SUPERGA, UN COLPO AL CUORE DELL’ITALIA, NON SOLO GRANATA

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Il “Grande Torino” – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Non credevamo di amarli tanto”, è il titolo che campeggia sull’edizione di martedì 10 maggio 1949 del settimanale satirico sportivo “Tifone” e, più di ogni altro quotidiano che aveva già commemorato la sciagura di Superga avvenuta sei giorni prima, sintetizza il sentimento che pervade l’intera penisola non appena inizia a propagarsi la ferale notizia che il “Grande Torino” non c’era più, essendosi andato a schiantare sulle mura della Basilica posta sulla collina che sovrasta il capoluogo piemontese.

Questo perché il Torino rappresentava, al di là di ogni campanilismo, un simbolo di un’Italia che si stava risollevando dalle laceranti ferite degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, con i suoi strascichi di violenza interna tra gli appartenenti al vecchio regime fascista ed il nuovo che avanza, alle prese altresì con una crisi economica di difficile soluzione, con il Presidente del Consiglio De Gasperi a mettere la faccia a difesa del Paese alla Conferenza di Pace di Parigi dell’agosto ’46 e poi chiedere aiuti agli Stati Uniti nell’ambito del così detto “Piano Marshall”.

E lo sport, in questi casi, aiuta un popolo alla ricerca della propria identità nazionale, che ha bisogno di identificarsi in personaggi puliti ed anche, se vogliamo, di distrarsi dalle problematiche del quotidiano, ed ecco che gli italiani riprendono ad appassionarsi per le aspre lotte sulle strade del Giro d’Italia tra i due campioni delle due ruote, Gino Bartali e Fausto Coppi, che difatti si classificano primo e secondo della citata corsa a tappe nel ’46, per poi invertire i ruoli l’anno seguente, quando è il “Campionissimo” ad imporsi.

Talmente importante, il ruolo dello sport, che leggenda vuole che il 14 luglio ’48, giorno dell’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti, l’insurrezione popolare venga smorzata dalla notizia dell’impresa sulle Alpi da parte di Bartali che strappa la maglia gialla a Louison Bobet per andare a conquistare il suo secondo Tour de France, così come, due settimane dopo, la fratellanza tra i popoli sancita dal Barone De Coubertin nella sua “carta olimpica” di fine ‘800, ritrova la sua ragione di esistere con l’apertura dei primi Giochi del dopoguerra, allo Stadio Wembley di Londra, dove, tra l’altro, l’Italia ben figura con 27 medaglie totali, di cui 8 del metallo più pregiato.

Ed il calcio, che, giova ricordarlo, aveva interrotto i propri eventi a livello sia nazionale che internazionale con l’Italia due volte Campione del Mondo in virtù dei titoli conquistati a Roma ’34 e Francia ’38, riparte faticosamente nell’autunno ’45 con la disputa di un torneo diviso in due gironi – settentrionale e centromeridionale – per gli ovvi disagi derivanti da comunicazioni, stradali e ferroviarie, danneggiate dagli eventi bellici.

Si ricomincia con il Torino a difendere il titolo conquistato nel 1943, dopo essere giunto alle spalle della Roma la stagione precedente, superato dai giallorossi alla terz’ultima giornata, quando la formazione guidata dal “fornarino” Amedeo Amadei opera il sorpasso decisivo approfittando della sconfitta per 1-3 subita dai granata in Laguna di fronte al Venezia, battuta d’arresto quanto mai fondamentale per il futuro destino della compagine del Presidente Ferruccio Novo.

Già, perché è proprio in occasione di quella sconfitta che Novo si convince della necessità di rinforzare la squadra portando all’ombra della Mole la coppia di mezze ali veneziana, composta da Ezio Loik e Valentino Mazzola, per i quali sborsa la cifra record, per l’epoca, di un milione e 250 mila lire, battendo la concorrenza della Juventus, che non era disposta ad andare oltre quota 800mila, e potendo anche contare sull’aiuto del Commissario Tecnico Vittorio Pozzo – con un passato al Torino sia da giocatore che da allenatore – che rassicura i due giocatori circa il fatto che indossare la maglia granata sia la scelta migliore.

