IL TRIONFO DELLA LETTONIA AI PRIMI EUROPEI DI BASKET DEL 1935

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La Lettonia campione d’Europa – da wikivisually.com

articolo di Nicola Pucci

Ancora vergine di grandi competizioni internazionali, a differenze di altri sport di squadra che già da tempo impegnano l’una contro l’altra le Nazionali più forti del pianeta, infine la FIBA, (originariamente, quando venne fondata il 16 giugno 1932, Fédération Internationale de Basketball Amateur) ha partita vinta, per bocca del suo Presidente Leon Buffard, e vede il sorgere, nel 1935, quindi un anno prima dell’esordio della pallacanestro alle Olimpiadi di Berlino, del primo Campionato Europeo per Nazioni.

L’onore di ospitare la nascente competizione continentale spetta alla Svizzera, paese che sembra esente dai pruriti aggressivi in un’Europa sul punto di esplodere e che in quel di Ginevra accoglie proprio la sede della Federazione Internazionale. Si gareggia dal 2 al 7 maggio e sono dieci le squadre ammesse a partecipare: ovviamente la Svizzera che fa gli onori di casa, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Lettonia, Romania, Spagna, Ungheria. C’è pure l’Italia, guidata in panchina da quell’Attilio De Filippi che con la Ginnastica Triestina vincerà ben cinque scudetti negli anni Trenta, alternandosi al comando del campionato italiano a Ginnastica Roma e Olimpia Milano.

Gino Basso il napoletano in rappresentanza del Sud, Bruno Caracoi, il bomber riconosciuto Livio Franceschini, Emilio Giassetti, Giancarlo Marinelli prima star acclamata della Virtus Bologna, Sergio Paganella, Egidio Premiani ed Ezio Varisco che morirà combattendo in Libia, sono gli otto componenti dell’Italia che il sorteggio accoppia alla Bulgaria per uno dei cinque match di turno preliminare.

Si comincia, dunque, il 2 maggio al Pavillon des Sports du Bout-du-Monde di Ginevra, e se la Spagna, costretta ad un match di spareggio con il Portogallo per accedere alla fase finale, giocato a Madrid e vinto per 33-12, si sbarazza del Belgio 25-17 grazie a 8 punti (!!!) di Pedro Alonso, e la Cecoslovacchia sorprende la Francia imponendosi di misura, 23-21, proprio la Svizzera padrona di casa si sbarazza agevolmente della Romania, 42-9. Nel frattempo la Lettonia, che a differenza delle grandi squadre occidentali ha un appeal mediatico men che discreto ed è allenata da Valdemārs Baumanis, evidenzia tuttavia un’invidiabile forza collettiva, demolendo a sua volta l’Ungheria, 46-12, trascinata da Janis Lidmanis, straordinario talento baltico che, oltre a saperci fare con la palla a spicchi, è pure calciatore di livello con il JKS Riga e la Nazionale del suo paese, con la quale collezionerà ben 55 presenze e 2 reti.

E l’Italia? L’Italia, appunto, debutta vittoriosamente con la Bulgaria 42-23, con Franceschini sugli scudi con ben 32 punti, ma per l’anomala formula del torneo che promuove direttamente alle semifinali tre squadre, ovvero Spagna, Lettonia e Cecoslovacchia, obbligando Svizzera e Italia ad un ulteriore duello per definire la quarta semifinalista, incoccia nella maggior presenza fisica dei rossocrociati che dopo il 15-15 all’intervallo piazzano un parziale di 12-2 nel secondo tempo chiudendo sul 27-17 che apre loro le porte delle semifinali e manda gli azzurri a gareggiare nel torneo di consolazione. Appunto, consolazione, che vedrà l’Italia infine settima, dopo aver perso con la Francia, 29-27, e battuto nuovamente la Bulgaria, 35-22, laureando Franceschini miglior marcatore della manifestazione, con 68 punti totali e 17 di media a partita. Che, per i parametri dell’epoca, se non sono un primato da guinness poco ci manca.

Il 6 maggio si giocano le due semifinali e la Lettonia, confermando quando di buono messo in mostra al turno precedente, ha la meglio anche dei padroni di casa, 28-19, trascinata stavolta dall’altro campione uscito dal cilindro di coach Baumanis, ovvero il pivot Rudolfs Jurcins, che con le sue lunghe leve destabilizza la difesa elvetica garantendo ai baltici di strappare il biglietto per la finalissima.

Dove, il 7 maggio, alle ore 22.30, la Lettonia trova la Spagna, che ha eliminato alla distanza la Cecoslovacchia, 21-17. Il match che vale il primo titolo europeo della storia è combattuto ed appassionante, con Jurcins che ancora una volta domina sotto i tabelloni realizzando 11 punti e consentendo l’allungo della Lituania che chiude il primo tempo in vantaggio di otto punti, 16-8. Nella seconda metà di gioco la squadra di mister Mariano Manent, di origine argentine, prova a ricucire lo strappo, con Rafael Martin, infine premiato come miglior giocatore del torneo, top-scorer con 6 punti all’attivo. La Lettonia è nondimeno superiore a rimbalzo, mantiene un margine di sicurezza  e con il punteggio a referto di 24-18 sale sul tetto d’Europa. Prima e ad oggi unica volta della sua storia.

Una storia cestistica che due anni dopo vedrà la Lettonia ospitare la seconda edizione, terminando non meglio che sesta in una manifestazione appannaggio dell’Unione Sovietica vincitrice in finale con l’Italia, e salire sul secondo gradino del podio nel 1939 alle spalle dei “cugini” della Lituania. Poi la follia della Seconda Guerra Mondiale spezzerà per sempre il sogno sportivo di quella nidiata di ottimi giocatori, così come l’occupazione sovietica al termine del conflitto marcherà tragicamente la vita di alcuni di loro: Jurcins, ad esempio, arrestato, deportato in un gulag ed infine morto prematuramente a 39 anni a Molotov Oblast; lo stesso Lidmanis, con la moglie Anne, fu costretto a lasciare il paese per trovare poi riparo in Australia; infine l’artefice di quel successo, coach Baumanis, per sottrarsi alla deportazione peregrinò per l’Europa prima di stabilirsi negli Stati Uniti.

Quel che resta è il libro dei record, e quel nome della Lettonia che prima di tutte colse l’oro europeo: il tributo del film “Dream Team 1935“, uscito nelle sale nel 2012, rende immortali quei ragazzi che a basket giocavano bene. Proprio bene. E noi facciamo altrettanto… Eduards Andersons, Aleksejs Anufrijevs, Mārtiņš Grundmanis, Herberts Gubiņš, Rūdolfs Jurciņš, Jānis Lidmanis, Džems Raudziņš, Visvaldis Melderis, coach Valdemārs Baumanis.

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ANDREA TAFI E LA PIETRA DI ROUBAIX INFINE CONQUISTATA

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Andrea Tafi in trionfo – da gazzetta.it

articolo di Emiliano Morozzi

Andrea Tafi nel corso della sua carriera ha corso al fianco di grandi campioni: da Michele Bartoli a Johan Museeuw, da Franco Ballerini a Paolo Bettini. Un gregario di lusso, sempre pronto ad aiutare il capitano di turno, a volte sacrificando pure le proprie ambizioni di vittoria. Un corridore a proprio agio nelle corse di un giorno, capace dopo i trenta anni di compiere imprese e record che lo hanno portato nell’Olimpo del ciclismo.

E’ suo un personalissimo record: quello di essere l’unico italiano ad avere vinto sia il Giro delle Fiandre che la Parigi-Roubaix. E uno dei pochi ad aver realizzare il trittico Fiandre, Roubaix e Lombardia al fianco di giganti del pedale come Bobet, Kuiper, Van Looy, Merckx e De Vlaeminck.

Andrea Tafi, come il compagno di squadra Ballerini, ama le pietre ed una corsa in particolare: la più difficile, la più infernale, la Parigi-Roubaix. Il toscano milita in uno squadrone, la Mapei di patron Squinzi, ma il suo ruolo di gregario spesso gli tarpa le ali quando potrebbe volare: corre l’anno 1996, Tafi è ormai già trentenne e vuole vincere la gara, si infila nel gruppo buono, forte di venti elementi, nel quale ci sono i compagni di squadra Museeuw, Ballerini, Bortolami e Leysen. Ballerini è campione in carica, ma quel giorno è bersagliato dalla sfortuna e fora tre volte, proprio quando i compagni di squadra tentano il forcing. Tafi si trova solo davanti, dietro arrivano Museeuw e Bortolami e l’ammiraglia Mapei lo ferma per aspettare il rientro dei compagni e regalare alla squadra un tris eccezionale. Pure il campione belga fora due volte, i due italiani sono costretti ad aspettarlo e al Velodromo di Roubaix lasciarlo vincere, in una scena che ha del surreale.

Tafi mastica amaro e il suo ruolo di gregario ancora una volta lo costringe a mordere il freno: siamo nel 1998, stavolta davanti c’è Ballerini, Tafi trattandosi del conterraneo ed amico stavolta accetta più serenamente l’ordine di scuderia ma si toglie lo sfizio di vincere lo sprint dei battuti ed arrivare secondo dietro il proprio capitano.

Il successo e la consacrazione arrivano un anno dopo: Tafi porta sulle spalle la maglia di campione italiano, Ballerini è andato alla Lampre e finalmente il fucecchiese veste i gradi di capitano. Ha voglia di vincere e lo dimostra nei punti chiave della corsa, dando una prima scrollata al gruppo nella Foresta di Arenberg. Una fuga con dentro il suo compagno di squadra Steels sembra potergli rovinare i piani: ancora una volta, Tafi teme di doversi inchinare agli ordini di scuderia, ma quando il gruppo riprende i fuggitivi, è lui a scappare a 36 chilometri dal traguardo.

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Tafi in azione – da pelotonmagazine.com

Il corridore della Mapei fa il vuoto, i compagni di squadra dietro rompono i cambi, ma la malasorte è in agguato: una foratura appieda Tafi, che è costretto a fermarsi e viene salvato dalla provvidenziale presenza di un uomo della squadra con la ruota di ricambio in mano. Passata la paura, l’azione dell’azzurro riprende vigore e il vantaggio si dilata fino a superare i due minuti: il giro di pista nel Velodromo gremito di Roubaix è solamente una passerella trionfale, con il pubblico in delirio che grida “Tafì, Tafì” consacrando l’eroe di giornata. L’ultimo eroe azzurro ad alzare le braccia al cielo e baciare la pietra trofeo della Roubaix.

