KAREEM, ED IL SUO GANCIO NEL CIELO DELLA NBA

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Kareem Abdul Jabbar – da thestar.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando ci si accinge a narrare la storia di un campione dello sport, di qualsiasi disciplina si tratti, la retrospettiva va sempre a cosa egli/ella abbia conquistato, dai tornei vinti se trattasi di tennisti, medaglie conquistate nel caso di assi dell’atletica, ginnastica o nuoto, campionati e coppe varie per coloro che hanno praticato sport di squadra, con i numeri e le statistiche a supporto delle rispettive carriere.

Ed in uno sport in cui, forse più di ogni altro, le statistiche rivestono un ruolo fondamentale quale è il basket i soli aridi numeri potrebbero essere più che sufficienti a descrivere cosa Kareem Abdul-Jabbar abbia rappresentato per il panorama cestistico mondiale, ed invece vi accorgerete quanto essi siano sì importanti, ma limiterebbero la statura del personaggio.

Nato a New York il 16 aprile 1947, unico figlio di un agente di polizia e di una commessa dei grandi magazzini, già appena venuto alla luce si può intuire quale possa essere il suo futuro, visto che misura quasi 60 cm. e pesa quasi 6 chili, venendogli imposto il nome di battesimo di Ferdinand Lewis Alcindor Jr, lo stesso del padre, secondo una tradizione in voga negli Stati Uniti.

Di famiglia cattolica, Lew viene battezzato secondo il rito di Sacra Romana Chiesa e frequenta un liceo cattolico a Manhattan, iniziando nel frattempo a coltivare la passione – trasmessagli dal padre – per la musica jazz, circostanza, come da lui stesso ammesso, che lo favorirà nel rilassarsi prima dei più importanti match della sua carriera.

Ma al liceo, il giovane Alcindor riesce a farsi apprezzare più per le sue doti fisico-atletiche – visto che al suo ingresso risultava già alto m.2,03 – consentendo alla squadra della sua scuola di vincere tre titoli consecutivi a livello di “high school“, con un impressionante record di 79 partite vinte contro due sole perse, ed una serie di 71 incontri di seguito senza conoscere sconfitta, il che già gli consente di acquisire il soprannome di “the tower from power“, che tradotto in italiano suona più o meno come “potenza dall’alto” ed, ovviamente, di essere corteggiato dalle più prestigiose Università degli Stati Uniti.

Per un cittadino della “Grande Mela” fare il viaggio sulla costa opposta non deve essere stato molto semplice, ma la scelta di iscriversi alla celeberrima UCLA – acronimo di “University of California, Los Angeles” – e, soprattutto, di poter essere allenato da un guru del basket quale John Wooden si rivela quanto mai azzeccata.

Già campione NCAA nel 1964 e 1965, con l’arrivo di Alcindor – che, nel frattempo, ha completato la propria crescita giungendo a m.2,10 – UCLA diviene imbattibile con l’aggiunta di tre titoli consecutivi, dal 1967 al 1969, in cui il centro risulta devastante sotto canestro, al punto che, al termine della prima stagione, la NCAA vara l’assurda regola con cui viene vietato di schiacciare la palla dentro la retina.

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Il giovane Lew Alcindor e coach John Wooden ad UCLA – da iconomy.com

Non che questo cambi molto per UCLA, che nel triennio in cui può contare sull’apporto di Alcindor stabilisce un record di 88 gare vinte a dispetto di due sole sconfitte (!!!), ed anzi aiuta il pivot a migliorare la propria tecnica di tiro, cosa di cui si avvarrà, e non poco, nella successiva carriera professionistica.

Ma altri due episodi contraddistinguono il suo trascorso al college, di cui il primo lo segna da un punto di vista fisico, con una lesione alla cornea dell’occhio sinistro subita in uno scontro a rimbalzo – e che determina il suo successivo utilizzo di occhiali a protezione durante le stagioni nella NBA – mentre il secondo ne muta l’aspetto spirituale, iniziando ad avvicinarsi all’Islam ed alla religione musulmana.

Questioni fisiche e religiose a parte, non ci vuol molto a capire come Alcindor sia divenuto l’oggetto del desiderio in occasione del “draft” del 1969 per stabilire quale franchigia se ne sarebbe assicurata le prestazioni a livello professionistico, e la questione non si rivela affatto di facile soluzione.

I primi a farsi vivi, difatti, sono gli “Harlem Globe Trotters, pronti ad offrirgli un contratto da un milione di dollari l’anno per giocare con loro, vedendosi opporre un cortese rifiuto, ma poi vi è l’allora situazione di due Leghe Professionistiche, la NBA (National Basketball Association) e l’ABA (American Basketball Association), ed in entrambi i draft, le due franchigie a detenere il diritto di prima scelta – i Milwaukee Bucks per la NBA ed i New York Nets per l’ABA – ovviamente optano per Alcindor.