A completare il centrocampo, Novo inserisce un’altra fondamentale pedina nel mediano Giuseppe Grezar, triestino di nascita e prelevato dal club alabardato, costruendo una intelaiatura che, però, inizialmente stenta a carburare, tanto che a sei giornate dal termine del campionato ’43 il Torino è secondo, staccato di tre punti dalla sorprendente capolista Livorno.

Novo decide per l’avvicendamento in panchina, al posto dell’ungherese Kuttik chiama l’ex mediano granata Antonio Janni e, grazie al favore da parte dei “cugini” bianconeri, che sconfiggono 3-0 il Livorno alla 25.ma giornata ed al successivo stop degli amaranto a Roma due turni dopo, il Torino può operare il sorpasso per poi dover attendere sino all’87’ dell’ultima di Campionato a Bari affinché Mazzola mettesse a segno l’unica rete dell’incontro che certifica il primo Scudetto dell’epoca del “Grande Torino”.

Torino che ancora proprio grande non è, tant’è che nel ricordato torneo di inizio dopoguerra – disputato in due fasi, con i rispettivi raggruppamenti nord e centrosud che qualificano le prime quattro squadre per la disputa del girone finale ad otto, con partite di andata e ritorno giocatesi tra fine aprile e fine luglio ’48 – si trova ancora una volta nella condizione di dover inseguire, visto che alla terz’ultima giornata incappa in una sonora sconfitta per 2-6 sul campo dell’Inter consentendo alla Juventus, vittoriosa per 3-1 sul Milan, di acquisire un vantaggio di due lunghezze in vista del derby in programma il 21 luglio al Filadelfia.

Una rete dell’ex bianconero Gabetto risolve il match ed, all’ultima giornata, mentre i granata travolgono per 9-1 il Livorno, la Juventus non va oltre il pari a Napoli ed il Torino si conferma Campione d’Italia per quella che resta l’ultima edizione di un “Toro normale”.

Ciò in quanto i granata, che già nel primo torneo postbellico avevano rinnovato la difesa con l’acquisto del portiere Valerio Bacigalupo dal Savona e del terzino Aldo Ballarin dalla Triestina, nonché rinforzato il centrocampo con l’innesto di Eusebio Castigliano dallo Spezia, completano ora l’organico con il rientro dell’ala Romeo Menti dal prestito alla Fiorentina e l’inserimento del jolly Danilo Martelli, utilizzabile sia in difesa che a centrocampo, dal Brescia.

E, difatti, i risultati di un amalgama così perfetta non tardano ad arrivare con il Torino a dominare le due stagioni successive, con i tornei ’47 e ’48 vinti rispettivamente con 10 (63 a 53) ed addirittura 16 (65 a 49) punti di vantaggio su Juventus e Milan rispettivamente, e l’attacco granata a funzionare a meraviglia, tanto da superare quota 100 reti realizzate sia nella prima occasione, con 104 (Valentino Mazzola 29, Gabetto 19 ed Ossola 13 …), sino a toccare quota 125 (!!) nella seconda, con ancora Mazzola e Gabetto a primeggiare, con 25 e 23 reti al loro conto, seguiti da Menti e Loik con 16 centri a testa.

Una squadra così non può che colpire l’immaginario collettivo, tanto più che, all’epoca, ci si doveva affidare ai resoconti radiofonici e della carta stampata, qualora non si avesse la fortuna di assistere direttamente alle gare dalle tribune del Filadelfia a Torino o non si fosse riusciti a trovare il biglietto quando il Torino giocava in trasferta, facendo quasi sempre registrare il “tutto esaurito” per poter ammirare dal vivo le gesta di quei campioni di cui tanto si era letto o sentito parlare.

E, quando si tocca l’immaginario, in un periodo in cui non vi erano sostituzioni, ecco che sciorinare i nomi di quella fortissima squadra era quasi un esercizio quotidiano nei bar, ritrovi e circoli frequentati dagli sportivi, da Bacigalupo tra i pali, la coppia di terzini Ballarin e Maroso, l’insuperabile mediana composta da Grezar, Rigamonti e Castigliano, con Loik a dar manforte alle ali – Menti, Ossola e Ferraris II – che si giocavano due delle tre maglie a disposizione, per concludere con il centravanti Guglielmo Gabetto, al quale poteva essere perdonata la precedente militanza in bianconero, per la regolarità con cui andava puntualmente a segno.