WLADYSLAW KOZAKIEWICZ E QUELL’ESULTANZA NON PROPRIO OLIMPICA

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L’esultanza smodata di Kozakiewicz – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Se, quando i responsabili del Network americano NBC decisero di ridurre, a causa del boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter alle Olimpiadi di Mosca 1980, il proprio impegno nel trasmettere l’evento, inviando nella capitale moscovita appena 56 giornalisti accreditati per consentire la trasmissione di “highlights“, ancorché a carattere quotidiano, avessero potuto immaginare cosa avvenne quel pomeriggio del 30 luglio durante la finale del salto con l’asta, forse avrebbero potuto cambiare idea.

La specialità è peraltro un po’ in ribasso negli Stati Uniti, dopo l’oro di Bob Seagren a Città del Messico 1968, con lo stesso Seagren argento a Monaco 1972 dietro al tedesco orientale Wolfgang Nordwig, mentre nell’edizione di Montreal 1976 il favorito Dave Roberts si era dovuto accontentare dell’ultimo gradino del podio, superato, per un minor numero di errori, dal polacco Slusarski e dal finlandese Kalliomaki.

L’assenza degli americani, pertanto, non influenza più di tanto la qualità tecnica della gara in sede olimpica – pur se Mike Tully si era aggiudicato le due prime edizioni della Coppa del Mondo di Düsseldorf 1977 e Montreal 1979 – in quanto partecipano alla stessa, oltre al citato campione olimpico in carica Tadeusz Slusarski, il connazionale Wladyslaw Kozakiewicz e i due francesi Thierry Vigneron e Philippe Houvion, che nel corso della stagione hanno spodestato l’americano Dave Roberts dal trono di leader mondiale, facendo a gara a superarsi dapprima con Kozakiewicz che sale a m.5,72 a maggio, poi con Vigneron che in giugno valica per due volte l’asticella a m.5,75 ed infine con Houvion che, a soli 15 giorni dall’inizio dei Giochi, fissa il record mondiale a m.5,77.

I sovietici, dal canto loro, non schierano il campione europeo di Praga 1978, Vladimir Trofimenko, affidandosi ad un terzetto composto dal ventenne Konstantin Volkov, Sergej Kulibaba ed Yuri Prokhorenko, con quest’ultimo che però manca l’accesso alla finale fallendo tutti e tre i tentativi a sua disposizione in qualificazione.

Come di consuetudine, la gara di salto con l’asta vede gli atleti passare alcune quote e, quando l’asticella viene posta a m.5,65, sono sei i restanti in gara, con la differenza che Kowakiewicz ed il terzo francese Jean-Michel Bellot vi giungono dopo aver superato la quota di 5,60 (ed entrambi esenti da errori), mentre Slusarski, Volkov (anch’essi senza penalità), Houvion ed il terzo polacco Marius Klimczyk hanno valicato l’asticella alla misura inferiore di m.5,55 che è risultata, clamorosamente, fatale ad uno dei co-favoriti, il francese Vigneron. 

I 5,65 rappresentano la definitiva scrematura per l’assegnazione delle medaglie, in quanto vengono eliminati Bellot e Klimczyk, con Slusarski, Volkov ed Houvion che superano la misura solo al terzo tentativo, a differenza di Kozakiewicz che prosegue nel suo percorso netto, sentendo di essere nel suo “Giorno dei Giorni“.

Percorso scevro da errori che prosegue anche alla quota di m.5,70, superati alla prima prova e che, viceversa, risultano fatali sia ad Houvion (che dà così l’addio al podio, pagando gli errori commessi alle misure di entrata a 5,25 e 5,45) che a Slusarski, mentre Volkov, dopo aver fallito i primi due tentativi, si riserva la terza prova alla quota superiore di 5,75, hai visto mai…

Tattica questa, usata da Volkov, assai comune nelle gare di salto ed in specie di quello con l’asta, ma che stavolta non produce l’effetto sperato in quanto il giovane russo fallisce il suo unico tentativo, mentre Kozakiewicz prosegue il suo “show personale” superando alla prima prova anche i 5,75 (sei misure valicate tutte al primo colpo!).

Oramai sicuro della medaglia d’oro – con l’argento assegnato a pari merito a Slusarski ed a Volkov – al polacco non resta che aggiungere la classica “ciliegina sulla torta” ad una prestazione eccezionale, sotto forma del tentativo di riappropriarsi del record mondiale, facendo posizionare l’asticella a quota 5,78.

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Il salto record di Kozakiewicz – da gettyimages.com

E qui arriva il “fattaccio“, per il quale occorre premettere come Kozakiewicz fosse stato fatto oggetto – essendo tra l’altro la pedana del salto con l’asta in prossimità delle tribune – di ripetuti fischi da parte del pubblico ad ogni sua prova, nel tentativo poi rivelatosi invano di favorire il pupillo di casa Volkov nella corsa all’oro, fatto sta che, una volta superata alla seconda prova la misura che gli vale il record mondiale (evento che, unito alla medaglia d’oro, era dalle Olimpiadi di Anversa 1920 che non si verificava per la specialità), il polacco non trova di meglio, per scaricare la tensione accumulata, che rivolgere il più classico dei “gesti dell’ombrello“, attirando su di sé critiche, ma anche comprensione per il comportamento molto poco sportivo tenuto dai presenti.

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Kozakiewicz alla cerimonia di premiazione con il compagno Slusarski – da gettyimages.com

Ed anche questa è, se vogliamo, una “Pagina di Storia Olimpica“…

 

EDOARDO MANGIAROTTI, NELLA SCHERMA COME LUI NESSUNO MAI

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Edoardo Mangiarotti – da sportfair.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Se si toglie il marziano statunitense Phelps (28 medaglie) e i due sovietici della ginnastica Larisa Latynina e Nikolaj Andrianov (15 a testa), subito dopo c’è lui tra i plurimedagliati della storia centenaria dei Giochi. Edoardo Mangiarotti: 13 tra ori, argenti e bronzi, in cinque edizioni e saltandone per la guerra le due potenzialmente più prolifiche a 21 e 25 anni. Un dominatore della scena internazionale della scherma, tra spada e fioretto, da Berlino 1936 a Roma 1960. Nessuno ha vinto quanto lui, nella scherma, e in fatto di ori soltanto un altro schermidore ha fatto meglio: lo sciabolatore ungherese Aladar Gerevich, 7 contro 6. E, quanto a titoli mondiali, il suo palmares parla di altre 26 medaglie, di cui 13 d’oro. E poi Universiadi, Giochi del Mediterraneo, sette titoli italiani.

Ma quella di Edoardo Mangiarotti è la storia di una famiglia intera: lui, i fratelli Dario e Mario, perfino la madre Rosetta e soprattutto il papà Giuseppe, uno dei padri fondatori della scherma italiana moderna. E poi ancora le altre donne: Eugenia Gavezzeni, moglie di Mario e campionessa italiana di fioretto a squadre; Camilla Castiglioni, moglie di Edoardo, schermitrice e presidente del circolo della Spada che porta il nome di famiglia; Carola, fiorettista, figlia di Edoardo, due volte presente alle Olimpiadi di Montreal 1976 e Mosca 1980.

Cominciamo da lui, dal padre fondatore, Giuseppe. Figlio di un ricco avvocato pavese e della famosa soprano austriaca Adelina Stehle, atleta a tutto tondo (dalla ginnastica al canottaggio al sollevamento pesi), venditore delle prime automobili a Milano a inizio Novecento, dopo i vent’anni incrocia per caso la spada. Comincia a tirare sul serio nel 1906, sotto la guida prima del siciliano Lancia di Brolo e poi del lombardo Colombetti. Un paio di anni dopo è già alle Olimpiadi di Londra del 1908, dove fa una buona figura pur non passando il primo turno. Dopo aver insegnato scherma anche a Budapest, lascia il palcoscenico agonistico ai figli, rimanendo pure uno dei maestri più reputati in Europa, attivo nel suo circolo e nell’altra prestigiosa sala meneghina del Giardino.

Ed è proprio al Giardino che i fratelli Mangiarotti muovono i primi passi. Edoardo, nato nel 1919, a diciassette anni è già oro olimpico a Berlino, come titolare nella squadra di spada che arriva davanti a Svezia e Francia. Insieme a lui, gli altri milanesi Cornaggia-Medici, Riccardi e Brusati, il piemontese Pezzana e il veneto d’adozione Ragno. Destro naturale, Edoardo viene abituato dal padre a tirare con la mano mancina, così come viene spinto a curare la forma fisica confrontandosi con altre discipline, compreso il pugilato.

Se la guerra gli porta via gli anni sportivamente migliori, quando lo sport ricomincia Edoardo è ancora ai vertici. Tenere il conto di tutti i successi internazionali è impossibile, dal Cairo a Filadelfia, da Stoccolma a Lisbona. Ai Giochi di Londra 1948 arriva l’argento nella spada a squadre dietro la Francia e il bronzo individuale nella prova vinta dal connazionale Cantone. Ma sarà Helsinki 1952 il punto più alto della sua carriera. Partecipa a quattro gare, tra fioretto e spada: conquista due ori nella spada e due argenti nel fioretto. Nella spada individuale è l’apoteosi della famiglia Mangiarotti: primo Edoardo, secondo il fratello Dario, poi insieme vincitori nella competizione a squadre sulla Svezia e la Svizzera. Nel fioretto è invece secondo dietro al francese D’Oriola, sua eterna bestia nera, e a squadre ancora dietro la Francia.

A Melbourne, quattro anni dopo, è doppio oro a squadre nel fioretto e nella spada rispettivamente su Ungheria e Francia e bronzo nella spada individuale, dietro gli altri due italiani Pavesi e Delfino. Chiude a Roma, nel 1960, con altre due medaglie: l’oro nella spada a squadre e l’argento, dietro l’Unione Sovietica, nel fioretto a squadre.