New York crede di avere dalla sua il vantaggio di essere la squadra della sua città natale, ma Alcindor decide sulla base dell’ingaggio offerto e quello di Milwaukee si rivela superiore facendo sottoscrivere al centro un contratto da 1,4 milioni di dollari, così spiazzando New York che tenta una contromossa sottoponendo al proprio illustre cittadino la favolosa somma di 3,25 milioni annui, ma ancora una volta egli dimostra la propria statura non solo in fatto di centimetri, rigettando l’offerta con le parole “una corsa al rialzo è sgradevole per chi vi è coinvolto, mi sentirei come un pezzo di carne e non come un essere umano ed io non voglio che ciò accada!“.

Entrato nella grande famiglia del basket pro in un club al suo solo secondo anno dalla fondazione, l’impatto di Alcindor è devastante, concludendo la stagione con 28,8 punti, 14,5 rimbalzi e 4.1 assist di media a partita che gli valgono il premio di “Rookie of the Year” (“matricola dell’anno“), mentre i Bucks ottengono il secondo miglior record (56-26) della “Western Division“, venendo sconfitti 4-1 nella finale di Conference dai New York Knicks, poi vittoriosi nella finale per il titolo contro i Lakers.

La conferma ad alti livelli del nuovo centro convince la dirigenza di Milwaukee a compiere un importante sacrificio economico assicurandosi i servizi del veterano Oscar Robertson, da 10 anni guardia dei Cincinnati Royals, e l’intesa tra i due si dimostra talmente efficace da portare i Bucks al miglior record assoluto (66-16) dell’intera Lega, cui fa seguito una serie playoff nella quale vengono spazzati via con irrisoria facilità i San Francisco Warriors (4-1), i Los Angeles Lakers nella finale di Conference (4-1), per poi infliggere un sonoro cappotto (4-0) ai Baltimora Bullets nella serie per il titolo, al termine della quale Alcindor – che nel frattempo è stato premiato come MVP della “regular season” – annuncia pubblicamente di adottare, in ossequio al suo nuovo credo, il nome di Kareem Abdul-Jabbar, il cui significato può tradursi in “Nobile servo di Dio“.

Premio di MVP che Jabbar si vede assegnare anche nel 1972 – stagione in cui i Bucks chiudono con il secondo miglior record (63-19) della Lega e perdono la finale di Conference per 4-2 contro i Lakers – nonché nel 1974, ultimo anno di carriera di Robertson e penultimo di Kareem a Milwaukee, conquistando il titolo di Conference e cedendo solo 4-3 ai Boston Celtics in una serie finale dove su sette incontri il fattore campo salta in ben cinque occasioni, e in gara-6 si verifica un episodio determinante per il futuro della carriera di Jabbar.

Con i Celtics in vantaggio 3-2 nella serie, al Boston Garden stanno già pregustando la festa trovandosi in vantaggio per 101-100 con soli 7″ da giocare, ma ecco che proprio Jabbar si inventa dall’angolo il suo famoso “Sky hook (“gancio cielo) che manda la palla a concludere la propria parabola dolcemente nella retina e rinvia la decisione a gara-7, ancorché poi facilmente vinta da Boston 102-87.

Milwaukee Bucks vs. Los Angeles Lakers
Il “gancio cielo” di Jabbar con i Bucks – da basketinside.com

L’addio di Robertson ed una frattura alla mano per Jabbar durante la preparazione (che gli fa saltare i primi 16 incontri) sono il preludio della peggior stagione dei Bucks, che non si qualificano per i playoff 1975 giungendo ultimi nella Midwest Division, e devono dare l’addio alla loro stella che si accasa ai Los Angeles Lakers, i quali, avendo a loro volta chiuso all’ultimo posto la Pacific Division, sono in fase di ricostruzione dopo l’abbandono dei vari Jerry West, Elgin Baylor e Wilt Chamberlain, con Kareem chiamato all’ingrato compito di non far rimpiangere proprio quest’ultimo.

Rispetto all’esordio coi Bucks, l’impatto ai Lakers è più morbido per Jabbar, nonostante medie/gara da 27,7 punti, 16,9 rimbalzi e 4,1 stoppate in “regular season“, non sufficienti però a garantire l’accesso ai playoff, ma solo a far vincere a Kareem il suo quarto MVP in carriera.

Le cose vanno nettamente meglio l’anno seguente, in cui Kareem si vede confermare come MVP della stagione regolare e conduce i Lakers alla finale di Conference, venendo peraltro pesantemente sconfitti per 4-0 da Portland poi vincitrice del titolo, ma la vera svolta per la franchigia gialloviola giunge nel draft 1979 quando riesce ad assicurarsi le prestazioni di Earvin “Magic” Johnson, dopo che la franchigia si era peraltro già rinforzata nelle due stagioni precedenti con gli innesti di Norman Nixon e Jamaal Wilkes.

