GRAN PREMIO DI MONZA 1971, IL DUELLO A CINQUE PER LA VITTORIA

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L’arrivo vincente di Gethin – da formula1.com

articolo di Brown Galazzi

Il campionato del mondo 1971 iniziò con l’eredità lasciata da Jochen Rindt, campione “postumo” in carica, (caso unico nella storia della Formula 1) deceduto a Monza durante lo svolgimento delle prove del Gran Premio d’Italia, fine settimana tragico che regalò al pubblico una gara intensa, tiratissima e spettacolare vinta da Clay Regazzoni. L’autodromo di Monza (all’epoca senza chicane) aveva caratteristiche tali da rendere estremamente affascinanti le gare, con velocità elevatissime e vari punti in cui, grazie all’aerodinamica dell’epoca, meno evoluta e “problematica” di quella attuale, era possibile tentare attacchi e sorpassi. Serviva coraggio ovviamente: a quella velocità, con quelle vetture, un’uscita di strada poteva essere fatale, come dimostrava la triste storia di Rindt.

Il cammino verso l’iride 1971 aveva un unico protagonista: Jackie Stewart, che dopo il titolo del 1969 aveva trascorso un anno di transizione, in quanto Ken Tyrrell aveva optato per correre con una March, abbandonando di fatto la Matra dopo il rifiuto di quest’ultima di ospitare il Cosworth DFV V8 al posto del proprio V12. La March era in ogni caso una soluzione temporanea in quanto l’abile Ken aveva intuito che con un campione come Stewart poteva tentare di diventare costruttore e infatti schierò due differenti vetture per lo scudiero Cevert e per la “prima punta” scozzese, con risultati straordinari: Stewart sbaragliò la concorrenza ottenendo cinque vittorie e un secondo posto nelle prime sette gare, potendo affrontare il finale di stagione con serenità nell’attesa di celebrare il secondo titolo in carriera.

Il Gran Premio d’Italia in quell’anno godeva quindi di pochi spunti per quanto riguarda la “suspence” che accompagnava la lotta per l’iride, in quanto Peterson all’Osterreichring non aveva ottenuto punti, consegnando il titolo nelle mani di Stewart, ma il foltissimo pubblico di Monza, accorso in massa all’autodromo, era destinato ad assistere ad una gara tra le più belle di tutti i tempi. La Lotus decise di non partecipare in quanto Colin Champan era ancora coinvolto nel processo riguardante l’incidente di Rindt dell’anno precedente, Emerson Fittipaldi riuscì comunque a schierarsi in griglia iscrivendo una Lotus 56B privata con colorazione blu/oro. La pole position fu ottenuta dalla Matra di Amon con il tempo di 1’22″40 e il neozelandese poteva sperare finalmente in una meritata prima vittoria visto che il secondo classificato Ickx era a quasi mezzo secondo e dalla terza fila in poi il distacco dei concorrenti dalla pole poteva considerarsi pesante. Regazzoni partì dalla quarta fila ma, con un evidente start anticipato, prese il comando, superato presto da un aggressivo Peterson e poi da Stewart, ma lo svizzero era un osso duro e riprese il comando tra le urla degli spettatori, esaltati dall’alto numero di sorpassi ad una media stratosferica di quasi 240 orari.

Cevert, inizialmente attardato, iniziò a rimontare portandosi in testa davanti al compagno di squadra e neo-campione in carica Stewart, entrambi seguiti da un agguerrito gruppetto formato da Peterson, Regazzoni, Hailwood e Ganley. La gara giunse alla metà dello svolgimento quando, dopo il ritiro di Stewart, il comando venne preso dalla Brm di Siffert, a sua volta costretto a ritirarsi causa noie al cambio; la media continuava ad incrementare e Chris Amon tornò al comando, ma la sua proverbiale sfortuna era dietro l’angolo e una nuova incredibile avventura lo attendeva: al 47esimo giro si staccò la visiera del suo casco e ovviamente non era possibile viaggiare ad occhi scoperti a quella velocità, di conseguenza rientro ai box e ancora una vittoria sfumata per Chris.

Peterson iniziò a forzare in modo più deciso nel tentativo di staccare il gruppo, ma nuovi protagonisti si affacciarono nell’entusiasmante duello: tra gli inseguitori di Ronnie, ad Hailwood e Cevert si aggiunsero Ganley e Gethin, tutti racchiusi in meno di un secondo. La gara stava per volgere al termine in un nuovo valzer di piloti in testa, con Hailwood al comando costretto a cedere la posizione a Gethin, a sua volta infilato da Peterson; all’ultimo giro quest’ultimo fu infilato da Cevert alla Ascari, ma nessuno aveva fatto i conti con Gethin, che dopo aver passato Hailwood riuscì a prendere la scia decisiva per vincere il Gran Premio con un solo centesimo di vantaggio su Peterson (distanza più ridotta tra primo e secondo nella storia della F1), seguiti da Cevert a nove centesimi, Hailwood a diciotto e Ganley a sei decimi, tanto da far intervenire il fotofinish per determinare con certezza le posizioni. Ganley alzò il trofeo e poi si lanciò tra i tifosi per festeggiare una grandissima vittoria, l’unica della sua carriera in Formula 1, ma dal valore inestimabile.

Curiosamente nessuno dei protagonisti della gara aveva mai vinto un Gran Premio di F1 e nessuno di loro ha mai vinto un titolo iridato, anche se è opinione comune che Peterson e Cevert sarebbero riusciti nell’impresa se un tragico destino non li avesse privati di questa possibilità. All’epoca non era raro assistere a sorpassi e sorprese, inoltre la copertura televisiva era ridottissima, motivo per cui il valore di questa gara non ottenne particolare risonanza, ma è sufficiente rivedere quelle immagini sgranate e in bianco e nero per rendersi conto che quei cinque cavalieri del rischio siano stati protagonisti non solo di una corsa automobilistica, ma di una vera e propria opera d’arte.

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