Con quell’edizione dei Giochi, e col suo ritiro, finisce anche l’epoca d’oro della spada italiana: tra 1932 e 1960, gli atleti azzurri avevano vinto sei titoli individuali consecutivi (Cornaggia-Medici, Riccardi, Cantone, Mangiarotti, Pavesi e Delfino) e quattro su sei a squadre (più due argenti). Da allora è arrivato soltanto un altro alloro individuale con Tagliariol nel 2008, quasi mezzo secolo dopo, e due a squadre nel 1996 e 2000. La sua rivalità con Nedo Nadi, pur a distanza di una generazione abbondante sotto il profilo cronologico rispetto al livornese, da sempre divide gli appassionati come divise fieramente le rispettive famiglie: Nadi vinse ai Giochi soltanto ori (sei, di cui cinque in una sola edizione) partecipando a sole due Olimpiadi; Mangiarotti 13 medaglie, ma un solo oro individuale e in cinque edizioni. Assurdo però stilare classifiche tra due fuoriclasse irripetibili, ognuno a suo modo, e mai incrociatisi sulla pedana.

Anche Edoardo, come Nadi, è stato giornalista sportivo di primo piano per tre decenni, scrivendo (spesso anche delle sue imprese, un attimo dopo la fine delle gare) per la Gazzetta della Sport diretta da Gianni Brera. Ha ricevuto tutte le onorificenze possibili in Italia e all’estero, ha scritto manuali di scherma (“La vera scherma” con Aldo Cerchiari, in cui compare il citatissimo decalogo dello schermidore) ed è stato per due volte portabandiera olimpico nel 1956 e 1960, unico italiano a fare doppietta ai Giochi estivi insieme al marciatore Frigerio, oltre che dirigente della Federazione italiana e di quella internazionale. È morto nel 2012 nella sua Milano a 93 anni. Due anni prima, a 95 anni, se n’era andato anche il fratello Dario.

LUDMILLA TOURISCHEVA, L’ULTIMA AD ARRENDERSI ALLE GINNASTE BAMBINE

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Ludmilla Tourischeva – da youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

Per molti atleti, di qualsiasi sport e dei rispettivi sessi, uno degli stimoli che li porta ad affermarsi quando iniziano a praticare le rispettive discipline, è quello di emulare i loro idoli, prendendoli anche a modello come stile, tecnica e personalità, nella speranza, un giorno, di ripercorrerne il cammino.

Crediamo che questo, più o meno, sia stato anche il pensiero della ginnasta sovietica di origini cecene, Ludmilla Tourischeva, in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico 1968 allorquando, a 16 anni appena compiuti, viene aggregata al team dell’Urss dove primeggiano le più esperte e collaudate Voronina, Kuchinskaya e Petrik.

Ma se credete che quanto indicato in premessa si riferisca alle esibizioni delle riferite connazionali, beh vi sbagliate, perché sulle pedane dell’Auditorium Nazionale di Città del Messico la giovane Ludmilla resta affascinata dall’ultima recita, un po’ per raggiunti limiti di età ed in parte per la situazione politica venutasi a creare in Cecoslovacchia, della “divinaVera Caslavska – di 10 anni più grande di lei – che celebra il proprio passo d’addio con quattro ori nel concorso generale, corpo libero, volteggio e parallele asimmetriche, cui unisce l’argento alla trave e nel concorso generale a squadre, vinto quest’ultimo proprio dall’Unione Sovietica.

La Tourischeva se ne torna pertanto in patria con al collo il riferito oro a squadre, dopo essersi piazzata appena 24esima nel concorso generale e non essendo riuscita a qualificarsi per nessuna finale delle singole specialità, ma con l’intimo convincimento di poter essere lei, quattro anni dopo a Monaco di Baviera, ad attirare le luci della ribalta.

Nata a Grozny ad inizio ottobre 1952, la Tourischeva inizia a dedicarsi alla ginnastica all’età di 13 anni sotto la guida del tecnico Vladislav Rastorotsky, mettendo sin da subito in mostra una delle sue maggiori qualità, vale a dire una grazia innata nell’eseguire i movimenti, che la porta ad eccellere specialmente nell’esercizio al corpo libero dove può liberare tutta la sua creatività rispetto agli attrezzi in cui il programma è più schematizzato.

Ed i positivi risultati del duro lavoro compiuto in palestra prendono forma già in occasione dei Mondiali di Lubiana 1970, dove non va a medaglia solo alla trave, unendo allo scontato oro a squadre anche la vittoria nel concorso generale ed al corpo libero – specialità quest’ultima in cui le ginnaste sovietiche monopolizzano il podio – nonché l’argento alle parallele asimmetriche ed il bronzo al volteggio, in una rassegna iridata che vede altresì affermarsi anche le tedesche orientali Karin Janz (oro alle parallele asimmetriche e due argenti) ed Erika Zuchold (oro alla trave ed al volteggio ed argento nel concorso generale).

In preparazione all’appuntamento olimpico in terra tedesca, la Tourischeva conferma la propria leadership all’interno del team sovietico l’anno seguente in occasione dei Campionati Europei di Minsk – manifestazione che all’epoca, quanto meno in campo femminile, aveva le stesse caratteristiche di un’Olimpiade o di un Mondiale, data la non ancora avvenuta esplosione delle ginnaste americane – dove, oltre che nel concorso generale individuale, trionfa al corpo libero ed al volteggio, con tanto di argento alle parallele asimmetriche ed alla trave.

Attesa come l’assoluta protagonista ai Giochi di Monaco 1972, la Tourischeva – nel pieno della maturità in forza dei suoi 20 anni e di un corpo perfettamente strutturato cui unisce anche una bellezza estetica che assolutamente non guasta – mantiene le promesse nel corso del concorso generale a squadre, in cui porta in dote alla scontata medaglia d’oro sovietica il più alto punteggio di 76,850 tallonata però dalla giovanissima 17enne connazionale Olga Korbut, la quale realizza 76,700 punti.

Una “rivale in casa” con cui fare i conti in occasione della finale del concorso generale individuale in programma il 30 agosto 1972 alla “Sport Halle” di Monaco di Baviera, durante il quale si registra un evento che incide sul resto della rassegna a cinque cerchi.

Succede, difatti, che la minuscola Korbut fallisca per ben tre volte l’entrata nel suo esercizio alle parallele asimmetriche, venendo penalizzata con un 7,500 che la esclude dal giro delle medaglie, con ciò favorendo la Tourischeva nella corsa all’oro, che si aggiudica con 77,025 punti (di cui 9,900 ottenuti al corpo libero) davanti alla tedesca orientale Karin Janz, ma il pianto dirotto della piccola Olga al termine del suo sciagurato esercizio commuove il mondo intero e, probabilmente, condiziona anche i giudici nelle successive prove alle singole specialità.

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Tourischeva nell’esercizio alla trave a Monaco 1972 – da alchetron.com

Con entrambe le amiche/rivali qualificate per le prove singole – per le quali valgono i punteggi accumulati nella gara a squadre e, pertanto, la Korbut non è penalizzata dagli errori commessi nel concorso generale individuale – tocca alla ragazzina di origini bielorusse polarizzare l’attenzione, riscattandosi alle parallele asimmetriche, pur se il suo esercizio – valutato 9,800 dalla giuria e lungamente contestato dal pubblico presente – non è sufficiente per l’oro, conquistato dalla tedesca est Karin Janz, e salendo sul gradino più alto del podio con una performance ai limiti della perfezione alla trave, valutata 9,900 dalla giuria.

La Tourischeva, viceversa, si deve consolare con il bronzo al volteggio – una specialità in cui la Korbut non sale sul podio – dietro al duo tedesco orientale formato dalle ricordate Janz e Zuchold, ma tenendo ancora in mano il suo asso da giocare nella prova a lei più congeniale, vale a dire il corpo libero.

Specialità in cui la 20enne cecena può fondere armonicamente grazia ed eleganza, ed in cui è anche la prima ad usare due distinti sottofondi musicali nelle proprie esibizioni, il brano “March“, tratto dal film “Circus” di Isaak Dunaevsky, per quanto attiene alla competizione a squadre, mentre per la prova individuale la scelta ricade sulla colonna sonora del film tedesco “Die Frau meiner Traume” di Franz Grothe, forse per far più presa sul pubblico locale.

Presentatasi con 0,075 punti di vantaggio sulla rivale dopo i preliminari (9,750 a 9,675), l’esibizione della Tourischeva viene premiata con 9,800 punteggio però non sufficiente per l’oro, in quanto il 9,900 assegnato dai giudici alla Korbut consente a quest’ultima di conquistare il suo secondo oro individuale per l’inezia di 0,025 punti (lo scarto minimo in questo tipo di competizione), con Tamara Lazakovich a completare un podio interamente sovietico.

Le occasioni per rifarsi non mancano certo alla Tourischeva, la quale pratica la ginnastica con una passione per la disciplina diversa dalle “ragazzine costruite” degli anni a venire, a cominciare dai Campionati Europei di Londra 1973 dove, non essendo prevista la gara a squadre, si aggiudica tutti e cinque gli ori a disposizione, mentre la Korbut si deve accontentare del solo argento nel concorso generale, non andando a medaglia in alcuna delle singole specialità.

Confermate le gerarchie all’interno del team Urss, il prossimo appuntamento a livello mondiale è costituito dalla rassegna iridata di Varna 1974 dove la rivalità tra le due connazionali raggiunge l’apice, ma con la Tourischeva a sfoggiare forse la sua miglior prestazione di sempre, contribuendo con 78,300 punti (la Korbut ne porta in dote 77,800) alla schiacciante supremazia dell’Unione Sovietica nel concorso generale a squadre, così come fa suo per la quinta volta consecutiva – tra Mondiali, Olimpiadi ed Europei – il titolo nel concorso generale individuale, con 78,450 punti rispetto ai 77,650 della sua amica/rivale.

La scena si sposta ora sulle singole specialità, e qui tocca alla piccola Olga avere la meglio su Ludmilla nell’esercizio al volteggio, così come la precede alle parallele asimmetriche pur dovendosi entrambe accontentare di far da damigelle d’onore sul podio il cui gradino più alto è occupato dalla tedesca orientale Annelore Zinke, ma dove la sfida si fa più incandescente è nelle specialità in cui le due ginnaste hanno il loro rispettivo punto di forza, vale a dire la trave (Korbut) ed il corpo libero (Tourischeva).

Alla trave, dove fa la sua prima apparizione ad alto livello la 17enne Nellie Kim che avrà poi modo di affermarsi negli anni a seguire, la vittoria giunge a sorpresa per la Tourischeva, che sopravanza la Korbut di 0,200 punti (19,725 a 19,525), e ribadisce il suo stato di grazia al corpo libero, dove stavolta la Korbut nulla può nella “finale in famiglia” (con cinque ginnaste sovietiche ai primi cinque posti), nonostante totalizzi 19,600 punti, non sufficienti a contrastare i 19,775 della oramai “veterana” Tourischeva.