E poi c’era “lui”, il “Capitano per eccellenza”, Valentino Mazzola, di cui era diventato celebre il gesto di rimboccarsi le maniche durante gli incontri al Filadelfia, quale atteggiamento convenuto con i compagni di squadra per far capire che era giunto il momento di “darci sotto” ed, incoraggiati dagli squilli di Oreste Bolmida, il leggendario “trombettiere granata, gli undici scesi sul terreno di gioco facevano capire ai malcapitati avversari che per loro non ci sarebbe stato scampo.

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Il capitano Valentino Mazzola – da lastampa.it

Con quattro titoli consecutivi vinti, il Torino era diventato la squadra da battere e le rivali non stanno certo a guardare passivamente lo strapotere granata, dandosi, al contrario, battaglia sul mercato per rinforzare i loro organici, specialmente avendo riferimento oltre frontiera, ed ecco che l’Inter si aggiudica le prestazioni del fenomenale attaccante ungherese Istvan Nyers, oltre ad aver prelevato dalla Roma il centravanti Amadei, e la Juventus risponde con l’ingaggio del centravanti danese John Hansen, bronzo olimpico a Londra ’48 con la sua Nazionale, mentre al Milan giunge, ma solo a gennaio ’49, l’ariete svedese Gunnar Nordahl.

Il Torino, al contrario, mantiene uno stile autarchico, un po’ per riconoscenza verso questi grandi campioni e poi perché trovarne di meglio sembra assai difficile, ed il Presidente Novo si limita ad acquistare il 27enne francese Emile Bongiorni, attaccante del Racing Club Parigi, da utilizzare qualora Gabetto, che va per i 33, dovesse lamentare un vistoso calo di forma, mentre a gennaio ’49 giunge a Torino l’ungherese naturalizzato boemo Julius Schubert, prelevato dallo Slovan Bratislava ed, in teoria, “vice” Mazzola.

Ed, in effetti, il torneo ’49 è un po’ più equilibrato dei precedenti, con l’Inter, soprattutto, a trarre vantaggio dalla citata nuova coppia di attaccanti – che finiranno ai primi due posti della graduatoria cannonieri, Nyers a quota 26 ed Amadei a 22 – mentre il Filadelfia continua a dimostrarsi fortino inespugnabile, con la sola Triestina a conquistare un pari e tutte le altre regolarmente sconfitte, così che, a cinque giornate dal termine, la classifica vede i granata saldamente al primo posto con 51 punti, seguiti dall’Inter a quattro lunghezze di distanza, con l’ultima speranza per i nerazzurri di scucire il tricolore dalle maglie degli “imbattibili” riposta nel confronto diretto in programma il turno successivo a Milano.

Occorre, a questo punto, fare un piccolo passo indietro e riportarsi agli spogliatoi dello Stadio Marassi di Genova dove, domenica 27 febbraio ’49, si era disputata l’amichevole tra le nazionali di Italia e Portogallo, la prima del “dopo Vittorio Pozzo”, vinta dagli azzurri per 4-1 ed al termine della quale il capitano lusitano Francisco Ferreira e bandiera del Benfica, in non buone condizioni economiche, chiede a Mazzola la possibilità di disputare una gara amichevole a Lisbona tra i rispettivi Club di appartenenza, il cui ricavato sarebbe andato a suo favore.

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I capitani Mazzola e Ferreira – da footballcollection.com

Figuriamoci se un generoso come Mazzola è in grado di dir di no ad un amico, ed accetta l’offerta, dovendo però ora farsi carico di ottenere il nulla osta da Novo, il quale non è certo nelle condizioni di poter negare qualsiasi cosa che il “suo” capitano gli chieda, ma d’altro canto non vuole perdere l’occasione di puntare al quinto scudetto consecutivo, ragion per cui – considerato che la data della gara è fissata per martedì 3 maggio, in quanto in Portogallo il Campionato finiva ad inizio aprile – condiziona la partenza per Lisbona ad un risultato positivo a Milano nello scontro diretto contro i nerazzurri.

Gara, disputata sabato 30 aprile, che, ironia della sorte, proprio Mazzola non disputa, rilevato nel ruolo di mezz’ala sinistra dal citato Schubert e, senza il loro leader, i granata si preoccupano più di arginare il potenziale offensivo interista che non a pungere, ottenendo comunque lo 0-0 che mantiene invariato il distacco e consente loro di onorare la promessa fatta da Valentino.