E se poi, da tale data e sino al ritiro di Kareem, avvenuto nel 1989 a 42 anni, il “roster” giallo-viola si rinforza con gente del calibro di Michael Cooper, Byron Scott e James Worthy, capirete bene come al Forum di Inglewood si possa dare inizio allo “Showtime che in un decennio porta i Lakers a disputare ben 8 finali NBA, conquistando cinque titoli.

Il dubbio, più che legittimo, può nascere su come abbia potuto un centro già ben oltre la trentina adeguarsi ad uno stile di gioco tutto corsa e fantasia come quello imposto da “Magic” e la risposta la fornisce la grande passione che da sempre Jabbar ha avuto per il basket, unita ad un’elevata professionalità e stile di vita che lo hanno mantenuto integro, nonché ad una forza mentale ed interiore che ne hanno fatto il leader carismatico di questa squadra, un leader silenzioso all’esatto opposto del carattere esuberante di Johnson, ma di fronte al quale lo stesso “Magic” ne riconosce l’autorità.

E prova più lampante non può esservi – dopo che Kareem si aggiudica per la sesta volta (record NBA) il titolo di MVP nella prima stagione di “Magic” conclusa con il titolo nel 1980 – di quanto accade nella serie finale del 1985 che oppone, come da copione nel decennio – i Lakers ai Boston Celtics di Larry Bird & Co.

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Jabbar festeggia uno dei titoli NBA coi Lakers – da gettyimages.it

Succede, difatti, che in gara-1 disputata al Boston Garden – con i Celtics che godono del vantaggio del fattore campo in virtù di una sola vittoria in più (63 a 62) ottenuta in stagione, e che sono altresì i detentori del titolo avendo sconfitto 4-3 proprio i Lakers l’anno precedente – i padroni di casa si impongano con un perentorio e, per certi versi, umiliante score di 148-114, in cui Jabbar recita un ruolo negativo, venendo limitato a 12 punti ed appena 3 rimbalzi dalla ferrea marcatura imposta da Robert Parish, il quale, dal canto suo, segna a referto 18 punti con 8 rimbalzi, ed i “media iniziano a chiedersi se, con 38 primavere sulle spalle, l’età non possa costituire un limite per il pur talentuoso centro.

Per coach Pat Riley non c’è bisogno di analizzare nel dettaglio cosa non abbia funzionato, in quanto, nella consueta sessione del mattino seguente, in cui i giocatori assistono alla registrazione dell’incontro, è proprio Kareem, silenzioso come al solito, a sedersi innanzi al video invece che posizionarsi, come suo solito, in fondo alla stanza, un chiaro messaggio lanciato ai compagni di ammissione della propria giornata negativa e della volontà di non ripeterla.

Così come, nei due giorni successivi, si dimostra il più determinato negli allenamenti, correndo come non mai da una parte all’altra del campo, volendo acquistare la fiducia totale dei propri compagni, i quali non debbano in alcun modo scendere sul parquet pensando che il loro leader non sia più in grado di sostenerli, e nello spogliatoio del Boston Garden, prima di gara-2, Kareem pronuncia queste poche, ma significative parolepossiamo anche non vincere, ma l’importante è che ognuno di noi dia il meglio di sé stesso!.

Immagino siate curiosi di sapere come è andata a finire, beh, Kareem segna 30 punti con il 57,7% dal campo, cattura 17 rimbalzi, i Lakers sbancano il Garden 109-102 per poi vincere la serie 4-2, costringendo Parish alla resa nelle successive quattro partite, in una delle quali si prende addirittura il lusso di conquistare un rimbalzo difensivo, palleggiare sino al lato opposto del campo e poi esibirsi nella specialità della casa, l’oramai divenuto famosissimo in tutto il mondo “gancio cielo“, tanto da far esprimere a Pat Riley il breve, ma esauriente concetto 2tutto quello che avete appena visto, ha una sola spiegazione, e si chiama passione!“.

Ah, quasi dimenticavo, i numeri di cui parlavo all’inizio, perché è giusto sapere che Kareem Abdul-Jabbar (già Lew Alcindor) conclude i suoi 20 anni di carriera NBA con 1.560 gare di “regular season” e 237 di playoff disputate, 6 titoli NBA, 6 titoli di MVP della stagione regolare, 38.387 punti realizzati (n.1 di sempre), 17.440 rimbalzi (n.3 dietro a Wilt Chamberlain e Bill Russell) e 3.189 stoppate, anche qui al terzo posto, preceduto da Hakeem Olajuwon e Dikembe Mutombo, niente affatto male, direi.

Ma spero che, avendo letto l’articolo, vi siate resi conto che i numeri non sono proprio tutto…

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