Giunta alla soglia dei 24 anni, la Tourischeva desidera concludere la propria attività agonistica sullo stesso scenario del suo idolo giovanile ammirato otto anni prima a Città del Messico, e cioè partecipando alla sua terza Olimpiade a Montreal 1976 dove, in effetti, si registra un passaggio del testimone del tutto simile a quanto avvenne nell’edizione in altura, poiché stavolta è una ragazzina di non ancora 15 anni, la leggendaria rumena Nadia Comaneci, a raccoglierne l’eredità.

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Tourischeva nell’esercizio a corpo libero a Montreal 1976 – da gettyimages.com

E come aveva cominciato otto anni prima, con l’oro nel concorso a squadre, allo stesso modo la Tourischeva conclude, con la medesima medaglia (frutto dei suoi 78,250 punti, a pari merito con la Kim, e dei 77,950 di una Korbut che sale sul podio solo alla trave nelle gare individuali), cui però stavolta unisce, a differenza dell’iniziale esperienza, il bronzo nel concorso generale individuale ed altri due argenti, al volteggio ed al corpo libero, in entrambi i casi preceduta dalla connazionale Nellie Kim che deve ottenere addirittura un “10” per consentirle di superarla di stretta misura (19,850 a 19,825) vedendo così sfumare l’oro al corpo libero per l’inezia di 0,025 punti in due consecutive edizioni dei Giochi.

Campionessa in tutto, anche di sportività, tanto da congratularsi personalmente con la Comaneci alla cerimonia di premiazione dopo il concorso generale individuale ancor prima di ricevere le medaglie, la Tourischeva è l’ultima ad aver lasciato un’impronta di grazia, eleganza e femminilità in una disciplina che ha poi conosciuto l’esplosione delle ginnaste/bambine e l’applicazione più della forza e della potenza nell’esecuzione dei vari esercizi.

Calato il sipario sull’attività agonistica, l’anno seguente la Tourischeva convola a nozze con un altro atleta simbolo dell’ex Urss, vale a dire il velocista Valery Borzov bicampione olimpico sui 100 e 200 metri a Monaco 1972, restando comunque sempre nell’ambito della ginnastica, in cui ha svolto incarichi di tecnico, giudice e dirigente della Federazione ucraina dopo la disgregazione dell’impero sovietico, portando una delle sue allieve, Lilya Podkopayeva, all’oro nel concorso generale individuale ai Giochi di Atlanta 1996, nonché – e con un’insegnante del genere vi erano pochi dubbi al riguardo – a quella medaglia a lei sfuggitale da atleta, vale a dire l’oro al corpo libero.

Nel 1998 Ludmilla Tourischeva viene inserita nella “International Gymnastic Hall of Fame“: che dite, se lo sarà meritato? Personalmente propendo per il sì…

1998, L’ITALIA DI DAVIS DALL’IMPRESA DI MILWAUKEE ALLA FINALE CON LA SVEZIA

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Nargiso e Gaudenzi in trionfo – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Dimentichiamo per un attimo l’Italia di Nicola Pietrangeli, Orlando Sirola e Sergio Tacchini, che si arrese nella doppia finale con l’Australia, 1960 e 1961; liberiamo il campo dalla nostalgia per i moschettieri azzurri, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, che trionfarono nel Cile insanguinato di Pinochet nel 1976 per poi guadagnare l’atto conclusivo nel 1977, 1979 e 1980 per cedere il passo all’Australia ancora, agli Stati Uniti di McEnroe e alla Cecoslovacchia del giovane Lendl… insomma, volgiamo lo sguardo al recente passato e celebriamo come è giusto che sia l’ultima Italia capace di raggiungere la finale di Coppa Davis, anno del Signore 1998.

Già, proprio Paolo Bertolucci, trait d’union tra il prima e il dopo, tra l’ultima Nazionale a far sognare l’insalatiera d’argento esercitando la specialità del doppio accanto all’amico Adriano Panatta, stella di quella nidiata di campioni e prima di lui guida tecnica dalla panchina, e quella che ha da difendere le due ultime semifinali del 1996 e del 1997, sconfitta prima 3-2 a Nantes dalla Francia e poi 4-1 a Norrkoping dalla Svezia vincitrice in finale con gli Stati Uniti. Appunto, Stati Uniti e Svezia, tenete a mente queste due squadre, le ritroveremo nel corso della competizione e saranno due sfide destinate ad entrare nell’almanacco del tennis bianco-rosso-verde.

Capitan Bertolucci ha dalla sua una buona dose di fortuna, occorre dirlo, se è vero che l’urna accoppia all’Italia, per il primo turno da giocarsi dal 3 al 5 aprile, l’India, con il fattore campo a favore e la scelta della sede dell’incontro che ricade su Genova. La vittoria, 4-1 infine, è garantita da Andrea Gaudenzi, che al venerdì batte Prahlad, mettendo così una pezza al rovescio di Davide Sanguinetti con Bhupathi, triplice 6-4, per poi assicurare il terzo punto la domenica con il numero uno avversario, e dal doppio formato dallo stesso Gaudenzi e Diego Nargiso, che si impongono 6-3 6-4 3-6 6-3 alla coppia Bhupathi/Syed, non proprio due spauracchi, ipotecando così la qualificazione al turno successivo.

Bertolucci ha messo in piedi una squadra solida, coesa, che fa dello spirito di gruppo il suo marchio di fabbrica. Tutti per uno ed uno per tutti, magari in contrasto con la dirigenza ma ben compattati attorno al capitano-non giocatore. Il faentino Andrea Gaudenzi è la stella di prima grandezza, un giocatore che da junior aveva lasciato intravedere un futuro luminosissimo con i trionfi, nel 1990, a Parigi e New York, per poi invece pagare pesante dazio all’enorme pressione su di lui riposta al momento del passaggio al professionismo. La caduta agli inferi e la risalita verso una carriera più che dignitosa erano state il frutto del lavoro svolto alla scuola dell’austriaco Ronnie Leigteb, mentore dell’ex-numero 1 del mondo Thomas Muster, ed ora Gaudenzi è puntualmente lì dove le attese lo avevano annunciato, ovvero almeno il miglior prodotto tennistico italiano. Accanto a lui uno spezzino, Davide Sanguinetti, giunto tardi alla notorietà, costruitosi con l’esperienza americana alla Harry Hopman Academy in Florida ed ormai avviato a sostituire Renzo Furlan nel ruolo di secondo singolarista. L’uno, Gaudenzi, dal gioco massiccio che ben si sposa con la terra battuta l’altro, Sanguinetti, abile nel colpire d’anticipo e particolarmente adatto alle superfici rapide. Assieme a loro, il talento mancino ed incostante di un altro ragazzo che da giovincello aveva fatto sperare in ben altri risultati, il napoletano Diego Nargiso, veterano e chioccia del gruppo ma ancora ottimo doppista. Oltretutto, il che non guasta, perfettamente in sintonia con il clima di Coppa Davis.

Insomma, una volta risolta la pratica India, dal 17 al 19 luglio ci si sposta a Prato, sempre sull’amata terra rossa, e l’avversario, ancora una volta, è quanto meno abbordabile. Tocca infatti allo Zimbabwe dei fratelli Black, Byron e Wayne, stabilmente tra i primi cento giocatori del ranking, ma scarsamente predisposti al gioco sul rosso. Già la prima giornata è sufficiente a certificare la disparità di forze, Gaudenzi ha vita facile con Wayne, 6-3 6-3 6-4, Sanguinetti non tradisce le attese con Byron, 6-3 6-3 6-0, e il doppio del sabato, con Andrea e Diego a battere i fratelli Black in quattro set, dopo aver perso il primo, rende platonici gli ultimi singolari della domenica. 5-0, e in un tabellone che vede Svezia e Germania avanzare alle semifinali nella parte alta, offre invece all’Italia, ancora tra le quattro migliori esattamente come nelle due ultime edizioni, l’ostacolo Stati Uniti. Da affrontare in trasferta, oltre Oceano, a Milwaukee, dal 25 al 27 settembre.

E qui si scrive una pagina storia di tennis tricolore. Certo, sul cemento indoor che tanto piace agli americani non ci sono Sampras e Agassi, numero 1 del mondo e il suo sfidante più accreditato, ma l’esperienza di Todd Martin, scivolato al numero 28 del ranking, e la giovanile esuberanza di Jan-Michael Gambill, numero 50, sembra sufficiente a garantire alla squadra di casa i favori del pronostico. La Coppa Davis, lo sappiamo, invece ama sottrarsi a quelle che sono le gerarchie stabilite a tavolino, e i ragazzi in maglietta azzurra compiono l’impresa. Sono infatti sufficienti 48 ore per spengere gli ardori stelle-e-strisce, con Gaudenzi che risolve a sua favore due delicatissimi tie-break per imporsi infine in quattro set a Gambill e Sanguinetti, forse alla miglior recita in carriera con la Nazionale, che annienta Martin, uno pur sempre capace di giungere a due finali Slam, seppur perdute, 7-6 6-3 7-6. Quando poi Gaudenzi e Nargiso, mai così ispirati, vanno avanti 6-4 7-6 con Gimelstob/Martin, si fanno riagganciare 7-5 6-3, infine chiudono 6-3 al parziale decisivo, la settima finale di Coppa Davis per l’Italia è un dato acquisito.

L’atto conclusivo, dal 4 al 6 dicembre, ha come teatro il Forum di Assago e i suoi 15.000 scatenati sostenitori del clan Italia. L’ostacolo è di quelli tosti, la Svezia detentrice del titolo e finalista in quattro delle ultime cinque edizioni, ma è altresì vero che la squadra scandinava è battibile nei due singolaristi, Magnus Gustafsson numero 31 e Magnus Norman numero 52, rimanendo invece fortissima e favorita nella coppia di doppio composta da Bjormann e Kulti. Si gioca su una terra battuta indoor che più lenta non si può, ed i primi a scendere in campo sono Gaudenzi e Norman, numero 1 d’Italia contro numero 2 di Svezia. Le prospettive si sbilanciano a favore dell’azzurro, ed in effetti il beniamino del pubblico milanese fa gara di testa, vincendo primo e terzo set, 7-6 6-4, perdendo invece secondo e quarto parziale, 7-6 6-3. La sfida è interminabile ed estenuante, ma pare volgere a favore di Andrea che sul 6-5 del set decisivo serve per il match. A questo punto fa capolino l’ospite inattesa, e pure tremendamente sgradita, la sfiga, che la combina grossa: al momento della battuta il tendine della spalla destra di Gaudenzi, già martoriata nelle settimane precedenti al punto che il faentino era stato costretto all’inattività dopo la semifinale di settembre per sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico, cede di schianto. L’urlo in mondovisione raggela i presenti, blocca lo sfortunato tennista costretto al ritiro e di fatto consegna alla Svezia, che in maniera del tutto anomala incamera il primo punto, l’insalatiera d’argento.

