sua squadra in finale di Coppa Davis nel 1966.

Forse mi sono dilungato troppo, ma era necessario illustrare quel che è il panorama tennistico nel quale, nel biennio 1965/1966, Santana deve esibirsi. E proprio da Manolo torniamo, numero 2 del mondo alle spalle di Emerson, che per via di un infortunio ad inizio stagione decide di “passare” Roland-Garros e Wimbledon, per prepararsi ad un eclatante finale di stagione.

In Coppa Davis, innanzitutto, dove quasi da solo conduce la Spagna alle vittorie con Grecia, Cile, Germania, Cecoslovacchia e Sudafrica, per poi demolire gli Stati Uniti. La sfida si gioca al Real Club de tennis di Barcellona, su terra battuta, e la vittoria spagnola ha clamore tale da scatenare l’onda anomala di un’euforia nazionale. In doppio, contro Ralston e Graebner, Santana è associato al modesto Josè Luis Arilla, va sotto di due set ma, mantenendo ben saldo il controllo dei nervi dell’affranto compagno, rimonta con l’incredibile 4-6 3-6 6-3 6-4 11-9 decisivo! Portati i due giocatori in trionfo all’interno dello stadio come si è soliti fare da quelle parti in occasione delle corride, il tennis acquisisce di colpo notorietà in un paese in cui la racchetta è solitamente relegata a sport d’elite. Il successivo 3-2 con l’India e la finale, persa, con l’Australia, 4-1, nonostante Santana che al primo giorno perde al quinto con Stolle dopo esser stato avanti 2-0 e coglie poi il punto della bandiera superando Emerson, sono la conferma di quando di buono il tennis stia producendo in Spagna.

Sullo slancio dell’exploit in Coppa Davis, Santana si presenta ai nastri di partenza degli US Open, e scocca l’ora per lui di sfatare il tabù su erba. A Forest Hills Manolo è quarta testa di serie, ovviamente alle spalle dei gemelli Emerson/Stolle e dell’idolo locale Ralston. Dopo aver lasciato al debutto un set al canadese Fontana, Santana si sbarazza senza troppi patemi del messicano Lara e dei due statunitensi Osborne e Riessen, così come ai quarti di Tony Palafox, 6-3 9-7 6-1, che lo ha liberato dell’ingombro del vecchio e ormai logoro Chuck McKinley. Nel frattempo Emerson e Stolle non tengono fede al loro rango, il primo estromesso sempre ai quarti da un giovane rampante, nero e con gli occhiali, Arthur Ashe, l’altro addirittura al secondo turno e in soli tre set per mano di Charlie Pasarell. E quand’anche Ralston se ne esce sconfitto 8-6 al quinto set da Cliff Drysdale, Santana ha infine via libera, battendo in quattro set Ashe in semifinale e lo stesso Drysdale all’atto decisivo. Il tabù erba è infranto e il dominio australiano negli Slam interrotto,  ed ora, per Manolo, si spalancano, definitivamente, le porte della gloria tennistica, perdipiù primo europeo a trionfare agli US Open dai tempi di Fred Perry nel 1936!

Forte dell’esperienza, ed anche del buon esito dell’anno precedente, Santana anche per il 1966 rinuncia a competere al Roland-Garros, così come si risparmia il viaggio in Australia (dove, ad onor del vero, non giocherà mai in carriera), per tentare di cogliere l’unico grande successo ancora mancante alla sua collezione, Wimbledon. Ad approfittarne, manco a dirlo, sono gl australiani di grido, Emerson e Roche, che vincono le prime due prove Slam battendo Ashe e l’ungherese Istvan Gulyas, e per l’appuntamento tra i Doherty Gates è proprio Roy il grande favorito, in cerca della tripletta consecutiva dopo aver brindato al successo nel 1964 e nel 1965.

Ma stavolta il fato è avverso al numero 1 del mondo, che ai quarti di finale, nel match con il connazionale Owen Davidson, è vittima di un banale incidente quando sbatte contro il seggiolone dell’arbitro, non dice una parola e conclude fieramente la partita, seppur soccombendo in quattro set. Ed allora l’occasione è d’oro per Santana, che nel corso del torneo approfitta di due ritiri anticipati, del giapponese Watanabe al primo turno e del britannico Wilson agli ottavi, oltrepassa senza troppi problemi gli ostacoli del canadese Belkin e dello statunitense Riessen, per poi dover sudare le proverbiali sette camicie contro due altro australiani, Ken Fletcher ai quarti e proprio Davidson in semifinale, imponendosi in entrambi i casi 7-5 al quinto set.

Finale dunque, contro quel Dennis Ralston che nella parte bassa del tabellone si è infilato nello spazio lasciato aperto da Tony Roche, estromesso ai quarti di finale dal tenace Drysdale. Il gioco scintillante di Manolo, al pari di una superiorità disarmante, non lasciano scampo all’avversario ed infine, in tre set 6-4 11-9 6-4, Santana alza il piatto destinato al vincitore e conquista il quarto Slam della carriera.

Sarà anche l’ultimo, perchè dodici mesi più tardi è il primo e ad oggi unico detentore del titolo sbattuto fuori dal torneo al primo turno, da quella mina vagante che risponde al nome di Charlie Pasarell che lo supera in quattro set, ma nondimeno si deve a lui se nel biennio 1965/1967 Santana è stato l’unico tennista capace di interrompere la monotona supremazia degli australiani.

Un grande di Spagna, anzi un grandissimo… poi verrà Nadal, ma questa è propria tutta un’altra faccenda. E pure un altro tennis.

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