E’ una sorta di “viaggio premio” per una squadra di fenomeni assoluti e, come sempre accade in queste situazioni, il fato ci mette del suo, in quanto fra i 18 giocatori che prendono l’aereo per Lisbona restano a terra il terzino Sauro Tomà, infortunato al menisco, il giovane Luigi Giuliano (da quell’anno aggregato alla prima squadra), bloccato da un’influenza, mentre Ballarin intercede presso il Presidente affinché il proprio fratello Dino partecipi alla trasferta in luogo del secondo portiere Renato Gandolfi, che ha così salva la vita.

Analogamente, a Vittorio Pozzo viene preferito, su richiesta della dirigenza granata, Luigi Cavallero quale inviato de “La Stampa” – gli altri giornalisti al seguito sono Renato Casalbore di “Tuttosport” e Renato Tosatti de “La Gazzetta del Popolo” – così come scampa alla morte il celebre radiocronista Nicolò Carosio, bloccato in patria dalla cresima del figlio.

Accolto con tutti gli onori del caso da autorità civiche e sportive portoghesi, il “Grande Torino” disputa, alle ore 18 del 3 maggio ’49 quella che sarà, purtroppo, la sua ultima esibizione, con grande felicità da parte di Ferreira, visto che l’incasso va ben oltre le più rosee aspettative facendo registrare quasi il “tutto esaurito”, mentre il risultato, che è quello che conta di meno in simili occasioni, è quello tipico delle “amichevoli”, con il Benfica ad imporsi per 4-3.

Al mattino dopo, i componenti la trasferta e l’equipaggio del trimotore riprendono il volo destinazione Torino, facendo scalo tecnico a Barcellona dove incontrano a pranzo i giocatori del Milan in viaggio verso Madrid e poi ripartire verso l’Italia, dove però le condizioni atmosferiche sono tutt’altro che buone, specie sul capoluogo piemontese.

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Lo schianto di Superga – da diregiovani.it

Leggenda vuole che l’ipotesi di uno scalo alternativo su Genova o Milano sia stato rifiutato proprio dai giocatori, desiderosi di rientrare a casa il più presto possibile, così come mai totalmente chiarite sono state le cause della tragedia, l’unica, triste, drammatica certezza è che alle ore 17.03 di mercoledì 4 maggio ’49 l’aereo si schianta contro la parete della Basilica di Superga, spezzando in un attimo i sogni di gloria di 18 ragazzi, cui si uniscono tre componenti dello staff tecnico (allenatore Egri Erbstein in testa), tre dirigenti, altrettanti giornalisti e l’intero equipaggio, nessun sopravvissuto, e non poteva essere altrimenti.

Non appena la notizia si propaga lungo la penisola, dalle Alpi sino alla Sicilia, è come se l’Italia intera si bloccasse, incredula di fronte a cotanta tragedia, così come immensa è la folla che, due giorni dopo, assiste alle esequie, oltre un milione di persone assiepate lungo le vie di Torino a rendere l’estremo saluto al corteo funebre che sfilava per la città con all’interno le salme dei “Campionissimi”, il cui ingrato compito di riconoscerli era toccato a Vittorio Pozzo.

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I funerali del “Grande Torino” – da wikipedia.org

Quindici giorni dopo, prende il via il Giro d’Italia che Fausto Coppi, amico di molti giocatori granata, onora nel migliore dei modi precedendo Bartali dopo aver compiuto l’impresa nella famosa tappa Cuneo-Pinerolo che si aggiudica con quasi 12’ di vantaggio sul rivale, ma con la morte nel cuore – condivisa con tutti gli sportivi italiani – visto che ad applaudirlo, nella successiva cronometro che si conclude a Torino, non ci sono i Ballarin, Maroso e tutti gli altri.

Il “Grande Torino” non c’è più, resta il mito e la leggenda, nonché il riconoscimento postumo ed in colpevole ritardo, ma non per questo meno valido, della FIFA che, proprio in ricordo delle loro gesta, dal 2015 ha proclamato il 4 maggio come “Giornata Mondiale del gioco del calcio”.

E, miglior omaggio, pensiamo che proprio non potesse esser loro riservato…

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