Perchè poi Gustafsson smaschera le incertezze di Sanguinetti su terra battuta, infliggendo al nostro una severa lezione, 6-1 6-4 6-0, e il doppio del sabato, con Bjorkmann e Kulti che con un altrettanto eloquente 7-6 6-1 6-3 superano Nargiso e Sanguinetti, strappa la Coppa Davis al sogno azzurro di dar seguito ai “ragazzi del 1976” e prende la strada della Scandinavia. Direzione Stoccolma.

EDDY OTTOZ, L’OSTACOLISTA SENZA RIVALI IN EUROPA

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Eddy Ottoz – da flickr.com

articolo di Giovanni Manenti

C’era una volta“, è questo l’incipit con cui da bambini ascoltavamo le fiabe che ci venivano raccontate e che, in età adulta, abbiamo magari dovuto raccontare noi ai nostri figli se non addirittura ai nostri nipotini.

Da troppo tempo, purtroppo, il “c’era una volta” si addice ai fasti di un’atletica leggera in cui l’Italia la faceva da protagonista ed oggi, viceversa, deve attaccarsi ai garretti logori ed usurati di quell’immenso triplista che risponde al nome di Fabrizio Donato, ultimo in ordine di tempo a conquistare una medaglia olimpica con il bronzo ai Giochi di Londra 2012 dopo l’oro agli Europei di Helsinki nella medesima stagione, ed ancora in grado quest’inverno, a 40 anni suonati, di salire sul podio ai Campionati Europei indoor di Belgrado.

Per ritrovare una medaglia d’oro a livello continentale in pista nel settore maschile, dopo i successi di Gianmarco Tamberi nel salto in alto ad Amsterdam 2016 e di Daniele Meucci e Stefano Baldini nella maratona (rispettivamente a Zurigo 2014 e Goteborg 2006, quando doppia l’oro di Budapest 1998), nonché di Schwazer nella 20 km. di marcia a Barcellona 2010, bisogna addirittura risalire ai trionfi di Andrea Benvenuti sugli 800 metri e di Alessandro Lambruschini sui 3000 siepi alla rassegna di Helsinki 1994, ben oltre 20 anni fa.

Il “c’era una volta” citato in premessa intende però in questo articolo riferirsi alla crisi nella specialità degli ostacoli, che nel corso degli anni ’60 era, viceversa, terreno di conquista da parte dei nostri atleti, sia sugli ostacoli bassi, vale a dire i 400, che sulla più corta distanza dei 110, dove l’altezza è posta a m.1,067 (pari a 3 piedi e 6 pollici), rispetto ai 762 millimetri (pari a 2 piedi e 6 pollici) del giro di pista.

La dimostrazione della validità del movimento la si ha in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, dopo che agli Europei di Belgrado di due anni prima Salvatore Morale si aggiudica l’oro sui 400 ostacoli eguagliando in 49″2 il primato mondiale dell’americano Glenn Davis, mentre sulla più corta distanza è Giovanni Cornacchia a salire sul podio cogliendo l’argento in 14″ netti, in una finale in cui si piazza quinto l’altro azzurro Giorgio Mazza con 14″3.

Dicevamo di Tokyo, appunto, edizione dei Giochi in cui gli atleti azzurri riescono nell’impresa – mai verificatasi in passato ed altrettanto più realizzata in futuro – di piazzare ben tre finalisti (Eddy Ottoz ed i citati Cornacchia e Mazza) sui 110 ostacoli ed altri due (il ricordato Morale e Roberto Frinolli, che poi diverranno cognati) sul giro di pista.

Ed ecco che entra prepotentemente in scena il protagonista della nostra storia, vale a dire il valdostano Eddy Ottoz, pur se nato in Francia, in Costa Azzurra (a Mandelieu-la-Napoule, per la precisione) ad inizio giugno 1944, colui che è stato e continua ad essere il più valido esponente italiano sugli ostacoli alti, ma andiamo per ordine.

E mentre il 16 ottobre 1964, nella gara dei 400 ostacoli, Salvatore Morale tiene alto l’onore del paese occupando il gradino più basso del podio, giungendo spalla a spalla in 50″1 con il britannico John Cooper, argento nella gara vinta con facilità dal primatista mondiale americano Rex Cawley con 49″6 (e dove Frinolli giunge sesto in 50″7), due giorni dopo è in programma la finale dei 110 ostacoli, alla quale, come detto, vengono ammessi tutte e tre i nostri portacolori, pur se è proprio Ottoz ad incontrare le maggiori difficoltà, giungendo quarto in 14″1 (14″12 elettronico) nella seconda semifinale, peraltro la più impegnativa, data la presenza dei due americani Lindgren e Jones, ed in cui si piazza secondo Cornacchia.

Poco più di 90 minuti sono però sufficienti per Ottoz per recuperare concentrazione ed energie, pur essendo condizionato dalla pioggia battente che non gli consente di indossare gli occhiali a lui necessari per la miopia che lo affligge, e la finale lo vede lottare sin sul filo di lana per un posto sul podio, fallito in 13″84 per soli 0″10 e 0″06 centesimi rispetto all’argento di Lindgren (13″74) ed al bronzo di Mikhaylov (13″78), nella gara vinta da Hayes in 13″67.

Esperienza quanto mai utile per Ottoz, considerata la giovane età di appena 20 anni, che ne fa tesoro al ritorno in Europa e, dopo essersi aggiudicato l’oro alle Universiadi di Budapest 1965, è pronto a ritornare sulla pista della capitale magiara in occasione dell’appuntamento principale dell’anno successivo, vale a dire i Campionati Europei.

Ottoz, al pari dei ricordati Morale e Frinolli, ha avuto anche la fortuna di incontrare un maestro del calibro di Sandro Calvesi, con il quale il connubio è divenuto talmente stretto da diventarne il genero, avendone sposato la figlia Lyana, ma – questioni familiari a parte – i suoi insegnamenti, soprattutto per affinarne il superamento degli ostacoli, sono stati decisivi per i risultati poi ottenuti, in quanto il valdostano era preso ad esempio a livello internazionale per la sua eccellente tecnica, con la quale ovviava ad una non esaltante velocità di base, essendo cronometrato in 10″7 sulla distanza dei 100 metri piani.

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Ottoz, a destra nella foto, assieme al tecnico Calvesi e ad Enio Preatoni – da calvesi.it

E, proprio per cercare di migliorare in questo fondamentale, Ottoz prende parte a marzo 1966 ai Campionati Europei indoor di Dortmund, facendo suo l’oro in 7″7 davanti al britannico Mike Parker ed al tedesco Hinrich John, pronosticati come suoi temibili avversari in occasione della rassegna outdoor.

E ad inizio settembre, ancora una volta i protagonisti dei 110 ostacoli si trovano a disputare le batterie nella giornata in cui si disputa la finale sugli ostacoli bassi e l’Italia può bissare il successo di quattro anni prima a Belgrado, pur cambiando il nome del vincitore, che risponde ora al nome di Roberto Frinolli, il quale fa sua la gara in 49″8 precedendo nettamente il tedesco Lossdorfer, che conclude in 50″3.

Una bella iniezione di fiducia per il clan azzurro e di ulteriore stimolo per Ottoz che non vuol essere da meno del compagno e, difatti, il giorno dopo, 3 settembre, si presenta ai blocchi di partenza della finale – che, come a Tokyo allinea altri due italiani, Cornacchia e Sergio Liani – nelle vesti di favorito, avendo realizzato il miglior tempo in semifinale con 13″7.

Sorteggiato in seconda corsia, con il campione uscente e bronzo olimpico Mikhaylov alla sua sinistra alla corda, allo sparo Ottoz prende decisamente la testa della gara con un ritmo omogeneo che lo porta ad abbattere dolcemente il terzo ostacolo, essere cronometrato in 6″4 al quarto ed in 11″7 al decimo per andare a trionfare ripetendo il medesimo tempo di 13″7 della semifinale, lasciando a debita distanza il temuto tedesco John ed il più quotato francese Marcel Duriez (già sesto a Tokyo), che si classificano nell’ordine pur essendo accreditati del medesimo crono di 14″0, con Mikhaylov, quarto, ad abdicare in 14″1 e gli altri due azzurri, Cornacchia e Liani, rispettivamente quinto e sesto.

En plein per il tecnico Calvesi – con i suoi due “pupilli” Ottoz e Frinolli capaci di aggiudicarsi rispettivamente per 5 (consecutivamente dal 1965 al 1969) e 6 (dal 1963 al 1966 e poi nel 1968 e 1969) volte il titolo di Campione Italiano delle loro singole specialità – ed obiettivo puntato verso i Giochi di Città del Messico 1968 e gli Europei di Atene 1969.

Appuntamenti ai quali Ottoz si prepara affinando sempre più la velocità con il secondo oro consecutivo alla rassegna continentale indoor di Praga 1967, dove fa sua la gara dei 50 ostacoli in 6″4, per poi riscattarsi del quarto posto di Tokyo 1964 conquistando sulla medesima pista il suo secondo alloro alle Universiadi 1967 in 13″9 e quindi salendo per la terza volta sul gradino più alto del podio ai Campionati Europei Indoor di Madrid 1968, edizione in cui copre i 50 ostacoli in 6″52, con un vantaggio imbarazzante sul tedesco Nickel.

E’ ottimista Calvesi, sa che i suoi due ragazzi non lo deluderanno, presentandosi in forma e ben allenati all’appuntamento clou della loro carriera, e le sue previsioni sono ancor più confortate quando il 14 ottobre Frinolli si aggiudica la prima delle due semifinali dei 400 ostacoli eguagliando il record italiano di Morale con 49″2, buon segno in vista dell’atto conclusivo dell’indomani, dove, però paga un dazio enorme all’altitudine ed al tentativo di tener testa all’inglese Hemery, il quale va a trionfare distruggendo in 48″1 il record mondiale, mentre l’azzurro cede di schianto nel rettilineo finale, concludendo in un amaro ottavo ed ultimo posto.

