HARRY GREB, L'”OCCHIO DI VETRO” CHE DEMOLIVA GLI AVVERSARI

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Harry Greb – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

Due categorie tra le tante del pugilato avvincono in particolare, da sempre, gli appassionati della noble art. Pesi massimi e pesi medi. E se la questione tra chi sia il più grande tra Dempsey, Louis, Marciano, Alì e compagnia bella è ancora aperta, altrettanto irrisolta, e magari lo sarà in perpetuo, è la sfida a distanza tra fuoriclasse del guantone del calibro di Sugar Robinson, Monzon e Hagler.

Quel che è certo, tuttavia, è che Harry Greb può competere a pieno titolo per la palma di peso medio più forte di sempre. E se la stampa specializzata lo accreditata della corona, noi ci riserviamo nondimeno la sospensione del giudizio, universale, il che parrebbe logico rapportando campioni di epoche così diverse.

Greb nasce a Pittsburgh il 6 giugno 1894, e la sua carriera professionistica, che si avvia nel 1913 per chiudersi tragicamente nel 1926, è tra le più lunghe e ricche d successi dell’intera storia del pugilato.

The Pittsburgh wildcat“, ovvero “il gatto selvaggio di Pittsburgh“, mezzo tedesco e mezzo irlandese, è figlio di un marinaio che sbarca (è proprio il caso di dirlo) il lunario su vecchie carrette che trasportano carbone e ferro. E trasmette al figlio quel senso di ribellione e quel fuoco d’anima che sempre accompagneranno Harry sul ring. In effetti Greb esprime appieno, con la sua boxe, tutta la violenza e la furia distruttiva tipica di chi è costretto a vivere giorno per giorno, una tempesta pugilistica perfetta per quel corpo perfetto da peso medio, 72 kg., che nondimeno ha l’ardire di affrontare boxeur più pesanti di lui.

Greb è infatti inizialmente campione nord-americano tra i mediomassimi nel 1922, quando batte ai punti per “newspaper decision” (all’epoca il verdetto era espresso dalla stampa) Gene Tunney al termine di una battaglia senza esclusione di colpi, già proprio così, costringendo il futuro campione del mondo dei pesi massimi alla prima e poi unica sconfitta in carriera, obbligandolo pure all’ospedale con una costola incrinata ed il volto troppo simile ad una maschera di sangue. Il duello all’ultima goccia è eletto a “fight of the year“, così come la rivincita dell’anno successivo al Madison Square Garden di New York, stavolta favorevole a Tunney.

L’impeto sul ring di Greb desta sensazione, così come la sua scarsa propensione all’allenamento, tanto da affermare che “il miglior allenamento è battersi sul ring. Se gli avversari sono più pesanti molto meglio, hanno poca velocità e li puoi colpire dove vuoi“. Appunto.

Eppure Greb avrebbe pure un handicap penalizzante per le sue ambizioni di affermazione pugilistica. Già da ragazzo è vittima di un incidente che gli limita la vista dall’occhio destro, ci pensa poi Kid Norfolk, nel corso di un combattimento nel 1921, a decretarne la cecità permanente con un colpo di pollice che detrmina il distacco della retina. Figurarsi se la cosa frena Greb. Anzi, è come gettare benzina sul fuoco di una determinazione e di animus pugnandi senza pari, che si abbatte sui malcapitati che hanno la sventura di trovarsi a portata di tiro del suo destro demolitore.

Violenza e furia agonistica, ma anche qualche scorrettezza nel suo repertorio, ad esempio lasciando andare colpi di striscio che usano i bordi o i lacci dei guantoni per ferire gli avversari, e un’irriverenza così come un orgoglio fuori misura. Ne sa qualcosa Jack Dempsey, che lo ebbe prima come sparring partner nel preparare la sfida al francese Carpentier, e venne messo al tappeto, e poi quando Greb, ormai campione del mondo, rifiutò di allenarlo non accettando soldi perché “nessuno può battere Tunney“.

La strada verso la chance mondiale, curiosamente visto il curriculum quasi immacolato, è però lunga, e solo il 31 agosto 1923 a Greb viene concessa l’opportunità di combattere per la cintura iridata dei pesi medi. Johnny Wilson è l’avversario, che se ne esce sconfitto ai punti, ad onor del vero non del tutto meritatamente, a chiusura di 15 riprese equilibrate che regalano infine a “wildcat” il titolo mondiale. Seppur con qualche livido di troppo.

Ormai guadagnata fama e gloria internazionale, Greb difende la corona a più riprese, surclassando Bryan Downey, superando ancora Wilson, non lasciando scampo a Ted Moore, soprattutto battendo Mickey Walker, che il 2 luglio 1925 al Polo Grounds di New York si arrende per verdetto ai punti in quello che viene eletto, ancora, “fight of the year“.

Ma il tramonto agonistico è prossimo ormai, tocca al mancino nero della Gerogia, Theodore Flowers, diacono battista che distribuisce ai poveri della sua chiesa quel che guadagna con i pugni, interrompere la sequenza di difese vittoriose di Greb. Che si arrende una prima volta al sinistro fulminante dell’avversario il 26 febbraio 1926 in un Madison Square Garden gremito ad assistere al campione che cede il passo alla baldanzosa inventiva dello sfidante. Sei mesi dopo, 19 agosto 1926, stesso avversario e stesso palcoscenico, ma il risultato non cambia di una virgola, seppur stavolta Greb accusi non solo la superiorità pugilistica del “moro“, pure anche l’occhio buono che ormai tanto buono non lo è più.

Conviene farsi vedere da un medico”, e il 22 ottobre 1926, ad Atlantic City, Greb finisce sotto altre mani. Ma stavolta non portano pugni pesanti, bensì trattano il bisturi e proprio da quelle mani, ironia della sote, beffarda e tragica, Harry viene sconfitto. Per sempre.

Aveva 32 anni, Harry Greb, e se qualcuno lo considera il più grande peso medio di sempre, non credo proprio che ci vada troppo lontano.

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