Problemi di altitudine che certo non riguardano una distanza breve come i 110 ostacoli, dove però c’è da confrontarsi con il trio americano uscito dai Trials e composto da Davenport (il quale vuole riscattarsi dopo l’uscita per infortunio a Tokyo), Ervin Hall e Leon Coleman, mentre il resto della compagnia, composto da europei, è pienamente alla portata di Ottoz.

Il quale, memore degli insegnamenti di Calvesi, ha un elevato senso di autocritica rispetto alle proprie prestazioni, in specie per ciò che concerne la partenza e la tecnica di superamento delle barriere e, nonostante si qualifichi per la finale vincendo la propria batteria in 13″5 e replicando lo stesso tempo in semifinale, battuto da Hall che corre in 13″3, non è affatto soddisfatto delle sue prove, soprattutto delle partenze, da lui stesso giudicate lente ed inadeguate se vuol puntare all’oro.

Nelle due ore (dalle 15 alle 17 locali) che distanziano le semifinali e la finale del 17 ottobre 1968, Ottoz riordina le idee ed i muscoli grazie al fedele massaggiatore Palombini, presentandosi ai blocchi di partenza in terza corsia, con Davenport a fianco in quarta, mentre gli altri due “colored” Usa, Hall e Coleman, si schierano rispettivamente in sesta e settima corsia.

La gara è lunga 110 metri, ma si risolve subito in avvio, allorquando Ottoz, nel tentativo di emulare lo scatto bruciante di Davenport arriva con le anche troppo basse sul primo ostacolo (errore tecnico!) che consente all’americano di guadagnare quel mezzo metro di vantaggio che mantiene sin sul traguardo andando a trionfare in 13″33, mentre il tentativo di rimonta di Ottoz si ferma sul gradino più basso del podio, sfuggendogli per soli 0″04 centesimi l’argento, appannaggio di Hall in 13″42 rispetto al 13″46 dell’azzurro, e pazienza se sia l’unico ad evitare la tripletta Usa e che il tempo rappresenti un record italiano che resterà imbattuto per ben 26 anni.

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Ottoz (n. 515) nella finale dei 110 ostacoli di Città del Messico 1968 – da alchetron.com

Ottoz sa che ha sprecato l’occasione della vita, ma riesce a farsene una ragione – “gli ostacoli sono messi lì apposta per crearne degli altri…, riferisce poi filosoficamente in sala stampa – e comunque il suo bronzo resta in ogni caso l’unica medaglia olimpica conquistata da un italiano sui 110 ostacoli e poi c’è un titolo europeo da difendere, l’anno successivo ad Atene.

Senza americani, e con il fatto che anche la finale olimpica lo aveva incoronato nuovamente come miglior europeo, dato che degli altri quattro finalisti del Vecchio Continente il migliore, il tedesco Trzmiel, si era piazzato quinto ad oltre 0″2 decimi di distacco, l’obiettivo è tutt’altro che irrealizzabile, anche se i britannici – quei simpaticoni – schierano sulla più breve distanza due specialisti degli ostacoli bassi, vale a dire Alan Pascoe – che in realtà si cimenterà sul giro di pista in epoca successiva – e nientemeno che il primatista mondiale e già ricordato David Hemery, cui si unisce una giovane promessa transalpina, un 18enne di belle speranze che risponde al nome di Guy Drut.

Esperienza contro rinnovamento, verrebbe da dire, ed Ottoz è ben intenzionato a far valere la prima, imponendosi sia in batteria che in semifinale con il medesimo tempo di 13″8, superando nella seconda circostanza Pascoe, accreditato di 14″0, mentre la seconda serie vede Hemery precedere Drut, pur essendo entrambi cronometrati con lo stesso tempo di 13″8.

Non ci sono margini per il resto dei finalisti, il quartetto uscito dalle eliminatorie è quello destinato a giocarsi le medaglie, con uno di loro a rimanere ai margini del podio ed Ottoz, al suo passo d’addio, non sbaglia assolutamente nulla, imponendosi d’autorità con tanto di record dei Campionati in 13″59, lasciando il duo britannico a debita distanza con Hemery argento in 13″74 e Pascoe bronzo in 13″94, mentre Drut è non meglio che quarto in 14″08, ma avrà modo di rifarsi in seguito.

Cala così il sipario sull’attività agonistica del più grande specialista italiano di ogni epoca sugli ostacoli alti, senza nulla togliere alle più che dignitose carriere di Sergio Liani e Giuseppe Buttari – entrambi per due volte finalisti agli europei – che gli sono succeduti, avendo poi il piacere (non da poco per un padre) di vedere il proprio record italiano migliorato, a 26 anni di distanza, dal figlio Laurent, il quale a fine agosto 1994 copre i 110 ostacoli in 13″42, dopo aver raggiunto la semifinale due anni prima alle Olimpiadi di Barcellona 1992 per poi dedicarsi ai 400 ostacoli, dove ai Giochi di Atlanta 1996 viene eliminato in semifinale pur stabilendo in 48″52 il primato italiano, dopo aver migliorato, il 31 maggio 1995 a Milano, il primato mondiale sulla poco usuale distanza dei 200 ostacoli con 22”55, gara che aveva sempre affascinato il padre.

In una cosa Laurent ha superato papà Eddy, e cioè nel numero di titoli italiani vinti, ben 10 (di cui quattro sui 110 ostacoli – 1990, 1991, 1992 e 1994 – e sei sui 400 ostacoli – 1995, 1997, 1998, 1999, 2001, 2002), ma se lo chiedete ad Eddy, vi sentirete rispondere che ai suoi tempi c’era una maggior concorrenza, anche solo in patriarcale.

Ah, già, dimenticavamo, “c’era una volta

BORUSSIA-WERDER BREMA 1971, IL PALO CHE CAMBIO’ IL CALCIO TEDESCO

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Un tentativo di rimettere in piedi la porta – da spiegel.de

Il 3 aprile 1971 la Germania è teatro di una sfida calcistica destinata a cambiare la storia dello sport del pallone. È in atto la 27esima giornata della Bundesliga e il Borussia Monchengladbach, in piena corsa per confermare il titolo conquistato l’anno prima, ha bisogno di vincere contro il Werder Brema, squadra che naviga a metà classifica. A pochi minuti dal termine, decisamente a sorpresa però, il risultato è bloccato sulla parità, 1-1, in virtù di un’autorete di Koppel al 7′ e il pareggio firmato da Hasebrink al 16′. Un insuccesso, che in caso di conferma al triplice fischio finale, consentirebbe al Bayern di rimanere in corsa per il Deutsche Meisterschale, il trofeo assegnato a chi si impone in campionato e che per la squadra bavarese sarebbe il secondo dopo quello messo in bacheca nel 1969.

Corre il minuto 88 e viene fischiata una punizione in favore del Monchengladbach. Al tiro si presenta Netzer, il più talentuoso dei suoi, seppur il Borussia annoveri tra le sue file altri campioni, Heynckes, Vogts e Bonhof su tutti. Il biondo centrocampista della Nazionale scaglia un missile verso la porta difesa da Bernard, che si oppone alla fucilata ma va a sbattere contro il palo. Sulla respinta si avventa Laumen per ribadire il pallone in porta, ma è troppo veloce: liscia la palla e si impiglia nella rete proprio vicino al palo appena colpito da Bernard. Patatrac. Troppi impatti, la porta non regge l’urto e crolla. L’arbitro Meuser, alla quarta direzione in Bundesliga, prova a rimetterla in piedi, aiutato in questo dai volenterosi giocatori del Werder, ma ogni sforzo risulta vano.

Al contrario gli atleti del Monchengladbach, padrone di casa, non sembrano avere grande interesse nel risolvere il problema. Ed il motivo è palese. Non avendo i dirigenti a disposizione un palo di riserva, i giocatori si limitano ad osservare arbitro e avversari provare a sistemare la porta. La partita viene sospesa a soli 120 secondi dalla sua conclusione e a differenza di quel che accade oggigiorno, all’epoca le gare interrotte venivano ripetute dall’inizio. Un bel colpo per il tecnico Weisweiler e i suoi ragazzi, che avrebbero quindi nuovamente 90′ per vincere la partita e non solo pochi secondi per sbloccare un risultato che li penalizza. Questo lo sanno bene. L’arbitro Meuser però riporta nel referto la scarsa collaborazione dei giocatori di casa e il giudice sportivo, qualche settimana dopo, assegna la vittoria a tavolino al Werder Brema, 2-0.

Apriti cielo. Scoppia lo scandalo. Ad approfittarne è il Bayern, quel giorno sconfitto anch’esso a Kaiserslautern, 2-1, che resta in corsa per il titolo, ad un solo punto dagli avversari, 37 contro 38. Il sospetto è che si voglia favorire il club bavarese, che proprio in quegli anni sta cominciando la sua ascesa, forte di fuoriclasse del calibro di Beckenbauer, Gerd Muller, Sepp Maier. Le società tedesche colgono l’occasione al balzo e decidono che da lì in poi si giocherà solo con i pali in alluminio. E questa è un’innovazione senza precedenti. Così come è storia che il Monchengladbach vincerà ugualmente il titolo all’ultima giornata, prima a riuscirci per due anni di seguito, quando il Bayern, che condivide la testa della classifica con i renani ma ha una miglior differenza reti, perderà inopinatamente a Duisburg, 2-0 per una doppietta di Budde, ed il Borussia passerà di quaterna a Francoforte, con due reti di  Jupp Heynckes e due sigilli di Netzer e Koppel.

Da quel giorno quel famoso palo è ancora custodito nel museo del club, mentre Laumen, uno capace nondimeno di segnare 121 reti in 267 partite di Bundesliga, è per tutti “spacca porta“. E il Borussia Monchengladbach, dopo la porta frantumata, conoscerà l’anno dopo anche il “fattaccio della lattina” nel match di Coppa dei Campioni con l’Inter… ma questa è un’altra storia e ne riparleremo, è una promessa.

LA TRIPLETTA SUI MURI DELLE FIANDRE DI JOHAN MUSEEUW

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La vittoria di Museeuw nel 1995 – da cyclingweekly.com

articolo di Nicola Pucci

Quassù, dove il ciclismo è religione, anzi meglio visto che non semina morte; quassù, dove si nasce e si cresce a birra e pedivelle; quassù, dove nei locali fumosi si contratta se l’uomo del pavè possa considerarsi “il cannibale” Eddy Merckx o “monsieur Roubaix Roger De Vlaeminck; ecco, tra queste lande grigie, spettinate dal vento, disseminate di viottoli che si arrampicano su per muri dalle pendenze micidiali si sono dati battaglia i giganti della strada. Benvenuti, cari amici del ciclismo, alla Ronde van Vlaanderen, ovvero il Giro delle Fiandre, che per i belgi, e magari ormai non solo loro, vale più di un campionato del mondo.

Chiedete a Johan Museeuw, ad esempio, che fece tripletta, storica, divenne un eroe ed andò a sedersi a fianco di chi prima di lui era riuscito nell’impresa. Come Achiel Buysse, che si spaccò il cranio abbandonando la carriera nel 1948 ma scampò all’orrore delle Seconda Guerra Mondiale, e in quegli anni tragici, 1940, 1941, 1943 si impose da dominatore; come Fiorenzo Magni, primo ed unico a triplicare in successione, 1949/1950/1951, meritandosi l’etichetta di “leone delle Fiandre“; come Eric Leman, fiammingo di seconda fascia che quasi nessuno ricorda ma ebbe l’ardire di trionfare, 1970/1972/1973, quando la concorrenza si chiamava Merckx, De Vlaeminck e Goodefroot, mica corridori da ridere. Boonen e Cancellara sono storia recente, hanno fatto altrettanto, ma in attesa che qualcuno cali il poker rendiamo onore al campione di Vaersenare, classe 1965, che non a caso merita un posto tra gli specialisti più grandi delle corse di un giorno.

Museeuw, che ha tempra di combattente indomito (e lo dimostrerà su qualche pietra più lontano, a Roubaix, demolendosi un ginocchio ad Aremberg compromettendo la carriera e pure rischiando la buccia, per poi tornare e domare quel traguardo altre due volte) e a queste latitudini va a nozze, si affaccia alla ribalta nel 1989 in maglia ADR, terminando 62esimo al debutto, ritirandosi l’anno dopo, per poi evidenziare una particolare predisposizione, così come un amore da portare a soddisfazione, per il Muur, ovvero il muro di Grammont che in quegli anni, con le sue rampe arcigne, è trampolino di lancio per chi vuol giungere in solitario sul traguardo posto a Meerbeke, chiudendo secondo nel 1991 quando, difendendo i colori della Lotto, si lascia scappare Edwig Van Hooydonck sul Bosberg, ultima difficoltà di giornata, che coglie la seconda vittoria in carriera.

L’approccio è promettente, lasciando immaginare quel che potrà essere il futuro, ma la delusione del 1992, edizione che premia l’audacia di Jacky Durand dopo una fuga-fiume e annota Museeuw non meglio che 14esimo, consiglia Johan a cercar fortuna in altre formazioni che possano supportarlo nel suo sogno di far sua la Ronde. Detto, fatto, per due anni il belga si accasa alla GB-MG Boys, e il 4 aprile 1993 è l’occasione giusta per cogliere la prima vittoria. Museeuw, fasciato nella maglia di campione del Belgio, stavolta non sbaglia una mossa, sempre all’avanguardia del gruppo, per esser poi presente nel plotoncino di otto attaccanti che a 68 chilometri dal traguardo prende cappello e va a giocarsi la vittoria. Tra questi ci sono i due belgi Van Hooydonck e Sergeant, l’olandese Maassen, Maurizio Fondriest che è reduce dal trionfo alla Milano-Sanremo e porta la casacca di leader della classifica di Coppa del Mondo che farà sua a fine anno, Maximilan Sciandri che ha passaporto britannico, Dario Bottaro della Mecair e Franco Ballerini che di Museeuw è compagno di squadra. Johan è scatenato, sbaraglia la concorrenza a Brakel e solo Maassen tiene la ruota, non collaborando nel finale perchè in un arrivo in volata sarebbe battuto. E volata sia, Museeuw la prende di testa, la conduce lungo le transenne, infine si impone di potenza a braccia alzate. Il tabù è infranto e il Giro delle Fiandre accoglie il suo campione prediletto.

Che l’anno dopo, 1994, è il favorito d’obbligo e nel quartetto che si presenta sul rettilineo d’arrivo, dopo esser caduto sul Vecchio Kwaremont ed esser stato costretto ad un lungo inseguimento, a giocarsi la vittoria pare il più veloce, ma deve masticare amaro, per l’inezia di 7 millimetri, perchè lo beffa il miglior Bugno mai visto da queste parti. Museeuw cova vendetta, e il  2 aprile 1995 il raddoppio è forse il più agevole del trittico fiammingo. Johan veste ora i colori della corazzata Mapei, di cui è il capitano riconosciuto per le classiche del nord, una foratura anche stavolta lo costringe a dover rientrare sui primi ma un allungo di Fabio Baldato, a 33 chilometri dalla meta, ispira al belga l’azione decisiva, che rinviene sull’azzurro che si aggancia pur palesando tutta la difficoltà nel tener testa a Johan. Che sul Grammont piazza l’affondo nel tratto al 20% di pendenza, spiana la rampa e si invola a trionfare in beata solitudine, 1’27” prima che lo stesso Baldato anticipi nella volata a due il moldavo Tchmil, che nel frattempo aveva riagganciato l’italiano. E siamo a due.

Il 1996 è l’anno di Bartoli, il “leoncino“, con Museeuw che stavolta è respinto proprio dal Grammont, infine terzo all’arrivo, per poi chiudere in un anonimo 13esimo posto nel 1997 quando porta a spasso i colori dell’iride conquistato a Lugano nel 1996. Ma Buysse, Magni e Leman sono lì ad attendere l’erede, che li appai a quota tre vittorie, e l’ora scocca il 5 aprile 1998. Museeuw fa gioco di squadra con Zanini e Ballerini in casa Mapei, seleziona il gruppo in avanti sul Tenbosse ed ancora lì, nel piccolo centro abitato di Brakel, a 26 chilometri dall’arrivo, sfruttando la strada che si impenna sotto le ruote, saluta tutti e parte da solo. Da solo scala il Grammont, da solo abborda il Bosberg, da solo si presenta a Meerbeke per la tripletta che lo consacra definitivamente, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, principe delle Fiandre.

Il tris è servito, negli anni a seguire, con l’incidere del tempo che passa, Museeuw, che di pavè e muri se ne intende proprio, trova ancora la forza di esser terzo nel 1999, inchinandosi a Van Petegem e il povero Vandenbroucke nella sprint a tre, e addirittura secondo nel 2002, ormai quasi 37enne, quando solo Tafi con un allungo nel finale gli nega la soddisfazione di essere il primo a far quaterna.

La bella storia d’amore tra Museeuw e il Giro delle Fiandre si chiude nel 2004, con un 15esimo posto, ma quel che conta è che lassù, accanto agli eroi del passato che spianarono i muri, Johan c’è. E se vi avventurate nelle locande del posto e chiedete, state certi, vi racconteranno di lui.

LA VITA SPERICOLATA DI “LONG JOHN” CHINAGLIA

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Chinaglia e Maestrelli, coppia vincente – da magliarossonera.it

Articolo di Giovanni Manenti

Credo che pochi calciatori abbiano potuto vantare, nella loro vita, una carriera così turbolenta, costellata da indubbi successi e fama internazionale, ma al tempo stesso segnata da atteggiamenti rissosi ed arroganti, di cui ha poi fatto le spese ad attività agonistica conclusa, con operazioni finanziarie ai limiti – e ben oltre – della legalità nel tentare scalate a vari club pallonari, come il leader della Lazio scudettata nel 1974, il primo nella storia del club biancoceleste, vale a dire il centravanti Giorgio Chinaglia.

Giorgio è costretto a “conquistarsi a morsi” la vita sin da adolescente, in quanto, poco tempo dopo la sua nascita, avvenuta a Carrara il 24 gennaio 1947, i genitori e la sorella maggiore Rita decidono, in quell’Italia dilaniata dai tragici eventi bellici della seconda guerra mondiale, di trasferirsi in Galles dove il padre Mario trova lavoro in miniera ed il piccolo Giorgio è svezzato da nonna Clelia, prima di ricongiungersi egli stesso alla famiglia all’età di 8 anni.

Come ogni buon emigrante nostrano che si rispetti, il padre, con i primi risparmi apre la più classica attività per un italiano all’estero, vale a dire un ristorante sotto l’insegna “Mario’s Bamboo Restaurant” a Cardiff ed il figlio Giorgio, che oltre a frequentare la scuola si diletta anche nel praticare sia il calcio che il rugby (sport nazionale, quest’ultimo, in Galles), dà a propria volta una mano alla sera come cameriere nel locale di famiglia.

Le origini italiane lo fanno propendere più per il calcio, ed all’età di 17 anni, Chinaglia firma il suo primo contratto da professionista con lo Swansea, debuttando il 13 febbraio 1965 nel pareggio interno a reti bianche contro il Portsmouth, sua unica presenza in una stagione che si conclude con la retrocessione del club in terza divisione.

Andata delusa la speranza di poter, l’anno successivo, trovare maggior spazio in prima squadra – saranno solo quattro le presenze, condite dalla sua unica rete realizzata in terra inglese, nella sconfitta esterna per 1-2 a Bounemouth –, Chinaglia inizia a mostrare i segni di insofferenza tipici del suo carattere, inducendo la famiglia a cedere l’attività e tornarsene in Italia per consentire al figlio di prestare il servizio militare e favorirne la carriera da calciatore, che, difatti, prosegue con un anno alla Massese e due all’Internapoli, entrambe militanti in Serie C, ma dove, diversamente a quanto avvenuto oltremanica, viene impiegato con continuità.

Con la fortuna di trovare nella formazione partenopea un compagno con cui legherà il resto della sua carriera in Italia, quale Giuseppe Wilson, e, come allenatore, nel suo secondo anno all’Internapoli, il famoso ex centravanti brasiliano Luis Vinicio che ne affina le qualità tecniche in un fisico possente di m.1,86 per 80 chili, Chinaglia va a segno 14 volte con la squadra che termina il Campionato al terzo posto, con ciò attirando le attenzioni della neopromossa Lazio che lo acquista, unitamente a Wilson, l’estate seguente, quale rinforzo per l’attacco in vista del prossimo torneo di massima divisione.

E l’impatto di Chinaglia con la Serie A italiana, nel 1969, non è assolutamente da disprezzare, con la Lazio che chiude all’ottavo posto ed il centravanti a realizzare 12 reti, quale miglior marcatore per la sua squadra, anche se identica fortuna non ottiene la stagione seguente con i biancocelesti, allenati da Juan Carlos Lorenzo, che retrocedono tra i cadetti e Chinaglia a limitare il proprio bottino di goal a soli 9 centri, cui vanno però aggiunte le 7 reti che consentono alla Lazio, nel giugno 1971, di conquistare la Coppa delle Alpi, tra cui la doppietta nella finale vinta per 3-1 contro il Basilea.

Grandi cambiamenti in vista per il 23enne Giorgio, sia dal punto di vista professionale che privato, in quanto in questa seconda veste convola a nozze con Connie Eruzione (mai cognome si sarebbe adattato meglio al focoso carattere del marito), figlia di un ex sergente americano che si era stabilito in Italia – nonché cugina del giocatore di hockey su ghiaccio Mike Eruzione, autore della decisiva rete che assegnerà agli Stati Uniti la vittoria sull’Unione Sovietica alle Olimpiadi di Lake Placid 1980 – mentre sul campo fa la conoscenza di colui che, a pieno titolo, può considerare il suo secondo padre, e cioè il tecnico pisano Tommaso Maestrelli, reduce da tre ottime stagioni al Foggia, e che assume la guida tecnica dei biancocelesti nell’estate 1971.

Il sodalizio dà immediatamente i suoi frutti, con la Lazio che risale prontamente in A e Chinaglia a vincere la classifica di capocannoniere del torneo cadetto con 21 centri – assieme a Massa ed Abbondanza, firmano in tre 40 delle 48 reti complessivamente realizzate dalla squadra – mettendo le basi della formazione che, con gli innesti di Garlaschelli, Re Cecconi e Frustalupi ed al lancio in pianta stabile nell’undici titolare di un giovane Vincenzo D’Amico, dapprima sfiora lo scudetto nel 1973 e poi lo conquista nel 1974, stagione in cui Chinaglia va a segno per 24 volte quale cannoniere principe della massima divisione e certificando, con la trasformazione di un calcio di rigore alla penultima giornata contro il Foggia, la matematica conquista del tricolore.

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Il calcio di rigore trasformato da Chinaglia che consegna lo scudetto 1974 alla Lazio – da since1900.it

Stagione in cui Chinaglia si rende anche protagonista di due triplette in Coppa Uefa, la prima nel 3-0 all’Olimpico contro il Sion al primo turno, e la seconda nella vittoria casalinga per 4-2 a spese degli inglesi dell’Ipswich Town, inutile per la qualificazione stante lo 0-4 maturato all’andata, ma che porta dietro di sé il negativo risvolto delle intemperanze dei tifosi laziali, con conseguente squalifica per un anno dalle competizioni internazionali da parte della Uefa, il che significa che la Lazio non può partecipare alla successiva Coppa dei Campioni in forza del titolo appena conquistato.

La parabola di Chinaglia in maglia biancoceleste sta per volgere al termine, in relazione all’abbandono della panchina di Maestrelli per gravi motivi di salute – che purtroppo lo condurranno alla morte ad inizio dicembre 1976 – ed al desiderio di ricongiungersi alla moglie, nel frattempo rientrata negli Stati Uniti e dalla quale avrà tre figli, convincendolo ad accettare le offerte dei New York Cosmos per andare a giocare nella NASL.

In quegli anni il “soccer” – come viene chiamato negli Usa per differenziarlo dal loro “vero” football, che si gioca con la palla ovale – cerca di ritagliarsi uno spazio in un panorama sportivo che non lo adora e la scelta delle dirigenze si sposta sull’acquisto di celebrità oramai sul viale del tramonto, da Best a Cruijff, da Deyna ad Eusebio, da Cubillas a Gerd Mueller, per finire alle stelle brasiliane Pelè e Carlos Alberto che militano proprio nella formazione newyorkese, assieme a Franz Beckenbauer.

Con tutti ex campioni di oltre trent’anni di età, è sin troppo logico che un arzillo e potente 28enne come Chinaglia non abbia difficoltà ad affermarsi, tanto più dopo aver dovuto affrontare le rocciose difese nostrane, ed andando talmente a nozze con gli sprovveduti difensori indigeni da trovarsi a realizzare qualcosa come 193 reti in sole 213 gare di “regular season” disputate negli otto anni vissuti negli States, che gli valgono quattro titoli consecutivi di capocannoniere dal 1978 al 1981, cui aggiunge quattro “Soccer Bowl“.

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Esultanza di Chinaglia dopo una delle tante reti realizzate per i New York Cosmos – da goal.blogs.nytimes.com

Già, perché fedeli alla formula degli sport in voga negli Usa, anche nel calcio vengono introdotti i playoff a fine stagione, con la disputa della finalissima alla stessa stregua del football, e Chinaglia è protagonista nel 1977 (vittoria per 2-1 contro Seattle, con una rete), 1978 (vittoria per 3-1 contro Tampa Bay, andando ancora a segno), 1980 (3-0 contro Fort Lauderdale, con una doppietta a suo nome, stagione in cui realizza 18 reti n 8 gare di playoff, compresi 7 centri nell’8-1 contro Tulsa), ed infine, dopo aver perso per 0-1 la finale del 1981 contro Chicago, ottiene il suo quarto ed ultimo titolo l’anno seguente, sconfiggendo per 1-0 Seattle ed ancora grazie ad una sua rete, risultando così l’uomo più decisivo nella storia del club, per poi abbandonare l’attività agonistica nel 1983, potendo contare al suo attivo qualcosa come 320 reti realizzate in sole gare di campionato, cui vanno aggiunte le 50 nelle, peraltro più importanti, partite dei playoff.

Per poter meglio comprendere il cammino post agonistico di Chinaglia, occorre fare un passo indietro e tornare ai suoi trascorsi in Italia, quando il suo carattere scontroso ed irrequieto lo porta a frequenti scontri con i compagni di squadra, i cui dissidi a livello di spogliatoio venivano “saldati” nel corso di epiche sfide nella partitella del giovedì, sapientemente sfruttata da Maestrelli per appianare eventuali dissapori e ritrovare l’unità del gruppo per l’appuntamento domenicale di campionato, così come non passa certo inosservato il “vaffa” rivolto al Commissario Tecnico Valcareggi ai Mondiali di Germania 1974 in occasione della sua sostituzione nella gara d’esordio contro Haiti, peraltro proprio contro l’allenatore che lo aveva fatto esordire il 21 giugno 1972, al termine del torneo cadetto disputato con la Lazio, nell’amichevole di Sofia contro la Bulgaria e conclusa per 1-1 grazie alla rete segnata al debutto da “Long John“.

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Il famoso “vaffa” di Chinaglia dopo la sostituzione con Haiti ai Mondiali 1974 – da storiedicalcio.altervista.org

Quasi sicuramente, nella sua esperienza nella capitale, Chinaglia deve aver avviato alcune frequentazioni poco raccomandabili, poiché altrimenti non si spiega come mai, a carriera appena conclusa – ed oramai da quattro anni cittadino americano a tutti gli effetti – decida di tornare alla Lazio per assumerne la presidenza, nel mentre negli Usa rileva dalla “Warner Communications” parte delle azioni dei New York Cosmos, iniziative entrambe negative per sopraggiunti problemi finanziari, con la NASL a chiudere i battenti nel 1985 e Chinaglia a rassegnare le dimissioni da primo dirigente nel 1986, subentrandogli Gianmarco Calleri.

Esperienza che non si conclude in modo indolore per l’ex centravanti, che nel 1996 si vede condannare dalla giustizia italiana a due anni di reclusione per i reali di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio riconducibili alla gestione della fallita “Fin Lazio“, proprietaria della società biancoceleste.

Da allora in poi, il nome di Chinaglia – nel frattempo separatosi dalla moglie – viene associato più ad eventi giudiziari che non all’attività di commentatore radiofonico che svolge quotidianamente negli States per la “Sirius Satellite Radio” di New York, balzando ai (dis)onori della cronaca, in quanto, dopo aver tentato inutilmente nel 2004 l’acquisto del Foggia, nella primavera del 2006 viene iscritto nel registro degli indagati dalla DDA di Napoli, con l’accusa di aver agevolato l’accusa della camorra e, nell’ottobre del medesimo anno, la Guardia di Finanza richiede un’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti per irregolarità nel tentativo di ottenere il pacchetto di maggioranza della Lazio, contestandogli il reato di riciclaggio per conto del clan camorristico appartenente alla famiglia dei Casalesi.

Ordinanza non eseguita in quanto Chinaglia risiede negli Stati Uniti ed il reato ascrittogli non è tale da includere la richiesta di estradizione, ciò nondimeno i guai con la nostra giustizia per l’ex idolo dei tifosi biancocelesti sono ben lungi dal concludersi, venendo condannato nel novembre del 2007 al pagamento di una multa di 4.2 milioni di €uro su richiesta della Consob, quale responsabile di manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza del riferito organo di controllo in relazione alle voci ad arte messe in giro, e poi rivelatesi false, circa l’intenzione di un gruppo farmaceutico ungherese di rilevare il pacchetto di maggioranza della Lazio,sSocietà che, ricordiamolo, risulta quotata in Borsa.

Non vi è pertanto da stupirsi più di tanto se – dopo essere stato colpito da un nuovo mandato di arresto per riciclaggio nel 2008 – una vita così vissuta sul filo del rasoio abbia determinato uno stato di stress tale da procurargli un infarto che, alcuni giorni dopo un suo ricovero ospedaliero, pone fine alla sua esistenza l’1 aprile 2012 nella sua casa di Naples (ironia della sorte, la traduzione inglese di Napoli, da cui peraltro la città prende proprio spunto), in Florida, all’età di appena 65 anni.

In suo ricordo, i tre figli avuti dalla moglie Connie, hanno dato vita in America alla “Giorgio Chinaglia Foundation“, associazione no-profit che si occupa di dare assistenza ai bambini bisognosi, mentre le sue spoglie riposano a Roma, nel cimitero di Prima Porta, accanto alla tomba del suo maestro Tommaso Maestrelli, il quale da “padre buono” quale è sempre stato nei confronti del suo “Giorgione“, ci piace pensare che lo abbia rimproverato con un affettuoso…  “ma ne valeva proprio la pena?